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SÌ SÌ, NO NO. IL RISCHIO DELL’EDUCAZIONE
In diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana, Play2000 (vod), Teleradiopace, Tv2000 (2a serata)
In collaborazione con Tempi
Domenico Airoma, procuratore della Repubblica di Avellino e vicepresidente Centro Studi Livatino; Giancarlo Cesana, professore di Igiene Generale e Applicata, Università Milano-Bicocca; Maurizio Patriciello, parroco di Caivano. Modera Emanuele Boffi, direttore Tempi
Educare ed essere educati è il grande lavoro della vita, a cui nessuno può sottrarsi, anche in un’epoca dominata dal narcisismo e dalla presunzione di autosufficienza. Anzi, quanto più le condizioni di partenza sono difficili, tanto più si rende necessaria una proposta chiara per l’esistenza, affinché la vita non sia vana ma dedicata a un ideale più grande della vita stessa.
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EMANUELE BOFFI
Buonasera, benvenuti. Questo è un incontro organizzato da Tempi assieme al Meeting di Rimini. Il titolo, come sapete, “Sì sì, no no, il rischio dell’educazione”. Qui con noi ci sono Domenico Airoma, che è procuratore della Repubblica di Avellino e vicepresidente del Centro Studi Livatino. Livatino è un nome che chi viene al Meeting suscita ricordi. Qualche anno fa qui è stata fatta proprio una mostra che ricordava questo giudice ucciso dalla mafia. Il Centro Studi Livatino è un centro di studi molto importante. Noi di Tempi lo frequentiamo molto e vi invito a frequentarlo. Esprime sempre giudizi molto puntuali su fatti di cronaca, quello che avviene nella nostra società. Poi c’è Giancarlo Cesana, chi frequente al Meeting lo conosce, professore di Igiene generale e applicata all’Università Milano Bicocca, oltre che medico, come tutti sapete, è un grande educatore che ha tirato su, come si dice in Brianza, centinaia e migliaia di giovani, tra cui il sottoscritto e i figli del sottoscritto. Questo lo dico per dire anche di una continuità e di una fedeltà che Giancarlo ha avuto a questo compito educativo di cui, secondo me, bisogna essere molto grati. Di Giancarlo è appena uscito un libro che si chiama ‘Interminabile 68′. È un bel libro, magari dopo ne parliamo un attimo. E infine c’è Don Maurizio Patricello. Don Maurizio, come hai visto dall’applauso, la gente del Meeting è gente accogliente. Don Maurizio è parroco di Caivano. Dopo, magari, quando farò a lui la prima domanda, vi spiegherò anche un po’ meglio qual è la sua storia. Allora, partiamo da Airoma. Ad Airoma, vorrei chiedergli, sostanzialmente, di raccontare, di raccontare soprattutto le situazioni che lui vede. Prima ne discutevamo anche a tavola, lui ci raccontava anche di difficoltà che lui vede sul suo territorio, soprattutto per quanto riguarda i giovani. Lui, da procuratore, da magistrato, incontra anche tante situazioni difficili e di fronte a queste situazioni difficili si pone il problema di certamente far rispettare la legge, ma, come ci racconterà lui, anche di avere uno sguardo umano educativo nei confronti della gente che incontra, che vede. Prego, Airoma. Sì, buonasera a tutti. Io vorrei parlare innanzitutto delle difficoltà.
DOMENICO AIROMA
Perché c’è il rischio dell’educazione, ma nel mio settore c’è il rischio della rieducazione e quello con cui ho a che fare, soprattutto con i più giovani, e che in qualche modo mi inquieta, è il fatto che sempre più spesso delinquono senza una causale. Se c’è un insegnamento che chi, con me, ha 40 anni di questo mestiere cerca di capire qual è la motivazione di un delitto, potrei anche risalire più facilmente al suo autore. Oggi, purtroppo, soprattutto in queste regioni, si delinque senza una motivazione. La violenza fine a se stessa. E quante volte i genitori non si rendono conto: “Ma è mio figlio quella persona?”. In realtà, come è vero, soprattutto oggi è molto vero, che i figli sono molto più figli del loro tempo che dei loro genitori. E viviamo in questo tempo imbevuto di questa melassa relativistica per cui non c’è bene, non c’è male. Eppure io, come spesso dico facendo del mio mestiere, testimonio quel male, lo vedo, lo vedo, è in azione. E però nessuno che parli ai giovani di bene e male poi fa sì che questi si ritrovano ad avere a che fare col male. Quante volte nelle scuole dico ai ragazzi: “Io so come va a finire, so come va a finire questo film e ve lo posso raccontare”. E però voglio anche impiegare il mio tempo raccontandovi in realtà come il bene possa poi avere il sopravvento. Vedete, non ho nessuna pretesa, come forse alcuni miei colleghi benpensanti di un certo sociologismo di sinistra da “catto-pensiero” di fare, di imporre le regole, i programmi di rieducazione. In realtà non c’è nessun programma di rieducazione che tenga se non quello che ciascuno matura nel proprio cuore. È vero, l’ha detto anche il pontefice di recente, noi portiamo scritta nel nostro cuore una legge. Ma dobbiamo scoprirla noi, devono essere loro a scoprirla. È un percorso di scoperta tutto individuale, non possiamo sostituirci, possiamo in qualche modo favorirlo, creare le condizioni con un rapporto personale, umano. E qui vi racconto due storie. La prima è quella di un giovane camorrista. Era uno dei killer più ricercati del suo clan, il quale a un certo punto decide per varie motivazioni, anche di paura, di timore, veniva da una famiglia agiata, quindi anche tutta una spiegazione della marginalità, della marginalizzazione come radice di un attecchimento criminale, di scelte criminali, non è vero, non è vero! In realtà questo giovane aveva deciso di aderire a un clan camorristico semplicemente perché era in cerca di senso. Voleva sentirsi qualcuno, cercare la sua visibilità, essere un punto di riferimento. Vede il male, lo sperimenta per sé, per la sua famiglia, decide di farla finita, di lasciare il clan. E quindi intraprende un percorso di collaborazione. Mi ricordo che questo ragazzo aveva moglie, figli e amante, perché i suoi legali gli dissero che facesse delle scelte tra la moglie e l’amante. Io, ovviamente, gli consigliai di privilegiare la moglie e lasciare l’amante. “È già tutto buono, sì?”. E quindi, chiaramente, si andò sotto protezione con moglie e figli. Poi mi telefonò quando era già sotto protezione e disse che la moglie aspettava il secondo figlio. E dico: “E va bene, mi fa piacere per te”. “No, io adesso lo battezzo, devi venire, faccio il battesimo, devi venire”, e dice a me: “Perché lo chiamerò Domenico”. E dico: “Va bene”. Questo percorso che mi ha sorpreso, perché vedete, non è semplice quando hai dinanzi a te un criminale. Don Maurizio lo sa. Io sto trovando davanti anche chi ha stuprato e gettato dall’ottavo piano una bambina. Tutto questo è successo a Caivano, ti ricordo, Don Maurizio, purtroppo questo fatto. Ed è difficile in quelle circostanze pensare che chi dinanzi a te è un uomo. Però mai perdere la fiducia. Se c’è un aspetto che oggi noi paghiamo, soprattutto nei rapporti con i nostri giovani, è che forse non diamo loro fiducia. Pensiamo che non siano più capaci di avere una loro storia, di poter avere a che fare, di fare le loro scelte, la libertà, il terreno fondamentale, anche della responsabilità. Qui vi racconto una seconda storia, di cui parlavo anche oggi pomeriggio. Camorrista, questa volta non giovane, abbastanza avanti con gli anni, che si era reso responsabile di una trentina di omicidi. Mi chiamava perché voleva parlare. Ho detto: “Questo adesso che vuole? Trenta omicidi, non è che richiesta potrà avanzare”. Vado lì al carcere e pensavo che la cosa sarebbe durata pochi minuti, poche battute, magari qualche lamentela. Dico ai miei della scorta: “Prego, andate al ristorante perché poi andiamo a mangiare”. E mi siedo e questo mi fa, e dico: “Voi sapete che ho fatto trenta omicidi?”. “Sì, io ve ne voglio raccontare di altri dieci che non avete mai scoperto”. Io chiedo: “Ma perché? Perché hai fatto questa scelta?”. Volevo capire il perché. Io dico: “Benefici non ne avrà. Quindi, perché questa scelta?”. Mi rispose dicendomi: “Per due ragioni fondamentali. La prima è perché voglio pagare fino in fondo il mio debito con la giustizia”. Ecco, quella persona, quel camorrista, aveva dimostrato di essere pienamente rieducato perché in realtà aveva compreso quanto male aveva fatto e quanto era necessario che lui pagasse per il male commesso, per il debito che aveva nei confronti della comunità. Era in carcere, ma in realtà col suo animo era già fuori. E poi aggiunse: “Ho scelto di parlare con lei”, disse, “e non con un altro suo collega perché lei mi ha sempre trattato non da criminale ma da uomo”.
EMANUELE BOFFI
Grazie. Don Patriciello è per la prima volta al Meeting di Rimini. Lui è un uomo noto, nel senso che soprattutto per il fatto di vivere in una zona, Caivano, che è tristemente famosa per fatti di cronaca. È stato anche molto al centro di una questione che giornalisticamente è stata denominata la Terra dei Fuochi, questi 90 comuni tra il napoletano e il casertano dove venivano sversati illegalmente dei rifiuti, una situazione che lui coraggiosamente ha denunciato. E nella sua zona, nel suo paese dove lui sta, appunto, dicevo, molto spesso si parla per ciò che gli avviene: omicidi, spaccio di droga, violenze, persino di bambini morti per overdose. Il Parco Verde di Caivano, fino a poco tempo fa, fino a poco tempo fa, dopo spiegheremo perché, era considerato il centro di spaccio di droga più grande d’Europa. Don Maurizio scrive molto bene, scrive su Avvenire, su Facebook e quando lo fa lo fa sempre in maniera molto diretta, molto franca, senza tanti giri di parole, però anche con un’attenzione particolare, ovviamente, alle vittime, ma anche ai loro carnefici che lui, ovviamente, denuncia, ma a cui sempre tende una mano. Davanti alla sua parrocchia, nel 2022, è stata piazzata una bomba che è stata fatta esplodere come avvertimento, sostanzialmente, e per tutte queste ragioni Don Maurizio Patriciello vive sotto scorta da allora. Vorrei chiedergli questo: c’è stato un caso famosissimo qualche tempo fa, un caso tristemente celebre, che aveva al centro due bambine di 10-11 anni, che erano state abusate per diversi mesi da un gruppo di minorenni. E lui in un’intervista disse una cosa che a noi di Tempi ci colpì molto, disse: “Il problema fondamentale di questo fatto terribile di cronaca è che noi abbiamo abdicato alla fatica dell’educazione”. Allora io volevo chiedere a Don Patriciello che cos’è questa fatica dell’educazione di cui parlava.
MAURIZIO PATRICIELLO
Intanto grazie per l’invito, sono contento di essere qua. Io penso che nessuno di noi può dirsi padrone dell’educazione. San Giovanni Bosco diceva che l’educare è cosa del cuore. Io me ne rendo conto ogni giorno. Poi parlavo prima con Domenico e dicevo, tanta gente arriva da un prete, le mamme e i papà, e chiedono: “Ma dove ho sbagliato?”. Di fronte a certe situazioni si flagellano, si fanno l’esame di coscienza e si chiedono: “Dove ho sbagliato?”. Tante volte io mi sono ritrovato a dire: “Non abbiamo sbagliato in niente forse, non avete sbagliato in niente”. La verità è sotto i nostri occhi, ma noi facciamo ancora fatica a comprenderla – io mi aiuto con qualche immagine – se l’educazione la posso paragonare a un’arancia con dieci spicchi, di questi dieci spicchi a noi nelle nostre mani oggi ne sono rimasti solo la metà. L’altra metà e forse più della metà se l’è presa questo aggeggino che tutti quanti i nostri bambini, i nostri giovincelli, i loro genitori, i loro nonni, i loro zii hanno nelle loro mani. Questa è una verità che ci passa sotto il naso. Noi facciamo ancora fatica a comprenderla, ma basta veramente un click per arrivare in un mondo che fino a ieri era un mondo sconosciuto. Parlando delle bambine che sono state stuprate nella mia parrocchia, qualche anno fa è stato un caso molto strano e io mi sono reso conto che i giornalisti non avevano colto nel segno, me ne rendevo conto, perché si parlava di uno stupro a danno di due bambine, ma il problema è che i carnefici di queste due bambine erano altrettanti bambini. Quindi erano bambini maschietti ed erano bambine le femminucce. Non c’è stato uno stupro, un fatto isolato, un pedofilo, ma c’è stato un gruppo di ragazzini che da qualche anno aveva scoperto il sesso e giocava con il sesso. E, poiché sapete meglio di me che oggi noi neanche una pizza andiamo a mangiare se non la riprendiamo col telefonino, perché non è tanto il sapore della pizza che ci piace, ma il fatto che gli altri lo debbano sapere (questo vale per i bambini, vale anche per gli adulti), questi bambini hanno cominciato a filmare quello che facevano e questi filmati passavano di telefonino in telefonino. In questo modo sono arrivati poi al capitano dei Carabinieri, senza neanche che ci sia stato qualcuno che abbia fatto una regolare denuncia. E qua è successo il finimondo, perché tutti quanti ci siamo resi conto di quello che c’era stato. Ma la domanda principale, io mi rendevo conto che non se la poneva nessuno. La domanda era questa: “Ma questi bambini di 9 anni, 10 anni, le bambine, dov’è che hanno imparato? Dove hanno visto fare queste per noi cosacce in un modo così esplicito, così forte, così feroce?”. E poi mi sono detto – ma la risposta è retorica -: “L’hanno imparato da questo aggeggino”. E va bene, ma noi che cosa possiamo fare? Se basta scrivere solamente una qualsiasi parola e ti esce tutto il contrario di tutto. Ma noi come facciamo ad aiutare questi bambini? E allora sono andato dalla ministra Eugenia Roccella a parlargliene, la ministra della famiglia, dico: “Ma Eugenia, cerchiamo di fare qualche cosa per arrivare in aiuto di questi bambini, ma non è possibile”. Voi sapete meglio di me che entriamo in un mondo e entriamo in una problematica che forse è più grande di noi. Allora mi sono detto, ma con grande serietà: “Io, a otto anni, nove anni, ho avuto la mia prima ragazzina, mi ricordo i primi batticuori, ricordo il primo appuntamento, ricordo il primo bacetto, il primo abbraccetto”. Questi bambini noi li abbiamo derubati, li abbiamo rapinati, li abbiamo scaraventati in un mondo feroce e noi sappiamo tutto. Il fatto, cari fratelli miei, sorelle care, amici carissimi, è che noi sappiamo tutto! Noi sappiamo tutto! Quando il nostro bambino se ne va nella sua stanzetta appena termina di mangiare, o forse ancora prima, e già si isola, noi sappiamo tutto. E allora il problema si pone con grande serietà. Dice: “Ma allora c’è una risposta?”. Io sono convinto che proprio perché ormai di questa arancia ci sono rimasti solo la metà degli spicchi, dobbiamo aumentare la nostra attenzione. Dobbiamo aumentarla, c’è poco da fare. Perché pensate solamente a quello che succede, pensate solamente alle persone che abbiamo perso in Italia durante quest’estate per gli incidenti stradali. Noi continuiamo a chiamarli incidenti stradali, ma sono dei veri e propri omicidi stradali. La maggior parte di questi incidenti stradali sono avvenuti perché adulti guidavano con il telefonino in mano, adulti guidavano chattando. Erano degli adulti e questi adulti certamente, sono degli adulti che hanno magari a casa dei bambini piccoli. E allora tutta questa storia, secondo me, ci chiama a rivedere, prima dell’educazione, ci chiama a rivedere quelle che sono le nostre convinzioni, le nostre convinzioni. Io pensavo, mentre prendevo posto poco fa, a un proverbio napoletano col quale qualche volta amo aprire i miei interventi che dice così: “Se po’ campà senza sapere pecché ma non se po’ campà senza sapere pe’ chi”. Si può vivere anche senza avere una motivazione profonda, ma non si può vivere senza avere una persona da amare. Noi cristiani, penso che da questo punto di vista siamo fortunatissimi, perché noi sappiamo chi è questa persona per la quale dobbiamo vivere, possiamo vivere, possiamo sfidare gli anni più belli della nostra vita. Sappiamo chi è questa persona qua. Io penso che nel Vangelo, io sono un credente, sono un prete, sono diventato prete a trent’anni, non è che sono stato in seminario da piccolo, anzi, assolutamente ho lasciato la Chiesa Cattolica che, quando ero un giovincello, l’ho ritrovata poi in seguito grazie all’incontro con un frate francescano. Io penso che noi siamo fortunati perché nel Vangelo troviamo l’ABC di quello che sarà poi, se riusciamo a svilupparlo, queste verità di fondo per poter andare incontro a quello che è il mondo giovanile. Sono i nostri ragazzi, noi parliamo di un mondo giovanile, ma sono i nostri figli, sono i nostri bambini, sono i nostri… che tante volte magari il papà e la mamma pensano ancora di avere il bambino che sì, comunque sì, perché l’età è quella che è, e poi scopre che questo bambino, come è stato nel caso di queste bambine della mia parrocchia, invece già da mesi aveva scoperto questa parte così feroce, così esplicita, così forte, così aspra, così dolorosa pure da segnarla e segnarla per il resto della vita.
EMANUELE BOFFI
Don Patriciello è stato ospite a un evento che noi di Tempi ogni anno facciamo a Caorle in onore di Luigi Amicone, il nostro direttore e fondatore che è scomparso qualche anno fa e durante l’intervento raccontava queste cose che ci stava raccontando adesso e anche del fatto che lui fosse stanco. Ci avevi detto, Don Maurizio, di portare al cimitero tante bare bianche, tante bare di giovani, di piccoli, di bambini. E allora io a un certo punto gli ho chiesto: “Ma che cos’è che si può fare? Come possiamo intervenire? Quanto è importante la scuola?”. E lui mi ha corretto e questa correzione mi ha colpito. Mi ha detto: “No, noi dobbiamo arrivare prima”. Dobbiamo arrivare prima della scuola. E poi don Maurizio mi ha detto: “Noi dobbiamo arrivare prima, vuol dire intervenire sulla famiglia”. La prima cosa che mi hai detto e la seconda cosa, tu hai usato questa espressione: “Bisogna formare i formatori”, che io traduco, “bisogna educare gli educatori”. Quindi vorrei che tu ci aiutassi a capire che cosa vuol dire questo arrivare prima sulla famiglia e sugli educatori. Perché tu mi spiegavi: “Se arrivi dopo, la criminalità organizzata già li ha presi questi ragazzi?”.
MAURIZIO PATRICIELLO
Davanti a voi c’è un procuratore e c’è un parroco. Per sua natura il procuratore arriva dopo. Un fatto non arriva in procura se non è stato già consumato, un delitto non arriva in procura. Io vedo, leggo, pensate all’ultimo femminicidio che c’è stato in provincia di Salerno qualche giorno fa. Questa signora che è stata strangolata da questo uomo che si era illuso di amarla, lascia tre bambini. Noi sui figli dei femminicidi abbiamo riflettuto troppo poco, secondo me. Provate a pensare quanti ne sono in Italia solamente negli ultimi dieci anni, ma sono tantissimi e sono stati feriti in un modo così profondo. Ora è normale che la Procura arriva dopo, noi dobbiamo arrivare prima. Ed è una grande illusione, anche se io sento sempre questo ritornello, lo sento continuamente, ma non mi convince, a me non mi convince. Noi non possiamo avere un carabiniere dietro ogni persona, è una grande illusione, assolutamente non sarà possibile. Noi abbiamo qualcosa di più di un carabiniere, ognuno di noi. L’abbiamo 24 ore al giorno con noi. Chiamatela come volete voi, chiamatela coscienza, chiamatelo come volete voi. Noi dobbiamo agire su questo perché se è vero che nessun bambino nasce cattivo, e io ci credo terribilmente, nessuno di noi è nato cattivo. Io sono parroco a Parco Verde in Caivano, un quartiere problematico, nel giro di vent’anni abbiamo avuto più di venti omicidi. Quattro o cinque proprio davanti alla parrocchia. Io ricordo perfettamente questi bambini, i bambini che stavano là a vedere queste persone uccise, che erano a terra in un lago di sangue, e però in questo quartiere sono usciti tre sacerdoti che oggi sono tre parroci che stanno predicando il Vangelo, più un’altra decina poi venivano magari da altri paesi, ma proprio tre da questo quartiere qua. E da questo quartiere adesso abbiamo Adriano che in questi giorni sta scrivendo la sua tesi di laurea perché si è laureato con mille difficoltà, quindi l’ambiente incide ma certamente non può essere, guai a noi se dovessimo dire che l’ambiente proprio decide. Può incidere. E allora noi possiamo fare qualche cosa, certamente possiamo fare qualche cosa. Dobbiamo innanzitutto convincerci che i nostri ragazzi, questo dico noi, noi adulti, noi che ormai abbiamo superato la maggiore età, questi ragazzi non è che ascoltano tanto le nostre prediche, perché ormai alle prediche non ci crede più nessuno. Manco voi quando andate a Messa credete più alla predica del prete? Chi di voi crede più alla predica del prete? Io dico sempre quando inizio la mia omelia, dico: “Sentite, abbiate pazienza, per me è un dovere predicare, la Chiesa mi dice che è un dovere, per cui vi prego non vi annoiate voi, perché se vi annoiate voi annoiate pure me, aiutiamoci un poco, facciamo un atto di carità, non annoio io e non annoiatevi neanche voi”. Però perché? Chi è che chiude, dicevano i padri della Chiesa, che cos’è che chiude la bocca al predicatore? È solamente il peccato. Fateci caso, guardate. Se voi, il vostro parroco è tirchio, facciamo un esperimento adesso, va. Altrimenti diventa troppo… Se avete un parroco tirchio, fate attenzione. Prendete in esame le sue omelie per un anno, tra un anno ditemi se ha mai parlato della tirchieria, dell’avarizia, della generosità, dell’aprire il cuore, della provvidenza, di dire: “Non vi preoccupate, non morirete all’ospizio, state sereni”. Vedete se un poco ha fatto questa cosa qua. Prendiamo un altro esempio. Pensate se il vostro parroco proprio si è messo in testa di dover fare il Vescovo. E perché ci stanno, eh. Ai miei confratelli io chiedo scusa, io parlo per me, non parlo per voi, voi siete tutti quanti santi. Ma se si è messo in testa di fare il Vescovo, allora dice: “Ma sentite, essere prete, essere Vescovo, essere Ministri del Signore e fare quello che lui vuole. Se lui vuole, ma perché lo vuole lui? Non perché lo voglio io”. Non so se mi faccio capire. Lui non parlerà mai, perché è così. Quello che riguarda me, parlo del prete perché io sono prete, quindi non voglio parlare, riguarda anche voi, genitori, riguarda gli adulti nei confronti del bambino. Facciamo un esempio ancora più banale. Con Domenico ci siamo ritrovati tante volte in qualche scuola a parlare insieme agli studenti. Bene, signori miei, io ho lavorato 10 anni in ospedale, sono un caporeparto. Sapete che Caivano è diventato il centro di quella che sarà poi la Terra dei Fuochi, per cui tumori, morti, veramente tanti, questa è stata la cosa che mi ha segnato di più e tra tante persone morte di cancro ci sono i bambini, le bare bianche che mi hanno veramente segnato per il resto della vita. Se Terra dei Fuochi perché le immondizie si bruciano e si bruciano perché non sono le immondizie delle case, ma sono le immondizie delle industrie che lavorano in regimi di evasione fiscale, ci sono i furbi che non vogliono pagare le tasse, ci sta il nord e il centro Italia che ci ha mandato i suoi rifiuti, l’ha mandato in Campania, anche dalla vostra regione, certamente non siete voi responsabili, ma tanti vostri signori che abitavano accanto a voi lo hanno fatto benissimo. Siamo arrivati a quello che siamo arrivati. Ma dica, se questa è la situazione esterna e noi possiamo fare qualcosa, ma possiamo fare molto di più, per esempio, per quanto riguarda il fumo di sigarette. Fumo di sigarette. Ormai quando vado nelle scuole dico: “Senti qua, vieni, vado qua per favore, qualcuno di voi c’ha un pacchetto di sigarette?”. Dice: “Sì, sì, vieni qua. Tu sai leggere? Sì, leggi qua che ci sta scritto: ‘Il fumo nuoce gravemente alla salute'”. E gira il pacchetto dall’altro lato e che c’è scritto: “Il fumo contiene oltre 70 sostanze cancerogene” (e sono due). Gira il pacchetto dall’altro lato: “Il fumo uccide, smetti” (e sono tre). Quanto costa un pacchetto di sigarette? 5 euro. Quante ne fumi al giorno? 1 al giorno. Per 30 giorni sono 150 euro. Ma, insomma, in napoletano, perché giro soprattutto per la campagna, dico: “Giagliò, ma tu sei bona ca capa?”. Traduco: “Ma dico, ma stai bene con la testa?”. Spendi 150 euro al mese per farti venire il cancro? No? Allora facciamo una cosa, tu hai il coraggio di farlo? Adesso puoi essere libero, prendiamo questo pacchetto di sigarette, lo calpestiamo e tu sarai libero”. E tanti lo fanno e tanti non lo fanno. Domanda. Questi sono i ragazzi. Qual è il papà che può dire con forza al figliolo: “Guarda, che questa è una strada…”. È il papà che non fuma, perché se il papà fuma, glielo dirà, ma le sue parole non hanno forza. Perché il figliolo dirà al papà: “Papà, scusa, ma se fa male, perché non la smetti? Perché vuoi togliermi il papà? E se non fa male, perché me lo dici?”. Pensate adesso, passate al discorso, sapete che l’età dell’alcolismo si abbassa sempre di più, mi sembra che siamo arrivati a 11-12 anni. Guardate che a quell’età là basta una sola volta che questo ragazzino che si è ubriacato, può avere danni per il resto della vita. Chi è che può fare questo discorso con grande serietà? Il papà che non beve, ma se il papà beve questo discorso perde di forza. Pensate al discorso della droga. E allora, dice, con questo sembra un discorso troppo moralistico, potrebbe anche esserlo, attenzione, io non dico di no, ma il Vangelo mi viene in aiuto però, perché io sono convinto che noi riusciamo a far innamorare del bene una persona, un bambino, del bello, se gliene parliamo con passione. Sentite, io sono figlio di genitori analfabeti. Ma ho avuto un’insegnante che, pensate, in terza media mi ha fatto imparare a memoria l’Adelchi, la Divina Commedia, ancora ricordo, ancora oggi. E la benedico mille volte. Però ho avuto degli insegnanti che arrivava prima lo sbadiglio in classe e poi arrivavano loro. Li avete avuti anche voi? Prima arrivava lo sbadiglio, scusatemi, e poi arrivavano loro. Ma dico, Dio sia benedetto. Ed ecco la passione. E questo per quanto riguarda anche la vita di fede. Noi siamo cristiani, siamo cattolici, tanti di noi pregano, tanti di noi pregano di meno, alcuni vanno a Messa, alcuni vanno a Messa tutte le domeniche, alcuni vanno a Messa quando capita, alcuni vanno a Messa a Pasqua, Natale. Poi abbiamo bisogno, voi sapete meglio di me che per ogni cosa abbiamo bisogno di una giustificazione, perché non è il tanto di fare una cosa, è trovare una giustificazione e allora è importante fino a un certo punto. E se il nostro ragazzino che sta respirando vede che noi ci crediamo, poi attraverserà un’età che sarà difficile, l’età dell’adolescenza, però questo patrimonio gli rimarrà, gli rimarrà questo patrimonio, verrà fuori magari in seguito, ma se questo patrimonio non c’è stato, io mi domando in seguito che cosa verrà fuori. Intanto però attenzione che questo mondo all’esterno bombarda e bombarda di brutto, direbbero a Roma, o no, bombarda e bombarda di brutto, dun dun dun dun dun dun dun dun. E qualche volta dobbiamo dire la verità, poveri ragazzi nostri, sono stati più sfortunati di noi, noi forse abbiamo avuto meno comodità, certamente abbiamo avuto meno comodità, però abbiamo avuto anche una vita forse più semplice. Il nostro era un treno che scivolava su dei binari collaudati da anni, adesso invece no. C’è bisogno di una parolina magica, che noi dobbiamo, e forse anche di un verbo, che dobbiamo imparare a coniugare, e la parolina, credo, questa è la mia convinzione, credo che sia discernimento, il verbo è il verbo discernere, capire di volta in volta come intervenire, con quale forza intervenire, con quale frequenza intervenire, sapendo che i nostri bambini sono veramente bombardati da ogni parte. Allora io mi dico, se a scuola c’è stato tutto all’esterno della nostra casa c’è un mondo che noi non conosciamo, perché il mondo degli amici dei nostri figli noi non lo conosciamo, se 24 ore al giorno è accompagnato da questo aggeggino che io la chiamo la fata turchina, quello che chiedi, quello ti darà. E se poi anche noi perdiamo di forza in quello che crediamo, in quello che questi ragazzi veramente saranno un poco più, allora li vediamo, sono così belli, ci hanno un sacco di valori, avrebbero bisogno di essere, hanno bisogno, per l’amore del cielo, ci mancherebbe altro. Però dobbiamo aiutarli prima che cadano in delle trappole. Avete visto questo ultimo ragazzo, questo ultimo ragazzino, era manco un ragazzino che aveva 27 anni, che hanno trovato morto davanti al computer con la maschera antigas in testa? Dico: “Ragazzi, insomma, calma, calma, calma, calma, calma, arriviamo per primi, che cosa dite?”. E allora manca quando sento parlare delle leggi, le leggi, le leggi. Guardate, noi possiamo moltiplicare le leggi a dismisura. Io non penso che le leggi risolveranno i problemi, qualche volta dobbiamo dirci la verità. Non è che mancano le leggi, manca un poco di buon senso da parte degli adulti, manca un poco di buon senso, un poco di buon senso in più non ci farebbe male.
EMANUELE BOFFI
Prima accennavo al fatto che il Parco Verde di Caivano era considerato il centro di spaccio di droga più grande d’Europa, ma questo prima. Poi vorrei che adesso Don Patriciello ci raccontasse che cosa è successo anche perché, anche su sua iniziativa, che sono cambiate le cose.
MAURIZIO PATRICIELLO
Ma noi non dobbiamo parlare in giro?
EMANUELE BOFFI
Racconta questa, poi dopo passiamo agli altri.
MAURIZIO PATRICIELLO
Io sono parroco in una parrocchia in un luogo particolare. Nell’80 sapete che è venuto un terremoto terribile in Campania, in Irpinia ci sono state più di 3000 morti, Napoli non ha avuto tanti morti ma ha avuto tanti problemi, per cui i più poveri dei quartieri poveri, qua il discorso diventa politico, ma politico non partitico, politico nel senso… Perché si sono fatti degli errori madornali, guardate. E gli errori una volta fatti, le conseguenze non è che arrivano a scadenza immediata, arrivano anche diluiti nel tempo. Che cosa è successo? Hanno preso tutti i poveri dei quartieri più poveri di Napoli e li hanno ammassati in un solo posto. Sono nati questi quartieri ghetto. Adesso si lamentano perché ci sono questi quartieri ghetto, ma i quartieri ghetto bisognerebbe, guardate, io chiedo perdono subito agli architetti se ci sono architetti qua, chiedo perdono a tutti i politici se ci sono politici qua, chiedo perdono a tutti. Dopo aver fatto tutta questa cosa qua, dico, bisognerebbe mettere in galera gli architetti che li hanno progettati questi quartieri, proprio bisogna però metterli in galera, con il permesso del procuratore. Ma come si fa a pensare di fare tanti scatoloni in un solo posto, ammassare tutte le povertà dei quartieri più poveri di Napoli: Forcella, Pignasecca, Sanità, i quartieri spagnoli, Pallonetto di Santa Lucia, metterli là e poi lo Stato semplicemente se ne va. Io vi ripeto questa frase perché è stata riportata dalla televisione e dai giornali, se no non mi sarei permesso, ma a sentire il governatore della mia regione che dice: “A Caivano lo Stato non c’è, punto”. A me quella frase mi ha fatto venire i brividi, mi ha fatta venire la pelle d’oca. Dico: “Ma che significa, scusatemi?”. Lo può dire mia mamma: “A Caivano lo Stato non c’è, punto”. Lo posso dire io che sono un prete, un parroco? “Lo Stato non c’è, punto”. Ma non lo può dire il presidente della regione? Ma dico, ma a che gioco stiamo giocando adesso, scusatemi? E quindi è stato costruito questo quartiere e poi lo Stato veramente se n’è andato, guardate, è una cosa incredibile, se n’è andato. Prima tu mi chiedevi da quanti anni sei là, ma come faccio ad andare via pure io di là? Io non lo chiederò mai di andare via di là, se non me lo impone il Vescovo, dice: “Te ne devi andare”, obbedirò, mai lo chiederò. Se ne sono andati e dove non ci sono i gatti i topi ballano. Nel giro di pochi anni pensate che questo quartiere è diventato la più grande piazza di spaccio d’Europa, la più grande. Logicamente ci sono state persone che si sono arricchite in un modo incredibile. E poi c’è stato, voi pensate, adesso vi dico una cortesia, però non vi scandalizzate, guardate, io ci tengo subito, Domenico, a dire questa cosa. Io sono un italiano del meridione, napoletano fin nel midollo delle ossa, quindi figuratevi un poco se, però le cose bisogna avere il coraggio di dirle, c’è poco da fare, bisogna avere il coraggio di dirle. Voi pensate che in questo momento qua, fino a qualche anno fa, la camorra aveva dato in subaffitto a dei poveracci, a 400 euro al mese, le case popolari di proprietà del Comune. Ma se questo non ci scandalizza, abbiate pazienza, scusa, che cos’è che ci scandalizzerà mai? Che cosa vi potrà mai scandalizzare? Dice: “Come ha fatto?”. Ha fatto. Perché tante persone sono andate via, loro sono subentrate, hanno, tra virgolette, comprato, hanno rilevato quest’appartamento, logicamente senza nessun documento, perché quelle sono proprietà del Comune. Però quando poi sono andati al Comune a prendere la residenza, invece il Comune avrebbe dovuto denunciarli alla Procura della Repubblica? Dice: “Signora, lei come fa a stare nella casa della mia proprietà, come ci sta lei?”