TRA PIAZZA E PARROCCHIA: DOVE PARLA DIO?

In diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana, Play2000

S.E. Mons. Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia, presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica e già portavoce della Conferenza Episcopale Italiana; Alessandro Sortino, conduttore, autore televisivo e scrittore. Modera Paola Bergamini, giornalista Tracce

Dialogo tra il “giornalista cattolico” (così si definisce) che ha raccontato in un libro la storia dei primi cristiani a Roma e uno dei vescovi più attenti al modo di comunicare la fede e di sostenere la Chiesa

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PAOLA BERGAMINI

Buonasera, buonasera a tutti, benvenuti all’arena di Tracce per questo incontro tra piazza e parrocchia dove parla Dio. Questo è il titolo dell’incontro: come comunicare la fede. Ringrazio innanzitutto i miei ospiti, sono molto felice di avere qua entrambi: Monsignor Ivan Maffeis, arcivescovo di Perugia, presidente del comitato per la promozione e il sostegno economico alla Chiesa cattolica, è stato portavoce della CEI ed è membro del Dicastero della Comunicazione. Sono molto contenta che sia qua con noi e soprattutto che sia qua con Alessandro perché sono due amici loro, sono diventati amici miei e quindi sarà un dialogo molto bello.

Poi Alessandro Sortino, conduttore autore televisivo. Vi ricordo solo alcuni dei suoi programmi televisivi: Piazza Pulita, Nemo, è stato vicedirettore come produzione artistica di TV 2000. Molti di voi lo conoscono perché è una delle Iene, è il rosso delle Iene, come lui ama definirsi, ma soprattutto per me, per come io l’ho incontrato, è autore di un libro molto bello che si chiama Il Dio Nuovo. Di lui, del libro, durante il dialogo sicuramente verrà fuori anche quello che lui ha scritto.

Vorrei iniziare leggendo per introdurre questo nostro incontro quanto ha detto agli operatori della comunicazione il 25 maggio, Leone XIV. “Oggi, una delle sfide più importanti è quella di promuovere una comunicazione capace di farci uscire dalla Torre di Babele in cui talvolta ci troviamo, dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi. Perciò il vostro servizio, con le parole che usate e lo stile che adottate, è importante. La comunicazione infatti non è solo trasmissione di informazioni ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto”.

Don Luca, proviamo questo nostro dialogo, cominciamolo proprio da questa frase: “La comunicazione infatti non è solo trasmissione di informazione ma è creazione di una cultura”. Lei è stato per tanto tempo portavoce della Conferenza Episcopale Italiana, ma soprattutto, quindi dentro il mondo dell’informazione, lei per tanto tempo ha avuto a che fare con l’informazione e con i giornalisti. Ha scritto, secondo me, un libro stupendo che è Cronisti dell’invisibile. Le chiedo questo: qual è la cosa più preziosa che trattiene lei da questa esperienza? quando ha visto quello che dice Leone XIV, la costruzione di una cultura di dialogo e di confronto, ha in mente episodi, dialoghi anche col suo amico Alessandro?

MONSIGNOR IVAN MAFFEIS

Buonasera a tutti e grazie, grazie di questa partecipazione, una cultura dell’incontro. Io credo che nessuno di noi oggi pensa che comunicare sia semplicemente confezionare un messaggio e postarlo. La comunicazione vive di una relazione, vive di una rete di relazioni. Alla fine nessuno di noi è chiuso in una torre d’avorio. Siamo nella Babele, come dice il Papa. In questa Babele la differenza la fa proprio anche la qualità delle relazioni.

Nel mio lavoro della vita precedente ho imparato quanto sia importante, da una parte lo studio, il conoscere in maniera diretta le cose che si vanno a raccontare, ma dall’altra la relazione che tu hai con i colleghi. Questo vuol dire avere una grande disponibilità, una grande reperibilità, che non significa semplicemente che gli altri abbiano il tuo numero di telefono, ma che tu davvero ti renda disponibile a metterti in gioco con schiettezza, con trasparenza, con onestà.

Soprattutto davanti…, qui ho il direttore del servizio penso ad Avvenire, credo che in questi anni, negli anni in cui abbiamo lavorato insieme, alcuni scandali anche molto pesanti in termini di morale, morale sessuale, in termini di economia, alcuni di questi scandali ci hanno insegnato che non c’è data alcuna possibilità, nemmeno per salvare il buon nome della Chiesa, di depistare le cose. Ecco, questo lavoro qui mi ha insegnato davvero la trasparenza, quella trasparenza che domanda, il Papa l’ha detto in maniera chiara, alla fine di maggio ordinando i preti. Oggi servono vite credibili, vite trasparenti, proprio per sanare una Chiesa e un’umanità che sono ferite, sono ferite da quello che non funziona, dai nostri scandali, dalle nostre povertà.

Ecco, il lavoro mi ha insegnato davvero a stare nelle cose, a starci con umiltà, a lasciare che gli altri potessero porre le domande e trovare un modo il più onesto, il più vero possibile per rispondere. Certo, evitando di ridurre il tutto allo scandalo, ma standoci dentro nelle cose. Questo credo che sia una delle cose principali che ti dà poi la forza anche di avere, con la possibilità di intervenire con il collega, con il giornalista, senza che questo venga mai preso come un uso strumentale delle persone. Non siamo amici perché così tu non scrivi certe cose o ne scrivi altre. I rapporti servono proprio per andare alla verità delle cose, alla verità degli incontri, alla verità anche di quel mistero che è la Chiesa.

PAOLA BERGAMINI

Grazie mille, ringrazio di questa prima risposta, mi giro verso Alessandro e faccio una piccolissima introduzione per come io ho conosciuto Alessandro. Era appena uscito il suo libro, Il Dio Nuovo. C’era stata questa bellissima intervista su Repubblica, mi aveva colpito il libro in sé, quello di cui lui parlava, e il fatto che lui dicesse “io non ho nessun problema a dire che io sono cattolico”. Così, avendo amici in comune, trovato il suo numero di telefono, mai più pensavo, quando l’ho chiamato, se ti ricordi, gli ho detto: “Mi piacerebbe fare un’intervista per Tracce” e lui mi ha detto: “Certo, vieni Paola”. Così, poco fuori dalla stazione Tiburtina, in un piccolo bar sotto un caldo pazzesco, abbiamo fatto queste due ore di dialogo per me importanti. Non lo dico a caso questa cosa perché mi riprendo quello che diceva adesso Don Ivan, l’importanza delle relazioni e della verità delle relazioni, perché questo è per me, per me nei confronti di Alessandro è stato proprio un inizio di relazione che nei mesi poi è cresciuto, ma che all’origine aveva per me questa cosa, lo stupore di quello che lui man mano mi raccontava, oltre al libro. Il libro è bellissimo, io invito tutti a prenderlo e a leggerlo. Penso che Don Ivan sia d’accordo con me, conferma, quindi anche l’arcivescovo di Perugia conferma.

