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UOMINI DI DIO. IL FILM EVENTO SUI MONACI MARTIRI
Visione del film Uomini di Dio (titolo originale Des hommes et de dieux) del 2010 del regista Xavier Beauvois. È la pellicola che ha fatto conoscere al mondo la testimonianza dei monaci trappisti di Tibhirine, in Algeria, che sono stati proclamati beati nel 2018, insieme ad altri 11 cristiani uccisi durante il “decennio nero” del terrorismo islamista.
Dopo la visione del film ne parlano Etienne Comar, sceneggiatore e produttore del film; Marie-Dominique Minassian, responsabile progetto “Gli scritti di Tibhirine”. Modera Alessandro Banfi, giornalista, coordinatore comunicazione Fondazione Oasis e curatore della mostra Chiamati due volte. I martiri d’Algeria
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ALESSANDRO BANFI
Buonasera. Buonasera a tutti e benvenuti a questo incontro e innanzitutto ringrazio Marie-Dominique Minassian che è l’autrice degli scritti di Tibhirine, un’opera di cui parleremo stasera e Etienne Comar, produttore di questo film a cui tutti noi siamo grati e stasera capiremo perché. Perché stiamo per vedere il film Evento sui martiri d’Algeria e nel 2010, almeno in Italia, distribuito dalla Lucky Red, ma è un successo planetario che ottiene premi internazionali. Il film Des Hommes Et Des Dieux, traduzione in italiano, tradotto col titolo italiano Uomini di Dio, presentato in Italia col titolo Uomini di Dio, racconta in modo inaspettatamente popolare, di grande successo Adesso la storia dei sette monaci di Tibhirine che in quel momento diventano i più famosi fra i 19 martiri d’Algeria. Sapete, sui martiri d’Algeria c’è una mostra qui al Meeting che potete visitare in A7, Chiamati due volte. Stamattina abbiamo fatto un incontro con grandi personalità su questo tema e stasera abbiamo qui altre due grandi personalità che ci parlano proprio specificamente della memoria. dei monaci di Tibhirine. Partendo da questo film, questo film che magari molti di voi hanno già visto, ma magari no, che si intitola appunto Uomini di Dio e che è un film particolare perché racconta solamente la storia dei sette monaci di Tibhirine. Io però nel presentare così ai nostri a tutti voi i nostri amici e autorevoli ospiti faccio una domanda iniziale, poi partiamo subito a vedere il film che così dopo lo possiamo commentare e entrare dentro i meccanismi del film, ma dato che è la prima volta che i nostri due ospiti sono qui al meeting di Rimini e credo che sia anche la prima volta che questa storia dei martiri dell’Algeria viene tematizzata con tanta forza che Papa Leone X nel messaggio al meeting cita espressamente questa mostra. Ecco, allora cominciando da Marie-Dominique Minassian che ve lo ricordo è professoressa e si occupa in università di studiare la storia nel senso proprio degli scritti dei monaci di Tibhirine e guida poi ce lo spiegherà molto bene – tutta questa opera monumentale. Però Marie-Dominique le chiedo che qual è la prima impressione del meeting di Rimini che lei ha avuto? molto impressionata. C’è un’atmosfera di amicizia, di fratellanza in cui mi ritrovo perfettamente e lavorando sugli scritti di Tibhirine e anche la storia che vedete nel film, in questo film straordinario Uomini di Dio, ecco, vedrete che c’è questa atmosfera di fratellanza, di amicizia, di dialogo e quindi per me è bellissima, una bellissima esperienza essere qui a Rimini.
ALESSANDRO BANFI
Grazie. E Etienne Comar cui dobbiamo la produzione di questo film, ma anche la co-sceneggiatura. Ecco, qual è l’impressione di questo di questo meeting?
ETIENNE COMAR
Io sono molto toccato, davvero commosso perché vedere che 15 anni dopo la sua realizzazione questo film ancora suscita un grande interesse e sia da parte di persone religiose, ma anche da parte di cinefili. Ebbene, per me è davvero emozionante e toccante e in particolare poterlo presentare in questo magnifico contesto del meeting di Rimini. Quindi grazie, grazie per aver valorizzato questo film anche in relazione alla mostra. Grazie a voi di fatto opera che passerà alla storia. Allora, uomini di Dio e poi ne parliamo. Potete spegnere le luci.
