Il limite dell’uomo è una risorsa, non un ostacolo

Agosto 2026
Benanti Moro IA Meeting
Riscoprire la potenzialità dell’umano nel tempo dell’efficienza tecnocratica. Il linguaggio, la coscienza, il limite biologico, sono elementi caratteristici dell’essere umano.

L’incontro al Meeting di Rimini

Sono i temi al centro dell’incontro «Parole, macchine, cervelli: riconoscere ciò che è umano per difenderlo», svoltosi a Rimini il 23 agosto al Meeting per l’amicizia fra i popoli. Ne hanno discusso Paolo Benanti, francescano, docente di etica della tecnologia alla Luiss Guido Carli, e Andrea Moro, linguista della Scuola Normale di Pisa e dello IUSS di Pavia, rispondendo alle domande di Marco Aluigi, vicedirettore della Fondazione Meeting.

Sapere che cosa distingue l’uomo e come funzionano davvero questi programmi serve, prima di tutto, a decidere come usarli e come regolarli. Altrimenti il rischio è confondere il calcolo con il pensiero.

Solo l’uomo è capace di registrare e memorizzare parole, generando infinite frasi e ricombinando numeri infiniti di vocaboli. Un bambino è capace di apprendere un linguaggio, in cinque anni, con una media di 55 milioni di parole, il che può sembrare un limite, ma proprio questo limite rende unico l’essere umano. Un sistema IA, invece, necessita di 402 miliardi di parole per elaborare un linguaggio e non conosce lingue impossibili da codificare. Questa capacità infinita di generare linguaggi suscita curiosità, ma conduce ad una “cultura dello spreco”. Per arginare tale cultura, cercando di rendere le macchine artificiali modelli “sostenibili”, subentra un paradosso: bisogna che contengano i limiti presenti nell’essere umano.

Lo spreco si misura in acqua ed energia

C’è poi uno spreco che si conta in litri e in kilowatt. Un litro d’acqua serve per elaborare cento parole: nel solo 2021 Google ne ha consumati 12,7 miliardi per raffreddare i suoi datacenter, e in una settimana ChatGPT brucia l’elettricità che l’Empire State Building consuma in un anno e mezzo. «Le macchine sono energivore perché non hanno i limiti che invece l’uomo ha», ha osservato Moro. Vale anche per la vista: la retina distingue gli oggetti proprio perché intercetta una gamma ristretta di onde luminose. Se le cogliesse tutte, vedremmo soltanto nebbia. Solo riconoscendo il “valore” del limite si potrà recuperare la giusta armonia con il creato evitando di essere una minaccia per il mondo e l’uomo stesso.

La profezia della Chiesa e l’intuizione di “Magnifica Humanitas”

La prima enciclica di Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas”, permette una maggiore comprensione delle sfide attuali suscitate dagli interrogativi tecnocratici. Rivalutare e custodire il “proprio” dell’umano disarmando l’IA è ciò che l’enciclica al n.110 sottolinea: «Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata […] Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano […] Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune».

Dell’enciclica, all’incontro, sono state riprese quattro parole chiave. Il limite, che non è un difetto da correggere ma il varco attraverso cui l’umano matura. Il paradigma tecnocratico, cioè la tentazione di lasciare a efficienza e profitto scelte che dovrebbero restare umane. L’etica applicata alla tecnologia. E la dignità ontologica, il valore che ogni persona ha per il fatto stesso di esistere, quel «più che umano» di cui parla il testo.

Non contenitori da riempire, ma “risorse naturali” da valorizzare

Il rischio è che l’uomo e le sue capacità di accogliere ed elaborare, vengano paragonate alle operazioni di immagazzinamento ed efficienza che una macchina o un sistema IA riescono a compiere in pochi secondi. Ma l’uomo, più che un contenitore passivo da riempire, è piuttosto una risorsa di cui meravigliarsi per la creatività che è capace di manifestare.

Noam Chomsky, filosofo, linguista e attivista statunitense, afferma infatti: «La mente umana non è, come ChatGPT e i suoi simili, un ingombrante motore statistico finalizzato al “pattern matching”, che si ingozza di centinaia di terabyte di dati estrapolando la risposta più probabile in una conversazione o la risposta più probabile a una domanda scientifica. Al contrario, la mente umana è un sistema sorprendentemente efficiente e persino elegante che opera con piccole quantità di informazioni; non cerca di dedurre correlazioni grezze tra dati minimali, ma di creare spiegazioni».

Il rischio di un’educazione ultra-processata

Per spiegare la differenza tra persuadere e manipolare, Benanti ha usato un’immagine presa dalla tavola: il cibo ultraprocessato. Piace, ma non nutre, e i costi finiscono sulla collettività. Il linguaggio delle macchine funziona allo stesso modo: elegante, scorrevole, e però incapace di insegnare qualcosa. Nasce così un’«educazione ultra-processata», senza attrito e senza conoscenza. Anche i nomi che diamo a questi sistemi pesano: dire che una macchina «pensa» finisce per coprire differenze che invece contano.

Rimuovere la fatica è un errore educativo

L’assenza di attrito spiega anche perché abbiamo accettato oggetti come lo smartphone: l’hardware è nostro, le funzioni restano in licenza a chi fornisce il servizio. App e piattaforme ci risparmiano attese e negoziazioni, ma possono ridurre gli utenti a vassalli dei proprietari del software. Il vocabolario da consultare, l’insegnante che corregge, il problema che non viene subito: sono fatiche che lasciano qualcosa a chi le attraversa. Da qui la domanda “algoretica” consegnata al pubblico: che ne sarà di noi se continuiamo a far scrivere i testi all’IA senza imparare niente?

Coscienza, patologia e dignità non sono funzioni calcolabili

Moro ha aggiunto un ultimo spartiacque. Le macchine vengono presentate come modelli della mente, ma non conoscono le patologie psichiatriche: chi soffre di schizofrenia può costruire frasi grammaticalmente perfette che non dicono nulla. La patologia riguarda una persona, non un dispositivo difettoso, e la dignità viene dall’esistere, non dalla prestazione. Se l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, ha domandato, «che problema risolve una poesia?».

Non innovazione, ma sviluppo

Disarmare l’IA, ha ricordato Aluigi nelle conclusioni, non riguarda soltanto le armi: c’è una competizione economica senza freni e una potenza di calcolo che può scavalcare consenso democratico, leggi, giustizia sociale. Benanti ha richiamato le spade trasformate in vomeri: ogni strumento è ambiguo, perché ciò che prolunga la mano può servire o ferire. Di qui la differenza tra innovazione, che rende più rapidi senza garantire nulla di migliore, e sviluppo, «quella forma di innovazione che contribuisce al bene comune». La domanda che resta non è quanto siano capaci le macchine, ma «quanto siamo capaci noi a restare umani».