QUALE FUTURO PER IL SUD - Meeting di Rimini
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QUALE FUTURO PER IL SUD

Quale futuro per il Sud

A cura dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Partecipano: Luigi Marattin, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Giorgio Quagliuolo, Presidente di CONAI; Fabio Rampelli, Vice Presidente della Camera dei Deputati; Barbara Saltamartini, Presidente della X Commissione (Attività Produttive, Commercio e Turismo) della Camera dei Deputati; Roberto Speranza, Coordinatore Nazionale di LeU; Giorgio Vittadini, Presidente Fondazione per la Sussidiarietà. Introduce Sandro Bicocchi, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

 

Trascrizione non rivista dai relatori

QUALE FUTURO PER IL SUD

Martedì 21 agosto 2018
ore 11.30

Partecipano:
Luigi Marattin, Deputato al Parlamento Italiano, PD; Giorgio Mulè, Portavoce di FI; Giorgio Qua-gliuolo, Presidente di CONAI; Fabio Rampelli, Vice Presidente della Camera dei Deputati; Barbara Saltamartini, Presidente della X Commissione (Attività Produttive, Commercio e Turismo) della Camera dei Deputati; Roberto Speranza, Coordinatore Nazionale di LeU; Giorgio Vittadini, Presi-dente Fondazione per la Sussidiarietà;

Introduce:
Sandro Bicocchi, Vice Presidente Fondazione per la Sussidiarietà.

SANDRO BICOCCHI
Buongiorno, benvenuti a questo incontro, secondo incontro promosso insieme all’intergruppo per la sussidiarietà, che segue quello di ieri che ha visto la partecipazione di parlamentari iscritti ap-punto all’intergruppo e la presenza del Governo con il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Presen-to subito gli ospiti di oggi partendo dall’onorevole Luigi Marattin, che vedete alla mia destra, l’onorevole Speranza, la Presidente Barbara Saltamartini, il Vice Presidente Rampelli, alla mia sinistra e poi scopriremo nel corso dell’incontro la presenza del Presidente del CONAI dottor Qua-gliuolo che vedete a fianco al Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Vittadini, presente anche ieri all’incontro appena citato. Come ho ricordato questo incontro che segue quello di ieri che per chi era presente ha avuto modo appunto di ascoltare anche le ragioni della riproposizione, della ricostituzione dell’intergruppo per la sussidiarietà, qui in platea c’è uno dei promotori pro-prio all’inizio l’onorevole Maurizio Lupi che saluto e ringrazio per aver rilanciato e fatto ripartire l’intergruppo, in questo momento appunto le considerazioni che sono state fatte da oramai credo oltre duecento parlamentari che hanno aderito e che hanno poi pubblicato un manifesto che si sono dati e che hanno redatto proprio per spiegare le ragioni di questo impegno trasversale, quin-di interparlamentare appunto come dice il nome, sul Corriere della Sera apparso qualche giorno fa, proprio il manifesto prende le mosse dalla considerazione che oggi nel mondo globalizzato non ci sono isole, nessun paese è un’isola, tantomeno il nostro paese, e che quindi non si può soltanto da un lato assistere passivamente a ciò che sta avvenendo anche a livello economico, e cioè il fatto che ci siano dei paesi che un tempo erano paesi cosiddetti in via di sviluppo che oggi giustamente e legittimamente stanno crescendo, assorbono risorse e producono anche ricchezza e occupano degli spazi che prima erano occupati soltanto da alcuni di questi paesi più sviluppati, e questo è un dato di fatto e non se ne può…, dall’altro ci sono anche delle considerazioni che questi parlamentari hanno scritto all’interno di questo documento che riguardano delle crisi strutturali che ci sono state negli ultimi decenni, una su tutte, che poi invito a cercare il documento che comunque è pubblico, un indebolimento, ieri il sottosegretario Giorgetti parlava, se non ricordo male, di sclerosi dei cosiddetti corpi intermedi, di queste aggregazioni, di queste realtà: sindacati, associazioni d’imprese e quant’altro, che negli ultimi decenni hanno contribuito invece alla saldatura sociale, che hanno contribuito alla prosperità e al successo anche del nostro paese, e che quindi non sono più questo collante e c’è un momento di difficoltà. L’intergruppo ha individuato alcuni temi che partano appunto da questo recupero dell’impostazione sussidiaria, tra questi temi ce n’è uno in particolare che è l’oggetto dell’incontro di oggi e che è il Sud. Gli altri velocemente ve li cito: sono le Imprese, l’Emergenza Educativa, tanto ripresa ieri anche dal sottosegretario, ma dagli altri partecipanti, l’accentuazione sul nuovo sistema di Welfare e la necessità di rivedere il sistema dell’istituzione dell’autonomia. Venendo nel merito dell’incontro di oggi il Sud e quindi quale futuro per il Sud, prima di dare la parola al Presidente Vittadini, che prenderà spunto nella sua introduzione per favorire il dibattito dal Rapporto che la Fondazione per la Sussidiarietà ha pubblicato quest’anno, tra l’altro uno dei curatori è qui, vedo il professor Brugnoli, l’altra è la professoressa Garrone insieme ad altri, a tanti altri esponenti sia del mando accademico che politico, sottolineo questo cioè io penso che il Presidente Vittadini poi lo dirà meglio, lo preciserà, lo esplorerà, occorre sicuramente un cambio di punto di vista nell’affronto del tema del Sud, quindi non più come un’area periferica ma come centro di un nuovo sistema globale, appunto riprendendo quanto detto in precedenza, occorre anche un cambio di metodo, ieri è stato detto da più relatori, in particolare dal sottosegretario Giorgetti, che occorre avere un sistema differenziato anche a livello regionale, e qui probabilmente il rapporto lo dice sarebbe interessante il dibattito magari anche su questo, passare dalla puntualizzazione del federalismo fiscale a una sorta di federalismo culturale, quindi una differenziazione, un regionalismo differenziato anche per diversità culturali, e poi c’è un tema, ed è il motivo per il quale abbiamo invitato anche il Presidente di CONAI, che c’è un filo conduttore che sta emergendo, che potrebbe essere utilizzato come chiave di sviluppo, che è l’enorme attenzione al tema della sostenibilità che in questi ultimi anni, diciamo l’ultimo decennio, sta diventando anche un punto fondamentale del businness di molte aziende che quindi potrebbe, coniugato col principio di sussidiarietà, dare impulso a questa ripresa del Sud. Detto ciò, io passerei la parola a Giorgio Vittadini per la sua relazione introduttiva ai lavori di questa mattina.

