SANTA MESSA

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Presiede S.Em. Card. Matteo Maria Zuppi, presidente CEI, arcivescovo di Bologna. Concelebrano S.E. Mons. Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; S.E. Mons. Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, Sud Sudan; S.E. Mons. Pavlo Honcharuk, vescovo di Kharkiv-Zaporizhzhia dei Latini; S.E. Mons. Hanna Jallouf, vicario apostolico di Aleppo, Siria; S.E. Mons. Filippo Santoro, arcivescovo emerito di Taranto; S.E. Mons. Erik Varden, vescovo di Trondheim, presidente Conferenza episcopale della Scandinavia; S.Em. Card. Jean-Paul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri

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Santa Messa

 

S.E. MONS.NICOLÒ ANSELMI

Buona domenica a tutti. Grazie di essere qui, a quelli che sono qui fisicamente in presenza, ma anche a tante persone che ci seguono. Grazie al Cardinal Matteo per presiedere questa Eucaristia, ma anche a tutti questi confratelli, vescovi, cardinali, sacerdoti, diaconi, le autorità presenti, tutti voi. La domenica è il giorno del Signore, il giorno della speranza, della resurrezione, della Pasqua, per cui siamo è il giorno in cui ci ricarichiamo per costruire questi mattoni nuovi e che vogliamo assolutamente rendere poi efficaci. Allora, buona preghiera a tutti e grazie ancora.  Ringraziamo Monsignor Nicolò, vescovo di Rimini che ci accoglie. È una storia, una lunga storia di amicizia tra la chiesa di Rimini e questo incontro che sentiamo così importante, così vero e di cui ringraziamo il Signore. Per ringraziare il Signore chiediamogli il perdono di tutto ciò che ci divide, ci indebolisce, non ci fa accorgere del deserto o rende il nostro cuore un deserto e non ci fa essere un mattone. Chiediamo al Signore il perdono per essere come lui ci vuole: di pace e di amicizia.

OMELIA

CARD.MATTEO MARIA ZUPPI

Fratelli e sorelle, anche quelli che non sono fisicamente qui, ma so tantissimi che sono collegati, salutiamo anche loro. Non è che non sono qui perché la porta era troppo stretta, ma perché il luogo è troppo piccolo. Lasciamoci guidare dalla parola di Dio. Non l’abbiamo scelta noi, non è frutto dell’attenta e sapiente regia del Meeting che desidero ringraziare, a cominciare da Bernard Schotz e tutti quanti, per il tanto lavoro fatto con entusiasmo, qualcuno avrebbe detto baldanza, che diventa incontri, relazioni, storie, presenze, avventure, mattoni nuovi, insomma, che si confrontano con tanto deserto. È una gioia davvero celebrare insieme oggi con il vescovo di Rimini che abbiamo ascoltato all’inizio, Nicolò Anselmi, che ringraziamo di cuore per l’accoglienza sempre così appassionata e personale, ma anche con alcuni vescovi, pastori, anche alcuni di loro, di popolazioni segnate da tanta profonda, terribile e purtroppo tanto dimenticata sofferenza. Per noi tutti i pezzi della guerra sono nostri, spesso per il mondo non esistono.

E quindi saluto Cristian Carlassarre, vescovo di Bentiu, nel Sud Sudan, una sofferenza terribile. Paolo Onkarcaruk, sulla pronuncia chiedo qualche comprensione, vescovo di Kharkiv e Zaporižžja, che conosciamo bene e oggi, tra l’altro, è la giornata della festa nazionale dell’Ucraina e quindi portiamo tanto nel cuore ancora di più la sofferenza che in questi anni percorre terribile il suo paese e ci uniamo davvero alla preghiera per la pace.

Hanna Ialluf, vicario apostolico di Aleppo in Siria e ricordo anche gli altri, tra questi anche Filippo Santoro che qui è di casa ed Eric Varden che ci unisce alla chiesa della Scandinavia e poi anche il Cardinal Jean Poul Vesco, arcivescovo metropolita di Algeri che ci affida ancora la memoria dei martiri di Tibhirine che hanno voluto il loro martirio seme di fede, di riconciliazione, di dialogo, come Papa Leone, che ringraziamo di cuore per la paternità, ci ha indicato e ci ha scritto, e questa via di presenza e di semplicità, di conoscenza e di dialogo della vita è la vera strada della missione, non un’autoesibizione nella contrapposizione dell’identità, ma il dono di sé fino al martirio di chi adora giorno e notte nella gioia e fra le tribolazioni Gesù solo come Signore. Poi permettetemi di ringraziare anche Davide Prosperi che ci rappresenta un po’ tutto, un noi e lo ringraziamo anche per il suo servizio alla comunione. Che gioia insomma la Chiesa cattolica che non ha altri confini che la carità e che gioia contemplare in questa eucarestia la nostra comunione che unisce cielo e terra. I tanti che non ci sono, ma ci sono. La comunione e anche quelli che festeggiano con noi la domenica piena nell’amore di Dio: è la stessa. La comunione è dono dello Spirito Santo da custodire, difendere, arricchire e richiede il mattone di ognuno perché la comunione è circolare, tutto è mio e tutto è nostro nella comunione, insieme. Papa Benedetto disse con chiarezza e lungimiranza: “È proprio a partire dall’esperienza del deserto, da questo vuoto, parlava della desertificazione spirituale, che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Quindi nessun lamento o condanna, ma opportunità per riscoprire la gioia di credere e quanto questa sia vitale, cioè dà vita”. E aggiungeva Papa Benedetto: “Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere”. Così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita, implicita o negativa, ma sete di Dio.

E Dio non è formalista, ma è un padre che riconosce la richiesta dei figli e non aspetta altro che vederli tornare e risponde a questa richiesta, altrimenti restiamo tutti come il fratello maggiore della parabola, infallibile, giusto nel condannare, che credeva di difendere la verità tradita dal padre e invece così offendeva il padre e la verità. E ancora Papa Benedetto diceva: “Nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che con la loro stessa vita indicano la via verso la terra promessa e così tengono desta la speranza”. La fede vissuta, sono sempre parole sue, “apre il cuore alla grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova trasformata da Dio e così indicare la strada”. Ecco perché siamo qui. Ed ecco la gioia di tanti mattoni, di tanti uomini e donne di fede che ci aiutano a scegliere di esserlo, che ci ricordano che ognuno lo può essere e che nessuno è mai inutile. C’è bisogno di mattoni e di costruire case dove riparare le relazioni, vivere l’amicizia che dà dignità e protezione a tutti. C’è bisogno di aiutare il seminatore, che continua a “mettere un seme nella terra del nostro giardino”. Guardo il coro perché scherzando prima ho detto che citerò tre canzoni, questa è la prima. Che ha messo il seme nella terra del nostro giardino, un seme sempre nuovo, sorprendente che ci fa sentire oggi l’emozione di scoprirlo e di riscoprirlo, contemplando però anche i frutti che ha fatto crescere – anche nella nostra vita – e scegliendo anche noi di gettarlo in tanti cuori che lo attendono. È come la visione del profeta che abbiamo ascoltato, il raduno di tutte le genti, di tutte le lingue, Pentecoste delle genti che vedono la sua gloria così umana, condivisa, nostra nella comunione. Questa è la correzione del Signore, cioè il Signore ci tratta da padre e ci ricorda che siamo figli. E dovremmo chiederci: ma noi lo trattiamo come padre? Siamo figli o non è un estraneo o un direttore da temere? Perché ci difendiamo da chi ci ama? E come spesso avviene trattiamo male proprio chi ci ama? Questo è vero per l’Eterno e spesso anche nelle nostre relazioni.

Dio non umilia, ma coinvolge nel suo amore perché sa che solo questo rende piena la nostra vita e la corregge. Guardate, il mondo individualista ci asseconda, guarda, non dice nulla, al massimo ti manda dallo psicologo, lascia fare, anzi costringe a far da soli, individualisti e senza comunità. Poi giudica e scarta chi non ce la fa. La correzione di Dio è il suo amore. È speranza per ognuno di noi che libera da ciò che fa male e che è motivo di scandalo, che ci unisce gli uni e gli altri e se saremo liberi dall’orgoglio che ci fa difendere, no? O da un’idea distorta di perfezione, per cui se qualcuno ci dice qualcosa sembra che ci rovina, o quella di un adulto a cui non si può più dire niente. Cerchiamo la correzione del Padre perché abbiamo bisogno del suo giudizio per capire chi siamo, per scegliere noi in coscienza nostra il cammino dell’amore che ci unisce. Infine Gesù, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, non si chiude in una città, facendo di questa il suo regno distinto, contrapposto al mondo. Non se ne sta a Nazareth al sicuro tra i suoi, va per città e villaggi, si espone all’imprevedibilità della strada e degli incontri. Imprevedibilità bellissima perché è la vita, ma quando uno ha paura della vita se ne sta tappato in casa. Ma la salvezza è per pochi, è impegnativa ed esigente, tanto che la ottengono solo alcuni puri e perfetti. Forse quell’uomo lo chiedeva perché aveva sbagliato, si era ritrovato lontano dal Signore e quindi temeva di essere escluso. Questo capita a me. Quelli incerti attraversati da dubbi che si scoprono contraddittori o che provano paura e incertezza, si salvano. Gesù non dà una risposta falsamente rassicurante, minimizzando i problemi per farci star tranquilli. Non fornisce uno dei tanti tranquillanti narcotici per addormentare l’inquietudine senza cercare e trovare la risposta e quindi senza sforzarsi. Gesù aiuta quell’uomo e tutti noi a superare le difficoltà ricordando che la porta è stretta. Lui per primo, come abbiamo recitato nell’orazione, passerà per la porta stretta di non salvare se stesso, ma di amare fino alla fine. Nessuno è già dall’altra parte della porta, dipende da noi attraversarla, ma nessuno è anche così lontano peccatore da essere escluso.

Anzi, gli ultimi, i più lontani, i peccatori, gli umili, la cercano e la attraversano da Oriente, da Occidente, da settentrione, da meridione. La porta è stretta per chi ha una valutazione alta di sé, per chi si è lasciato gonfiare dall’orgoglio, che gonfia, che è una meraviglia. Per chi ha messo il cuore nei tesori di questo mondo, per chi pensa che tutto è un diritto. Quante volte abbiamo cantato, e siamo a due, che “la porta sarà chiusa per il ricco e per il forte, per tutti quelli che non hanno amato – poi potreste continuare voi perché penso che è abbastanza familiare – Per chi ha giocato con la morte, per gli uomini per bene, per chi cerca la sua gloria, per i grandi della storia”. E guardate che ci vuole davvero poco per credere di esserlo, perché l’adulatore sa fare il suo mestiere, ci fa credere di star bene con il denaro, con il potere che deforma tanto anche chi ce l’ha, soprattutto a tal punto che si dimentica chi è lui e a che cosa serve. L’adulatore intiepidisce il cuore, spegne le passioni, fa credere grandi perché possediamo o perché banalmente ci sentiamo al centro. Guardate, è proprio vero. A tutte le età, se non diventiamo come bambini, non passiamo quella porta e ci teniamo la nostra grandezza, l’amore che non abbiamo voluto donare. Se non vendiamo la nostra casa per acquistare il campo dove è nascosto il tesoro più prezioso di tutti e che rende prezioso tutto anche noi, anche il non avere nulla, restiamo soli. Se non abbiamo avuto sete di giustizia. Se non affrontiamo la persecuzione come i tanti martiri, i nostri contemporanei, se non gettiamo nella terra il seme della nostra vita, questa resta sola, vana. Se non piangiamo nella notte, come chi aspetta l’aurora della pace o la consolazione per chi è nel pianto, non troveremo noi la gioia della pace e della consolazione. E per questo la porta è aperta per tutti quelli che sono diventati un mattone che hanno amato come potevano e hanno donato la vita trovandola. È la tavola dell’amicizia che hanno vissuto sulla terra e che diventa quella del cielo dove è il padrone stesso che si mette a servire perché lui per primo ci ama, ci vuole amati e amanti.

Insomma, fratelli e sorelle diventiamo come bambini perché lo spirito rende nuovo anche ciò che è vecchio, come viene detto a Nicodemo. Costruiamo case di fraternità. Nel 1987, finisco, Giussani diceva: “L’uomo di oggi attende forse inconsapevolmente l’esperienza dell’incontro e quello è reale, l’incontro con persone per le quali il fatto di Cristo è realtà così presente che la vita loro è cambiata“, continua Giussani. “È un impatto umano che può scuotere l’uomo di oggi, un avvenimento che sia eco dell’avvenimento iniziale. Quando Gesù alzò gli occhi e disse: “Zaccheo, scendi subito, vengo a casa tua“”, e continuava Giussani: “Costruttore di fraternità, bene così prezioso nel quale capiamo la pietra d’angolo che rende stabile con la sua parola la nostra casa”. Se uno ha scoperto la verità reale avanza tranquillo in ogni tipo di incontro, sicuro di trovare in ognuno una parte di sé.” Quanto è importante? “Si è trascinati da un totalizzante stupore del bello”, per trovare in ognuno una parte di sé. È dalla bellezza che nascono continuamente immagini di possibilità insospettate per riparare le case distrutte e costruire di nuove. Questa apertura fa trovare casa propria presso chiunque conservi un brandello di verità e a proprio agio dovunque. Ecco, ecco perché siamo qui e ringraziamo il Signore. Senza il mattone non siamo noi stessi. E siamo alla terza. Molti di noi da giovani cantavano mattone su mattone. Solo così anche da grandi e direi anche da vecchi, ma solo mattone su mattone, con pazienza e disponibilità, pensandoci insieme, continua a venire su una grande casa. È venuta su una grande casa di tanti mattoni dove noi abbiamo incontrato il Signore che non smette di voler abitare con noi, come diceva Giussani, e troviamo un pezzo di noi. I tanti che nel deserto del mondo e nel deserto dei cuori, perché il deserto entra dentro, cercano Dio, la sua verità di amore, possano trovare una casa, ascoltare e vedere, vivere il segreto della sua presenza che ci fa spalancare la porta e guardar fuori e capire che fare a metà del tempo –  come si cantava – e vuol dire raddoppiarlo mattone su mattone perché la speranza richiede pazienza, ma anche il nostro insostituibile mattone e ne capiamo solo così il valore. Casa dove tutti possano sentirsi amati, casa di fratelli tutti e incontrano l’amore di Gesù che anticipa quello dove abiteremo insieme. Quella del cielo. E così sia. Grazie.

Data

24 Agosto 2025

Ora

11:00

Edizione

2025

Luogo

Auditorium isybank D3
Categoria
Incontri