STREGATI DA “ADOLESCENCE”

In diretta sui canali digitali di Rai News

In collaborazione con Tracce

Lorenzo Bassani, neuropsichiatra infantile; Domenico Fabio Tallarico, insegnante e rettore Scuole Sacro Cuore, Cesena. Modera Valentina Frigerio, responsabile sito e canali digital di CL.

I social non sono sociali, la comunità non è comune, la famiglia non è casa. La miniserie tv di Netflix è una provocazione per i ragazzi ma anche per gli adulti, ognuno chiuso nella sua solitudine. Come aprirsi all’altro?

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VALENTINA FRIGERIO

Buongiorno a tutti e benvenuti a questo incontro, organizzato dall’Arena Tracce. L’Arena Tracce, che abbiamo inaugurato l’anno scorso in occasione dei 50 anni della rivista internazionale di Comunione e Liberazione, quest’anno l’abbiamo volentieri voluta proporre al pubblico del Meeting. Io sono Valentina Frigerio, responsabile del sito di CL, della presenza digitale del Movimento. Una delle novità di quest’anno dell’Arena Tracce la vediamo ora sotto i nostri occhi: il fatto che alcuni nostri incontri sono ospitati in sale del Meeting per permettere a più persone di partecipare. Per questo ringraziamo infatti il Meeting. L’Arena Tracce è un luogo in cui si può dialogare e si possono incontrare persone che durante l’anno abbiamo incontrato e di cui abbiamo raccontato le storie su Tracce o sul sito di CL. Ma è anche l’occasione, il luogo in cui approfondire alcune tematiche care a noi e ai nostri lettori, come il caso della tematica di cui andiamo a parlare oggi, che si può dire sia la tematica dell’adolescenza, degli adolescenti. Siamo partiti, come avete visto, dal titolo dalla serie TV di Netflix Adolescence, che ha creato un grande dibattito mediatico e che ha fatto emergere diversi giudizi rispetto al messaggio che la serie stessa in qualche modo trasmetteva. Abbiamo deciso di partire da lì facendoci provocare e provando ad analizzare la situazione. Per farlo abbiamo invitato Lorenzo Bassani, che è responsabile del reparto di psichiatria dell’età evolutiva presso l’ospedale Tappeiner di Merano, che ringrazio tantissimo per aver accettato l’invito e Domenico Fabio Tallarico, insegnante di religione cattolica in una scuola statale e rettore presso le scuole del Sacro Cuore di Cesena. Entrerei subito nel vivo del nostro incontro partendo dalla prima domanda: perché questa serie TV Adolescence ha avuto così tanto successo, secondo voi? Cosa è stata la cosa che ha portato così tante persone a vederla e a parlarne? Chiederei a te Domenico di dirci cosa ne pensi.

DOMENICO FABIO TALLARICO

Sì, ammetto che è una serie che non avevo visto. Mi capita di vederle, ma poi su sollecitazioni di mia moglie e dei miei figli l’ho guardata e quando l’ho guardata la prima impressione che ho avuto, sarò sincero, è stata: “Ma la realtà è molto peggio. La realtà che ho visto e che vivo è molto peggio”. Quindi la domanda del perché questa serie avesse avuto questo successo me la sono posta anch’io. Il primo motivo è che è una serie fatta molto bene. Non so se avete visto come è realizzata. Tutte le singole puntate sono realizzate in un’unica ripresa, per cui se andate a vedere concretamente come è stata realizzata, si vedono i cameraman che si passano la camera all’interno delle stanze, quindi tecnicamente è fatta molto, molto bene.

Ma la cosa che io mi domandavo… Io ho visto l’anno scorso noi siamo partiti con l’anno scolastico con i fatti di Paderno Dugnano, che se ci pensate, sono molto peggio rispetto a quello che accade nella serie. Oppure io sono di Cesena: ad aprile scorso un gruppo di ragazzi, di quindicenni, sono entrati all’interno di un cortile della scuola mentre c’erano le udienze, tra l’altro, quindi pieno di adulti e con un macete hanno colpito un ragazzo aprendogli la faccia da una parte all’altra. Poi dopo ho saputo che il ragazzo, quello che ha colpito, quello che aveva il macete, aveva foderato il macete di scotch, che è un aspetto interessante perché sapeva che poteva fare male, ma l’ha fatto lo stesso. Quindi la realtà che viviamo e l’esperienza mi dice che è molto peggio.

Ma allora perché ha avuto questo successo? Secondo me, un po’ smaschera il mondo degli adulti. L’ultima puntata, che è quella che tiene di più anche da un punto di vista emotivo, è un grande esame di coscienza dei genitori di Jamy. L’autore della serie, che nella serie interpreta il padre di Jamy, sono andato a vedere, in un’intervista gli viene fatta proprio questa domanda: “Ma perché questa serie ha avuto successo?” E lui risponde dicendo una cosa interessante perché risponde a una frase che ha utilizzato spesso Papa Francesco quando parlava di educazione, dicendo che per educare serve un villaggio. E lui dice: “Jamy è stato educato da un villaggio: dai social, dalla scuola e dai genitori”. Quello che è accaduto non ha un responsabile (come noi certe volte possiamo pensare: “I social, i telefoni”) no, ha più responsabili che hanno influito su questo e quindi per questo è un grande esame di coscienza.

Dico una cosa, mi colpiva molto una cosa che diceva don Giussani già 60 anni fa. Diceva: “Il primo atteggiamento è il non impegno, l’incapacità dell’impegno che va dal chi me lo fa fare a quell’ozio, di non impegnarsi. Lo chiamiamo egoismo, borghesismo, comodismo, chiamiamolo come vogliamo. È in ogni caso una mancanza di impegno di fronte alla vita, ma c’è un atteggiamento ancora peggiore: coloro che si impegnano in qualche cosa, ma sono incapaci di impegnarsi con la propria umanità”. E subito dopo dice: “Manchiamo di gente che ci guidi con umanità, dai politici agli scienziati agli insegnanti”. Mi veniva in mente che quelle persone che sono rappresentate molto bene nella serie sono tutte persone che fanno il loro dovere, fanno gli insegnanti, fanno i poliziotti, in un certo senso fanno i genitori, ma non sono impegnati con la loro umanità e con l’umanità del loro figlio. In una società che ricerca il borghesismo, il padre di Jamy è terribile, a un certo punto dice: “Sì, io gli stavo dietro, ma poi il lavoro è iniziato ad andare e quindi ho iniziato a lavorare, a non stare più dietro a mio figlio”. È evidente che se un figlio capisce che suo padre a un certo punto lo mette da parte per il lavoro, al posto del lavoro, diventa un problema.

L’ultima cosa che dico è questo, perché poi questa è la società in cui viviamo. È una società profondamente ipocrita e incoerente. Faccio degli accenni: la pornografia, il gioco d’azzardo, l’alcol, i social, la droga, sono tutti aspetti che vengono disciplinati dalla legge. Viene detto ai ragazzi che non bisogna drogarsi, che fa male, che non bisogna usare alcol almeno fino a 18 anni, che non si può andare in discoteca almeno che non si abbiano 16 anni. Ma noi sappiamo tutti, noi adulti sappiamo tutti, tutti lo sappiamo, che queste regole non sono seguite, come anche l’iscrizione ai social. Abbiamo creato una società ipocrita, in un certo senso, anche molto incoerente. E la pornografia. Io vado ogni tanto nelle parrocchie a incontrare i ragazzini, a 11 anni sono già totalmente invasi dalla pornografia. Questo è un punto che ai ragazzi, io vedo per i miei alunni, inizia a stare molto, molto stretto e con cui dobbiamo sicuramente fare i conti. Questa serie, secondo me, in qualche modo ci ha dato uno schiaffo a noi adulti sulla faccia nel renderci conto che stiamo vivendo in una società con gravi problemi, soprattutto che riguardano gli adolescenti.

LORENZO BASSANI

Ecco, condivido pienamente, la serie ha avuto successo perché è bella, perché è ben fatta, è molto ben fatta. La mia puntata preferita è stata la seconda. Le scene all’interno della scuola sono formidabili, se le andate a vedere. Quindi è ben fatta e individua delle verità scomode, due verità scomode: che i ragazzi stanno male e gli adulti che dovrebbero aiutarli stanno male. Stanno male tutti. Non è una serie, se l’avete vista, particolarmente leggera.

Mentre preparavamo questo incontro discutevamo di quanto parlare degli adolescenti e quanto degli adulti, perché ci viene più da parlare degli adulti, dato che la serie, a mio parere, parla più di loro, ne smaschera la fragilità, il vuoto, la solitudine, la mancanza di senso, la disperazione. Tutti gli adulti, praticamente tutti gli adulti che vengono presentati (e presenta una realtà terrificante), ma per chi vive le realtà dei ragazzi non è una realtà così distante. È vero, molte sono peggiori. Mia moglie lavora in una scuola superiore e quello che vedi in una scuola superiore è quello che vedi nella seconda puntata della serie, un vortice continuo di incomprensione, di caos, di disordine. Quindi io penso che il successo tra gli adulti, non so dirvi quello tra i ragazzi, ma tra gli adulti viene dal fatto che la serie è come se offrisse un tentativo di comprendere gli adolescenti, ma è un tipo di comprensione che contiene un’ambiguità, un tipo di comprensione che cerca di possedere i ragazzi, di capirli, di inquadrarli, di incasellarli, di metterli a posto: “Lui fa così perché è un incel”, “lui fa così perché usa i social”, e così via. Quindi una comprensione sempre a fronte, attraverso un distanziamento. Non mi implico.

Vi faccio un esempio personale. Nell’ultimo periodo ho ascoltato un paio di album molto belli, l’ultimo di Marracash e l’ultimo di Rkomi. Per farvi capire, in questo testo di Marracash, in “È finita la pace”, che è anche il titolo dell’album, lui dice: “Canto una canzone triste, triste, triste, triste come me. Quelli come me escono di casa uno straccio, senza neanche un abbraccio, con il cuore di intralcio. Non c’è alcun Dio. Rincorri i soldi finché muori e muoio anch’io in questa guerra senza eroi. I tuoi occhi non sono più capaci di distinguere cos’è realtà. Taci la tua umanità, piaci all’unanimità e mi sto chiedendo se anche tu in realtà non sia triste come me”. Io sento questo testo e devo dirmi: “Esatto, bellissimo”. Ce ne sono diverse sia nell’album di Marracash che di Rkomi, che sono stupendi. Partiamo per le vacanze al mare con amici e figli di amici adolescenti. Io ho una figlia adolescente, quindi anche cena. Allora forte dei miei ascolti giovanili mi lancio con loro nella discussione: “Hai sentito che bello? Ma questo mi piace, bellissimo questo testo, poi a te cosa piace, ma perché?” E così via. Vado a letto, devo dire, tutto contento, un po’ soddisfatto. Il giorno dopo capto un dialogo tra loro due in cui uno a mezza bocca fa: “Comunque questi sentono due canzoni e pensano di aver capito tutto”. Che correzione, che bella correzione. Capite? Perché corregge la mia posizione di fronte a loro. Io di ragazzi ne vedo a centinaia e quindi non è che non li conosca, ma è la posizione che fa la differenza. È la posizione del fatto che tu non puoi incasellare quello che hai davanti, perché la mia impressione è che nei ragazzi di oggi, vi devo dire francamente, non manchi assolutamente niente. Non manchi nulla e c’è anche quella bella parte di ribellione che in un adolescente ti aspetti, ti devi aspettare. Quindi cos’è che manca? Manca un adulto curioso. Curioso non di incasellarli e di spingere i ragazzi nella direzione in cui li vuoi tu, ma qualcuno disposto a incontrarli dove sono loro, come sono loro. Perché se devo trovare, c’è vero, c’è tanto negativo, ma se c’è una cosa bella nei miei ragazzi, almeno in quelli che incontro io, è che si lasciano incontrare da adulti disponibili a incontrarli. Questa è la parte con maggiore positività che io riscontro nel rapporto con loro.

VALENTINA FRIGERIO

Grazie. Voi avete due osservatori un po’ diversi, tu quello più scolastico e tu quello più sanitario, clinico. Quindi la domanda che vi faccio è: come stanno gli adolescenti oggi e cosa potete dirci voi, dai vostri osservatori? Domenico.

DOMENICO FABIO TALLARICO

Sì, io ho una moglie psichiatra e quindi i nostri mondi intrecciano spesso, nel senso che quando torniamo a casa io racconto quello che mi capita a scuola, lei mi racconta quello che capita in reparto. I nostri figli ascoltano a bocca aperta di quello che viviamo, ma si intrecciano spesso, purtroppo, ultimamente questi due mondi. Quello che ho vissuto in questi anni, come accennavo, ha avuto a che fare con cose molto toste: suicidi, autolesionismo e situazioni di sesso precoce già a 11-12 anni, con violenze, aumento della violenza. A me ogni tanto, negli ultimi anni mi è capitato di dover parlare coi miei alunni del perché non andasse bene girare col coltello. Mi davano sempre delle ragioni anche molto vere, in un certo senso, l’insicurezza che hanno, la violenza che c’è in giro, eccetera. Gli ho spiegato, tra l’altro, che il gesto di porsi la mano nasce proprio da questo: mostrare all’altro che non si ha un coltello. Tu ti affidi nelle mani dell’altro. Quindi il darsi la mano ha questo valore di pace, noi diciamo, proprio perché mostro che non ho un coltello. Pensate, pensavo a quello che dicevo prima di una società ipocrita. Certe volte, adesso non ci diamo più la mano, perché il rischio che tu mi contagi e muoio. Ma detto questo, vedo questo disagio profondo. C’è un’immagine che ho inviato, se è possibile farla vedere, perché mentre pensavo a questo incontro, passando di fianco a una mia scuola, mi sono accorto di questa scritta in uno di quei muri dove scrivono gli adolescenti che secondo me c’entra molto con la serie. E di questo ragazzo o ragazza che ha scritto: “Chi sei quando nessuno ti guarda?”. Se ci pensate è una frase molto vera anche nella serie e poi questo è un termine che ultimamente ho sentito spesso quando si parla degli adolescenti. Non so se vi ricordate, è molto recente la polemica che c’è stata sugli esami di stato. Una ragazza sui giornali ha detto: “Per 5 anni non sono stata guardata”. Nessuno che mi guarda. Oppure un collega di Lorenzo, leggevo l’altro giorno una sua intervista per la presentazione di un suo libro, lui diceva: “Gli adulti non guardano più gli altri, l’altro”. Questo è un termine che nella serie è potente perché se ci pensate quali sono i momenti più devastanti? E lo racconta sia Jamy che il padre, quando il padre lo porta a fare calcio, sport, ma lui non era capace. Tutti dagli spalti infamano Jamy perché non è capace e suo padre non lo guardava, non lo riusciva a guardare. Jamy questa cosa la ricorda perché da dove era lui cercava il volto di suo padre proprio nel momento più forte. È un termine che viene fuori spesso, ma gli adolescenti non sono guardati. Cosa vuol dire? Capiamoci un attimo. Gli adolescenti sono guardati per gli interessi degli adulti e prima vi ho fatto degli esempi. Gli adolescenti sono guardati molto spesso dai loro genitori per dei progetti che loro hanno sui loro figli. Anche nella serie, se ci pensate (doveva diventare forte prima nel calcio, poi lo porta a fare difesa personale, ma non ce la fa) per un progetto dei genitori. Questa è un’altra cosa che vedo tantissimo, ammazza i miei studenti: l’idea della performance continua a cui devono rispondere. Una volta una mia alunna, questo mi si è stampato bene in testa, mi ha scritto: “Mi piacerebbe tantissimo un giorno tornare a casa e vedere i miei genitori felici perché ho preso un otto”. Oppure sempre lei mi diceva: “e potergli dire che nella vita mi piacerebbe fare la parrucchiera, ma non posso dirglielo”. Non posso dirglielo perché avevano già un’idea, un progetto su di loro”. Di questo ho visto i risultati devastanti.

Allora, cos’è che manca agli adolescenti? Manca un amore libero nei loro confronti, disinteressato, nel senso non interessato a un progetto. Io me ne sono accorto in particolare proprio perché questi due mondi mischiano tanto. Negli ultimi anni, dopo il Covid, mi è capitato di frequentare molto il reparto di psichiatria dell’ospedale, non solo perché ci lavora mia moglie, ma perché ci sono capitati i miei alunni ed ex alunni. Quest’anno in particolare, dopo un anno in cui io facevo l’appello e tutte le volte chiamavo un nome, ma questo nome non era mai in classe e non sapevo che volto avesse. Dopo un anno vengo a sapere che questa persona, questa ragazza, era ricoverata nel reparto di psichiatria. Allora chiedo di poter andarla a trovare, di poter vedere, conoscere quel volto. Mi ricordo che la prima volta che sono arrivato lì nel reparto sono rimasto sconvolto perché questa ragazza era quasi in fin di vita, non mangiava da un mese e non ricordo neanche bene che cosa ho detto quella prima volta (c’era anche la sua mamma) e, con un profondo disagio per tutto quello che lei aveva vissuto e che avevo saputo. Alla fine di questa oretta che ho passato lì ho chiesto alla sua mamma e a lei se potevo ritornare e loro mi hanno detto di sì. Da lì per 3 mesi, tre sere a settimana, una sera sì, una sera no, tornavo a trovarla in ospedale. La cosa che mi ha impressionato è che lentamente lei ha reiniziato a mangiare in modo totalmente inaspettato. Andavo lì, le davo da mangiare io ed è ricominciato pian piano. Pian piano abbiamo iniziato a fare, poi facevamo delle riunioni nel giardino, si aggiungevano anche altri pazienti, altri ragazzi, una cosa un po’ strana. Sapendo che poi sarebbe andata via dal reparto per entrare in una comunità, dopo questi mesi passati insieme, le ho regalato una felpa azzurra, citando la frase di Florenski, molto bella, che nel momento finale della sua vita, quando lascia un testamento ai suoi figli, dice: “Quando siete tristi, guardate il cielo”. È una frase bellissima, leggetela. Gliel’ho letta anche a lei e le ho regalato questa felpa e lei quell’ultima volta, come anche altre volte l’ha fatto, mi ha salutato facendomi un segno della croce sulla testa, che era una cosa che avevo fatto qualche volta prima ed era quello che facevo ai miei figli quando li benedicevo prima di andare a letto.

Ma perché vi racconto questo esempio? Un’altra ragazza, sempre nel reparto di psichiatria, una mia ex alunna, vado a trovarla, stiamo insieme tutto il pomeriggio, mi racconta tutta la sua vita da quando c’eravamo persi di vista, i suoi tentativi di suicidio, il male che aveva fatto alle altre persone e a un certo punto, per quello che diceva, io mi sono messo a piangere davanti a lei. Lei si ferma e mi guarda e mi dice: “Ma com’è possibile che ci sia ancora qualcuno che piange per me?”. Capite cosa vuol dire guardare? Ecco, è sempre più difficile trovare adulti che guardino in questo modo i ragazzi. Questo è il grande problema degli adolescenti. Se ci pensate, Jamy cerca nella serie, prima, che qualcuno lo guardi, suo padre. La psicologa impazzisce quando la psicologa dice: “No, non ci vediamo più”. Perché aveva trovato uno sguardo che sembrava interessato a lui, invece era interessato da un punto di vista lavorativo, non era veramente interessato a lui. Oppure la ragazza stessa che lui uccide, si avvicina a lei in un momento di fragilità, erano girate le foto di questa ragazza nuda e lui pensa: “È in un momento di fragilità, la voglio aiutare”. E lei lo ridicolizza, ma cerca quello sguardo di amore per sé e nessuno riesce a darglielo. Questo tema del guardare, secondo me, è il tema che caratterizza molto questo momento nel rapporto con gli adolescenti.

LORENZO BASSANI

Sì, sono pienamente d’accordo. Tra l’altro siamo incrociati nel senso che io faccio lo psichiatra, tua moglie fa lo psichiatra, tu insegni, mia moglie insegna e io a casa racconto poco, devo dire la verità, un po’ racconto, ma più che altro ascolto. Per rispondere alla domanda, i ragazzi stanno male? Sì, è un dato ormai incontrovertibile. Nord Europa, Nord America. I primi dati risalgono già ai primi anni 2000. L’esplosione in Italia inizia sostanzialmente dal 2015 in avanti. Per farvi un esempio, io lavoro in un reparto di psichiatria, quindi lavoro anche ai pronti soccorso, al pronto soccorso del nostro ospedale che copre tutta l’area dell’Alto Adige. Nell’arco di 10 anni gli accessi al pronto soccorso per i disturbi psichiatrici in età evolutiva sono raddoppiati. I tentati suicidi, le anoressie, l’autolesionismo, le depressioni sono raddoppiati e quindi il dato è incontrovertibile.

Di fronte a questa situazione uno può difendersi, arroccarsi in una posizione di difesa, perché ciò che noi vediamo che è brutto ci spinge verso una difesa. Puoi scappare, puoi difenderti col distanziamento o col cinismo, dicendo che i ragazzi hanno qualcosa che non va. Il vantaggio, io credo, del lavoro che io faccio viene dal fatto che io ne vedo molti, veramente tanti, vedo più di un tentato suicidio a settimana. Quindi, un anno, 2 anni, 5 anni, 10 anni, diventa in un certo senso più facile vedere oltre il sintomo, oltre alle compresse prese, oltre al taglio e oltre al brutto, diciamo così. Ne vedi così tanti che, a un certo punto, se sei disposto, inizi a vedere i sintomi per quello che sono e il sintomo è una domanda di aiuto, è una richiesta, è una domanda di rapporto. In questo senso, per gli psichiatri, finché c’è sintomo c’è speranza, perché è una spinta al bene. Tu hai un sintomo e desideri stare meglio e dietro al sintomo chi c’è? C’è uno che vuole essere visto, che vuole essere incontrato. Quindi il sintomo è questa spinta verso l’evoluzione, verso il cambiamento, verso il bene. Il sintomo crea in me uno spazio di dolore, una spaccatura che mi spinge ad aprirmi ad altro, ad altro da me. Allora posso iniziare un viaggio. Il bello dei ragazzi che mi arrivano in pronto soccorso o alla porta del mio studio è che inizia un viaggio insieme. Per cui se tu non sei spaventato, disgustato, annoiato, giudicante, possono iniziare insieme le domande in cui comincia un cammino. Il sintomo è l’inizio di quello che può essere una via per incontrare qualcuno. Allora, la domanda diventa: quel sintomo, quella persona dietro il sintomo, incontrerà qualcuno che mi viene a trovare in ospedale? Incontrerà qualcuno che è disposto a guardarmi, che non è disgustato, che non è disperato, che non è sopraffatto? Incontrerà qualcuno di noi che è disposto ad andargli dietro? Perché il tema dell’adulto è questo. Perché gli adulti siamo noi in questa sala qui.

VALENTINA FRIGERIO

Come dite voi, oggi molti ragazzi fanno esperienza di una profonda solitudine, allo stesso tempo, però, sembra che siano sempre più social. Volevamo toccare questo argomento, anche se sicuramente non riusciremo a essere esaustivi, ci interessa capire se c’entrano davvero i social network e che ruolo hanno rispetto a questa solitudine. Chiederei a Lorenzo di iniziare.

LORENZO BASSANI

Parto io sul mio cavallo di battaglia, le nuove tecnologie. È colpa dei social, è colpa di internet? No, risposta in breve, no, è abbastanza palese. Abbiamo descritto una complessità. A fronte di una complessità le risposte semplici non ci aiutano. Il tema è molto complesso, non abbiamo tempo e modo di sviscerarlo. Ci porterebbe anche fuori argomento, ma intanto vi invito a pensare al fatto che dire social è troppo generico, non ci dice nulla. Mi sono scritto: TikTok, X, Facebook, WhatsApp, YouTube, molte piattaforme anche di gaming possono essere considerate social. Tutti questi hanno caratteristiche social e sono completamente diversi tra loro. Qual è, secondo me, a mio parere, una delle caratteristiche di questi social così diversi tra loro che è comune a tutti? Il fatto che hanno nuclearizzato il fronte dell’esperienza comune. Provo a farvi un esempio. Adesso io non vedo tutta la sala, ma alzi la mano chi sa più o meno di cosa parlo quando dico Bim Bum Bam. Perfetto. Vedete? Ok. Questo ci fa pensare che in effetti sia venuto in questa sala chi più o meno ha figli in adolescenza o presto li avrà, quindi più o meno la mia generazione. Ovviamente si spera non i sacerdoti presenti in sala. Se io dico Bim Bum Bam, tutti noi andiamo a un’esperienza comune. Non sono un nostalgico, io sono un tecnocritico, ma a me la tecnologia piace, io la uso. Tecnocritico nel senso che ritengo che vada usata con il pensiero, con la critica, con la capacità critica. Non sono neanche un nostalgico, cioè non è che se rimettiamo i cartoni di Bim Bum Bam alle 4:00, allora finalmente la società tornerà come dovrebbe essere. Uso l’esempio per far comprendere: tra tutti quelli che hanno alzato la mano c’è un background comune che è dato per scontato, che facilita la comunicazione tra di noi, facilita il comprenderci a vicenda. Questo non esiste più e non esisterà più, per cui è meglio mettersela via. Per questo non sono nostalgico.

Zuckerberg stesso, mi pare fosse questo gennaio, sostanzialmente costretto a parlare di Facebook e X, confermava il fatto che dei contenuti che noi guardiamo sui social, per esempio, di X e Facebook, solo il 10-20% proviene da contatti, da persone con cui noi abbiamo un contatto analogico, con cui noi abbiamo uno stato sociale reale. L’80-90% viene da canali con cui noi non condividiamo pezzi di vita analogica, pezzi di vita fuori dallo schermo. In più quello che io vedo sul mio social non è quello che tu vedi sul tuo social perché sono algoritmicamente cesellati per creare una realtà personalizzata, individuale. Allora, il tema non sono i social, verosimilmente, e io penso che sia giusto, verranno limitati per le età più basse e secondo me è giusto non per arrivare al 100% di limitazione, ma perché ridiventi più facile avere un’esperienza comune, analogica in una fascia di età in crescita, dagli 0 ai 16 anni, per esempio. Non risolveremo il problema dei ragazzi attraverso il problema dei social. Il tema sottostante io credo resti il tema di cosa abbiamo da proporgli per tirarli fuori. Abbiamo qualcosa di interessante da proporre, qualcosa che è meglio? L’esempio che uso spesso è quello: io amo le M&Ms, avevo richiesto una vasca di M&Ms, ma non mi è stata fornita dal Meeting. Non so se avete presente, le M&Ms sono molto buone, sono anche abbastanza caloriche, per cui se tu, mettiamo che stasera a cena hai prenotato a un tre stelle Michelin e quindi ti aspetta un’esperienza di gusto profonda e passi tutta la giornata, ogni 8 secondi, a mangiare un M&Ms, come sarà l’esperienza di stasera? Non è la stessa di chi arriva con la fame. La limitazione dei social o la limitazione in generale, il limite serve a questo, perché l’essere umano scopre quando ha fame, fame e sete. Se io mi riempio di M&Ms esperienziali, faccio fatica a fare esperienza di qualcosa di bello.

DOMENICO FABIO TALLARICO

Allora, è un tema gigantesco questo qui e nella serie, come per chi l’ha vista, si capisce che uno dei motivi per cui Jamy alla fine dovrebbe in qualche modo uccidere la sua coetanea è un po’ conseguente della questione della cultura incel, della mascolinità tossica. Evidentemente questo è un tema non molto presente nella nostra società. Se guardiamo i casi di cronaca cui prima accennavamo (quello del machete, ma l’estate scorsa ce ne è stato un altro, quel ragazzo qui in costa adriatica che era stato ucciso da altri coetanei e lì il motivo era la droga). Il caso dei social da noi non tanto, forse più nel mondo anglosassone è un po’ temuta, ma non da noi. Certo, alla risposta in cui Lorenzo è stato categorico, ha detto no, non è responsabile dei social, io direi “sì e no” perché una responsabilità c’è. Poi è vero tutto quello che dice Lorenzo, che non è legato soltanto a questo, perché inevitabilmente si lega a quella che è la proposta educativa che gli adulti fanno ai ragazzi, perché se, come si fa adesso, discutiamo su limitare i social e richiedere l’età, eccetera (che è una cosa che probabilmente in questa sala saremmo tutti d’accordo) ed è una cosa che non si farà, non si riuscirà a fare, ripeto, per quella incoerenza della società adulta in cui viviamo perché le regole ci sono già e non vengono rispettate. Questa cosa non si farà. Allora riprendiamo i testi come “La generazione ansiosa” che molti di voi hanno letto, e si capisce, e anche questo è un dato di realtà, che da quando nella nostra società è stato introdotto il cellulare alcune questioni sono cambiate negli adolescenti: se vedi il tempo che passano insieme e si capisce che nel momento stesso in cui è stato introdotto il cellulare è diminuito questo tempo, ma parliamo da un’ora e mezza a 20 minuti al giorno. Quindi è un dato importante. Ha influito il cellulare? Sì, assolutamente sì. Li condiziona? Sì. Io quando entro in delle classi e chiedo di farmi vedere quanto usano il cellulare, e vedere dei ragazzi che hanno un uso del cellulare di 11-12 ore è devastante. Torno a un’altra questione (lì è evidente che c’è un problema alle spalle, come diceva Lorenzo, di altro tipo, di famiglia o altro), però torno a un’altra questione, il come “noi” usiamo il cellulare. È di pochi giorni fa, ne parlavamo prima a pranzo, questa esplosione di questo caso di gruppo Facebook “Mia moglie”, in cui erano iscritte 34.000 persone, in cui i mariti condividevano le foto della moglie. Io non so cosa sia peggio tra la cultura incel e una cosa del genere. Forse fa parte della cultura incel, non lo so, però capite bene il punto vero, che il mondo dei social è il mondo degli adulti anche. Mi sono letto un’intervista a una moderatrice di TikTok che spiegava che è un lavoro profondamente a rischio della salute psichica perché quotidianamente vedono delle brutture fatte dagli adulti molto spesso, che sono filtrate, cancellate e che portano molto spesso questi moderatori a cambiare lavoro dopo pochissimo tempo. È vero anche che i social sono uno specchio di una società reale e questo ci deve comunque interrogare sia su come noi utilizziamo i social, sia su come i social ci stanno influenzando.

