Mattone su mattone. La forza dei legami

Agosto 2025
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Come si può avere fiducia quando tutto sembra crollare? A questa domanda cruciale, che interpella ogni uomo di fronte a guerre e divisioni, ha risposto l’incontro “Mattone su mattone. La forza dei legami”. Moderati da Giorgio Vittadini, i relatori hanno mostrato che la speranza non è un’attesa vana, ma un’opera concreta che riparte dal basso. Dalle cooperative sociali di Carpi che assistono persone con fragilità, al sostegno scolastico nel Rione Sanità di Napoli; dal delicato lavoro di tutela dei minori, alla fruttuosa collaborazione tra Terzo Settore e istituzioni nelle Marche, sono emerse storie di “minoranze creative” che, senza attendere soluzioni dall’alto, ricostruiscono il tessuto sociale. La riflessione finale del Cardinale Matteo Zuppi ha richiamato tutti al valore della gratuità e a un’alleanza per una speranza che non delude, perché fondata su legami reali che generano futuro. Leggi il testo dell’incontro.

MATTONE SU MATTONE. LA FORZA DEI LEGAMI

Domenica 24 agosto 2025
Ore 15:00
Auditorium D3

Intervengono

S.Em. Card. Matteo Maria Zuppi, presidente CEI, arcivescovo di Bologna. Testimonianze di Paolo Gobbi, presidente Centro servizi per il volontariato delle Marche e Luigino Quarchioni, Forum terzo settore Marche; Chiara Griffini, presidente Servizio Nazionale per la tutela dei minori della CEI; Maila Quaglia, Cooperativa Sociale Nazareno; Genny Guariglia, presidente Associazione Icaro, Napoli. Modera Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà

GIORGIO VITTADINI

Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo “Mattone su mattone: La forza dei legami”, che, come vi dirò adesso, ha come relatori costruttori dal basso della società e un grande valorizzatore di queste costruzioni che è Sua Eminenza Cardinal Zuppi, che ringraziamo subito infinitamente per la sua presenza. Se volete, la domanda non è una domanda da specialisti, ma è una domanda che abbiamo tutti: “Ma come si può sperare, aver fiducia in un momento in cui sembra che venga giù tutto? Ci sono le guerre, non si riesce a mettersi d’accordo, gli stati confliggono eccetera, eccetera. Come si può aver fiducia senza pensare che bisogna rifugiarsi nel piccolo e bello dimenticando il resto?

Allora io faccio riferimento a due frasi, una che ha segnato il pontificato di Papa Ratzinger, quello sulle minoranze creative, che il giorno in cui morì Giovanni Paolo II, Ratzinger era a Subiaco e disse: “In questo momento in cui viene giù tutto bisogna ripartire da minoranze creative, da luoghi dove si ricomincia a vivere la vita come era San Benedetto”. Era venuto giù tutto, stava venendo giù tutto e lui in quel posto che ancora sembra irraggiungibile adesso, quando fuori da Roma ha cominciato a costruire qualcosa che ha cambiato la società. Questa frase riecheggia un’affermazione del filosofo americano Alasdair MacIntyre che fu ripresa più volte da don Giussani, che diceva: “Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica, in quel momento, si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l’Impero Romano. Il compito che invece si prefissero fu la costruzione di nuove forme di comunità entro cui la vita morale potesse essere sostenuta”.

Allora, qui il tema che va sul titolo è “La forza del legame”. Cosa vuol dire la forza del legame? Cosa vuol dire l’idea di rapporti che rinascono, come vedrete, in luoghi che sembrano in situazioni impossibili, senza aspettare che il potere sia in grado di ricostruirle? La forza di legami rimette lì qualcosa che è una novità da subito per qualcuno. In quei punti qualcosa di buono rinasce, non aspetta l’impero che si puntelli, ma lì qualcosa di buono nasce. Questo non è un principio, diciamo, solo morale, è un principio fondamentale della dottrina sociale della Chiesa che è l’idea della sussidiarietà. La sussidiarietà, che fu proclamata nel ‘31 nella Quadragesimo Anno, sull’idea del che nessuna realtà a livello più alto può sostituire qualcosa che parte bene dal basso, ma che oggi nel 2025 dice qualcosa in più, che non è solamente un problema di organizzazione, ma che il punto di partenza sono luoghi dove rinasce l’umano, dove invece che l’egoismo dei singoli attraverso la mano invisibile porta al benessere collettivo nell’economia, o “homo homini lupus” in politica, il desiderio, la fede, l’ideale, ricostruiti lì danno la forza di una costruzione nuova lì che diventa poi piano piano un esempio che va in generale. E pensate che a tal punto oggi è sentito da tutti che un principio del genere l’ha ripreso l’ex governatore della Banca dell’India, Rajan, un grande economista a livello mondiale che ha scritto un libro dal titolo “Il terzo pilastro”, in cui dice: “Non basta più lo stato il mercato, ci vogliono luoghi dove rinasce qualcosa di nuovo”. Noi stiamo scommettendo su questo metodo, stiamo continuando a riportare e vedrete oggi cosa vuol dire. Poi sentiremo da Sua Eminenza Don Matteo, il cui nome è evocativo... Quindi, per vedere cosa voglia dire, infatti finisco questa introduzione dicendo due cose.

Prima, che questo porta non solo alla società, ma uno slogan che può essere strano tra di noi, ma che è più società, più stato, non più, come dicevamo magari 30 anni fa, solo più società meno stato, ma più società e più collaborazione con la pubblica amministrazione, tutti insieme, dato il problema. Come ci ha detto alla Fondazione per la Sussidiarietà, a cui abbiamo dato il primo premio sussidiarietà al presidente Mattarella, che ci disse: “La sussidiarietà, in primo luogo espressione e garanzia di libertà per le persone e i corpi sociali che concorrono all’interesse generale e che nella pluralità degli apporti si adoperano per rigenerare continuamente quei valori di umanità e di corresponsabilità che rappresentano uno dei portati più preziosi del nostro modello sociale, del modello sociale europeo”. Quindi un Presidente della Repubblica che sposa questo metodo e ci sentiva a costruirlo. Quindi noi qua oggi non parliamo del piccolo e bello, ma stiamo parlando di qualcosa che guarda tutto in generale e spera di essere metodo. Quindi sono molto curioso di sentire oggi cosa voglia dire e quindi introduco a questo punto, oltre a Sua Eminenza che ho già introdotto, i nostri interlocutori che sono innanzitutto Maila Quaglia, cooperativa sociale Il Nazareno, che ci racconterà di un’esperienza impressionante all’interno di persone portatrici di handicap nella città di Bologna. Poi Genny Guariglia, presidente dell’associazione Icaro a Napoli, che è nel Rione Sanità. Napoli non è solamente quello di negativo che si dice proprio lì. E poi abbiamo Chiara Greffini, presidente del Servizio Nazionale per la Tutela dei Minori della CEI, che ci racconta che anche quando ci sono situazioni difficilissime, si può riprendere. E infine abbiamo tra di noi Luigino Quarchioni, che è del Forum del Terzo Settore delle Marche e Paolo Gobbi, presidente del Centro Servizi per il Volontariato delle Marche, che ci mostrerà come questo ha a che fare col pubblico. Quindi un piccolo film che ci interessa vedere. Allora, do la parola innanzitutto a Maila. Prego.

MAILA QUAGLIA

Grazie, buonasera a tutti e grazie Giorgio. Io porto oggi la mia testimonianza pescando proprio dall’etimologia della parola “testimone”, colui che attesta, non colui che fa. La mia, anzi non avrei dovuto essere qui a parlare di quello che vi racconterò, ma coloro che hanno iniziato l’opera del Nazareno. Il mio contributo si inserisce in una lunga storia che parte da due collaboratori di un sacerdote negli anni ‘80, Sergio Zini e Marco Viola, attuali presidente e vicepresidente della rete delle cooperative Nazareno, che hanno avviato il primo centro diurno in un modesto luogo di una scuola alberghiera fondata negli anni ‘50 da questo sacerdote illuminato. Siamo nella città di Carpi, in provincia di Modena. Non c’è spazio per raccontare la storia di quest’uomo illuminato che nel dopoguerra inizia una serie di iniziative, tra le quali la più importante questo istituto alberghiero, per dare opportunità a giovani rimasti orfani dalla guerra e anche alle loro famiglie l’opportunità di una professione, di un lavoro, ma soprattutto le opportunità di una speranza di ricostruzione. Qualche anno fa qui al Meeting ci fu una mostra bellissima sulla storia di Don Ivo Silingardi, ma appunto oggi non è il contesto per raccontarvi di lui, mentre vi racconterò l’opera della comunione tra questi due grandi uomini che tutt’ora sono pietre vive di questa rete di cooperative dai quali tutto è nato, insieme a questo sacerdote. Negli anni ‘80 l’emergenza principale del territorio, ma un po’ in tutta Italia, non erano più i ragazzi rimasti orfani dalla guerra, ma cercare delle risposte per ragazzi con disabilità, di cui si veniva a conoscenza raramente perché erano sostanzialmente chiusi in casa. La cellula germinativa della cooperativa Nazareno nasce attorno a dare risposta a questi ragazzi, iniziando con l’apertura di un centro diurno e poi, seguendo le loro domande, le loro esigenze, è nato tutto quello che oggi abbiamo: una rete di cinque cooperative sociali che si sono strutturate poi negli anni ‘90 quando la legge ha permesso la nascita delle cooperative di tipo A e di tipo B, le une per l’assistenza e la riabilitazione e le cooperative di tipo B per l’inserimento al lavoro di persone svantaggiate. Il tutto è nato seguendo i bisogni delle persone, i loro desideri. C’è un aneddoto che ho piacere di condividere con voi, di Cesare che frequentava il centro diurno, è ancora oggi con noi, che disse a Marco: “Marco, mi hai imbrogliato, perché non hai ancora, mi avevi detto che mi aprivi il Nazareno di notte, ma il Nazareno di notte ancora non c’è”. E siccome Marco Viola era al telefono, con i telefoni che avevamo con il filo, Cesare pensò bene di recidere il filo del telefono per protestare rispetto a Marco che non aveva ancora aperto il Nazareno di notte. La prima il Nazareno di notte è nata, appunto, seguendo questo esempio che è un po’ l’emblema di tutto il resto che è nato, quindi diverse case, un centro di riabilitazione residenziale, ambiti formazione al lavoro, un centro di formazione professionale, tutto seguendo passo passo nel dialogo con l’amministrazione pubblica, che a volte ci ha favorito, a volte ci ha ostacolato, ma forse proprio per questi ostacoli la creatività si è sprigionata ancora di più. Oggi abbiamo questa grande realtà che dà da lavorare a circa 660 persone. Ci siamo resi conto di quanti eravamo quest’anno quando abbiamo fatto un piccolo pensiero a Natale per tutti i dipendenti e collaboratori. La mia storia con la cooperativa Nazareno inizia nel 2000. Cooperativa Nazareno si è sviluppata nella realtà del Modenese, Carpi in modo particolare. Io mi stavo laureando a Bologna e un direttore di un museo in centro desiderava realizzare un sogno, quello di aprire un museo gestito da pazienti con disturbi mentali e non trovò cooperative disponibili sul territorio ad occuparsi di questo progetto, che era un progetto un po’ strano, anche perché le cooperative in quegli anni erano prevalentemente occupate nell’ambito del verde, delle pulizie. La circostanza è stata fortuita. Questo direttore di un museo, che attraverso la conoscenza di un’altra persona conobbe Cooperativa Nazareno. Cooperativa Nazareno a Bologna non c’era, ma c’era Maila che cercava lavoro. Quindi io ho cominciato con la cooperativa Nazareno con questo gruppetto di pazienti usciti da un centro diurno in questo progetto di gestione di un museo in centro a Bologna. Non avrei mai immaginato che quella fu, come dire, diede il là a tutta una serie di iniziative che sono nate su Bologna nell’ambito della psichiatria che oggi ci vede impegnati nel campo della riabilitazione e dell’inserimento al lavoro. L’inserimento al lavoro si è sviluppato nell’area dei musei e non solo. Per quanto riguarda il bisogno invece di cura più intensiva negli ambiti residenziali, l’esperienza che più è significativa della nostra realtà è una residenza psichiatrica che accoglie persone giovanissime con disturbi mentali importanti. Questa struttura si chiama Casa Mantovani. È l’esperienza che drena la maggior parte delle mie energie e a distanza di un paio di anni dalla nascita di questa struttura nel 2006, di lì a poco sono nate altre iniziative sempre sulla salute mentale su Bologna, come dei gruppi appartamento, perché si è posta subito l’esigenza di dare una continuità post-residenza alle persone che non potevano rientrare al proprio domicilio. Questa è la realtà forse più complessa che ci troviamo di fronte ai nostri occhi oggi, perché è una realtà che chiede oltre che un saper fare, soprattutto un saper essere e un saper modellarsi rispetto ai bisogni emergenti, perché non immaginate una comunità psichiatrica come l’immaginario collettivo ce la può far immaginare, ma è un luogo, una casa dove sono accolti giovanissimi dai 18 ai 25 anni, che sono giovani che portano in modo caricaturale quelli che sono i dilemmi, i drammi che vive la generazione attuale, generazione che è segnata da un’antropologia che ha fatto dell’individualismo, della performance, delle bandiere di successo e di, come dire, di sviluppo della personalità, ma sono proprio quelle categorie che hanno messo in grande difficoltà tanti giovanissimi che hanno potuto difendersi dalle loro angosce interne facendo sintomi psicopatologici. Io credo che questa società sia una società che per questa antropologia ammala e questi giovani gridano che c’è qualcosa che dobbiamo cambiare. Innanzitutto dalle categorie con cui strutturiamo le nostre esistenze. Nell’invito a questo incontro Giorgio ha chiesto, ha fatto due domande: cosa il non profit può portare nella società. Io credo che il non profit, proprio perché ha alla base una posizione di una partenza di gratuità, un senza tempo mai, un senza tempo fine mai, porti uno slancio vitale di creatività, di desiderio, di voglia di costruire che nessun progetto a tavolino è in grado di mettere in campo. All’amministrazione pubblica ugualmente, noi portiamo un sano scompiglio, perché i progetti non possono nascere a tavolino, ma nascono da nomi e cognomi che si incontrano, da legami che si stabiliscono e che chiedono nel nostro lavoro un ripensamento giorno dopo giorno. La cosa che mi auguro e spero che questo incontro sia seguito anche da chi ci governa a livello locale, a livello regionale, nazionale, è di non fare attenzione a non inaridire queste esperienze propulsive che vengono appunto da chi si mette insieme per rispondere a dei bisogni, perché c’è una deriva di “managementizzazione”, perdonatemi il neologismo, a cui in qualche modo chi fa delibere e leggi ci vuole portare, che è una deriva, a mio avviso, molto pericolosa. Un esempio, per intenderci, la nostra realtà è nata con uno slancio e una vocazione riabilitativa molto forte. Oggi siamo finiti nella normativa delle case di cure private, perché siamo nel filone della riabilitazione e nell’ambito della sanità. Ecco, la grande sfida è quello di cercare di armonizzare queste richieste istituzionali con il cuore e i volti delle persone che si incontrano in una sfida non semplice anche per la disparità che c’è di risorse in questo settore, ma soprattutto perché siamo come guardati senza che chi ha il compito di fare delle leggi per noi ci conosca direttamente. Ringrazio del vostro ascolto e io mi fermerei qua, Giorgio, spero di essere stata nei tempi. Allora, passiamo da Bologna a Napoli con Genny.

GENNY GUARIGLIA

Vedremo un video per iniziare.

VIDEO

GENNY GUARIGLIA

Allora, come avete visto dal video, l’associazione Icaro è un’associazione che aiuta i ragazzi nello studio, però vorrei provare a raccontarvi quello che c’è dentro tutto quello che noi viviamo lì ad Icaro. L’associazione nasce dal desiderio di un gruppo di insegnanti e non, di dar vita a un luogo che potesse aiutare i ragazzi nella fatica dello studio, ma che soprattutto potesse condividere con loro la vita. Li aiutiamo, sono perlopiù ragazzi delle scuole superiori, quindi li aiutiamo nello studio delle varie discipline e facciamo lezione di italiano ai ragazzi stranieri (ce ne sono tanti, come avete visto anche dal video). Lavoriamo con le scuole del territorio. Il quartiere Sanità ha una densità altissima, quindi ci sono tantissime scuole intorno al nostro centro. Lavoriamo quindi con le scuole, con le famiglie e con il sostegno di Don Enrico Assini, che è il parroco del borgo. Quello che ho visto accadere in questi anni è che per i tanti ragazzi, i tanti volontari che poi si sono aggiunti a quel piccolo nucleo iniziale, Icaro diventa una famiglia. Famiglia è la parola che più ricorre quando loro raccontano l’esperienza da noi, penso perché c’è un clima di amicizia tra noi, un certo modo di vivere i legami tra noi che colpisce chi ci incontra e colpisce anche me. In particolare, personalmente ne ho potuto fare esperienza nell’ultimo anno e mezzo, perché nel dicembre 2023 io ho perso mio figlio di 18 anni Vittorio, a cui ora è intitolata la nostra associazione. Io sono tornata lì a Icaro subito dopo la sua morte e quando tornavo a casa la sera facevo una strana esperienza: avevo il cuore in pace e non riuscivo a spiegarmelo. Mi chiedevo: “Com’è possibile che nel mio cuore, dove c’è tanto dolore, c’è anche l’esperienza della pace?”. Mi sono accorta di questa cosa. Allora, che attraverso i volti che incontravo, attraverso le storie che lì incontravo, io vedevo accadere un miracolo, cioè il miracolo dell’umano che rifiorisce. Lì mi è evidente che la paura, il dolore, la fragilità non sono l’ultima parola sull’essere umano. Nicodemo aveva chiesto a Gesù: “Può un uomo rinascere quando è vecchio?”. Ecco, io dico sì, può rinascere. Può rinascere a 80 anni, che è l’età della volontaria più anziana che abbiamo, può rinascere a 15 anni, a 18 anni. Vista la brevità del tempo, vi voglio citare solo due esempi, due fatti accaduti quest’anno. Uno riguarda l’incontro con Ilaria, una ragazza che ha abbandonato la scuola a un certo punto. Quando è venuta a Icaro, lei attraversava un periodo di buio profondo, pensava che la sua vita non valesse più niente e che quella vita potesse anche finire lì. Poi l’ho vista piano piano uscire dal buio perché si è accorta, forse, semplicemente che qualcuno la stava aspettando così com’era e poco tempo fa ha scritto questo. Ha scritto: “Ho incontrato un luogo dove ho iniziato a respirare di nuovo, dove non c’era fretta di essere a posto, ma tempo per essere fragili. Ho incontrato persone che hanno saputo esserci in silenzio, con rispetto, con cura, senza mai dirmi cosa dovevo fare, ma facendomi capire che potevo farcela. Oggi so che si cade, ma so che ci si può rialzare grazie a qualcuno che ti fa capire che nonostante tutto meriti di essere visto e che ogni vita ha ancora dentro di sé questa possibilità. Io questa possibilità l’ho trovata grazie a Icaro”. Ilaria poi si è diplomata e oggi viene ad Icaro ad aiutare i ragazzi più piccoli. L’altro incontro che volevo condividere con voi è con Marco, questi sono nomi di fantasia, un ragazzo che nella vita ha commesso errori gravi che lo hanno portato nel carcere minorile. Quando poi è uscito è venuto a Icaro, si guardava intorno e dopo un po’ mi ha detto: “Ma qua è tutto gratis, vero?”. E io ho detto: “Sì, perché?”. Lui mi fa: “Perché lo sento”. Cioè, gli chiedo che significa e mi dice: “Anche se sono finito in carcere io la gratuità la riconosco perché l’ho imparata da mia madre e qui la vedo”. E mi ha detto: “Questo è un posto dove si può tornare quando uno non sa più dove andare”. Ecco, questi sono solo due dei tanti fatti che ho visto accadere davanti ai miei occhi. Allora, per chiudere, mi torna alla mente la frase che Don Giussani diceva: “Nessuno genera se non è generato”. Essere generati, riconoscere che la vita è un dono, che Qualcuno (con la Q maiuscola) in questo momento, in questo istante, ce la sta donando e che questa vita diventa più se stessa, più vera, più bella se la possiamo condividere con gli altri. Ecco, questa è l’esperienza che io vedo accadere lì ad Icaro.

GIORGIO VITTADINI

Da due luoghi ha una condizione che sembra irrecuperabile e che invece ritrova anche qui una speranza. Chiara Griffini, presidente del Servizio Nazionale Tutela dei Minori della CEI. A lei la parola.

CHIARA GRIFFINI

Grazie, buon pomeriggio a tutti. Confesso che quando ho letto il titolo del Meeting di quest’anno mi è venuto spontaneo pensare alla mission del servizio tutela, ovvero entrare nel deserto della fiducia della vita, del silenzio, della solitudine generata dall’abuso, dall’abuso accaduto in ambienti ecclesiali e lì mettere in moto davvero processi di rigenerazione. Nei “Cori della Rocca”, Eliot ci dice che non possiamo ricostruire solo con quello che rimane, ma servono dei mattoni nuovi, quindi dei gesti nuovi, delle parole nuove, delle relazioni nuove. E siamo consapevoli nella nostra missione che non sono sufficienti strumenti e procedure, servono persone informate, reti di ascolto, competenze condivise e anche comunità tutelanti, ovvero comunità che all’interno dei loro percorsi educativi immettono la formazione alla tutela, perché la parola “tutelare” nella sua etimologia “tueri” significa “guardare”, e l’educazione ha come suo primo movimento fondativo il guardare, l’osservare. E questo ci dice già che parlare di tutela non è solo prevenire e contrastare gli abusi, ma è anche soprattutto promuovere il bene relazionale che anima ogni forma di vita comunitaria, ovvero avere cura che le nostre relazioni siano relazioni che per ciascuno di noi ci facciano sempre e comunque evolvere a livello individuale e a livello sociale, ma soprattutto che gli ambienti che abitiamo e anche gli ambienti ecclesiali, siano ambienti in cui il rispetto e la dignità siano dei valori inviolabili, valori inviolabili che consentono di rendere ciascuno custode dell’altro, di fare in modo anche che l’esercizio dell’autorità sia sempre solo all’insegna del servizio e non diventi mai un’appropriazione, quindi l’altro è roba mia, oppure un’usurpazione. Ecco, per fare questo serve un lavoro formativo delicato ed è la prima via che abbiamo messo in campo come Chiesa italiana attraverso le linee guida, il cui principio cardine parla proprio di una responsabilizzazione comunitaria. Si dice infatti che ciascuno può e deve fare la sua parte. Per fare cosa? Per essere davvero quel fattore esterno che fa la differenza, che impedisce al contesto di essere annebbiato, che permette di fare in modo che una relazione non deflagri mai dalla sua finalità generativa. Ma al cuore di tutto questo trovo un altro passaggio delicato che vorrei condividervi, che è l’ascolto di chi è stato ferito. Infatti il secondo principio delle linee guida della Chiesa italiana è proprio denominato “Ascolto e accompagnamento delle vittime”, perché l’ascolto è proprio la prima forma di prevenzione. E non è a caso allora che accanto ai servizi diocesani di tutela minori che promuovono l’attività formativa educativa ci sono anche i centri di ascolto, che sono quei luoghi nei quali chiunque ritiene di poter essere vittima di abuso o anche familiari o persone che ne sono a conoscenza possono rivolgersi per presentare la loro segnalazione all’autorità ecclesiastica. Ma dico anche un punto importante che chiunque si rivolge a questi centri viene sempre edotto della possibilità di rivolgersi anche alle competenti autorità civili. Dicevo, si chiamano centri di ascolto perché al centro mettiamo la persona con i suoi bisogni, con la sua domanda di verità e di giustizia. E allora vorrei proprio prestare la voce alla mamma di un minore vittima di abusi che nella scorsa giornata nazionale ha scritto in una delle riflessioni proposte: “Ma ecco che nel disorientamento e nel frastuono dello scandalo, discreta e delicata, giunge la presenza della Chiesa che ferita a sua volta non rinuncia a prendersi cura di chi è stato tradito nella fiducia accordata e con i centri di ascolto dapprima sostiene le famiglie aiutandole a raccontare. Poi, attraverso l’intervento di vescovi e collaboratori e per mezzo di iniziative concrete, dimostra il suo impegno nel dare nome e visibilità a questi atti, nel chiamarli con il loro nome e nel definirli per ciò che sono: abusi della buona fede di tanti ragazzi, abusi della loro fiducia spontanea e innocente, abusi della credibilità del messaggio evangelico, ma soprattutto reati da denunciare alle competenti autorità ecclesiastiche e civili”. Questa è una parte delle riflessioni che l’anno scorso sono state rese pubbliche in occasione della giornata nazionale che la Chiesa italiana ha voluto dal 2021 il 18 novembre di ogni anno, in coincidenza con la Giornata (adesso diventata Giornata Internazionale, allora era solo Giornata Europea contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale di minori) questo era solo per dire anche come la Chiesa si colloca in rete con la società civile per contrastare la piaga degli abusi, non solo al proprio interno ma perché la tutela diventi linguaggio universale. Se questo primo frammento ci permette di mettere a fuoco il mattone dell’ascolto, vorrei leggervene un secondo che invece ci offre un altro mattone altrettanto importante. Ed è un frammento della riflessione di una coppia di genitori che trovate sempre sul sito del Servizio Nazionale Tutela Minori: “All’esplodere dello scandalo, la nostra comunità si è immediatamente divisa tra gli accusatori dell’abusatore, feriti e risentiti da quanto subito, e i suoi sostenitori, irragionevolmente ciechi di fronte all’evidenza dei fatti. In un istante, anni di amicizia umana e di fraternità cristiana hanno lasciato spazio alla lotta tra le fazioni. Quello che ci stupisce e ci amareggia di più è che il criterio della divisione sia stato ancora una volta la persona dell’abusatore. Chi con lui, chi contro di lui. Una difficoltà enorme a trascendere la circostanza, a trascendere l’abusatore per mettersi nelle braccia del Signore e farsi curare da lui. La gerarchia ecclesiale e l’esperienza religiosa che stavamo seguendo hanno espresso giudizi di verità, di misericordia su quanto era accaduto, si sono da subito attivate perché la comunità non implodesse e per mitigare i conflitti tra le persone. Purtroppo è passato più di un decennio prima che altri nella chiesa si occupassero di chi aveva subito l’abuso in prima persona o per legame familiare”. Ecco, ho voluto leggere questo frammento perché credo ci dica una cosa importante, un mattone nuovo che dobbiamo assolutamente mettere, quello di chi ha il coraggio di segnalare, non come colui o coloro che hanno causato lo tsunami, ma come colui, colei o coloro che vogliono richiamare la comunità a ritrovare la forza di quel legame e a fare un serio lavoro di revisione perché davvero la comunità comprenda non semplicemente come è potuto accadere, ma come ha fatto in modo che appunto l’esercizio magari dell’autorità diventasse un’appropriazione, un’usurpazione o come la fiducia riposta nelle relazioni venisse tradita. Voglio però concludere con un terzo mattone che viene dal commento biblico per la scorsa giornata. È un commento che vi invito ad andare a rileggere, perché è la storia di una vittima che ha riletto quanto ha subito attraverso la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli e ha presentato davvero l’abuso nei contesti ecclesiali come la storia di una fraternità che si è rotta, ma di una fraternità che può rinascere. E dice così: “Senza un perdono autentico che implichi sia il cammino di chi deve offrirlo che di chi deve riceverlo a vari livelli, nessuna fiducia possibile, nessuna veste può essere tessuta, si rimane nudi e soli, vittima e aggressore. Qualsiasi toppa si cerchi di adattare allo strappo inflitto non sarebbe altro che peggiorare”. Ecco, credo che questo ci permetta di comprendere come il mattone nuovo è uno sguardo nuovo sull’abuso che è diverso da qualunque altra forma di reato, perché solo se guardiamo all’abuso in questo modo potremmo allora veramente intraprendere percorsi autentici di guarigione per chi è stato ferito, ma anche di rieducazione di chi ha ferito, perché la Chiesa non dimentica nessuno e perché davvero ci sia un’azione di riparazione, di giustizia e di prevenzione per tutti. Grazie.

GIORGIO VITTADINI

Allora, passiamo alla domanda successiva. Ma queste cose possono collaborare con la pubblica amministrazione? Quindi la parola a Paolo Gobbi, come ho detto presidente del Centro Servizi per il Volontariato delle Marche, e Luigino Quarchioni del Forum del Terzo Settore delle Marche. Prego.

PAOLO GOBBI

Grazie e buonasera a tutti. Camminando questa mattina dentro al Meeting insieme a Luigino e a Guido Canavesi, mi ha colpito un dato, che sette milioni di italiani fanno volontariato. Noi come Forum del Terzo Settore (Luigino è portavoce e io come CSV Marche) cerchiamo proprio di sostenere e supportare queste persone e associazioni. Il Forum è un ente più politico (ha 33 associazioni di secondo livello) e il CSV dà un supporto tecnico operativo. Il CSV sostiene a livello di formazione, di consulenza, di partecipazione ai bandi e tutti i servizi gratuiti. Però ci siamo resi conto, appunto, che non basta stare da soli, ma che dovevamo instaurare un rapporto con le pubbliche amministrazioni, un rapporto sinergico e forte. Così nel 2020, da un’intuizione del mio predecessore Simone Bucchi, abbiamo incominciato un rapporto che ci ha portato a instaurare cinque progetti con la Regione Marche, finanziati dalla Regione Marche, nei quali associazioni, le grandi reti insieme alle piccole associazioni (che sono più di 700 nelle Marche e 450 fanno parte del CSV), e abbiamo cominciato a fare i progetti nei quali l’associazione continuava a fare quello che sapeva fare, la sua attività quotidiana, mentre noi supportavamo nell’attività di monitoraggio o rendicontazione e comunicazione, questo perché vogliamo essere un agente di sviluppo nel nostro territorio e volevamo farlo in maniera concreta. Da qui sono nate attività importanti. Abbiamo messo a questo tavolo le associazioni con l’ente pubblico, quindi lo Stato e la società che collaborano insieme (e sempre più insieme, come si diceva inizialmente). Ricordo le facce contente delle persone e dei presidenti di queste associazioni che già dopo il primo progetto, dopo il primo anno, trovavano un’utilità, una corrispondenza in questo, cioè una corrispondenza nell’utilità che il CSV e il Forum gli davano, e dei rapporti e delle relazioni tra di loro che crescevano e che si sviluppavano, quindi un rapporto di supporto reciproco. È stato un percorso innovativo che continuiamo a portare avanti. Abbiamo fatto cinque progetti. Il primo progetto abbiamo chiamato “Riesco”, anche se non eravamo sicuri di riuscirci, ma alla fine l’abbiamo fatto con molta soddisfazione. Il secondo l’abbiamo chiamato “Facciamo rete”: l’intento nostro era proprio quello di mettere in rete le associazioni del territorio e di farle collaborare fra di loro, perché fino a quel momento in maniera autonoma si collaborava. Ripensando poi al titolo del Meeting (come diceva il card. Zuppi stamattina alla Messa) ciascuno di loro era un mattone che da solo stava in piedi e dava un supporto in un momento di crisi come era nel Covid, nel 2020, però, ecco, abbiamo aiutato, abbiamo agevolato la costruzione e il fatto di mettere un mattone di solidarietà accanto all’altro per costruire una casa, per costruire una struttura dentro la quale si potesse creare una comunità, una comunità di interessi, una comunità di incontro, una comunità di valori. Questo è stato riconosciuto, tant’è che le associazioni sempre più vogliono partecipare a questi progetti, a questi momenti di collaborazione con l’ente pubblico. E concludo, citando anche l’ultimo progetto che abbiamo fatto, una progettazione condivisa (mentre gli altri progetti erano dei bandi semplici, in questo caso abbiamo proprio collaborato con l’assessore Biondi e la Regione Marche, con il CSV e il Forum che hanno appunto facilitato questo incontro, e con gli assessori del territorio non però tramite un bando, ma tramite una condivisione di bisogni). Abbiamo fatto un percorso che è durato molto ed è stato complesso, ma è stato vero, perché ne è scaturita una sussidiarietà circolare direi, per citare Zamagni, che ha aiutato tutti, perché per capire i bisogni e poi per capire anche l’uomo che vive nel nostro territorio nella Regione Marche, che viene supportato, ecco, in questo. Quindi è stato sicuramente, per rispondere alla domanda, è possibile collaborare insieme. Bisogna mettere da parte magari un po’ di autoreferenzialità e ripensando a questi cinque anni e questi cinque progetti che abbiamo fatto, mi colpiva l’importanza dei corpi intermedi, perché solamente i corpi intermedi con lo Stato, con l’ente pubblico, possono supportare concretamente la nostra società. I corpi intermedi non possiamo prescinderne perché sono veramente il cuore del nostro paese, del nostro Stato e solamente integrando quindi l’ente pubblico, avendo più Stato e più società, tramite questi corpi intermedi, possiamo mantenere quella coesione sociale, quell’innovazione sociale che è veramente il cuore del nostro Paese. Grazie.

LUIGINO QUARCHIONI

Buon pomeriggio a tutti. Come dire, ringrazio Paolo che già mi ha ampliato e ha raccontato i cinque progetti. Sono lì, diciamo, sul monitor, ma li dico molto velocemente perché magari mi sta a cuore restituirvi un po’ l’insegnamento dopo questi cinque anni di esperienza sulla sussidiarietà su cui Vittadini ci chiamava a riflettere. I cinque progetti sono stati fatti in cinque anni: Riesco, Facciamo rete, Viridee, Welfare Cult e l’ultimo è Radici. Radici è ancora in piedi e terminerà a settembre del prossimo anno. Sono cinque progetti che si sono adeguati nei tempi. Il primo, che era Riesco, rispondeva al Covid, alle domande, ai bisogni, alle drammaticità che in quel momento bisognava provare a rispondere. Subito dopo, quello “Facciamo rete”, si è incominciato invece a capire quali erano le ferite che aveva lasciato il Covid e la pandemia, per cui lavoravamo più sull’acuirsi di alcuni bisogni, di alcuni desideri, li chiameremo anche desideri. Poi “Viridee” ci siamo un po’ più dedicati agli enti del terzo settore, perché anche il Covid ha cambiato il sistema dei rapporti degli enti terzo settore. Non eravamo preparati a una rivoluzione del genere. Abbiamo dovuto riorganizzare le squadre, i volontari, rimotivarli, ridargli una visione del cambiamento che c’era in piedi. Poi “Welfare Cult”, attraverso il senso delle iniziative culturali nel modo più largo, più immaginabile possibile, abbiamo provato a condizionare e a cambiare la comunità, in meglio. E l’ultimo è “Radici”, che c’ha un elemento molto nuovo, molto impegnativo. Abbiamo chiesto nel confronto con la Regione Marche (per cui la Biondi, l’assessore, e Simone Bucchi, il CSV l’ha citato prima Paolo, che sono le persone, donne e uomini che hanno creduto in questo) abbiamo chiesto e condiviso con la Regione che un terzo delle risorse del terzo progetto noi le avremmo destinato a tutte le altre associazioni piccole di quartiere che avrebbero presentato progetti. È un percorso anche sotto l’aspetto amministrativo molto coraggioso, molto nuovo e siamo in questa fase, anche maturo e responsabile, perché le 18 reti che rappresentano 800 presidi territoriali hanno responsabilmente detto che una quota di questi soldi devono andare per il bene delle tante associazioni per le cose che facevano sul territorio.

Vado ai numeri, ma ne cito uno per tutti, poi gli altri sono sotto. Semplicemente i servizi che abbiamo fatto nei primi quattro progetti sono 247.116. Cito anche gli ultimi sei perché ognuno di questi immaginate quello che significa, che è significato per noi e che ha significato per la comunità marchigiana. Poi vado e chiudo restituendovi tre, diciamo, sensazioni, tre insegnamenti che in qualche modo ci ha dato questo progetto. Il primo: dalle crisi spesso nascono cose buone. Il Covid, in quel momento che è nato questo progetto, noi avevamo una domanda di bisogni e di povertà che era cresciuta, che era acuita, che era scoppiata, una rabbia sociale inimmaginabile che abbiamo tutti vissuto e gli enti del terzo settore sottodimensionati con meno capacità di avere i volontari perché aveva meno volontari, con una difficoltà a rispondere a ciò. Ecco qui il patto tra tutti gli enti che abbiamo fatto con la Regione, tra noi CSV e Forum che ha fatto l’accompagnamento, ma anche soggetti oltre gli enti pubblici, per esempio le fondazioni, le fondazioni bancarie hanno condiviso con noi un percorso che hanno accompagnato la garanzia per le fideiussioni di cui questi progetti avevano bisogno. Quando c’è un capofila che gestisce un progetto a rete, anche se una rete strutturata, non ha la capacità finanziaria, le garanzie per poter, come dire, avere fideiussioni di 2-3 milioni di euro (sono sottocapitalizzate ovviamente, la vita di tutti gli enti e della maggior parte degli enti del terzo settore). Le fondazioni sono intervenute dicendo: “Garantiamo noi il 50%”. Il 30% di quella garanzia l’ha messo la banca che emette la fideiussione e il 20% è rimasto a carico agli enti del terzo settore. Chi fa progettazione tra noi sa cosa è significata questa cosa. Ultima considerazione è tutta interna. Questo progetto ha fatto del bene al terzo settore, perché non siamo immuni alla crisi che questa società vive. Quando qualcuno ci raccontava (il Censis che stiamo dentro una mucillagine sociale dove l’io prevale sul noi e le mucillagini sono milioni di filamenti che non si toccano mai) quando, diceva, ci diceva questo, a noi ci preoccupava ovviamente e anche gli enti del terzo settore sono fatti di donne e uomini, hanno paura spesso del cambiamento. E questi progetti, cinque anni di tavoli di co-progettazione con gli enti e con gli altri soggetti, ci hanno fatto scoprire e ci hanno fatto avere meno paura di essere alleati, di condividere con altri soggetti bilanci, progetti, attività, iniziative e magari in questo percorso farsi anche da staffetta, cioè l’uno subentrava all’altra rete quando si era in difficoltà. È stato un insegnamento fantastico, molto bello, grande esperienza umana e sociale, desiderabile direi. Chiudo con una battuta che è la sensazione che mi avete restituito raccontando le cose che facciamo, che fate. Allora immaginavo il terzo settore, ma “secondo a chi?”. Mi viene da fare una domanda in un momento come questo. Grazie.

GIORGIO VITTADINI

La parola a Don Matteo.

S.EM. CARD. MATTEO MARIA ZUPPI

L’unica sarebbe dire grazie a mio parere, perché penso che abbiamo ascoltato delle testimonianze, come ha detto Maila all’inizio, che in realtà vuol dire tanta storia, tanta passione, tante realtà, tanta sofferenza, tanti deserti, perché delle situazioni che abbiamo ascoltato spesso c’è tantissima solitudine, delle difficoltà terribili. Veramente penso dobbiamo ringraziarli. Mi sono cercato due frasi della “Spes non confundit”, della bolla di quello che stiamo vivendo, di questo Giubileo, a mio parere anche di questo Meeting così particolare, perché veramente ci aiuta a capire a guardare con speranza, diceva Giorgio all’inizio e anche gli altri qualche volta dice: “Ma com’è possibile la speranza? Com’è possibile in una situazione così complicata, difficile e via dicendo, no?”. E la speranza è proprio questa. La speranza non è che quando le cose vanno bene, la speranza, anzi per certi versi si vede proprio quando non c’è speranza, è lì che la trovi. Allora, sono due frasi. Uno: “È bene prestare attenzione al tanto bene che è presente nel mondo per non cadere nella tentazione di ritenersi sopraffatti dal male e dalla violenza”. È verissimo. Poi si insinua, diventa un po’ scetticismo, un modo un po’ realistico, pragmatico, prudente. Sempre nella canzone che ho citato oggi “Le persone perbene”, che insomma, che però sono talmente perbene che se lo tengono per sé il bene, diciamo così, che non lo condividono, quindi lo perdono. E poi l’altra cosa che diceva Papa Francesco è l’alleanza, lo dicevate voi adesso, l’alleanza per la speranza sociale. Chiedeva l’alleanza e diceva che sia inclusiva e non ideologica, e che lavori per il futuro e credo che tutte quante le loro esperienze nascano proprio da questa alleanza per niente facile e per niente scontata.

E con Giorgio è chiaro che, diciamo così, parlare di sussidiarietà è proprio il tema suo, che però non è un pallino di Giorgio, per fortuna che ce l’ha il pallino e che non smette di interrogarsi, di farci interrogare, di crescere. Perché che cos’è la sussidiarietà? È l’alleanza sociale, il pensarsi insieme. È il, non mi ricordo chi è che prima ha parlato di autoreferenzialità, e che vuol dire buttar via le risorse. Noi facciamo veramente, qualche volta si capisce quando il Vangelo dice a un certo punto: “Guarda, ti sarà tolto quello che c’hai”. L’hai buttato via, l’hai sciupato, te lo sei tenuto per sé, ne hai fatto affari, non hai combinato quello che potevi fare con niente e dice: “Te lo porto via, te lo tolgo, lo do a qualcuno che lo fa fruttare”. È vero, è giusto. Cioè di fronte tanto più a tanta sofferenza uno dice: “Come facciamo?”. Ecco, questa è la sussidiarietà. Per questo credo che così una cosa specifica, un applauso, non lo dico perché, ma un applauso specifico a Giorgio che giustamente su questo è così.

Poche altre cose sul discorso del terzo settore, giustissimo. E qual è il grande rischio? È il rischio di omologarsi, di perdere quel valore aggiunto che è fondamentale. Questo è il problema, che è quel di più che deve restare come uno specifico e che è la gratuità. Prima praticamente un po’ tutti quanti voi in un modo o nell’altro, mi ha colpito che la gratuità è come mia madre. Sì, la gratuità è come la mamma che quando uno la sente, quello che c’è la gratuità, e senza la gratuità il terzo settore rischia di omologarsi, di diventare un’altra cosa, di perdersi, perché questa è una sfida. Questo non significa, anzi, a maggior ragione dobbiamo collaborare, la sussidiarietà vuol dire questa capacità, ma evitando appunto, difendendo tantissimo la gratuità come dimensione fondamentale.

Minoranza creativa. Dico soltanto delle parole che mi sembrano, le riprendo, delle parole che abbiamo ascoltato, di queste che sono state per me come delle mostre viventi, diciamo così. Vediamo le mostre, le fotografie, le cose, loro sono state un po’ delle mostre viventi o anche dei mattoni. Adesso c’è stato anche in tutti i loro discorsi, potremmo dire, molto ordinari, direi. Uno dice non c’è stato niente di straordinario, poi in realtà è tutto molto straordinario, è molto facile, molto possibile, molto necessario. Penso il lavoro che diceva Chiara per difendere i più deboli e le vittime. Ecco, niente è perduto, tutto è riparabile, sappiamo appunto che non è facile, spesso tante responsabilità e poco sostegno. Questo forse un’ultima cosa, che un tempo si sarebbe detto “i fichi secchi”, cercare di riuscire a fare dei miracoli con il niente. E questo direi che è anche la nostra forza, anche la vostra forza di mettere in piedi delle cose bellissime qualche volta con il niente. Però, se a un certo punto per andare avanti devi fare i salti mortali, non sai quanto se poi l’anno prossimo la convenzione o se invece cambia l’assessore, a un certo punto i musei diventano un’altra cosa. Faccio per esempio che diceva Maila, oppure che ci sono altre priorità e tutto viene messo in discussione.

Per questo io credo che c’è da parte invece delle istituzioni la consapevolezza di responsabilità qualche volta davvero enormi, che, diciamo, hanno diritto, direi, anche perché per avere continuità anche stabilità e stabilità vuol dire che siano riconosciuti questi sforzi, questa professionalità. Penso, sarà perché appunto sto a Bologna, quindi come dire l’ho visto quanto per esempio la delicatezza delle malattie che non si vedono, ma che si vedono, tutte le malattie, tutti i disagi. È chiaro che vuol dire, per esempio, anche in molti casi avere la necessità di una programmazione a lungo termine, di una professionalità che va che deve avere il suo riconoscimento. Se non ce l’ha o se è sempre saltuario, poi diventa più pericoloso per tutti e diventa anche un’ulteriore difficoltà per chi già ha tante difficoltà. Ecco, per esempio, in questo anche tutte le alternative, lo studio. Le altre frasi che mi hanno colpito tanto: la creatività se la inventano di tutto e per certi versi le cose che hanno raccontato e anche di tanta creatività e non mi ricordo se chi lo diceva all’inizio, poi si sarebbe detto, la necessità aguzza l’ingegno. Tant’è vero che quando stiamo bene nel benessere siamo degli animali che non capiscono, dice il salmo, ed è proprio vero, la necessità ce le fa inventare di tutti. La creatività, però, è anche un grande grido d’aiuto che deve trovare delle risposte. Appunto, la gentilezza verso se stessi, mi ha molto colpito, la gentilezza verso se stessi. Di tutti quelli, e finisco, che arrivano con gli occhi bassi. Mi ha molto colpito, è molto vero. E qualche volta, diciamo così, quelli che c’hanno gli occhi bassi e restano gli occhi bassi perché non incontrano nessuno che si abbassa per guardare negli occhi. Continuiamo a incrociare gli occhi, a essere molto creativi e soprattutto a difendere la sussidiarietà che è un modo per dare futuro a tutti.

GIORGIO VITTADINI

Allora, ringrazio moltissimo i nostri interlocutori e Sua Eminenza Cardinal Zuppi, Don Matteo, finendo con una battuta che viene da un cantante che io adoro che è Iannacci, che in “El purtava i scarp del tennis” ti dice qual è l’origine della gratuità, perché dice di questo barbone: “Pareva nessuno”. No, per noi ognuno è uno. Ognuno vale e aggiunge: “E aveva gli occhi buoni”. Perché se gli fai alzare gli occhi, vedi che questi hanno gli occhi buoni, ma gli occhi diventano buoni se uno li sa guardare e allora uno si muove e guardate che questo è anche un progetto politico. Grazie.