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UN’AMICIZIA PER IL MONDO. I PRIMI GESUITI IN ETÀ MODERNA
Pietro Zancaner e Laura Galli, studenti di Storia, Università degli Studi di Milano. Modera Tommaso Piffer, professore di Storia Contemporanea, Università di Udine
Nel XVI secolo la Compagnia di Gesù su espande in tutto il mondo per diffondere il messaggio cristiano; lo sviluppo di questo movimento – decisivo per la storia della Chiesa – è reso possibile dalla certezza di un’amicizia che unisce i membri della Compagnia. Le parole di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Matteo Ricci guideranno quest’incontro mostrando come le radici di uno slancio missionario affondino in una comunità viva, animata dalla promessa di una vita ardente, interamente votata alla salvezza del mondo.
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TOMMASO PIFFER
Buonasera e benvenuti a tutti a questo incontro del Meeting di Rimini intitolato “Un’amicizia per il mondo: i primi gesuiti in età moderna”. Io sono Tommaso Piffer, insegno storia contemporanea all’Università di Udine e stasera ho l’onore e il piacere di introdurre questi ragazzi, questi studenti di storia e filosofia che ci accompagneranno in un viaggio alla scoperta dei primi gesuiti dell’età moderna. Questo incontro è nato sui banchi dell’università, dalla passione di alcuni studenti che avevano presentato la mostra di De Gasperi l’anno scorso qui al Meeting e che, studiando, appassionandosi della storia della Chiesa, quindi della nostra storia, hanno pensato che quello che avevano tra le mani era talmente bello che non si poteva non raccontarlo a tutti. Hanno iniziato ad approfondirlo, a studiarlo con l’idea di metterlo in una forma che fosse comunicabile, raccontabile in un contesto come quello del Meeting. L’amicizia, che è l’oggetto di questo incontro, emergerà in due forme. La prima è la forma più evidente, più immediata che sentiremo attraverso le loro parole, è l’amicizia attraverso il tempo e attraverso lo spazio di tre uomini, tre gesuiti: Ignazio di Loyola, il fondatore; Francesco Saverio, il primo grande missionario amico di Ignazio; e poi Matteo Ricci che verrà in un momento successivo e che porterà a compimento anche il sogno di Francesco Saverio di arrivare in Cina. Il primo aspetto dell’amicizia che costruisce il fondamento di questo incontro è l’amicizia di questi tre uomini. Un’amicizia che vedremo non può rimanere confinata all’interno di un cerchio ristretto, ma diventa subito un’amicizia per il mondo con la passione di portare Cristo in tutto il mondo fino ai confini del mondo. C’è un secondo aspetto, però, che è sottotraccia e che dà il tema di questo incontro, che è un’amicizia diversa, che è l’amicizia tra noi che siamo qui nel 2025 al Meeting di Rimini e i personaggi della nostra storia, quelli che incontreremo attraverso la loro parola. Questo è il bello della storia. Loro, quando mi hanno raccontato la genesi di questo incontro, dicevano: “È talmente bello quello che studiamo che non possiamo fare a meno di raccontarlo a tutti.” Il bello è sia in quello che raccontiamo, nelle storie che raccontiamo, sia nella natura della storia. Lo scopriremo attraverso le loro parole, attraverso il modo con cui loro hanno guardato questi personaggi, che l’essenza della storia è un’amicizia. È un’amicizia tra lo storico e i suoi personaggi e quelli che lo storico incontra attraverso i libri di testo. Se ci pensate, se pensate alla dinamica dell’amicizia, noi incontriamo un amico, gli parliamo, ci arricchiamo del rapporto con lui e se invece di incontrarlo leggiamo una sua lettera, la dinamica è la stessa, un incontro che arricchisce la vita. Questo vale per ogni incontro, anche mediato attraverso le fonti storiche. Incontriamo un personaggio morto 30-40 anni fa, attraverso delle sue lettere, ci arricchiamo della sua amicizia o incontriamo Ignazio di Loyola, quindi andiamo indietro di secoli ed è sempre la stessa dinamica, un’amicizia con un uomo. Guardiamo le incisioni rupestri, gli uomini antichi, e la dinamica è la stessa attraverso una forma diversa: l’incontro con degli uomini, delle donne che arricchiscono la nostra vita. Questa è un po’ la natura della storia, la storia come amicizia che emerge in sottotraccia attraverso il lavoro che loro hanno fatto. E li presento: alla mia sinistra sono Pietro Zancaner che studia storia all’Università di Udine, Stefano Maffini che studia filosofia, scusate, all’Università di Milano. Io insegno all’Università di Udine, loro sono a Milano. E Stefano Maffini che insegna filosofia all’Università di Milano e Laura Galli che… scusate, qui ho fatto confusione, quindi ricominciamo. Io insegno storia all’Università di Udine. Su questo siamo sicuri. Loro studiano tutti all’Università di Milano, dove io ho studiato giurisprudenza, quindi questo mi ha fatto fare confusione. Pietro e Laura studiano storia e Stefano studia filosofia e su questo ci siamo. Adesso io passo direttamente la parola a Laura che ci introduce nell’incontro, nell’amicizia con questi personaggi.