GIORGIO VITTADINI
Allora, adesso facciamo partire le slides, ecco. La relazione mette in luce, sintetizzando il Rapporto, due cose, che l’emergenza del Sud, ma anche la grande possibilità che certe condizioni si stanno verificando, mettono come possibilità di cambiamento. Cominciamo da un primo livello, la crisi demografica, vediamo innanzitutto la popolazione residente al Sud oggi e quella prevista fra vent’anni, vediamo questa diminuzione in addirittura un milione e mezzo di persone, che vuol dire anche invecchiamento della popolazione, vuol dire anche, andando avanti ancora nel tempo, pensate, una diminuzione di cinque milioni di persone in cinquant’anni, e un aumento dell’età media da 43 a 51 anni. Voi sapete che cosa vuol dire la crisi demografica? Vuol dire anche una crisi economica perché se lavora meno gente c’è meno gente che può mantenere le persone anziane, c’è meno gente che può investire nell’educazione, c’è mancanza di risparmio, c’è impoverimento. Quindi vuol dire che abbiamo già una condizione che è una condizione pesante di crisi verticale. Secondo tema, questo è anche un depauperamento del capitale umano, vuol dire una…, voi sapete che ormai è entrato in vigore la valutazione delle scuole, viene fatto a livello internazionale e anche a livello nazionale con l’Invalsi, e purtroppo noi abbiamo dei rendimenti qualitativi che sono al Sud inferiori a quelli del Centro e del Nord, e inferiori della media Ocse. A questo si aggiunge che la percentuale dei giovani che abbandonano gli studi è maggiore al Sud che al Nord, meno quelli con l’istruzione universitaria e la percentuale dei laureati è ancora peggiore. E allora voi capite che uniamo al tema del depauperamento la mancanza della classe dirigente, una minore persone istruite, e oggi l’istruzione fa rima con economia, meno istruzione meno economia. E oltre a questo c’è anche un nuovo fenomeno che ha ormai una rilevanza statistica, la migrazione interna. Milano che non era una città di fuori sede, oggi è una grande città di fuori sede molti meridionali perché i giovani migliori emigrano dal Sud al Nord non perché le Università del Nord siano mediocri, anzi sono Università con enormi tradizioni e anche enorme valore, ma con l’idea di aver paura di perdere il lavoro studiano al Nord o fanno la specialistica al Nord, questa è tutta gente che non contribuirà allo sviluppo del Sud. Povertà, il tasso di povertà assoluta e il tasso di povertà relativa, pur ridotto, è molto superiore a quello del Centro e del Nord. E a livello territoriale è in aumento nelle periferie delle aree metropolitane nei comuni con più di 50.000 abitanti, si verifica in piccolo quello che si riverifica a livello mondiale che le nuove povertà sono le aggregazioni cittadine, come nelle grandi megalopoli dell’Africa, in piccolo questo si verifica anche al Sud. E tema dell’occupazione che per il 44,8%, 20% in meno del centro Italia e nord Italia, peggiore in Europa con un tasso di disoccupazione molto più alto. Quindi vedete che mettiamo insieme la crisi demografica, la crisi di capitale umano con l’emigrazione, la povertà, l’occupazione, che soprattutto è a livello giovanile, che pur diminuita è al 46%, siamo sempre al 15% più del Centro e del Nord, dice la situazione che esiste, aggiungo sull’emergenza giovani che il dato che dicevo prima del maggior abbandono sono un milione e 800.000, quel 60% di quelli che non lavorano e non studiano sono al Sud, e molti condividono ancora coi genitori o con uno di essi lo stesso tetto, non si staccano, il 67% dei giovani celibi e nubili. Allora, detto questo uno si potrebbe mettere le mani nei capelli questo è un indice che abbiamo costruito in cui si vede anche la differenziazione territoriale perché il Sud non è omogeneo, ci sono zone, quelle più scure che sono migliori, l’Abruzzo, certe zone della Puglia, certe zone della Sicilia, altre in cui la situazione è molto peggio, quelle più chiare. Allora, a questo punto cosa fare? Uno direbbe è una crisi verticale se non mettiamo mano a qualcosa di radicale. Al di là dei temi di attualità e di breve periodo, reddito di cittadinanza o altro, noi abbiam chiamato Federico ll l’ipotesi di intervento che è possibile, cioè innanzitutto una questione che vuol dire l’idea del Sud centro del Mediterraneo, perché Federico ll, come sapete, l’Imperatore, nato a Iesi, però lui era tedesco, che portò la capitale dell’Impero a Palermo, intuendo allora che quella era l’area centrale dell’Europa, l’area di incontro tra Ebrei, Musulmani e Cristiani, un’area che poteva avere un’importanza enorme. Il nostro Sud è al centro, anche geograficamente, di una zona di paesi il cui invece tasso demografico è tale per cui il 50% della popolazione è sotto i trent’anni, tutti paesi che vogliono svilupparsi, e l’interscambio che noi abbiamo con questi paesi è più alto di quello con la Cina, c’è tutto il tema terrorismo o altro, ma questi sono paesi in cui noi questi sono i punti centrali, ma adesso dirò anche altri aspetti. C’è innanzitutto un fatto strano in questa prima ripresa economica, mini ripresa di questi anni, è stata più al Sud che al Nord, e l’esportazione, domanda interna, pil, aumento di turisti, start up innovative, allora perché questo piccolo flebile segno può essere strutturale, come? Allora, appunto dicevo, se noi, mi rifaccio a quello che veniva detto ieri, per esempio all’onorevole Romeo che parlava della sussidiarietà verticale, poi ripreso anche da Giorgetti, da Del Rio, da tutti, dalla Gelmini, noi possiamo pensare a un’Italia unita però differenziata, in cui il Nord dialoga con la Mitteleuropa, ma il Sud va a trovare le sue qualità in questa situazione, per quali ragioni: primo, c’è un fatto che si sa e non si sa, chi lo sa lo sa ma molti non lo sanno, negli ultimi anni è stato allargato Suez e quindi le grandi navi possono venire nel Mediterraneo, questo vuol dire che dopo cinquecento anni il Mediterraneo può tornare centrale, perché invece di fare il periplo dell’Africa le grandi navi che portano merci dal far east possono venire nel Mediterraneo, lo stanno capendo i tedeschi che attraverso tutta la questione della Grecia si son presi i porti greci e i cinesi, c’era ieri sul giornale che vogliono prendere il porto di Trieste, cosa vuol dire? vuol dire che l’idea che tu puoi invertire il traffico e dire che con meno costi e meno tempo puoi portare le merci che vengono dal far east che adesso è industrializzato, verso il nord Europa. Certo che cosa c’è bisogno? porti, infrastrutture e ferrovie, perché se arrivi a Gioia Tauro e poi ti mancano i tre chilometri per arrivare alla ferrovia e non hai le ferrovie per i merci, non è che le ferrovie servono meno che gli autobus, cioè voglio dire le ferrovie servono per portare le merci eliminando anche la gomma con tutti i problemi che ha, questo vuol dire la possibilità che il Sud diventa centrale dal punto di vista dei commerci, oltre alla grande via della seta. Questo primo tema porti, infrastrutture. Energia, sapete tutta la polemica sulla Tap, ma noi abbiamo il 40% in più del costo dell’energia, qualcosa bisogna fare, e il Sud però può essere anche per le ragioni dette al centro oltre che il tema oleodotto, che si può fare anche senza distruggere gli olivi, perché abbiamo tutti i mezzi per farlo, gassificatori, e poi eolico, fotovoltaico, col sole che c’è, perché non lo sfruttiamo, per l’energia alternativa mi dicevano anzi che stanno proliferando le piccole imprese che lavorano in questo. Evidentemente questa è una grande occasione ancora strutturale. Terzo tema: Università del Sud, ma io l’ho detto più volte, se io fossi il ministro dell’istruzione o qualcosa, investirei, dico una cosa scandalosa, pagando borse di studio e soggiorno a tutti gli studenti del Nord Africa per studiare nell’Università del Sud, non per una particolare filantropia, ma per il fatto che se questi vengono a studiare da noi, invece di studiare a Parigi o a Londra, questi paesi si legano a noi, e noi abbiamo Università, pensate Palermo, pensate Napoli, pensate Lecce, pensate Catania, antichissime, con professori validissimi, vuol dire che noi possiamo diventare i formatori di questa gente, corso di inglese, corso di francese, queste non sono spese buttate via, sono investimenti che riqualificano la nostra università, perché uno dei temi dell’internazionalizzazione che non funziona è che noi parliamo sempre di quelli che vanno fuori, ma noi dobbiamo diventare paesi che prendono altri, e difficilmente oggi gli anglofoni o i francesi o i tedeschi vengono da noi, ma noi possiamo intercettare questa nuova generazione, e poi evidentemente investire nelle scuole per superare questi gap, perché i gap in un sistema che funziona non sono tra regioni, devono essere tra persone sulla base dello studio, della competenza e non tra regioni. Quarto tema, l’agricoltura di qualità, faccio un esempio, il Nero d’Avola, prima della crisi dell’etanolo, il vino del Sud era vino da tavola, poi, visto che nessuno lo comprava più, hanno inventato il vino di qualità, ma può essere, girando, presentando questo rapporto ho scoperto i consorzi di gente che produce gli agrumi di qualità, c’è lo zafferano o la liquirizia, c’è la possibilità di un’agricoltura di qualità che diventa alternativa usando le condizioni favorevoli, c’è una grande trasformazione in cui il meglio trasforma le colture estensive che si rifanno ai tempi dei Romani, a fare queste produzioni di qualità che possono andare in tutto il mondo, certo ci vuole anche qui un grosso investimento. Servizi forestali, la riqualificazione della foresta, dei parchi, che sapete benissimo che in America sono un enorme fonte di reddito. Turismo di qualità, ditemi un posto nel mondo dove c’è un mare bellissimo, un interno stupendo, il Pollino, l’Aspromonte, il Gran Sasso, la Maiella, ecc., poi avete arte, in America l’archeologia è un cucchiaio del ‘700, qui vuol dire che tu vai fino ai Fenici, quindi vai in montagna, vai al mare vedi arte di tutti i secoli, barocco. Tutti i parchi che abbiamo cominciato a costruire, la cucina, la tradizione. Ma voi capite che qui noi potremmo intercettare il turismo migliore del mondo, certo abbiam bisogno anche qui di infrastrutture, come diceva un operatore turistico calabrese, lui, da quando ha fatto una convenzione con gli inglesi, ha bisogno di camerieri che sappiano l’inglese perfettamente, perché questi inglesi ogni giorni gli vanno a vedere la qualità, c’è un investimento anche in questo, ma pensate in formazione cosa vuol dire una cosa di questo tipo, perché dobbiamo prendere solo il turismo povero, possiamo intercettare il turismo migliore del mondo che nessuno ha, nessuno ha queste cose. E poi la rete di piccole e medie imprese, uno degli autori del Rapporto è Borgomeo, che oggi è il Presidente della Fondazione Sud che con Salverino de Vito diresse quel bellissimo progetto della legge appunto de Vito, che ancora adesso ha delle realtà che sono sopravvissute dopo i trenta, quarant’anni, oggi che oltretutto la soglia d’ingresso delle imprese è crollata perché un po’ di anni fa si diceva solo la grande impresa, oggi si è scoperto che la dimensione d’impresa non è un fattore di blocco dello sviluppo, ci sono piccole imprese di altissimo livello qualitativo, aiuto alle start up del Sud, di gente che usando anche i mezzi di internet può essere collegato in tutto il mondo sfruttando queste capacità, e quindi anche qui collegamenti infrastrutturali, logistici, uno di questi infrastrutturali certamente è il piano del digitale, abbiamo sentito Piacentini il primo giorno, questa è una cosa fondamentale, se non hai internet non ti muovi più. E la natalità evidentemente facendo questo Rapporto abbiamo scoperto che l’investimento per esempio in asili nido al Nord è dieci volte che al Sud, cioè è chiaro che tu devi aiutare la gente che fa famiglia, parlare di famiglia vuol dire secondo me e questo mette d’accordo tutti, anzitutto fare questi temi, assistenza famigliare, l’asilo nido, l’aiuto, perché è vero che, io sono il primo a pensarlo, che si fa famiglia se ci si ama, però evidentemente si fa figli anche quando si fa il conto di quello che si può portare. Allora voi capite che, voi chiedete i soldi, ma i fondi strutturali? girando per le regioni io ho scoperto usiamo meno del 5% dei fondi strutturali europei per incapacità organizzativa. Parlavo con Maninchedda, che è un assessore sardo che verrà a parlare domani, meno del 5%, noi abbiamo un sacco di soldi, se ci mettiamo d’accordo, se c’è un patto per lo sviluppo di tutte le forze, senza beccarsi come i polli di Renzo, per fare queste cose, poi ci si divide su tutto, io non sto dicendo che non ci vogliano inter-venti nel breve periodo di aiuto alla povertà, ma qui gli interventi strutturali di questo tipo do-vrebbero avere un patto come quello che c’è stato nel 1950, in cui PC, DC erano divisissimi ma si sono accordati su aiutare la crescita economica. Quindi voi capite che noi abbiamo una situazione di estrema criticità, ma abbiamo questa possibilità se ci si mette insieme, attori pubblici e privati, uno dei grandi temi è, anche adesso le autostrade sì no, ma dobbiamo collaborare, cioè il pubblico e il privato può andare insieme, è chiaro che il privato non può essere speculativo, il pubblico non può essere clientelare, ma si può mettere insieme il governo nazionale, amministrazioni regionali, università, rete d’impresa, realtà non profit, movimenti, associazioni. Questo tema, questo metodo della collaborazione, perché se si ha uno scopo comune si sa come collaborare, noi dobbiamo avere lo scopo comune di far uscire il Sud dal sottosviluppo, ma come capite non è per diventare, come dire…, succedanei. Chiudo con una battuta, tutti abbiamo deprecato la Cassa del Mezzogior-no, ma non dobbiamo dimenticarci che i primi vent’anni della Cassa del Mezzogiorno, la Cassa del Mezzogiorno funzionava, dopo è saltata, perché funzionava? perché allora c’era un accordo tra pubblico e privato, perché si lavorava assieme, e quindi non è che è sempre stato il punto in cui si costruivano delle imprese dove non si andava, come a Lamezia Terme, dove potete ancora andare a visitare questo investimento di mille miliardi per fare bioproteine che il giorno in cui si doveva cominciare a lavorare si chiuse perché scoprirono che erano cancerogeni, e adesso è rimasta solo la Silagum che è un’impresa nata proprio con la de Vito. Si può invece costruire insieme. Allora, secondo me, un tavolo come quello di oggi, è un auspicio per questo patto per lo sviluppo, che deve venire prima, secondo me, anche delle divisioni politiche, perché questo ha a che fare con un punto fondamentale del nostro paese.