Proiezione del film
ALESSANDRO BANFI
Allora, grazie a tutti ancora per essere qua a questa visione del film. Il film è sempre meraviglioso e pieno di emozione. Io ho visto che c’è in sala il cardinale Jean-Paul Vescu, sua Eminenza, il cardinale di Algeri, arcivescovo di Algeri, che ha lavorato con noi per la mostra e so che lui ha qualcosa, se vuole prendere il microfono, se gli diamo un microfono. So che lui ha qualcosa da raccontare che può raccontare qui e su questo film. Grazie Eminenza. C’è qualcosa da raccontare suo di personale su questo film?
CARDINALE JEAN PAUL VESCO
Volevo semplicemente dire che non ho conosciuto i monaci quando sono stati rapiti, ma al contrario quando sono arrivato in Algeria la chiesa era ancora ferita, ferita per la morte di questi monaci di Tibhirine e per i 19 membri della chiesa. All’improvviso, quando abbiamo saputo che c’era un progetto per fare un film al cinema sulla morte dei monaci, c’è stata una reazione abbastanza complicata, una forte opposizione da parte dei membri della chiesa, dell’arcivescovo, dei preti, perché non potevano immaginare che ci potesse essere un film al cinema su questo dramma che stavano ancora vivendo e di cui non avevano fatto ancora il lutto. L’ho visto, ho visto questo film per motivi personali solo molto tempo dopo, ma quando è uscito i membri della chiesa, quindi i preti, l’arcivescovo, sono andati a vederlo e per certi versi ho visto il film attraverso i loro occhi e tutti hanno detto all’unanimità che erano veramente i monaci di Tibhirine. È molto bello per noi capire che mentre all’inizio si erano opposti a questo film, quando poi l’hanno visto, ne hanno riconosciuto la verità. Questa è l’idea che volevo condividere con voi, il mio pensiero. Poi c’è un’altra cosa che volevo dire. I due monaci che ho conosciuto sono Amédée e Jean-Pierre, i sopravvissuti. Li ho visti spesso a più riprese al Monastero di Metté, dove vivevano vicino al monastero del film. Proprio dopo la prima volta che li ho visti nel 2002, Amédée, il monaco più anziano del film, era molto, molto impensierito. Diceva che era rimasto in vita proprio per essere testimone, dare testimonianza di quanto aveva vissuto, mentre Jean-Pierre, l’altro monaco, era incredibilmente tormentato e diceva: “Ma perché siamo rimasti in vita noi?”. Come se si pentissero di essere rimasti vivi e poi ha continuato a vivere per una quindicina d’anni dopo la morte dei suoi fratelli e poco a poco si è riappacificato con sé stesso ed era un uomo straordinariamente tranquillo. L’8 dicembre del 2018, durante la celebrazione della beatificazione dei suoi fratelli, lui era presente ed era un uomo di grande pace, di grande tranquillità e questo mi ha enormemente commosso. Questo era quello che volevo condividere con voi questa sera.
ALESSANDRO BANFI
Grazie Eminenza. E in questo applauso ci uniamo. Voglio unire anche un ringraziamento per queste due persone che sono qua sul palco. Le ho già presentate all’inizio, ma per chi non avesse colto, Etienne Comar è stato il produttore e cosceneggiatore di questo straordinario film e saremo sempre a lui grati, saranno grate generazioni di aver creato questo film che, in modo anche non così dalla chiesa, come ci ha raccontato adesso il cardinale, ha raccontato in modo così autentico i monaci. Partirei da lui con una domanda molto semplice, com’è nata poi l’idea del film? Secondo, vi aspettavate questo successo?