LAURA GALLI
Ciao a tutti. Prima di entrare a parlare delle figure di Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Matteo Ricci, è bene inquadrare il contesto in cui queste figure si muovono. La Compagnia nasce in un momento molto difficile per la cristianità all’interno dell’Europa. Nel 1517 Martin Lutero ha pubblicato le 95 tesi, ha spaccato in due la cristianità. Abbiamo una grande frattura e dall’altra parte c’è un fenomeno che è quello delle grandi scoperte che iniziano la Spagna e Portogallo con questi viaggi transatlantici per motivi economici, ma soprattutto anche sociali di evangelizzazione. È in questo contesto che i gesuiti si muovono. Questo periodo delle scoperte geografiche molti storici lo definiscono come una sorta di prima globalizzazione dove vengono spaccati i confini europei che si conoscevano fino a quel momento. Di conseguenza, si inizia a creare una possibilità di comunicazione tra le varie parti del mondo, che potremmo considerare come dei luoghi deserti, nel senso che deserti che non avevano ancora conosciuto il cristianesimo. I gesuiti nascono, la Compagnia di Gesù viene fondata nel 1540 da Ignazio di Loyola. Questa Compagnia si fonda su quattro voti principali che sono la povertà, la castità, l’obbedienza al Papa e l’obbedienza al Papa circa missiones. Quest’ultimo voto è quello che a noi è sembrato più interessante da affrontare. Innanzitutto, è un’obbedienza, ci tengo a sottolineare, al Papa, non al Papa del 1540, ma al Papa come istituzione, chi veniva incaricato di quel ruolo. Per cui, anche nel corso del tempo, cambierà il rapporto tra i gesuiti e il Papa in base a quello che lui voleva. La missione ci dice obbedienza circa missiones, ovvero il Papa mandava i gesuiti dove c’era bisogno, dove più la Chiesa necessitava di una mano sostanzialmente. La missione, per come si dispiega nella Compagnia, è quello che più ci ha interessato. Uno dei motti dei gesuiti era “il mondo è la nostra casa” e loro vanno nel mondo portando quell’amicizia con Cristo che avevano conosciuto attraverso la Compagnia. Questa è la linea guida di questo incontro, quello su cui effettivamente vorremmo soffermarci, e attraverso questo guarderemo le figure di innanzitutto Ignazio e poi Francesco e Matteo Ricci.
PIETRO ZANCANER
Grazie. Io vi racconto delle figure di Ignazio e di Francesco Saverio. Ve le racconto insieme perché sono due figure che vivono un’amicizia molto profonda tra loro due e che è proprio l’origine di questa storia, ed è straordinaria se pensiamo al frutto che un’amicizia così semplice tra due persone ha portato alla storia della Chiesa. Parto con il raccontarvi chi è Ignazio di Loyola. Lui è un uomo basco che nasce alla fine del ‘400 e che all’inizio della sua vita è un militare, combatte e nel difendere una fortezza, la fortezza di Pamplona, viene ferito. Per cui da lì in poi non potrà più combattere, viene ferito a una gamba, sarà zoppo per tutta la vita, ma è anche una ferita che gli cambia questa vita che lui stava iniziando a spendere, facendo il militare. Durante la convalescenza inizia a leggere e appassionarsi della figura di Gesù. Nei primi anni – ormai lui si è convertito, capisce che per questa figura vuole dare tutto – ma nei primi anni vive una fede estremamente solitaria, ha già dentro delle intuizioni geniali, le vedremo più avanti, ma è molto solitaria, molto sospettosa del peccato che c’è nella natura dell’uomo. Invece, quando decide di approfondire la sua fede studiando, si reca a Parigi e a Parigi, intorno a lui, che conduce questa vita molto povera ma audace, di annuncio di questa scoperta che gli ha cambiato la vita, inizia a crearsi un movimento nuovo. È forse uno dei movimenti più interessanti della storia della Chiesa in quel momento e diventa subito molto coinvolgente. All’inizio sono una decina, vivono insieme, fanno tutto insieme e inizia il grande cambiamento di Ignazio che poi darà forma al carisma di questa figura, sarà in questo affidamento a questi amici che incontra proprio lì a Parigi e che danno forma al suo carisma. Lo capiamo prima del riconoscimento ufficiale della Compagnia perché il riconoscimento ufficiale arriva nel 1540.
