VERSO IL MEETING 2012/Rock e desiderio infinito
Tutto ciò che vive è sacro. E quindi lo può essere anche il rock. Il giornalista irlandese John Waters ci racconta come questo sia possibile.di Erika Elleri
Varcare la soglia, questo è l’invito che vuole farci John Waters, il principale curatore della mostra “Tre accordi e il desiderio di Verità. Rock ‘n’ roll come ricerca dell’infinito”. Rock è desiderio infinito? Sembrerebbe una contraddizione. Ma per John Waters non lo è. A patto di non usare la parola rock come lo si fa normalmente. A lui non piace. «Mi sembra una riduzione – ci racconta – che allude solo ad una certa categoria di musica: rimbombante ed esibizionista. Sembra studiato proprio per l’ostentazione, il narcisismo e sembra escludere, a me pare così, la musica dolce e sentimentale, quella vecchia e saggia, quella gentile che si pone delle domande, tutte cose che mi hanno attratto verso questo genere». Perché nella mostra si usa il termine rock ‘n’ roll? «Il termine ‘rock ‘n’ roll’ – confida Waters – in qualche modo è più ironico e quindi più aperto. Anche questo però non trasmette la sostanza vera e rappresenta come una barriera per coloro che potrebbero interessarsi ed entusiasmarsi maggiormente, se solo potessero varcarne la soglia».
Poco fa hai parlato di musica che ti fa porre domande, è questo aspetto che ti ha fatto emergere la passione per questo genere musicale?
La musica è entrata nel mio mondo, nella mia vita, quando ero un adolescente. I musicisti che ascoltavamo e seguivamo da ragazzi sembravano comprendere le nostre sensazioni e pensieri più di ogni altra cosa. Questo mi ha immediatamente fatto capire che tutto sarebbe potuto essere diverso da come mi era stato insegnato fino ad allora. E allo stesso tempo questa musica non ha risolto tutto, non ha escluso la mia esperienza, al contrario, si è inserita in essa e l’ha spalancata ed io ho subito riconosciuto questo come un avvenimento vero. Mi riferisco a come la musica influisca sulle nostre vite, a come sembri fuoriuscire dal nostro stesso mondo interiore e non possa venire riconosciuta dalle persone che ci circondano. La prima canzone che mi ha fatto fare questo percorso è stata “Ride a White Swan” della band T Rex di Marc Bolan, ma anche i pezzi di John Lennon, soprattutto dopo la rottura con i Beatles, oppure quelli di Elvis Presley, che ha creato quella straordinaria fusione di musica nera e di esperienza bianca, che ha coinvolto le folle come non mai. Chi non conosce questo genere di musica e che ne ha un pregiudizio pensa che faccia distrarre e fuorviare dal senso umano di libertà e, certo, in teoria ha ragione. Ma questa musica innanzitutto risveglia il desiderio di libertà, che è una cosa buona. Quando si comincia a pensare così del rock, quasi tutto nella musica assume un significato diverso, rispetto a quello che ci è trasmesso dalla cultura convenzionale. Anche la più semplice canzone d’amore diventa l’espressione di un desiderio d’infinito e di grandezza.
Come è nata l’idea della mostra?
Non è stata una vera e propria “decisione”, semmai una domanda su una domanda: “È possibile che, nonostante i fraintendimenti, tutto quello che l’uomo fa o dice abbia la sua origine nel desiderio d’infinito?” A me sembra che, se possiamo dimostrare questo con il rock ‘n’ roll, possiamo rendere questa asserzione più plausibile e reale in tutto e in tutti. Vorrei che ogni visitatore avesse la conferma che una domanda esiste in lui e, non esiste ancora, ne deve prendere coscienza.
Quali sono gli autori che saranno presenti in mostra?
Non abbiamo definito completa- mente la lista, ma ci saranno principalmente i più ovvi: Elvis Presley, Bob Dylan, i Beatles, i Coldplay, gli U2, Leonard Cohen e altri.
Nella presentazione della mostra affermi che un mezzo così moderno come il rock è comunque veicolo della dimensione religiosa dell’uomo. Qual è il tuo giudizio sullo stato attuale della musica rock e del mondo che ruota attorno ad essa?
Di certo questo è il “problema” e il fenomeno che stiamo cercando di descrivere. Culturalmente parlando, il rock ‘n’ roll si sta separando dalla ricerca fondamentale dell’uomo, infatti, l’industria discografica se ne è appropriata per la produzione di distrazione, svago e anche di quella che potrebbe essere chiamata “deviazione”. Ma in tal modo segue di pari passo la tendenza di molte realtà odierne. La questione allora è la seguente: quell’immaginazione religiosa dell’uomo che ancora esiste dovrebbe semplicemente accettare che la maggior parte della realtà si è allontanata da essa e che l’unico ricorso dell’uomo “religioso” è un declinarsi nella devozione e nel distacco dal mondo? O stiamo semplicemente fraintendendo i segnali, il linguaggio, per cui gli stessi desideri che avevano ispirato gli Apostoli vivono ancora nei cuori degli uomini e sono animati da cose diverse? La “sacralità” è sempre da riconoscersi come una particolare forma di devozione? Mi viene in mente una frase usata da Bono degli U2: “Mai fidarsi di un uomo giusto, che sembra un giusto”. È questo lo scopo della mostra: far vedere che ‘tutto ciò che vive è sacro’, come disse William Blake. Beh, quasi tutto.