ETIENNE COMAR
All’inizio ci possono essere delle intuizioni e all’inizio ho avuto un’intuizione artistica. Poi ho riflettuto e questa è una domanda che spesso mi è stata fatta. È un mix di varie cose. Prima di tutto la morte dei monaci nel ’96 è stato un momento che ha avuto un grande impatto in Francia. All’epoca, tra il ’93 e il ’96, c’erano stati molti attentati a Parigi, nella regione parigina. All’epoca io avevo 30 anni e quando c’è stato l’assassinio dei monaci nel ’96 è stato un momento, l’apice di questa guerra. È stato proprio l’apice. All’epoca avevo letto molti articoli, seguivo molto l’attualità, ma non avevo esattamente capito che cosa facessero questi monaci in Algeria. È stata una grande sorpresa capire che c’erano ancora dei monaci cristiani cattolici in Algeria, sulla terra d’Algeria. Questa è una lunga storia perché questa è anche la storia della colonizzazione francese in Algeria. Quindi avevo continuato a leggere questi articoli per anni, a tenerli con me e dopo qualche anno, quando nessuno parlava più di questa storia, proprio perché c’era stato un crimine, un assassinio, però non si era mai arrivati a capire il perché. Ho visto un documentario, alcuni libri sono usciti, sono stati pubblicati, li ho letti e mi sono detto: “Beh, è il momento di parlare di questa storia”, ma proprio di parlare del motivo per cui questi monaci hanno deciso di rimanere in Algeria e del loro attaccamento per la terra d’Algeria. Poi c’è un’altra cosa, questa è stata una tragedia, una tragedia di cui ha parlato l’attualità e poi c’è il testamento perpetuo di Christian de Chergé che avevo letto. Rileggendolo nel 2006-2007 sono stato colpito dalla bellezza della sua testimonianza e dall’acutezza con cui aveva capito che cosa succedeva e di questa tragedia che era in qualche modo legata a una sorta di finzione. Qui è venuto fuori lo sceneggiatore che è in me, per far capire l’approccio religioso di questa storia. Poi ci sono anche dei motivi personali. Mio padre alla fine della sua vita è diventato diacono dopo aver lavorato in un’industria farmaceutica per anni e ha cominciato a occuparsi del dialogo interreligioso. Era la sua vocazione proprio come diacono ed è morto alcuni anni prima che avessi cominciato a scrivere il film e per me il film è stato un modo anche per rendergli omaggio perché era una persona che era molto interessata a queste questioni, al dialogo interreligioso soprattutto. Poi un altro motivo è legato al cinema perché prima di tutto sono un uomo che adora fare film, che lavora nel cinema ormai da molti anni e ho sempre amato i film che parlano della grazia della religione in diverse filmografie di diversi paesi. In Italia, Pasolini e Rossellini sono registi che adoro, che mi hanno sempre molto colpito e che ho studiato. Entrambi hanno parlato di questa tematica: Francesco d’Assisi oppure il Vangelo secondo Matteo. Quindi la ritrascrizione attraverso il cinema della religione e dell’affare religioso è una cosa per me affascinante perché per me è un mezzo, uno strumento, con tutto il talento che deve avere uno sceneggiatore, per parlare di qualche cosa che è legato alla grazia, che mischia la musica, i testi, il cinema. Poi nella cinematografia francese ci sono film come quelli di Robert Bresson, Cavalier. Negli Stati Uniti, Scorsese e altri registi di altri paesi. C’è tutta una cinematografia che è legata proprio alla questione religiosa. Ero interessato a fare un film in maniera contemporanea, moderna. Poi l’ultima ragione è il mio incontro con Xavier Beauvois, un amico a cui ho proposto di fare un film quando avevo scritto la prima versione della sceneggiatura e subito si è rivelato molto interessato e ha contribuito con tutta la sua intelligenza e il suo talento artistico ed è stata una collaborazione, come non spesso succede nella vita di un produttore, di regista e di sceneggiatore. È veramente un’opera che è nata da questa intesa, da questa amicizia tra noi due. Proprio per tutti questi motivi che ho fatto questo film con molta umiltà perché evidentemente prima di tutto si parla della vita di questi monaci, ma ho cercato di ritrovare lo spirito con cui avevano vissuto tutto questo e i timori che c’erano all’epoca in Algeria. Sono convinto che sarebbe stato un film magnifico. Ovviamente era difficile immaginare che il film avrebbe avuto successo. Non lo sai mai, come si dice nel mestiere del cinema, non sai mai se avrai successo o no. Molto spesso il film non riesce. Il film poco a poco si è imposto. Prima a livello cinematografico ci sono stati dei premi a Cannes, altri festival e all’improvviso abbiamo visto che c’è stato un crescente interesse per questa tematica e per questo film. Non è stata una grandissima sorpresa, però ci ha un po’ sconvolto. Abbiamo capito che il pubblico si aspettava molto da questo film, non solamente i cinefili, ma il pubblico in generale. Ci sono state varie uscite in vari paesi e il film ha avuto un enorme successo e con nostra grandissima gioia, anche per la causa dei monaci, perché dopo questo film è stato fatto molto sui monaci di Tibhirine, sono stati pubblicati gli scritti, c’è stato un forte interesse da parte del pubblico per questi monaci. È stata una congiunzione positiva, un momento straordinario, ci sono stati diversi livelli politici, artistici e religiosi che si sono uniti insieme, hanno fatto il successo del film.
ALESSANDRO BANFI
Grazie. Scelte artistiche stupende, l’uso del silenzio, l’uso della musica. C’è questa scena che poi ho anche usato nei video.
ETIENNE COMAR
Perché ci sono due cose che ho notato rivedendolo nel cinema. Ci sono termini specifici che si utilizzano, si parla di incarnazione, anche se sono film non religiosi, perché si dice che gli attori incarnano un ruolo. Poi spesso quando si gira nei film si dice che ci sono piccoli miracoli perché improvvisamente c’è proprio la vita che incontra il film e qui devo dire che c’è tutto, c’è l’incarnazione evidentemente anche nel senso religioso, ma anche di questi straordinari che incarnano perfettamente. Tutti si sono informati moltissimo sui monaci, personaggi, ruoli che dovevano interpretare, quindi hanno dato vita pienamente in modo straordinario ai personaggi. Poi i miracoli come la neve che è arrivata alla fine delle riprese che non era prevista. Poi anche la mandria di pecore che improvvisamente arriva nel campo, fa eruzione, Lambert Wilson sta camminando e poi le campane, tanti piccoli momenti che sono tutti piccoli miracoli. Xavier Beauvois è riuscito a coglierli perfettamente, è riuscito a valorizzare tutto questo e andare al di là della sceneggiatura, della verità del film ed è riuscito a fare in modo che questo film abbia una certa grazia.
ALESSANDRO BANFI
Davvero grazia in due sensi, nel senso di grazioso e nel senso di qualcosa che ispira e che viene dall’alto. Marie-Dominique Minassian, professoressa, sta facendo un lavoro in questo senso e in qualche modo li abbiamo messi insieme stasera ed è qui stasera con noi a commentare il film perché anche lei è parte di questa grande eredità, contribuisce a costruire l’eredità dei monaci di Tibhirine con la grande opera di radunare tutti gli scritti di Tibhirine. Allora io vorrei che raccontasse un po’ questa sua esperienza di raccogliere tutti gli scritti dei monaci.
MARIE-DOMINIQUE MINASSIAN
Grazie, grazie Etienne per questo film, non solo per il film, ma proprio per questo lavoro che si ricollega anche al lavoro di raccolta degli scritti, perché tutto questo rappresenta un retaggio, un’eredità e per farlo ci vuole tutta una squadra. Qui vedete solo me, ma in realtà c’è un’intera equipe che si è riunita e la storia di questi scritti è radicata nel film, un film che ci ha davvero colpito profondamente. Ogni volta che lo vedo mi commuove moltissimo e noi abbiamo davvero preso atto di questo grandissimo successo. E noi ci siamo calati nella realtà che loro vivevano, questo incontro col popolo algerino e loro erano là per questo incontro, per vivere con questo popolo e questo ci ha davvero colpito il fatto che avremmo potuto raccontare questa storia anche attraverso gli scritti dei fratelli stessi e abbiamo voluto immediatamente raccogliere tutti gli scritti dei fratelli e questo ci ha consentito abbastanza rapidamente di scoprire questo immenso testamento anche di fratello Christian che è un po’ la chiave di lettura di tutti gli scritti. Al contempo abbiamo potuto scoprire a poco a poco nel corso degli anni gli scritti degli altri monaci e la grazia di questo film consiste anche nell’averci fatto scoprire una comunità e volevamo anche scoprire cosa c’era dietro il magnifico, indimenticabile testamento. Volevamo saperne di più di questa comunità, di ogni singolo volto e c’è stata un’intuizione straordinaria che abbiamo avuto quando si delineava la beatificazione. Questo è avvenuto nel 2017, sapevamo che la cosa stava andando avanti velocemente e allora abbiamo avuto un’idea. Abbiamo deciso di presentare questi scritti in modo ordinato, quindi in una collana dedicata appositamente a questo tema. Ci siamo sentiti quasi chiamati a raccogliere tutti questi scritti di questi fratelli disponibili non solo negli archivi religiosi, ma anche disponibili presso i loro cari, le loro famiglie. Questo per approfondire non solo la conoscenza individuale di ciascuno di loro, ma di tutta la dinamica che li animava, una dinamica di ascolto. C’è tantissima tenerezza in questo film, c’è fratellanza, c’è incarnazione e ritroviamo tutto questo negli scritti. Quando conosciamo ciascuno di loro, davvero siamo catturati dalla personalità di ciascuno e possiamo capire come loro si sono arricchiti reciprocamente per entrare in questo incontro, in questo ascolto profondo del loro prossimo, di tutti coloro che li circondavano, che vivevano intorno a loro, con loro e anche di tutta la ricchezza derivante da questa prossimità, una prossimità tra fratelli, ma anche all’interno di un villaggio di Tibhirine e poi di un intero paese con una chiesa, una chiesa che era a Tibhirine proprio per animare la vita della popolazione locale, dei musulmani e che cercava proprio di vivere appieno questa fraternità, questa accoglienza. Se desideriamo davvero capire a fondo Tibhirine, se vogliamo entrare in sintonia con quello che loro vivevano, questo respiro, dovevamo ricreare questa spiritualità attraverso gli scritti dopo che c’era stato questo film così ben realizzato. Personalmente sono entrata nell’universo di Tibhirine attraverso la porta poetica di Padre Christophe. L’avete visto nel film, un poeta che riesce ad esprimere con le parole, il suo cuore, la sua passione, l’amore di Dio. Io ho scritto il mio dottorato in teologia su di lui e ho avuto la fortuna di poter conoscere gli altri fratelli lavorando sui loro scritti e mi sono meravigliata moltissimo in modo diverso rispetto a ciascuno di loro, perché ciascuno di loro in questa dinamica di comunità porta il proprio cuore, la propria passione per Cristo, per l’incontro con l’altro, la sua qualità di ascolto. Forse è proprio questo che ci danno ancora oggi i monaci, proprio l’ascolto di una chiesa più sinodale. È proprio questa qualità dell’ascolto della parola di Dio che appare molto bene nel film, l’ascolto della parola di Dio, l’ascolto della parola del fratello. L’abbiamo visto molto bene nel film e per concludere anche un ascolto degli eventi per essere sempre in sintonia con quello che occorre dire, che occorre fare. C’è questa scena incredibile, questo faccia a faccia tra Christian de Chergé e Sayat (??). Il film riprende il dialogo parola per parola, letteralmente. Anzi, ringrazio per aver fatto questa scelta perché in questa scena si raggiunge un apice, un culmine, l’incontro tra due uomini con una qualità dello sguardo che ci mostra come vedere l’altro, quando un’altra persona avrebbe visto semplicemente un assassino e invece Christian vede un fratello e quindi lui osa una parola. Avrebbe potuto accontentarsi, dopo aver rifiutato tre volte, avrebbe dovuto essere contento di essere ancora vivo. Invece offre una parola di pace e questa parola di pace risveglia il fratello di fronte a lui perché gli viene parlato di pace e allora capisce, si risveglia e si scusa per aver disturbato questo momento di celebrazione di Natale. Questo mi appare come un momento di correzione fraterna, quindi di carità, di parola fraterna che suscita un risveglio nell’altro. Questo aspetto, questa scena in particolare, la ritroviamo in modo intenso in tutti gli scritti, di tutti i monaci, anche se in modo diverso. Abbiamo una quantità maggiore di scritti di fratello Christian. Di Christophe abbiamo tante poesie, ma in generale in questa raccolta, in questa antologia, gli scritti di Tibhirine, intendiamo proprio restituire il volto di questa comunità e abbiamo deciso per questo di includere i testi di tutti i fratelli. Cosa abbiamo cercato di fare? Prima abbiamo pubblicato una prima opera, una opera che funge da introduzione, da accesso per conoscere questi fratelli. C’è quindi questa antologia di testi tematici che ci fa immergere nella spiritualità di questi fratelli. Abbiamo poi iniziato dopo questo primo volume con un secondo volume. Padre François in “Gaudete et Exsultate” al numero 141 specifica l’esempio di questa comunità di Tibhirine come un esempio, l’esempio di una comunità che si è preparata insieme proprio al martirio. Felici quelli che si donano, come si sono preparati insieme, “Gaudete et Exsultate” lo specifica e loro lo hanno fatto, donando la loro vita giorno per giorno, il dono quotidiano attraverso le piccole cose che è rappresentato in scena in modo egregio nel film. Poi c’è il volume successivo che rappresenta il cuore della vita di questa comunità. L’incontro è il volume 3. Proprio al centro dell’incontro troviamo questa ospitalità reciproca. Felice colui che accoglie è il volume 4, per poi addentrarsi nell’accoglienza reciproca, nella conoscenza reciproca occorre una vita di preghiera, l’abbiamo visto nel film, quindi “Felici coloro che pregano” e questo è il volume 5. Poi il frutto di una vita di preghiera è proprio una vita di pace pacificata. “Felici coloro che cercano la pace” e “Vivere disarmati” è il volume 6 che è appena stato pubblicato. Il volume 7 invece si concentrerà sulla fraternità. Più siamo disarmati, più possiamo abbracciare un modello di vita basato sulla fraternità ed è quello che ci permette di vivere davvero come fratelli, come fratelli sia della pianura che della montagna e quindi vivere già a partire dall’altra riva, poter abbracciare anche accettare il pensiero della morte per vivere fino in fondo. Tutta questa raccolta è il racconto di questo cammino e percorso spirituale. Per noi è stata una gioia documentare tutto questo. Una seconda collana poi è stata ideata perché noi siamo solo all’inizio dell’ascolto teologico di questa testimonianza. La seconda collana pubblica poi gli studi su Tibhirine e il martirio della fraternità. Ci sono otto volumi, quindi, che sono stati pubblicati. Sono colloqui, conferenze, seminari, tesi di dottorato, tutto quello che ci consente di ascoltare ancora più in profondità la pertinenza di questo messaggio per la Chiesa di oggi, per costruire una fraternità universale. Quando Papa Francesco ha firmato ad Abu Dhabi il documento sulla fraternità universale penso che avesse nel cuore i volti di questi fratelli, di questi 19 martiri, nonché il respiro di questa chiesa d’Algeria. Credo che possiamo davvero essere grati a costoro, a quelli che hanno seguito questo percorso difficile di rimanere, anche se era la scelta inevitabile, perché non si abbandona un amico malato, si resta al suo capezzale.
ALESSANDRO BANFI
Direi che possiamo chiudere qua perché si è fatta un’ora molto tarda e io ringrazio ancora moltissimo Marie-Dominique Minassian. Solo una brevissima domanda della staffa. In Italia quando saranno pubblicati questi scritti?
MARIE-DOMINIQUE MINASSIAN
Grazie per questa domanda. Grazie Alessandro. Siamo immersi in questo lavoro in lingua francese che è la lingua madre dei nostri fratelli e attraverso le conferenze che organizziamo ogni 2 anni cerchiamo anche di essere in ascolto della risonanza di questi fratelli in altri paesi e abbiamo cominciato proprio dall’Italia nel 2021 a Roma. Abbiamo organizzato la nostra seconda conferenza lì e speriamo che presto possa esserci una traduzione in italiano di questa opera magnifica. Sarà un grandissimo lavoro. Non so se realizzerete questa traduzione in italiano. Saranno 28 volumi in totale, quindi un bel po’ di lavoro all’orizzonte.
ALESSANDRO BANFI
Bene, ma dopo che il Papa ha mandato il messaggio al Meeting di Rimini e ha citato questa vicenda della mostra dei martiri d’Algeria e vedendo quello che sta accadendo al Meeting attorno a questa mostra, io posso dirvi sicuramente la festa è già cominciata e non solo in paradiso. Voglio ancora citare una cosa prima di salutarvi tutti del nostro ormai diventato amico Etienne Comar che sta facendo un film, sta presentando in Francia proprio in questi giorni un film eccezionale sulla schiavitù. Quando arriverà in Italia?
ETIENNE COMAR
Presto uscirà in gennaio in Francia. È un film su una storia vera ancora una volta di uno schiavo in Francia nel 1816 che ha fatto processo al suo padrone per ottenere la libertà e quindi ha usato le vie legali e dopo 30 anni di battaglia giuridica fino alla corte massima, la corte più alta, ha ottenuto ciò che voleva, quindi ha avuto il riconoscimento tramite il diritto della sua libertà e questo nell’ambito di una tragedia che è stata quella della schiavitù che ha toccato tantissimi paesi europei nel XIX secolo e quindi un film importante, ritengo, e spero che uscirà anche in Italia. Non so ancora quando, non è ancora stato acquistato dall’Italia.
ALESSANDRO BANFI
C’è una platea già pronta. Rimini è già pronto per accogliere un altro film di Etienne Comar. Grazie a tutti. Grazie a tutti. Ringrazio ancora Sua Eminenza Jean-Paul Vescu. Ci vediamo alla mostra del Meeting in A7. Chi non l’ha ancora visto è un furfantino. Buonanotte.