Sei anni prima, nel momento in cui il primo di loro celebra la sua prima Messa – è il 15 agosto, il giorno dell’Assunta del 1534 e sono a Parigi – e sono soltanto loro amici e giurano l’uno all’altro davanti all’amicizia che li ha legati, che è un’amicizia in Cristo. A sugello di questo rapporto che diventa profondissimo, da lì in poi che cosa sarà il gesto della memoria? Sarà proprio l’Eucaristia. Per noi è normale accostarci all’Eucaristia anche una volta a settimana, anche più frequentemente. Invece, per la spiritualità dell’epoca no. La genialità di Ignazio è proporre l’accostamento al sacramento proprio perché c’è un nesso profondo tra il sacrificio che Cristo fa e il loro essere amici, questa unità nuova che si genera in loro. Questo era il primo episodio che ci tenevo a raccontare, il loro giuramento, il momento in cui si sentono legati davanti a Dio, che li ha presi attraverso quei volti, non ne ha scelti altri, ha scelto proprio quei 7-8 che si trovavano a Parigi in quel momento. Poi un secondo momento che io credo sia decisivo per comprendere i gesuiti è il momento in cui si trovano a Venezia. Loro si spostano da Parigi, tutti si dottorano, conseguono i loro studi e si spostano a Venezia. A Venezia perché è il porto più facile, da cui più facilmente si può raggiungere la Terra Santa. Era quello all’inizio il loro grande obiettivo, diventare dei missionari in Terra Santa, custodire la Terra Santa, i luoghi in cui Cristo che li aveva attratti aveva mosso le sue orme e che era sotto il dominio islamico. Però la congiuntura politica non permette che loro si rechino e rimangano proprio lì in Terra Santa. A Venezia, appena apprendono questa cosa, perché Venezia e l’Impero Ottomano non sono in buoni rapporti in quella fase, mettersi per mare significherebbe certamente morire, comprendendo questa cosa, capiscono che la loro amicizia è chiamata ad altro, non a quello che sembrava il desiderio che li aveva messi insieme, l’andare in Terra Santa, ma li ha innanzitutto fatti entrare in una storia che è la storia della Chiesa e da qui la genialità dell’intuizione di questo quarto voto. Tutti gli ordini vivono dei primi tre che ha citato Laura: la castità, la povertà e l’obbedienza, ma soltanto i gesuiti obbediscono direttamente al Papa. Loro sono entrati in una storia e a questa storia si affidano. È assurdo per un uomo dell’età moderna questa fiducia quasi incondizionata nell’istituzione del Papa. Era il luogo che aveva scandalizzato tantissimo i protestanti che si staccano, proprio Roma, proprio dalla corte papale, e loro si mettono in quelle mani che garantiscono la continuità di questo corpo nella storia e dicono al Papa: “Noi siamo uno strumento nelle tue mani perché il mondo possa conoscere Cristo”. Già questo è molto affascinante e la slide mostra questo mappamondo. Sotto c’è la frase non sufficit orbis perché qui c’è l’altro aspetto da guardare insieme all’obbedienza che è quello della missione. Perché il Papa, a fronte di un mondo che è sempre più grande agli occhi della coscienza europea, gli chiede di andare in missione, gli chiederà di andare in missione. Questo loro amore che si gioca tra di loro e che si gioca verso la figura di Cristo è talmente grande, brucia il mondo al punto che non ne basta uno di globo, ne servono due, questo nuovo mondo che sta venendo scoperto, e fa impressione che da un sì così semplice che avviene vicendevolmente tra di loro, che sono così pochi, nasce un’amicizia che cambia il mondo. Lo vedremo soprattutto in Francesco Saverio. Un mondo che è ferito, che nel processo della globalizzazione vede anche la contraddizione della cultura occidentale, la violenza dei conquistatori e in cui serve, a questa gente che non ha mai conosciuto nulla di Cristo portare la parola, la legge nuova.
Fa impressione pensare che tutto questo lo Spirito l’ha voluto affidare a una Compagnia che nasce da sette, da otto, poi immediatamente avrà grande seguito, ma nasce da così pochi.
La seconda figura di cui vi parlo è quella di Saverio. Ci facciamo aiutare anche da delle lettere che leggerà Stefano, delle lettere scritte di suo pugno che sono bellissime. La figura di Saverio è profondamente intrecciata a quella di Ignazio. Vi ho raccontato di questa vita così comunitaria e lo è fin da subito, fin dai primi momenti a Parigi. Saverio non è un militare nei primi momenti della sua vita come Ignazio, ma è un uomo che si reca a Parigi per seguire le orme del padre che si era fatto da sé. Va a Parigi per studiare, comprensibilmente anche ricerca la propria gloria e tant’è che, giovanissimo, è un genio, si laurea e va a insegnare in un collegio, in un collegio di Parigi molto importante, quello di Bouvot. In quegli anni inizia a incontrare a Parigi questo studente così strano che ha 15 anni in più di lui, che zoppica, conduce una vita molto strana, e che però lo cattura. A differenza del padre di Francesco Saverio che l’aveva cresciuto, l’aveva allevato secondo i propri ideali, e così anche i primi maestri di Francesco Saverio a Parigi, a differenza loro, Ignazio gli pone questa domanda, lo inchioda, gli chiede. È una domanda del Vangelo che dice: “A che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso?”