SANDRO BICOCCHI
Grazie a Giorgio Vittadini il cui intervento mi da la possibilità di dire anche il ruolo che avrà la Fondazione per la Sussidiarietà di collaborazione e di supporto all’attività dell’intergruppo perché in questo caso uno dei punti, dei temi fondamentali che l’intergruppo ha individuato è il Sud, l’attenzione comune, la convergenza comune ha voluto che fosse proprio l’oggetto del nostro Rapporto della Fondazione per quest’anno, ma quello che faremo come Fondazione per la Sussi-diarietà è quello di dar corpo, da un lato verifica tecnica dall’altro anche verifiche di fattibilità delle idee che potrebbero emergere dal dibattito dell’attività dell’intergruppo per la Sussidiarietà. Gli argomenti sono tantissimi, i punti toccati da Vittadini altrettanto, sottolineo solo che nella relazione che ha fatto che sicuramente tecnica economica ci sono degli spunti anche pratici molto interessanti, c’è un richiamo anche al titolo del Meeting, perché lui ha fatto più volte riferimento a questa collaborazione, a questo ripartire dagli impressionanti dati sui giovani, ripartire dall’educazione, tema emerso molto ieri anche nel dibattito dei vostri colleghi che hanno parteci-pato all’incontro dell’intergruppo, ha parlato della Cassa del Mezzogiorno non come un tornare al passato ma come un esempio di collaborazione virtuosa tra pubblico e privato e quindi anche que-sto se è possibile, insieme alle argomentazioni e comunque a quello che voi vorrete affrontare nel vostro intervento, sarebbe interessante tenerlo in considerazione; con passione è stato fatto que-sto intervento, anche tecnicamente ricordo una battuta che nel suo intervento ha fatto ieri l’onorevole Toccafondi, quando ha parlato, che per lui la passione è il motore della politica, ma il desiderio è la benzina, no? Anche qui secondo me si potrebbe dire che la passione è sicuramente, parlare con passione diventa, è il motore anche di un progetto economico, di un progetto di rilan-cio per il sud, si deve partire dal reale desiderio di ciascuno, che non è quello della volontà dell’annichilimento dell’altro, ma della collaborazione. Io ringrazio ancora tutti voi per essere pre-senti e do la parola all’onorevole Marattin, che se non hanno sbagliato la scheda, è capogruppo della commissione bilancio del suo partito, del PD alla Camera, e quindi da uomo del sud, come l’onorevole Speranza, che infatti parlerà dopo, avranno il compito di introdurre come dire la di-scussione, essendo anche di quelle zone, quindi grazie della partecipazione, a Lei la parola.

LUIGI MARATTIN
Si, grazie, grazie dell’invito, graditissimo invito per discutere una questione fondamentale, devo dire difficile dire qualcosa di non detto sul sud, delle ragioni del suo mancato sviluppo, io ricordo uno dei primi contatti con la politica da bambino, sentivo spesso ripetere l’espressione: il sud deve diventare la piattaforma del mediterraneo, ricordo di chiedere a mio padre da piccolo, ma le piat-taforme pensavo fossero quelle solo dei tuffi, e chiedevo: ma cosa vuol dire esattamente? Ecco non sono per fortuna troppo vecchio, ma la mia età ce l’ho, sono passati un po’ di decenni e anco-ra siamo in tutti i programmi delle forze politiche, in tutti i discorsi ed in tutti gli approfondimenti, al concetto di sud piattaforma del mediterraneo, senza che in realtà policies concrete per attuare questa giusta preposizione siano mai state attuate. Come raccontare la storia del sud, che non è una storia di fallimento completo, è una storia come veniva efficacemente detto dal presidente, di isolati successi, ma di generale fallimento; e questo rende ancora più complicata la domanda sul come se ne esce, perché il fatto che vi siano delle eccellenze isolate, ma che non siano riuscite a tradursi in una eccellenza di sistema, ci fa chiedere perché e come fare e cosa fare, ce lo fa chiedere da decenni. Allora io mi concentrerò su una cosa, su quello che dirò non centrano soldi pubblici, io ho opinioni piuttosto eterodosse, sono convinto che quasi nessuno dei problemi dell’Italia oggi si risolva buttandoci sopra un sacco di soldi pubblici; consiglio la lettura, per chi non lo ha fatto, di uno splendido libro, di ormai qualche anno fa, credo si chiami Antonio Menna, un cronista del Mattino, si chiama “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”, è una storia immaginaria di due ragazzi di Napoli che hanno l’idea dell’Iphone, dell’Ipad, di quello che era, a Napoli ed è la storia di come questo progetto fallisce per una serie di impedimenti; nessuno di quegli impedimenti ha a che fare con la troppa poca spesa pubblica. Io faccio parte, come veniva efficacemente detto, non credo che la percentuale sia il cinque per cento presidente, però parte dei fondi strutturali europei e non solo non vengono spesi nel sud, quindi chi vi parla è convinto in maniera molto eterodossa che quasi nessuno dei problemi del nostro futuro abbia a che fare col fatto che si spende poco, ha a che fare col fatto che si spende male, ma soprattutto ha a che fare, e questo è il fallimento, se questa fosse una repubblica in grado di guardarsi allo specchio, userebbe questo tempo per capire come negli ultimi 25 anni, in quella che viene definita seconda repubblica, in un paese che cambia repubbliche senza cambiare costituzioni, ma è un fallimento in questi ultimi 25 anni, è il fallimento della riforma della governance pubblica, perché noi possiamo avere anche le idee migliori sulle policies da fare, che implichino o non implichino spesa pubblica, ma alla fine camminano sulle gambe di due cose: della governance pubblica, cioè delle istituzioni che governano i territori e della classe dirigente che riempie quelle istituzioni e se noi fossimo onesti intellettualmente in questa repubblica, ci guarderemmo indietro negli ultimi 25 anni e troveremo almeno due grandi fallimenti, penso siano molto di più, io ne dicevo ieri sera uno in tv, con un esponente dei 5 stelle, che diceva: allora state confessando che avete governato male, il discorso era un pochino più elevato, quello che dicevo era il fallimento dell’interiorizzare il passaggio culturale da stato gestore a stato regolatore, l’abbiamo sempre detto, un altro degli slogan degli ultimi 30 anni, non l’abbiamo mai veramente interiorizzato quel passaggio; è da lì che deriva il dibattito anche tragico di queste ore, su quello che è accaduto a Genova: lo stato quando è passato da gestore a regolatore non ha mai metabolizzato quel passaggio e quello che significava anche in termini di competenze per svolgere quella funzione pubblica. Ma quello su cui mi concentrerò è un altro fallimento: è quello di non aver creato un sistema di governance pubblica o se volete di federalismo efficiente: sono 25 anni che la parola federalismo ha debuttato nel dibattito pubblico di questa repubblica, da allora non c’è stato un esponente di destra, di sinistra, di centro, di mezzo, di lato che non abbia detto o abbia promesso, che non abbia, si sia riempito la bocca, riempito le sale di applausi col termine federale, noi possiamo e dobbiamo dire che dopo 25 anni quel progetto è stato un fallimento, in questo paese non si è creato un vero sistema federale, si è creato un sistema federale confuso, sghembo, i cui errori continuano, ripeto, sono di destra e di sinistra questi tipi di imperfezioni, la legge costituzionale di riforma del titolo V del 2001, sotto governo di centro-sinistra, la legge delega che recepisce quella riforma è del 2009 sotto un governo di centro-destra, i decreti attuativi di quella riforma sono stati fatti da entrambi dal 2010 in poi. Perché abbiamo costruito un sistema io lo chiamo di governance pubblica, federale nel senso di capire come i livelli di governo di questa repubblica stanno insieme, e cosa fanno, perché abbiamo sbagliato e perché non lo abbiamo fatto in maniera giusta? Perché abbiamo fallito nel capire e nell’attuare l’idea che un vero federalismo, ripeto, per federalismo intendo come stanno insieme i livelli di governo di questa repubblica, è tale solo se basato su due pilastri: autonomia e responsabilità. In questo paese gli autonomisti non vogliono essere responsabili e i responsabili non hanno nessuna voglia di essere autonomisti. Abbiamo interpretato male tutto questo, abbiamo pensato fra l’altro che federalismo significasse dire: ti do quante più materie possibili a livello decentrato. Non è questo il federalismo, perché guardate che anche il concetto di sussidiarietà cambia, non solo nel tempo, ma cambia a seconda delle dimensioni del mercato; perché funzionava la cassa per il mezzogiorno negli anni sessanta? Perché eravamo in un’epoca anche economica completamente diversa, questo è un paese che usciva dalla seconda guerra mondiale, come paese essenzialmente agricolo, che doveva ancora percorrere gli stadi di sviluppo che stanno percorrendo con velocità molto più avanzata altri paesi adesso; a un certo punto in questo paese, dopo aver fatto il miracolo economico, si è rotto qualcosa a fine anni sessanta e allora abbiamo coperto quello che si era rotto negli anni settanta, con la svalutazione e con l’inflazione, negli anni ottanta col debito pubblico, negli anni novanta quando non potevamo usare nessuna di queste tre, sono cominciati i problemi e da allora la produttività ha smesso di crescere, ma la sussidiarietà stavo dicendo, cioè cosa un livello di governo decentrato può fare meglio di quello superiore? Dipende dalla dimensione del mercato: alcune politiche, come quelle ambientali, sono sempre state fatte meglio a livello centrale per ovvie ragioni, per l’esternalità che producevano, ma altre politiche, con l’allargarsi delle dimensioni del mercato e questo è stato lo shock che in questo paese non abbiamo mai digerito, a metà anni novanta, quando il mercato diventa globale, non l’abbiamo mai capito che erano i nostri comportamenti a dover cambiare, ma ancora del nostro modo di fare impresa, di fare banca, di fare pubblica amministrazione, di fare scuola, di fare università, di fare politica, non abbiamo mai capito, pensavamo fosse una nottata che doveva passare e ancora adesso la maggior parte delle offerte politiche in giro per il mondo e in giro per il paese ci dicono che quel cambiamento non è mai avvenuto, in realtà non è vero che ti devi adeguare ad un mondo globale, oppure se è vero, ti proteggo io, ti proteggo nel senso che ti isolo da quella necessità di cambiare; nessuno dice che quel cambiamento, non solo è ineludibile, ma è migliorativo se sappiamo costruirlo, governarlo e accompagnare i soggetti più deboli a quel cambiamento. Allora le politiche del lavoro, le politiche industriali, poteva essere sensato nel mondo di allora, farle gestire a livello più vicino possibile al cittadino, adesso no, perché le interconnessioni della nostra economia e il modo in cui funzionano i processi produttivi, fanno si che alcune materie sia più efficiente farle a livello centrale che a livello locale, ma questo ci rende meno federali? No, perché un sistema federale efficiente di riforma della governance pubblica non è quello che dice: più roba ti do, alla regione meglio è, e fatemelo dire anche in questa regione che è la mia regione, in realtà sono nato nel sud, ma ho vissuto quasi tutta la vita a Ferrara, non sono fra quelli entusiasti di quello che sta avvenendo con l’articolo 116 della Costi-tuzione col regionalismo differenziato. Non sono tra quelli entusiasti perché non credo che un nuovo federalismo significhi dire che su quindici regioni a statuto ordinario, tredici com’è adesso, hanno fatto domanda ognuno per conto suo, per gestirsi un pezzo di roba, ognuno come vuole, non è quello il livello di federalismo ordinato che personalmente io sogno. Allora qual è quello che sogno? Un federalismo in cui vadano di pari passo autonomia e responsabilità, in cui io ti delego poche materie, perché ripeto il concetto di sussidiarietà è cambiato nel corso del tempo e con l’allargarsi delle dimensioni del mercato, ma su quelle che ti delego sei responsabile unicamente tu, non è un caso se nella lingua italiana, la parola accountability non è traducibile: ce ne vogliono due o tre di parole, cioè io devo rendere conto a qualcuno di quello che faccio. Questo è un siste-ma federale: io ti delego le materie che è giusto delegarti, ti fornisco gli strumenti fiscali su cui tu hai piena sovranità e così adesso con la fiscalità comunale, di cui ogni tassa c’ha una parte di gettito che va allo stato, una parte che va qui, un sacco di regole, un sacco di vincoli, io sogno un sistema in cui un sindaco, un presidente di regione abbia uno o due strumenti fiscali e ci può fare quello che vuole, abbia quattro o cinque competenze, ma che siano esclusive su quel pezzo, in modo che sia lui il responsabile di quello che fa, sia lui il responsabile di avere evitato che Antonio Menna faccia un altro libro fra qualche anno su cosa sarebbe successo se il prossimo Steve Jobs fosse nato a Catania o a Palermo, e in cui il cittadino può identificare benissimo i livelli di governo e chi fa cosa. Non siamo in questa situazione! Perché quando, vi parlo da ex presidente della commissione sui fabbisogni standard, (gli abbiamo portati al 45%, da zero, i fabbisogni standard), ma su questo la risposta che avevamo da parte di comuni del sud e del nord, non era: è uno strumento giusto per ridistribuire, la risposta era: è uno strumento giusto se alla fine tiro una riga e c’ho più soldi di prima! Ed allora lo vedete che abbiamo fallito nel coniugare autonomia con responsabilità? quando un comune va in dissesto non ne sopporta le conseguenze politiche, dice che è colpa dei mercati finanziari e della BCE; è il caso di un grosso comune del sud che anche in questi giorni, anche col decreto dignità ha avuto una generosa mano, ma siccome non vuole accettare l’idea che, se tu sfasci le finanze pubbliche, (speriamo che parliamo di comune, non fra qualche mese di qualcos’altro), la colpa è tua, non è della BCE, non è dei mercati finanziari, non è di qualche sadico che ti sta facendo fallire, allora chiudo perché l’ho fatta troppo lunga, quindi ripeto, ogni livello di governo deve avere le sue competenze specifiche, quelle nel mondo post-globalizzazione, è giusto, equo ed efficiente che abbia, non quante più possibili, riconoscerete nelle mie parole un pezzo della ratio che ci ha guidato per il referendum costituzionale del dicembre 2016, perché non è più tempo di competenze concorrenti, un po’ lo faccio io, un po’ lo fai tu, così vuol dire che se va male ti prendi la colpa tu, se va bene mi prendo il merito io, non è più il tempo, le sfide che abbiamo davanti, sono troppo forti per avere elementi di ambiguità del genere. Allora ogni livello di governo ha le sue competenze, i suoi strumenti fiscali esclusivi e i fondi perequativi perché è evidente che le disparità del nostro territorio devono far sì che ognuno parta dalle stesse condizioni di partenza, ma anche su questo l’esperienza di questi anni che pur è stata fantastica dal punto di vista di dove partivamo, non c’ha creato quel paese quell’humus culturale di prontezza per una riforma del genere, questo e chiudo, è un paese in cui gli autonomisti sono pronti anche a essere responsabili e i responsabili sono pronti anche a essere autonomisti? Se non lo fosse e io spero davvero che lo sia, allora il problema è un altro, perché come vi dicevo prima, non servono sempre soldi in più, serve la riforma della governance pubblica, delle istituzioni pubbliche efficienti ed adeguate al tempo che viviamo e uomini e donne che le possano riempire: cioè classe dirigente, allora il problema è che in questa repubblica, forse un altro dei fallimenti della cosiddetta seconda repubblica, è che abbiamo perso i processi di formazione, selezione e ricambio della classe dirigente e quando siamo stati tentati dal ricambio, l’abbiamo fatto senza aver formato e selezionato la classe dirigente, forse parte del problema sta qui, ma questa come dire è un’altra storia, è un altro dibattito. Grazie.

SANDRO BICOCCHI
Ringrazio l’onorevole Marattin, sicuramente ha introdotto con riferimento all’oggetto dell’incontro di oggi c’è il sud, e quale futuro per il sud, due temi importanti e centrali, appunto quello che diceva lui, quello della governance pubblica e delle istituzioni, ricordo che uno dei punti proprio del manifesto dell’intergruppo è quello legato alla ripresa della discussione su istituzioni e territorio, quindi ha anche anticipato sicuramente uno degli incontri che in altri contesti sono convinto che l’intergruppo promuoverà su questi temi. Accenno interessante anche alla dimensione verticale della sussidiarietà ed alla sua dinamicità, intendo proprio il principio della sussidiarietà, esiste anche alla dimensione orizzontale che è quella diciamo, che ci è più, non più, che ci è cara altrettanto, ma anche qua meriterebbe anche un’altra discussione, ma io condivido molto le osservazioni che Lei ha fatto. Do la parola adesso a Roberto Speranza, l’onorevole Speranza, che è coordinatore di articolo 1 MDP, che si costituirà in LEU a fine anno, membro appunto dell’integruppo, ed in tale veste la invito a fare la sua relazione, la ringrazio per aver accettato l’invito, no, mi permette anche di ricordare un altro importante promotore dell’intergruppo che non è potuto essere presente, ma che è del suo gruppo, che è l’onorevole Bersani, che insieme appunto all’onorevole Lupi, ormai nel lontano 2003 diedero vita all’intergruppo della sussidiarietà.

ROBERTO SPERANZA
Bene, grazie, grazie a voi per questo invito, credo che l’intergruppo sia molto utile e chiaramente a partire dalle differenze che ci sono di orientamento, forze politiche di sinistra, di destra di centro, e che questo dialogo nelle differenze, non possa che farci bene. Il tema di oggi credo sia uno dei temi centrali che riguarda il futuro del paese e su cui credo che ancora il paese e la comunità nazionale e l’opinione pubblica non è riuscita a fare quel salto di qualità di cui ci sarebbe bisogno. Io proverò a dire molto rapidamente alcune cose, punto primo: io credo che dovremo lavorare insieme anche nelle differenze per affermare un primo punto decisivo, e cioè che non c’è nord senza sud e non c’è sud senza nord. Guardate può sembrare banale o scontato, ma in realtà non è così, perché sia a nord che a sud si tende ad avere un pezzo dell’opinione pubblica che costruisce una dinamica e una dimensione che va in termini opposti rispetto a quello che ho appena detto, lo abbiamo visto in molti pezzi del dibattito pubblico italiano, a nord per esempio, l’idea che il nord potrebbe essere il posto più ricco e più felice del mondo, è che invece non lo è perché c’è un sud palla al piede, che in qualche modo non gli consente di prendere il volo e di essere l’economia e il pezzo d’Italia più prospero, addirittura d’Europa; e al sud si commette spesso un errore speculare e cioè immaginare che anche il sud pieno di risorse, con quest’ambiente straordinario, con queste risorse naturali e non solo, anche culturali, potrebbe tranquillamente essere un posto di straordinario rilievo, ma purtroppo non ci riesce perché c’è un nord predone, che sta li a togliergli risorse. Io penso che questi due pezzi di discussione pubblica, che hanno avuto un peso nel nostro paese, siano specularmente i due nemici che noi dobbiamo provare ad abbattere. In realtà questo gruppo di lavoro ha un senso se parte dall’affermazione da cui sono partito io, e cioè il paese ce la può fare solo dentro una sinergia e dentro una collaborazione proficua e uno scambio proficuo tra nord e sud che si tengono insieme, si tengono per mano e non mai l’uno contro l’altro. La fotografia è stata fatta, la fotografia dei numeri l’abbiamo vista anche qui stamattina, è una fotografia drammatica, io voglio usare un termine che può sembrare forse eccessivo, un po’ forte, ma che ritengo abbia un fondo di verità, dentro quei numeri si può usare probabilmente la parola scissione, è una scissione silenziosa, quando i numeri degli asili nido sono quelli, quando i livelli delle infrastrutture sono quelli, quando la differenza della qualità della cittadinanza è così forte, io non riesco ad immaginare un termine diverso da quello di una scissione silenziosa in cui resta sicuramente il nostro tricolore, il nostro inno nazionale, ma rischiano di diventare gusci vuoti, dentro cui alla fine non c’è nulla se sono due paesi così diversi. Io penso che questo sia un punto su cui riflettere, su cui le classi politiche nel loro complesso, dovrebbero provare a ragionare e a immaginare soluzioni possibili, anche qui non c’è tempo stamattina in pochi minuti, di individuare soluzioni salvifiche che risolvano tutti i problemi, io però voglio provare a dire alcune cose condividendo anche quello che è stato detto finora in questa mattinata: io penso che il sud abbia bisogno al tempo stesso, e questa può apparire una contraddizione, di più stato e più mercato, ma come più stato e mercato? Può sembrare appunto una contraddizione se c’è più stato, c’è meno mercato, se c’è più mercato, c’è meno stato, invece io credo che nel sud ci sia bisogno di più stato e di più mercato al tempo stesso, quando dico più stato che cosa intendo? Intendo per esempio più lotta contro la criminalità organizzata, contro le mafie, sempre e comunque perché con le mafie il sud non crescerà mai, ed è un grande tema che ci riguarda, su cui credo dovremmo abbassare le bandierine della nostra polemica politica quotidiana e provare a capire come insieme si dà una risposta a questo grande tema e poi più stato significa più infrastrutture, più infrastrutture migliori, ancora per andare da Napoli a Bari è una cosa difficilissima, io sono lucano, per venire qui c’ho messo 6-7 ore per arrivare, ancora con mille difficoltà e con mille problemi, e poi più stato significa per me più investimenti nella formazione, nella scuola, nell’università pubblica, e poi più investimenti nella sanità pubblica, in un tempo in cui la sanità rischia di non essere più universale, su questo mi piacerebbe parlare di più, ma quando lo stato non ti garantisce una sanità pubblica di qualità e quando centinaia e centinaia e direi migliaia e migliaia di famiglie meridionali sono costrette ad andare negli ospedali del nord per curare i propri cari, ebbene siamo di fronte ad un dramma vero di questo nostro paese e allora più stato per me significa questo: lotta alla criminalità, significa soldi per infrastrutture, significa scuola e università pubblica, significa sanità, significa lotta contro le diseguaglianze. Eppoi dico più mercato, perché dico più mercato? Perché la storia del mezzogiorno è una storia in cui lo stato c’è stato, ma c’è stato spesso in modo sbagliato, io penso, dico a Luigi, che ci sono state tre grandi fasi di intervento pubblico nell’economia meridionale: la prima è quella della cassa del mezzogiorno, negli anni ‘50 sostanzialmente, la seconda quella degli anni settanta, con la nascita delle regioni, e la terza quella degli anni novanta, quando sono arrivati i soldi europei; tre grandi momenti in cui il rubinetto dei soldi pubblici è arrivato in modo molto proficuo, molto grosso e molto consistente nel mezzogiorno, il punto è però come sono stati spesi questi soldi? Sono stati spesi troppo spesso sviluppando uno scambio spesa pubblica-consenso, chi gestiva le cose, chi governava, aveva in mano questi rubinetti di danaro e gli utilizzava più per costruire consenso, che per costruire sviluppo. E’ chiaro che questo modello qui, che comunque ha portato il nostro paese un po’ alla volta a crescere, e lo stesso mezzogiorno a fare qualche passo avanti, oggi non può più reggere! Ed è questo il cambiamento culturale che noi dobbiamo fare! Lo dico ancora una volta da meridionale, un cambiamento culturale fortissimo! E allora quando dico più mercato intendo questo: meno intermediazione politica, più premialità dirette, più meccanismi diretti, che non consentano appunto questo perpetuarsi di uno scambio spesa pubblica-consenso che non porta da nessuna parte. Ultimi due flash velocissimi: il sud di cos’altro ha bisogno? Anche qui: io credo che abbia bi-sogno di cambiare, non solo di un aiuto, di un sostegno, di investimenti, di infrastrutture, le cose che dicevo prima, ma abbia bisogno anche di cambiare la modalità di porsi, di rappresentarsi, di raccontarsi, e anche qui che cosa è avvenuto negli anni? È avvenuto che troppo spesso si è imma-ginato che dovesse arrivare una persona, una personalità, sui territori a livello nazionale con una bacchetta magica, con funzioni salvifiche, è un po’ quest’idea tutta meridionale, di un salvatore della patria, che ti arriva e ti risolve il problema, e invece il sud che io sogno, permettetemi di dirlo, è un sud che ricominci a coltivare virtù anti-eroiche, permettetemi anche qui, è un termine un po’ forse diverso rispetto a quelli che spesso si ascoltano; virtù anti-eroiche che significa? Significa che non si ha bisogno di sciamani, non servono salvatori della patria, ma servono persone perbene, comuni, che hanno a cuore la propria terra e che ogni giorno fanno il proprio lavoro al servizio della comunità, di questo ha bisogno il sud, di coltivare virtù anti-eroiche, esattamente il contrario della proiezione pubblica che spesso la politica da in questo paese. E allora permettetemi di chiudere in un istante, in questo quadro drammatico, provando a segnalare l’idea di qualche buon esempio che ce la fa, è vero che nel mezzogiorno ci sono tante cose che non vanno, tanti drammi in queste ore un dibattito a tratti surreale, su una delle più grandi industrie del paese qual è l’ILVA, che ci mette di fronte ad un bivio incredibile, inaccettabile, diritto al lavoro da una parte, diritto alla salute e diritto all’ambiente dall’altra, ma che paese è un paese costretto a scegliere tra il diritto al lavoro e il diritto all’ambiente e alla salute? Ma dentro questo contesto io penso che esiste anche la possibilità di cambiare e di farcela e voglio concludere, mi permetterete anche con un tratto di piccolo campanilismo, in questa sede, ricordando l’esempio di una città del mezzogiorno, che è una città che mi sta particolarmente a cuore, perché è una citta della mia regione, che è la città di Matera, Matera negli anni cinquanta veniva definita la vergogna d’Italia, perché si viveva nelle grotte, nei sassi e spesso non ci vivevano solo persone, non dobbiamo cancellare il passato da cui tanti di noi vengono, dobbiamo saperlo conoscere: in quelle grotte c’erano non solo famiglie, ma spesso c’erano le galline gli animali domestici con cui si provava a tirare avanti dalla guerra mondiale, un paese in ginocchio, logorato in grande difficoltà: ebbene quella città oggi è la capitale europea della cultura, si è rialzata, ce l’ha fatta, è l’idea di come ce la si può fare, guardando negli occhi i problemi, provando ad affrontarli e immaginando assieme soluzioni possibili. E io credo che il lavoro di questo Intel gruppo abbia senso esattamente se va in questa direzione.
Grazie.

