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UNA SPERANZA NELLA RECLUSIONE
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Pino Cantatore, presidente cooperativa Bee4, prima impresa sociale nelle carceri di Bollate e Vigevano; Gianluca Guida, direttore carcere minorile di Nisida; Enzo Zannoni, cappellano Casa circondariale di Forlì. Modera Paola Bergamini, giornalista Tracce
Mentre peggiorano le condizioni dei penitenziari, si moltiplicano anche le esperienze di rinascita. Ne sono testimoni un cappellano, un ex ergastolano che ora, tornato libero, dà lavoro ai detenuti e il direttore di uno dei più problematici istituti per minori in Italia.
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PAOLA BERGAMINI
Buonasera e benvenuti all’Arena di Tracce, benvenuti a questo incontro dal titolo “Una speranza nella reclusione”. Spero che si senta abbastanza, quindi benvenuti a tutti. Mi preme innanzitutto presentare i miei ospiti, ma non sono ospiti, sono i protagonisti delle storie di Tracce, in parte quelli che vedete in tutta questa arena. Le facce, i volti sono i protagonisti delle nostre storie e loro sono tra i protagonisti di queste nostre storie, di Tracce e del sito di CL. Comincio dall’esterno. Gianluca Guida, da 30 anni direttore del carcere di Nisida, il carcere minorile, per molti forse conosciuto per “Mare fuori”. Poi abbiamo don Enzo Zanoni, che è Cappellano della Rocca, il carcere di Forlì, e poi abbiamo Pino Cantatore che da detenuto a imprenditore. Possiamo dirlo, Pino? Giusto, perché oggi, dopo aver scontato la sua pena, è presidente della cooperativa B4 che dà lavoro, lo sottolineo, a 220 persone nelle carceri di Bollate e di Vigevano. Cominceremo con loro questo dialogo perché per me è un dialogo. Per me sono diventati tre amici. Sappiamo tutti benissimo qual è purtroppo la condizione delle carceri italiane. C’è il sovraffollamento, l’ordine del giorno l’avrete letto più volte, dei suicidi. Le misure alternative a volte sono insufficienti. Eppure, in questo clima ci sono segni di speranza, ci sono segni di rinascita. Come recita il titolo del Meeting, “Nei luoghi deserti costruiremo mattoni nuovi”, ma ancora di più quello che ci ha dato come messaggio Papa Leone XIV, che mi preme rileggere. “I deserti sono in genere luoghi scartati e ritenuti inadatti alla vita. Eppure là dove sembra che nulla possa nascere, la Sacra Scrittura continuamente ritorna a narrare i passaggi di Dio”. Allora, oggi pomeriggio proviamo a vederli, a fare un’esperienza insieme di questi passaggi di Dio, di questa speranza. Io comincerei, se è d’accordo, con don Enzo e parto da questo. A me è capitato per lavoro (tanti anni fa sono stata in varie carceri) e mi ricordo che ho impresso nella memoria che una delle prime volte che sono andata in carcere, avendo incontrato un detenuto, mi disse: “Nel momento in cui uno diventa cosciente del male che ha fatto, da qui non vorrebbe più andar via”. È una cosa che mi sono sempre tenuta nel cuore. L’altra cosa, tutti gli istituti penitenziari, come abbiamo visto in questi anni, sono stati, tra virgolette, dei luoghi privilegiati di Papa Francesco che poco prima di morire aveva aperto la seconda porta santa, è stata aperta a Rebibbia. Il giovedì santo era tra i detenuti di Regina Cieli per la lavanda dei piedi che fisicamente, come sappiamo, non era riuscito a fare. Ma quando è uscito lui disse questo: “Ogni volta che io entro in un posto come questo mi domando perché loro e non io?”. È una domanda che secondo me teniamoci dentro. Allora, don Enzo hai insegnato per 40 anni e poi sei entrato alla Rocca di Forlì. Che cosa ti ha spinto e soprattutto cosa ti fa rimanere?
DON ENZO ZANNONI
Intanto buon pomeriggio a tutti. Questa frase che hai riletto di Papa Francesco io me la sono sentita dire proprio all’inizio del mio ministero in carcere, perché dopo neanche un mese che ero cappellano abbiamo fatto l’incontro di tutti i cappellani d’Italia con Papa Francesco e lui ci disse proprio così: “Io potrei essere tranquillamente al loro posto”. Ricordo ancora che cambiò totalmente la prospettiva. Io ero un po’ timoroso, non sapevo da che parte cominciare, e mi cambiò totalmente prospettiva da quel momento. Per me la cosa importante era aver consapevolezza che potevo incontrare altre persone così come io sono incontrato da Cristo attraverso l’esperienza di Chiesa che sto facendo. Questo non solo mi rende tranquillo, ma mi rende molto contento perché io vedo là, nel pannello c’è il mio volto, ma qui in mezzo alla gente ci sono tanti volti. Ad esempio, c’è Karim di cui parla quella frase, ci sono tre detenuti che hanno avuto il permesso, poi c’è anche il mio vescovo. Mi piace partire da questa cosa dei volti perché io non vado a incontrare i detenuti, ma ogni giorno per me è incontrare delle persone, che facciano il lavoro di agenti penitenziari, che facciano il lavoro di direttore, che siano lì per condizione, che stiano scontando una pena o che siano anche appena arrestati, come è successo alle otto persone che sono entrate in questi due giorni in cui io sono qua al Meeting. L’unica risorsa che io ho è quello che rende la mia vita sempre nuova, sempre la fa ripartire. Perciò mi è come se mi mettessi in mano dei mattoni in un posto, in un deserto, oppure, come diceva un manifesto di questo inverno, “nell’inferno, vedere ciò che inferno non è”. E io tutti i giorni ho esempi di queste possibilità che si riaccendono.
PAOLA BERGAMINI
Prova a raccontarcene una.
