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VITE DONATE. L’EREDITÀ VIVA DEI MARTIRI D’ALGERIA
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Saluto introduttivo di Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS. Intervengono Thomas Georgeon, abate monastero di La Trappe, postulatore della causa di beatificazione dei martiri d’Algeria; Nadjia Kebour, docente Pontificio Istituto Studi Arabi e islamistica, PISAI; Lourdes Miguélez Matilla, suora agostiniana missionaria; S.E. Card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri. Modera Lorenzo Fazzini, responsabile editoriale Libreria Editrice Vaticana
Tra il 1994 e il 1996 diciannove religiosi e religiose cattolici, oggi beati, cadono vittime della violenza in Algeria, dove nel giro di 10 anni oltre 150mila persone, fra cui molti imam, perdono la vita. La scelta di questi cristiani di restare accanto ad un popolo martoriato, in spirito di amicizia gratuita e di condivisione cristiana, è testimonianza di una carità generosa che abbraccia l’altro con totale disponibilità. Il loro martirio ci interpella ancora; la loro prossimità con i musulmani è un’ispirazione e un esempio per tutti noi.
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BERNARD SCHOLZ
Buongiorno, benvenuti a questo incontro sull’eredità dei martiri d’Algeria. Saluto i nostri ospiti, poi faremo un applauso a tutti insieme. Sua eminenza il Cardinal Jean-Paul Vesco, Suora Lourdes Migueles Matilla, Padre Thomas Georgeon e la professoressa Nagià Kebour. Benvenuti. Siamo molto consapevoli che avete fatto anche dei viaggi lunghi, faticosi, quindi grazie anche per questo sacrificio.
Vi siamo profondamente grati per la vostra disponibilità di farci incontrare i martiri d’Algeria, per farci scoprire e riscoprire il significato degli accadimenti drammatici tra il 1994 e il 1996 che vengono illustrati in un modo straordinario nella mostra con il titolo significativo “Chiamati due volte”. Abbiamo bisogno di approfondire la consapevolezza che una vita donata può diventare una vita feconda, di grande fecondità per le sorelle e i fratelli vicini o lontani, che una vita donata, per dirla con il titolo di questo Meeting, può diventare un mattone nuovo nella costruzione di un mondo più umano, più fraterno. Il Santo Padre, Papa Leone XIV, l’ha detto nel suo messaggio al Meeting di quest’anno: “Nei martiri d’Algeria risplende la vocazione della Chiesa ad abitare il deserto in profonda comunione con l’intera umanità, superando i muri di diffidenza che contrappongono le religioni e le culture, nell’imitazione integrale del movimento di Incarnazione e di donazione del Figlio di Dio. Ed è questa la via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di dialogo della vita, la vera strada della missione, non un’auto esibizione nella contrapposizione delle identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte nella gioia e fra le tribolazioni, Gesù solo come Signore”.
Il nostro Meeting si chiama Meeting per l’amicizia fra i popoli, potremmo anche dire per l’amicizia fra le culture, fra le religioni. I martiri d’Algeria ci testimoniano in un modo straordinario proprio questa amicizia, anzi, la incarnano in un modo compiuto fino a dare la vita per gli amici che aderivano a un’altra fede religiosa. E ci ricordano che il dialogo interreligioso è sempre e prima di tutto un dialogo fra persone capaci di lasciarsi arricchire e trasformare dall’incontro con l’altro. Colgo questa occasione per ringraziare gli ideatori e curatori di questa bellissima mostra, in particolare la Fondazione Oasis con Alessandro Banfi e la Libreria Editrice Vaticana con Lorenzo Fazzini che saluto e al quale passo la parola. Grazie.
LORENZO FAZZINI
Grazie presidente Scholz, grazie di queste parole, di questo saluto. Io spendo due parole in più, se mi permettete, per presentarvi i nostri ospiti, perfetta parità di genere, come vedete, ma soprattutto ringraziandoli per questo incontro che è stato molto atteso e potremmo dire anche provvidenziale. Sua eminenza mi permetterà di rompere il protocollo dando per primo il saluto a Suor Lourdes Migueles Matilla, missionaria agostiniana in Algeria negli anni del decennio nero. Suor Lourdes è qui con noi e ci racconterà cosa ha voluto dire essere in Algeria in quegli anni e anche scappare a un attentato nel quale sono cadute due sue consorelle, Suor Esther e Suor Caridad. Jean-Paul Vesco, domenicano, come ben dice l’abito, già vescovo di Orano, la sede dove è stato vescovo Pierre Claverie, quindi un successore di un martire, e da poco tempo arcivescovo e cardinale di Algeri. Benvenuto. Nagià Kebour, algerina, professoressa al Pisai, Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’islamica, una studiosa musulmana con un dottorato su Sant’Agostino, quindi siamo sempre da quelle parti. E qui a fianco a me, Thomas Georgeon, un volto già noto al Meeting, è stato presente nel 2019, monaco trappista, abate del monastero di La Trappe e postulatore della causa di beatificazione dei 19 martiri. Benvenuto.
Permettetemi anche un ringraziamento alle autorità civili e diplomatiche presenti e un ringraziamento al comitato scientifico della mostra “Chiamati due volte”, in particolare al Cardinale Angelo Scola, fondatore di Oasis, che ha voluto molto e con grande passione la realizzazione di questa mostra e quindi, anche se da distante, mi piace e ci piace con i curatori salutarlo. Vite donate è stato intitolato questo incontro, ma quali sono queste vite? Sono quelle dei tanti missionari e missionarie che oggi nel mondo, non solo in Algeria, scelgono la cosa più folle del mondo, come ha scritto Javier Cercas in un libro accompagnando Papa Francesco in Mongolia: “qual è la cosa più folle del mondo?” Andare in un posto lontano, diverso dalla propria patria, diverso dalla propria lingua, dalla propria cultura, per testimoniare una cosa: che la vita è eterna. Per testimoniare che c’è stato un tizio, qualche anno fa, che la morte l’ha sconfitta per sempre. E per questo motivo, i 19 e non solo, d’Algeria, sono stati disposti a dare letteralmente la vita. Perché? Perché non volevano abbandonare gli amici. Gli amici, le amiche, gli anziani con cui prendevano il the, i bambini disabili che accudivano nei loro centri, i giovani a cui insegnavano l’arabo, loro francesi, le donne a cui trasmettevano l’arte del cucire.
I missionari martiri non sono stati dei sindacalisti dei cattolici, ma sono stati gli amici di tutti. E in Algeria, come in altri posti, hanno dato letteralmente la vita per gli amici, seguendo quel tale che disse che non esiste amore più grande che dare la vita per i propri amici. E tra l’altro in un Meeting che, appunto, ha la parola amicizia nel suo titolo, ascolteremo una grande storia di amicizia. E allora io vorrei partire da Suor Lourdes, che è quella che più ha vissuto, tra forse le persone qui presenti, questa amicizia. L’ha vissuta diversi anni in Algeria, proprio nel periodo in cui i nostri 19 hanno testimoniato questa appartenenza a Cristo restando lì, vicino a quel popolo martoriato. Siamo pronti ad ascoltarla davvero con grande attenzione. Grazie.
SUORA LOURDES MIGUELES MATILLA
Il 27 settembre del 1972 fui inviata in Algeria, dove la nostra congregazione delle missionarie agostiniane è presente dal 1933. Arrivai ad Algeri a 22 anni, senza conoscere quasi nulla di quel paese. Non conoscevo le sue lingue e le sue culture e quasi senza sapere nemmeno dove mi trovassi. Fu un grande shock e non riuscivo a immaginare che cosa avrei potuto fare lì. L’accoglienza che ricevetti dalle sorelle della comunità e anche il loro stile di vita arrivarono proprio al mio cuore. Quanta dedizione e quanta gratuità nei loro umili servizi. Io le osservavo in silenzio e mi sentivo edificata. La vicinanza con il Cardinale Duval, un uomo di fede, giusto e dedicato a costruire la pace e la fraternità, fu un grande aiuto per me nel momento di scoprire il mio essere in quel paese e capire quale fosse la mia prima missione. Ricordo ancora le sue parole: “Siamo qui per convivere con il popolo, con queste persone, nel rispetto fraterno e sapendo che loro, come noi, siamo salvati in Cristo, anche se loro non lo sappiano”. L’amore di Dio è offerto a tutta l’umanità.
Dal mio arrivo ad Algeri, ho dovuto spogliarmi di molte cose per aprire il mio cuore e il mio spirito a realtà nuove e molto diverse. La Chiesa locale mi ha attratto per il suo impegno nei confronti del popolo algerino e per la sua testimonianza luminosa di unità, comunione e dono. E questo ha facilitato la mia integrazione. Poco a poco ho cominciato a scoprire il senso della mia vocazione e della mia vocazione nella Chiesa, in questo paese, tra fratelli e sorelle musulmani. Cominciai a studiare infermieristica in un istituto statale nel quartiere di Hussein Dey. Ero l’unica persona straniera e cristiana fra tutti gli studenti. Ho versato molte lacrime, però con grande determinazione, perseveranza e con l’aiuto degli angeli custodi che Dio ci mette sulla nostra strada, sono riuscita a completare con successo i miei studi. Per quasi 30 anni ho lavorato come infermiera negli ospedali statali ed ero sempre l’unica persona cristiana e religiosa. I grandi sacrifici del mio inizio in questo paese mi hanno portato a immergermi totalmente nel popolo. Ho cominciato a scoprire i suoi valori, la sua cultura e le sue credenze. Mi sono resa conto del fatto che la mia missione consisteva nel vivere e condividere la fede, la vita quotidiana con responsabilità e autenticità.
Sono stati tanti anni che ho vissuto con il popolo algerino e sono stata testimone di tanti cambiamenti nella società e anche nella Chiesa, sempre più piccola e spogliata di molti dei suoi beni materiali. Durante questo tempo, più di 700 chiese o cappelle furono trasformate in moschee. Nel 1976, lo Stato algerino nazionalizzò le strutture della Chiesa e recuperò più di 100 scuole e di centri di formazione, così come decine di asili, ospedali e di dispensari. Di fronte a questa situazione, molte sorelle e molti sacerdoti abbandonarono il paese, dato che erano rimasti senza lavoro. Coloro che rimasero dovevano essere coraggiosi, ingegnosi e creativi per cercare nuovi modi di rimanere nel paese e di mantenere la presenza cristiana tra la gente. E fu allora che si aprirono delle biblioteche e dei centri di sostegno scolastico per aiutare bambini e giovani nei loro studi. La mia vita ormai si era radicata in questo popolo. Avevo iniziato a conoscere e ad amare la gente e sentivo il loro affetto e la loro fiducia. Ormai mi trattavano come una di loro. E poi ho scoperto l’importanza di stabilire delle relazioni basate sul rispetto e sull’accettazione delle differenze e di vivere con la condivisione della fede. Di fatto, sul lavoro, parliamo di Dio molto di più con i musulmani, con gli algerini, rispetto a quando ci ritroviamo tra cristiani.
Ho appreso che non ero andata lì ad imporre qualcosa, anzi, ero lì per condividere, per lavorare insieme e per valorizzarlo. Poco a poco, il mio cuore e il mio essere si aprirono e le relazioni umane cominciarono ad approfondirsi, fino al punto da crearmi delle amicizie solide, fedeli e durature che ho tuttora. Grazie a queste amicizie è cresciuta la mia fiducia in Cristo e il mio desiderio di seguirlo ancora più da vicino. È aumentata anche la mia fiducia nei confronti della Chiesa e del popolo algerino. Ed ero disposta a dare la mia vita se fosse stato necessario. Dopo essere cresciuta nel corso degli anni in questo contesto di solidarietà, di fiducia e di amicizia, ecco che arrivarono momenti bui, di paura, di insicurezza, di mancanza di speranza e di sfiducia. Ed ecco arrivare il decennio nero degli anni ‘90 in Algeria. Noi vivevamo a Bab El Oued, un quartiere popolare con una forte presenza di integralisti, con le mie sorelle. Il popolo era molto diviso ed impaurito e non c’era nessun progetto di futuro. Io lavoravo nel nuovo ospedale di Ben Aknoun, un quartiere lontano rispetto a dove vivevamo. E grazie a Dio, non ho mai sentito paura e ho continuato a mantenere lo stesso entusiasmo, anche con maggiore entusiasmo, ho continuato a condividere la vita dei colleghi, colleghe e anche delle persone malate nell’ospedale. Volevo che sentissero che io non li avrei abbandonati e che desideravo accompagnarli, a sostenerli e ad animarli. Era un modo di condividere le loro insicurezze, di perdita di speranza e le paure. Mi trovavo al loro fianco quando la notte si faceva più oscura e quando il futuro sembrava incerto e quando tutto sembrava vacillare. Abbiamo condiviso tantissimi orrori e tantissima sofferenza. Dopo aver ricevuto diverse minacce e aver assistito a molti omicidi, i responsabili della Chiesa e delle nostre congregazioni ci invitavano ad essere prudenti e a uscire quando fosse davvero solo necessario. E io avevo molta paura che ci potesse succedere qualcosa. Nel 1993 c’erano 222 religiose nella diocesi di Algeri. Tre anni dopo ne rimanevano solamente 70. Eravamo solo 70 sorelle. La nostra Chiesa si stava svuotando e si stava creando un deserto della presenza cristiana. Mai come in quel momento il futuro della Chiesa in Algeria era stato così minacciato. In questo periodo uscivamo proprio allo stretto necessario, solo per andare a lavorare all’ospedale. E prima di uscire, lasciavamo i nostri documenti personali sopra il letto e lo dicevamo alle sorelle che rimanevano in casa per sapere dove li avrebbero potuti trovare nel caso in cui noi non fossimo tornate.
Fu un periodo di profonda esperienza spirituale e di trasformazione, sia a livello personale, sia a livello comunitario. E fu un tempo di grazia e di benedizione. Siamo potute crescere nella fedeltà a Cristo. Passavamo molto tempo in adorazione, contemplando il Cristo crocifisso e da lì emergeva la chiamata e la forza per condividere la croce. E io, come mai prima nella mia vita, ho sperimentato qualcosa: una forza interiore e un grande dono, che è la comunione dei santi. Non eravamo soli, facevamo parte del corpo di Cristo. La lettura del Vangelo di ogni giorno illuminava il mio cammino. La mia preghiera era di abbandono e di fiducia. Le nostre eucaristie prendevano vita. Ogni preghiera assumeva più significato e diventava più esigente. Dovevamo amare e perdonare con parole e opere. E io, come religiosa agostiniana, faccio riferimento ad alcune parole di Sant’Agostino che mi hanno aiutato a prendere la decisione di rimanere fedele a Cristo e al popolo algerino. Sono parte della lettera 228 e dice: “Chi resta fedele in mezzo al suo popolo, esponendosi alla persecuzione o addirittura alla morte, ha compiuto un’opera maggiore del martirio. Di conseguenza, non abbandonate mai il vostro gregge, né il vostro popolo”. E il Monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano, che fu assassinato anche lui, diceva: “È più importante per noi oggi dare la nostra vita per salvare il futuro del nostro popolo che ritirarci per salvare noi stessi”.
E la situazione peggiorava. E l’1 dicembre del 1993, il gruppo islamico armato, il GIA, dichiarò che avrebbe ucciso tutti gli stranieri che erano rimasti nel paese, inclusi i membri della Chiesa. Tuttavia, noi ci sentivamo come parte della comunità e pensavamo che non saremmo state toccate da questo problema. E quindi l’8 maggio del 1994, i nostri fratelli Henri Vergès e Paul Hélène furono assassinati nella Casbah. I funerali nella Basilica della Nostra Signora d’Africa furono come una Pentecoste, con canti di giubilo, un’esplosione di pace, di serenità e di forza. Sentivamo il desiderio ancora più forte di continuare senza la paura, di vivere la nostra fede con forza e con passione, fino al punto da dare la vita per amore. Allo stesso tempo, questo evento così grave ci ha anche reso consapevoli, consapevoli del fatto che le nostre vite erano in pericolo, poiché i fondamentalisti non avevano alcun riguardo per i religiosi. I vescovi riuniti ci invitarono a lasciare il paese e a prolungare per quanto possibile le nostre vacanze. Quindi siamo partite, abbiamo riposato, abbiamo condiviso la nostra situazione con le nostre famiglie e con le suore della congregazione. E dopo che sono tornata dalle vacanze, io ho continuato a lavorare in ospedale. E ogni giorno, quando aspettavo i mezzi di trasporto, dopo aver salutato le altre sorelle, dicevo sempre che Dio si prenda cura di noi e ci protegga e speriamo di vederci oggi pomeriggio. Ebbene sì, sapevo che un proiettile poteva arrivare da qualsiasi parte. Ero consapevole del fatto che forse quel giorno non sarei tornata a casa. Le giornate erano una preghiera continua, una preghiera di abbandono e di supplica. Io sentivo forte la presenza amorevole di Dio Padre in me. Al lavoro, tutti i colleghi ci proteggevano. Dopo le vacanze, la Madre Generale e la Madre Provinciale, con l’arcivescovo Monsignor Teissier, decisero di riunire tutte noi, sorelle di Algeri, nella casa diocesana per fare insieme un discernimento e scoprire la volontà di Dio. E quindi i giorni 6 e 7 ottobre del 1994 furono due giorni intensi di preghiera personale e comunitaria. Abbiamo potuto riflettere sui motivi che potevano farci continuare la missione o abbandonarla temporaneamente. Sono stati momenti di ascolto molto intensi dello Spirito e di desiderio di seguire Gesù nella sua donazione totale per amore verso di noi. Tutte noi, consapevoli del pericolo, i rischi e le minacce, con molta pace, con molta serenità, ci siamo espresse. E abbiamo spiegato i motivi per cui volevamo rimanere in Algeria. E quello che io ho detto in quel momento è stato questo: “Voglio rimanere fedele a Cristo. Ho scoperto il valore della mia vocazione e gli algerini mi hanno aiutato a viverla con maggiore impegno e pienezza. Signore, mi hai chiamato e io ti ho detto: Eccomi qua. Voglio seguirti in questo momento di prova. Voglio essere il tuo testimone. Sono disposta a seguirti, Signore. Mi sento felice e mi sento realizzata e voglio essere fedele a questo popolo algerino che mi ha accolto sempre e voglio condividere e valorizzare con loro il mio lavoro e la mia vita. Questo popolo mi ha formato e in lui ho vissuto momenti forti e cambiamenti significativi nella mia vita. Sono cresciuta al suo fianco nella fede, nella disponibilità e nella gratuità. Sono missionaria e agostiniana nella terra del nostro padre Sant’Agostino e voglio rimanergli fedele adesso e sempre. Voglio vivere come me lo chiede Cristo: amare i miei nemici e fare del bene a coloro che ci maledicono”.
Quindici giorni dopo, il 23 ottobre 1994, dopo aver lavorato tutto il giorno in ospedale, ritornai tardi a casa. Abbiamo bevuto qualcosa, abbiamo riso, abbiamo scherzato e ci siamo dirette alla cappella che si trovava a due isolati di distanza. E prima di separarci, dissi a voce alta: “Andiamo due a due. Se ne uccidono due, perlomeno non ci uccidono tutte e quattro”. Era il giorno in cui la Chiesa prega per i missionari. E in cammino verso la celebrazione dell’Eucaristia, le prime due sorelle, Caridad e Esther, si trovavano davanti alla porta della casa dove si trovava la cappella. Erano lì che aspettavano che aprissero e fu in quel momento quando due pallottole attraversarono le loro teste. E al vedere le mie sorelle quasi senza vita, ho potuto dire nel profondo del mio cuore solo questa cosa: “Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”. Fu doloroso, sì, però eravamo pronte per questo. Credo che Dio abbia accolto la vita delle mie sorelle e abbia preservato la mia per essere testimone. Sono rimasta sola nella comunità. Volevo continuare a offrire la mia vita alla Chiesa, al popolo. Tuttavia, ho dovuto mostrare grande obbedienza ai superiori e lasciare il paese. E tornai a Madrid con il cuore a pezzi, sentendomi come se avessi tradito il Signore e anche che avessi tradito le mie convinzioni più profonde. E piansi molto. Non avrei mai pensato che mi sarebbe costato così tanto abbandonare il mio paese di adozione.
E dopo alcuni anni e dopo aver fatto esperienze personali molto arricchenti con giovani dell’università e con dei tossicodipendenti, mi chiesero poi di tornare in Algeria. Al mio ritorno, ho subito cercato un modo per riprendere in mano la nostra presenza e di reintegrarmi di nuovo nel quartiere, nella casa dove avevamo vissuto. Con un nuovo contratto, iniziai a lavorare come infermiera nell’ospedale Mayllot, nel nostro quartiere di Bab El Oued. E il responsabile del servizio di pediatria, che era musulmano, mi ha detto questa cosa: “Ti accetto non tanto per le tue competenze, ma perché sei straniera, sei cristiana e sei una religiosa. Sarai un segno di contraddizione. Soffrirai e sarà difficile per te, ma con pazienza sarai accettata dalle colleghe”. Era da tanti anni che non c’era una presenza cristiana e non c’erano stranieri in quel quartiere. Le nuove generazioni non sapevano nemmeno cosa fosse un cristiano, immaginatevi una religiosa. Il ritorno alla casa dove avevano vissuto le mie sorelle che erano state assassinate fu una grande sfida. Con la nostra presenza, innanzitutto, avevamo voluto offrire una cosa alle persone del quartiere: volevamo offrire un segno gratuito di perdono, di fiducia e volevamo intavolare nuove relazioni. E così abbiamo cominciato a fare delle lezioni di sostegno per i bambini più problematici. Il nostro obiettivo era creare un po’ alla volta uno spazio di pace, accoglienza, incontro e ascolto.
Adesso il nostro centro di accoglienza e di amicizia è un luogo conosciuto e apprezzato in tutto il quartiere. E con l’aiuto di animatrici algerine, organizziamo tutta una serie di laboratori di cucito, di bigiotteria, di pittura per le donne. E ogni mese diamo spazio a una famiglia algerina che viene dalla Francia per distribuire derrate a 70 famiglie povere che ci chiedono di selezionare con anticipo. E le stanze in cui vivevano le sorelle che sono state assassinate e che rimasero deserte per tanti anni, adesso sono state trasformate in uno spazio di vita, solidarietà, di felicità e speranza. Sono un luogo in cui si imparano delle cose, si rompono barriere e si condivide tutto. E senza quasi cercarlo, ci siamo trasformate ad essere un luogo di ascolto e di aiuto per molte persone con problemi familiari, di salute, solitudine, povertà. E questa fiducia ce la offrono perché sanno che siamo delle religiose. E credo che la nostra umile presenza contribuisca ad alleviare la sofferenza delle persone e a motivarle, a incitarle di fronte alle difficoltà e a rendere la vita più umana, più attraente e più bella. La nostra presenza, allo stesso tempo, è raggiante e discreta e si ispira alla vita di Gesù a Nazareth. Trasfigura il mondo in cui viviamo, offrendo un sapore cristiano, seguendo le raccomandazioni del Signore: “Voi siete il sale della terra”. Quindi, in luoghi vuoti di speranza, dove per molto tempo hanno abitato la paura e la mancanza di senso, oggi abbiamo costruito il regno di Dio con mattoni nuovi di fratellanza, di amicizia e di solidarietà.
LORENZO FAZZINI
Grazie a suor Lourdes per questo racconto che penso resterà nel cuore di tutti noi per la sua toccante verità. Al cardinale Jean Paul Vesco chiedo: “in questo mondo in guerra che sanguina in ogni angolo, cosa ci insegnano questi 19 martiri del dialogo?
CARDINALE JEAN-PAUL VESCO
Scusatemi, vorrei parlare in italiano, ma non posso ancora farlo bene. Parlerò in francese. Il primo agosto 1996, 29 anni fa, ero al noviziato domenicano, ho cominciato la mia vita domenicana, quando siamo venuti a sapere dell’omicidio di Monsignor Pierre Claverie, vescovo di Orano e domenicano, insieme al suo amico musulmano Mohamed Bouchikhi. Questo fa parte delle cose della vita che si fa fatica a spiegare, ma ho sentito in me che c’era un legame particolare tra la vita di questo uomo che non conoscevo e la mia vita di giovane domenicano. Alla fine dei miei studi, sono stato volontario per partecipare, insieme a un altro fratello, alla rifondazione di una comunità domenicana in Algeria, a Tlemcen, nella diocesi di Orano. La vita poi ha voluto che qualche anno dopo sia stato nominato vescovo di Orano e ho abitato là dove aveva abitato Pierre Claverie ed era stato assassinato. E con Thomas e altri, poi mi si è fatta data la responsabilità di organizzare, appunto, la celebrazione della beatificazione di Pierre Claverie e dei suoi 18 compagni e compagne martiri d’Algeria.
Arrivando quindi nel 2002 in questa Chiesa, scopro questa Chiesa dei beati, tra cui anche la sorella Lourdes e molti altri fratelli e sorelle, tra cui il padre Henri, il fratello Maurice, di cui oggi celebriamo le esequie ad Algeri. Sono arrivato in un momento in cui il paese e la Chiesa stavano trovando la normalità, ritrovando la normalità. Mi ricordo di una pagina di un quotidiano che era molto allarmistica e che diceva: “Per la prima volta, da 10 anni, la strada ha fatto più morti del terrorismo”. Era una notizia allarmante, ma diceva anche qualcosa sul fatto che stavamo tornando a una vita normale. Alla domanda che cosa possono insegnare i beati in questo mondo in guerra, risponderei con tre proposte. La prima è la forza di una Chiesa unita. La seconda è la forza della fratellanza. La terza è il potere sovversivo della fragilità e di una presenza disarmata.
Quindi la prima: una Chiesa unita. Era stato scelto di presentare la causa di beatificazione di tutti i 19 martiri, tutti insieme, o tutti o nessuno. Una decisione estremamente importante questa. Questo perché diceva innanzitutto che se erano state uccise 19 persone, erano tutti membri della Chiesa che per 10 anni avevano corso il rischio e avevano rischiato la loro vita per restare con i loro fratelli, con i loro vicini, con i loro amici algerini. Il secondo motivo è che tra i 19 c’erano persone di grande reputazione, un vescovo, ad esempio, persone di grande spiritualità, come ad esempio il fratello Christian de Chergé, persone che erano molto conosciute a livello locale, come ad esempio fratello Luc, medico, ma c’erano anche persone molto più umili, come ad esempio il padre Henri Vergès, come ad esempio le sorelle che lavoravano tranquillamente, silenziosamente. Ma non era per le loro qualità personali che sono stati proclamati beati, ma proprio per la testimonianza che tutti insieme hanno dato, testimonianza di fedeltà e di fede.
Secondo punto: la forza, la forza della fratellanza. Quando abbiamo dovuto pensare all’organizzazione della beatificazione, ci sembrava impossibile organizzarla in Algeria, perché non era mai successo prima. Non era mai successo in un paese di tradizione musulmana e dove la società è musulmana. Il problema di organizzazione, di logistica, qualsiasi tipo di problema. Ebbene, in questo caso la difficoltà era far capire che cosa fosse una beatificazione in una società musulmana. E poi c’era anche la difficoltà di presentare 19 cristiani assassinati quando il paese aveva avuto comunque 200.000 vittime, tra cui più di un centinaio di imam. E alla fine abbiamo fatto questa scelta, con il sostegno delle autorità del paese, e abbiamo deciso di organizzare la beatificazione a Orano, nel santuario di Notre Dame de Santa Cruz, sulla Esplanade del vivere insieme in pace, così si chiama l’Esplanade. Tutti quelli presenti quel giorno non dimenticheranno mai questa celebrazione. C’era alla fine della celebrazione un sorriso presente su tutti i volti e questo sorriso raccontava la presenza di un Dio vivente, presente tra noi, cristiani e musulmani insieme. La fratellanza, la fratellanza in questo mondo in guerra, in questa guerra degli “ego”: c’era qualcosa che si voleva raccontare al mondo. E l’ha raccontato una Chiesa unita, messaggio dato da una Chiesa unita. Oggi la nostra Chiesa è universale e si riunisce per agire e lavorare per la pace. La forza della fratellanza si scrive in maniera definitiva e si è scritta proprio quel giorno.
Dopo una Chiesa unita, dopo la forza della fratellanza, la terza lezione è quella di una presenza disarmata. La nostra Chiesa è una Chiesa poco significativa da un punto di vista numerico. La sua storia, come ha detto sorella Lourdes, è la storia della perdita di un potere. Ma noi abbiamo fatto l’esperienza e abbiamo capito che perdere potere non significa perdere senso e significato, ma ben al contrario. È proprio perché la nostra Chiesa è disarmata, è disarmante.
E per concludere, vorrei darvi una testimonianza del fratello Christian de Chergé, quando racconta il suo incontro con il capo della cellula terroristica vicino al monastero di Tibhirine, la sera di Natale del 1994. Ascoltate, ascoltate bene, leggerò. “Quando per un quarto d’ora”, dice Christian de Chergé, “mi sono ritrovato faccia a faccia con l’assassino dei 12 croati, che era il grande capo del GIA, il gruppo islamico armato nella nostra zona, era venuto per chiedere delle cose precise. Era armato con un coltello e una mitragliatrice. In tutto erano in sei ed era notte. Avevo accettato di uscire dalla casa perché non volevo parlare con qualcuno armato in una casa che è un luogo di pace. Ci siamo quindi ritrovati fuori. Ai miei occhi era disarmato. Ci siamo trovati faccia a faccia. Ha presentato le sue tre richieste e per tre volte ho potuto dire. “no”- oppure – “non in questo modo”. E lui ha detto: “Non hai scelta”. E io ho risposto: “Sì, ho una scelta”. Non solo perché ero il custode dei miei fratelli, ma anche perché, di fatto, ero anche il custode di quel fratello che era lì di fronte a me e che doveva poter scoprire in sé qualcosa di diverso da ciò che era diventato. Ed è questo quello che è successo, nel senso che lui ha ceduto e poi ha fatto lo sforzo di capire. Dopo la nostra conversazione notturna, gli ho detto: “Ci stiamo preparando a festeggiare Natale. Per noi è la nascita del principe della pace e voi venite così, armati”. E lui ha risposto: “Mi scusi, non lo sapevo”. Dopo la visita di Natale, mi ci sono voluti 15 giorni, tre settimane, per riprendermi dalla mia stessa morte. Si accetta molto rapidamente la morte, non vi preoccupate, ma per riprendersi poi ci vuole tempo. E poi mi sono detto: “Queste persone, questo tipo con cui ho avuto un dialogo così teso, che preghiera posso fare per lui? Non posso chiedere a Dio, al buon Dio, uccidilo. Ma posso chiedere disarmalo”. E poi mi sono detto: “Ho il diritto di chiedere disarmalo se non comincio prima a chiedere disarma me e disarmaci in comunità”. È la mia preghiera quotidiana. Ve la confido semplicemente. Ecco le parole del fratello Christian: “Disarmalo, disarmami, disarmaci”. Quale preghiera più urgente potremmo rivolgere al Signore in questi tempi di corsa sfrenata agli armamenti? La forza di una Chiesa unita, l’universalità della testimonianza della fratellanza e il potere sovversivo di una presenza disarmata. Ecco, cari fratelli e sorelle, quali sono gli insegnamenti della testimonianza dei 19 beati martiri d’Algeria, quello che possono portare al nostro mondo in guerra. È la testimonianza di uomini e donne ordinari, come ciascuno e ciascuna di noi, posti in circostanze straordinarie e la cui fede non ha vacillato. Grazie.
LORENZO FAZZINI
Grazie Eminenza per queste parole che sono così tanto in sintonia con il cammino che il Meeting sta facendo. E darei subito la parola alla professoressa Nagià Kebour perché penso che come algerina, come donna di Algeria, tutta questa faccenda le dica qualcosa di particolare, qualcosa che ad altre persone o a tutti noi non dice. Allora cosa ha detto o cosa sta dicendo a lei, come donna algerina, la vicenda di questi 19 martiri e beati?
NAGIÀ KEBOUR
Grazie tante. Mi sentite? Ecco, vorrei ringraziarvi di avermi invitata qui a condividere con voi un pezzo di esperienza vissuta, perché queste vite che noi ascoltiamo tutti i giorni sono vite vissute, ecco, sono esperienze vissute di dialogo incarnato, ecco. Io mi sento veramente coinvolta totalmente con questa storia dell’assassinio dei monaci di Tibhirine, semplicemente perché sono algerina, sono musulmana e anche ho vissuto il terrorismo in Algeria. Quindi i decenni neri, cosiddetti decenni neri o gli anni bui della mia amata terra, in cui tutto il popolo algerino era coinvolto. Quindi abbiamo vissuto insieme questo terrore e anche i monaci. Quindi vorrei sottolineare il fatto che il terrorismo non era rivolto soltanto agli stranieri o ai cristiani, ma era, diciamo, ha coinvolto tutti gli algerini. Eravamo tutti minacciati e tantissimi algerini sono morti, ma senza motivo. Quindi tante anime sono state uccise senza motivo. E questo ha creato il terrore nella popolazione, ecco, fu una grande ferita, ma l’Algeria ha lottato, ha lottato tanto contro il terrorismo e dopo 10 anni, infatti, il governo algerino è riuscito a realizzare la riconciliazione civile. E dopodiché l’Algeria ha cominciato a riprendere piano piano il fiato.
Io dico, avendo vissuto il terrorismo, posso testimoniare che non è che gli algerini sono nati terroristi. Io … da piccola, il Dio che mi hanno insegnato e mi hanno inculcato è un Dio buono, misericordioso, ma il i terroristi hanno portato un’immagine molto nera sul dialogo, un’immagine molto violenta su quel Dio che io ho sempre pregato da piccola, un Dio mostro, un Dio che permette il male, è un Dio che permette di uccidere anche bambini, donne, uomini, bambini, stranieri, tutti. Quindi io stessa sono entrata in crisi esistenziale con la mia fede anche, perché quello che mi ha fatto male è soprattutto quando si uccideva in nome di Dio, Allah Akbar. Ecco, quindi non riconoscevo più quell’Islam, ripeto, della mia infanzia, quell’Islam buono, quell’Islam, sapete che Dio nel Corano possiede i nomi più belli che sono 99 nomi, al-asmā’ al-ḥusnā, fra cui il Dio della pace, As-Salam, e tra l’altro Salam è il saluto del dell’Islam, As-salamu alaykum, la pace sia con voi. Anche Ar-Rahmaan, Ar-Raheem, il misericordioso, anche il Dio amore, il Dio che colui che ama, Al-Wadud. Ci sono tanti nomi più belli di Dio che non coincidono con quello che manifestavano questi terroristi. E quindi ad un certo punto anch’io non riconoscevo più questo Dio che, ripeto, sottolineo, che permette il male, ecco, semplicemente.
E quindi mi sento, ripeto, coinvolta con questa storia del martirio dei monaci, anche perché loro comunque appartenevano a quella terra, la mia amata terra che li ha accolti. Varie comunità cristiane sono nate in Algeria. Questo da sottolineare, vuol dire che la mia terra è una terra di incontro fra cristiani e musulmani. Questo da non sottovalutare. Anche altre figure, altre figure come Charles de Foucauld, lui è andato come militare in Algeria, ha è stato colpito dalle tradizioni, anche dall’Islam, e anziché diventare musulmano, ha ritrovato la sua fede in mezzo ai Tuareg, ha deciso di vivere in mezzo ai Tuareg. Quindi lui, come altri, hanno testimoniato che dall’incontro nasce l’amicizia, è un’amicizia vera, fino a dare la vita per il prossimo, per l’altro. E io stessa ho fatto questa esperienza quando ho lasciato l’Algeria nel 2004 per venire in Italia a studiare, approfondire il pensiero di Sant’Agostino con una borsa di studio di Nostra Aetate, per cui, fra virgolette, sono figlia del dialogo anche. Anch’io sono arrivata qui con Monsignor Teissier nel 2004 e sono stata accolta dalle piccole sorelle di Gesù. Anche lì fu un incontro di vita, un incontro in cui loro mi hanno accolta con amore e mi hanno amata senza interessi, come posso immaginare che questi monaci e altre persone cristiane sono state ospitate, sono state accolte con amore e senza interessi. Quindi ho vissuto questa esperienza, per cui io capisco perfettamente l’esperienza della sorella Lourdes e anche la storia di questi monaci, di Charles de Foucauld, di tutte le persone cristiane che in qualche modo hanno deciso di dare anche la vita per l’altro. Lo posso capire perché anch’io ho vissuto, non dico la stessa esperienza, ma anch’io sono stata accolta, sono stata rispettata dalle piccole sorelle, sono stata ospitata e da lì è nata un’amicizia molto spirituale, molto profonda, che mi ha permesso di superare la paura dell’altro, anche far cadere tutti i pregiudizi che abbiamo sull’altro e io adesso mi sento figlia del mondo intero, ecco. E quindi torno a parlare dei martiri, per me sono una testimonianza di un’amicizia vera, un’amicizia che al di là dell’odio, al di là, diciamo, della violenza, del terrore, c’è l’amore. Ecco, quando c’è l’amore si supera tutto. Infatti Christian de Chergé aveva perdonato coloro che l’hanno ucciso prima ancora di ucciderlo, ecco. Quindi arrivare a perdonare prima di morire, perdonare i nostri amici, perdonare coloro che ci potrebbero anche togliere la vita, questo è un gesto di martirio, ma non nel senso negativo, è un martirio che si fa per amore.
E quindi torno, infatti, parlare spontaneamente non è facile, quindi torno a sottolineare che l’Islam è innocente di tutto quello che abbiamo vissuto durante il terrorismo in Algeria. Infatti ci sono tanti versetti coranici che proibiscono totalmente l’uccisione di anime innocenti senza un motivo valido. Quindi leggiamo qui in un versetto 5:32: “Chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un’altra o abbia sparso la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l’intera umanità. E chiunque avrà dato la vita a una persona, sarà come se avesse dato la vita all’intera umanità”. Poi, nello stesso Corano, la convivenza fra, diciamo, musulmani e altri di altra fede, e specialmente i monaci, il Corano lo sottolinea. Infatti c’è un altro versetto coranico molto importante e dice: “Troverai che gli amici più prossimi ai credenti sono quelli che dicono: ‘Siamo cristiani’. Questo accade perché tra loro ci sono sacerdoti e monaci e non sono superbi”. Corano 5:82. È chiaro che il dialogo esiste nell’Islam, è chiaro che la convivenza esiste, è chiaro che si può vivere, si può costruire ponti per realizzare la pace e la convivenza.
Quindi non vorrei magari prolungare. Per concludere il mio intervento, vorrei citare, non volevo parlare di Sant’Agostino, ma sarei rimasta qui magari ore e ore, ma anche Agostino mi ha insegnato una cosa. Mi ha insegnato perché quando ho vissuto questa violenza nel mio paese, mi domandavo se Dio è l’autore del male, se Dio permette veramente di uccidere così, in nome dell’Islam. E Agostino mi ha insegnato che Dio non è l’autore del male, Dio è il bene assoluto e tutto ciò che viene da Dio è buono. E allora da dove viene il male? Il male non viene da Dio, Dio non permette il male. Il male viene dal libero arbitrio dell’essere umano. Quindi siamo noi responsabili, ma anche fragili, come dice Agostino, la natura umana. La natura umana è fragile, ma anche colpevole. Quindi siamo noi responsabili di tutto ciò che facciamo. E quindi siamo noi, diciamo, i custodi della pace e del dialogo. Quindi vorrei concludere magari con due citazioni, una di Sant’Agostino, perché, come avete visto, la storia di questi monaci si basa su perché dare la vita, perché restare, accettare di essere uccisi, ma non perché sono, diciamo, che vogliono fare un po’ di, non so come si dice, ma semplicemente perché loro tutto il sacrificio che hanno dato per la mia terra parte dall’amore.
Quindi, infatti, Agostino dice: “Ama e fa ciò che vuoi. Se taci, taci per amore. Se parli, parli con amore. Se correggi, correggi per amore. Se perdoni, perdona per amore. Sia in te la radice dell’amore. Da questa radice non può venire che il male”. Quindi amare significa tutto, significa la pace, significa convivenza, significa anche la pace. Un’altra citazione, ecco, grazie ad Agostino, io sono tornata a scavare nelle radici della mistica musulmana e lì ho ritrovato l’amore, l’amore per Dio e per il prossimo. Infatti, una figura grande come Ibn Arabi ha una citazione meravigliosa in cui dice: “Il mio cuore accoglie ogni forma, è prato ove bruca la gazzella, monastero ove il monaco prega, per ogni idolo è tempio, per il pellegrino è la Kaaba, è la tavola della Torah, è il libro del Corano. Io professo la religione dell’amore. Qualunque sia il luogo verso cui volge la sua carovana, amore è la mia religione, la mia unica fede”. Quindi concludo con queste parole per dire la speranza c’è. Finché c’è amore, c’è speranza. E siamo tutti responsabili di realizzare una fratellanza universale, lo dice Agostino. Quindi è un dovere di tutti con la buona fede. Grazie.
LORENZO FAZZINI
Grazie professoressa Nagià Kebour. Grazie per averci fatto assaporare cosa ha voluto dire per il vostro popolo 200.000 vittime, cento imam, decine e decine di intellettuali che si schierarono soprattutto contro la violenza in nome di Dio e questo va detto e ribadito. Infine Padre Thomas Georgeon che ha accompagnato non solo idealmente ma anche fisicamente i martiri ad essere riconosciuti beati dalla Chiesa e chiedo: “qual è la loro eredità per la Chiesa e per il mondo di oggi?”.
PADRE THOMAS GEORGEON
Faccio un breve riassunto di ciò che già è stato detto dai nostri amici. Il messaggio dei nostri 19 martiri credo che sia abbastanza chiaro. Dobbiamo approfondire, la Chiesa deve approfondire, il significato di una presenza in un contesto in cui ormai, in tanti paesi, è in minoranza. E il compito affidato alla Chiesa è di dimostrare che una coesistenza fraterna e rispettosa è possibile tra le religioni. Nel mondo musulmano è il Vangelo della pace che viene annunciato dalla Chiesa e che viene testimoniato, senza che questo necessariamente abbia una presa sull’altro, che può rimanere sordo e cieco di fronte a tale testimonianza. Mi sembra che nel mondo di oggi i martiri di Algeria, anche tutti quelli che sono rimasti, perché pochi sono stati presi, ma tanti sono rimasti, e oggi abbiamo sentito Suor Lourdes dare la sua testimonianza. Io so quanto le costa parlare, ma vorrei dirvi, cari amici, che oggi sul palco avete sentito una vera confessore della fede, come lo fu anche Monsignor Teissier.
Lourdes aveva fatto il suo discernimento, come ci ha spiegato, aveva fatto la scelta di rimanere in Algeria, ci ha spiegato a lungo, non è stata presa. Avendo incontrato tanti dei permanenti della Chiesa di Algeri che hanno fatto la scelta di rimanere e che non sono stati uccisi, tanti hanno vissuto un vero combattimento spirituale chiedendosi: “Ma perché io non sono stato ucciso?”. Quindi è una cosa straordinaria di poter ascoltare così dei confessori della fede. Nel mondo di oggi, i martiri ci insegnano cosa significano la perseveranza, la fedeltà, è una parola che è tornata più volte, l’amicizia. Qui siamo in una prospettiva di dialogo interreligioso con i musulmani e loro ci mostrano che per entrare in dialogo dobbiamo essere umili e il dialogo si può intraprendere insieme alla via dell’umiltà e anche, direi, di sviluppare in noi il gusto dell’altro. Come viviamo all’interno della Chiesa e con i credenti di altre religioni, come viviamo l’alterità? L’altro che è diverso di me lo considero come un pericolo o come una benedizione sui miei passi?
Una testimonianza che è stata data il giorno dei funerali di Claverie da una donna musulmana che aveva chiesto di parlare durante la celebrazione delle esequie, a rischio per lei. Lei ha spiegato in poche parole che Pietro, Claverie, era il suo vescovo, una musulmana che parlava del vescovo cattolico, che era suo vescovo. Perché era suo vescovo? Perché quando lei aveva attraversato un forte momento di crisi nella propria fede musulmana, era il vescovo dei cristiani che l’aveva aiutata a ritrovare le radici della sua fede. Non aveva provato Claverie a convertirla al cristianesimo, aveva solo provato a darle radici nuove nella propria fede musulmana. Quindi non si tratta, cioè i martiri non sono persone che ci invitano a provare a convertire gli altri, ci chiamano alla nostra conversione e a una dinamica interiore. Diceva il beato Henri Vergès: “Prendi apertamente la parte dell’amore, del perdono, della comunione contro l’odio, la vendetta e la violenza”. E alcune frasi di fratello Vergès dicono questa speranza condivisa, questo Vangelo di vita che hanno voluto seguire sino al dono di loro.
E per non essere troppo lungo, perché abbiamo sorpassato il tempo, concluderei con il bene comune. Ci insegnano e dicono alla Chiesa cosa può essere il bene comune. Sapete che Papa Francesco, che ha dato un vero appoggio alla causa, è lui che (ci ricordiamo perché eravamo insieme con il Cardinale, che all’epoca era vescovo di Orano) cioè con il pugno sulla tavola della sua scrivania, Papa Francesco diceva: “Questa beatificazione deve assolutamente svolgersi in Algeria”. Perché diceva così Papa Francesco? Credo che egli abbia percepito il beneficio di una causa del genere nell’ambito del dialogo interreligioso con l’Islam. Un dialogo che viene fatto da parte della Chiesa come ospite, una Chiesa povera, ospitata e che entra in dialogo con il mondo musulmano. E se vi ricordate, dopo la beatificazione, ci sono stati tanti passi fatti da Papa Francesco: l’incontro con l’imam della grande moschea del Cairo a, non mi ricordo dove, e la firma del documento sulla fratellanza umana, il viaggio in Marocco, poi dopo tanti altri passi. E Papa Francesco ci ha lasciato tra i suoi testi la “Fratelli tutti”. La “Fratelli tutti” che ci mostra come Chiesa, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, come dobbiamo camminare verso una fratellanza universale. E i nostri 19 sono un’icona di questo cammino di fratellanza. Nella loro scelta di restare come fratelli e sorelle per dei fratelli e per delle sorelle, quelli musulmani, sono stati chiamati a camminare verso la santità che Dio li chiamava a percorrere. È una santità che ha un peso, perché loro sapevano bene che l’esito poteva essere la morte violenta. C’è un chiaro riferimento alla ricerca del bene comune piuttosto che del bene personale. Nel loro cammino e nel loro discernimento, sia personale che comunitario, come abbiamo sentito da parte di Lourdes, cioè i martiri non hanno mai cercato il proprio bene, sennò sarebbero scappati via. Anzitutto, cioè, hanno ricercato il bene della loro comunità, in senso lato, poiché includeva il bene dei vicini di casa, del popolo algerino, il bene comune della speranza. Siamo nell’anno del Giubileo della speranza, è proprio uno dei punti che ci insegnano, che ci hanno lasciato. Come possiamo, come Chiesa, come cristiani, ognuno di noi, ciascuno secondo la propria vocazione, come possiamo lavorare al bene comune della speranza in un mondo che è lacerato dalla violenza?
Il beato Paul, che è un fratello di Tibhirine, uno dei sette fratelli, scriveva: “Il nostro mondo è malato. Ciò che gli manca di più è il senso. Non si sa perché si vive, né dove si va, e si è disposti a fare qualsiasi cosa. La crisi non è anzitutto economica, ma è difficoltà a vivere insieme. L’avere, la ricerca di possedere è sempre più falsa. I rapporti fra gli uomini che si sentono per nulla considerati”. In un certo senso, i martiri di Algeria possono essere ritenuti come ispiratori dell’enciclica “Fratelli tutti”, in cui ritroviamo i pilastri fondamentali che sono stati alla base della loro vita e della loro morte: la speranza, il prossimo senza frontiera, l’accoglienza dell’altro nella sua diversità, il valore unico dell’amore, una società aperta che includa tutti, il valore della solidarietà, lo scambio fecondo e, per finire, una cosa che manca tanto nel mondo di oggi, è la gratuità. Spesso mi viene chiesto: “A che cosa è servito questo martirio?”. Non ha servito a nulla. Non hanno fatto dei piani per sapere perché dobbiamo dare la vita. L’hanno dato per fedeltà a Cristo, per fedeltà al popolo algerino e l’hanno dato nella più grande e più bella gratuità. E ci invitano a riflettere al senso della gratuità nelle nostre vite, in un mondo in cui niente è gratuito e io devo cercare ricavi in tutti i campi. Ma una Chiesa povera, una Chiesa umile che non ha un potere da difendere, è una Chiesa che può dare una presenza gratuita. Vi ringrazio.
LORENZO FAZZINI
Ecco, io penso, concludendo questo incontro che davvero è stato per me toccante, penso che oggi i 19 martiri d’Algeria siano su in paradiso a sorridere. E siano su a sorridere insieme a Don Giussani e stiano guardando giù qua, questa sala e questo Meeting, forse dicendo queste parole: “Speriamo che quelli giù là capiscano finalmente che il cristianesimo non è una teoria o una bella pensata, ma è un’esperienza, una vita, come un pugno sul naso. Un pugno dolce perché è la misericordia sconfinata di Dio”. E c’è un piccolo mattone che voglio condividere con voi, un mattone nuovo. Penso a quelle 200 persone che ogni giorno, da anni, visitano Tibhirine. Al 95% sono musulmani. È un pellegrinaggio silenzioso che ci ricorda che quelle vite non sono state donate in vano, come tutte le vite donate. Ringrazio quindi chi è venuto qui da lontano. Vi invito ciascuno di voi a sostenere il Meeting attraverso le postazioni del “Dona ora” o le altre modalità che conoscete e ringrazio i martiri d’Algeria che ci hanno dato, penso, ancora oggi un mattone di speranza. Buon Meeting e buona giornata.