SANDRO BICOCCHI
Grazie all’Onorevole Speranza per l’intervento. Davvero molto interessante, mi colpisce molto questo passaggio che Lei ha fatto sul coltivare le virtù antieroiche perché lo sento molto interes-sante e provocante perché se lo capisco bene, l’accezione con cui lo capisco io è molto vicino a quello che sentiamo noi come compito anche nella società di oggi. E tra l’altro su Matera c’è un bellissimo libro del Senatore Ranieri. Umberto Ranieri, che + “Napolitano… la luna”, che parla di quello che Lei ha descritto in modo mirabile direi. Darei la parola adesso all’Onorevole Barbara Saltamartini che è presidente della commissione Attività produttive commercio turismo della camera dei deputati che non è una neofita perché ha partecipato già diverse volte al nostro Meeting, tra l’altro ha già avuto modo di intervenire a un altro dibattito sull’Intergruppo, quindi le ridò il benvenuto. Le lascio la parola per il suo intervento.

BARBARA SALTAMARTINI
Grazie. Grazie veramente di cuore, ringrazio Intergruppo per la Sussidiarietà e volevo spezzare una lancia a favore di un amico che è qui, che seppure in un altro partito oggi però per fortuna l’amicizia è salva che da quando non ha più impegni tanto importanti finalmente devo dire ha ridato vita e ha rimesso in moto l’Intergruppo per la Sussidiarietà e credo che questa sia una cosa molto bella perché ci dà l’occasione veramente di poterci confrontare tra colleghi tra gruppi politici e parlamentari diversi, ma sempre con un obbiettivo davanti che è quello poi di tornare a quella politica con la P maiuscola che si occupa di lavorare, si rimbocca le maniche per lavorare per il bene comune, per cercare di dare risposte a quelli che sono i mali del nostro paese per cercare di riprendere un po’ quel filo di comunità nazionale di intenti e di valori che partendo dalle differenze però sa trovare la forza di unirsi quando ce n’è bisogno, io credo che questo sia uno di quei momenti. Guardate oggi purtroppo è su tutti i giornali, c’è un’altra immane tragedia, altri morti in Calabria e veniamo da giorni particolari dove effettivamente il peso e il dolore che ognuno di noi ha provato, ha vissuto rispetto alle tragedie che ci sono state ci avrebbe dovuto far unire, ci avrebbe dovuto vedere tutti schierati da una sola parte e purtroppo invece non è accaduto. E allora se, invece, anche grazie al lavoro dell’Intergruppo di può riguadagnare quella comunanza di intenti soprattutto quella volontà, perché si tratta di volontà, di voler lavorare per il bene comune del paese io credo che sicuramente avremo fatto una cosa buona, sicuramente avremo fatto una cosa giusta. E io parto da questo, perché? Perché quando si parla di Sud sicuramente e indubbiamente occorre avere una visione di ampio respiro, una visione molto allargata, occorrerebbe avere anche una visione di medio – lungo periodo perché, ahimè’, per risolvere alcuni mali non basta certo la bacchetta magica, non basta certo un uomo solo al comando, non basta certo l’impegno in una singola legge di bilancio, anzi tutt’altro: abbiamo visto esperimenti negli anni passati dove pensavamo di poter dare risposte al sud e invece, purtroppo, cadevamo nella trappola di quei soldi dati un po’ a pioggia, di quei contributi dati un po’ a pioggia che, come è stato detto, spesso e volentieri sono diventati la prima occasione con la quale alimentare ahimè fenomeni di corruzione e di criminalità e malavita. Allora rispetto a questo occorre ragionare a medio e lungo termine, ma occorre partire da quello che già c’è. Io son una di quelle che non pensa che quello che è stato fatto dai governi passati sia del tutto errato, anzi! Sono però convinta che è stata del tutto errata l’immagine del sud che abbiamo dato negli ultimi anni, ci0oè abbiamo reso di fatto il sud conosciuto non per le potenzialità inespresse, sicuramente inespresse che ha grazie alla ricchezza dei propri territori che lo compongono, grazie un patrimonio turistico culturale, ambientale enorme, ma abbiamo reso il sud famoso per essere diventato il grande porto di approdo di un fenomeno migratorio enorme, un esodo, che ha fatto sì che i porti del sud, quelle ricchezze, quelle eccellenze che noi abbiamo al Sud Italia anche da un punto di vista infrastrutturale fossero ridotti poi ad essere semplicemente luoghi di attracca e nulla di più. Allora io credo che rispe4tto a questo occorra un po’ invertire la tendenza, credo che sia giusto e doveroso rimettere al centro quelle che sono le poche infrastrutture che abbiamo al sud, purtroppo poche, perché se è vero che Matera è diventata la città della cultura e penso che sia una cosa importantissima per quel territorio, ma in generale per tutta Italia, è pur vero che oggi per raggiungere Matera ci sono grandissime difficoltà. E diciamo, permettetemi un termine un po’ romano, cozza un po’ il fatto di avere la capitale della cultura e di non poterla raggiungere così tanto facilmente come magari invece raggiungiamo tantissime altre città in giro per l’Italia. Però io mi centro sui porti perché credo che oggi per far ripartire il sud e per dare un progetto al sud occorra provare a fare quello che è stato fatto tanti tanti anni fa, secoli fa, quando con i porti del nord noi aprimmo alle vie commerciali con le città marinare, quando noi riuscimmo a far sì che l’Italia diventasse il centro del commercio internazionale tra più mondi, ecco noi al sud abbiamo dei porti fondamentali: abbiamo Gioia Taura, Taranto, Crotone, tanti altri, ma se non investiamo in quei porti, se non facciamo in modo che quella parte di investimenti sulle in-frastrutture sono ben contenta che il Governo abbia annunciato un grande piano per le infrastrut-ture perché finalmente potremmo partendo da una tragedia immane come quella di Genova però provare effettivamente ad investire su qualcosa di importante. Se noi oggi fossimo in grado di ren-dere quei porti del sud capaci di intercettare quelle grandi compagnie di commercio navale che hanno bisogno di infrastrutture tali per poter essere effettivamente intanto risparmiare tempi e costi perché è stato calcolato che grazie al canale di Suez oggi potrebbero effettivamente passan-do per il centro del Mediterraneo queste grandi compagnie poter diminuire di circa il 50% i propri costi e soprattutto de 15% i tempi di percorrenza nel viaggio che le merci fanno. Se noi effettiva-mente fossimo in grado di valorizzare quelle realtà portuali con tutte le infrastrutture da far cre-scere intorno a quelle realtà, se noi fossimo in grado di investire in quei termini e non appunto come stanziamenti fini a se stessi io credo che noi avremmo fatto intanto un primo passo.
Un primo passo per risolvere uno dei mali dei problemi e dei mali più grandi del sud che è quello dell’occupazione. Guardate: in Italia stiamo assistendo ad un fenomeno drammatico, un’emergenza drammatica che però è molto silenziosa, forse perché non fa tanto clamore e che è la terza ondata immigratoria più grande che abbiamo vissuto dopo quelle delle famiglie del primo ‘900, dopo quella dei nostri padri, oggi c’è quella dei nostri figli: 1.883.000 persone che sono anda-te via dall’Italia e di queste più del 60% è andato via dal sud, di questo 60% 1 su 2 è un giovane tra i 16 e i 30 anni. Questo è un depauperamento, come diceva il professor Vittadini all’inizio del suo intervento, un depauperamento non soltanto da un punto di vista economico, ma soprattutto so-ciale, soprattutto culturale, quel depauperamento che fa sì che l’Italia oggi anche stante la gran-dissima crisi demografica che abbiamo di fronte non abbia futuro, ma per far rimanere i nostri giovani nelle proprie terre, per far sì che nessuno abbia la necessità, non la voglia, la necessità di andare all’estero per cercare fortuna noi dobbiamo dare occupazione. Per dare occupazione serve creare lavoro, il lavoro non si crea soltanto con, permettetemi, con le leggi, il lavoro si crea cer-cando di far ripartire un territorio, valorizzando le specificità e le differenze di quel territorio. Allora si quelle riforme costituzionali su cui io, probabilmente a differenza di Marattin sono un po’ più favorevole che parlano di regionalismo differenziato, perché lì occorre investire secondo me per valorizzare i territori, ma si soprattutto alla formazione e all’educazione. Guardate: non c’è sviluppo economico se non c’è qualità per i nostri, dei nostri lavoratori. Il capitale umano è la risorsa del sud su cui occorre investire, ed è dalla scuola e dall’università che occorre ripartire, quindi anche da questo punto di vista il sud ha eccellenze, certamente, abbiamo dei poli universitari importantissimi, penso a quello di Bari per esempio ai piani di industria 4.0 anche con grandi potenzialità, ma purtroppo sono casi isolati. Occorre investire: investimento in formazione e ricerca non è mai un investimento vano. Ma, allo stesso tempo, occorre che la scuola e l’università tornino ad essere sinceri con le famiglie e con i ragazzi. Occorre che parta da chi ha il compito di educare e di formare quella responsabilità di formare famiglie giovani su quei lavori che oggi servono, spingendoli ad approfondire quelle che sono le materie che più di altre oggi possono effettivamente creare posti di lavoro, che creano posti di lavoro, ma soprattutto che creano lavori dignitosi. Noi da lì dobbiamo ripartire e quindi: abbiamo il tema delle economie, abbiamo il tema delle infrastrutture, abbiamo il tema dell’educazione, abbiamo il tema del capitale umano e abbiamo anche l’altro grande tema che diceva qualcuno prima di me che è la lotta alla mafia e alla criminalità. Non c’è sviluppo del sud se non c’è un serio contrasto e una seria battaglia per la legalità e per la sicurezza. Legalità e sicurezza che sono sociali, legalità e sicurezza che sono anche battaglie di natura economica. Allora in questo senso io credo che, temo di aver finito il tempo, mi avvio alla conclusione, temo che occorra un lavoro, un progetto di lungo respiro, di ampio respiro. Io credo che, anche come maggioranza oggi politica nel paese, abbiamo il compito di fare qualcosa in più, credo che se questo è veramente il Governo del cambiamento, lo dimostrerà se sarà capace di far crescere il sud non più come palla al piede del nord, ma se saprà mettere assieme nord e sud in una prospettiva di crescita diversa, ragionando con una prospettiva diversa sul sud: il sud non è il sud Italia, il sud è il centro del Mediterraneo, è centro di un bacino più ampio dell’Italia, è un centro di un bacino molto più prospero di quanto noi stessi crediamo. Ma lo può essere solo e soltanto se saremo in grado di mettere in campo quelle iniziative politiche ed economiche dove lo stato torni a fare lo stato, perché siamo stanchi di uno stato che magari con l’alibi di lasciar crescere in maniera autonoma esperienze territoriali da sole rinuncia a fare la sua azione fondamentale che è quella del controllo innanzitutto, ma allo stesso tempo abbiamo bisogno di un tessuto economico sociale quale quello delle imprese che effettivamente torni ad investire, magari grazie a quelle politiche economiche e fiscali di un governo che può mettere in campo oggi nuove prospettive. Non so se migliori di quelle del passato, ma sicuramente quelle che gli italiani stessi ci hanno chiesto di mettere in campo per dare vita a un cambiamento. Penso che occorra ripartire da lì. Grazie.