Qui il primo aspetto del rapporto paterno di figliolanza che Francesco Saverio ha verso Ignazio, è il primo che allarga davvero la misura del suo cuore, gli chiede: “Ma quello per cui ti stai spendendo vale davvero la tua intelligenza, la tua umanità che è così potente?”. Saverio, nel momento in cui accetta questo invito di Ignazio che è innanzitutto un invito a condividere la vita, approfondirà per tutta la sua esistenza qual è la promessa a cui lo chiama Ignazio. Da questo piccolo sì – adesso vediamo la prossima slide – nasce un frutto straordinario che è il frutto dei viaggi di Saverio. Lui all’inizio, essendo molto brillante, viene destinato alla segreteria della Compagnia. Si occupa di gestire i primi gesuiti che si muovono in Italia. Per una casualità, un diplomatico portoghese affascinatissimo dalla vita di questi qui chiede loro di essere prima mandati in Portogallo, ad alcuni membri della Compagnia di Gesù (pensate, tra l’altro, che coraggio avevano questi per entrare nella storia chiamandosi i compagni di Gesù. Avevano un certo pelo sullo stomaco). Però, lui nasce segretario della Compagnia, nel momento in cui a Ignazio viene chiesto un missionario da mandare prima in Portogallo e poi nelle Indie, viene destinato un compagno di Ignazio, ma questi si ammala e quindi tocca a Saverio. Saverio dice di sì e da quel sì trascorrerà i successivi 10 anni in nave. Quelli sono i viaggi che fa. Arriverà fino al Mozambico, al Madagascar, all’India, all’Indonesia, al Giappone e poi alla Cina, e lì morirà. È interessantissimo e anche ci deve interrogare questa disponibilità al sacrificio di Saverio davanti a Ignazio, davanti a un padre che ti ha acceso la vita e davanti a cui accetti di fatto di non vederlo mai più.
Saverio sapeva questa cosa, sapeva che non l’avrebbe mai più rivisto. Sono dei viaggi complessissimi. Saverio non è solo, ma ha a che fare con delle culture diversissime, delle lingue che gli europei non conoscevano, ha bisogno di interpreti, e le difficoltà sono moltissime. Per di più, si trova apparentemente staccato da questo rapporto che per primo lo aveva generato. Qui ci chiede di approfondire un altro aspetto fondamentale della Compagnia che sono le lettere che si scrivono. La Compagnia di Gesù ha fin da subito questa dimensione globale. Come si fa a tenerla unita? Come si fa a mantenere viva la comunicazione, il rapporto tra di loro? Sono le lettere. Fin da subito loro studiano tutto un sistema per dare a questi missionari la coscienza di non essere soli in missione e poi perché in Europa si conosca la radicalità e il frutto che questi missionari stanno raccogliendo, traendone gioia sia chi rimane in Europa che chi è in missione. Le carte sono una miniera d’oro, sono conservate, sono tantissime e noi ci siamo cimentati nel leggerne alcune. Vorrei proprio, passando la parola a Stefano, leggerne una che Saverio scrive a Ignazio appena dopo essere tornato dal Giappone. Noi pensiamo all’India, all’Indonesia, lì Saverio è fondamentale, ma il cristianesimo già c’è, lui lo diffonde. Mentre invece in Giappone mai nessun europeo era arrivato prima di lui, mai nessuno aveva comunicato la novità di Cristo. Però, nel viaggio in Giappone per due anni, per problemi logistici, non gli arrivano lettere. Tant’è che lui a un certo punto arriverà a farsi 400 km a piedi in inverno perché ha sentito che in un porto del Giappone è appena arrivata una nave portoghese e che lui spera portare a lui delle lettere, ma questo non accade. Si fa questi 400 km invano soltanto per poter leggere queste lettere. Lettere che soprattutto lui aspettava innanzitutto quelle di Ignazio, di quel padre che lo aveva generato.
Sono delle cosiddette carte che colmano l’assenza e che lui legge in ginocchio piangendo. Adesso leggiamo questa che è la prima lettera che scrive dopo due anni in cui non ha mai letto nessuna carta che arriva dall’Europa. Immaginate che gli vengono consegnate tutte in un colpo e lui, dopo aver pianto moltissime lacrime, scrive questa lettera proprio a Ignazio.
STEFANO MAFFINI
“Mio vero padre Ignazio, ho ricevuto a Malacca, proprio quando sono arrivato dal Giappone, una lettera di vostra santa carità e, nell’apprendere le notizie di una vita e di una salute tanto amate, Dio nostro Signore sa quanto ne fu consolata la mia anima. E fra le molte altre e sante parole e consolazioni della sua lettera, ho letto le ultime che dicevano: ‘Tutto vostro senza potervi mai dimenticare, Ignazio’, le quali così come con le lacrime le ho lette, con lacrime le scrivo, ricordandomi del tempo passato, del molto amore che sempre ha avuto ed ha per me e considerando inoltre come Dio nostro Signore mi abbia liberato dai molti travagli e pericoli del Giappone per l’intercessione delle vostre sante preghiere.”
PIETRO ZANCANER
Poi vi faremo vedere un QR code in cui potete scaricare le lettere che leggiamo, anche per riprendervele, perché sono delle lettere ricchissime e in questa viene espressa tutta la nostalgia per questo padre a cui Francesco ha detto sì, accettando, lo ribadisco, di non vederlo mai più. Per noi è quasi impensabile un gesto del genere e invece si vede proprio come continua a generare questa energia missionaria di Francesco Saverio dall’altra parte del mondo. Un’altra questione che secondo me è molto affascinante è che la radicalità con cui Francesco Saverio inizia a vivere in Giappone, in India, in Indonesia, diventa un richiamo molto profondo, si vede nella lettera che leggeremo dopo, un richiamo molto radicale a chi è rimasto in Europa, perché vede che a differenza sua, che dicendo questo ‘sì’, facendo anche un grande sacrificio, ne sta giovando, ne sta guadagnando tantissimo in una letizia che cresce, c’è chi è in Europa, anche tra i suoi amici, invece non ha mai iniziato davvero questo dialogo con il destino, con la promessa che Ignazio ha rivelato nel suo cuore. Le stesse lettere di Saverio – adesso ne leggeremo un’altra – fungono da richiamo a chi rimane in Europa. Abbiamo scelto questa, quella che adesso leggerà Stefano, perché la sentiamo molto vicina a noi che abbiamo lavorato – voi vedete me, Laura e Stefano, ma siamo una decina che abbiamo lavorato a questo incontro – è un richiamo proprio agli universitari, ai suoi compagni che ancora studiavano.
STEFANO MAFFINI
“Molte volte sono scosso dal pensiero di andare nelle università dalle vostre parti gridando come un uomo che abbia perduto senno e soprattutto nell’Università di Parigi dicendo a tutti quelli della Sorbona che hanno più scienza che non voglia di farla fruttificare. Quante anime non possono andare in paradiso e vanno all’inferno per la vostra negligenza! Se studiando le scienze essi meditassero sul conto che Dio nostro Signore chiederà di loro stessi e del talento loro concesso, molti si smuoverebbero ricorrendo a quei mezzi e a quegli esercizi spirituali che fanno conoscere e sentire dentro le proprie anime la volontà divina e così, uniformandosi ad essa più che non alle proprie inclinazioni, direbbero: ‘Signore, sono qui. Cosa vuoi che io faccia? Mandami dove vuoi e se è necessario anche fra gli indiani’. Con quanta maggiore consolazione essi vivrebbero e con quale grande speranza nella misericordia divina se nell’ora della morte si presentassero al giudizio particolare dal quale nessuno può fuggire, adducendo in loro favore: ‘Oh Signore, mi hai dato cinque talenti ed ecco che ne ho guadagnati altri cinque.’
PIETRO ZANCANER
Da questa lettera vediamo come Francesco diventa sempre più sé. È in missione, ha detto questo ‘sì’ così radicale, lo ripeto, ha abbandonato tutto, gli ha chiesto dei sacrifici, ma quanto sta crescendo? Quanto sta diventando più lui? E dice, questo è nato da un distacco, da uno strappo da quella terra che mi ha creato, la terra d’Europa. Eppure è un ‘sì’ che ha costruito tantissimo, non soltanto la letizia per lo stesso Ignazio, ma anche per la storia della Chiesa. Se noi pensiamo che dalla sua missione in poi i cristiani sono esistiti in Giappone, esistono tutt’oggi, fa impressione. E fa impressione anche come coincidano la gloria e la conoscenza, la trasmissione della figura di Cristo e il proprio compimento, il compimento di Ignazio. Lui richiama innanzitutto a questo, a una serietà nel proprio rapporto col destino, a questi amici che ha lasciato in Europa. Pur non essendo semplice, lui ha a che fare con popolazioni cannibale, con popolazioni che lo maltrattano e anche con una diffusissima menzogna, soprattutto nelle caste che in India, in Giappone guidano la religione. Lui si spenderà tantissimo con la durezza che abbiamo visto in questa lettera per denunciare la menzogna che loro difendono, anche sapendolo alcune volte. Questo è il fatto più sconvolgente nel suo approcciare queste culture. La cosa interessante è che matura anche nel rapporto con gli indios, quelli che comunemente erano chiamati indios, chi non aveva ancora conosciuto la fede, chi era indigeno di questi luoghi, con loro, da un’iniziale facilità nello spazientirsi che ha Francesco Saverio, pian piano, anche nel dare a chi è in missione con lui, si vede che cresce nello sguardo di carità e nella tenerezza verso questi indios. Tant’è che in una lettera a un certo punto scrive a un compagno, gli dice: ‘Inizia a guardarli come il Padre guarda te’. Tu che hai ricevuto un amore che ti ha chiamato tutto e che ti vuole qui adesso, hai ricevuto tutto. Chiedi di poter avere quella stessa misericordia nel guardare queste persone, questi indios e per avere la pazienza che il Signore ha avuto con te. Mi stupisce perché si fa proprio portatore di una misura nuova, che è la misura che porta Gesù. Concludendo, mi piacerebbe, dopo aver fatto questo incontro con la figura di Ignazio e di Saverio, perché poi incontrando Saverio si incontra anche il padre, quel vero padre che abbiamo letto nella prima lettera, io, dopo averlo studiato, volevo conoscerlo ancora di più, sapere com’era fatto fisicamente. L’ultima parte che leggeremo su Francesco Saverio è una descrizione che fa un ragazzo di Goa. Goa è una degli avamposti portoghesi in India e lui si trova lì perché lì Francesco Saverio ha fondato un collegio che in pochi anni, nel giro di 4-5 anni, arriva ad accogliere 500 studenti. Fa impressione vedere la grandezza di questa cosa e diventa proprio l’avamposto del cristianesimo in India. Lui torna a Goa, che è un po’ la base dei suoi spostamenti in Oriente dopo quei due anni in Giappone, al termine della sua vita, perché da Goa partirà per la Cina, in Cina prima di entrare si ammalerà e lì morirà. Sono gli ultimi istanti di vita di Saverio, quelli che ci verranno raccontati nella prossima lettera e che lui spende in questi pochi giorni che passa a Goa nel rapporto con gli studenti del collegio e gli abitanti di Goa. È straordinario. Aggiungo l’ultima cosa, la cosa che mi fa più impressione è che ormai è diventato tutto trasparente dell’incontro che ha fatto. Ormai vedere lui è vedere un uomo incontrato e pienamente lieto di quello che gli ha cambiato la vita incontrando Ignazio e che poi, lo ribadisco, lo ha spinto a solcare i mari a vivere questi dieci anni praticamente tutti in nave. Grazie.
