
Caro Bernhard,
nel manifesto del Meeting di Rimini di quest’anno vi domandate dove si manifesti oggi la forza che rimette in movimento la realtà. Dalla Pentecoste sudetotedesca vissuta quest’anno al Meeting Brno porto con me uno stupore che ancora non si esaurisce. E con esso un’immagine.
Una mano tesa




Toccare la ferita
Questa storia non è cominciata con la Pentecoste di quest’anno e non è iniziata neppure undici anni fa con il primo Pellegrinaggio della riconciliazione. In un certo senso è iniziata già nel 1943, quando il presidente cecoslovacco Edvard Beneš si recò a Mosca. Quando la guerra non era ancora finita, ottenne da Stalin il sostegno all’espulsione, nel dopoguerra, di tre milioni di abitanti di lingua tedesca delle terre ceche e, nello stesso tempo, determinò l’orientamento geopolitico della Cecoslovacchia del dopoguerra. Durante l’occupazione nazista morirono centinaia di migliaia di cittadini cecoslovacchi; dopo la guerra seguì l’espulsione di tre milioni di tedeschi, durante la quale decine di migliaia di persone persero la vita. Si aprì così una frattura culturale tra la Cecoslovacchia e i suoi vicini occidentali e, pochi anni più tardi, in quella frattura sarebbe scesa la cortina di ferro.
Una delle pagine più tragiche fu la cosiddetta Marcia della morte di Brno del maggio 1945, durante la quale circa trentamila donne, bambini e anziani furono costretti ad abbandonare la città. Circa millesettecento persone morirono durante la marcia o poco dopo. Quando nel maggio 2015 intraprendemmo per la prima volta il Pellegrinaggio della riconciliazione, percorremmo la strada opposta a quella degli espulsi, dalla fossa comune di Pohořelice verso Brno. Non si trattava di una ricostruzione storica né di un tentativo di riscrivere la storia, ma del desiderio di toccare una ferita rimasta tabù per decenni: toccare la ferita come Tommaso nel dipinto di Caravaggio e, nello stupore, intraprendere un cammino nuovo. Le parole di Václav Havel sulla vittoria della verità e dell’amore sulla menzogna e sull’odio sono diventate per noi un’esperienza, e da questa esperienza è nato il Meeting Brno.
Una bellezza che attrae
Ricordo una telefonata di Kateřina Tučková nell’agosto del 2015, al mio ritorno da Rimini, che mi chiese se mi venisse in mente un modo per rendere stabilmente presente nella città lo spirito di riconciliazione che avevamo sperimentato alla conclusione del Pellegrinaggio. Non dovetti inventare nulla, mi limitai a raccontare il Meeting di Rimini. Così nacque il Meeting Brno: non come un progetto, ma come il desiderio di custodire e far crescere ciò che avevamo vissuto. Un anno dopo questa storia ritornò inaspettatamente proprio al Meeting di Rimini: nell’incontro La storia del Meeting Brno: un cammino della riconciliazione presentammo le relazioni tra cechi e sudetotedeschi come un esempio di amicizia tra i popoli dell’Europa centrale. Da allora Bernd Posselt ricorda spesso che fu la prima volta in cui, in un contesto internazionale, non si parlò delle relazioni ceco-sudetotedesche come di una ferita aperta o di un conflitto irrisolto, ma come di un’esperienza di riconciliazione capace di diventare una proposta per altri.
Ogni anno ha portato nuovi volti e nuove storie: Wael Farouq, Emilia Guarnieri, centoventi discendenti delle famiglie ebraiche di Brno disperse nel mondo. Tu stesso, Bernhard Scholz. La presidente slovacca e il presidente ceco. Rami Elhanan e Bassam Aramin, padri israeliano e palestinese che hanno perso i propri figli e tuttavia hanno rifiutato l’odio. Oleksandra Matvijčuk, che documenta i crimini di guerra russi in Ucraina, e Boris Belenkin dell’associazione Memorial di Mosca, che a prezzo della persecuzione ha difeso la verità storica sul terrore sovietico. Ogni ferita riconosciuta e condivisa apre orizzonti nuovi, fa sperimentare una bellezza che attrae e indica una strada. E quest’anno abbiamo visto fino a dove questa strada può condurci.




Chi vogliamo essere?
Quando nel 2025 abbiamo invitato il Sudetendeutscher Tag a Brno, sembrava soltanto un ulteriore passo nel lungo cammino della riconciliazione ceco-tedesca, ma in realtà si è aperto qualcosa di molto più grande. Un tema che per decenni era stato relegato ai margini del dibattito pubblico si è improvvisamente trovato al suo centro. Per molto tempo nella politica ceca è esistito un tabù non scritto: dei sudetotedeschi non si parlava in modo positivo e chi esprimeva comprensione o vicinanza rischiava di perdere le elezioni e la propria carriera politica, con la colpa più grave rappresentata dalla partecipazione agli incontri pentecostali dei Sudetendeutschen in Baviera. Proprio per questo il sostegno aperto espresso quest’anno da numerosi rappresentanti delle istituzioni è stato così sorprendente: non si è trattato soltanto di dichiarazioni formali, ma di una presenza personale.
Nel dibattito pubblico sono improvvisamente entrati politici, giornalisti, storici, attivisti, commentatori e persone che fino ad allora non avevano mai riflettuto seriamente sulla questione sudetotedesca, facendo riemergere paure, stereotipi e ferite antiche. La maggioranza parlamentare della Camera dei deputati ha convocato una seduta straordinaria e ha approvato una risoluzione che condannava la nostra iniziativa chiedendo di interrompere i preparativi, accompagnata anche da minacce di violenza e di morte. Contemporaneamente, però, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato, numerosi senatori e tutti i partiti di opposizione hanno espresso il loro sostegno. Ma stava accadendo qualcosa di ancora più importante: le persone smettevano di essere spettatrici e la società civile si stava risvegliando.
La città di Brno, la Regione della Moravia meridionale, le istituzioni culturali ed educative, le Chiese, i volontari, gli imprenditori: persone che avevano deciso di assumersi la responsabilità del luogo in cui vivono. Jan Urban ha scritto che si trattava di una rivolta della società civile contro la lunga incapacità delle élite politiche di instaurare un vero dialogo; Erik Tabery, sul settimanale Respekt, ha sottolineato un paradosso significativo: mentre una parte della rappresentanza politica impiegava enormi energie per condannare l’evento, la società civile creava spontaneamente uno spazio di incontro e di dialogo. Proprio questo contrasto ha contribuito a chiarire ciò che era realmente in gioco. Jana Urbanovská e James Richter hanno osservato con grande precisione che la questione non riguardava innanzitutto i sudetotedeschi, ma riguardava il tipo di società che vogliamo essere. Anche Leone XIV, nell’enciclica Magnifica humanitas, pone alla civiltà contemporanea una domanda analoga: quale futuro stiamo costruendo? A Brno non era in gioco soltanto il passato, ma il nostro rapporto con la verità, il modo in cui comprendiamo la nostra identità, il modo in cui guardiamo alla sofferenza degli altri e la nostra capacità di costruire il futuro non contro qualcuno, ma insieme. La Pentecoste di Brno non è stata soltanto un capitolo delle relazioni ceco-tedesche, è diventata una prova: l’Europa è ancora capace di trasformare le proprie ferite in nuovi inizi?




La storia nel presente
In piazza Moravské náměstí apparve una lunga tavola di vicinato. A prima vista non accadeva nulla di straordinario: le persone mangiavano insieme, bevevano, ridevano, ascoltavano musica, ballavano e si raccontavano le proprie storie. Eppure, proprio in questo stava la forza dell’avvenimento. Dopo decenni di discussioni sulla storia, sulla colpa, sui diritti e sulle identità, si trovavano improvvisamente una accanto all’altra persone che, in altre circostanze, forse non si sarebbero mai incontrate. Cechi e tedeschi, ma anche molti altri: discendenti delle vittime del nazismo e discendenti degli espulsi, studenti, anziani, politici, sacerdoti, famiglie con bambini. Il passato non era scomparso, sedeva con noi alla stessa tavola, ma aveva smesso di essere un muro. Ai margini della piazza c’erano anche coloro che erano venuti per protestare. Ne avevano pieno diritto e la loro presenza era importante: potevano ascoltare le stesse storie e vedere tutto con i propri occhi, constatando che non c’era alcuna congiura contro la nazione né alcun tentativo di riscrivere la storia. Videro volti, storie, persone sedute alla stessa tavola.
A ogni obiezione rispondevo semplicemente: «Venite e vedrete». Non ci siamo lasciati trascinare nella logica dell’inimicizia. Al termine del programma ringraziai pubblicamente anche gli oppositori, non per cortesia diplomatica, ma perché anch’essi facevano parte della stessa esperienza e contribuirono a far emergere ciò che realmente stava accadendo. Diventava sempre più evidente qualcosa che è molto difficile programmare e ancora più difficile organizzare: un avvenimento. Centoquaranta giornalisti accreditati provenienti da diversi Paesi arrivavano per realizzare servizi e ripartivano con un’esperienza personale. Dopo le interviste posavano microfoni e telecamere e iniziavano a raccontare le proprie storie, parlando delle loro famiglie, delle esperienze vissute sotto i totalitarismi o della sorpresa per ciò che vedevano a Brno. Il confine tra osservatori e partecipanti si dissolse.
Ma qualcosa iniziò ad accadere anche al di fuori dei media. Molte persone ci scrivevano che, per la prima volta dopo molti anni, avevano iniziato a chiedere ai propri genitori e ai propri nonni delle storie della guerra, dell’espulsione, del totalitarismo comunista o della vita nelle regioni di confine. Temi rimossi o taciuti per decenni ritornavano nelle conversazioni familiari, la memoria si risvegliava e venivano alla luce storie rimaste per generazioni nascoste nel silenzio, toccando anche le famiglie dei membri del nostro team. Qualcosa di simile accadde anche nel mondo politico. Molti affrontavano questa esperienza con prudenza, poiché il tema era delicato, il dibattito pubblico molto acceso e nessuno poteva sapere come si sarebbe concluso quel fine settimana. Tuttavia, più l’evento si avvicinava, più diventava evidente che stava accadendo qualcosa che andava oltre i normali calcoli politici.
Ricordo il volto del governatore della Moravia meridionale Jan Grolich mentre diceva che un piccolo gruppo di persone era riuscito a creare uno spazio nel quale una società impara a dialogare con se stessa; ricordo il sostegno personale e commovente della sindaca Markéta Vaňková; e ricordo l’appello del presidente del Senato Miloš Vystrčil davanti a quasi cinquemila pellegrini della riconciliazione, affermando che un’esperienza come quella del Meeting Brno farebbe bene a ogni città della Repubblica Ceca. Forse proprio qui si è manifestata nel modo più evidente la dimensione pentecostale dell’intero avvenimento: per anni, dal punto di vista politico, era stato più sicuro tacere, ed è stato tanto più sorprendente vedere politici che fino a poco tempo prima esitavano, arrivare, ascoltare e iniziare a nominare pubblicamente ciò che avevano davanti agli occhi, proponendo questa esperienza anche ad altri. Nel manifesto del Meeting di Rimini di quest’anno vi domandate se una politica e un’economia ispirate alla logica del dono possano tornare a servire il bene comune: a Brno abbiamo potuto vedere una risposta.
Accanto alla dimensione culturale e spirituale è nato uno spazio di nuovi rapporti tra città morave e bavaresi, regioni, università, imprenditori e istituzioni. A Brno è arrivato il ministro-presidente bavarese Markus Söder e hanno partecipato rappresentanti delle amministrazioni locali, delle università, delle camere di commercio e dei centri di innovazione. Non era un programma collaterale, ma un’altra dimensione dell’avvenimento: la riconciliazione non è un sentimento, genera fiducia, e la fiducia apre nuove forme di collaborazione non soltanto tra persone, ma anche tra regioni, istituzioni e popoli. In questo senso il Sudetendeutscher Tag non è stato soltanto un evento della memoria, ma un investimento nel futuro. La vice-ministra presidente bavarese Ulrike Scharf, tornando in Germania, disse di aver vissuto a Brno «la storia al presente», mentre per Bernd Posselt questa Pentecoste ha rappresentato il compimento di un sogno di una vita. Come ha scritto il fotografo praghese Eugen Kukla: «Lo comprendo lentamente, ma proprio per questo con ancora maggiore forza: a Brno sono stato testimone di un avvenimento che ha un’importanza fondamentale per l’Europa centrale, la cui portata si misura nei secoli». Per alcuni giorni il passato smise di apparire come un peso che ci trascina indietro e divenne una sorgente di energia per un nuovo inizio.
Un laboratorio del futuro
Tra gli ospiti del Meeting Brno di quest’anno c’erano anche persone provenienti dall’Ucraina. Non erano venute per studiare la storia ceca o tedesca, ma venivano da un Paese che ogni giorno affronta la guerra, l’occupazione, i massacri di civili e domande alle quali non esistono risposte semplici. Sono arrivati Elena Mazzola e «l’angelo di Bucha» Konstantin Gudauskas, moderni Winton uniti dall’opera di salvataggio di persone colpite dalla guerra e dalla stessa domanda che accompagna l’Ucraina fin dai primi giorni dell’invasione russa: come non perdere l’umanità durante e dopo la guerra? Come difendere il cuore dall’odio? Per loro il Pellegrinaggio della riconciliazione e il Sudetendeutscher Tag sono diventati un laboratorio del futuro: osservavano una società che impara a parlare delle proprie colpe senza perdere la dignità, capace di piangere i propri morti senza perdere la capacità di vedere la sofferenza degli altri. Una società nella quale la memoria non diventa un’arma, ma un cammino.
Più volte in quei giorni si è detto che un giorno l’Ucraina si troverà di fronte alle stesse domande che l’Europa ha dovuto affrontare dopo il 1945: come affrontare il dolore? Come nominare i crimini? Come ristabilire la giustizia e impedire che la collera legittima si trasformi in vendetta? «La più grande vittoria dell’aggressore non sarebbe l’occupazione di un altro territorio, ma il momento in cui la vittima accettasse la sua logica e lasciasse che il proprio cuore venisse avvelenato dall’odio», ci ricordava Elena. Nick Winton, figlio di Sir Nicholas Winton, ha scritto che il perdono non significa negare la colpa, ma accettare la realtà e decidere di andare avanti; era in gioco la libertà di una persona che non si lascia definire dalla propria ferita. Un tono analogo risuona anche nelle parole del nuovo arcivescovo di Praga Stanislav Přibyl, che nei suoi interventi nei luoghi dei massacri del dopoguerra ricorda spesso che le vecchie ferite devono essere riaperte per poter guarire e che, invece di costruire muri, dobbiamo costruire ponti.




La forza di una voce
La riconciliazione non riguarda soltanto il passato, ma anche la verità. Ed è proprio qui che l’esperienza di Brno incontra naturalmente l’eredità di Charta 77, alla vigilia del cinquantesimo anniversario della sua nascita e della morte di Jan Patočka. Charta 77 non fu innanzitutto una protesta contro il regime, ma il tentativo di restituire la verità allo spazio pubblico; per questo le sue domande restano vive ancora oggi. Per Patočka era decisiva la responsabilità di una persona che rifiuta di riconciliarsi con la menzogna ed è disposta a sopportare le conseguenze della verità. Il Meeting Brno del 2027 porterà il titolo La forza di una voce, ponendoci interrogativi cruciali: che cosa oggi deve essere detto? Quali ferite abbiamo imparato ad aggirare? Quali menzogne abbiamo accettato come ovvie? E che cosa ci dà il coraggio di guardare la realtà senza paura?
Queste domande riguardano tutta l’Europa, anzi tutto l’Occidente. Ci siamo abituati alla pace, alla sicurezza e alla prosperità crescente, e oggi ci troviamo nuovamente di fronte alla guerra ai nostri confini, al ritorno delle ambizioni imperiali, alla crisi della fiducia nelle istituzioni democratiche e alla tentazione di rinchiuderci nelle nostre paure e nei nostri risentimenti. Jan Urban, uno dei firmatari di Charta 77, ripete spesso che l’Europa deve imparare a pensare e ad agire in modo europeo: non come progetto tecnocratico o sistema di istituzioni, ma come comunità di persone che si assumono la responsabilità del mondo nel quale vivono. Nell’enciclica Magnifica humanitas Leone XIV scrive che l’umanità si trova oggi davanti a una scelta tra una nuova Torre di Babele e una città nella quale Dio e gli uomini possano abitare insieme, in cui le differenze non sono un muro, ma l’inizio di una relazione. È in questo senso che la Pentecoste di Brno mi appare come un avvenimento di significato europeo: ha mostrato che la società civile è ancora capace di aprire strade là dove sembravano esserci soltanto vicoli ciechi, che l’incontro è più forte dello stereotipo, che la verità non deve necessariamente condurre alla divisione e che la riconciliazione non è una debolezza, ma una delle forme più alte del coraggio.
Sorpresi dalla realtà
La forza di una voce richiama la figura di Giovanni Battista, che non si proclamava la luce né il salvatore, ma diceva soltanto di essere una voce che prepara la strada. Il vero protagonista della storia non è colui che manipola o domina, ma la persona disposta a rispondere alla realtà che le viene incontro, che si assume la responsabilità del proprio piccolo pezzo di mondo e che si stupisce quando accade ciò che non era possibile prevedere. Il manifesto del «festival dello stupore» del Meeting di Rimini 2026 si conclude con queste parole: «Dove si manifesta oggi questa forza che muove? Nei luoghi più impensati: (…) nell’inventiva di chi genera bellezza dove regna il degrado; (…) nell’audacia di credere che il nemico possa tornare amico e che relazioni apparentemente bloccate possano riaprirsi. Non sentimentalismo, ma testimonianze di vita ed esperienze concrete nelle quali l’amore si rivela come l’energia che rimette in moto ciò che sembrava morto».
Il Meeting 2026 vuole verificare se questa forza sia davvero la chiave per comprendere la realtà e viverla pienamente: un amore che non cancella le differenze, ma le fa danzare insieme, che ci porta fuori da noi stessi per ritrovare il nostro io più vero e più grande, per rimettere in cammino un mondo che sembra essersi fermato. Caro Bernhard, non saprei descrivere in modo più adeguato la Pentecoste del Sudetendeutscher Tag al Meeting Brno: abbiamo sperimentato questa forza. Persone divise dalla storia sono diventate, attraverso l’incontro, pellegrini della riconciliazione; antichi avversari hanno scoperto di essere vicini e amici; e coloro che fino a ieri avevano paura di parlare sono venuti, hanno visto e hanno iniziato a invitare altri alla stessa esperienza. La storia si è rimessa in movimento. E con essa il nostro stupore.
Arrivederci a Rimini!
David Macek Meeting Brno