SANDRO BICOCCHI
Grazie presidente. È bello comunque sentire parole da un rappresentante istituzionale di maggio-ranza di governo come sincerità ed educazione invece in un clima dove ci sono… ben altri aggettivi vengono utilizzati. Siamo in orario, quindi per non attardarmi io e far concludere gli interventi do-po l’orario previsto da subito la parola all’Onorevole Fabio Rampelli, Fratelli d’Italia che è Vice Presidente della Camera dei Deputati che rappresenta quindi l’istituzione Parlamento che è stato anche tirato in causa da questo palco, non lui personalmente, ma l’istituzione, anche se secondo me le interpretazioni giornalistiche sono state un po’ riduttive, un po’ sintetiche, perché chi era presente all’incontro ha sentito le parole di Giorgetti e non erano proprio quelle che sono state riportate, ma comunque siamo molto lieti di poter dare la parola al rappresentante dell’istituzione Parlamento e quindi le do subito la possibilità di intervenire.

FABIO RAMPELLI
Intanto anche io vorrei ringraziare, intanto ringraziare tutti voi, ringraziare questa manifestazione straordinaria che di anno in anno cresce e resta un punto di riferimento assoluto non solo una ve-trina come si dice in gergo, una vetrina si osserva dall’esterno, ma un miscuglio, un coacervo di idee che si intersecano da cui possono nascere, se saremo bravi nasceranno, delle idee innovative per servire meglio il nostro popolo. Ringrazio anche io Maurizio Lupi come animatore da sempre dell’Intergruppo parlamentare oltre che come amico, penso che tutte le premesse che sono state narrate in queste ore si stiano materializzando e ci sono molti argomenti su cui effettivamente al di là delle posizione che ciascuno rappresenta dei partiti di riferimento, possono diventare il labo-ratorio per provare a dare dei contributi in maniera trasversale e concreta per migliorare la qualità della vita degli italiani. Non voglio sottrarmi alla battuta che è stata fatta poco fa dal moderatore e come Vice Presidente della Camera, anche se in questo caso partecipo molto volentieri a questo dibattito anche come parte politica che rappresento, però ho anche un ruolo istituzionale, sono contento di ricoprirlo e penso che per una persona che viene dal popolo, dalla strada, diciamo così per utilizzare un po’ di retorica, non ci sia niente di più significativamente pregnante e soddisfacente che rappresentare il tempio della sovranità popolare. Non c’è niente di più bello in democrazia del parlamento, che è il luogo sovrano scelto per eccellenza con stagioni alterne, alterne fortune dai cittadini con metodo democratico. Paradossalmente per fare una battuta e poi vengo all’oggetto del contendere quindi alla materia su cui siamo impegnati a confrontarci per paradosso ci potrebbe essere un popolo governato da un Parlamento, ma non ci può essere un Governo diciamo così senza un parlamento, tanto che il parlamento dà la fiducia al governo, quindi anche il sottosegretario Giorgetti, l’amico Giorgetti, si trova a svolgere un ruolo fondamentale esattamente perché questa fiducia gli è stata data dal Parlamento italiano. Ma questo non significa che Giorgetti non abbia le sue motivazioni che condivido però può essere uno stimolo in più per stimolare il lavoro del governo basterebbe forse senza arrampicarsi sugli specchi e immaginare rivoluzioni copernicane nell’assetto, nell’architettura dello stato e della costituzione, basterebbe fare qualche piccola riforma del regolamento parlamentare per snellire il nostro lavoro e quindi rendere più efficace il lavoro del parlamento intero e su questo penso ci si debba tutti misurare. Parliamo del sud: non so se dirà cose scontate o particolarmente originali, non credo che sia importante, probabilmente, come è già stato detto, si ripeteranno concetti che abbiamo ascoltato per tanti anni, per troppi decenni, però penso che sia indispensabile partire, lo abbiamo fatto ascoltando nella relazione introduttiva di Vittadini già un panorama abbastanza inquietante. Però alcuni numeri vanno ribaditi perché altrimenti non si capisce bene l’oggetto del contendere: dal 2012 al 2016, quindi in soli quattro anni, noi abbiamo avuto un trasferimento di persone, quella che viene definita Capitale umano in politichese di 783.000 persone in quattro anni dal Sud al nord. Se allarghiamo lo spettro del nostro ragionamento agli ultimi 16 anni questo numero si ingrandisce a dismisura e prende le caratteristiche di un vero e proprio esodo biblico, parliamo di 2 milioni di persone. Queste persone si dividono in varie categorie: alcune sono inquietanti perché incontrano delle similitudini: per esempio il 50% di questi numeri è rappresentato da giovani tra i 15 e i 34 anni di età, esattamente quei giovani, e non solamente giovani, comunque quelle popolazioni come fasce anagrafiche di riferimento che si trasferiscono dall’Africa sub sauriana prima attraverso la penosa e dolorosa traversata del Sahara poi attraverso, consegnandosi agli scafisti l’attraversamento del tratto di mare che separa la Libia dalla Sicilia e dalla Calabria nel tentativo, nel desiderio, nell’aspirazione ad atterrare in Italia, valutata come ponte d’accesso all’Occidente opulento. Abbiamo 1/5 di laureati e il 20% di questi numeri ciclopici va direttamente all’estero, facendo un rapido calcolo si tratta di 140.000 persone negli ultimi sei anni e 400.000 persone che vanno fuori dai confini nazionali negli ultimi sedici anni. Sono numeri che fanno accapponare la pelle, ma devono essere accompagnati dalle valutazioni di carattere politico perché non è possibile non farlo. Quando citiamo i laureati e i diplomati automaticamente prendiamo le distanze da altrettanti esodi che noi popolo di emigranti abbiamo conosciuto nel corso della nostra storia dove però questi trasferimenti venivano fatti perché serviva manovalanza ad altri paesi, altre economie.
Oggi la natura della nostra emigrazione è una natura completamente diversa, appunto diplomati e laureati vanno fuori dai nostri confini. E abbiamo comunque un danno collaterale che è comunque calcolabile anche economicamente: sono 2 miliardi di euro quelli che vengono persi dal sud nel tentativo di formare attraverso la pubblica istruzione il nostro sistema educativo i nostri ragazzi. Sono 3 miliardi di ricchezza dispersa, questo è l’ammontare in buona sostanza del circuito dei consumi che è legato all’emigrazione scolastica, cioè quella parte di giovani che vanno via dalle regioni del sud per tentare di formarsi in regioni che ritengono più ricche o comunque con maggiori prospettive di occupazione. L’emigrazione meridionale fa male al sud e genera paradossalmente una ricchezza la nord che abbiamo appunto potuto misurare anche nelle sue conseguenze immediate perché il nord ha bisogno di quel capitale umano. Quando si ragiona di questi argomenti è impossibile non sottolineare questa Italia, questo stivale spaccato a metà, le famose due nazioni, i due paesi, il nord e il sud, questo divario che è un divario che deve essere per forza anch’esso calcolato, non se ne può fare a meno, altrimenti si ascoltano anche delle riflessioni che sono secondo me fuorvianti perché non si può dire che non c’è bisogno di capitali al sud, di investimenti al sud o che non è questo il problema: certo, gli investimenti poi devono essere messi nelle condizioni di fruttare, questo è un altro argomento. Ma se l’esodo che io ho citato e che abbiamo ascoltato anche in via di premessa è così significativo, evidentemente proprio perché c’è un divario al sud a cominciare dal divario occupazionale. Nel sud ci sono il 19,4% di disoccupati, nel centro Italia c’è il 10% circa, nel nord siamo al di sotto del 7%, 6,8 -,9 % tasso di disoccupazione. Quindi c’è un divario di occupazione serio e strutturato che non diminuisce se non per qualche percentuale in più o in meno che comunque è legato a il lavoro instabile o quello come si dice a tempo indeterminato. Poi ‘è il divario infrastrutturale: quando si vuole fare un gioco di fantasia bisogna secondo me farsi due domande: citare qualche infrastruttura di riferimento presenti al nord e poi fare analogo esercizi per immaginare quale infrastruttura significativa sia stata collocata nel corso dei decenni della storia italiana al sud, vedrete, a me è capitato farla, è questa la risposta che mi sono dato: che giustamente non critico questa scelta, era fondamentale agganciare l’Italia al nord Europa attraverso la cinghia di trasmissione del suo settentrione. Quindi giustamente lo Stato, pensando agli interessi della comunità nazionale, gli interessi diffusi, ha investito realizzando grandi infrastrutture nel settentrione d’Italia. Ci vengono in mente tante grandi avveniristiche eccezionali necessarie stra-tegiche infrastrutture realizzate al nord, ma ci vengono in mente poche infrastrutture realizzate al sud e questo accade anche diciamo così, perché comunque lo stato non ha la capienza per fare in-frastrutture ovunque, dovendo scegliere una strategia ha deciso secondo me quella più efficace esattamente come oggi può essere più efficace per l’economia nazionale, per continuare a tutela-re gli interessi più diffusi della nostra comunità, può essere indispensabile puntare sul meridione, non soltanto per migliorare le condizioni di vita, la qualità dell’esistenza dei cittadini del sud, ma per ripeto, offrire all’Italia una sua prospettiva di crescita e di sviluppo perché laddove c’è uno svi-luppo non compiuto sul piano per esempio delle infrastrutture è più facile aumentare il potenziale di questo sviluppo. C’è un divario nei servizi pubblici che è stato più volte citato anche da chi mi ha preceduto, ma che è comunque inquietante esattamente come gli altri parametri he fin qui ho provato a riassumere. Abbiamo diciamo così delle classifiche che sono state fatte da vari istituti, lo Svimez è quello che maggiormente si occupa del sud e che ci dice che immaginando il Trentino Al-to Adige come regione virtuosa insieme alla Lombardia e mettendo il numero 100 di fianco alla sua capacità di efficienza è bene sapere che nel sud la regione più virtuosa raggiunge il quoziente 60. La Calabria sta a 39. Questo nella capacità di offrire risposta ai cittadini che hanno bisogno dei servizi pubblici, di quelli sanitari senz’altro, ma anche dei permessi per esempio per lavorare, per aprire un’impresa, per stare sul mercato per essere autosufficienti; c’è il divario digitale: in questo caso il sud è in buona compagnia perché tutte le comunità montane della dorsale appenninica e anche quella alpina sono più o meno nelle stesse condizioni, noi siano quello strano paese che ogni tanto concede le sue reti, in questo caso concessioni di telecomunicazioni, senza raccomandarsi una equa distribuzione della rete stessa, senza effettuare discriminazioni odiose tra i cittadini del sud e del nord, da quelli che abitano in montagna rispetto a quelli che stanno in pianura. o sulla costa. Nessuno ci ha pensato, nessuno lo ha fatto, forse c’era una smania, una furia ideologica privatizzatrice che ha impedito di fare le cose con equilibrio e, quindi, tutelando gli interessi di tutti e cercando in particolare di evitare che alcune fragilità potessero diventare problemi insormontabili. Torno un attimo sulla disoccupazione, perché vorrei darvi questo dato, che mi ha fatto accapponare la pelle: il 60% circa di disoccupazione giovanile tra Calabria, Sicilia e Sardegna. Non c’è soltanto un problema di carattere economico, ci sono stati diversi studi nel corso del tempo, calati sulla realtà geografica del Meridione d’Italia, sono stati fatti da personalità autorevoli e anche da istituti particolarmente interessanti. Max Weber diceva che l’imprenditorialità viene prima del capitale e diceva che l’imprenditorialità si misura attraverso il quoziente motivazionale, l’impegno, la cooperazione, l’organizzazione. Quindi non c’è soltanto un problema economico: quando si vuole sviluppare e crescere c’è anche un problema di capitale sociale. Lo diceva anche Edward Banfield: nel Sud, e in particolare nella regione di Roberto Speranza, nella Basilicata, ha collocato i propri studi e alla fine ha determinato che una civiltà prevalentemente di origine contadina ha dei legami, familistici e parentali, che di fatto ostacolano o rallentano – diciamo così – lo sviluppo economico. Robert Putnam ci dice che la carenza di capitale sociale scoraggia lo sviluppo. Hanno fatto studi di questa natura la Banca Mondiale, l’OCSE, la Banca d’Italia più recentemente, arrivando più o meno alle stesse determinazioni, cioè arrivando a dire che c’è basso associazionismo, c’è ridotta fiducia nelle persone e nelle istituzioni nel Sud, c’è scarsa partecipazione politica, ci sono reti sociali limitate a quelle appunto parentali e familistiche. Le conseguenze di questo minore capitale sociale producono una minore efficienza dei servizi pubblici, una minore efficacia del circuito dell’istruzione, della sanità, della giustizia, dell’assistenza all’infanzia e della burocrazia in genere. E così anche la politica si è arresa, in qualche misura, a questa carenza, a questa scarsezza di capitale sociale e vediamo nel Sud svilupparsi clientelismo, assistenzialismo, voto di scambio, corruzione, cose ampiamente risapute, ma che non possono essere assenti da un dibattito sul Sud. Perché? Perché se c’è un tema di investimenti carenti, se c’è un tema di riforme costituzionali e di una diversa architettura dello Stato, addirittura di una possibile deriva federalista, se c’è il desiderio, manifestato anche dalle regioni del Sud, di una maggiore autonomia, non possiamo non considerare il fatto che gli argomenti in specie sono argomenti che vanno trattati con i guanti di velluto, perché c’è questo divario che prima di una stagione federalista, a mio giudizio, dev’essere ripianato per mettere tutti nella stessa condizione. E per farlo non servono soltanto i fondi, gli investimenti: ricordo che negli ultimi anni il Sud ha fatto passi da gigante sulla capacità di accedere ai fondi europei, fortunatamente. Ma è fondamentale che ci sia lo sviluppo di una coscienza civica, che ci sia una possibilità aggiuntiva, che ci sia una chiamata a raccolta, una sorta di responsabilizzazione generalizzata. Lo Stato ci dev’essere, deve cercare una volta per tutte di debellare la criminalità organizzata e la mafia dal Mezzogiorno d’Italia, perché altrimenti ogni “Piano Marshall” (un altro termine che va per la maggiore negli ultimi 10 anni: appena c’è una situazione regionale critica, si invocano i “Piani Marshall”)… noi dobbiamo dare centralità al Sud se vogliamo provare a crescere e ad riagganciare l’Europa, a contrastare il debito pubblico, a far crescere la ricchezza, a moltiplicare il PIL. Ma quando lo facciamo non possiamo non ricordarci che è necessario spazzare il campo in quelle aree territoriali dalla criminalità, che impedisce il conseguimento di questi risultati. Concludo. Non è difficile, per chi ha un po’ di creatività, di fantasia e conosce un po’ di storia, individuare la vocazione strategica del nostro Sud. Palermo dovrebbe essere la capitale del Mediterraneo, la dovremmo eleggere come cerniera non tra l’Italia e l’Africa, ma tra l’intera Europa e l’Africa, e dovrebbe vivere, anche economicamente, forse proprio di questo: è una soluzione geopolitica inimmaginabile, impareggiabile, irripetibile, che dev’essere messa a frutto. Penso che la vocazione del Sud, anche nel dialogo con l’Africa, debba prevedere una serie di aspetti collaterali. La parola che è stata evocata poco fa, la piattaforma, mi fa venire in mente non certo una piattaforma petrolifera, ma una grande piattaforma culturale: non solo per la concentrazione di beni culturali e archeologici che ci sono nel Sud Italia, ma anche per il dialogo con la Grecia, con i Paesi che sia affacciano sul Mar Mediterraneo, con la Spagna. Il Sud Europa può essere interconnesso grazie all’azione significativa, movimentista, incisiva del nostro Sud. Una visione ci dev’essere e il Sud può essere la piattaforma della ricerca, della cultura, della formazione universitaria per i cittadini del Sud del mondo. Penso che gli argomenti siano particolarmente stimolanti e interessanti, penso che occorra un po’ tutto per rigenerare il nostro Mezzogiorno e renderlo parimenti incisivo e concreto nella capacità di risollevarsi e penso che la partita che l’Italia oggi può giocare, in una situazione economica certamente difficile, obbligatoriamente passi per il Sud. Perché mentre, per tanti anni, abbiamo celebrato tutti i convegni di origine e matrice meridionalista, pensando soprattutto al Sud, oggi abbiamo la condizione storica irripetibile per parlare del Sud parlando dell’Italia, per parlare del Sud parlando dell’Europa e delle sue prospettive, per parlare de Sud, per parlare del Terzo Mondo e della sua possibile evoluzione. Grazie.

SANDRO BICOCCHI
Grazie al presidente Rampelli, che ha anche sintetizzato bene il senso dell’incontro di oggi nella sua ultima frase. Darei appunto la parola adesso al nostro ospite, il presidente di Conai, Quagliuo-lo. Abbiamo voluto che fosse presente qui a questo dibattito perché, come è stato detto anche all’inizio, nell’introduzione, e come è emerso negli interventi, oggi il tema della sostenibilità, dell’ambiente, della qualità della vita, quindi i temi di cui il consorzio si occupa, anche al Sud (cre-do che vedremo anche delle slides a questo proposito), sia parte integrante – essendo oggi nell’era dello sviluppo sostenibile – di questa ripresa, che può passare per il Sud. Come diceva il presidente Rampelli, oggi si può parlare del Sud da un punto di vista non meridionalista, ma come possibilità di crescita per tutto il Paese. Do la parola al presidente Quagliuolo.