A partire da questo la mia domanda, cominciamo così, Alessandro, appunto tu ti definisci giornalista cattolico. Nel 2014, lui alle spalle aveva già un certo numero di trasmissioni, di autori, aveva una certa fama, era importante. Nel 2014 Ruffini, Paolo Ruffini, allora direttore, ti chiama a TV 2000 come vicedirettore per la parte creativa. Oltretutto se non sbaglio è proprio in quegli anni che voi vi siete conosciuti, giusto Alessandro? Quindi, la prima domanda: avevi fama, avevi tutto, perché andare nella TV dei Vescovi? Che poteva sembrare essere un di meno. Eppure, e quindi che cosa vuol dire? Perché tu ami dire “io sono un giornalista cattolico”, ma non come definizione, su questo ve lo posso dire, ma proprio come impronta di sé. E perché l’hai fatto?

ALESSANDRO SORTINO

Allora, è una domanda importante, io ti ringrazio. Io non sopporto e non ho mai sopportato l’idea di appartenere a qualcosa, di essere di un partito, di un’associazione. Di avere uno stipendio che deriva dall’appartenenza, in questo ambito, cattolico di professione? Che fai il cattolico? No. Quindi avete di fronte una persona che quando fa il giornalista lo fa con tutti gli strumenti del mestiere che sono degli strumenti terribili, perché io mi devo confrontare con una necessità e questa necessità è quella di trovare un titolo in una storia, di fare in modo che le persone lo leggano, di fare in modo che questa cosa sia una notizia e nello stesso tempo, quindi in televisione, di fare ascolti, di trovare un tema che interessa perché sono pagato dalla pubblicità che le persone investono su quel programma, devo fare tutto questo e però rispettare la verità e soprattutto evitare di fare della persona che ho di fronte uno strumento, di accusarlo, di usarlo invece che riconoscerlo come una persona, il che vi assicuro è molto difficile.

Quando ci si lamenta che le persone si fermano all’autostrada perché c’è un incidente, facendo la coda a tutti quanti, che critichiamo, ma siamo in grado di non fermarci? Siamo in grado di non fermarci di fronte a una rissa in televisione, in un talk, anche solo per criticarla? Siccome tutti si fermano, è chiaro che questo tipo di contenuti produce ascolto e quindi io devo entrare in questa esigenza di mercato.

Ma a un certo punto della mia vita io mi sono chiesto in che modo io potevo dare un senso al mio essere credente. Tutti quanti mi hanno sempre…, quando io sono andato a TV 2000, tutti hanno, raccontano sempre come se io mi fossi convertito in quel momento, ma non è così. Io mi sono convertito ad accettare di dichiarare la mia fede, ma la mia fede non è solo cristiana, io non solo riconosco Cristo come figlio di Dio risorto e artefice della mia salvezza, ma io riconosco la presenza di Cristo nella comunità che lui ha fondato, che è la Chiesa cattolica. E quindi affermo di essere un giornalista cattolico, ma non perché io so no di mestiere cattolico. Per niente. Tant’è che quando mi trovo, e mi ci sono trovato di recente, a fare inchieste in cui la Chiesa è oggetto della mia inchiesta, io mi trovo a dover rispondere al pubblico a prescindere dalla mia appartenenza.

Ed è per questo che sono cattolico, perché cerco di essere a servizio della verità di quello che incontro. Non sempre ci riesco. Ecco, io sono qui, faccio questa affermazione non per dire che sono un figo. Molte volte mi sono trovato di fronte a delle situazioni, ma mi ci trovo tuttora, dopodomani mi ci ritroverò di nuovo. Mi trovo di fronte alla necessità di raccontare una storia in modo da farla funzionare. Funzionare deve funzionare, perché Papa Leone XIV ha ragione, ma quello è un punto d’arrivo. Ma poi ci siete voi, c’è il pubblico che sta a casa. Allora, questo discorso Papa Leone dovrebbe farlo pure al pubblico. Ma voi perché vi piace il crime?

A me oggi mi chiedono di fare il crime, ma perché? Quando facevo Le Iene nel 2001 facevo la satira, andava di moda prendere in giro i politici. Ora va di moda il crime. Io, ad esempio, non sono bravo a fare il crime, a fare la nera, non è la mia cosa specifica. Sto imparando, ma perché alla gente piace il crime? Quindi dobbiamo entrare nella relazione che c’è tra il raccontare storie e l’interesse che le persone hanno di quelle storie e trovare un modo di stare nel mondo senza essere del mondo, stare nel mondo in cui occorre raccontare storie con efficacia, ma insieme riuscire a riconoscere in quella storia una persona che ha diritto di essere rispettata, ad esempio, anche se è colpevole. È possibile questo? Ci si riesce? Vi posso dire moltissime volte no, ma quando ci si riesce è bellissimo, ma non sempre ci riesco.

PAOLA BERGAMINI

E la tua esperienza TV 2000 in questo senso, che cosa ha voluto dire Alessandro?

ALESSANDRO SORTINO

La mia esperienza TV 2000.

PAOLA BERGAMINI

Scusa, lui, tra l’altro, ricordo, è l’autore delle Pietre Parlano, che in questo periodo TV 2000 sta rimettendo in onda, che è proprio da cui è tratto il libro, che è la storia dei primi cristiani di Pietro e Paolo. Ve lo dico perché può essere molto di aiuto e anzi io vi invito ad andarlo a rivedere perché è una trasmissione, è su YouTube.

ALESSANDRO SORTINO

Io nella mia esperienza di lavoro puzzo di mondo. Ho a che fare con la realtà, non solo con la realtà, ma con il problema di raccontarla secondo l’interesse del pubblico. Questo interesse del pubblico oggi è peggiorato nelle sue inclinazioni da internet che genera delle polarizzazioni ancora più forti, per cui tutto deve essere definito.