DON ENZO ZANNONI
Beh, una, ad esempio, a parte quella che è scritta là, parto da questa di un agente che era stato nel momento della rivolta di Modena, 12 morti. Lui era dalla parte delle forze dell’ordine e mi porta, dopo 23 giorni che era arrivato a Forlì, questo detenuto che aveva le braccia rotte, le gambe rotte. Lui l’accompagna lì allo sgabuzzino della Caritas dove io con alcuni altri detenuti diamo le cose di prima necessità. E vedo con sorpresa, visto che il detenuto non poteva piegarsi, l’agente si piega per raccogliere dall’ultimo cassetto le mutande e gliele consegna. Appena esce il detenuto dico: “Ma scusa, io non, è una cosa che non succede mai in carcere”. E lui mi dice: “Guarda, io ero a Modena e ho visto l’inferno, perciò non riesco a dormire da una settimana e mi sono detto che devo fare in modo che succeda un raggio di luce nella mia vita”. Questo inverno, quando io sono arrivato in carcere con il malloppo dei manifesti, lui l’ha visto e ne ha voluto subito uno. Il manifesto dice: “Per non diventare a nostra volta inferno, dobbiamo scegliere quello che inferno non è e seguirlo”. Ecco, questa è l’esperienza che più descrive quello che mi accade tutti i giorni.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille, don Enzo. Mi sembra che così guardare le persone, abbiamo cominciato a entrare dentro e a guardare questi volti, come ci diceva proprio don Enzo adesso. Gianluca, quando io sono venuta a Nisida circa un anno fa, in questo posto bellissimo, oltretutto, e mentre salivamo a vedere i vari padiglioni, io vedevo questi ragazzi e un po’ da mamma, un po’ per altro, io dicevo: “Ma che speranza hanno? Che possibilità c’è per questi ragazzi?”. Mi piace leggere quello che è il messaggio che Gianluca mi ha fatto vedere e che poi abbiamo riportato nell’intervista di Tracce, di un ragazzo che era passato da Nisida ma che gli ha mandato tanti anni dopo, giusto? Ve lo leggo così come lui lo scrisse nel suo italiano. “Quando voi parlavate con me, quando io ero lì, avevate qualcosa che credevate in me ed oggi sto bene. Veramente, l’esperienza che ho fatto con voi è stata bellissima. Un direttore che punta sui ragazzi per non farli più sbagliare. Avevate una cosa che ci davate un’altra possibilità. Non mollate mai.” Allora, Gianluca, a te rivolgo in parte la stessa domanda di Enzo, cioè cosa ti ha spinto a entrare in carcere, ma soprattutto a rimanervi? Perché Gianluca è da 30 anni che è a Nisida. E che cosa vuol dire quello che ha scritto questo ragazzo: “L’esperienza con voi è stata bellissima. Avete puntato sui ragazzi per non farli sbagliare”? Racconta.
GIANLUCA GUIDA
Allora, ti ringrazio innanzitutto per aver ripreso questo tema, meno per aver letto il messaggio di Luca, perché sai che sì, va bene, però mi crea sempre un po’ di imbarazzo raccontare gli aspetti veri dei ragazzi che mi piace sempre tutelare. Però questo passaggio di Luca è stato un passaggio importante perché vedete, la citazione fatta di Papa Francesco secondo me contiene in sé un bisogno e un’attesa di giustizia vera. Perché dire “perché è capitato a te e non è capitato a me” vuol dire avere in sé un profondo bisogno di giustizia vera. Perché la pena spesso, diciamocelo, siamo ancora una società imperfetta che ha bisogno di un sistema di punizione. Vorremmo tutti non avere più il carcere, vorremmo tutti non dover più punire, però ad oggi ancora ci troviamo nella condizione di doverlo fare. Almeno cerchiamo di dare un senso reale e concreto al nostro punire. Allora, se la nostra punizione, se il nostro punire ha un valore retributivo, come si dice in gergo tecnico, cioè tu hai fatto qualcosa di male, per questo paghi in misura proporzionale, matematica, in rapporto al male che hai fatto, noi ci limitiamo a dare valore alla colpa, ci fermiamo soltanto sull’errore, sulla colpa. Mentre invece le persone con cui noi ci troviamo ad avere relazione tutti i giorni, chi come imprenditore, chi come funzionario, direttore, chi come cappellano, sono persone che hanno bisogno di riscoprire non tanto la loro colpa, di cui sono consapevoli, quanto la loro responsabilità, che è una cosa diversa, che è una cosa che ha totalmente un altro valore. Perché acquisire la responsabilità per ciò che si è fatto vuol dire acquisire la consapevolezza del bisogno di ricostruire, di restituire. Per questo tanti ragazzi, come è successo con Luca, nel percorso che hanno fatto con noi, non è che abbiano vissuto una fase di bellezza e di serenità. Il carcere, la privazione della libertà, è comunque un momento brutto e un momento difficile per le persone, però in quel tempo, in quello spazio, che era necessario per la collettività, per sentirsi più sicura, Luca, come altri ragazzi, hanno imparato che cosa loro erano in grado di poter fare per loro stessi, innanzitutto per loro stessi e poi anche per gli altri. Questo ha ridato loro una nuova dignità e soprattutto una nuova volontà per ritornare nella relazione con le loro famiglie, con i loro cari, con i loro amici, con il loro quartiere, con un volto nuovo e con mani nuove. Questo per me è il significato di quello che ci ha detto Luca.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Hanno un bisogno di responsabilità, hanno un bisogno di giustizia, di giustizia vera. Non ci si può fermare alla colpa. Allora, Pino. Prima ho detto molto velocemente di lui. Aggiungo due cose. Lui da detenuto è stato in carcere a San Vittore e già a San Vittore aveva contribuito alla creazione del call center all’interno del carcere milanese. Poi è uscito, scontata la pena, anzi già prima ha cominciato, ha creato ed è presidente della cooperativa B4 che, ripeto, perché non è un dato da poco, teniamolo presente, dà lavoro a più di 200 persone, ma un lavoro vero, giusto Pino? Mi sembra questa è una sottolineatura a cui tieni e a cui teniamo tutti, un lavoro vero nelle carceri di Bollate e di Vigevano. Quindi la mia prima domanda è questa: ma che cosa ti ha spinto a farlo? Perché?