GIORGIO QUAGLIUOLO:
Prima di tutto grazie all’Intergruppo, grazie al Meeting per l’opportunità che ci viene data di poter esplicitare e illustrare quali sono le attività di Conai soprattutto nell’ottica del Meridione e della sussidiarietà meridionale, che è il tema del convegno odierno. Ho sentito tante cose molto interes-santi, che mi toccano molto da vicino, perché nella vita vera faccio l’imprenditore (sono prestato alla presidenza di Conai) e come famiglia lavoriamo in Meridione dagli anni ‘50, per cui ho sentito tante cose su cui mi piacerebbe approfondire il dibattito come fruitore dell’area meridionale da un punto di vista imprenditoriale. Non è questo il tema, anche se ci sarebbe tantissimo da dire.
Oggi ho il piacere di parlare di Conai. L’approccio di ConaI, per quel che riguarda il Sud, è un ap-proccio di questo genere: riteniamo che il Sud debba assolutamente diventare un’opportunità e non deve più rappresentare un problema. Che cosa stiamo facendo noi? Adesso farei prima una piccola (più breve possibile) panoramica su come stiamo operando in senso generale, in senso na-zionale. Siamo un consorzio di diritto privato, che non ha scopo di lucro – questo è importante sot-tolinearlo – e che fin dal lontano 1997 garantisce il raggiungimento degli obiettivi di recupero e di riciclo dei rifiuti di imballaggio. Rappresentiamo, abbiamo consorziate più di 850.000 aziende, che sono chiaramente aziende che fanno parte sia della categoria degli utilizzatori che della categoria dei produttori. Adottiamo un sistema di responsabilità estesa dei produttori, che si estrinseca ap-punto in una compartecipazione, in una corresponsabilità, sia dei produttori che degli utilizzatori, per cui è una responsabilità operativa ed economica per la corretta gestione del fine vita degli im-ballaggi, condividendola con i Comuni. Perché non dobbiamo mai dimenticare che i responsabili della raccolta differenziata sono i Comuni, per cui con loro condividiamo la responsabilità del rag-giungimento degli obiettivi. Fattore fondamentale: garantiamo un servizio universale e un servizio in sussidiarietà al mercato. Il “servizio universale” che cosa significa? Significa che ritiriamo e in-viamo al riciclo tutti i rifiuti di imballaggio, in qualsiasi località, in qualsiasi posto dell’Italia essi vengano a trovarsi e in qualsiasi condizione di mercato. E tutto questo lo facciamo anche a obietti-vi raggiunti, cioè oltre quelli che sono gli obiettivi di legge. Gli obiettivi di recupero li abbiamo raggiunti e li abbiamo superati da tempo. Possiamo, senza falsa modestia, sostenere che l’Italia rappresenta in Europa un caso di eccellenza e questo ci viene riconosciuto dai Paesi Europei, non è un’affermazione autoreferenziale. Se possiamo proiettare la prima slide, vediamo che dal 11998, nel quale solo 1 imballaggio su 3 veniva recuperato, al 2017 abbiamo che 4 imballaggi su 5 messi a consumo vengono recuperati. Questo significa che il lavoro che è stato svolto è un lavoro di grandissima qualità, di grandissimo spessore e soprattutto – lasciatemelo dire – è un lavoro che è stato effettuato a costi molto contenuti rispetto a schemi europei paragonabili al nostro. Nella seconda slide possiamo vedere che l’Italia è uno dei Paesi più virtuosi dal punto di vista del riciclo. Questa è una slide a me molto cara, perché vedete che il tasso di riciclo, la percentuale di riciclo, è la barra blu; la barra rossa rappresenta la quantità di rifiuti di imballaggio che vengono immessi nella termovalorizzazione, per cui recuperati da un punto di vista energetico; mentre la barra verde rappresenta la discarica. Se l’Italia avesse percentuali di termovalorizzazione pari a quelle dei Paesi più avanzati… guardate la Finlandia. È a discarica zero. Ma arriva a discarica zero perché ha una componente di termovalorizzazione assolutamente importante. Siccome nel dibattito degli ultimi tempi quello che emerge con sempre più forza è che dobbiamo andare a discarica zero, perché il consumo del suolo è una cosa che non ci possiamo permettere, soprattutto un Paese come l’Italia, che non è un Paese ricco di suoli coltivabili quanto la Francia (tanto per fare un esempio), penso che questa continua demagogia, questa continua demonizzazione degli impianti di termovalorizzazione sia un atteggiamento che debba essere superato, perché se vogliamo traguardarci alla modernità questo è un tema che dobbiamo assolutamente risolvere. In oltre 20 anni di attività abbiamo anche rivoluzionato quello che era il precedente metodo di gestione dei rifiuti di imballaggio. Tutto questo lo abbiamo fatto tramite un accordo cardine, un accordo che abbiamo insieme ai Comuni, che si chiama “Accordo quadro Anci-Conai”, nel quale aiutiamo i Comuni sostenendo i maggiori oneri della raccolta differenziata. Tutto questo avviene per garantire la diffusione dei sistemi di gestione e l’avvio al riciclo dei materiali raccolti. Le principali caratteristiche di questo accordo, che vanno anche oltre il dettame normativo, sono: prima di tutto la volontarietà di adesione per i Comuni, cioè nessuno obbliga ovviamente nessuno a farlo; la garanzia (come dicevo prima) di ritirare tutto il materiale su tutto il territorio nazionale, con corrispettivi garantiti legati ovviamente ad un tema di qualità. Non è che il corrispettivo è tal quale, anche in questo settore c’è una componente qualitativa importante, perché la raccolta differenziata non è un fine, non è che con la raccolta differenziata hai finito di fare il tuo compito, hai risolto i problemi, ma la raccolta differenziata è finalizzata al riciclo, che è il vero fine di queste operazioni. Il riciclo è tanto più efficace quanto più la raccolta differenziata è una raccolta differenziata di qualità. Soprattutto stiamo – e qui cominciamo ad entrare nel tema – impegnandoci nelle aree in ritardo. Le “aree in ritardo” sono tradizionalmente quelle del Meridione. Un altro tema che è importante sottolineare è la sussidiarietà al mercato, che si realizza con delle finestre, per cui i convenzionati, cioè i Comuni, hanno la possibilità di entrare nell’accordo o di uscire dall’accordo in funzione del fatto se il mercato è più generoso nel pagare i materiali raccolti rispetto a quelli che sono i corrispettivi pagati dal consorzio. Se vediamo la terza slide ci rendiamo conto che l’Italia è un Paese che viaggia, se non a 2, anche a 3 velocità. Qui abbiamo aree del Paese dove abbiamo una raccolta che va oltre gli 80 kg per abitante e ci sono aree del Paese che sono sotto i 40 kg per abitante. Ma quando vediamo sotto i 40 kg non è che magari è 39, potrebbe essere anche 15, può essere 12.La Sicilia, purtroppo, è un caso emblematico e forse direi è il caso più critico di tutte le regioni italiane. Per cui il nostro in-tendimento è che il Sud debba cogliere l’opportunità di diventare un attore in questo tipo di attivi-tà, perché se non si recupera il divario che c’è con le regioni del Nord, entriamo in difficoltà anche in quelli che sono i raggiungimenti dei nuovi obiettivi che ci pone la direttiva europea. Per raggiungere quegli obiettivi dobbiamo aumentare la raccolta e se abbiamo una gamba zoppa ci manca una quota di raccolta e a quegli obiettivi sicuramente non riusciamo ad arrivare. Persistono ancora forti ritardi. Voi avete dato una visione politica, avete illustrato quali sono le principali cause di questi ritardi, però bisogna anche ricordare che, superando questi ritardi (poi, come vi dirò più avanti si può fare) tutto questo può anche aiutare una crescita economica del Meridione, perché queste attività creano posti di lavoro, creano aziende, per cui contribuiscono all’arricchimento della popolazione e anche alla creazione di competenza, al mantenimento di specializzazioni, di capitale umano, come dicevamo prima, all’interno dell’area geografica di questo Paese. Per fare questo riteniamo che i principali punti da superare siano: una carenza impiantistica che si trascina da ormai… sempre. Anche qui ci vorrebbe veramente un cambio di paradigma. Un cambio di paradigma che potrebbe essere realizzato con l’individuazione di soggetti sia istituzionali sia privati. Si potrebbe anche realizzare una di quelle cosiddette partnership pubblico-privato che aiutino a portare anche questa parte del Paese ad avere un livello impiantistico soddisfacente.
Tenete conto che, per fare un esempio, gli scarti, che non hanno altra strada che la discarica o la termovalorizzazione, se si vogliono termovalorizzare gli scarti della Sicilia bisogna trasportarli in Campania, perché in Sicilia, in Puglia, in Calabria non esistono termovalorizzatori. Questo giusto per dare un’idea del turismo dei rifiuti, che è un’altra cosa che bisognerebbe combattere. Bisognerebbe anche avviare necessarie attività sul territorio, quali progettazione, realizzazione e creazione di una nuova cultura, combattere la frammentazione elevatissima che c’è. Vediamo che abbiamo un’enorme quantità di convenzioni che, però, rimangono lettera vuota, cioè si firma un contratto, si firma un accordo quadro e poi questo accordo quadro non viene riempito di contenuti e rimane lettera morta. Chiaramente ci stiamo impegnando in termini di know-how, di risorse economiche, stiamo portando avanti dei progetti territoriali nelle aree in ritardo per sviluppare la raccolta differenziata e questo è un punto fermo della nostra strategia. Cosa facciamo? Ad esempio mettiamo 5 milioni di euro all’anno sui progetti speciali; abbiamo dato ai Comuni i corrispettivi per quasi mezzo miliardo di euro nel 2017, in crescita del 12% rispetto al 2016; diamo supporto agli Enti Locali, sempre con una particolare sensibilità alle regioni del Sud, con la progettazione di nuovi servizi di gestione integrata dei rifiuti, le fasi di start-up, la formazione sia della pubblica amministrazione che di facilitatori. Questi progetti territoriali hanno dato dei frutti importanti. Abbiamo avuto una crescita della raccolta del 6% quale media nazionale, ma del 12% nelle regioni del Sud. La media nazionale, che è di 72 kg per abitante è arrivata in Campania a 67, in Puglia a 61, in Calabria a 56, rispetto ai numeri degli anni precedenti che erano decisamente meno significativi. Dove abbiamo riscontrato una grande volontà politica, una grande determinazione da parte delle amministrazioni a seguire quelle che sono le regole per fare una buona raccolta differenziata, abbiamo portato dei risultati straordinari. Se si fa in certe aree, non vedo perché non si possa fare dappertutto. Qualche esempio: Cosenza: siamo arrivati al 65%, Catanzaro al 65%, Bari all’80% di raccolta differenziata e così via… Potenza, Catania e via discorrendo. Un’ultima annotazione e concludo. Abbiamo preso un impegno con l’amministrazione che ci ospita per il Meeting di Rimini, per cercare di rendere un po’ più verde il Meeting di Rimini. Per cui questo progetto l’abbiamo nominato “Remini 2020”, dove “Re” sta per “Recycling”, e l’obiettivo condiviso è quello di rendere questa manifestazione ancora più sostenibile, intervenendo in alcuni settori strategici, come, ad esempio, la raccolta e il riciclo dei rifiuti prodotti, gli acquisti verdi, l’utilizzo di fonti rinnovabili, la mobilità e tutto quello che può contribuire a dare una connotazione green a questa straordinaria manifestazione. Quest’ultimo aspetto si lega al tema più generale della nostra tavola rotonda. Per chiunque voglia approfondire i temi che ho illustrato brevemente: vi attendiamo al nostra stand con grande piacere. Grazie.

SANDRO BICOCCHI
La miglior sintesi è il lavoro che ci aspetta, come è stato detto e mi ha colpito molto, non per no-minalismo ma perché è storia, quasi tutti hanno detto che sono qua per il rapporto con Maurizio Lupi, che è stato uno dei promotori dell’intergruppo. Il metodo dialogo-incontro parte dall’incontro e dal rapporto, dopodiché ci può essere dialogo. Noi siamo per una apertura di credito fino a prova contraria e questo, che è un progetto e un’amicizia che dura per quanto riguarda diverse centinaia di parlamentari, dal 2003. Vi do appuntamento ai prossimi incontri del Meeting.

Data

21 Agosto 2018

Ora

11:30

Edizione

2018

Luogo

Sala Neri UnipolSai
Categoria
Incontri