SANTI NUOVI

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Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale e preside Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis, Pontificia Università Lateranense; Marco Cesare Giorgio, presidente Centro Culturale Pier Giorgio Frassati; Antonia Salzano, mamma di Carlo Acutis; S.E. Mons. Domenico Sorrentino, arcivescovo, vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno. Modera Bernhard Scholz, presidente Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

Per Carlo Acutis e Pier Giorgio Frassati, santi nel Giubileo 2025, amare era l’unica vera possibilità di vivere in pienezza la nostra esistenza e raggiungere la felicità piena. Che cosa hanno visto? Che cosa riempiva il loro cuore? Che cosa li spingeva a desiderare di essere originali e non fotocopie, a non voler vivacchiare ma vivere?

Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Tracce

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BERNHARD SCHOLZ

Buonasera, buonasera e benvenuti a questo incontro dal titolo Santi nuovi. Si direbbe: no, sono santi nuovi. Ma di questo parleremo subito. Questo non è solo l’ultimo incontro della 46ª edizione del Meeting per una ragione che vedremo alla fine; in un certo senso, è anche il primo incontro del prossimo Meeting. Lasciandovi in questa attesa, saluto e ringrazio di essere fra noi Sua Eccellenza Domenico Sorrentino, arcivescovo di Assisi. Accanto a lui, Marco Cesare Giorgio, avvocato e presidente del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati di Torino. Il professor Paolo Asolan, docente di Teologia pastorale fondamentale e preside del Pontificio Istituto Pastorale Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense. Chi non vedete è Antonia Salzano, la madre di Carlo Acutis. Ha dovuto lasciarci prima perché aveva un impegno importante a Roma, in vista della canonizzazione di suo figlio il 7 settembre. Tuttavia, prima che partisse, abbiamo realizzato un’intervista video che vi mostreremo. È stata qui anche per accompagnare la mostra dedicata a suo figlio, ma purtroppo non ha potuto rimanere fino a questo incontro.

Allora, santi nuovi. Nuovi perché sono santi che non sono stati in un convento, non hanno aderito a un ordine religioso, non sono stati consacrati: sono stati santi dentro la vita ordinaria di tutti noi. Hanno vissuto le condizioni normali di un’esistenza caratterizzata dalla quotidianità del lavoro, o della scuola nel caso di Carlo Acutis. Andremo a scoprire in questa serata com’è possibile arrivare a una santità dentro la normalità, perché questo è il nuovo. È come se fossimo troppo abituati a pensare che la santità necessiti di condizioni particolari. Invece, nel loro caso la condizione particolare non c’era, era una normale condizione di vita. Inizieremo con Pier Giorgio Frassati e chiederei a Marco Cesare Giorgio di raccontarci dove ha scoperto l’esempio di Pier Giorgio Frassati, perché tu hai sottolineato in diverse occasioni che è stato un modello di impegno civico e religioso. In che cosa hai trovato questa sua esemplarità?

 

MARCO CESARE GIORGIO

Grazie, Bernhard. La prima risposta secca che mi viene alla tua domanda è che aveva capito come poter essere felici nelle circostanze ordinarie della vita, quelle di tutti i giorni, quelle di un ragazzo normale. Pier Giorgio era un ragazzo di una ricca famiglia torinese, tra le più facoltose dell’inizio del Novecento; era atletico, bello, quindi avrebbe potuto fare tutt’altro. Invece ha trovato esattamente il modo per essere felice, si è trovato di fronte a quella modalità e ha preso una decisione. Visto che però è complicatissimo raccontare tutto Pier Giorgio nel tempo che abbiamo, provo a sottolineare alcuni tratti caratterizzanti, e lo faccio leggendo dieci righe che, secondo me, rispondono alla tua domanda sul perché Pier Giorgio sia un esempio e testimoni ancora oggi a tutti noi la convenienza di vivere come ha vissuto lui. Sono dieci righe di uno scrittore, Stefano Jacomuzzi, che scrisse poco dopo la morte di Pier Giorgio, dopo aver conosciuto direttamente tutti i suoi amici. Lui dice:

«A me Pier Giorgio è sempre piaciuto, quando neppure l’ombra di santità lo aveva sfiorato e ne sentivo parlare io, ragazzino, da qualcuno che lo aveva conosciuto. Mi era subito piaciuto, forse anche per contrasto con certi modelli un po’ troppo esili e macilenti di santi ragazzini. Mi piaceva anche perché faceva un po’ da contrappeso alle immagini lontane e preoccupanti dei grandi santi: martiri, vescovi, confessori, anacoreti, eroi quasi incomprensibili. Se proprio bisognava scegliersi un eroe, questo faceva più al caso mio. Più praticabili i suoi esempi, più vicine le sue esperienze a quelle che immaginavo mi sarebbe toccato di sperimentare anch’io. Ma alla santità proprio non ci pensavo. ‘Come può essere santo uno che incontri per la strada, fatto proprio come te, studente con i tuoi stessi problemi, persino con quelli del primo, contrastato soffio d’amore?’. Avevo un’idea sbagliata della santità o, meglio, ne avevo una sola, pescata nelle letture e ascoltata nelle prediche. Non pensavo alla Grazia, alla scelta che tramuta la risposta positiva in virtù eroica. Il giovane ricco del Vangelo non se l’era sentita di rispondere ‘sì’ in tutto. Pier Giorgio, con semplicità, probabilmente senza confidarlo apertamente a se stesso, l’ha fatto. Un cumulo di umane, praticabili virtù diventate eroismo».