Qual è però effettivamente, questo lo ribadisco perché è importante, io quest’anno in classe, nelle mie classi, sono partito dalla frase di Calvino. Se vi ricordate è uscito questo volantino di Comunione e Liberazione dopo i fatti di Paderno Dugnano e si introduceva la frase di Calvino: “Ciò che è inferno non è”. Io ho chiesto ai miei alunni, proponendogli quella frase, che cosa fosse l’inferno per loro. Io penso che nel 90% dei casi mi abbiano risposto la solitudine. Un ragazzo mi ha scritto: “L’inferno è svegliarsi la mattina in una casa silenziosa. L’inferno è sentirsi soli, immersi in una folla. L’inferno è avere qualsiasi cosa di cui parlare, ma non sapere con chi. L’inferno è strillare a squarciagola in una stanza piena di gente, senza che nessuno alzi lo sguardo. L’inferno nella mia vita ha un’unica costante, la solitudine”. Questo ritorna un po’ alle cose che già ci siamo dette, a questo sguardo che abbiamo sui ragazzi, che chiede in me di guardarli, di farli compagnia. Lo dico perché in questo senso per me i social sono molto utili. Io Instagram, ho un profilo Instagram che uso poco, però lo uso per restare in contatto coi miei alunni, per proporre, secondo me, una cosa bella che vedo e per rimanere in contatto con loro. È il canale attraverso il quale rimaniamo in contatto, anche se perdo le classi, però non è che di per sé lo posso demonizzare, capite? Io insegno religione un’ora a settimana, quando avevo 18 classi erano 400 alunni che cambiavano quasi tutti gli anni molto spesso, per cui è uno strumento che per me rimane importante anche nel rapporto con loro, ma il punto è come lo uso io, come sono responsabile io su questo.

VALENTINA FRIGERIO

Grazie. C’è un’altra tematica che mi premerebbe trattare, anche se il tempo è abbastanza tiranno, ma proviamo comunque ad affrontarla. Il tema del fatto che l’adolescenza è un momento molto prezioso per la formazione dell’io e quali sono, secondo voi, gli elementi che possono favorirne uno sviluppo positivo. Inizierei da te Domenico.

DOMENICO FABIO TALLARICO

Un mio alunno (parto sempre da quello che scrivono i miei alunni) un mio alunno di 18 anni, qualche settimana fa mi ha scritto un messaggino WhatsApp: “Sento di dovermi attaccare a qualcosa in questo mondo. Essere così indifferente come sono ora non mi rende soddisfatto. C’è qualcosa che devo scoprire, trovare e lo sto cercando”. Leggo questo perché l’adolescenza di per sé è il momento della scoperta di sé, della propria identità. È un momento, e su questo siamo tutti d’accordo, sono strutturalmente alla ricerca di sé.

Questo è un tema molto particolare perché in questi anni mi è capitato tantissime volte di avere a che fare con dei ragazzi, di parlare con dei ragazzi che venivano da me, mi dicevano: “Prof, ho dei casini a casa, ho litigato con mio babbo, la scuola non va bene”, eccetera, “e sono gay”. Oppure una volta mi ricordo in una lezione che stavo facendo, una ragazza alza la mano, mi chiede: “Posso venire un attimo a dire una cosa alla cattedra?”. Sì, viene da me di fianco alla cattedra e inizia a dire alle sue compagne, ai suoi compagni: “Io mi sento un maschio e mi interessano le ragazze”, facendo outing durante la mia ora. Capite che innanzitutto, di fronte a questa domanda (perché come diceva giustamente Lorenzo), parliamo di domande. Questo è un sintomo di una domanda più profonda. Innanzitutto l’aspetto più importante che ho capito è di non giudicare subito, di abbracciare, perché all’interno di quell’abbraccio è possibile poi dare un giudizio, aiutare in un giudizio, che non significa non dare un giudizio. La cosa peggiore che possiamo fare con un ragazzo di 13, 14, 15 anni è attaccargli un’etichetta: “tu sei”. In questo senso io sono convinto del fatto che sia utile e necessario contrastare quante di quelle ideologie tendono ad attaccare etichette ai ragazzi. Io, dopo che mi è capitato questo fatto in classe, mi sono interrogato molto io su quali fossero le origini di quella situazione, del perché ci sia questo tipo di disagio all’interno dei ragazzi e mi sono messo a studiare, ho cercato di capire. E da lì ho capito che era utile dare un giudizio, per cui nelle scuole della mia città e non solo, dove veniva cercato di approvare all’interno della scuola superiore la carriera alias, mi sono opposto a questo, facendo anche uno strumento di giudizio, ma cercando di dare delle ragioni che tenevano presente che davanti avevamo dei ragazzi a cui non era utile dare un’etichetta. Quando parlo con loro gli dico: “Guarda, tu non sei la tua etichetta. Non ti preoccupare, iniziamo a parlare di quello che stai vivendo, la difficoltà coi tuoi genitori, ti do una mano, parliamone insieme, eccetera, tutto quanto”.

Quello che bisogna fare è sì, avere un giudizio, un giudizio chiaro, ma in una carità, soprattutto nei confronti degli adolescenti. Mi ha commosso dopo che sono andato anche sui giornali, sono stato un po’ accusato da certi mondi nella mia zona, mi ha contattato una mamma e mi dice: “Guardi, io volevo parlare”, la incrocio, ci raccontiamo. Lei era una mamma con una figlia “trans”, in transizione, mi ha guardato e mi ha detto “Grazie per le parole che tu hai usato perché nella scuola non è facile dire certe parole, certi giudizi, però io capisco – lei mi diceva – che mia figlia è entrata all’interno di un mondo ideologico che tende a etichettarla, invece ha bisogno di essere guardata nella sua interezza. Anche noi ci siamo messi in discussione su questo” – e hanno fatto un percorso bellissimo-. Un’associazione, tra l’altro, ha creato un’associazione che si chiama Generazione D, che sono famiglie con figli che soffrono di disforia di genere, con cui c’è un bellissimo rapporto, ma in un giudizio chiaro che anche loro aiutano a fornire, in un abbraccio nei confronti di questi ragazzi per aiutare a far capire che la loro identità non è rinchiusa in un’etichetta. Un’ultima cosa accenno, queste sono tematiche che ho capito perché mi è capitata anche una mamma che mi ha detto: “Se voi non approvate la carriera alias mia figlia si suicida”. Queste sono tematiche che capisco che bisogna affrontare in punta di piedi con grande attenzione e soprattutto non in modo banale o per fare zuffe.

LORENZO BASSANI

Sì. Hai fatto una domanda minimale. Non so se avete sentito qui a Rimini stanotte c’è stato un nubifragio, no? Alle 4:00 del mattino è esploso l’inferno e stamattina uscivo dall’albergo e c’era un grande albero spezzato dal vento, proprio spezzato ed era cavo all’interno, era mangiato e la sua struttura non ha retto l’impatto con una tempesta. Così come ci sono alberi che se tu fai crescere al chiuso senza mai essere esposti al vento, collassano su se stessi perché la loro struttura non è stata sufficientemente stimolata per rinforzarsi.

Allora, quando ci chiediamo quali sono gli elementi di uno sviluppo positivo, sono gli elementi che permettono di sopportare sufficiente sollecitazione per evolvere fino al punto di poter reggere una tempesta quando arriva. In questo momento noi abbiamo il problema di una congiuntura complessa, per cui abbiamo una tempesta costante, un movimento costante a fronte di una strutturazione del sé, di una strutturazione di sé, che fatica a prendere piede nei ragazzi e negli adulti. Perché quando parliamo… lo si capisce in alcune cose dal linguaggio comune: un uomo di 45 anni è un ragazzo? No, non è un ragazzo, è un uomo di 45 anni che lavora e ha tre figli, è un uomo. Quindi quali sono gli elementi? Gli elementi sostanzialmente sono storicamente sempre gli stessi, cioè un essere umano, a seconda dell’età che ha, ha bisogno comunque di essere accolto, di essere rispettato, di essere accompagnato, cioè che gli vengano forniti gli strumenti per crescere, ha bisogno di essere educato, ha bisogno di essere voluto bene, ha bisogno di essere sfidato per crescere di più. Questi sono gli elementi che a seconda dell’età che tu ti trovi davanti si declinano ovviamente in maniera diversa e qui è impossibile elencare tutti i possibili incroci. Sono d’accordo con quello che diceva Domenico. Il tema del rispetto è quello che ti mette nella posizione di accogliere, rispettare, fornire gli strumenti, sfidare, educare, volere bene. Noi adesso facciamo fatica nella relazione perché conosciamo poco noi stessi e conosciamo poco quindi l’altro. Questo nel tempo impone una fatica dello sviluppo del sé che è presente nell’adulto, ma che per i ragazzi in fase evolutiva si sente in modo estremamente più forte. E lo vedete nel rapporto, per esempio, con il corpo. Noi viviamo in una società che è nemica del corpo, ma del corpo intendo il corpo, non l’immagine del corpo: il corpo che suda, che si ammala, che fa sesso, che si sporca, che poi lo lavi, che si ferisce e lo devi curare. Quel corpo lì. Noi su quello facciamo fatica. Quindi la sessualità si fonda su questa tempesta costante in cui noi siamo costantemente esposti a una pornografizzazione della realtà, di tutte le realtà (dal cibo alla nascita, alla sessualità), a fronte di un rapporto col corpo che è sempre più distante, che non conosciamo. Per cui noi, come dice la Migliarese: “Noi sogniamo rapporti tra corpi perfetti”, non siamo disposti al limite dei corpi che abbiamo, dell’età che avanza.

VALENTINA FRIGERIO

Grazie. Avvicinandoci alla fine dell’incontro, abbiamo visto molto bene da quello che avete detto che viviamo in un deserto abitato sia dagli adolescenti che dai giovani, in un deserto di senso molto spesso. Quindi mi viene spontaneo farvi una domanda legata al titolo del Meeting di quest’anno, ossia quali sono i mattoni nuovi con cui in questi luoghi deserti oggi è possibile ricostruire?

DOMENICO FABIO TALLARICO

Guardando la serie viene in mente che forse è più facile costruire nel deserto che in quel luogo lì, in un certo senso, perché quando l’abbiamo vista da dove riparte? Veramente difficile. Vi offro, voi sapete che sono quattro puntate, però se volete ce n’era una quinta, in un certo senso, perché il regista della serie, bravissimo e l’attore di Jamy hanno fatto un video insieme subito dopo la serie e un video di un cantante che io amo molto inglese che si chiama Sam Fender. In questo video, poi ve lo andrete a vedere, si vede: (è un video molto, anche la canzone è molto intensa) si vede che questo ragazzino sta cercando qualche cosa da solo nel buio e cerca una luce. La canzone a un certo punto dice: “Che cos’è Dio? Che cos’è Dio? Che cos’è Dio? Io non l’ho mai incontrato, ma non posso vivere pensando che tutta questa bellezza non abbia un senso. Io non credo a tutte le divinità di cui si parla tanto, ma nell’amore c’è qualcosa a cui aggrapparsi”. Mi colpiva questa frase perché è simile a una frase che ha usato Papa Leone nella prima Messa che ha fatto di intronizzazione coi cardinali che, secondo me, descrive molto una risposta a questa domanda alla serie. Dice: “Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù”. Mi veniva in mente questo, una frase dell’Apocalisse, quando Gesù che si rivela, dice: “Io faccio nuove tutte le cose”. È lui che fa nuove tutte le cose, per fortuna nostra, no? È Lui ed è Lui che ricrea anche in un ambiente come quello e per chi vive come Cristo, insieme a Cristo, anche in quel luogo lì è possibile costruire con mattoni nuovi. Dico un’ultima cosa: quali sono gli strumenti? Il primo l’aveva accennato Lorenzo, la curiosità. Bisogna essere curiosi nei confronti degli adolescenti. Io quando entro in una classe nuova ci metto mesi prima di iniziare il programma perché gli chiedo a loro di raccontarmi chi sono. Una ragazza quest’anno mi ha detto: “Io vivo nel mio mondo dei giochi giapponesi. Se tutti in questo momento morissero non me ne fregherebbe nulla”. È stato interessantissimo il dialogo con lei. Volevo capire cosa c’era di bello in quel mondo. Capite la curiosità? L’ultima cosa: lo strumento che mi ha sorpreso, riprendendola, che è tipico di ogni adulto, ma di ogni educatore, ma anche di ogni adulto, sono le sette opere di misericordia spirituale: insegnare a chi non sa, dare consigli a chi ne ha bisogno, correggere chi sbaglia, perdonare chi ci offende, consolare chi è triste, sopportare con pazienza i difetti del prossimo e pregare Dio per i vivi e per i defunti. Io non vedo una descrizione migliore di che cosa voglia dire oggi educare gli adolescenti e in un posto come quello della serie di Jamy, secondo me, questi sarebbero gli strumenti con cui ricostruire con mattoni nuovi. Grazie.

LORENZO BASSANI

Cerco di rimanere sintetico. Quando ci hai chiesto quali sono questi mattoni nuovi, il pensiero che immediatamente a me è venuto è che noi siamo i mattoni nuovi, non ce ne sono altri. Allo stesso tempo, immediatamente mi è venuto in mente un episodio di un po’ di tempo fa in reparto, in cui ho un ragazzino ricoverato che deve fare un percorso diagnostico, per cui una cosa piuttosto tranquilla. Noi di solito il primo weekend li teniamo dentro in modo che si abituino e il primo weekend questa mamma al venerdì viene e si porta a casa il figlio, il suo diritto, per cui lo lasci. Colloquio la settimana successiva e rifai la proposta a questa donna e dici: “Guardi, sarebbe importante, il ricovero sta andando bene, lui è contento. Sarebbe importante che lui rimanesse questo secondo weekend per fare quello che non ha fatto al primo”. “Però, signora, guardi, io ho già firmato il foglio con il permesso, per cui se lei lo vuole portare via, lo porti via”. Allora la signora mi fa: “Ah no, dottore, se lei mi dice così io lo lascio, anche perché io comunque sono alleata con voi e non gli ho detto niente rispetto a questo weekend, per cui lo lascio”. “Va bene, ok”. “Come facciamo per il gatto?” Ho fatto: “Che gatto?” Fa: “Gli avevo promesso che oggi pomeriggio andavamo, cioè che questo weekend andavamo a prendere il gatto nuovo”. Allora faccio un momento: “Signora, gli aveva detto che lo portava o mi aveva detto che non gli aveva detto niente per questo weekend?” “No, no, gli avevo detto, ma lo lascio, lo lascio. Va bene, ma come faccio con suo fratello?” “In che senso?” “Suo fratello gli manca.” “Ho capito, signora, è a casa con lei, vedrà che ce la fa”. “Va bene.” “È che io non ce la faccio”, mi fa la signora.

Quindi il lavoro sull’adulto che non ce la fa e quindi finalmente ce la fa e ce lo lascia e va via. Due ore dopo viene il padre e lo porta via per il weekend. Questa assenza di pensiero è un’assenza di legame perché il pensiero nasce dall’affezione. Tu conosci solo ciò che ami. Noi conosciamo per amore. Per cui il nostro pensiero, se è svincolato dalla stabilità affettiva, non funziona. Ma questi sono gli adulti, questi siamo noi. Non possiamo sperare che improvvisamente nasca un altro adulto, perché le difficoltà dei nostri ragazzi sono le nostre difficoltà profonde. Allora, se il tema è l’affetto, l’essere legato, io mi devo legare. Devo cominciare a legarmi perché i mattoni… Un mattone da solo non fa niente. Mille mattoni fanno un sacco di roba, ma se non c’è la calce non tiene niente, capite? Quindi devi trovare qual è la tua calce, a cosa ti vuoi legare, cosa sei disposto a perdere, direbbe Jovanotti, cosa sei disposto a donare di te per legarti ad altri con la stessa preoccupazione tua. Di esempi ce ne sono tantissimi. Io penso al centro giovanile a Cilla dove vivo io, che è nato lì. Penso poniamo alla scuola il Pellicano a Bologna, prima da mia madre, poi mio fratello che aiuta. Cioè persone che spontaneamente decidono di perdere del proprio per regalarlo e costruire. Allora, se sei credente, questo è un tentativo di comunione. Se non sei credente è un tentativo di comunità. Vanno bene tutte e due, c’è bisogno di questo, c’è bisogno di adulti che si mettano insieme e decidano di perdere, di gettare via del proprio perché il seme loro possa morire e dare frutto. Non c’è una strada alternativa. Se siete venuti qui con questa preoccupazione, c’è bisogno di cominciare a fare questo e se non hai contatto con i ragazzi, aiuta chi ha contatto con i ragazzi. E se non sai stare con loro, dai via il tuo tempo o il tuo denaro o se non ti piacciono, aiuta le persone a cui piacciono e nel tempo inizieranno a piacere anche a te. Io penso ci sia bisogno di questo.

VALENTINA FRIGERIO

Grazie mille a entrambi. Mi sembra che quello che ci portiamo a casa è veramente una strada, un cammino che ci avete proposto molto interessante. Faccio una sintesi brevissima che serve innanzitutto anche a me: il fatto che ci siamo detti che c’è bisogno di un adulto che sia curioso, disposto a impiegare il proprio tempo nel conoscere i ragazzi che ha davanti e un adulto disposto a legarsi, a perdere qualcosa per guadagnarlo, però. Un adulto che guarda, che non ha paura di guardare, che ha voglia di guardare e di abbracciare senza imporre il proprio progetto e anche degli esempi molto concreti, le sette opere di misericordia che citi tu, questo catechismo che ormai ci siamo dimenticati e che forse sarebbe utile rispolverare perché ci permette di stare davanti ai ragazzi in modo forse più autentico. Però mi vien da dire che qui al Meeting abbiamo visto che qualcuno questo lavoro lo sta facendo perché vediamo un sacco di ragazzi che ci sono, che vivono. Quindi vi ringrazio tantissimo per aver scelto di aiutarci a guardare questa tematica cara a tutti noi e mi auguro che anche sulle pagine di Tracce o del sito di CL possiamo continuare a parlarne, magari abbiamo l’occasione di approfondire quello che non abbiamo potuto fare qui in questa ora. Grazie a tutti, arrivederci.

Data

24 Agosto 2025

Ora

13:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Conai A4
Categoria
Incontri