Omaggio al metropolita Filaret, l’uomo del dialogo

14 Gennaio 2021

È scomparso lo scorso 12 gennaio all’età di 85 anni, dopo un lungo ricovero in ospedale avendo contratto il Covid-19, uno degli interlocutori più autorevoli della Chiesa Ortodossa, per il Meeting e per l’intera Chiesa Cattolica. Il metropolita di Minsk Filaret Vachromeev è stato un autentico uomo del dialogo: emblematica l’immagine dell’abbraccio con il cardinale Péter Erdö, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa, al Meeting nel 2010. «Lo ricordo con tanto devoto affetto, anche per averlo conosciuto in un viaggio a Minsk. Mi aveva colpito la sua fede, la sua amicizia con noi e come aveva tirato su intorno a sé gruppi di adulti e come faceva loro compagnia. Un grande uomo», commenta Emilia Guarnieri, già presidente del Meeting.
Non esita a definirlo “padre” e “amico” la professoressa Giovanna Parravicini, della Fondazione Russia Cristiana. A lei abbiamo chiesto un ricordo del Metropolita. «È stato lui a “tenere a battesimo” la nostra presenza in Russia all’inizio degli anni ’90, accettando – in tempi durissimi per il dialogo cattolico-ortodosso – di diventare uno dei membri fondatori del Centro “Biblioteca dello spirito”», racconta la ricercatrice. Negli anni post Perestrojka, Filaret fondò una facoltà teologica aperta ai laici, promosse convegni con relatori illustri sui temi della dottrina sociale, della cultura, dell’educazione, dell’ecumenismo. «In lui colpiva la libertà di pensiero, il fine umorismo, il rispetto per la cultura laica, per ogni “seme di verità” che scopriva, con gratitudine, nelle persone». C’è chi giura di avergli sentito dire, una volta: «Un musicista rock, rotto ad ogni esperienza, a volte mostra un senso religioso più profondo di qualunque buon parrocchiano… La soluzione dell’enigma è semplice e chiara, l’ha espressa magnificamente in una poesia Bulat Okudžava: “Ma l’anima, questo è sicuro, una volta passata attraverso il fuoco diventa più giusta, più misericordiosa, più vera”».
Era attratto dall’arte e dalla bellezza, «in quanto espressioni del vero, strumenti per eccellenza in campo educativo: ricordo, ad esempio, a Minsk, la prima della rappresentazione teatrale dell’Annuncio a Maria di Claudel, nella traduzione di Ol’ga Sedakova; oppure l’attenzione e le domande del metropolita dopo una mia lezione sull’iconicità della pittura di William Congdon».
L’uomo del dialogo. Tra il 1968 e il 1989, prima come collaboratore poi come esarca infine come presidente, Filaret è al servizio nel dicastero più “politico” dell’ortodossia russa, quello per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. «Sono anni tutt’altro che facili, in cui la Chiesa si trova a dover fronteggiare i tentativi delle autorità sovietiche di usarla come strumento di propaganda in Occidente e di trasformare il lavoro ecumenico in un ambiguo gioco politico. La sua concezione di unità, al contrario, è senza alcuna ambiguità», spiega Parravicini. «L’ecumenismo autentico era per lui legato alla passione missionaria: “L’essenziale nella Chiesa non è la somma del sapere, o l’assenza di peccato, e neppure una meticolosa osservanza dei riti. Tutti gli sforzi della Chiesa di Cristo sono volti in ultima analisi a custodire e far venire alla luce la natura originaria, autentica di ogni uomo, cioè a metterlo in grado di rendere gloria, attraverso di sé, a Dio che l’ha creato a propria immagine e somiglianza. Finché gli uomini continueranno ad avere questo desiderio, la società avrà un futuro”».
Nel video un estratto dell’intervento del metropolita al Meeting nel 2010