VENIVANO MIRIADI DI UOMINI PORTANDO PIETRE ED ESSI LE PRENDEVANO E COSTRUIVANO (Pastore di Hermas, III Visione)

In collaborazione con la rivista ZETESIS

Letture di poeti e prosatori dei primi secoli dell’era cristiana, un mondo in crisi in cui uomini pagani e cristiani utilizzano il vecchio e il nuovo per ricostruire l’umano.

Le parti di raccordo saranno lette da Giulia Regoliosi, direttrice della rivista, e Mariapina Dragonetti, caporedattrice; lettori dei testi Stefano Biasoni e Stefano Chierici; coordinamento di Lorenzo Chierici.

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PRESENTAZIONE: GIULIA REGOLIOSI

 

Buonasera a tutti. Grazie di essere qui, grazie alla vostra pazienza per essere rimasti qui. Siamo molto contenti di vedervi.

L’incontro di stasera è il frutto del lavoro della redazione di Zetesis, una rivista che ormai da più di quarant’anni si occupa di studiare il mondo antico, sia pagano sia paleocristiano. Chi vuole conoscerci può farlo o attraverso la nostra rivista, che resiste ancora in cartaceo, oppure attraverso il sito che è www.rivistazetesis.com. Lì potete trovare anche tutto il materiale ampliato rispetto al lavoro di oggi pomeriggio e tutte le notizie sia per gli abbonamenti sia per tutte le iniziative che facciamo nel corso dell’anno.

 

Venivano miriadi di uomini portando pietre ed essi le prendevano e costruivano (Pastore di Hermas, III Visione)

 

Lettore 1 (Regoliosi)

In un testo cristiano del secondo secolo incontriamo la misteriosa visione da cui abbiamo tratto il titolo: miriadi di uomini portano pietre, che vengono scelte, o scartate, o adattate alla nuova costruzione. I testi che presentiamo –in una versione ridotta compatibilmente al tempo che abbiamo a diposizione –, composti dall’epoca della nascita di Cristo fino al quinto secolo, sono una piccola selezione di quella “miriade di uomini” che, fra speranze e novità, hanno costruito i primi secoli della nostra era.

 

  1. L’impero senza fine

 

Lettore 1 (Regoliosi)

All’epoca in cui Cristo nasce a Roma sono terminate le guerre civili, in cui un poeta come Orazio vedeva l’esito del peccato d’origine, il fratricidio di Romolo. Ma è lo stesso Orazio a prevedere, nella perennità dell’ascendere solenne delle vergini Vestali sul Campidoglio, una lunga durata nel tempo. Questa lunga durata è ciò che il destino sembra aver preparato a Roma e al suo impero, e sono in molti a far propria questa previsione, questa certezza.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Lo ha promesso Giove a Venere, quando la madre di Enea, nel racconto di Virgilio, era salita sull’Olimpo e si era lamentata per l’ostilità di Giunone verso i Troiani: Enea avrebbe raggiunto l’Italia e dalla sua discendenza sarebbe disceso Romolo, fondatore di Roma e della stirpe romana, quella stirpe  che avrebbe sottomesso la Grecia, vendicando così dopo secoli la sconfitta di Troia, per poi estendere il suo governo in “un impero senza fine” di tempi e di spazi, grazie al compito affidatole di unire tutti i popoli sotto la legge.

 

Virgilio, Eneide I

 

Attore 1 (Biasoni)

E a lei sorridendo, il creatore dei numi e degli uomini,

col volto con cui rasserena le tempeste e il cielo,

il bacio sfiorò della figlia, ed ecco le dice:

Attore 2 (Chierici)

“O Citerea, lascia l’ansia: ti restano immoti

i destini dei tuoi, vedrai la città, le mura promesse

di Lavinio, sublime fino alle stelle del cielo

porterai il grande Enea: nessun pensiero mi muta.

 

Allora, fiero del fulvo spoglio della lupa nutrice,

Romolo erediterà il popolo, egli fonderà marzie

mura e dal suo nome li chiamerà Romani:

A questi non di potenza, non pongo di tempi confini,

Impero do senza fine. … Così vuole il Fato. …

E nascerà troiano, di sangue bellissimo, Cesare,

che per confine all’impero l’oceano darà, gli astri alla gloria,

Giulio, nome disceso dal magnanimo Iulo. […]

L’aspro secolo allora, smesse le guerre, dolcezza

imparerà, la Fede candida e Vesta, Quirino con Remo fratello

daranno le leggi; chiuse le atroci porte di guerra

saranno e strette ritorte: dentro, l’empio Furore

seduto sull’armi crudeli, avvinti il dorso da cento

nodi di bronzo, con bocca cruenta ruggirà spaventoso”

 

Virgilio, Eneide VI

 

Attore 1 (Biasoni)

Forgeran con più arte spiranti bronzi altri popoli,

lo credo, e vivi dal marmo sapran trarre i volti,

diranno meglio le cause, le strade del cielo

misureranno a sestante, il sorger degli astri sapranno:

tu ricorda, o Romano, di governare le genti:

questa sarà l’arte tua, e dar costumanze di pace,

usar clemenza a chi cede, ma sgominare i superbi.

 

Virgilio, Eneide XII

 

Attore 1 (Biasoni)

 

Riti e costumi sacrali

darò, farò tutti, con unico nome, Latini.

E la stirpe che mista di sangue uscirà, vincer gli uomini,

vincere numi nell’onor tuo la vedrai,

nessun altro popolo tanto celebrerà mai il tuo nume.

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Una pace come la dà il mondo, certo, ma neppure un deserto quale un nemico la definisce: perché l’integrazione dei popoli, “la stirpe mista che di sangue uscirà” di cui parla Virgilio nell’ultimo passo, è un fatto che uno dei primi imperatori, Claudio nato non in Italia ma a Lione, proclamerà chiedendo per i Galli la cittadinanza romana, in nome di una storia di aperture a tutte le popolazioni via via aggiunte.

 

Nei secoli successivi l’affermazione della grandezza di Roma resta come punto di sicurezza continuamente proclamata, con nostalgia da chi guarda al passato o con impegno come quello trasmesso da un imperatore al proprio figlio: “amare lo stato come la casa paterna e i suoi antenati”.  E certo finché Roma riesce a fornire questa sicurezza, ci sarà la possibilità di percorrere le sue strade, portando merci, lingue, idee, portando dappertutto anche l’annuncio cristiano.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Il poeta Rutilio Namaziano di origine gallica è costretto nei primi decenni del V secolo, a ritornare da Roma nel suo paese d’origine, devastato dalle invasioni dei Visigoti. Mentre viaggia per mare, essendo ormai le strade impraticabili ed insicure e imbarcatosi a Ostia, percorre il litorale toscano, stupito dalle bellezze naturali, ma anche triste di dover abbandonare la città di Roma a cui innalza un elogio commosso e sincero riprendendo quelle profezie di Giove: Roma è stata capace di aggregare tanti popoli, con guerre giuste, ma anche e soprattutto elargendo le sue leggi “destinate a vivere nei secoli”.

 

 

Rutilio Namaziano, De reditu, 43 segg. passim 

 

Attore 1 (Biasoni)

Bacio ripetutamente le porte che devo lasciare e i piedi ne varcano a malincuore le soglie. […]

Attore 2 (Chierici)

Ascolta o genitrice di uomini, genitrice di dei, per i cui templi ci sentiamo meno lontani dal cielo. Te cantiamo e sempre, finché permetteranno i fati, canteremo: nessuno può, vivo, dimenticarsi di te. […] Perché tu estendi i tuoi benefici quanto il sole i suoi raggi, fin dove fluttua la liquida cintura dell’Oceano; lo stesso Febo, che tutto abbraccia, s’aggira per te, e, da te sortiti, in te ripone i cavalli. Te non impacciò la Libia con le sue arene infuocate, non l’Orsa respinse con il suo gelo, ma quanto la natura vivente si estende verso i poli, tanta terra è aperta al tuo valore. Tu facesti una sola patria delle genti più diverse, fu un beneficio per gli incivili cadere sotto il tuo dominio. E offrendo ai vinti la partecipazione al tuo diritto, facesti città ciò che prima era mondo.

Tutte le stelle nelle loro orbite eterne

non hanno mai visto impero più bello di quello di Roma.

Ne avevano congiunto uno simile gli Assiri

quando i Medi piegarono i loro confinanti?

I grandi re dei Parti e i tiranni Macedoni

si conquistarono gli uni gli altri con sorti alterne.

Né tu, nascendo, avevi più animi e braccia

ma più saggezza e più discernimento: per giuste guerre e per una pace non superba

la tua nobile gloria ha attinto la più alta potenza.

Tu regni e, ciò che vale ancora di più, meriti il regno:

tutte le grandi imprese superi con le tue [..].

Attore 1 (Biasoni)

Drizza gli allori che ornano i tuoi capelli e torna a rivestire di giovanili chiome, o Roma,  il tuo sacro capo invecchiato . […] È tua consuetudine dalle avversità sperare buona fortuna. […] E come la fiaccola acquista nuove forze se viene inclinata, più luminosa tu tendi verso l’alto, dopo che la sorte ti ha piegato verso terra. Diffondi le tue leggi destinate a vivere nei secoli che saranno di Roma. […] I tempi che ti restano da vivere non sono sottoposti ad alcun limite, finché sussisterà la terra, finché il cielo porterà gli astri.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Analogamente si esprime lo storico Ammiano Marcellino durante il IV sec.; ammiratore fervente della cultura classica, fiducioso che essa possa rifiorire sotto l’imperatore Giuliano, vede certamente che la città è nella fase della vecchiaia, ma sa per certo che Roma che ha portato pace e leggi, “vivrà finché ci saranno gli uomini”.

 

Ammiano Marcellino, Storie XIV, 6, 3-6 

 

Attore 1 (Biasoni)

Nel tempo in cui Roma, che vivrà finché ci saranno gli uomini, cominciò ad elevarsi allo splendore universale, perché s’ingrandisse con gloria sublime, la Virtù e la Fortuna, che spesso sono in contrasto tra loro, si unirono in un patto di pace eterna. Infatti se una di esse fosse mancata, Roma non avrebbe conquistato la completa supremazia. Il suo popolo dalla culla, per così dire, sino agli ultimi anni della sua puerizia, periodo di tempo che abbraccia circa trecento anni, sostenne guerre attorno alle sue mura; poi, entrato nell’adolescenza, dopo i travagli di numerose guerre, passò le Alpi ed il mare. Raggiunta la giovinezza e l’età virile, riportò allori e trionfi tutte le regioni che il mondo abbraccia nella sua immensità; e volgendo ormai alla vecchiaia e vincendo talvolta con il solo nome, è passato ad una vita più tranquilla. In tal modo questa città degna di venerazione, dopo aver umiliato le superbe cervici di stirpi feroci ed aver promulgato le leggi, che rappresentano i limiti eterni della libertà, come una madre onesta, saggia e ricca, lasciò ai Cesari, come ai propri figli, il compito di amministrare il suo patrimonio.

 

  1. Di fronte alla crisi

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Ma le tracce della crisi di questa sicurezza si fanno evidenti in testi che, fra il terzo e il quinto secolo, ci mostrano situazioni di decadenza e di pericolo. Le cause sono molteplici e i differenti autori le indagano e segnalano: le invasioni barbariche che hanno distrutto luoghi ed edifici un tempo gloriosi e un paesaggio un tempo bellissimo, le avventure di usurpatori del potere imperiale, le rivolte dell’esercito, le guerre fra imperatori di oriente e occidente in cui i barbari stessi sono utilizzati contro i nemici del momento, le pestilenze spesso provocate dalle stesse guerre e, secondo alcuni pagani gli dei che si vendicano per essere stati abbandonati, anche per colpa della diffusione del cristianesimo.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Quale che siano le cause della crisi, diffuso è il senso di abbandono e di debolezza che fa dire agli autori dell’epoca che anche per le città e le nazioni, così come per gli individui, è inevitabile l’invecchiamento, il decadimento ed infine la morte. Lo afferma lo stesso Rutilio che durante il suo viaggio lungo il litorale toscano non può “più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa”, ma “solo tracce fra crolli e rovine di muri”; Cipriano di Cartagine, vescovo e martire del III secolo, difende i cristiani dall’accusa loro rivolta di essere causa delle “disgrazie che scuotono e opprimono il mondo” “ormai invecchiato”; invecchiato  come è naturale secondo la “legge di Dio: che tutto ciò che nasce perisca e tutto ciò che cresce invecchi”.

Lo fa affermare alla stessa Roma Claudiano, l’ultimo grande poeta pagano in lingua latina di fine IV sec. che, ancora nutrito di ideali classici, immagina Roma con “la voce ridotta a un soffio, i passi lenti, gli occhi infossati” che constatando l’attuale degrado, ricorda la promessa di Giove celebrata da Virgilio, ma sentenzia che l’antichità fu ingannata da falsi auspici”.

 

Rutilio Namaziano, De reditu  suo I,  35-47; 99-414 

 

Attore 1 (Biasoni)

E già, sciolto l’abbraccio della città amata

siamo piegati, e a stento ci rassegniamo al ritardato viaggio.

Si sceglie il mare, perché le vie di terra,

fradice in piano per i fiumi, sui monti sono aspre di rocce:

dopo che i campi di Tuscia, dopo che la via Aurelia, sofferte a ferro e fuoco le orde dei Goti,

non domano più le selve con locande, nè i fiumi con ponti,

è meglio affidare le vele al mare, sebbene incerto.

 

Avverso si leva Borea, ma anche noi sui remi

a gara con lui ci leviamo, e copre con gli astri il giorno.

Prossima, Populonia schiude il suo lido sicuro

Portando il golfo naturale in mezzo ai campi. […]

Non si possono più riconoscere i monumenti dell’epoca trascorsa,

immensi spalti ha consunto il tempo vorace.

Restano solo tracce fra crolli e rovine di muri,

giacciono tetti sepolti in vasti ruderi.

Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino:

ecco che possono anche le città morire.

 

Cipriano, Lettera a Demetriano 

 

Attore 2 (Chierici)

Tutte queste disgrazie che scuotono e opprimono il mondo tu vai dicendo che accadono per colpa di noi cristiani e che per tanto devono essere a noi imputate: perché noi non adoriamo i vostri dèi. Ma, a tale riguardo, tu che sei all’oscuro degli insegnamenti divini e lontano dalla verità, dovresti considerare in primo luogo che ormai il mondo è invecchiato, che più non si regge con quelle forze con le quali prima si manteneva e ha perduto quel vigore e quella resistenza per cui un tempo era rigoglioso.

Anche se io tacessi di ciò, anche se le Scritture e i divini ammonimenti non facessero alcun cenno di ciò, il mondo stesso lo dice e con la prova del decadere delle cose attesta il suo tramonto. Credi tu che tanta sia varia moltitudine di cose invecchiate possa continuare ad esistere al modo che prima esisteva godendo di vigorosa giovinezza?

Di necessità declina ogni cosa, si approssima alla fine, si allontana e svanisce. Similmente il sole al tramonto manda fiochi i suoi raggi e quasi spenti; così la luna, compiuto il suo corso, mostra i corni sempre più pallidi, finché si oscurano; un albero già verdeggiante e ferace, per l’inaridirsi dei rami, diventa sterile, deforme per la vecchiezza; e una fonte, che prima dalle sue vene largamente fluiva, esauritasi a poco a poco, stilla appena qualche goccia. Questa è la sentenza stabilita per il mondo, questa la legge di Dio: che tutto ciò che nasce perisca e tutto ciò che cresce invecchi; s’indeboliscano le creature forti, diminuiscano le grandi, e una volta indebolite e diminuite, dileguino.

 

Claudiano, De Bello Gildonico

 

Attore 2 (Chierici)

E già Roma nel timore della morte, e spossata per l’interdizione delle messi, tendeva alla soglia del Cielo che veloce si volge, non col solito volto, non quale detta le leggi ai Britanni o piega ai suoi fasci gli atterriti Indi: la voce ridotta a un soffio, i passi lenti, gli occhi infossati; le gote hanno perso la loro floridezza; le braccia macilente sono consumate dal digiuno. A stento sostiene sulle deboli spalle lo squallido scudo; dall’ elmo allentato mostra la canizie e trascina l’asta tutta arrugginita. Quando finalmente toccò il cielo, si gettò ai piedi del Tonante, e dolente inizia tali querele:

Attore 1 (Biasoni)

«Se le mie mura furono degne di sorgere con presagi eterni, o Giove, se i carmi della Sibilla immutati rimangono, se non ancora hai preso a sdegno le rocche Tarpee, io supplice a te vengo; io, Roma, chiedo soltanto pane. Abbi pietà, o ottimo padre, della tua gente, allontana da noi la fame estrema. […]

Ahimè! Un’ombra vana a poco a poco sono divenuta! Un tempo ero potente per le armi del mio popolo e per le deliberazioni del senato; ho domato le terre, ho unito le città con le mie leggi: vincitrice corsi dall’Oriente all’Occidente. […]

Ma io che con le mie forze ho assoggettato le terre e il mare, sono abbandonata: ormai, nessuna ricompensa per la mia vecchiaia fuori servizio. O dei, in ira ai quali crebbi, soccorretemi finalmente; pregate per me il sommo Padre. […] Ma se lo vietano le Parche e l’antichità fu ingannata da falsi auspici, almeno sia io distrutta in altro modo e per tal genere di pena mi sia mutato. Porsenna riconduca i Tarquini, l’Allia rinnovi le pugne mortali; consegnatemi piuttosto nelle mani del feroce Pirro, abbandonatemi alla furia dei Senoni e alle fiamme di Brenno. Qualsiasi pena mi sarà più lieve della fame».

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Incontriamo diversi tentativi di uscire da quello stato di crisi, che abbiamo visto e che potremmo paragonare ad un deserto, ricostruendo un luogo, una patria, una società. Per esempio, quando la propria città deve essere rianimata dopo una vicenda bellica fra fazioni nemiche, ai capi politici si indica come importante, fra la ricostruzione degli edifici pubblici, delle case private e delle caserme,  anche e soprattutto la riapertura delle scuole; davanti all’invasione di una città  la popolazione si rivolge al suo vescovo, che pur privo di denaro  aiuta a ricostruire, e fa da tramite fra i suoi diocesani e i potenti che si succedono; in caso di pestilenza i cristiani si prodigano a seppellire i morti e procurare cibi per gli affamati.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

L’impegno di ricostruzione vede impegnati in prima linea gli imperatori e la loro amministrazione, ma anche i cristiani intervengono in tale opera: nel V secolo, in concomitanza dell’invasione del re ostrogoto Teodorico, il vescovo di Pavia Epifanio – così come ci racconta il suo biografo Ennodio – si diede alla ricostruzionedelle chiese danneggiate o distrutte dalle incursioni barbariche, ma soprattutto ebbe a cuore l’edificazione spirituale e morale di quanti erano stati colpiti e confusi nelle loro certezze.

 

Ennodio, Vita di Epifanio  95-107

 

Attore 1 (Biasoni)

La città di Pavia è teatro di scontri violenti, arde la furia di far bottino; ovunque lutto, ovunque terrore, e molteplici sono gli aspetti della morte. Il vescovo Epifanio, quell’operaio di Cristo e del nostro Dio, è presente con tutti i suoi: Egli correva sollecito per ogni dove; si chiedevano misure contro chi, fiducioso in antiche amicizie, aveva reso note le sue ricchezze. Alcuni davano alle fiamme edifici crollanti, altri chiedevano la morte di quel signore, per la cui salvezza avrebbero dovuto combattere.

Corrono al vescovado, ansiosi di abbandonarsi al saccheggio poiché sospettavano che nascondesse immense ricchezze colui che vedevano elargirne molte. O dolore! Entrambe le chiese sono bruciate dalle fiamme nemiche, tutta la città manda bagliori come un solo rogo. Si odono le grida di tutti i cittadini che cercano il vescovo, nessuno si ricorda del suo personale pericolo finché la parte più importante della sua salvezza si trova da lui divisa. liberò con la sua preghiera molti cittadini, prima che sentissero i vincoli della durissima condizione, soprattutto le madri di famiglia, per le quali la permanenza in prigionia avrebbe potuto essere particolarmente crudele. Insomma la città, che la moltitudine barbarica abbatteva, risorge. Non temette di dar mano alla costosa costruzione senza aver denaro da parte, ben conscio dell’ammonimento apostolico secondo cui per coloro che aspirano ai regni celesti le ricchezze abbondano sempre, e sempre attinge da una cassa piena chỉ non è povero di volontà da elargire. […]Frattanto, onde non sembrasse aver dato alla città solo chiese, con validi aiuti provvide anche ai suoi spossati abitanti: inviata un’ambasceria ad Odoacre, infatti, ottenne il condono dei tributi fiscali per cinque anni, e nel dividere tali benefici tra i singoli, si comportò con tanto disinteresse che nessuno ricevette meno di colui per il cui intervento erano stati elargiti.

 

III. Verso un’umanità nuova

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Alcuni autori partendo da diverse posizioni intervengono con chiare affermazioni proprio sul modo di vivere della società a distanza di diversi secoli l’uno dall’altro. Il sistema dello schiavismo, era diffuso nel mondo antico: a Roma era dovuto anche alle guerre di conquista che aggiungevano agli schiavi nati in casa o venduti per debiti prigionieri privati improvvisamente della libertà. C’erano state nei secoli repubblicani rivolte come quella di Spartaco, represse sanguinosamente, ma il sistema aveva continuato a sussistere, così come in molte altre epoche non lontane da noi. E come in altre epoche, la questione di fondo era la differenza ontologica fra schiavo e libero, e il diritto quindi di trattare lo schiavo come un ‘oggetto animato’, secondo l’antica definizione di Aristotele. È soprattutto il pensiero degli stoici a mettere in crisi questa differenza, non per discutere la liceità giuridica dello schiavismo, a cui nessuno si opponeva, ma per affermare l’identità umana dello schiavo e di conseguenza la necessità di trattarlo non come una cosa, ma come una persona, sottomessa dalla sorte alla situazione di dipendenza.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Già nel I sec. d.C. il filosofo stoico Seneca dà voce in modo efficace a questa riflessione immaginando in una delle Lettere a Lucilio un dialogo in cui ad un interlocutore che vuole identificare nello schiavo la mera proprietà del padrone, un altro ribadisce in modo sdegnato che anche lo schiavo è un uomo, come loro.

Analogamente il vescovo di Milano Ambrogio alla fine del IV sec. recupera alla luce del messaggio cristiano l’uguaglianza tra gli uomini che già Seneca aveva affermato ed esorta i ricchi milanesi che sperperavano ricchezze immense, mentre i poveri versavano in difficili condizioni a condividere i propri beni per così dire restituendoli a coloro che la natura aveva voluto uguali.

 

Seneca, Epistola 47

 

Attore 1: Ho sentito con piacere che tratti familiarmente i tuoi servi: questo comportamento si confà alla tua saggezza e alla tua istruzione.

Attore 2: “Sono schiavi”.

Attore 1: No, sono uomini.

Attore 2:”Sono schiavi”.

Attore 1: No, vivono nella tua stessa casa.

Attore 2: “Sono schiavi”.

Attore 1: No, umili amici.

Attore 2: “Sono schiavi”.

Attore 1: No, compagni di schiavitù, se pensi che la sorte ha uguale potere su noi e su loro. Perciò rido di chi giudica disonorevole cenare in compagnia del proprio schiavo; e per quale motivo, poi, se non perché è una consuetudine dettata dalla più grande superbia che intorno al padrone, mentre mangia, ci sia una turba di servi in piedi? […] Il padrone, però non sopporta di mangiare con costoro e ritiene una diminuzione della sua dignità sedersi alla stessa tavola con un suo servo. Considera che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tu puoi vederlo libero, come lui può vederti schiavo. Con la sconfitta di Varo la sorte degradò socialmente molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno lo fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. E ora disprezza pure l’uomo che si trova in uno stato in cui, proprio mentre lo disprezzi, puoi capitare anche tu.

Attore 2: “E dunque? Inviterò alla mia tavola tutti gli schiavi?”

Attore 1: Non più che tutti gli uomini liberi. Sbagli se pensi che respingerò qualcuno perché esercita un lavoro troppo umile, per esempio quel mulattiere o quel bifolco. Non li giudicherò in base al loro mestiere, ma in base alla loro condotta; della propria condotta ciascuno è responsabile, il mestiere, invece, lo assegna il caso. Alcuni siedano a mensa con te, perché ne sono degni, altri perché lo diventino; se c’è in loro qualche tratto servile derivante dal rapporto con gente umile, la dimestichezza con uomini più nobili lo eliminerà.

Attore 2: “È uno schiavo”.

Attore 1: Ma forse è libero nell’animo.

Attore 2: “È uno schiavo”.

Attore 1: E questo lo danneggerà? Mostrami chi non lo è: c’è chi è schiavo della lussuria, chi dell’avidità, chi dell’ambizione, tutti sono schiavi della speranza, tutti della paura.

 

Ambrogio,  De Nabuthae  

 

Attore 2 (Chierici)

Ogni giorno il povero viene ucciso. Per paura di ciò, la gente si ritira ormai dalle terre che sono sue; il povero, schiacciato dal peso delle ipoteche, emigra con i figlioletti, la moglie lo segue in lacrime, come se accompagnasse il marito alla tomba. Fino a che punto, o ricchi, volete spingere le vostre folli bramosie? Forse ché ci siete voi soli ad abitare la faccia della terra? Perché cacciate via chi è partecipe della stessa vostra natura e rivendicate a voi il possesso di tutta la terra? La terra è stata creata per tutti, per i ricchi e per i poveri: perché vi arrogate per voi soli, o ricchi, il diritto di possedere la terra? La natura non conosce i ricchi: essa ci porta alla luce tutti poveri: infatti non nasciamo vestiti, non siamo generati con oro e argento. Nudi ci porta alla luce, bisognosi di cibo, di vesti, di bevande, nudi la terra accoglie quelli che generò, non è suo costume chiudere dentro le tombe i beni posseduti. Piccola zolla di terra è piú che sufficiente sia per il povero sia per il ricco; la terra che non bastò a saziare le brame del ricco quand’era in vita, basta ad accoglierlo tutto quanto ora che è morto. La natura quindi non fa distinzioni, né quando nasciamo né quando moriamo. Ci fa nascere tutti uguali, tutti uguali ci riceve nel grembo del sepolcro e, se ci riesci, individua il ricco, Scava poi il tumulo e, se puoi riconosci il povero: l’unica distinzione fra l’uno e l’altro è questa, che con il ricco periscono piú cose. (1-2).