. E invece no, per una questione partitica, politica, di voti, di altre cose, di paura, di camorra. Questa gente si è ritrovata ad avere a disposizione decine di appartamenti che poi ha dato in subaffitto ai poveracci a 400 euro al mese. Ma dico io adesso, eccolo qua, io sono un prete. Io non so se Francesco Ognibene sta qua, ha detto che ci sarebbe… Francesco, ci sei? Ci sei? Allora parlo con te, Francesco. Francesco Ognibene è un pezzo grosso di Avvenire e mi fa la cortesia tutte le volte che io scrivo, lui mi pubblica su Avvenire, ha pietà di me, mi fa pubblicare su Avvenire dal direttore. Dico: “Ma come facciamo noi a tacere queste cose?”. Come faccio io ad accontentarmi di celebrare la Messa, di recitare il rosario e poi tacere? Come faccio io a benedire la salma di un bambino in una bara bianca e non chiedermi, e poi la settimana dopo un’altra bara bianca, e dopo 15 giorni un’altra bara bianca, e dopo un mese un’altra bara bianca e non chiedermi mai: “Ma che sta succedendo in questa terra?”. Eccolo qua, è tutto qua, signori, per cui io nel Vangelo trovo tutto, guardate pazienza, dice: “Ma va bene tu se hai una malattia professionale sarà pure, ognuno ha la sua, io sono un prete, ho la mia, io ci trovo tutto nel Vangelo”. Perché? Perché se io rileggo adesso con più attenzione e anche con più serenità il Vangelo rispetto a qualche anno fa, io mi rendo conto che è inutile girarci intorno, Gesù veramente ci ha comandato di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le nostre forze, amarlo, amarlo appassionatamente e spassionatamente, amarlo, amarlo, amarlo senza vergogna, parlare di lui senza vergogna al bar, sul posto di lavoro, ai figli, con grande serenità, ma poi questo comandamento potrebbe essere una grande illusione se non si traduce nell’amore al prossimo, amare il prossimo come noi stessi. Ma che cosa vuol dire amare il prossimo? Fargli le coccole, fargli le carezze? Che cosa vuol dire? Eccolo qua, è arrivato stamattina un messaggio, un vocale per la verità, di una signora che sta adesso in un ospedale, ricoverata su una barella, perché non c’è il posto in reparto, ha detto: “Padre, per favore, fallo sapere a chi ci comanda, non è tanta la barella che mi fa impressione e che non c’è neanche un bagno per andare a fare la pipì nel posto, nel corridoio dove mi hanno messo”. Se volete ve lo faccio sentire, io non invento niente, capite? E allora eccolo qua, come facciamo noi? Io posso illudermi, Dio nessuno mai lo ha visto e se mi sbaglio su Dio, ha detto qualcuno, io mi sbaglierò su tutto. Se stasera noi ci sbagliamo su Dio, rischiamo di sbagliarci su tutto, e qual è la prova del 9? Tu non mi convincerai se ti fai vedere con le braccia alzate o magari, attenzione, vedere una chiesa dove i giovani pregano con le braccia alzate è una consolazione del cuore. Detto questo, tu non mi convinci ancora. Tu non mi convincerai quando mi farai vedere che tuo fratello è veramente importante per te, e non nei giorni festivi, nei giorni feriali. Sei un medico, io ti guardo mentre fai il medico. Sei un politico, stai facendo gli interessi dei poveri o stai facendo gli interessi della tua famiglia? Ma come, questo carisma politico si tramanda da padre in figlio? Non mi sono fatto questa domanda io, proprio un carisma che si tramanda da padre in figlio? Non l’ho capita ancora, è una domanda che mi faccio. Ricordate don Milani? Quando ha detto: “Mi ha fatto fare una cosa che non avrei fatto mai, una raccomandazione che non avrei fatto mai, mai! Però ho dovuto farla proprio per amore, anche per amore tuo”. Certe volte un cristiano, certe volte diventa contraddittorio. Contraddittorio. Sempre e solamente per amore. E qualche volta per amare di… magari ho amato di meno lui, però aggiunge Don Milani. Ma Dio a queste piccole cose non guarda. Capite? E allora eccolo qua, ma se noi… io dico, pensate a quello che… ma noi parliamo dell’educazione dei bambini, dei giovani. Ma pensate a questi ragazzi che stanno vedendo tutti i giorni, tutte le serie, tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni. Pensate, quando abbiamo studiato a scuola ci siamo chiesti: “Ma come è potuto succedere quello che è successo negli anni… 80 anni fa? Ma dove stavano i nostri nonni, i nostri genitori?”. Ma che adesso sta succedendo sotto gli occhi nostri? Sotto gli occhi nostri! E tutti i giorni! L’ultimo barcone che è affondato a Lampedusa, solamente la metà sono stati recuperati i corpi, ai quali è stata data una degna sepoltura, senza un nome, senza una foto, senza una storia. Gli altri non sono stati neanche recuperati. Mi sta venendo la nausea. Io sono di Napoli e mi piace molto il pesce di mare. Mi sta venendo la nausea anche a mangiare il pesce di mare quando penso che questi pesci si stanno alimentando di questi fratelli qua. Ma a furia di dirle queste cose qua ci abbiamo fatto l’abitudine, capite? E questi ragazzi noi come li andremo a educare se vedono che gli adulti si fanno un male così grande, non si fermano da anni, non si ferma quello al nord di noi e non si ferma quello a sud di noi, non si fermano, non si fermano, non si fermano e continuano, continuano. È terribile, guardate, è terribile. Dice: “Padre, allora?”. E allora dobbiamo recuperare almeno noi quello che è il santuario della nostra casa. Veramente, guardate, se stasera dovessi dire proprio qualche cosa di così di pratico, io vi direi solamente: “Facciamo attenzione al santuario della nostra casa, facciamo attenzione al santuario della nostra casa”. Facciamo attenzione a quando parliamo, a quando parliamo davanti ai bambini, a quando scriviamo, a quando scriviamo su questi benedetti social. Ma se una parola non deve essere di aiuto, ma che cavolo la scrivi a fare? Qualche giorno fa, parlando con un amico, ho detto: “Io spero che i nostri social possano mettere i commenti a pagamento. Per scrivere un commento devi pagare un euro”. Sarebbe una cosa molto bella, tanta immondizia scomparirebbe da questo mondo, tanta immondizia scomparirebbe veramente, capite? E allora proprio perché è un momento così particolare, così difficile, è un momento così… Noi dobbiamo, quello che possiamo fare è tutelare nel migliore dei modi il santuario della nostra casa e tutelarlo e difenderlo e difenderlo e difendere questi bambini e aiutarli e dargli questo patrimonio che gli servirà nel futuro e mettergli questa corazza addosso, questa armatura, questa armatura. E poi, se siete cristiani, se siete cattolici, penso che la maggior parte di noi lo siamo qua. Non li obbligate ad andare a Messa, invitateli ad andare a Messa, ma fateli capire che voi ci credete alla Messa. Non obbligateli a pregare, invitateli a pregare, ma fateli capire che voi nella preghiera ci credete. Prima di azzannare un boccone, se ci fermiamo per cinque secondi e diciamo: “Signore, grazie per questo pane che tu ci dai”, sono cinque secondi, sono forse cinque secondi più importanti della vita di questo ragazzo nostro, fatelo. Da questa sera fatelo, fatevi vedere qualche volta inginocchiati accanto al letto, senza dirgli niente. Fate in modo che quando lui apre la porta vi vede già inginocchiati. Dicono: “Stavo pregando”. Basta così. Queste immagini non le dimenticheranno mai. La mia mamma se n’è andata molto presto, un infarto fulminante se l’è presa, ma ha portato sempre con me il ricordo di una donna che la sera, prima di andare a letto, si fermava.
EMANUELE BOFFI
Cesana, Giancarlo, per dire sì sì, no no, occorre chiamare le cose con il loro nome, un po’ uno degli slogan che caratterizza il lavoro di Tempi. Significa dare un giudizio, per usare una parola che era molto cara a Don Giussani. A te vorrei chiedere che cosa significa dare un giudizio, anche perché molto spesso questa parola è confusa con un’altra parola che è la parola opinione, ma sono due cose diverse.
GIANCARLO CESANA.
Sì, parto da un punto di vista. Abbiamo sentito situazioni molto drammatiche. Parlo da un altro punto di vista, più usuale, altrettanto drammatico, secondo me, però più solito. Mia moglie, prima di morire, ha messo su un centro per ragazzi cosiddetti fragili. Un paio me li ha portati in casa, altri li ha collocati presso famiglie e amici. Insomma, una decina in un paio di stanze di un appartamento che aveva affittato. Adesso sono 550, di tutti i tipi, soprattutto immigrati, persone disagiate, gente che non è riuscita a finire la scuola, ragazzi mandati dal tribunale. Voi dovete pensare quando gli insegnanti di questo centro, che è anche una scuola, entrano in classe, si trovano davanti a questi ragazzi e devono riuscire a parlare, perché non li ascoltano. Li invitano ad andare al lavoro, non ci vanno, vanno a prenderli a casa per portarli al lavoro. Cercano di correggere certi comportamenti che sono anche lo spaccio, però è estremamente difficile. E quindi questi insegnanti che, tra l’altro, sono giovani, perché questo è un centro che adesso è più aiutato di prima, però si autofinanzia, quindi non è in grado di pagare gli insegnanti come li paga la scuola statale. E quindi vengono tutti i ragazzi che cercano lavoro e vengono presi e devono affrontare questa situazione, che è una sfida. Devono fare gli educatori e questo è molto difficile. Noi facciamo degli incontri mensili per fare verifiche e tutti raccontano di queste difficoltà. L’educazione è la strada più difficile che c’è, non c’è una cosa altrettanto complessa. Non è un caso che Giussani diceva: “Se potete, impegnatevi dell’educazione”. E perché questi insegnanti che cosa devono decidere? Devono decidere dove si colloca la loro speranza, in cosa sperano di fronte a questi ragazzi. E devono sperare nella loro libertà, e devono prendere posizione su che cosa è la libertà. Su cui ci sono le idee estremamente confuse, perché la libertà per i più vuol dire fare quello che si vuole, mentre la libertà non può essere questa, perché nessuno può fare quello che si vuole in assoluto. Può fare quello che si vuole diverse volte, ma non sempre. E comunque alla fine la vita finisce male perché muore, e quindi non si può fare quello che si vuole. E quindi che cos’è la libertà? Quello che si dice normalmente è l’espressione di una serie di reazioni chimiche per cui alla fine viene fuori un sì e un no, per cui dicono di sì al professore piuttosto che no, oppure è qualcos’altro? È un fatto puramente psicologico, una conseguenza del comportamento, una conseguenza del funzionamento della testa? Per cui educare è come fare il medico, aggiustare delle teste che sono sbagliate. O è qualcos’altro? O è l’anima? L’anima. La tensione all’infinito. Quello di cui neanche più i preti parlano. L’attenzione a ciò che non è misurabile, al destino, e quindi la capacità e il desiderio di riconoscere la verità. Se non si pensa a questo, come si fa a educare? Come si fa a fare una proposta? Come si fa a insistere su una proposta? Ecco, questo è il problema dell’educazione. Perché l’educazione si trova di fronte al cuore dell’uomo, che, come dice la Bibbia, il cuore dell’uomo è un abisso. Dal cuore dell’uomo viene il bene, ma viene anche il male. E l’educazione tira fuori il bene, fa emergere il bene. Ma questa è una battaglia, questa è una guerra. Perché questi ragazzi qui non sono stati solo abbandonati dallo Stato, sono abbandonati dal papà della mamma, dagli insegnanti, sono abbandonati dai giudici. Sono abbandonati. Non c’è nessuno che gli vuole bene. Questo è il problema. Che vale per noi, perché se non siamo insegnanti di una scuola speciale, siamo dei genitori, siamo dei compagni, siamo dei colleghi, siamo persone che cercano di educarsi, che devono correggersi. Ecco, l’educazione è questa, è questa scelta per la libertà. Giussani una volta disse: “Ho scommesso tutto sulla libertà”. Cosa voleva dire? Che aspettava che gli altri facessero quello che diceva lui? Ma neanche per idea! Scommettere tutto sulla libertà è insistere in una proposta. Perché il disastro dei giovani, meglio la confusione, non so che disastro sia, la confusione dei giovani, l’esitazione dei giovani dipende da una sola cosa, dipende fondamentalmente da una cosa, perché i giovani non è che siano bravi a priori, possono essere cattivi anche loro, perché tutti nasciamo col peccato originale. E quindi tutti nasciamo con qualcosa di storto dentro, con un veleno, una possibilità di avvelenare la vita. Non è che siano bravi a priori. Ma non è la regola che siano cattivi, o che siano disattenti, o che siano svogliati, o che siano quello che viene descritto continuamente sui giornali come questa emergenza dei giovani. La loro fragilità è l’incertezza degli adulti, perché secondo quello che diceva Lele prima, che è la cosa di Tempi, sì, sì, no, no. Perché Gesù dice nel Vangelo di Matteo: “Voi quando parlate dite sì, sì, no, no, perché tutto il resto viene dal maligno”, siate semplici. E una volta chiese Don Giussani: “Ma come si fa a essere semplici?”. E lui mi disse che bisogna essere decisi, bisogna tagliare, bisogna decidere da che parte si sta, perché nella vita bisogna decidere da che parte si sta. Non dobbiamo decidere che cosa facciamo noi, che cosa possiamo fare noi, dobbiamo decidere che cosa ci fa, a chi apparteniamo. Questa è la sostanza.
EMANUELE BOFFI
Nel libro che Giancarlo ha pubblicato di recente, ‘Interminabile 68’, c’è tutta una parte anche sull’educazione e c’è un passaggio, secondo me, molto interessante, perché riprendendo due articoli che erano usciti sulla rivista Nature, che è la rivista scientifica più importante al mondo, in cui si parlava dei giovani e in particolare del disagio giovanile, tu commentandoli nel libro e a suo tempo anche su Tempi avevi detto che la cosa che ti colpiva era che tutti i dati che riportavano questi studi sui giovani, per cui dati terribili: il 13% delle persone fra i 10 e i 19 anni vive con una diagnosi di disordine mentale. Questi erano i numeri che venivano presentati in questi studi. E tu, Giancarlo, commentandoli nel libro dici: “La cosa che mi colpisce è che la soluzione che viene data a questo problema è sempre una soluzione chimica, scientifica, trovare il modo per risolvere questo disagio”, che è spesso un disagio esistenziale. E commenti nel libro dici: “A volte mi sembra proprio che ne parlino come si parla dei topi da laboratorio, senza nessun riferimento ad alcuni contenuti importanti”. Tu citi le parole fede, ragione, libertà, verità, quelle che dicevi adesso. In particolare, io ti ho sempre sentito insistere molto su una parola legata alla parola giudizio, quindi chiamare le cose con il loro nome, che è la questione dell’affezione. Tu ci hai sempre detto che un giudizio non può mai essere staccato da un moto affettivo verso quello che tu hai davanti, perché tu puoi anche esprimere un giudizio giustissimo e ammazzare quello che hai davanti, condannarlo. Dire una parola che può essere anche giusta ma che alla fine non aiuta chi hai davanti a uscire fuori, a essere educato. Che cos’è questa affezione, questo giudizio affettivo?
GIANCARLO CESANA
Sì, per quanto riguarda questi articoli di Nature, che è una rivista scientifica molto importante, una delle più importanti sicuramente, dove sostanzialmente si prende in considerazione il disagio dei giovani a partire da una serie di pronunciamenti anche dell’UNESCO che dice che mentre le malattie disturbi mentali sono soprattutto frequenti nei giovani, ed è vero, sono frequenti nei giovani perché all’età dello sviluppo è l’età più fragile che c’è e quindi la schizofrenia si chiama demenza precoce, perché nasce soprattutto nell’adolescenza. L’UNESCO dice che pur essendo i disturbi mentali, soprattutto distribuiti nei giovani, solo un terzo dei fondi della ricerca psichiatrica viene investita lì. E poi si mette a studiare, riporta gli studi di chi si è interessato di questa fragilità giovanile. E dice alla fine non si capisce veramente bene perché. Un anno dopo Nature ha fatto un altro numero che ha messo in relazione l’utilizzo dei social, soprattutto dei telefonini, che è la preoccupazione più diffusa che c’è, con il disagio giovanile che può portare fino al suicidio, perché il suicidio nei giovani nell’Europa occidentale e in America è la seconda causa di morte. E lì, dove hanno misurato il tempo passato sui social e i disturbi mentali e non hanno trovato anche lì niente. A me quello che mi ha colpito è che questi qui hanno studiato questo fenomeno di sviluppo eccetera senza tener conto delle parole che diceva lei prima. Come se nessuno gli parla di fede, di libertà, di verità, di ragione e soprattutto di affezione. Affezione! Non c’è un’educazione affettiva, perché senza l’affezione che cos’è? Affezione dal latino vuol dire essere colpiti, che sei colpito tu e tu colpisci gli altri, questa è l’affezione. Vuol dire essere legati, legarsi. Nessuno gli parlava di questo, quindi questi qua si sono messi a studiare i ragazzi come se fossero dei topi bianchi di laboratorio, senza dirgli una parola, senza intervenire, senza interessarsi di chi gli diceva le cose. E come si fa a fare questo? La scienza. Ma la scienza è questo? Mentre l’affezione è questa capacità di legarsi. Non solo vedere le cose, ma legarsi a quelle vere. Perché Gesù faceva i miracoli, risuscitava i morti, faceva camminare gli storpi, dava la vista ai ciechi, faceva sentire i sordi. Dopo tre anni l’ha messo in croce, non si sono legati. Capivano che aveva ragione, ma non si sono legati. E se tu capisci che una cosa è vera e non ti leghi, la verità non ti serve a nulla. A nulla! Questo è il problema. Giussani fece quel famoso, che molti di voi magari ricordano, quello di Chernobyl. Quando ci furono le radiazioni di Chernobyl, parlando a un gruppo di universitari, disse: “Voi ragazzi siete in forma, siete belli, siete intelligenti, siete meglio di come eravamo noi, ma è come se c’aveste dentro una malattia, una malattia che vi è entrata nelle ossa, non ci avete più energia affettiva, non siete capaci di legarvi, ma questo si insegna, si insegna con l’insistenza, con la proposta, con la costanza della vicinanza, con il voler bene, altrimenti uno come fa? Come fa a imparare ad affezionarsi? I ragazzi lì della roba di mia moglie e dell’impresa, come fanno ad affezionarsi? Se non trovano nessuno che si affezioni a loro?”
EMANUELE BOFFI
Luigi Amicone amava citare spesso un verso di Shakespeare che è contenuto nella commedia ‘Sogno di una notte di mezz’estate’, quando a un certo punto c’è uno dei personaggi della commedia, un fauno, che dice che non basta parlare, bisogna parlare seriamente. E questo seriamente, spiegava sempre Gigi, non vuol dire seriosamente, un tono predicatorio noioso, ma vuol dire seriamente, vuol dire esprimendo un giudizio. Ma, come diceva adesso anche Giancarlo e come ci hanno testimoniato anche Airoma e Don Patriciello, per esprimere un giudizio uno deve vivere lui, deve fare esperienza lui di una verità, di un positivo, di un bello, di qualcosa che è convincente nella vita e poi così può comunicarlo anche agli altri. Se non si esprimono questi giudizi, se non si esprimono questi giudizi che partono da una vita vissuta, il deserto avanza, per citare un po’ il titolo del Meeting. Quindi ringraziamo i nostri tre ospiti ancora. A me resta solo da dare due avvisi: il primo è di sostenere il Meeting, ormai sapete tutti come si fa, ci sono tanti punti in giro per il Meeting, come si può fare. Il secondo avviso è un avviso personale, nel senso che invito tutti ad abbonarsi a Tempi. Chi si abbona a Tempi ha il regalo del martello. Potete fare anche viceversa, abbonarvi al martello, vi regaliamo Tempi. L’importante è che pagate l’abbonamento. Quindi, grazie a tutti, buona serata e buon Meeting.