PINO CANTATORE
Bella domanda. Intanto grazie per questa opportunità di parlare a un pezzo di società di carcere, perché spesso il carcere non ci interessa. Il carcere è una cosa che messa lì, deve stare lì e nessuno ci deve mettere le mani e neanche accenderci una luce per vedere cosa succede. Purtroppo, io, trovandomi nelle condizioni di detenuto, l’alternativa in carcere è o stare sulla branda e guardare il soffitto e perlopiù continuare a dare la colpa agli altri, perché poi è uno sport nazionale quello di dare sempre la colpa agli altri per quello che accade a te stesso. Quindi l’alternativa è guardare il soffitto e continuare a dare colpa agli altri o cercare di muoversi e di dare senso a quel momento. Io ricordo un’intervista, una dichiarazione che ha fatto il direttore del carcere di Nisida: il carcere è un tempo e un luogo. Se quel luogo e quel tempo non lo riempi di contenuti, il luogo non serve a niente. Io credo che oggi il carcere rispetto alla società non fornisce il servizio che la società si aspetta. Quindi il mio stare in carcere è cercare di muovere. Poi, lo ripeto sempre, ho avuto la fortuna, nella sfortuna di essere detenuto, ma la fortuna di trovarmi in un carcere dove c’era un direttore. Le direzioni delle carceri sono fondamentali rispetto a poter sviluppare dei percorsi, dei progetti, perché non tutti le condividono e non in tutte le carceri c’è terreno fertile per svolgere delle attività che possono trasformare le persone. Perché la pretesa che abbiamo noi tutti è che attraverso il carcere, dopo la pena, dopo la punizione, ci sia anche questo pezzo di trasformazione e di preparazione del detenuto che poi esce dal carcere e, perdonatemi, rinsavito. Ma se abbiamo questa pretesa dobbiamo dare anche degli strumenti alle persone che stanno nel carcere per fare questo percorso di cambiamento, perché non è che avviene come l’illuminato nella strada di Damasco. O gli dai delle opportunità o questa cosa del reinserimento sociale la perdiamo. Tanto è vero che oggi il dato nazionale ci dice che sette detenuti su dieci che escono dal carcere nel giro di un anno, due anni tornano in carcere per un nuovo reato. Questo è il dato che oggi ci restituiscono, quindi vuol dire che il carcere alla società il servizio che deve dare non lo dà. Io per quelle che sono state le mie esigenze, ma sono le esigenze di tutte le persone che stanno all’interno del carcere, intanto uscire dalla cella e trascorrere le giornate e diventi un peso per la famiglia. Abbiamo parlato di dignità delle persone. In carcere diventi un peso per la famiglia che deve venire a trovarti se ce l’hai e se ti segue, perché tanti in carcere non hanno famiglia, non ha nessuno che li segue. Però se ce l’hai la famiglia viene, ti lascia dei soldi per quegli acquisti, perché in carcere la dignità delle persone che stanno in carcere comincia dalla mancanza di un rotolo di carta igienica. Meno male che ci sono dei volontari che poi suppliscono a quelle che sono determinate esigenze: il bagnoschiuma, il dentifricio. Don Enzo qualcosa del genere la sa. Quindi alla fine anche in carcere se non hai i soldi te la passi male, mentre invece dovrebbe essere una livella, almeno lì, uguale per tutti. Quindi da lì il lavoro è fondamentale, riprendi dignità. Io incontro delle persone che lavorano con noi che ci ringraziano perché grazie al lavoro, grazie allo stipendio, hanno fatto laureare i propri figli fuori. La dignità la riacquisti perché poi non sei più un debito, ma ritorni ad essere una risorsa per la tua famiglia. Se noi vogliamo che le persone si trasformino e non fare questi passaggi, devono riprenderla la loro dignità perché sono persone. C’è un reato, ma dietro quel reato c’è una persona che l’ha commesso. È una persona, non è un marziano che arriva da un altro pianeta. Fino al giorno prima di essere stato arrestato per aver commesso un reato era fuori e viveva in mezzo alle nostre comunità e non è che cambia come persona. Certo, deve rivedere quella che è stata la propria vita e le proprie azioni, ma se non l’accompagni a fare questo, oggi è criminogeno e lo dimostra quel 70% di cui vi ho parlato prima. Quindi dare opportunità lavorativa, seguire le persone sul lavoro, sulla formazione, come diceva Paola Bergamini, lavoro vero, assunti con contratti nazionali, non con borse lavoro sfuggenti che poi non si concretizzano in un niente di fatto. Ripeto, se noi vogliamo che le persone cambino, bisogna dargli delle opportunità. Bisogna seguirli e avere cura. La società deve avere cura del carcere.
PAOLA BERGAMINI
Bisogna incontrare delle persone che ti accompagnano in questo, giusto Pino? Che è quello che è capitato a te, è quello che ci stava raccontando don Enzo, è quello che ci ha in parte accennato, approfondito, Gianluca. Torniamo a don Enzo, invece. Sconfitta e delusioni sono all’ordine del giorno, giusto don Enzo? Eppure tutte le volte tu ricominci. Che cosa ti fa andare avanti? Ci siamo visti qualche giorno prima e tu mi raccontavi del detenuto che per sette volte è venuto, è scappato, è tornato sette volte.
DON ENZO ZANNONI
È ritornato anche ieri, quindi otto volte.
PAOLA BERGAMINI
Allora, che cosa ti fa andare avanti? Che cosa ti fa ricominciare? In parte seguiamo quello che diceva Gianluca di questa acquisizione, di questo cammino di acquisizione di responsabilità perché in fondo è questo e magari se hai una storia possibile da raccontare o anche più di una?
DON ENZO ZANNONI
Sì, normalmente si ha, quando si parla di carcere, ma anche quando si parla in genere degli altri, un’idea di cambiamento come se dovesse arrivare la maga Magò. Soprattutto si ha un’idea di cambiamento come cambiamento di circostanze. Invece l’esperienza bellissima, ma è anche nel titolo, nel deserto, è che in quella circostanza che di umano sembra avere pochissimo, ti accorgi di vedere persone con cui cominci a entrare in rapporto, ma soprattutto persone che hanno lo stesso bisogno di felicità che hai tu. Quindi quando parli di quello che risponde al tuo bisogno di felicità immediatamente trovi una sintonia che tante volte fuori ci vogliono mesi prima che accada. C’è questa immediatezza. Io faccio il catechismo, lo faccio sul libro di don Giussani.
PAOLA BERGAMINI
Quale libro? Quale?
DON ENZO ZANNONI
“Il senso religioso”. Tutti dicono: “È difficilissimo”. Ne leggiamo un pezzettino e tutti riescono a entrare in merito e lo sentono descrittivo rispetto a loro stessi. Poi uno viene una volta e poi non si fa più vedere, ma questa è la libertà di tutti. Non anche Giuda, per dire, ha deciso di no. Non può diventare il no di Giuda un giudizio sul fatto che il mistero sia diventato una presenza umana e che ti venga a cercare e che tu possa vederlo con degli indizi presenti lì nella tua vita. Questo è l’esperienza che faccio tutti i giorni. Tu mi chiedi esempi, ma io potrei adesso indicarti qui almeno 20 persone che sono dentro questo cammino che è fatto di questo incontro tante volte a partire dal detersivo o dei 20 euro. Guardate che non è che allora la gente viene da me, dice: “Oh, che bello!”. La gente viene da me, dice: “Tu adesso me ne devi dare altri 20” e io passo il tempo a litigare per dimostrare che deve aspettare 15 giorni. “Ah, ma te ti paga lo Stato?”. Io ho detto: “Assolutamente non ricevo un centesimo dallo Stato”. E lì già cominciano. Ma quando arrivano i 15 giorni, allora la gente comincia ad accorgersi che deve piegare la testa, di “scusa se mi sono arrabbiato”. E pian piano, come succede sempre in tutti i rapporti, quando meno te l’aspetti, accade. Ieri mattina…
PAOLA BERGAMINI
Ecco.
DON ENZO ZANNONI
…il mio volontario, musulmano, che adesso sta facendo tanti lavori, quindi io ce l’ho part-time. Ieri mattina viene, mi dà una mano e dice: “Guarda, don Enzo, all’inizio frequentarti per me è stato un problema perché tutti i miei correligionari mi dicevano: “Ma perché vai sempre dal prete? Non ti vorrei mica convertire”. Gli altri, quelli che pescano un po’ nel torbido, mi dicevano: “Ma stai attento al prete perché poi dopo lui ti convince a uscire dal giro”. E lui disse: “Ho capito perché nel Padre Nostro voi dite ‘non lasciarci cadere nella tentazione’. Il fatto del rapporto con te mi ha talmente isolato dagli altri che io ringrazio Dio di non cadere in tentazione”.
PAOLA BERGAMINI
Grazie, grazie mille don Enzo. Gianluca, don Enzo ha inserito una cosa in più. Ha parlato della libertà in carcere che quasi fa ridere, quasi sembra una cosa che non ha senso. Ma cosa vuol dire per te anche la libertà proprio dentro il carcere e la parola speranza? Che significato ha a Nisida? Lo penso anche nel rapporto con i ragazzi, ma avendo visto anche nel rapporto di chi lavora con te e che ha a che fare tutti i giorni con questi ragazzi dove anche per te, come per don Enzo, le sconfitte, lo sappiamo bene, sono all’ordine del giorno.
GIANLUCA GUIDA
Allora Paola, mi hai fatto tante domande in una. Sarà difficile riuscire a rispondere a tutte. La prima cosa che vorrei condividere con voi, perché vedo un pubblico attento e spero anche un pubblico attivo da domani su questi temi, perché noi ne abbiamo veramente tanto bisogno, è intenderci su che cosa è oggi il carcere. Perché Paola mi diceva: “È possibile essere liberi dentro il carcere?”. Allora, cerchiamo di capire che cosa sono oggi le prigioni, cosa ci imprigiona oggi. Perché, vedete, il carcere è un luogo che crea una prigionia perché ha un muro di cinta e un cancello che ti permette di entrare ma non di uscire. Quindi da questo punto di vista è una prigionia. Ma quante cose imprigionano le persone che entrano in carcere? Sono dei legami, dei ganci, perdonatemi, a sé più vincolanti di quel muro di cinta. Io rifletto, ad esempio, sul fatto che oggi in carcere ci sono tante persone che non dovrebbero stare in un luogo di punizione. Penso alle persone che hanno problemi di dipendenza e non solo ai tossicodipendenti, ma ai ludo patici, agli alcoldipendenti, che sono persone che non hanno bisogno di essere punite prioritariamente, ma hanno bisogno di essere oggettivamente curate perché la punizione non risolverà il problema che ha generato la devianza. Penso oggi alle persone che hanno problemi psichiatrici. Sono stati chiusi gli OPG in Italia, ma non è stato eliminato il disagio psichiatrico, per cui tante persone commettono reato perché non controllano i loro impulsi e le loro azioni e oggi comunque finiscono in carcere perché le alternative al carcere, anche per un malato psichiatrico, sono molto limitate. Quante sezioni specializzate sono state create dopo la chiusura degli OPG nelle carceri? Sezioni che hanno meno garanzie e meno tutele di quante non ne avessero prima gli OPG. Ma penso ancora a quante persone vivano tante forme di disagio sociale che non necessariamente richiedano una punizione, ma anzi una diversa forma di cura. Allora, rispetto a tutte queste forme di disagio che diventano devianza, che si trasformano in criminalità, la comunità, lo Stato potrebbero fare tanto altro e potrebbero realmente liberare da vincoli perché quelle forme di prigionia sono molto più forti di quanto non lo sia quel muro di cinta e molte volte ci sono prima, ci sono durante e ci saranno dopo. Quindi il nostro compito, io questo lo ripeto spesso anche ai miei collaboratori, è cercare di fare in modo che la punizione, il tempo della pena, il luogo della pena possa servire per capire qual è stato il bisogno che ha generato la criminalità, la devianza che è diventata crimine, perché se non interveniamo su quello e non lo andiamo a rimuovere, quelle persone torneranno a sbagliare, quindi ci sarà recidiva non solo e non tanto perché il carcere genera recidiva, ma perché il carcere non cura e non può curare e non è nella condizione di curare. Allora cerchiamo di lavorare in questo senso, perché la punizione serva, ma serva ad aiutare la persona a risolvere i suoi problemi, a rimuovere le sue difficoltà. Noi operatori abbiamo un limite che è quello del burnout. Io sono 30 anni e più che faccio il direttore di carcere e mi è stato insegnato all’inizio a darmi degli obiettivi raggiungibili perché naturalmente quando uno inizia vorrebbe salvare il mondo. Ci sta l’entusiasmo, la voglia, il desiderio, la prospettiva, la forza, l’energia, tutte cose che poi si perdono strada facendo, ma non si perde la fiducia, non si perde la speranza, come diceva poco prima Paola, cioè la consapevolezza che in ognuna di quelle persone ci sono le potenzialità per costruire delle condizioni di vita diverse. Quella è la nostra speranza: sapere che ciascuno di loro, che pure ha sbagliato, che pure ha commesso degli errori, che pure ha una colpa, ha però anche degli strumenti per tornare ad essere una persona e un soggetto utile per la collettività, un soggetto che possa essere una risorsa per la collettività e non un limite. Noi è su questo che dobbiamo cercare di lavorare quotidianamente, offrire opportunità di riconoscimento delle proprie potenzialità, delle proprie capacità.
PAOLA BERGAMINI
Ecco, allora Gianluca, cosa vuol dire dentro, quindi in un carcere minorile, tirar fuori queste opportunità?
GIANLUCA GUIDA
Allora ti dico il primo aspetto, soprattutto lavorando con adolescenti, con ragazzi, è insegnargli a volersi bene, perché gli adolescenti, un po’ per la condizione nella quale vivono la loro età, il loro tempo, sono abituati a disprezzarsi, a non riconoscersi, a non amarsi. Il fatto di non avere capacità di attenzione verso loro stessi, di cura dei loro bisogni, innanzitutto di tutto ciò che gli serve per crescere in maniera sana, per essere felici, perché poi la prospettiva di ogni persona, il crimine più efferato, è quello di in qualche modo raggiungere una felicità nel modo sbagliato, ma l’obiettivo è quello. Allora, se ognuno di loro ha la possibilità di guardarsi allo specchio e di imparare a volersi bene e a riconoscersi le proprie capacità e le proprie potenzialità, questo sicuramente gli avrà permesso di sbloccare una condizione che gli permetterà di essere più sereno nei suoi confronti e nei rapporti con gli altri e magari di avere meno bisogno di arrabbiarsi con il mondo.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Questo mi sembra un altro passaggio molto bello per me. Pino, hai fondato la cooperativa, dai lavoro alle persone, ma qual è il tuo obiettivo, oltre a insegnare un lavoro, cosa c’è sotto? Perché io so che non è solo formare, non è solo insegnare un lavoro, c’è uno scatto in più. Prova a raccontarlo.
PINO CANTATORE
Allora, io sono fondamentalmente convinto che formazione e lavoro non bastano. Possono servire per quel tempo in cui le persone passano private di libertà per occupare il loro tempo, prendere uno stipendio e vivere quel momento in una maniera più serena, se vogliamo dire. Ma questo non significa che poi nel momento in cui escono dal carcere quella cosa lì sia servita a creare poi un cambiamento di vita anche. Appena finito di dirlo il direttore di Nisida, il raggiungimento della felicità. Il raggiungimento della felicità passa attraverso anche delle sofferenze. Io perché continuo a insistere che la società si deve interessare del carcere? Io, guardate, poco prima di iniziare questo momento ho incontrato una persona che col marito venivano nel carcere di San Vittore quando io ero lì detenuto ogni sabato e passavamo due o tre ore a dialogare, a parlare alle volte anche del nulla. Ed io guardando queste due persone che venivano il sabato perché durante la settimana lavoravano, a parlare 2 o 3 ore, io mi domandavo: “Ma questi qui da cosa sono spinti?”. Perché io i valori me li ero persi evidentemente. Li ho riacquisiti poi nel tempo, ma soprattutto li ho acquisiti grazie alle persone che ho incontrato che venivano dal fuori e questo è un momento importante. Quindi, entrare al di là di fornire una formazione, un lavoro e quindi un’opportunità di mantenere se stessi, di mantenere la propria famiglia, bisogna dare anche la possibilità che le persone possano riacquisire quei valori che evidentemente avevano perso, così come li ho persi io. Quindi è fondamentale. Noi abbiamo fatto un resoconto dell’anno appena trascorso, il 2024. Nel 2024, tra università, scuole, dipendenti di aziende con le quali collaboriamo, sono entrati più di 800 persone che hanno incontrato i nostri collaboratori diversamente liberi. Ognuno si è portato a casa qualcosa, sia le persone che stavano dentro, ma anche quelle che poi se ne sono tornate nelle proprie case. È fondamentale questa cosa e bisogna seguirli. Noi stiamo collaborando anche con le istituzioni alte, il CNEL. Siamo andati a fare quattro incontri con la nostra cooperativa anche in Senato. Io ho scoperto che c’è tanta consapevolezza rispetto a quelle che sono le problematiche del carcere, però questa consapevolezza si ferma lì, all’essere consapevoli. Forse bisogna darsi da fare, entrare, sporcarsi le mani e fare delle cose, perché avere la consapevolezza non basta, bisogna darsi da fare per fare questo. E noi tutti i giorni, coinvolgendo la società civile, cerchiamo di far sì che questo possa concretizzarsi in un ulteriore valore aggiunto alla formazione e al lavoro. Questo è.
PAOLA BERGAMINI
Grazie. Ma Pino, prova a fare qualche esempio di quello che fate di questo di cui hai accennato, di questo accompagnamento che non è solo la formazione, che non è solo dare, insegnare. Cosa vuol dire seguire e accompagnare queste persone?
PINO CANTATORE
Allora, degli esempi concreti rispetto a prescindere dagli incontri con l’università. Noi con Economy of Francesco abbiamo portato ad Assisi due detenuti dove c’era anche Papa Francesco presente, con tanti giovani di tutto il mondo. Quindi creando relazioni importanti e attraverso quelle poi generare quello che vi ho raccontato prima. Al nostro interno, al di là dal punto di partenza di assumere le persone con un contratto nazionale che garantisce i diritti dei lavoratori, perché se noi abbiamo la pretesa di rieducare, è una parola brutta che io non uso quasi mai, ma questo si dice, allora non possiamo partire da contratti fantasma piuttosto che applicazioni diverse di borse lavoro e compagnia bella, sennò, ripeto, uno lì in carcere si accontenta di quello che gli dai, ma non è detto che poi metta in moto determinati meccanismi. Quindi partire da quello. Poi noi da due anni abbiamo istituito una sanità privata rispetto alle persone che lavorano con noi e della quale possono usufruirne anche i propri parenti fuori all’esterno. Da quest’anno abbiamo istituito un fondo per delle borse di studio per i figli dei nostri collaboratori e abbiamo ristrutturato due appartamenti perché poi i benefici di legge, la possibilità di uscire in permesso, permessi premio così come sono definiti, devono dare al magistrato la garanzia di avere una casa dove stare, perché poi avvengono i controlli da parte delle forze dell’ordine, se sono presenti lì a dormire, se seguono quelle che sono le definizioni del permesso che gli è stato concesso. Tanta gente, soprattutto quelli più poveri, torniamo alla carta igienica, che non hanno una famiglia che li segue, che non hanno una casa dove andare, potrebbero usufruire di questi benefici previsti dalla legge, ma non possono perché non hanno una casa dove andare. Abbiamo ristrutturato due appartamenti dando la disponibilità al magistrato dell’utilizzo di questo appartamento, di modo che il magistrato potesse decidere in maniera positiva l’uscita delle persone per quei brevi periodi, un giorno, due giorni di permessi premio. Tutte queste cose vengono percepite dalle persone che lavorano con noi. Questa attenzione, questa cura viene percepita perché poi uno che va a finire in carcere, questo è successo anche a me e parlo per esperienza, diffida di tutti. Perché nella vita ha provato delle esperienze dove è sempre stato preso in giro da tutti. Quindi partono da questo punto di vista che tutto il mondo è così e magari agiscono anche loro di conseguenza. Quindi cominciare a dare dei segnali, a far vedere che comunque non siamo tutti così, che non sono tutti pronti a prenderti in giro, per non dire parolacce. Quindi anche questa consapevolezza aiuta. Io quando ho conosciuto nel carcere di San Vittore il direttore che si chiama Luigi Pagano, amo nominarlo perché è stato un po’ il mio mentore. Io l’ho conosciuto il primo giorno, è venuto lì in un’occasione di un convegno dove c’erano presenti delle personalità e dice: “Io non sono qui a dirvi che dovete cambiare, che dovete fare. Io sono qui a farvi pensare che magari una strada diversa è possibile”. Ecco, anche questo magari lui quando l’ha detto era una frase di routine, che quando incontrava persone, quando c’erano convegni diceva queste cose. A me questa roba qui ha cominciato a entrarmi nel cervello perché non è che mi sta obbligando a cambiare, a fare, mi sta dicendo: “Guardati intorno e forse se scegli altre strade”. Sembra una cosa banale. A me ha aperto un mondo questa frase perché l’istituzione tu la vedi come, almeno io personalmente la vedevo come il mio nemico. Se mi impone di fare delle cose aumenta questo rapporto negativo. Invece tu mi stai dimostrando che io non sono qui a dirti “devi”. Io sono qua a dirti: “Forse è meglio girare”. Ci sono tante modalità, ma che si riassumono tutte anche sul dare speranza alle persone, speranza nel senso che non tutti sono lì pronti a darti qualcosa di negativo, ma che forse c’è anche qualcuno che invece ti vuole accompagnare, ti vuole dare una mano. E con segnali, ma segnali concreti. La mia esperienza in carcere è che un detenuto in carcere diventa un osservatore incredibile. Forse perché non hai tempo da perdere, molto probabilmente, rispetto invece alla frenesia della vita che c’è fuori. Ti fa la schermografia quando ti vede e quindi non lo puoi prendere in giro. Quando gli dai invece segnali di positività anche quelli vengono recepiti, perché essendo osservatore. Quindi noi parliamo di sanità privata, noi parliamo di borse di studio per i propri figli, noi stiamo parlando di tanti valori aggiunti strutturati per andarci a passare i permessi. Poi, scusate la banalità, non tutte le ciambelle vengono col buco. Però rispetto a quel dato che vi dicevo prima, quello che risulta all’interno della nostra organizzazione è che quel 70% è diventato il 5%. Grazie.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille.
Don Enzo. Abbiamo ancora tempo per un giro di domande. Mi riaggancio a quello che diceva Pino. “Una strada diversa è possibile”. Cosa vuol dire questo per te dentro, in questi rapporti dove ogni giorno che vai, io penso, si ricomincia da capo?
DON ENZO ZANNONI
Sì, intanto occorre dire questo che la casa circondariale è fondamentalmente un posto di passaggio. Ci si ferma poco in una casa circondariale, massimo sei mesi, otto mesi, molte volte una settimana o poco più. È difficile poter immaginare percorsi a lungo termine, ma, come dicevo prima, la cosa veramente importante, anche adesso ne sta parlando Pino, è che si possa accendere l’inizio di un rapporto che diventa l’inizio di un percorso. Poi succede, tanti sono qui, tanti amici che hanno deciso di fare poi il volontariato. Abbiamo messo su un volontariato, uno spazio famiglia per le famiglie che vengono a fare i colloqui. In genere la Rocca è praticamente il centro città. Passi giovedì pomeriggio, venerdì mattina e sabato mattina, vedi tutte queste persone in fila lì davanti con le borse, molti stranieri con i bambini piccoli. Piove, c’è il sole e sono lì fuori. Adesso intanto è stato sospeso per un problema di ristrutturazione, però con i 30 volontari abbiamo in qualche maniera iniziato ad accoglierli dentro uno spazio fisico e per loro avere davanti una persona che condivide anche solo per un’ora un problema, è come un respiro che entra. Poi tanti di quelli usciti che erano colpiti dal catechismo o dal volontariato sono venuti a cercarmi dove dico la messa la domenica e dove faccio il catechismo, la catechesi con gli adulti in genere. Immaginate quale fascia di età. Il catechismo era al giovedì alle 17:15 del pomeriggio, quindi pressoché tutti i pensionati cominciano a entrare dentro questo gruppo: due, tre, quattro, cinque. Soprattutto quello che colpisce è che tante volte sono più seri nel lavoro di gente che è 40 anni che fa il percorso. Quindi poi c’è bisogno di una convivenza. Quindi dopo la messa la domenica, tutte le domeniche ci troviamo a mangiare insieme. Siamo, non è mai stato programmato, dai 20 ai 30. Abbiamo trovato una piccola locanda dove si fa un prezzo e da cosa nasce cosa. Io mentre tu stavi parlando mentalmente provavo a contare quanta gente che ci è venuta a cercare e attraverso noi, attraverso informazioni che abbiamo dato, hanno trovato lavoro in questi due anni, direi una trentina. Quante persone, ad esempio, ho accolto anch’io in canonica? Per quella ragione poi non tutte le ciambelle riescono col buco.
PAOLA BERGAMINI
Puoi raccontare?
DON ENZO ZANNONI
Uno è venuto la sera in cui partivamo per il pellegrinaggio del giubileo a Roma. Quando siamo tornati non c’era già più. Siamo stati via una…
PAOLA BERGAMINI
Queste sono le sconfitte. Questi sono le…
DON ENZO ZANNONI
Le sconfitte, capito? Poi un altro scopro che è un mese che non dorme più lì. I carabinieri vengono a fare controlli tutti i giorni. Quello mai controllato perché era giovane, nessuno sapeva cosa era. E quindi anche questo latitante. Un altro che io ho collaborato perché andasse al CX di Rimini esce con la lettera del magistrato, deve presentarsi entro le 17:30. Esce venerdì. Lui arriva lì sabato alle 17:30, ovviamente rimane latitante. Una settimana, si butta sotto il treno, non muore. Intervento difficilissimo. Gli danno quattro mesi di prognosi, eccetera. Poi comincia a star bene, lo trasferiscono in ospedale a Forlì, lo rimettono in carcere. Attualmente è in carcere, lui ancora non si ricorda bene del tutto cosa è successo. Voglio dire, anche io non avevo mai sentito dire di uno che si butta sotto il treno. La stazione di Rimini è stata bloccata per sei ore e lui è sopravvissuto e lo guardo come una seconda possibilità che gli è data. Quante possibilità sono date a noi? Ma tutti i giorni. Un’ultima cosa, quando si parla di mattoni si intende di solito di parlare di oggetti. San Paolo dice che noi siamo i mattoni attraverso l’incontro con Cristo per l’edificio nuovo.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Grazie.
Gianluca. Don Enzo ha accennato ai familiari. Io so che a Nisida sono un punto importante. Ci sono queste mamme giovani o giovanissime, cosa vuol dire? Perché voi mi sembra accompagnate i ragazzi, ma voi accompagnate anche le famiglie. Questo è un punto importante per voi.
GIANLUCA GUIDA
Sì. Allora, su questo mi fa piacere condividere una riflessione che abbiamo fatto anche con Amici della Fraternità, con Lia, con Felice in questi anni. C’è un tema che Papa Francesco ha posto all’inizio del suo pontificato e mi piace ricordarlo, che è un tema dell’ecologia delle relazioni, della qualità delle relazioni. Noi ci siamo resi conto in questi anni che il disagio che diventa devianza, che diventa criminalità, molte volte nasce da relazioni tossiche, da relazioni affettive che fanno male, da relazioni affettive che non sanno curare, da relazioni affettive che sono distorte, che sono malate e che lasciano segni nei rapporti. Io vorrei provare su questo tema a essere un attimino più chiaro, soprattutto con i ragazzi che sono presenti qua, perché per me è un tema importante da condividere con voi. Qualche tempo fa a Sanremo ha avuto grande successo una canzone che veniva da Napoli e da un cantante che ora va per la maggiore. Non lo cito perché sennò faccio pubblicità. La canzone diceva “Io per me tu per te”, che in napoletano, tradotto in italiano, vuol dire “io per i fatti miei, tu per i fatti tuoi”. Questa canzone raccontava una normalissima relazione d’amore, come ce ne sono tante, come sono tante le relazioni che cerchiamo di costruire tra un ragazzo e una ragazza. Questa canzone, qui mi rivolgo a quelli un po’ più adulti, magari della mia generazione, diceva: “Ci siamo voluti bene, ci siamo posseduti l’uno con l’altro in una relazione che ci ha reso l’uno parte dell’altro, però nel momento in cui tutto questo finisce è giusto che ognuno di noi sia libero. Tu per te, io per me, tu per i fatti tuoi, io per i fatti miei”. Questa canzone è stata molto apprezzata e osannata dai critici per il principio di libertà. Ecco, a me piace invece far riferimento a un’altra canzone sulla quale ho convertito, ho suscitato l’attenzione anche di persone importanti. Un generale della Guardia di Finanza mi ha detto che dopo averne parlato con me di questa cosa è diventato un fan di questo cantante. Quest’inverno Alfa ha portato al successo una canzone che è “Filo rosso”. Non so quanti di voi l’abbiano sentita. Se non la conoscete andatevela a sentire perché ne vale la pena, perché Alfa racconta lo stesso tipo di relazione affettiva, una relazione bella, una relazione sana in cui ci si è voluti bene, in cui ci si è amati, ma, dice Alfa, “non è possibile che alla fine di questa relazione tu mi consideri uno sconosciuto”. Le relazioni finiscono, ragazzi. Le relazioni hanno un termine, ma le relazioni lasciano un segno per tutti. Ogni relazione, ogni rapporto ha un significato per le persone con cui l’abbiamo costruita. Che sia una relazione d’amore o che sia una relazione d’aiuto, che sia una relazione professionale o che sia una relazione d’amicizia, ci rende responsabili di quello che abbiamo creato con l’altro e non può permetterci il lusso di dire “tutto finisce”. Vedete, ai primi del Novecento c’era una bellissima canzone napoletana di Libero Bovio che cantava la canzone d’amore tra Regginella e il suo re. In questa canzone il re, colui che aveva posseduto, se vogliamo usare questo termine, l’amore di Regginella, a un certo punto le restituisce la libertà, apre la gaiola, come si dice nella canzone napoletana, e la lascia libera di andare. L’amore finisce, ma malgrado questo Regginella continua a pensare al suo re. Malgrado questo, il suo re continua a parlare di Regginella. Questo vuol dire che il loro amore non ha avuto un non senso, non ha avuto fine con la fine della relazione, ma ha lasciato qualcosa che è continuato. Ecco, vedete, noi abbiamo bisogno oggi di avere relazioni, rapporti che non facciano del male, che non siano inesistenti dopo, ma che lascino tracce di cura, di attenzione, di continuità, perché queste permettono alle persone di costruire un benessere, di essere felici e su questo carcere o non carcere abbiamo bisogno di fare alleanza.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille Gianluca.
Allora, Pino, siamo ormai verso la fine. Mi riaggancio al volo a quello che ha detto Gianluca. “Lasciarsi voler bene”. Cosa vuol dire per te nel lavoro che fai? Cosa vuol dire lasciarsi voler bene per un detenuto?
PINO CANTATORE
Allora, tra le altre cose che ha detto Gianluca è che il suo lavoro, ed è quello che lui cerca, è che le persone vogliano bene a se stessi. Quindi ricostruirsi cominciando a pensare, a riprendere in mano la propria vita e quindi a volersi bene, perché se non ti vuoi bene poi viene difficile anche voler bene agli altri. È tutta una conseguenza. Io credo che, così come nella vita, perché il carcere non è altro che lo specchio della società, non è una cosa a parte, come dicevo all’inizio, messa lì. Il carcere è un’estensione della società, è una periferia della nostra società, poco illuminata, poco guardata, ma è una periferia che fa parte della nostra società. Quindi il voler bene, l’insegnare a voler bene, ma anche quello che provoca poi una speranza. Io quando sono stato in carcere alla mia prima condanna che ho ricevuto, ho ricevuto una condanna a due ergastoli e già io mi facevo un problema di come pagarla sta roba perché io una vita avevo, e quella potevo restituire, l’altra mi veniva difficile. Scusate l’ironia, ma è così. Poi ci ho messo anni di ricorsi fino ad arrivare al Tribunale dei Diritti dell’Uomo per annullarmi quella sentenza e dopo 25 anni di carcere scontati me ne sono dati 30, cinque anni di buona condotta, ho finito la pena così. Però all’inizio è stato quello e quindi io davanti a me, parliamo di speranza, due vite da restituire e tu ne hai una sola. La speranza rimane un po’ nel cassetto. Ma io credo che è insito nell’essere umano la voglia di reagire. C’è chi non ce la fa. I suicidi, quelli che ci sono in carcere e poi spesso ci dimentichiamo che non solo i suicidi appartengono ai detenuti, ma ci sono anche agenti di polizia penitenziaria che si suicidano, molto probabilmente perché stressati da quel tipo di lavoro e da alcune carceri dove sta male il detenuto sta male anche la guardia. Questo è scontato e non è così difficile da capire, ma è così. Quindi se non riesci a tirar fuori, a stimolare quella speranza che ci può essere, la vita finisce. E il mio impegno è quello che attraverso quello che io riesco a fare con i miei collaboratori, non da solo, perché da solo nella vita non riesci a fare niente, è quello proprio di portare vita nel carcere, invece della morte che continuiamo a sentire con numeri che ogni anno stanno crescendo, non solo da parte dei detenuti, ma anche da quelli che sono gli operatori che lavorano all’interno del carcere. Quindi, attraverso fatti concreti, tangibili, credibili, dare modo alle persone che riacquisiscano la fiducia negli altri, ma soprattutto in se stessi e di conseguenza poi nasce la speranza, perché io quello che vedevo quando avevo ancora la condanna a due ergastoli e quindi non avevo davanti a me un momento in cui poteva finire la pena, perché questa è sempre la discussione. Oggi dicono che l’ergastolo in Italia non esiste dal fatto che poi ci sono i benefici, però dipendono dal magistrato. Io conosco persone che sono più da 50 anni. Renato Vallanzasca oggi ha l’Alzheimer ed è ricoverato in una RSA in Veneto, ha fatto 50 anni di carcere ed è ancora detenuto. Quindi capite che con l’ergastolo una cosa dipende poi dalla decisione di un magistrato ultimo che dice “sì vabbè questo mi basta” oppure “non mi basta, andiamo avanti”. Quindi la mia prospettiva era quella e quindi dal mio essere umano è venuta fuori quella, quell’antidoto, quella possibilità che comunque la vita continua. Io quello che posso, specialmente ai ragazzi giovani che lavorano con noi è quello di raccontargli quella che è un po’ la mia di esperienza e quindi che la vita continua e ti devi dare da fare perché poi tante volte, il carcere soprattutto da quelli che sono i mezzi di comunicazione viene ricordato in maniera positiva ad agosto e a Natale e lì i detenuti poverini che soffrono dal caldo, oppure i detenuti poverini che a Natale non hanno con loro le loro famiglie. Per il resto dell’anno solo cose negative, di modo che la gente ha più idea di quello che è negativo rispetto al carcere che non quello positivo. Allora, detenuti poverini non esistono. Io non sono mai stato poverino. Io sono andato in carcere perché ho compiuto dei reati e se uno è in carcere condannato in via definitiva non è poverino. Ha fatto un reato e di conseguenza deve. Quindi togliamo di mezzo il poverino. Invece, diamo con atti concreti. Io oggi la mia maggior soddisfazione, al di là dell’essere qui e in compagnia vostra, è di sentire il direttore di un carcere quello che ha detto, che difficilmente lo sento, e queste sono le persone che fanno la differenza rispetto a un percorso che le persone in carcere possono intraprendere, perché se non le stimoli in questa maniera, ma con i fatti, non con le chiacchiere, non va da nessuna parte.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Penso che tutti ci portiamo a casa tante cose da questo incontro e quasi per assurdo abbiamo parlato di carcere e le parole che sono venute fuori sono libertà, felicità, volersi bene, portare la vita dentro al carcere. Mi sembra che questi siano i mattoni nuovi e come diceva don Enzo, i mattoni siamo noi e in questo deserto, come ci ha ricordato Papa Leone XIV, in questo deserto fiorisce la speranza. Questo noi, almeno per me, ci portiamo a casa e io ringrazio tantissimo i miei ospiti, anzi protagonisti, mi piace ricordare che loro sono i protagonisti delle storie di Tracce di cui vedete alcuni volti, di cui vedete intorno a voi. Per questo io rinnovo l’invito a chi vuole, a chi può, di abbonarsi alla rivista, di seguire il sito. Oltretutto per chi si abbona qua al Meeting di Rimini c’è la possibilità di ricevere in omaggio una pubblicazione che c’è solo e soltanto qua al Meeting con le storie dei volti e altre ancora perché tutti i visi non ci stavano di quello che voi vedete intorno. Ricordo che Tracce non è solo la rivista cartacea mensile, ma è anche il sito online che è stato, come molti hanno visto, rinnovato, dove ci sono le storie, ci sono i commenti, le interviste, gli approfondimenti, cioè tutto ciò che ci può aiutare a vivere, mettiamola così, a vivere bene, a vivere in modo felice. Ultimo avviso che mi preme molto dare è proprio sul Meeting che ci ha dato l’opportunità dell’Arena, che ci ha dato l’opportunità di questo incontro. Allora, ognuno di noi può dare un contributo alla costruzione, ai mattoni del Meeting. Lungo tutta la fiera li incontrerete ovunque. Ci sono le postazioni del “Dona ora” che sono caratterizzate da un cuore rosso. Fermatevi e donate per il Meeting. Grazie mille. Buona serata.