Attore 1 (Biasoni)

[…] Pertanto torna a tuo vantaggio tutto ciò che donerai al povero; quanto più ti sarai tolto, tanto più si accrescono i tuoi veri beni. Te nutri con quel cibo che avrai dato al povero, perché chi ha misericordia del povero con la sua misericordia nutre se stesso e in essa trova il suo guadagno. La misericordia si semina in terra, ma germina in cielo; si pianta nel povero, ma ramifica presso Dio. Dio dice: «Non dire: darò domani».

Pertanto chi, pur ricco, poté essere riconosciuto giusto, costui è veramente perfetto e degno di gloria. Colui che poteva – dice – prevaricare e non ha prevaricato, e fare del male e non lo fece. […] Voi vestite le pareti e spogliate gli uomini. L’indigente grida davanti alla tua casa, e tu non ci badi; grida, l’uomo nudo, e tu sei sovrappensiero perché non sai con quali marmi rivestire i tuoi pavimenti. Il popolo ha fame, e tu chiudi i tuoi granai; il popolo piange, e tu ti compiaci di ostentare le tue gemme! Infelice! Hai la possibilità di conservare in vita tante persone, e non vuoi farlo! La gemma del tuo anello avrebbe da sola potuto salvare la vita ad un intero popolo. (52-56) 

 

 

  1. Andando come a tentoni

 

Lettore 1 (Regoliosi)

C’è nell’uomo di ogni tempo un interrogarsi sul rapporto con qualcosa che sta oltre, per rispondere ad un desiderio anche confuso di uno più potente a cui chiedere aiuto e protezione. In assenza di una rivelazione sono gli uomini stessi a tentare di darsi delle risposte: esse nascono dalle credenze popolari come la fede negli dèi antropomorfi e nei dèmoni, o cercano un potere attraverso le pratiche magiche, o cercano sicurezza nella tradizione e nella storia di un popolo. Nei secoli che stiamo vedendo troviamo un incrociarsi di alcune di queste risposte, da cui sorgono anche dissensi e irrisioni, così come nostalgie di un passato che viene meno.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Simmaco, uomo coltissimo dedicatosi alla lettura e all’edizione dei classici, nella seconda metà del IV sec., di fronte alla novità spiazzante e senza un passato del cristianesimo, ormai legittimato dall’Editto di Milano proponeva per rinvigorire i valori morali e ricostruire lo spessore culturale e sociale della società il ritorno alla religione tradizionale, quella religione che nel passato aveva sostenuto e garantito lo stato nella sua forza di espansione.

Tuttavia, di fronte a uomini ancora legati alle divinità antropomorfe della tradizione o a uomini che cercano il dominio sulla realtà attraverso le pratiche magiche e superstiziose reagisce incredulo nel II sec. Luciano che in modo sprezzante e cinico critica la mancanza di razionalità di tutte queste posizioni.

A sancire la fine delle credenze negli dei e nei demoni della religione tradizionale, in modo dolorosamente drammatico Plutarco racconta di un misterioso episodio che sarebbe accaduto intorno al 30 d.C. e che gli sarebbe stato testimoniato da un non meglio identificato storico di nome Filippo, episodio in cui veniva proclamata la morte di Pan e di tutti gli dei con lui.

 

Simmaco, Relationes (Epistularum liber X) , III 

 

Attore 1 (Biasoni)

Noi pagani dunque vogliamo che sia restaurata la condizione della religione, di quella religione che a lungo ha giovato allo Stato. […] Concedete, Vi prego, che quello che abbiamo ricevuto da bambini possiamo da vecchi tramandare ai posteri. Potente è l’amore della tradizione. Giustamente la decisione del divo Costanzo non si è mantenuta a lungo. Voi dovete evitare tutte quelle decisioni innovatrici che come Voi sapete, ben presto sono state abbandonate. Noi ci preoccupiamo dell’eternità della fama e del nome Vostro e che l’età futura non trovi in Voi nulla da correggere. Ognuno ha i suoi costumi, ognuno ha i suoi riti. L’intelligenza divina ha distribuito alle città vari culti come custodi delle città. E come agli esseri che vengono al mondo viene assegnata un’anima, così tra i popoli vengono spartiti i geni fatali. Si aggiunge l’utilità che più di ogni altra cosa lega l’uomo agli dei. Infatti, dal momento che la spiegazione razionale nel suo complesso è oscura, donde può meglio venire a noi conoscenza dei numi che dalla storia e dagli insegnamenti degli avvenimenti precedenti e prosperi? Se l’antichità concede autorevolezza alle religioni, noi dobbiamo custodire una fede che vive da tanti secoli e dobbiamo seguire i nostri antenati che a loro volta avevano felicemente seguito i loro.

Attore 2 (Chierici)

Roma pensiamo adesso che sia qui davanti a noi e che a Voi parli con queste parole:

Attore 1 (Biasoni)

«Ottimi fra i príncipi, padri della patria, rispettate i miei anni, a cui sono giunta grazie ai miei pii riti! Possa io praticare il culto degli avi – né ho motivo di pentirmene! Possa io vivere secondo il mio costume, dal momento che sono libera! Questo culto ha ridotto il mondo sotto le mie leggi; questi sacri riti hanno respinto Annibale dalle mura, i Galli dal Campidoglio. Per questo dunque sono stata mantenuta in vita, per sentirmi rimproverare ora che sono vecchia? Vedrò poi un’altra volta che cosa siano nella loro essenza le innovazioni che si vogliono introdurre: rimproveri che vengono mossi a chi è vecchio sono tardivi e offensivi».

Attore 2 (Chierici)

Dunque noi chiediamo che gli dei patri, gli dei indigeti siano lasciati in pace.

 

Luciano, dal Philopseudes 7-9

 

Attore 1 (Biasoni)

Avevano già parlato, credo, della malattia, e in quel momento ne stavano ancora discutendo e ognuno proponeva certi rimedi. Cleodemo disse:

Attore 2 (Chierici)

«Se si raccoglie da terra con la mano sinistra un dente di una donnola uccisa nel modo che dicevo, e lo si avvolge nella pelle di un leone appena spellato e poi la si applica alle gambe, il dolore scompare subito».

Attore 1 (Biasoni)

«Io ho sentito dire invece – disse Dinomaco – che non deve essere una pelle di leone, ma quella di una cerva giovane e vergine, e si capisce, perché la cerva è veloce e la sua forza sta soprattutto nelle gambe. Il leone certo è possente, e il suo grasso, la sua zampa destra e i peli rigidi che ha sul mento hanno grande efficacia, se li si sa usare ognuno con la sua formula giusta. Ma per i piedi non serve».

Attore 2 (Chierici)

Tutti approvarono, convinti che il Libico aveva ragione.

Attore 1 (Biasoni)

Io invece dissi: «Davvero credete che questi dolori possano cessare grazie a formule magiche o l’applicazione di oggetti esterni, quando il male sta dentro?»

Attore 2 (Chierici)

A queste parole tutti risero, con l’aria di considerarmi uno stupido che non sapeva le cose più semplici, alla quale nessuna persona in possesso delle sue facoltà mentali poteva obiettare. Solo il medico Antigono parve contento della mia domanda perché da molto tempo trascuravano il suo tentativo di dare aiuto al malato seguendo i precetti dell’arte e prescrivendogli di non bere vino, di mangiare verdure, di abbassare il tono.

Attore 1 (Biasoni)

Cleodemo, sorridendo appena, mi disse: «Che dici, Tichiade? A te sembra incredibile che in questo modo si ottengano miglioramenti nelle malattie?»

Attore 2 (Chierici)

«Mi sembra incredibile sì – risposi io – ; non ho le pigne in testa al punto di credere che oggetti esterni, che non hanno niente in comune coi fenomeni che dall’interno provocano la malattia, messe insieme a parole e ad una qualche ciarlataneria, siano utili alla guarigione. Questo non può accadere neanche se avvolgi sedici donnole nella pelle del leone Nemeo. Ho ben visto tante volte il leone con addosso la sua pelle tutta intera zoppicare per il dolore».  […]

Attore 1 (Biasoni)

«Tu dai per dimostrato l’indimostrato ­– risposi io – e, come dicono, scacci chiodo con chiodo, perché non è affatto chiaro che i fenomeni che dici avvengano in virtù di quelle forze. E se prima non mi convinci ragionando che avviene naturalmente che la febbre e il gonfiore abbiano paura di un nome sacro o di una frase forestiera e per questo se ne vanno, quelli che fai restano discorsi da vecchiette».

 

Plutarco, Sull’estinzione degli oracoli 17.419 bd

 

Attore 2 (Chierici)

Sulla morte dei démoni ho udito un racconto da uno, che non era né uno sciocco né un ciarlatano, Epiterse, padre del retore Emiliano, – le cui lezioni taluni di voi hanno udito – è un mio concittadino e maestro di grammatica. Ecco quanto mi raccontò: «Navigava una volta verso l’Italia, su un naviglio che trasportava mercanzie e una folla di passeggeri. A sera, già presso le isole Echinadi, il vento cadde repente e la nave fu portata dai flutti nelle vicinanze di Paxo. I più erano desti; e molti continuavano a bere dopo aver pranzato. D’improvviso, dall’isola di Paxo fu udita una voce, o meglio un grido, che chiamava Tamo. Erano tutti stupiti. E con tono ancora più alto la voce disse:

Attore 1 (Biasoni)

“Allorché giungi nei pressi di Palode, annuncia che Pan, il grande, è morto”.

Attore 2 (Chierici)

A tali parole, continuava Epiterse, furono tutti atterriti. E si consultavano a vicenda: se fosse meglio eseguire il mandato oppure non impicciarsene e lasciar andare. Tamo prese la decisione seguente: se ci fosse forte vento, sarebbe passato lungo la riva in silenzio; se invece il vento cadessi e la calma regnasse nei dintorni, avrebbe riferito quanto aveva udito. Appena, dunque si giunse presso Palode, regnò una grande pace e di venti e di flutti; Tamo, da poppa, con lo sguardo volto alla riva esclamò:

Attore 1 (Biasoni)

“Pan, il grande, è morto!”

Attore 2 (Chierici)

Egli non aveva neppure chiuso bocca, che un immenso gemito, non di uno ma di tanti, s’innalzò, misto a grida di stupore. Ben presto la fama del fatto, per la presenza di tanti testimoni, si sparse in Roma e Tamo fu fatto chiamare da Tiberio Cesare, il quale prestò tanta fede al racconto da investigare e fare ricerche su Pan.

 

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Fra i tentativi di dare risposte alle domande inesauste troviamo le scuole filosofiche, soprattutto lo stoicismo sempre incerto fra panteismo e un Dio personale, oppure la diffusa ricerca di una nuova spiritualità e di promesse di salvezza futura nei culti misterici.

Il diffondersi della rivelazione cristiana si colloca nella ricerca dell’uomo, con risposte inattese non solo a proposito di verità sconvolgenti come la resurrezione di Cristo ma anche di un modo di vivere diverso dai criteri del mondo.

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Seneca segnala un nuovo modo di percepire il divino, come un fattore razionale che è presente nel mondo e nella natura così come nell’uomo e che dall’interno li anima e li governa. In una nuova intima connessione il Dio è nell’uomo, e l’uomo è, per così dire, figlio di Dio. La stessa unità profonda con il dio che l’uomo cerca nelle religioni misteriche, così come testimonia il passo di Apuleio che ascolteremo, in cui alla fine di tante peregrinazioni ed avventure, Lucio, il protagonista delle Metamorfosi, in una notte intensa riceve l’apparizione della dea Iside, in risposta alle sue preghiere. La dea, in cambio della sua dedizione, gli promette la felicità, la liberazione dalla condizione in cui si trovava – trasformato in asino per la sua curiositas e per l’applicazione di un filtro magico, ma soprattutto la possibilità di una vita oltre la morte, in una profonda intimità con il divino.

La Lettera a Diogneto, della prima metà del II secolo ben testimonia la portata innovativa dell’annuncio cristiano che non è frutto della creatività multiforme dell’uomo come per il paganesimo neppure di una speculazione filosofica arguta come quella di Seneca, ma di una rivelazione divina. E per questo i cristiani assumono un modo di vivere totalmente diverso che li rende stranieri in ogni città.

 

Seneca, Epistola 41

 

Attore 1 (Biasoni)

Non occorre alzare le mani al cielo né supplicare il custode del tempio affinché ci permetta di accostarci all’orecchio del simulacro, come se potessimo essere ascoltati di più: dio è vicino a te, è con te, è dentro. Così dico, Lucilio: uno spirito sacro risiede dentro di noi, osservatore e custode dei nostri mali e beni; egli, a seconda di come è stato trattato da noi, così egli stesso ci tratta. D’altra parte nessuno è un uomo buono senza dio: può forse qualcuno innalzarsi al di sopra della sorte se non aiutato da lui? Egli dà consigli grandiosi e nobili. In ciascuno degli uomini buoni – quale dio è incerto – abita un dio. Se ti si presenterà un bosco fitto di alberi vetusti e che hanno superato l’altezza normale e che per la densità dei rami che coprono gli uni gli altri impedisce la vista del cielo, quell’altezza del bosco e l’isolamento del luogo e l’ammirazione di un’ombra così densa e ininterrotta in un luogo aperto ti garantirà la certezza di una divinità. Se qualche grotta dalle rocce profondamente corrose terrà sospeso un monte, non fatta da mano umana, ma scavata fino a così grande ampiezza da cause naturali, colpirà il tuo animo con una specie di sensazione di religiosità. Se vedrai un uomo non spaventato dai pericoli, non toccato dalle passioni, felice in mezzo alle avversità, tranquillo in mezzo alle tempeste, che guarda gli uomini da una posizione superiore, gli dei da pari livello, non ti subentrerà venerazione nei suoi confronti? Non dirai:

Attore 2 (Chierici)

«questa realtà è troppo grande e troppo elevata per poter essere ritenuta simile a questo piccolo corpo in cui si trova?»

Attore 1 (Biasoni)

Là una forza divina discende; un animo straordinario, equilibrato, che passa oltre a tutte le cose come più piccole, che sorride di tutto ciò che temiamo e desideriamo, lo spinge una potenza celeste. Non può una cosa così grande stare in piedi senza il sostegno di una divinità, e quindi per la maggior parte di sé è lì donde discende. Come i raggi del sole toccano in verità la terra ma sono lì donde vengono mandati, così un animo grande e sacro e inviato a questo scopo, affinché conoscessimo [in verità] più da vicino le cose divine, conversa in verità con noi, ma rimane attaccato alla propria origine; da lì dipende, lì guarda e si appoggia, alle nostre cose partecipa in quanto migliore.

 

Apuleio, Metamorfosi 11

 

Attore 2 (Chierici)

«Eccomi, io Iside, sono qui, pietosa delle tue sventure, eccomi a te, soccorrevole e benigna.

Attore 1 (Biasoni)

Cessa di piangere e di lamentarti, scaccia il dolore, grazie ai miei favori ormai già brilla per te il giorno della salvezza.

Attore 2 (Chierici)

Sta’ ben attento, invece, agli ordini che ti do: il giorno che sta per nascere da questa notte, come vuole un’antica tradizione, è consacrato a me. In questo giorno cessano le tempeste dell’universo, si placano i procellosi flutti del mare, i miei sacerdoti, ora che la navigazione è propizia, mi dedicano una nave nuova e mi offrono le primizie del carico.

Attore 1 (Biasoni)

Dunque, con animo puro e sgombro da timore, tu devi attendere questo giorno a me sacro con animo libero da timori, ma anche a pensieri impuri. […]

Attore 2 (Chierici)

Ma ricordalo e tienilo bene a mente una volta per tutte, che la tua vita, fino all’ultimo giorno, è ormai consacrata a me.

Attore 1 (Biasoni)

Del resto mi pare sia giusto che tu dedichi la tua esistenza a me, a colei che per sua grazia ti ha fatto tornare uomo fra gli uomini. E tu vivrai felice, vivrai glorioso sotto la mia protezione, e quando il tempo della tua vita sarà compiuto e scenderai agli Inferi, anche allora, in quel mondo sotterraneo, nei campi Elisi, dove tu abiterai, vedrai me, come in questo momento, risplendere fra le tenebre dell’Acheronte, regina delle dimore Stigie e continuerai ad adorare il mio nume benigno.

Attore 2 (Chierici)

Che se poi con l’assidua devozione, lo zelo religioso, la castità rigorosa tu avrai ben meritato della mia protezione, sappi che a me è anche possibile prolungarti la vita di là del tempo stabilito dal tuo destino.”

 

Lettera a Diogneto

Attore 2 (Chierici)

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.

Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi
del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e
indubbiamente paradossale.

Attore 1 (Biasoni)

Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.

Attore 2 (Chierici)

Si sposano come tutti e generano figli,

Attore 1 (Biasoni)

Ma non gettano i neonati.

Attore 2 (Chierici)

Mettono in comune la mensa,

Attore 1 (Biasoni)

ma non il letto.

Attore 2 (Chierici)

Sono nella carne,

Attore 1 (Biasoni)

ma non vivono secondo la carne.

Attore 2 (Chierici)

Dimorano nella terra,

Attore 1 (Biasoni)

ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.

Attore 2 (Chierici)

Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.

Attore 1 (Biasoni)

Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.

Attore 2 (Chierici)

Non sono conosciuti,

Attore 1 (Biasoni)

e vengono condannati.

Attore 2 (Chierici)

Sono uccisi,

Attore 1 (Biasoni)

e riprendono a vivere

Attore 2 (Chierici)

Sono poveri,

Attore 1 (Biasoni)

e fanno ricchi molti;

Attore 2 (Chierici)

mancano di tutto,

Attore 1 (Biasoni)

e di tutto abbondano.

Attore 2 (Chierici)

Sono disprezzati,

Attore 1 (Biasoni)

 

e nei disprezzi hanno gloria.

Attore 2 (Chierici)

Sono oltraggiati e proclamati giusti.

Attore 1 (Biasoni)

Sono ingiuriati e benedicono;

Attore 2 (Chierici)

sono maltrattati ed onorano.

Attore 1 (Biasoni)

Facendo del bene vengono puniti come malfattori;

Attore 2 (Chierici)

condannati gioiscono come se ricevessero la vita.

Attore 1 (Biasoni)

Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati,

Attore 2 (Chierici)

e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio.

Attore 1 (Biasoni)

A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani.

 

 

  1. Venivano miriadi di uomini portando pietre ed essi le prendevano e costruivano

(Pastore di Hermas, III Visione)

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Se da parte dei pagani c’è stata diffidenza o aperta persecuzione, da parte dei cristiani il rapporto col paganesimo e la sua cultura è passato attraverso diverse posizioni, dopo che Paolo all’Areopago era venuto incontro ai filosofi radunati parlando della natura come segno e citando un antico poeta ellenistico. Le scuole erano comunque pagane, il percorso scolastico era rimasto quello precristiano: nasceva quindi la questione di quanto del pensiero e della tradizione pagana dovesse essere accettato, valorizzato, ricreato. A fianco di prese di posizioni apertamente ostili o pigramente inclini a rifiutare il passato in blocco, prevalgono quelle di chi, come Giustino, afferma l’esistenza nel cuore umano di semi di verità, e come Clemente Alessandrino, che vede nella filosofia greca una praeparatio evangelica, voluta dalla Provvidenza per i pagani come la Legge per gli Ebrei.

Il nuovo mondo che emerge da speranze perdute e difficoltà presenti farà i conti con l’apporto di tutti: i Cristiani utilizzeranno le due lingue, della cultura e della politica, per diffondere dappertutto la parola di Dio, in cui le vecchie parole acquistano un senso nuovo, parole che costituiscono le pietre per costruire un rapporto di testimonianza e d’intesa con gli uomini di tutta l’ecumene.

 

 

Clemente, Stromati I

 

Attore 1 (Biasoni)

Di tutte le cose buone, infatti, è causa Dio, ma di alcune, quali l’Antico e il Nuovo Testamento, primariamente, di altre, quali la filosofia, in secondo luogo. Ma forse anche la filosofia è stata data ai Greci come guida, prima che il Signore chiamasse anche i Greci: anch’essa infatti educava i Greci come la Legge gli Ebrei, per condurli a Cristo. Dunque la filosofia ha un compito preparatorio, aprendo la strada a chi sarà reso perfetto da Cristo.

Una sola dunque è la via della verità, ma ad essa come ad un fiume dall’eterna corrente confluiscono diversi corsi d’acqua da diverse sorgenti. Per ispirazione è stato detto: “Ascolta, figlio mio, e accogli le mie parole, perché ti capitino molte strade della vita. Infatti ti insegno le strade della sapienza, affinché non ti vengano meno le sorgenti”.

 

Giovanni, Prologo del Vangelo

 

Attore 1 (Biasoni)

Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος,

Attore 2 (Chierici)

In principio erat verbum,

Attore 1 (Biasoni)

καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν,

Attore 2 (Chierici)

et Verbum erat apud Deum,

Attore 1 (Biasoni)

καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος.

Attore 2 (Chierici)

et Deus erat Verbum.

Attore 1 (Biasoni)

οὗτος ἦν ἐν ἀρχῇ πρὸς τὸν θεόν.

Attore 2 (Chierici)

Hoc erat in principio apud Deum.

Attore 1 (Biasoni)

πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο,

Attore 2 (Chierici)

Omnia per ipsum facta sunt,

Attore 1 (Biasoni)

καὶ χωρὶς αὐτοῦ ἐγένετο οὐδὲ ἕν. ὃ γέγονεν

Attore 2 (Chierici)

et sine ipso factum est nihil, quod factum est;

Attore 1 (Biasoni)

ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν,

Attore 2 (Chierici)

in ipso vita erat,

Attore 1 (Biasoni)

καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων·

Attore 2 (Chierici)

et vita erat lux hominum

Attore 1 (Biasoni)

καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει,

Attore 2 (Chierici)

et lux in tenebris lucet,

Attore 1 (Biasoni)

καὶ ἡ σκοτία αὐτὸ οὐ κατέλαβεν. […]

Attore 2 (Chierici)

et tenebrae eam non comprehenderunt. […]

Attore 1 (Biasoni)

Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο

Attore 2 (Chierici)

Et Verbum caro factum est

Attore 1 (Biasoni)

καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν,

Attore 2 (Chierici)

et habitavit in nobis;

Attore 1 (Biasoni)

καὶ ἐθεασάμεθα τὴν δόξαν αὐτοῦ,

Attore 2 (Chierici)

et vidimus gloriam eius,

Attore 1 (Biasoni)

δόξαν ὡς μονογενοῦς παρὰ πατρός,

Attore 2 (Chierici)

gloriam quasi Unigeniti a Patre,

Attore 1 (Biasoni)

πλήρης χάριτος καὶ ἀληθείας.

Attore 2 (Chierici)

plenum gratiae et veritatis.

 

 

Lettore 2 (Dragonetti)

Abbiamo visto come Giovanni nel Prologo utilizzi parole che erano proprio della tradizione filosofica e della tradizione letteraria; parole attinte dal mondo pagano con significati diversi. Ma i cristiani dalla cultura che li ha preceduti non hanno tratto solo parole, ma hanno accolto anche modelli iconografici e architettonici. In particolare utilizzano antichi moduli architettonici, come per esempio le basiliche nate per una funzione politica per adattarli a un nuovo modello di vita e di incontri comunionali.

D’altra parte però i cristiani sapranno anche creare modelli originali, nuovi moduli più conformi alla tipicità del loro credo. Quando, per esempio, con San Benedetto tra il V e il VI secolo nascerà il monachesimo in Occidente, caratterizzato da una vita cenobitica comunitaria, anche l’architettura troverà delle nuove forme e si evolverà, per esempio, con la creazione delle abbazie, rapidamente diffuse in molta parte dell’Europa.

 

Ma per tornare al punto precedente, tra i molti esempi di riutilizzo di moduli dell’antichità in una nuova chiave, soffermiamoci solo sullo spazio della basilica.

A Roma e nelle città romane la basilica era un importante luogo pubblico, affacciato sul foro, con funzioni commerciali, civili e giuridiche, un’aula a pianta rettangolare, con colonnati.

Nel tardo impero poi la basilica diventa anche luogo di esaltazione dell’imperatore, una sala del trono, con importanti absidi come nella basilica di Massenzio a Roma, di cui oggi vediamo solo rovine, ma comunque indicative della grandiosità del passato.

Dopo l’editto di Costantino, quando il Cristianesimo diventerà religione lecita, religio licita, la basilica con la stessa forma – sala rettangolare, colonnato, abside –, si trasforma nel luogo del depositum fidei, dove ci sono le reliquie dei santi, il tabernacolo, a fondamento la liturgia e con la sua ampia capienza diventa anche il luogo adatto al raduno dell’Assemblea Cristiana.  Ne è un esempio la basilica di S. Sabina in Roma che ricalca il modello pagano, ma con nuove funzioni e significati.

 

In alcuni casi vediamo un caso ancora più estremo: pietre antiche in luoghi di culto nuovi, come nella cattedrale di Siracusa, che evidenzia sia all’esterno che all’interno il riuso delle colonne dell’antico tempio di Atena.

 

 

  1. Conclusione: i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi

 

Lettore 1 (Regoliosi)

Vogliamo concludere questo nostro percorso con le parole di Sant’Agostino che richiama i Cristiani ad una responsabilità nel vivere il loro tempo, quale che esso sia.

 

  1. Agostino, Discorso 80

 

Attore 1 (Biasoni)

«Sono tempi cattivi, tempi penosi!» si dice. Ma cerchiamo di vivere bene e i tempi saranno buoni. l tempi siamo noi; come siamo noi così sono i tempi. Ma che facciamo? Non siamo capaci di convertire una moltitudine di persone alla retta via? Ebbene, i pochi che mi ascoltano, vivano bene; i pochi che vivono bene sopportino i molti che vivono male. Sono frumento, si trovano sull’aia; nell’aia possono essere mescolati con la pula ma non potranno averla con loro nel granaio. Perché ci rattristiamo e ci lamentiamo con Dio? Non dobbiamo biasimare il Padre di famiglia, poiché ci è caro. È lui che ci sopporta, non siamo noi che sopportiamo lui! Sa lui come dirigere a buon porto ciò che ha fatto; fa’ ciò che comanda e spera ciò che ha promesso.

 

 

 

 

 

Data

27 Agosto 2025

Ora

17:30

Edizione

2025
Categoria
Incontri