Io feci un programma una volta che voleva proprio uscire dalla contrapposizione, si chiamava Nemo Nessun Escluso, ma passava proprio per il racconto della persona per quello che era. Il focus group fatto dalla Rai per capire perché inizialmente il programma non funzionava era perché la gente dice: “Perché non mi spiegano da che parte stare?”. Quello diceva il pubblico. “Io voglio capire da che parte stare, voglio stare lì tutto armato e dire: cavolo, questo sta con me, quello è contro di me, quello è il nemico, quello è l’amico”. Questo è il modo migliore per non capire niente delle cose, però è il modo migliore per fare ascolti.

Allora, quando sono andato a TV 2000 il mio problema era quello di portare all’interno della comunicazione della Chiesa cattolica italiana, nella televisione, il mondo, questa puzza di mondo. Questa puzza di mondo che riporta all’interno del racconto di quello che è il cristianesimo anche la contraddizione, l’incoerenza e la fatica di chi lo fa. Quindi nel mio lavoro ho cercato di costruire dei format che, sempre passando attraverso le storie, facessero risuonare il senso del cristianesimo, senza però privarlo della sua verità incarnata. Quindi ho fatto una serie di format che avevano questo scopo. Alcuni li ho condotti, la maggior parte no, però questo è stato il mio contributo.

PAOLA BERGAMINI

Benissimo. Torniamo a Don Ivan e però mi aggancio a entrambi perché entrambi avete usato la parola verità. L’ha usata prima Don Ivan, l’hai usata tu Alessandro. Hai parlato di storie, di persone. Mi riaggancio in questo senso. L’altra sera all’incontro che c’è stato con Cercas, lo scrittore spagnolo, autore di Il Folle di Dio, scrittore di fama mondiale, ateo, dove in questo libro che ha venduto milioni di copie, lui racconta del suo viaggio con Papa Francesco. Durante l’incontro lui ha detto questo: “Bisogna tornare alla cosa più semplice, raccontare la verità”.

Durante l’intervista, è una domanda per entrambi, Alessandro mi aveva detto: “Incontrare le persone, guardarle negli occhi per arrivare alla verità e raccontare storie, la contraddizione dell’uomo, il bene e il male”. Proprio a Nemo, questa trasmissione televisiva che aveva fatto molti ascolti, durante una trasmissione, durante una delle puntate, Alessandro a un certo punto dice “la verità è una persona”. Ma su questo torniamo, ci vediamo dopo con Alessandro. Cosa vuol dire raccontare la verità, Don Ivan? nella sua esperienza, nel suo rapporto con i giornalisti, nel suo rapporto con l’informazione e oggi?

MONSIGNOR IVAN MAFFEIS

Ieri sera ero in una parrocchia e alle 23, a conclusione della processione di San Bartolomeo, parrocchia di Torgiano, il sindaco, diamo la parola al sindaco prima della benedizione del vescovo, il sindaco dice: “Ho un’unica cosa da chiedere alla mia comunità: chiedo che la smetta di criticarmi su Facebook e apra la porta del Comune dove io ci sono tutti i giorni per incontrarvi e per cercare di costruire insieme la vita della nostra comunità”.

Io credo che la verità passi proprio attraverso un incontro sano e vero tra le persone. Siamo tutti un po’ stanchi di una comunicazione, l’hanno detto tra l’altro i giovani al Giubileo, la prima domanda posta dai giovani al Papa nella veglia del 3 agosto scorso è stata proprio questa: “Noi abbiamo un grande bisogno di amicizia, di rapporti veri e siamo disillusi da quella connessione continua che la rete ci ha dato”.

Io credo che raccontare la verità, domandi con tutta la valorizzazione della tecnologia di oggi, del digitale, nessuno ci sputa sopra assolutamente, ma domanda proprio di tornare all’incontro e tornare all’incontro credo che, senza fare catechesi, voglio dire, tornare alla sacralità della persona. Con i colleghi, con tanti colleghi, sto pensando a nomi, a volti con cui ho lavorato per una decina d’anni, ti rendi conto che hanno questa attenzione di cui parlava prima Alessandro. Da una parte bisogna parlare la lingua del mondo, non possiamo parlare la lingua della sacrestia e pensare di essere ascoltati. Non ci ascolta neanche nostra zia, anche se ci dice che siamo bravi. Parlare la lingua del mondo, ma parlarla con uno stile di rispetto.

Qui torna, ripeto, non voglio fare catechesi, ma torna quell’immagine del roveto ardente davanti al quale Mosè è invitato a togliersi i sandali e a fermarsi. Credo che un po’ tutti, e qui torno al sindaco di ieri sera, sentiamo la nostalgia che in questo tempo, in questo deserto, il tema del Meeting, in questo deserto che viviamo, saper ritrovare ancora con stupore, proprio come Mosè, con stupore trovare quel fuoco, quel roveto ardente davanti al quale toglierci i sandali. Questo roveto ardente per tutti è innanzitutto la persona. Una comunicazione quindi che parte da qui.

Non sempre ci si riesce, prima Alessandro l’ha messo con sincerità, però averlo almeno come obiettivo vuol dire che non ti do in pasto, vuol dire che, pur dovendo fare audience, non posso lasciarmi andare semplicemente a questo. Oggi dove sembra che la verità sia legata, oggi sembra un po’ che la verità sia legata al grado di attenzione che… No, non si sente. Tu hai la voce da Iena.

PAOLA BERGAMINI

Adesso ci siamo.

MONSIGNOR IVAN MAFFEIS

Penso che oggi la verità rischia di essere davvero proporzionata al grado di attenzione che riceve. In questo contesto qui tornare davvero… No, non si sente.

PAOLA BERGAMINI

Proviamo a tenerlo più vicino. Grazie mille, Don Ivan. Mi riaggancio a questa cosa con te Alessandro, però torno su quello di cui ti ho accennato prima. Mi riaggancio a Don Ivan per raccontare anche lo stupore delle persone, di quelli che tu incontri, guardarle negli occhi per arrivare alla verità, ma soprattutto perché a Nemo tu avevi detto, e quindi in questo si riaggancia anche la tua storia, “la verità è una persona”. Proviamo a raccontare.

ALESSANDRO SORTINO

Mi sentite? Sì. La verità è una persona, significa che se io sono credente, credo in un Dio che si è fatto uomo, vuol dire che sto di fronte a un’immagine di Dio di fronte a chiunque io mi trovi e che io non posso escludere niente di quella persona, non posso usare, non potrei, non dovrei usare niente, perché quella persona nella sua interezza, anche nella sua colpa, ad esempio, nella sua responsabilità politica, se ha fatto qualcosa, è comunque una persona intera. Non è oggetto, ma è soggetto. Io sono un soggetto di fronte a lui, per cui la verità che dovrebbe derivare dalla mia capacità di incontrarlo e di generare, attraverso il mio incontro con lui, con quella persona, un incontro con le persone che sono a casa, producendo quest’incontro la verità di quella persona che magari eccede la sua intenzione e la mia.

Questo è quello che provavo a fare in questo programma che si chiama Nemo, che infatti è stato chiuso. Qquando io facevo Le Iene. Io ho fatto Le Iene fino al 2007, poi ho fatto l’autore andando poco in onda, adesso sono tornato a fare Le Iene. Ero inviato delle Iene agli inizi degli anni 2000 e lo sono adesso. Allora, quando io facevo Le Iene più giovane e meno dentro questa necessità di restituire la verità dell’altro nel modo che vi ho appena descritto, all’inizio, cosa facevo io? Io vedevo la persona e capivo cosa mi serviva per prenderlo in giro, che a quel tempo noi Iene prendiamo in giro, quindi era anche una cosa meno grave, adesso è più un programma giornalistico, è più serio, allora lo scherzo alleviava tutto, no?

Quest’anno mi è capitato di andare a incontrare un sindaco, non vi dirò chi è, ed era il giorno in cui questo sindaco doveva accendere le luci di Natale della sua città. Questo sindaco aveva un evidente conflitto di interessi, conflitto potenziale o reale, lo deciderà la magistratura. Ma io dovevo intervistarlo su questo conflitto e quindi, forte della mia esperienza da ragazzo, quando ero più giovane, sono andato lì che ero pronto a imputargli quei comportamenti che evidenziavano, secondo me, il suo imbarazzante conflitto di interessi. Però, nel frattempo io sono cambiato, non ce l’ho più lo sguardo da Iena. Quindi quello m’ha visto, si è messo a piangere subito. Io non ce la faccio… con le luci di Natale. Insomma, alla fine questo pezzo è diventato tutto diverso da quello che doveva essere perché io stavo là davanti, comunque non dico che mi ha fatto pena perché poverino non se lo merita la pena, però mi ha fatto simpatia a prescindere dalla sua responsabilità. Mi ha fatto simpatia perché lui era convinto di aver fatto il bene a prescindere se l’aveva fatto o no. Adesso non è questo che importa e io ho capito che lui era convinto. Quindi questa mia capacità che avevo nel 2003 di usare le cose per metterlo alla berlina ridendo adesso non ce l’ho fatta più perché ho dovuto raccontare la sua verità intera.

È venuto bene lo stesso il servizio? Non lo so. Però questo è il mio problema adesso, perché se la verità è questa interezza dell’essere umano e se in questa interezza c’entra pure il male che lui ha fatto, la sua incoerenza, il racconto che deve dire la verità non può usare del tutto, un po’ lo devo fare, sennò mi cacciano, però non può usare del tutto questa verità per costruire un racconto che sia parziale. Devo cercare nel breve momento dell’incontro di restituire la sua verità. Al pubblico non sempre piace questa cosa perché la gente vuole sapere: “Che ha fatto? Questo è buono o cattivo? È buono o cattivo?”. Io gli vorrei dire: “È come te, che tu sei buono o cattivo?”. Io sono buono o cattivo? Che ne so? La sua verità deriva dalla capacità che io ho di farlo accadere quando lo incontro. Questo è questo io questo insegno.

Quando, io ho fatto anche il capo di vari programmi, io ai ragazzi dicevo sempre: “Tu devi portare il tuo interlocutore non a dire una cosa che si è preparata, ma ad avvenire in quella conversazione nella sua verità”. A quel punto, se lui proclama la sua innocenza, quel proclamarla ha un valore! A prescindere se sia vero o no. Poi uno porta dietro i fatti, ma lo spettacolo non dovrebbe essere l’imputazione, ma la relazione e quindi l’evento del suo accadere nell’incontro con me. Si può fare questo? Ogni tanto sì, e quando ci si riesce viene bene. In questo senso io dico che la verità è una persona, ma è una cosa mistica, uno deve trovare la capacità di generare una relazione in cui la persona che si sente comunque inseguito dall’intervistatore riesca però in qualche modo a restituire una verità che poi sia utile al pubblico a capire veramente chi è e quindi cosa ha fatto. Questo è il tentativo. Ci riesco? quasi mai, però ci provo quasi sempre.

PAOLA BERGAMINI

Diciamo che ci riesce spesso. Io posso dire che ci riesce spessissimo dentro nel libro, perché il libro che appunto è la storia dei primi cristiani che portarono Gesù a Roma, perché in questo libro accade, riprendo le parole di Alessandro, accade qualcosa, avviene un incontro per cui si cammina con Pietro e Paolo, si è insieme. Allora mi sembra che questo sia un po’ il cuore di questo libro e mi riaggancio invece con lei per chiedere un’altra cosa, anzi una cosa che vi accomuna ancora tutti e due perché l’ho scoperta i primi di agosto. Entrambi hanno accompagnato gruppi di giovani al Giubileo dei giovani. Lo dico perché all’inizio il grande raduno, poi di Tor Vergata, comunque il Giubileo dei giovani, che i media nazionali non se lo sono filato più di tanto, fino a quando non hanno visto un milione, due milioni, erano quasi, di giovani a Tor Vergata. Entrambi in quei giorni mi avevano inviato, Alessandro da Roma e Don Ivan durante il suo pellegrinaggio, le foto di loro che accompagnavano questi ragazzi. Allora Don Ivan, che cosa ha voluto dire per lei, ad esempio, accompagnare? Anzi racconti che cosa è successo in quel pellegrinaggio, come è avvenuto, perché io lo so ma qui molti non sanno e che cosa ha visto nei ragazzi?

MONSIGNOR IVAN MAFFEIS

Credo che tanti di noi avevano dei figli, dei nipoti o qualcuno. Ciascuno di noi aveva qualcuno e quindi la prima domanda trova risposta un po’ nel pubblico, in quello che sapete. Per me è stata una settimana da cantare, una settimana di vera grazia, uno stare con i ragazzi. Noi siamo partiti da Perugia in 330, ma al di là del numero, non è il numero, è la disponibilità dei ragazzi. Noi adulti tante volte sui ragazzi scriviamo, lamentiamo, giudichiamo. Io più sto con i ragazzi più sento la loro disponibilità, la loro sincerità.

Io quando avevo, qui c’è qualcuno del mio paese tra l’altro, ma quando io ero un ragazzo non sarei mai andato a parlare col vescovo dei miei problemi, era l’ultima cosa che mi passava per la testa. Camminando verso Roma, quanti ragazzi ti si affiancano e ti dicono: “Ma tu che musica ascolti, vescovo? Tu quante volte sei andato al McDonald?”. Dopo che hanno fatto lo screening e sei giudicato insufficiente, ti dicono: “Però se non altro sei sincero”. Ti raccontano quello che portano nel cuore, ti raccontano le loro inquietudini, la loro domanda di significato, di riferimenti, di amicizia, di fraternità, di essere presi sul serio.

Io credo che loro, rispetto alla mia generazione, sanno ancora muoversi, sanno camminare, sanno far strada per andare a incontrare Pietro, per attraversare una Porta Santa, per stare insieme. La condizione dei momenti di preghiera, delle catechesi, delle celebrazioni. A Civita Castellana, in un parco pubblico, abbiamo fatto le confessioni, vestiti col camice e la stola. Io ho confessato quattro ore ragazzi che sono stati in fila, li avevo a venti metri, che hanno aspettato. Io ero stanco, ma più guardavo i ragazzi, più dicevo: “Ma tutti i lamenti, loro sono in coda per venire a confessarsi”.

Io credo che oggi la Chiesa abbia una possibilità enorme, forse più di ieri, perché in un tempo in cui purtroppo sono venuti meno i tanti riferimenti, la Chiesa può dare una speranza, una speranza che non delude, come il Papa ci ha ripetuto più volte facendo eco a San Paolo. E nella misura in cui noi accettiamo di starci, di metterci dentro le cose, di usare quel linguaggio del mondo di cui parlava Alessandro, ma dove però i contenuti sono i contenuti della tradizione cristiana, questa generazione ci consegnerà, sicuramente in forma diversa, un’appartenenza alla Chiesa e un amore al Vangelo, fatto di fraternità, fatto di essenzialità.

Io sono molto fiducioso, i ragazzi sono più avanti di noi, dobbiamo dirlo. Con questo non voglio dire che non ci siano i problemi, non voglio dire che non ci siano le enormi difficoltà in questa generazione. Se posso dirlo, intanto che non sente nessuno, io durante questa confessione a un certo punto alla ragazza ho detto, abbassavo il microfono perché non sono cose che si dovrebbero dire alla ragazza, ho detto: “Io non posso darti l’assoluzione perché tu non stai confessando dei peccati, tu stai confessando la sofferenza che ti porti dentro perché non ti senti amata”. “Ma questo non è un peccato?”. “Lei è sicuro?” “Sì, io sono sicuro”. Allora, prendiamo per mano questi ragazzi ma lasciamoci anche prendere per mano da loro.

Credo che almeno a me la settimana di Tor Vergata ha confermato una volta di più il metodo educativo di Gesù. Questo mettersi a fianco dei due di Emmaus, questo farsi compagno di strada, questo incassare anche qualche colpo, qualche amarezza, qualche tristezza, qualche frustrazione, ma insieme poi anche rilanciare, insieme anche riscaldare il cuore, insieme spezzare il pane, tanto il pane del McDonald quanto il pane eucaristico, e vedi i ragazzi tornare stanchi ma contenti. Io è quello che ho visto fare al Papa, questo cercare di mettersi il più possibile in sintonia, di accogliere le domande e di offrire delle tracce di risposta. Poi ci pensano loro a completare la canzone, come dice appunto Vecchioni.

PAOLA BERGAMINI

Grazie mille. Alessandro, tocca a te adesso, perché anche tu a Roma hai accompagnato.

ALESSANDRO SORTINO

Intanto mi ha commosso questo racconto, qua si vede la differenza tra la voce tonante del cialtrone televisivo come me è quella dello Spirito Santo. Invece io quando sono dovuto andare, ho accompagnato dei ragazzi sul cammino di Pietro, questo libro, ma anche il programma è anche un cammino che abbiamo costruito tra la Basilica di San Pietro e la Diocesi di Roma in una serie di luoghi la cui mappa è alla fine del libro, che è un cammino ufficiale anche se bonsai, che si fa in un giorno, che si chiama Quo Vadis, che mette insieme tutti i luoghi di Pietro e di Paolo in un unico cammino da fare in una giornata fino a San Pietro. Ho accompagnato dei ragazzi in questo cammino, ma prima la sera prima sono andato in una chiesa ai Monti di Tiburtini, nella periferia di Roma, a raccontargli quello che avremmo fatto. Dovevo fare la mia testimonianza. Intanto non sono mai stato così preoccupato di parlare in pubblico come in quest’occasione perché io un po’ lo sento per questa angoscia dell’ascolto che c’ho, se la gente mi ascolta o no. La curva degli ascolti, che è quella che noi vediamo il giorno dopo in televisione, io ormai ce l’ho dentro. È come una spada di Damocle. Mi stanno ascoltando le persone? Oppure no? E io di fronte a questi ragazzi distrutti dalla giornata, stanchissimi, che gli dovevo spiegare a Pietro e Paolo, gli Atti degli Apostoli, ero terrorizzato.

Mi sono accorto che l’unico momento in cui non ho fallito è quando gli ho parlato di come ho scoperto che mia madre, dopo morta, era viva. Questo racconto di questa chiara percezione dentro il mio cuore di questa persistenza dell’amore di mia madre per me al di là della sua vita, questo discorso li ha agganciati. Allora sono riuscito a spiegare perché l’evento della Resurrezione è centrale e perché della gente è venuto a Roma a raccontarlo dopo averle assistito. Ma se io non passavo per questa esperienza sarei stato il professore incapace perché non sono bravo come un professore. È soltanto questa realtà personale che ha prodotto questo effetto, per cui credo che riuscire a parlare, ad esempio in questo caso, di Pietro e di Paolo si possa fare solo attraverso la propria esperienza, il proprio incontro con la Resurrezione. Perché lui cade da cavallo, ma anche tu ci sei caduto da cavallo. Se tu non racconti la tua caduta da cavallo non si capisce. Sembra un mito, sembra una storiella, sembra una cosa come le fatiche di Ercole e non funziona. Questa è stata l’esperienza che ho fatto. Poi li ho persi, la curva è scesa quando ho cominciato a parlare delle cose…, li ho persi del tutto. Però un momento non li ho persi, e non li ho persi quando sono stato umile. Quando sono stato umile non li ho persi. Voglio chiudere questa cosa dicendo, a proposito dell’evento dell’incontro, cosa vi ho detto prima: che il problema è quello di non usare il male di una persona tradendo la sua interezza nel racconto. Ma questo va fatto pure col bene, perché noi quando raccontiamo i santi tradiamo la loro contraddizione, la loro verità, facendone un santino.

Oggi sono andato alla mostra di San Francesco. È la prima cosa che mi ha detto la persona, come ti chiami, Alfio, che mi ha accompagnato: “Siamo qui per raccontare un Francesco diverso dal santino”. San Pietro e San Paolo sono stati descritti negli Atti degli Apostoli, all’origine del cristianesimo, come persone complicate che si contraddicevano. Tutto è quel racconto tranne che agiografico. Noi, attraverso le lettere di San Paolo, attraverso il racconto degli Atti, attraverso i Vangeli, nel caso di Pietro, li conosciamo nella loro interezza, nella loro problematicità.

Ecco che allora l’evangelista in quell’occasione si è preoccupato di restituirci la verità come incontro, come incontro che lui aveva fatto con l’apostolo, se l’aveva conosciuto, o con quelli che l’avevano conosciuto. Si è preoccupato di restituire una storia che non negasse l’intero, non soltanto nel male ma anche nel bene, non facesse un santino. E oggi noi ci crediamo perché nessuna religione racconterebbe il suo fondatore nel modo in cui il Vangelo racconta Pietro. Nessuna religione si azzarderebbe a raccontare il fondatore della Chiesa, quello che è venuto a Roma e ci è morto, come uno che tradisce, che non capisce, che ci ripensa. Soltanto il cristianesimo può farlo perché solo il cristianesimo considera questa problematicità della persona esattamente ciò che è salvato. Questo è il senso della verità di una persona.

PAOLA BERGAMINI

Grazie mille, Alessandro. Mi viene da chiedere al volo la tua caduta da cavallo. Te la senti?

ALESSANDRO SORTINO

Diciamo, forse è più una notizia quando sono salito. La, se mi stai raccontando il motivo per cui io sono credente,

PAOLA BERGAMINI

Che cosa è avvenuto?

ALESSANDRO SORTINO

Allora, io sono credente perché adesso c’è una moda su internet, nei social della neurodivergenza. Se uno è pigro, ha dei problemi, non gli va a fare le cose, c’è sempre una diagnosi che ti aiuta e dice: “Non è colpa tua”. Ormai mi sono convinto di essere neurodivergente, mi sono convinto, mi hanno convinto, non al punto da prendere un farmaco, ma al punto da sentirmi meno in colpa se non faccio le cose che dovrei fare. Però sono stato sempre così. Io devo fare una cosa e ne faccio un’altra. Tant’è che ormai è diventato per me strutturale. Se io non mi imbarco nella scrittura di un saggio sull’Apocalisse, non riesco a fare il pezzo delle Iene e viceversa, a quel tempo dovevo studiare Diritto Privato e, onestamente, vagavo per la casa con l’angoscia di dover studiare le obbligazioni, i contratti, il de cuius, eccetera. E come durante la maturità, ad esempio, ho letto Il Castello di Kafka che non c’entrava niente. Dovevo studiare la tragedia greca, le cose. Intanto mi sono letto Il Castello di Kafka, tant’è che ero terrorizzato perché non sapevo poi che dirgli all’esaminatore.

In quell’occasione ho preso il libro dalla libreria e questo libro era il Vangelo in una traduzione fatta da scrittori italiani, non quello della CEI ufficiale. Mi sono letto questo Vangelo come se fosse un romanzo. La sensazione che ho avuto e che tutta la vita ho ricercato è quella dei discepoli di Emmaus. Cioè qualcuno che ti sta parlando e che tu riconosci e che corrisponde al tuo bisogno, ma che ti sta parlando da dentro. Quando nel Vangelo di Giovanni a un certo punto Gesù dice: “Vi chiamo amici”, dopo tutta sta storia sto per morire ma voi siete miei amici, e lui mi chiama “Gesù mio amico”? Questa cosa veramente l’ho sentita dentro. Poi l’ho perduta duecentocinquantamila volte, tantissime volte, pure stamattina. La perdo sempre, ma è sempre lì che, arrivato a quel venticello che mi dice che sono amato nel mio limite, e tutte le volte che io riconosco questo, la mia interezza resa tale non dal fatto di conoscermi osservandomi ma dal fatto di essere riconosciuto, questa cosa mi illumina.

A un certo punto ho pensato che siccome quando ho letto questo Vangelo ero pronto a farmi santo e poi non ho fatto niente, zero, è vero che sono andato a parlare con un prete che non ci credeva e quindi c’è stato questo dialogo assurdo in cui cercavo di convertire il prete che era in crisi e poi siamo diventati amici. Peraltro questo prete è l’unico che mi ha portato a fare del volontariato vero non credendoci, insomma, come sempre è tutto un mistero. Però insomma in questa esperienza siccome non ho fatto niente ho detto: “Ma io che sono un cialtrone, che sono diventato famoso senza volerlo perché non volevo andare in televisione, volevo fare lo sceneggiatore di cinema”. Cosa posso fare? Ho detto: “Vabbè, ok, vado a TV 2000”. Questo è il significato per riuscire a rispondere a quel venticello che ho sentito quel giorno. è poco, dovrei fare di più, però è questo quello che ho fatto

PAOLA BERGAMINI

Quel soffio si direbbe, quel venticello e quel soffio. Don Ivan, parlando ancora e tornando ai giovani, a comunicazione, dicendo e riagganciandomi quello che lui ha raccontato in modo più sintetico e comunque entusiasmante, adesso Alessandro lo si ritrova dentro nel libro, perché il libro ha più piani senza essere confusi questi piani, ma c’è anche la storia e la vita di Alessandro e per cui questo libro ti fa, ti rende vivo il cristianesimo. Ritorniamo sempre a quelle due, tre parole, alla verità, all’avvenimento, a una persona, mi sembra. Allora Don Ivan, anche pensando ai suoi giovani, a quello che ci ha raccontato, di cosa adesso si ha bisogno per comunicare la fede? Un libro come questo di Alessandro può servire? Oppure come si comunica?

MONSIGNOR IVAN MAFFEIS

Qui c’è Ivo. Posso raccontare una cosa? Dato che parliamo di libri, io ho sessant’anni, appartengo a una generazione molto diversa da quella di chi è seduto qui davanti. Ricordo che il primo a mettermi in mano un libro è stato il mio parroco. Era l’unico che aveva una biblioteca in paese, io vengo da un paese di montagna, non solo, ma la domenica dopo la dottrina, allora si chiamava così, noi uscivamo col vicario parrocchiale, allora c’era ancora, e andavamo a vedere il film della settimana. Il parroco, il prete, era l’unico che aveva il microfono, qui siamo già in tre, è cambiato il mondo. Era l’unico che aveva il microfono, era l’unico che poteva scegliere il film da un catalogo certificato dalla Chiesa.

Cosa voglio dire? In famiglia era la stessa cosa, a casa mia non c’era la televisione perché erano sette figli, mio padre ha detto: “Bastate voi”. Ma la televisione quando io ero bambino, lo dico a beneficio di chi non può nemmeno immaginare che stia raccontando la verità, la televisione di allora non è che avesse un solo canale, era un solo canale, iniziavano alle 17 con la TV dei ragazzi e per i più coraggiosi, quelli che andavano a messa, era mia nonna che aveva la televisione, ti lasciava vedere Carosello. Lì era finito il mondo. Ieri noi avevamo dei riferimenti molto chiari, chi ci consegnava un libro, chi ci suggeriva un film, chi ci proponeva… oggi, nella ricchezza del tempo presente, per cui io non sono di quelli che tornerei, io non tornerei indietro, assolutamente no, ma oggi pensiamo a cosa vuol dire l’esplosione e la mancanza di riferimenti. Oggi ciascuno è coautore di un testo. Oggi qualcuno pretende giustamente di dirla propria, di commentare, di postare, di condividere, non solo di distribuire contenuti. Ieri era impensabile.

Allora in questo contesto qui, per cercare di arrivare alla risposta, credo che occorre tornare a ricostruire riferimenti, accettando di stare nella piazza, come dice il titolo di questo incontro, lì dove tutti giustamente hanno diritto di parola, non c’è più una comunicazione top-down, forse ce l’abbiamo ancora in testa noi, noi preti, noi vescovi, ma non esiste più, non esiste più. Accettare di stare nella piazza vuol dire, come diceva prima Alessandro, ascoltare, fare strada insieme, sudare, accogliere e nel contempo modulare insieme nell’incontro quella proposta che risponde, l’ha detto bene lui, risponde davvero a un desiderio, a un bisogno e a una verità del cuore.

Credo che ci sia molto spazio se noi accettiamo di uscire. Papa Francesco ci ha detto in tutte le salse: “Uscite, andate incontro, lasciatevi incontrare”. Nella misura in cui questo noi lo viviamo… ecco, credo che possa esserci e c’è senz’altro un grande spazio per l’annuncio del Vangelo e per una condivisione di un cammino di fede.

PAOLA BERGAMINI

Grazie mille, Don Ivan. La puzza del mondo di cui tu avevi accennato prima, Alessandro, se non sbaglio.

ALESSANDRO SORTINO

Sì, allora, io vorrei ritornare un po’ al mio ruolo di provocatore e raccontarvi la mia sensazione, visto che ormai dopo aver scritto questo libro e aver lavorato a TV 2000 non posso dirmi sempre un estraneo rispetto a questi incontri, li faccio, ne faccio parte, però resto sempre un po’ con un piede fuori. Voglio raccontarvi questa esperienza personale della testimonianza cristiana che un personaggio pubblico viene chiamato a fare. Di solito a questi incontri ci sono gente che già è credente e che quindi ti valuta nella capacità che tu hai di fare, ricordare, fare rinascere, riattivare il fuoco. C’è un fuoco che ogni tanto un po’ così e la testimonianza è il soffio sul fuoco che la riaccende e quindi siamo sempre tutti molto compiaciuti, sono compiaciuti…io sono compiaciuto oggi che mi avete fatto l’applauso perché ho parlato. Dico: “Ah, che bello, finalmente qualcuno mi ascolta, grazie”. I ciellini mi ascoltano, ma non mi ha ascoltato nessuno, quindi mi sento, sono compiaciuto. Voi dite: “Ma chi lo avrebbe mai detto che questo da Iena, questo qui invece parla” e siete compiaciuti. “Visto quanto è grande Gesù, pure questo disgraziato ci ha detto qualche cosa”. E siamo tutti compiaciuti, ma se la stiamo a cantà tra di noi, questo è il problema. Il problema non è soltanto quello di soffiare sul fuoco. Questa è una cosa grande che è stata fatta e di cui questo Meeting tutti gli anni è una grandissima e incredibile, al tempo di oggi, testimonianza viva. Tuttavia il problema è quello di appiccarlo il fuoco.

E questo appiccare il fuoco onestamente non si sa bene come farlo perché veniamo tutti da una… io ho chiesto all’intelligenza artificiale di calcolarmi quante generazioni ci dividono da San Pietro. Sono settanta, qualcosa di più magari, meno delle persone che sono qua dentro, se noi calcoliamo che all’ultima cena Gesù ha fatto l’Eucarestia, San Pietro è venuto a Roma e l’ha fatta a Papa Clemente, Papa Clemente l’ha fatta un altro, fino a Don Giulio che l’ha data a me, sono settanta i passaggi. Quindi diciamo, siamo dei contemporanei. Non solo, il Dio di cui parliamo è nuovo perché riteniamo, crediamo e affermiamo che è vivo e dunque presente, specie nell’Eucarestia, ma è pure una cosa che è appena accaduta rispetto al tempo della storia dell’uomo. Se fosse la storia dell’uomo sapiens un chilometro, Gesù è nato dieci metri fa, dieci metri. Eppure tutto il linguaggio, i canti gregoriani, la Cappella Sistina, la liturgia oggi, non riescono più esattamente a ripetere questo passaggio, secondo me. Non sto dicendo, per carità, sennò mi fulminano, di mollare la liturgia o di non andare nella Cappella Sistina, non sto dicendo questo. Sto dicendo che queste cose sono un punto d’arrivo che non riescono di per sé ad essere il metodo giusto per appiccare il fuoco.

Quest’anno sono andato a messa il Giovedì Santo, il giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, nella chiesa di San Paolo fuori le mura, in cui per una volta, perché non succede, io ci vado spesso in quella chiesa, ma in quella Basilica la messa veniva fatta sull’altare, quindi sopra la tomba di Paolo e quando il prete alza l’Eucaristia tu vedi, capisci il senso dell’abside con tutti i santi che sono insieme all’assemblea viva, rappresentati come partecipi alla stessa mensa, pure se sono morti e tu vedi la grandezza, la bellezza artistica di quel posto essendo agita, essendo diventata un evento dentro l’Eucaristia assume tutta un altro significato. Eppure San Paolo, Giubileo, Giovedì Santo, ci saranno state quaranta persone, e io ero uno dei più giovani. Questa storia di questo linguaggio non è più per forza adatta ad appiccare il fuoco.

La parola tradizione ha la stessa radice di tradimento. Viene dalla parola latina che significa trasmettere. La tradizione è una trasmissione, non è un idolo, non è che io sono fedele alla tradizione perché sono fedele a qualcosa di astratto, sono fedele a ciò che trasmette il contenuto che io considero vivo, l’Eucaristia e la presenza di Cristo. Il problema è che oggi è avvenuto qualcosa che ha stravolto il rapporto tra l’uomo e il linguaggio, mentre quando un uomo del Medioevo andava in una chiesa, vedeva un’immagine, una rappresentazione, che era probabilmente l’unica immagine che gli era portato a vedere. Tutte le altre cose che lui vedeva, erano cose, erano reali. La capacità di un uomo del Medioevo di vedere un albero rappresentato era una cosa rara rispetto all’albero vero. Lo stesso Don Ivan riceveva un libro come un evento o vedeva un film in cui vedeva una rappresentazione del mondo in cui viveva che però era un evento rispetto al vivere in quel mondo. Oggi noi siamo dentro la rappresentazione e ciò che è raro è l’albero vero, non l’albero raffigurato.

Ciò che costituisce la differenza non è quella di mostrare la rappresentazione delle cose, ma mostrare le cose e quindi essere così attenti alla tradizione rischia di generare un sentimento che io chiamo di nostalgia per la grandezza e bellezza della Chiesa che non ha niente a che fare con la verità del messaggio che devi trasmettere. Adesso non so se mi spiego. Questa necessità io non ho una risposta di come fare perché sono troppo vecchio pure io per avere questa risposta, ma io sono qui a portarvi questa domanda. Attenzione, non sto dicendo che dobbiamo eliminare la messa così com’è o che dobbiamo cambiare le formule. Sto dicendo che dobbiamo abitare quelle formule in un modo che esse non siano rappresentazioni di cose ma siano le cose stesse. Perché è di quello che la persona ha bisogno all’interno del deserto prodotto dalle parole e dalle rappresentazioni che separano l’uomo dalla verità delle cose in cui esiste, cioè gli tolgono la realtà.

Siccome noi stiamo parlando di un fatto perché crediamo che lo sia la Resurrezione di Cristo e la sua presenza nella località, al centro della comunità cristiana, questo fatto va comunicato attraverso una rappresentazione che non utilizzi più troppo il sistema di rappresentazione che è scaduto perché troppo affollato di parole e di immagini che non comunicano più niente perché sono troppe. Per cui l’incontro reale non solo tra le persone ma anche tra le persone e le cose, l’esperienza di Civita Castellana, l’uscire dal linguaggio e l’entrare nel racconto è decisivo. Ma voi questa cosa la fate, per cui dite: “Ma che sta a venire a tagliare il prosciutto a casa del salumiere?”. Lo so che voi lo fate, però molta gente esclusa, questa fiamma riscalda chi è già dentro, ma accendere l’incendio dove non c’è è diventato difficile. Ora ci sono dei segnali che questo stia cambiando, che la stessa rete stia portando dei messaggi per cui le persone, io ero, una signora olandese, non so se c’è qua, mi ha detto: “In Olanda i ragazzi si convertono tramite internet e vanno dal prete e chiedono di essere battezzati dopo aver incontrato su YouTube la parola di Dio”, quindi succederanno delle cose che io neanche immagino, però io devo porre all’interno del compiacimento per il nostro incontrarci qui e dire quanto è bello essere cristiani, devo dirvi che le chiese sono abbastanza vuote di giovani nonostante il Giubileo dei giovani.

PAOLA BERGAMINI

Mi sembra che Alessandro abbia lanciato una provocazione a tutti, la provocazione di stare dentro la puzza del mondo, mi piace ripetere quello che lui ha detto che è la ricerca, lui diceva, forse di un nuovo linguaggio, ma è anche quello che diceva prima Don Ivan raccontando dei suoi giovani in pellegrinaggio. Perché è anche questo, la fila di persone, pensate quattro ore in fila per chiedere di confessarsi. Questi sono i mattoni nuovi mi sembra di poter dire di cui parla il titolo del Meeting. Ma teniamo aperte le domande di Alessandro. Io ringrazio i miei due ospiti tantissimo per questo bellissimo incontro. Vi ricordo a tutti che questa è l’arena di Tracce. Quelli che vedete appesi sulle pareti sono parte dei volti e delle storie che in questi anni Tracce ha raccontato, che potete ritrovare nel libretto, nel libro che abbiamo fatto, nella pubblicazione che è solo adesso al Meeting se vi abbonate, se rinnovate l’abbonamento. Viva i giovani. Quindi potete, eccolo, bravissimo, sono i volti che vedete intorno. C’è la rivista Tracce, ma voglio ricordarvi che c’è anche il sito di CL da poter andare a vedere, da consultare, da leggere, pieno di esperienze, pieno di cose belle. Un ultimo avviso, per il Meeting. Il Meeting, è sostenuto da ciascuno di noi, da chi ci lavora, dai volontari, ma è possibile donare. Li vedete in giro i punti. Eccolo là uno, guardate il “dona ora”, è proprio tutto dietro alle vostre spalle. Se volete fare una donazione, sono vari punti in giro. Ringrazio tutti e buona serata.

 

Data

25 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri