Chi siamo
Uomini malgrado tutto. Il futuro cosa salverà dell’uomo?
Incontro con la fantascienza.
Brian Aldiss, Scrittore; Sergio Giuffrida, Membro dell’Associazione Mondiale dei Professionisti del Fantastico; Ion Hobana, Segretario Generale dell’Unione degli Scrittori Rumeni; Alex Voglino, Scrittore e Giornalista. Introduce Rocco Buttiglione, docente di Filosofia della politica all’Università degli Studi di Urbino.
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La narrativa non-realistica (facendo volutamente ricorso ad un termine generale, che ci consenta di prender le mosse abbastanza da lontano), si è identificata per millenni con la narrazione “tout-court” e comunque ancora per secoli a venire è venuta a coincidere con la letteratura cosiddetta “nobile” tanto ad Occidente, quanto ad Oriente. Crediamo anzi di poter legittimamente affermare, che proprio la nascita della letteratura come distacco dalla mitologia contrassegni l’esaurirsi di un’era, quella “delle certezze”, ed il suo trapasso ad una nuova Era, duplice e per molti versi contradditoria, che è quella “delle Fedi” per chi continua comunque a percepirne la dimensione religiosa, ed è invece quella “del dubbio” per chi si identifica nella sua anima illuminista prima e materialista poi. Se infatti il Mito (“Storia Esemplare”, come lo definisce Eliade), raffigurava in forma plastica – a Civiltà che le percepivano come tali – delle evidenze, circa leggi, regole ed equilibri del Cosmo, ruolo dell’Uomo in esso e sua escatologia, ed anche aspetti minori dell’esistenza, facendo ricorso al linguaggio sintetico dei simboli, d’altro canto la sua frattura ha generato tre fondamentali direttrici di speculazione in materia, tutte accomunate e limitate dal forzato ricorso allo strumento dialettico: da un lato la Teologia:;,Per quanto attiene al piano religioso, e dall’altro Storia e Filosofia, mezzi speculari di un’indagine meramente razionale.
Non c’è quindi da stupirsi se la letteratura fantastica in tutte le sue forme (figlie più o meno legittime del Mito, ma ad esso pur sempre cromosomicamente affini), resta a tutt’oggi la sede privilegiata dell’interrogazione su “chi siamo noi?”, “perché esistiamo?”, “qual’é lo scopo di questa esistenza?”, domande essenziali e centrali, rispetto a cui quello “se valga la pena di continuare ad essere uomini”, resta quesito subordinato.
L’atteggiamento della letteratura dell’immaginario presa nel suo insieme nei confronti di questa speculazione (conscia o meno non rileva), è sostanzialmente duplice, facendosi alternativamente “verifica d’ipotesi” o “raffigurazione plastica”, ed avendo ad oggetto della propria raffigurazione nel primo caso “l’Essere” dell’uomo, contenuto nei limiti del possibile, e nel secondo caso il suo “dover essere”: attitudini queste che, fattesi genere, si traducono in ciò che noi chiamiamo rispettivamente “Fantascienza” e “Fantasy”.
Il racconto di anticipazione scientifica, infatti, nato nella seconda metà del secolo scorso con H.G. Wells e Jules Verne, ha seguito, vissuto, interpretato sino alle estreme conseguenze, tutte e tre le principali fasi attraverso cui è passato l’uomo storico degli ultimi due secoli (fosse esso raffigurato nel tempo reale o in un futuro possibile), e cioè l’ottimismo progressista (coinciso col mito tecnologico agitato sino ai tardi anni ‘40), la crisi d’identità (coincisa col mito ecologico agitato fra il ‘54 ed il ‘75), e la crisi definitiva (coincisa col neo misticismo confuso, così ben rappresentato dalla science-fantasy). La fantasy, al contrario, ha sempre optato per la raffigurazione di un universo “alternativo”, solare, plasmato sul sacro e sul Mito Vivente, nei confronti del quale autori e fruitori hanno sempre manifestato un singolare atteggiamento di ricerca/rimpianto. Esiste un popolo in Sudamerica, i Guaranì, le cui sacralità e civiltà sono integralmente funzionali alla ricerca co· stante, non solo simbolica, ma anche pratica, del “Paradiso Perduto”: l’atteggia mento di autori e lettori di fantasy nei confronti dei propri “Mondi Secondari” è spesso del tutto analogo. Sbaglia tuttavia chi vede in ciò solo un vacuo escapismo; la funzione della fantasy è didascalica, non d’inebriamento, anche se addita linee di vetta e fornisce risposte ultime, che volutamente ignorano lo iato esistente fra “uomo storico” ed “uomo mitico”.
Un ben preciso filo conduttore, peraltro, lega coerentemente fra loro tutte le varie forme di fantasia narrata, ed esso è la precisa coscienza dell’indissolubile preziosità dell’“essere uomini” e dell’inderogabile necessità d’attuare la propria umanità in modo integrale, sia che esso si manifesti attraverso il confuso, drammatico bisogno di catarsi della narrativa distopica inglese, dal “Mondo Nuovo” di Huxley ai romanzi di Cristopher Priest, sia che esso venga plasticamente raffigurato nella luminosa saga tolkieniana del “Signore degli Anelli”, ove se a fare da demiurghi sono chiamati esserini fantastici indenni dal peccato originale (gli Hobbit), l’Era rigenerata s’impernia sul campione della razza umana, Aragorn, il “Vero Re”.
di Alex Voglino & Sergio Giuffrida