STEFANO MAFFINI
“Era il maestro Francesco di statura piuttosto grande che piccola. Il viso era ben proporzionato, bianco e rosso. Era allegro e di assai buone maniere. Gli occhi erano tra castani e neri, la fronte spaziosa, i capelli e la barba neri. Portava la veste povera e pulita e quando camminava la sollevava un poco con entrambe le mani e la sottana che indossava era senza cinture e senza maniche, com’era costume dei sacerdoti poveri dell’India. Andava quasi sempre con gli occhi rivolti al cielo, nella vista del quale dicono che trovasse particolare gioia e conforto e perciò camminava con il volto così gioioso e acceso da causare grande letizia in tutti quelli che lo vedevano. Era molto amabile e riceveva le persone estranee con grande affabilità. Era allegro e alla mano con quelli della casa, specialmente con quelli che conosceva, umili e semplici, e tali avevano scarsa opinione e stima di se stessi, ma al contrario si mostrava severo, duro e qualche volta rigoroso nei confronti delle persone altere e che avevano di sé un gran concetto e opinione affinché si conoscessero e si umiliassero. Aveva una cura molto particolare dei malati, verso i quali mostrava grande carità. In questa sua venuta a Goa ricevette la visita di molta gente di questa città e lui li riceveva tutti con grande affabilità e gentilezza, andando subito così che in certi casi lasciò di recitare una delle ore del breviario che aveva cominciato, e questo non una, ma sei o sette volte e altrettante volte tornò a cominciare la lettura interrotta con tanta devozione, come se fosse stato in preghiera fino a quel momento.”
TOMMASO PIFFER
Prima di passarti la parola, faccio un’osservazione su quest’ultima lettera. Pensate che bello che uno desidera così tanto entrare nella vita dell’oggetto del suo studio da desiderare di sapere com’è fatto, come aveva i capelli, quanto era alto. Diventa un rapporto perché desidero sempre più entrare nella vita dell’altro, conoscerlo, abbracciarlo. Questo è un segno di quando lo studio della storia diventa vivo, diventa una cosa viva, esattamente come incontro un amico per strada e lo guardo in faccia e mi lascio abbracciare.
LAURA GALLI
L’ultima figura è quella di Matteo Ricci e in lui osserveremo come il rapporto di amicizia si gioca nella missione con chi incontrerà. Lui arriverà in Cina nel 1578. Arriverà e compirà quel desiderio che aveva Francesco Saverio di realizzare la missione anche lì, cosa in cui non era riuscito. Per lui, Saverio sarà una sorta di rimpianto, quello di non poter fare la missione in Cina, cosa che farà Matteo Ricci. Lui arriverà nel ’78, in realtà i primi 20 anni della sua missione si sposterà di città in città per motivazioni che riguardavano chi incontrava, nel senso che la Cina era un paese difficile nei confronti degli stranieri. Per cui all’inizio questi spostamenti saranno dovuti a questo motivo, ma soprattutto anche perché il suo desiderio era quello di riuscire a entrare a Pechino, che era la residenza dell’imperatore, e veniva vista come la città proibita. Arriverà definitivamente nel 1600 e qui avrà un ruolo particolarmente importante nella corte dell’imperatore. Lui era un uomo di profondissima cultura, era un grande studioso della scienza e della tecnica, era un intellettuale che si era formato sugli studi humanitatis, che erano quelli che i gesuiti avevano riportato e su cui si concentravano molto, lo studio della storia, della filosofia, della retorica. Era competente in tutte le scienze, sia quelle tecniche che quelle morali. Questo sarà anche un lasciapassare, qualcosa che attrarrà molto la popolazione cinese, che era profondamente colta, parliamo di intellettuali, funzionari di corte che erano quelli che potevano avere queste conoscenze. Nella visione occidentale la Cina era abbastanza chiusa all’accoglienza degli stranieri, ma in realtà Ricci sfaterà questo mito occidentale e infatti troverà degli spiragli che gli permetteranno di entrare in contatto con i funzionari locali in particolare, che poi gli permetteranno di conoscere l’imperatore. Prima di guardare a come lui effettivamente entrerà in contatto con questi, riguardando come lui era legato alla Compagnia, ci terrei a leggere, poi chiaramente leggerà Stefano, una lettera che scriverà al padre Ludovico Maselli il 29 novembre 1580, abbastanza all’inizio della sua missione, che dimostra questo legame di cui si parlava prima alla Compagnia, che avrà poi un riflesso molto importante nella sua missione.
STEFANO MAFFINI
“Non mi causa tanta tristezza esser lontano dai miei parenti secundum carnem, sebbene io son molto carnale, quanto l’esserlo di vostra riverenza, che amo più che mio padre. Non so che immaginazione mi viene alle volte e non so come mi causa una certa malinconia. Avrei scrupolo di non averla, pensando che i miei padri e i miei fratelli, che io tanto amai et amo, si scordino di me, tenendo io tutti tanto freschi nella memoria. Sebbene sono molto contento di questa seconda vocazione e la riconosco per grandissimo beneficio che Dio mi fece dopo avermi chiamato alla Compagnia, con tutto ciò parmi grande cosa vivere in questi luoghi tra nostri padri e fratelli. Pare che nostro Signore mi voglia pagare in questa vita con un particolare affetto e cura e che stando in Roma aveva verso quelli di diversa nazione, facendomi ben voluto da tutti in tutte le parti dove sinora sono stato. Ma questo confesso che è tutto per mia imperfezione.”
LAURA GALLI
Di questa lettera ci terrei a sottolineare due passaggi molto belli. Innanzitutto è evidente che c’è un legame molto forte con la Compagnia che comunque gli genera malinconia, nel senso: io sono partito, sono in Cina, sono lontano da tutti voi, per forza sono triste, sono un uomo anch’io. Però poi c’è un riconoscimento di quella che è la sua vocazione, è molto interessante che lui parli di “seconda vocazione”, come se dicesse: la mia prima vocazione è quella di aderire alla Compagnia, a stare in questa Compagnia, e poi la mia seconda vocazione è quella di partire per portare quello che ho incontrato, in questo caso in Cina. Lui nel corso della sua missione offrirà questa amicizia a chi incontrerà in un modo geniale. Innanzitutto, è interessante, lui si vestirà come i bonzi buddisti, che erano le figure religiose di riferimento. In Cina ricordiamo che c’era il confucianesimo come religione praticata e lui si mostrerà come un cinese tra i cinesi, si vestirà come loro, imparerà la loro lingua. I primi anni della sua missione saranno un continuo studio del cinese, che non è una lingua molto facile da imparare e si integrerà molto bene con la popolazione locale. Questo modo che lui ha di porsi parte proprio da questa amicizia, da un desiderio di voler conoscere l’altro, ma perché io sono stato conosciuto e sono stato accolto dalla Compagnia. Di questo lui, che sarà quello su cui mi piacerebbe concentrarmi di più sulla parte di Ricci, scriverà un trattato che è il De Amicitia. Lo scrive nel 1595, dopo vent’anni abbondanti di missione, dove cercherà di creare quei punti di contatto mostrando un legame fondato su un valore universale che è quello dell’amicizia. Questo è un trattato composto da aforismi e da sentenze, che lui chiama così, sia della tradizione cristiana, ma anche della tradizione confuciana e non solo, anche della tradizione greca e latina antica, quindi non necessariamente cristiana. Ad esempio, citerà spesso Aristotele, Seneca, Cicerone, come se volesse creare questa universalità del valore dell’amicizia, come qualcosa che è sempre presente e importante per l’uomo, che ha costruito e ha generato dei popoli. Potremmo anche dire che il tentativo di Ricci è una sorta di globalizzazione di questo sentimento. Vi leggerei una sentenza molto bella, è una sentenza confuciana molto breve, che dice:
“Il singolo uomo non può compiere ogni cosa. Perciò il Signore del cielo, (dove ‘Signore del cielo’ era l’espressione indicata per la divinità) ha comandato agli uomini l’amicizia affinché si prestassero reciproco aiuto. Se si togliesse dal mondo questo precetto, il genere umano sicuramente si disperderebbe.”
E allora proprio quello di Ricci è un tentativo attraverso questo trattato di aprire le porte della conoscenza del cristianesimo. Sono 100 sentenze, è molto breve in realtà. Questo libello che lui scrive lo donerà ai nobili e ai funzionari locali e comunicava qualcosa di straordinario: abbiamo qualcosa in comune, anche se siamo distanti chilometri e chilometri, qualcosa di molto profondo. Per lui era chiaro che siamo tutti figli di Dio, che lui nella sua vita ha incontrato Cristo. Lo comunicava con una profondità tale da instaurare dei dialoghi molto profondi con quelli a cui donava questo libretto, tanto che molti di questi si interrogavano a tal punto da parlarne apertamente con lui e da questi dialoghi nascevano anche delle conversioni. Non pochi cinesi si convertirono durante la sua presenza in Cina. Mi piace ricordare un episodio con un suo amico che poi si convertirà, che compirà un gesto estremo, se vogliamo. Lui invitò Ricci a casa sua e dopo un po’ lo portò vicino alla sua specie di biblioteca personale di casa e bruciò tutti i libri che parlavano del confucianesimo, di tutti quei valori con cui lui era nato, proprio a dire: io rinnego completamente quello in cui credevo per abbracciare quello che tu mi stai proponendo.
Questo è un gesto molto estremo, però è segno di un’amicizia molto profonda che si era creata tra loro due e nella sua vita, durante la missione questo valore ha permesso una costruzione di legami, la conversione di molti funzionari che dimostrano come tutto alla fine è partito da questo. In un’altra sentenza lui diceva: “Possono prosperare solo le imprese di chi ha degli amici.” È un punto centrale e questa missione si è costruita attorno a questi legami che lui ha avuto modo di instaurare. Guardando la sua figura interroga molto: qual è la nostra posizione di fronte alla realtà che incontriamo? Sia con Ricci sia con i gesuiti, ci è parso di intravedere un’intuizione: in un mondo così individualista, semplicista, come si può giocare l’amicizia? Può costruire qualcosa? Nei gesuiti abbiamo visto questo, un’amicizia che si radicava da quello che avevano incontrato e dal rapporto personale con Cristo che veniva condiviso. Loro andavano nel mondo portando tutto quello che avevano, portando loro stessi, la loro fede, la loro conoscenza, nel caso di Ricci, senza limitarsi e pieni proprio di quell’amicizia di Cristo che li aveva cambiati. Nel nostro studio è emerso spesso che l’amicizia che i gesuiti avevano tra di loro poteva centrare anche con noi. Per concludere, anche perché non so quanto tempo abbiamo ancora, citerei la sentenza numero 37 che è emblematica e lui dice: “L’amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze. Non c’è nessuno che ami le ricchezze solo per le ricchezze, ma c’è chi ama l’amico solo per l’amico.”
TOMMASO PIFFER
Io vi ringrazio per avere condiviso con noi quello che voi stessi state scoprendo nel vostro studio, quello che fate quotidianamente. Mi limito a questa osservazione. L’amicizia è un desiderio strutturale dell’uomo. L’abbiamo sentito, diceva Laura, è comune, tutte le civiltà, le tradizioni riconoscono il valore dell’amicizia come una parte fondamentale della vita dell’uomo.
Ma guardando la storia dei gesuiti, guardando la storia dell’amicizia cristiana in generale, siamo davanti a un fenomeno che lo storico, che sia o non sia cristiano, deve riconoscere, non può non farci i conti. L’amicizia naturale, l’amicizia che è parte del desiderio dell’uomo, fondata sull’amicizia di Cristo, viene enormemente valorizzata, fiorisce in un modo inaspettato, attraversa il tempo e lo spazio. Loro l’hanno citato, ma io lo sottolineo: questa è un’amicizia che si nutre di lettere che vengono ricevute ogni due anni. Quando Francesco Saverio parte per andare verso le Indie, lui sa già che non tornerà. Sa già che non tornerà perché è un viaggio, ci vogliono mesi, tante delle navi non arrivavano in fondo. Sa già che c’è una comunicazione di lettere che vengono ricevute ogni uno o due anni. Mi raccontavano che queste lettere vengono spedite in tre copie perché ogni lettera viene mandata in una strada diversa, statisticamente si pensa che se partono in tre almeno una arriverà. Questo vi dà l’idea… Pensate come noi siamo abituati, mi permetto questa cosa, a misurare la profondità della nostra amicizia dalla rapidità della reazione dell’amico, dalla rapidità del riscontro, e qui invece c’è una profondità tale per cui è una lettera ogni due anni che riempie il cuore. È un fenomeno storico con cui facciamo i conti: un’amicizia fondata su qualcosa che la rende straordinaria, la apre al mondo. Sono tanto amici che non possono non portare questa amicizia in tutto il mondo fino a quelli che erano allora i confini del mondo. È quello che hanno fatto loro, i gesuiti, è quello che fanno loro con questo lavoro. Lo accenno, poi ne parleremo un’altra volta. Il lavoro loro prosegue. Adesso, in questo gioco curioso tra presente e passato, hanno preso contatto con studenti universitari che vivono nei luoghi visitati dai gesuiti per iniziare con loro una ricostruzione di questo rapporto attraverso lo spazio, attraverso il tempo.
Lo stanno mettendo insieme, metteranno un pacchetto di testimonianze e documenti per proporlo al Meeting come una mostra da visitare nel 2026 che speriamo di visitare l’anno prossimo. […] Vi ringrazio. Buona serata.