Questo è Pier Giorgio. Ma come Carlo Acutis e come tutti i santi, a un certo punto ha scelto. Ieri sera, proprio in questo auditorium, Giancarlo Cesana, citando don Giussani, ha ricordato una cosa che gli aveva detto: «per essere semplici bisogna essere decisi, decidere da che parte stare, a chi appartenere». Pier Giorgio, come tutti i santi, ha preso questa decisione: ha capito a chi appartenere e ha vissuto così tutta la sua vita. Ha fatto questa scelta da ragazzo, a 13-14 anni, ma è una scelta che poi va rinnovata tutti i giorni, che tutti noi siamo chiamati a fare ogni giorno, fino anche a 99 anni. Ha scelto da che parte stare, ha scelto a chi appartenere. Questo perché, come diceva Jacomuzzi, spesso si ha un’idea sbagliata del santo. Invece il santo, lo diceva Benedetto XV e lo ripeteva don Giussani praticamente con le stesse parole, non è un uomo con i superpoteri, ma è colui che è veramente uomo, che aderisce all’ideale per cui è fatto. Questo è ciò che Pier Giorgio ha fatto, e nelle circostanze ordinarie della vita ha messo in pratica questo ideale.

Giovanni Paolo II, inaugurando la messa di beatificazione di Pier Giorgio, chiese a tutti, un po’ provocatoriamente: «Ma che cosa ha fatto mai di straordinario questo Pier Giorgio Frassati?». Ha fatto questo: ha vissuto tutto in modo integrale e unito. Tutti gli aspetti della vita, che sinteticamente possiamo ricondurre alla cultura, alla carità, alla missione, alla dimensione politica, sociale, all’impegno universitario. Pier Giorgio ha partecipato a tutte le realtà con cui è venuto a contatto: al liceo, in università, nella politica. Si iscrisse al Partito Popolare, fu nell’Azione Cattolica, ma non per frenesia, come scrive don Paolo nel suo libro, ma perché aveva capito che tutto stava insieme a quell’ideale che aveva incontrato.

Tu chiedevi come può essere un esempio oggi e cosa ha da dire Pier Giorgio a tutti noi. Beh, sicuramente è noto per la sua carità. Oggi la Presidente del Consiglio lo ha citato. Vi giuro, avevo messo quell’esempio della famiglia Costa tra le cose da dire, perché è significativo e perché, come forse don Paolo approfondirà, rivela la sua concezione della carità. Pier Giorgio è conosciuto per la sua carità: tutto quello che aveva lo dava ai poveri. Da ricco ragazzo di una famiglia borghese, i suoi genitori a un certo punto si accorsero che a volte tornava a casa senza scarpe o senza vestiti e cominciarono a togliergli roba, pensando che perdesse le cose o le sperperasse. Cominciarono a dargli sempre meno, e lui tutto quello che aveva continuava a darlo, quindi aveva sempre meno. Ma in tutto questo, andava a far visita ai più poveri di Torino, e aveva una concezione precisa della carità: non era solo volontariato o beneficenza. È lui stesso che lo dice: «Io vado a trovarli, vado io». Tutti gli chiedevano: «Ma perché vai nei quartieri più poveri a trovare queste famiglie? Perché ti mischi con questa gente? Potresti fare altro, potresti fare la tua beneficenza in altro modo». E lui rispondeva seccamente in due modi. Diceva: «Gesù viene a farmi visita tutte le mattine nell’Eucaristia. Io cerco di restituirgli come posso la sua visita, andando a trovare i più poveri». E poi: «Io vado a trovarli perché non voglio solo dargli qualcosa, ma condividere con loro, portare qualche parola di conforto». Aveva già chiaro che la carità non è appena rispondere a un bisogno, perché a quel bisogno può rispondere solo Dio, ma è accompagnare in quel bisogno.

Concludo con due cose. Quali sono i frutti che oggi Pier Giorgio ha lasciato nel mondo e nella Chiesa? Sicuramente il ruolo del laicato. Pier Giorgio era un laico, e quando gli chiesero: «Ma perché non ti fai prete?», perché all’epoca, negli anni Venti, prima del Concilio Vaticano II, era abbastanza normale che se avevi un pizzico di fede qualcuno te lo chiedesse, lui rispose senza alcun dubbio: «No, io voglio portare nel mondo quello che ho incontrato», come dicevi tu prima, Bernhard. Voleva fare l’ingegnere minerario per andare nelle miniere e aiutare i minatori a migliorare le loro condizioni di vita.

Seconda cosa, che forse interessa più tutti noi oggi: la vocazione alla santità è per tutti, non per il superuomo, che non è il santo. La vocazione alla santità è per tutti e tutti siamo chiamati a prendere ogni giorno quella decisione che Pier Giorgio prese a 13 anni e Carlo Acutis a 7.

Terza cosa, le tante opere, dalla Compagnia dei Tipi Loschi a tante realtà nate nel mondo dedicate a lui, tra cui il Centro Culturale Pier Giorgio Frassati, che nasce 40 anni fa proprio dopo la visita di Giovanni Paolo II a Torino, durante la quale citò Pier Giorgio.

Ultimissima cosa, che riguarda più direttamente il Meeting e la sua storia. Nel 1978 Luciana Frassati, la sorella di Pier Giorgio, la persona che più lo ha conosciuto in vita, venne a sapere di questa nuova realtà che si chiamava Comunione e Liberazione. Andò a cercare don Primo Soldi – che poi scriverà tanti libri su Pier Giorgio che vi consiglio – al pensionato universitario di via San Domenico, la stessa via dove si trova la chiesa frequentata da Pier Giorgio. Lo fece chiamare; don Primo, un giovane prete di circa 30 anni, scese alla reception e incontrò per la prima volta Luciana Frassati, la quale gli disse: «Voi siete come mio fratello». Aveva intuito che nel carisma di Comunione e Liberazione c’era qualcosa in comune col carisma di Pier Giorgio. Secondo me, questo dice ancora oggi a noi e alla storia del Meeting che abbiamo un pezzo di responsabilità in più per scoprire, custodire e portare avanti il carisma di Pier Giorgio, che tanto ha da dire anche al carisma di CL.

 

BERNHARD SCHOLZ

Grazie. Allora, professor Asolan, abbiamo appena sentito da Marco che Pier Giorgio aveva una coscienza radicata della carità, che non era semplicemente buonismo, ma aveva un’origine molto profonda. Lei ha scritto un libro intitolato Io, ma non più io. Una biografia spirituale di Pier Giorgio Frassati, che si riferisce alla famosa frase di san Paolo. Ci può spiegare in che cosa consisteva l’autocoscienza di Pier Giorgio?

 

PAOLO ASOLAN

Sì, intanto buonasera a tutti e grazie dell’invito. Comincio dicendo che questo è veramente un aperitivo. Se capiterà anche a voi, come è successo a me, di entrare in questo oceano, che Lazzati definì «un mistero di semplicità», vi accorgerete che lo scavo di ciò che è accaduto in lui sembra non finire mai. Come hanno detto Marco e Bernhard, stiamo parlando di un ragazzo che agli occhi di chi lo vedeva tutti i giorni non presentava nulla di eccezionale. Eppure, questo accadeva perché nel profondo della sua coscienza Frassati condivideva la sua vita, o meglio, lasciava fluire dentro la sua vita la vita di Cristo. E questa l’ha allargata, semplificata, arricchita, confermata secondo una bellezza e un fascino che chi lo incontrava percepiva già a prima vista. Ci sono testimonianze esplicite su questo: già il suo sguardo, il suo volto lasciavano intravedere questo “di più” che non si spiega né con il contesto – pur apprezzando la santità sociale dei torinesi – né con i salesiani o i gesuiti che lo formarono, né con l’Azione Cattolica in cui crebbe, il Partito Popolare a cui si dedicò, la montagna che frequentava o i domenicani, che furono l’approdo ultimo del suo itinerario.

Quel libro è nato da questa domanda: ma che cosa è successo? Quale aspetto del mistero di Cristo è vissuto in lui? Vive in lui? Mi ero un po’ stancato, se posso dirlo, di tutte le biografie che si limitavano a raccontare i fatti, tranne quelle di don Primo, naturalmente. C’è un suo libro, Verso l’assoluto, edito da Jaca Book, che sebbene datato vale ancora la pena di leggere. La domanda che mi facevo era: va bene, spingeva il carrettino, andava a raccogliere i poveri, vuotava i vasi da notte, ma perché lo faceva? La risposta è che il centro della sua coscienza era la vita di Cristo.

Per non disperdermi ed essere sintetico, ho raccolto tre frasi che mi sembra possano illustrare ciò che sto cercando di dire.

La prima è presa da un articolo che Filippo Turati, leader dei socialisti, scrisse qualche giorno dopo il funerale di Pier Giorgio, colpito come molti altri dalla sua vicenda umana. Nel luglio del 1925 scrisse: «Era veramente un uomo quel Pier Giorgio Frassati che la morte a 24 anni ghermì e rapì crudelmente, veloce come un ladro frettoloso. Ciò che si legge di lui è così nuovo e insolito, costruito con mattoni nuovi, che riempie di riverente stupore anche chi non divide la sua fede. In un mondo che finisce tra l’odio e la superbia, lo spirito di dominio e di preda, questo cristiano che crede e opera come crede, che parla come sente e fa come parla, questo intransigente della sua religione è pure un modello che può insegnare qualcosa a tutti». Qual è la novità che appare agli occhi di Turati, che non se la sa spiegare? È il potere del servizio, quel servizio di cui Gesù dice: «Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti». Anche solo considerando il contesto sociale di Torino in quegli anni – tra fascismo, comunismo, liberalismo alla Gobetti – questa strada del potere del servizio rese nuove le relazioni di Pier Giorgio, non più asservite al dominio, non più dominate dalla paura della morte che fa sottrarre vita agli altri per poter sopravvivere, ma improntate a un dono di sé, quello che propriamente chiamiamo carità, che è il cuore stesso di Dio, la vita di Gesù.

La seconda è una frase che Pier Giorgio gridò a squarciagola, dicono i testimoni, una sera in cui lui e altri dell’Unione del Lavoro vennero aggrediti da un gruppo di socialisti. Questo ragazzo universitario, borghese, frequentava i sindacati cattolici nel pieno del biennio rosso. Pier Giorgio prese un cazzotto e rispose gridando: «La vostra violenza non può superare la forza della nostra fede, perché Cristo non muore!». Questo essere identificato con Gesù mi colpisce: Pier Giorgio ne parla al presente. Non ha detto “Cristo non è morto” o “Cristo vive nelle nostre idee”. No: Cristo non muore. È la forza della fede così come si è manifestata in lui. Come dicevo, molti contribuirono alla sua formazione – i gesuiti, i salesiani, le Conferenze di San Vincenzo, l’Azione Cattolica, i domenicani –, e tuttavia nessuno può rivendicare l’accadere di questo fluire della vita di Cristo nella sua. Ed è questa circolazione di vita tra noi e Cristo, tra noi e Dio, la novità che salva noi e il mondo. La fede non semplicemente come espediente che rende tollerabile l’esistenza, ma come un’altra vita che entra dentro la nostra e la cambia, rendendo umanamente possibile ciò che sembra impossibile. Ricordate la Madonna all’angelo: «Com’è possibile questo? Io non conosco uomo». L’angelo non le spiega come avverrà, ma chi lo farà: «Lo Spirito Santo scenderà su di te». È questa vita dello Spirito che ha reso presente Gesù e che Pier Giorgio riceveva dall’Eucaristia, come ha ricordato Marco. Questo rendere possibile l’impossibile riguardava non solo la carità, ma il perdono anziché la vendetta, il servizio anziché il potere, il dono di sé anziché lo sfruttamento, la speranza nella vita eterna anziché la consumazione di tutto. E questo perché Cristo non muore. Questo verbo al presente è ciò che gli è stato dato di sperimentare.

Terza e ultima frase, ed è presa dalla testimonianza di un amico. Quando l’ho letta la prima volta, mi ha ricordato un capitolo di Tracce di esperienza cristiana di Giussani, che si intitola “Deciso come gesto”. L’amico spiega perché Pier Giorgio lo impressionò: «Una turba di indecisi, e lui deciso. Uno sciame di disorientati, e lui orientato. Una fila interminabile di delusi, e lui contento. Una combutta di egoisti, e lui magnanimo. Inzuppato di retorica dannunziana e protestatario con i futuristi, all’atto di incamminarmi per la via dei rimpianti in una stagione di decadenza, mi trovai davanti un giovane che era la reazione al marasma generale». Questa è la novità sopra la quale Pier Giorgio ha costruito la sua esistenza, ed è stata la verità di Cristo, la verità che è Cristo. La verità che Dio è amore. Pier Giorgio ha tenuto ferma con decisione la sua fiducia che Gesù fosse la via, la verità e la vita, la luce capace di rischiarare le tenebre e il marasma che, come un sistema di sabbie mobili, gli avrebbe reso impossibile procedere. Perché è importante? Perché in tempi di nuovi sofisti o di “post-verità”, in un tempo di relativismo che schiaccia anche il desiderio umano sulle cose materiali, questa luce può riverberarsi e diventare addirittura allegria. Questo è ciò che gli riconoscevano i suoi amici. Karl Rahner, che lo conobbe perché Pier Giorgio andò a imparare il tedesco a casa sua, diceva: «Incredibile, sembrava che non avesse un dubbio, che la normalità di un’amicizia con Cristo gli rendesse chiaro anche il passo da fare». E questo passo era, di nuovo, la presenza di Gesù Cristo. Direi queste tre cose. Per tutto il resto, c’è il libro.

 

BERNHARD SCHOLZ

Grazie. So che il rispetto dei tempi è sempre una piccola mortificazione, che però porta tanti frutti, perché la capacità di arrivare all’essenziale aiuta tutti noi a focalizzare l’attenzione su ciò che è decisivo. Quindi vi ringrazio. Sono due futuri santi, quasi possiamo chiamarli così, giovanissimi, che in pochi anni hanno rivoluzionato il mondo intorno a sé. Andiamo allora a scoprire alcuni tratti essenziali di Carlo Acutis. Iniziamo con l’intervista che vi ho annunciato, con sua mamma Antonia Salzano.

Allora, grazie ad Antonia Salzano Acutis, la mamma di Carlo, che è stata qui al Meeting per diversi giorni. È stata la principale curatrice della mostra su suo figlio, che è stata l’esposizione più visitata di questi sei giorni. Qual è stato per lei il significato di questa mostra qui al Meeting?

 

ANTONIA SALZANO

Buonasera a tutti. Ho avuto il piacere di poter visitare la mostra, e la trovo molto significativa, fresca, essenziale, ma capace di evidenziare quello che è stato il percorso di Carlo, arricchito anche da testimonianze e video. A parte l’aspetto grafico, il cui layout è bellissimo – e qui faccio i miei complimenti –, mi ha colpito come siate riusciti a raccontare con pochi pannelli il grande percorso spirituale di Carlo, un percorso che può essere imitato da tutti, perché Carlo ha portato lo straordinario nell’ordinario. Questo, io ritengo, sia la cosa più importante: capire che i santi sono persone come noi. Tutti siamo chiamati a essere santi. Gesù dice: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro nei cieli», e ancora «Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo». Carlo è un modello, un amico che ci ha preceduto, qualcuno che sentiamo vicino perché ha vissuto le contraddizioni e le gioie di questi tempi. Ha vissuto con la sua freschezza, positività e ottimismo, ed è riuscito a realizzare quel progetto di santità che Dio aveva pensato per lui sin dall’eternità. Ma questo progetto attende tutti noi. Carlo ci diceva: «Coraggio, fatevi forza». Attraverso questa mostra si capiscono bene gli elementi che hanno contribuito a rendere la sua vita così speciale. Soprattutto, Carlo riusciva a vivere la presenza di Dio nella quotidianità. Diceva che tutti siamo dei mistici perché abbiamo la Santissima Trinità che dimora dentro di noi. Con il battesimo abbiamo ricevuto lo Spirito Santo; il problema è connettersi con questa presenza di Dio dentro di noi.

 

BERNHARD SCHOLZ

Allora le chiederei di raccontarci qualcosa di questo aspetto della sua vita, del suo prendere sul serio anche le cose quotidiane che gli capitavano.

 

ANTONIA SALZANO

Certamente. Carlo vedeva ovunque i segni del Signore. Quando a sette anni fece la prima comunione, scrisse come proposito: «Essere sempre unito a Gesù». Da lì cominciò ad andare a messa tutti i giorni, a fare l’adorazione eucaristica, a leggere la Sacra Scrittura e a recitare il rosario. Era una vita di fede forte, che però lui legava a tutto ciò che faceva: lo sport, lo studio, la vita familiare, gli amici. Andava in profondità perché in ogni cosa vedeva un disegno del Signore. Accettava tutto ciò che gli capitava. Non l’ho mai sentito lamentarsi, non l’ho mai sentito parlare male di nessuno; anzi, si adoperava per mettere in buona luce gli altri quando sentiva qualcuno esprimere un giudizio negativo. Era molto attento a vivere questa presenza di Dio e quindi ad andare in profondità, perché si rendeva conto che Dio è vicino a noi, che Dio ci guarda. Tutto ciò che faceva lo faceva per massimizzare la sua vita in vista del fine ultimo, la vita eterna. Lui si è speso per l’eternità, non per questo mondo, perché sapeva che ogni nostra azione ha una conseguenza e che le nostre scelte di oggi sono determinanti per la nostra vita futura. Quanto spesso si fanno scelte affrettate, impulsive, che poi purtroppo determinano la nostra esistenza e ci creano dolori e sofferenze che magari Dio non aveva previsto. Carlo era molto attento al tempo, una creatura che Dio ha creato per noi. Diceva che ogni minuto che passa «è un minuto in meno che abbiamo per santificarci». Sul letto di morte ci sarebbero tanti rimpianti, diceva, l’importante è essere pronti. E aggiungeva che non bisogna avere paura della morte, perché la morte è il passaggio alla vera vita; bisogna solo avere paura del peccato, perché quello sì che ci può separare per sempre da Dio.

E allora tutto ciò che faceva, lo faceva con serietà e profondità. Era consapevole che la vita è un dono che va vissuto bene, non va sciupato. La parola “noia” non l’ho mai sentita sulla bocca di Carlo, cosa che spesso si sente tra adolescenti e giovani. Come ci si può annoiare? Credo che questo sia un bel messaggio oggi, quando purtroppo i mezzi tecnologici ci rubano tanto tempo. Dobbiamo imparare, come faceva Carlo, a essere padroni del nostro tempo e a non essere assorbiti da cose che, in fondo, sono manovrate da chi vuole solo guadagnare. E noi, senza saperlo, involontariamente, spesso ci lasciamo un po’ manovrare.

 

BERNHARD SCHOLZ

C’è una cosa che le voglio chiedere. Papa Francesco dice che «la cosa più vicina alla grazia è l’umorismo». Mi ha colpito leggere che lei, da qualche parte, ha detto: «Carlo mi ha fatto tanto ridere».

 

ANTONIA SALZANO

Sì, era molto simpatico, di una simpatia straordinaria. Riusciva a far ridere con cose banalissime, e soprattutto a sdrammatizzare le situazioni. Anche in punto di morte, quando gli comunicarono che aveva una leucemia senza speranza, sorridendo disse: «Il Signore mi ha mandato una bella sveglia». Sempre col sorriso. Certamente Carlo non aveva paura degli eventi. L’unica cosa che temeva era offendere Dio.

 

BERNHARD SCHOLZ

Come si spiega questa fama planetaria di Carlo?

 

ANTONIA SALZANO

Guardi, subito dopo la sua morte, ci fu il caso di una donna che cominciò a pregarlo e guarì completamente da un tumore senza che i medici potessero fare nulla. La gente, spontaneamente, cominciò a rivolgersi a lui. Quello fu l’inizio. Attualmente riceviamo ogni giorno segnalazioni di miracoli, conversioni, ma soprattutto guarigioni. Avendo questa fama mondiale, è pregato in India, Cina, Stati Uniti, America Latina, Brasile, Europa… Ha devoti sparsi in tutto il mondo. Io credo che in questo ci sia proprio la mano di Dio. La fama di santità è iniziata subito dopo la sua morte, grazie anche alla diffusione della sua mostra, ma soprattutto perché la gente spontaneamente creava immaginette e preghiere a lui dedicate. Questa cosa l’abbiamo vissuta sin dall’inizio, e in questo ci vedo un disegno di Dio.

 

BERNHARD SCHOLZ

La ringrazio moltissimo. Il nostro tempo è esaurito. Le chiedo un’ultima battuta flash: fra pochi giorni, il 7 settembre, la grande canonizzazione a Roma. Quali sono i suoi sentimenti alla vigilia di questo grande momento?

 

ANTONIA SALZANO

Certamente è un momento importante per tutti i suoi devoti sparsi nel mondo, perché la Chiesa dà questo riconoscimento ufficiale. La canonizzazione di Carlo doveva essere il 27 aprile; poi, per una serie di circostanze, c’è stato uno slittamento. Questo forse ci deve far riflettere: dobbiamo essere canonizzati insieme a Carlo. La sua canonizzazione deve essere la canonizzazione di ognuno di noi che lo segue, sentendolo come un ponte verso Gesù, perché Gesù deve essere sempre al centro. Carlo ci infonde speranza, perché anche noi dobbiamo fare lo stesso. È chiaro che io non mi sento privilegiata, sono piena di difetti, non sono santa, però mi dico che se anche le vie storte portano a Dio, anch’io devo fare la mia parte, devo sforzarmi di santificarmi e di rispondere alle grazie che Dio mi ha dato. Mio figlio così speciale è già stata una grazia immensa. Io lo dico sempre: Carlo è stato il mio salvatore. Grazie a Carlo ho scoperto la fede. Io ero poco praticante, non sapevo quasi niente, e Carlo mi ha salvata. Grazie a lui ho scoperto la presenza reale di Dio in mezzo a noi, soprattutto nell’Eucaristia. Questa per me è stata la scoperta più grande e gliene sono grata. Spero che Carlo possa aiutare tantissimi a capire questo, come ha aiutato me che ero nell’oscurità. Spero che tanta gente che non ha avuto la fortuna di crescere in una famiglia di fede possa avere la possibilità di fare questa scoperta, perché veramente ti cambia la vita. Quando Cristo entra nella tua vita, sperimenti già il paradiso sulla terra. Questo è ciò che i santi ci insegnano. È possibile, e speriamo che questa canonizzazione ci porti tante grazie, soprattutto spirituali, e una sempre maggiore vicinanza a Dio.

 

BERNHARD SCHOLZ

Allora io le dico grazie, e fra poco chiederò un grande applauso dalla platea del Meeting, un modo per ringraziare lei, che è stata madre di un ragazzo eccezionale che ha portato e porterà tanta grazia nel mondo. La lascio con una frase di una canzone di un nostro amico prete, purtroppo scomparso, che si chiamava don Anastasio: «La festa sta per cominciare». Solo i cristiani possono dire una cosa così. Grazie, signora, e grazie di cuore. L’applauso del Meeting per lei. Grazie ancora.

La festa sta per cominciare. Eccellenza, lei è vescovo di Assisi, dove Carlo Acutis è sepolto nel Santuario della Spogliazione. Lei ha scritto un libro dal titolo un po’ sorprendente, Carlo Acutis sulle orme di Francesco e Chiara d’Assisi, con il sottotitolo Originali, non fotocopie, ripreso da una famosa citazione di Carlo: «Siamo tutti nati originali, ma molti muoiono come fotocopie». Dove ha scoperto le tracce di san Francesco e di santa Chiara nella vita di Carlo?

 

S.E. MONS. DOMENICO SORRENTINO

Permettimi di dirlo tra un momento. Vorrei iniziare con una citazione di un altro santo, ancora beato, ma speriamo presto canonizzato: il grande economista Giuseppe Toniolo, che fu consulente di Leone XIII per la Rerum Novarum. Questo grande maestro, oggi, grazie a Dio, viene piano piano riscoperto dopo una lunga stagione di oblio. Nel 1900, lui, che fu alla base di figure come Sturzo e De Gasperi, disse questa frase: «Chi definitivamente salverà la società non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, ma un santo. Anzi, una società di santi». Che è come dire: chi definitivamente salva la società è Gesù, attraverso di noi che, inserendoci in lui, diventiamo santi.

Ecco, a me sembra che questo discorso sui santi nuovi, sui santi giovani come questi due che saranno canonizzati, si inserisca nella prospettiva profetica di Toniolo. Il Signore vuole davvero salvarci. Questo mondo, così com’è sotto i nostri occhi, non è un mondo bello. E i politici, anche quelli passati qui al Meeting, non trovano soluzioni. Le devono trovare, certo, ma hanno sicuramente bisogno del carburante di Gesù, e dunque della santità di coloro che gli appartengono. Carlo, come Pier Giorgio, sta in questa logica e svolge questo ruolo nel mondo di oggi. Il primo santo “millennial”, come si suol dire, che dice al mondo e alla Chiesa: dopo di me e dopo Pier Giorgio, non avete più scuse. Farvi santi deve essere un imperativo, perché la nostra vita dimostra che santificarsi non significa fare cose straordinarie, ma mettere lo straordinario di Dio nella nostra vita.

San Francesco è, per eccellenza, un santo straordinario. I francescani da otto secoli cercano di imitarlo e fanno una gran fatica. Lo stesso Carlo, stando ad Assisi, diceva alla mamma: «Mamma, io mi voglio fare santo, ma non come san Francesco, che faceva tante quaresime e penitenze». Eppure, Assisi rappresentava per lui un messaggio possibile da tradurre in termini moderni, contemporanei. Perché questa è la scoperta che dobbiamo fare anche di Francesco: pur essendo un santo con una sua statura e un contesto inimitabili, ci dice cose così attuali che un ragazzo come Carlo ha potuto respirarle e tradurle nella sua fisionomia.

Partiamo dalla gioia. La mamma ha detto che era di carattere allegro, ma sicuramente la sua allegria, come quella di Pier Giorgio, veniva dal cuore. Io mi chiedo cosa attragga tantissimi giovani da tutto il mondo ad Assisi. Voi non potete immaginare i numeri. Quando sono arrivato nel 2006, anno in cui Carlo moriva, la piazza della Spogliazione, in un pomeriggio come questo, era trafficata da tre o quattro persone. In un anno avrò contato 5.000, forse 10.000 persone. L’anno scorso ne abbiamo avute quasi un milione. Che cos’è che li attira? Vedo questi ragazzi arrivare a quella tomba e percepire subito un senso di pace, di gioia. Non dimentichiamolo: la gioia è ciò che Gesù ci ha portato. Lo dice lui: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». Un cristianesimo senza gioia non è cristianesimo.

Che cosa traduce Carlo di Francesco nella sua vita? Il Cantico. Francesco lo compose in un momento oscuro della sua vita, sia fisicamente che moralmente. Era un uomo prostrato, eppure da lì sboccia il Cantico. Ma attenzione, il cuore nascosto del Cantico, come spiego in un mio testo di prossima uscita, si trova nelle ultime strofe, quelle sulla sofferenza e su sorella morte. Dentro quel contesto, Francesco esplode nel Cantico. Carlo lo vive. Francesco compone il Cantico, Carlo è il Cantico. E lo si vede nel suo amore per tutto: amava gli animali, la natura, il mare. Per lui la bellezza della vita era la bellezza della creazione. Ciò che Francesco viveva con il Cantico e con i modi tipici del suo tempo, Carlo lo ha tradotto per il nostro.

Un altro elemento importante è il Santuario della Spogliazione. Perché l’ho sepolto proprio lì? Ci ho dovuto riflettere parecchio. Alla fine, una risposta mi è venuta, e l’ho messa in un capitolo del libro: “Dalla spogliazione di Francesco a quella di Carlo”. Inizialmente la cosa mi era ostica. Francesco si spogliò, è noto: davanti al padre, si denudò dicendo: «Basta con i tuoi denari, voglio solo Gesù». Ma Carlo di che si è spogliato? Era di famiglia facoltosa, aveva tutto, anche se viveva in modo sobrio. Andava per strada a trovare i senzatetto e vedeva in loro Gesù, come Pier Giorgio. Ma alla fine, di che si è spogliato? Aveva tutto. Sapete cosa ho scoperto? Riflettendo su quel videoclip che si fece, abilissimo com’era con la tecnologia, qualche mese prima di morire, quando non c’era alcun sintomo della malattia. In quel video, un giovane nel fiore dei suoi sogni dice: «Sono destinato a morire». Come risponde? Con un sorriso, aprendo le braccia come ad abbracciare la morte. Quando l’ho raccontato a un giornalista, mi ha detto: «Ma è inquietante!». Sì, ma cerca di capirlo. Con quel gesto, Carlo ha detto esattamente ciò che Francesco disse otto secoli fa: «Confido così tanto in Gesù, Lui è il mio tesoro, il mio tutto, che sono sicuro che anche interrompendo ora la mia vita, insieme a Lui faremo cose grandi». E le sta facendo.

Ecco perché se venite al Santuario della Spogliazione, troverete un’immagine-programma che ho messo anche sulla copertina del libro: da un lato Carlo, dall’altro Francesco nudo, come nell’affresco di Giotto. I due santi lavorano insieme, fanno team, ma si mettono da parte, puntando entrambi il dito verso Gesù e l’altare, l’Eucaristia. Due santi per i quali, come per tutti i santi, Gesù era veramente tutto.

Allora, caro Bernhard, quello che diceva Toniolo, e mi auguro che il Meeting possa riscoprire questo grande economista, è quanto mai attuale: «Chi definitivamente salverà la società non sarà un diplomatico, un dotto, un eroe, ma un santo. Anzi, una società di santi». Che il Meeting possa essere una bella, piccola società di santi. Io lo spero, e credo che Carlo e Pier Giorgio, insieme a santi della statura di Toniolo e di san Francesco, ci vengano a dire proprio questo.

 

BERNHARD SCHOLZ

Grazie. Per quanto riguarda Toniolo, ho ricevuto il messaggio. Tutti e quattro gli interventi hanno reso evidente che Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis non erano eroi per la loro capacità umana, ma persone straordinarie perché si sono lasciate muovere da Dio, dall’Eucaristia, dall’incontro con Cristo. E adesso vi mostro il titolo del prossimo Meeting, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia di Dante: “L’amor che move il sole e l’altre stelle”.

Vi dico brevemente com’è nato. In questi mesi di preparazione del Meeting abbiamo incontrato, attraverso mostre, incontri e spettacoli, tante persone che hanno portato “mattoni nuovi”: la riconciliazione, il perdono, un impegno sociale particolare, una carità straordinaria. Ci siamo sempre posti la domanda: da dove traggono l’energia, la perseveranza, la genialità con cui hanno portato queste novità in luoghi dove sembrava prevalere la morte? Volevamo proporre, per il prossimo Meeting, di approfondire la consapevolezza che il principio e il fine dell’universo, nel cui flusso siamo emersi con la nostra esistenza e la nostra libertà, è un destino buono, è un amore, come dice Dante. Vogliamo scoprirlo anche nelle sue conseguenze per un rinnovamento della società civile, in quei luoghi deserti dove tante persone sono indaffarate ma non riescono a creare novità.

Vogliamo prendere questo titolo come un nuovo orizzonte nel quale guardare gli accadimenti del mondo affidato alla nostra responsabilità. Mi permetto solo di sottolineare ciò che ho detto all’inizio, riflettendo sulla parola “muove”. Non è una staticità, è un movimento di cui facciamo parte, ma sul quale incidiamo. L’incidenza della vita dei due nuovi santi è incomprensibile dal punto di vista puramente umano. Il movimento della loro vita è stato mosso, e si sono lasciati muovere. Avremo tanto da scoprire e da condividere. Vi invito già da ora.

All’inizio vi ho detto che questo ultimo incontro del Meeting è, in qualche modo, il primo del prossimo. Penso di essere riuscito a spiegarne il perché. Vi ringrazio per la vostra partecipazione e ringrazio i nostri tre relatori per la disponibilità e l’intelligenza con cui ci hanno introdotti ai due santi nuovi che il 7 settembre verranno elevati agli onori degli altari. Siamo tutti grati per questo Meeting, che è stato un grande dono. Spero che qualche elemento che avete potuto accogliere nella vostra esistenza possiate portarlo nel luogo dove stasera o domani mattina tornerete. Grazie.

 

Data

27 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri