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PROTEGGERE I BENI CULTURALI NELLE EMERGENZE: LA LINEA D’AZIONE “UNO SCUDO PER LA CULTURA” E IL MODULO OPERATIVO CRI DI PROTEZIONE IN CASO DI DISASTRO
Organizzato da Croce Rossa Italiana
Michele Romeo Jasinski, Focal Point Nazionale Campagna ‘Il Futuro ha una lunga storia, proteggiamola’, CRI; Andrea Marchi, delegato tecnico Regionale Operazioni Emergenza e Soccorso; Alessia Strozzi, segreteria tecnica SBI. Modera Lorenzo Massucchielli, Responsabile UO Emergenze Internazionali, CRI
La protezione dei beni culturali durante un conflitto armato si iscrive nel più generale contesto della loro tutela quale patrimonio storico e – appunto – culturale, non solo al livello locale o nazionale, ma dell’umanità intera come previsto nei trattati internazionali di riferimento. In particolare, il fulcro del sistema di protezione che il Diritto Internazionale Umanitario (DIU) prevede a favore dei beni culturali è costituito dalla Convenzione dell’Aja del 14 maggio 1954, insieme all’annesso Regolamento di esecuzione, al Protocollo aggiuntivo di pari data, e ad un secondo Protocollo del 1999. Tale quadro normativo prevede che il “bene culturale” venga segnalato in base a una segnaletica uniforme stabilita internazionalmente, stante che la mancata apposizione dell’emblema non giustifica comunque la violazione delle norme DIU applicabili a protezione del bene. L’evento mira a illustrare le rilevanti attività istituzionali condotte negli ultimi anni – che beneficiano del patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, di un protocollo d’intesa con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), e della collaborazione con Scudo Blu Italia (SBI) – in sinergia con gli enti locali e le amministrazioni preposte, grazie al coinvolgimento di volontari e personale adeguatamente formato. La crescente azione di prevenzione e salvaguardia permetterà all’Italia di essere maggiormente preparata all’assolvimento del proprio compito, sia in tempo di pace, che nell’ipotesi di conflitto armato
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LORENZO MASSUCCHIELLI
Buon pomeriggio a tutti, sono Lorenzo Massucchielli, responsabile dell’Unità Operativa Emergenze Internazionali della Croce Rossa Italiana e questo pomeriggio parleremo per la prossima ora circa di protezione dei beni culturali. È stato anche recentemente rimandato dall’UNDRR, l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di riduzione del rischio, il dover ragionare su due concetti: il DRR, la riduzione del rischio di disastri, e il DRM, la gestione del rischio di disastri. Il DRR è l’analizzare il perché si deve prevenire, e il DRM su come si debba intervenire per prevenire e agire. Questi due elementi noi li stiamo traducendo in questo panel come un’analisi specifica sulla protezione dei beni culturali e del patrimonio culturale. Vedremo con i nostri relatori diversi aspetti di patrimonio, beni, come si agisce e come si opera da un punto di vista legislativo, come si agisce e come si opera da un punto di vista operativo, sia in contesti di crisi sia in contesti di disastro. Abbiamo qui Alessia Strozzi, focal point tecnico per lo Scudo Blu Italia, esperta in protezione di beni culturali nell’ambito della risposta a disastri, funzionaria del Ministero dei Beni Culturali. Le lascio ora la parola, così che possa iniziare la sua presentazione.
ALESSIA STROZZI
Grazie Lorenzo. Vado direttamente così. Perfetto. Buon pomeriggio a tutti. La nostra sarà una breve carrellata, 15 minuti. Quello che mi interessa qui è di condividere quello che sta facendo Scudo Blu Italia, un’associazione che è circa 15 anni che cerca di nascere, ma che è effettivamente operativa da 2 anni. Prima ancora di andare su quella che è l’associazione e su ciò che l’associazione Scudo Blu Italia vuole fare, mi interessa condividere con voi tutto quello che in realtà è l’opera d’arte. Quando parliamo di beni culturali, patrimonio culturale, di cosa stiamo parlando? Questo è un concetto molto evoluto. Una cosa importante da dire è che l’associazione Lo Scudo Blu Italia e Blue Shield International nasce da quella che è la Convenzione dell’Aia del ’54, proprio dedicata alla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, c’è questa esigenza forte di dire: “Dobbiamo proteggere il patrimonio, quello che è stato fatto non deve risuccedere”. Poi dopo Michele avrà un focus più approfondito. All’epoca c’era il concetto di opera d’arte. C’è un’evoluzione di questo. Questa è una piccola slide che vi fa vedere, si parla da opera d’arte a quello che è un “cultural heritage big bang”, il Big Bang del patrimonio culturale, nel senso che oggi, per gli esperti, quasi tutto è patrimonio culturale perché si è evoluto. Se guardiamo qui, vediamo anche il Ministero della Cultura, che oggi è Ministero della Cultura, prima aveva altri nomi, la stessa Soprintendenza. C’è un’evoluzione. Questa evoluzione nasce, come vi dicevo, sia da prima della Seconda Guerra Mondiale, dalla Convenzione del 1954 dell’Aia, in cui viene per la prima volta, mentre ancora in Italia si usava il concetto di opera d’arte, il concetto di beni culturali. Inizia già nel ’54 ad allargarsi il concetto. Non è solo il quadro di Caravaggio, ma è anche qualcosa in più.
Poi, a mano a mano, attraverso altre carte internazionali, il concetto si amplia. Vengono considerati degli aspetti sempre più cogenti. Arriviamo fino al ’72 in cui parliamo della Convenzione UNESCO sul Patrimonio Mondiale, un valore a livello globale, non solo locale. Cito anche la Convenzione di Nara che parla dell’autenticità, mentre questo è un discorso legato proprio al discorso della conservazione, della cura, del restauro. Si ha un concetto molto occidentale, per cui l’opera d’arte viene conservata tramite la teoria del restauro in un certo modo ed è solo opera d’arte o bene culturale ciò che è preservato. Però, cosa succede a livello internazionale? Questo è un concetto molto europeo. A livello internazionale, per loro il bene culturale non è solo l’oggetto in sé, ma è il modo di fare l’oggetto in sé. A Nara, c’è questo tempio buddista che non è il tempio conservato, ma ciò che viene conservato è il modo di fare il tempio. Ogni 20 anni questo tempio viene ricostruito a 20 metri di fianco e l’altro viene abbandonato. Pensate se noi potessimo dire una cosa del genere del Duomo di Milano o del Colosseo. Per noi è una cosa totalmente lontana, però da un punto di vista internazionale dobbiamo renderci conto che ci sono anche questi aspetti da considerare, queste sensibilità di comunità che vanno considerate. Andando avanti, inizia a integrarsi nel 2003 il concetto del patrimonio intangibile, il patrimonio immateriale. Che cos’è il patrimonio immateriale? Sono tutte le feste che facciamo, non so, la Corsa dei Ceri di Gubbio, la Cattedrale di Santa Rosa a Viterbo. Ci sono tutte le varie festività che noi abbiamo. Ce ne sono anche molte che possono essere più laiche, per esempio il Palio di Siena, per parlare di qualcosa della Toscana. Questo è anche un patrimonio intangibile. Che cosa succede? Noi dobbiamo preservare questo patrimonio intangibile e lo facciamo tramite il patrimonio tangibile, quindi la piazza di Siena, per esempio.
I Ceri di Gubbio, per esempio, e poi la Convenzione di Faro. Scusate, anche la Convenzione del Patrimonio Naturale e quindi di tutto il paesaggio, e la Carta di Faro che voglio citare perché c’è questo discorso della partecipazione delle comunità. Questo è l’aspetto. Altri rischi e le sfide contemporanee che abbiamo molto chiaramente: una è la crisi climatica. È la carta del patrimonio dei cambiamenti climatici, ma ormai molti parlano di crisi climatica. Lo abbiamo visto in Emilia-Romagna un paio d’anni fa, continuiamo a vederlo in Toscana e poi ci racconteranno. Quello che interessa è che ci sono sempre più conflitti, sempre più forti, e quindi anche il patrimonio culturale è sempre più “targetizzato”, viene proprio distrutto. Perché viene distrutto? Per tante ragioni. Un altro aspetto che voglio raccontarvi è quello del patrimonio “discordante”, in inglese “Dissonant Heritage”. È un concetto molto emergente, un concetto soprattutto di patrimonio legato al Novecento, legato a regimi coloniali e totalitari in cui uno stesso patrimonio ha una valenza conflittuale. C’è chi vede degli aspetti positivi. Faccio un esempio: per noi in Italia sono le case del fascio. Sono belle esteticamente, sono state fatte in un periodo in cui c’era un totalitarismo. Come gestisco? Cancello questa cosa, la mantengo? Se la mantengo, come la mantengo? È un aspetto molto conflittuale che può creare conflitto. Torniamo adesso a noi, al leitmotiv del perché siamo qui: “Nessuna crisi è lontana”, perché noi siamo circondati da catastrofi. Quando intendo catastrofi, intendo anche conflitti. Li intendo entrambi perché il conflitto è una catastrofe. Un conflitto, da un punto di vista legislativo, è molto chiaro, molto definito.
Quello che succede in questi contesti è che mi è capitato di essere in Ucraina o in altre situazioni internazionali, ma anche qui in Italia, che l’uomo è molto legato al patrimonio culturale. Emerge molto un attaccamento al proprio patrimonio. Anche da persona che lavora in questi contesti, dal punto di vista umanitario, mi dicevo: “Ma che cos’è che lega l’uomo al patrimonio?”. Parliamo tanto di identità, di valori, di “legacy”, di eredità, perché noi lo abbiamo ereditato dai nostri padri, dai nostri avi e lo daremo ai nostri figli, ai nostri nipoti. Secondo me non c’è solo questo. Cercando, ci sono due esempi: uno del Centro Italia, nelle Marche, dove le persone avevano perso la casa, avevano completamente perso tutto, perché conoscete bene la situazione che ci fu 9 anni fa. Fondamentalmente, i colleghi del Ministero della Cultura erano arrivati a prendere gli apparati mobili che ancora erano salvi per portarli in luoghi sicuri, e le persone si erano opposte, perché hanno detto: “Se voi li portate via, noi non li vediamo più, come facciamo?”. C’è stato un dialogo per riuscire a metterli in sicurezza, ma tenerli vicino alle persone, per rassicurare le persone. Un altro esempio a livello internazionale è nel Bangladesh e nel Myanmar: hanno dei templi. Lì, la popolazione ha inondazioni continue, ricorrenti, sono talmente abituati che hanno delle case che le piegano su di sé. C’era stato un finanziamento per costruire le loro case e loro hanno rifiutato il finanziamento, chiedendo che fossero conservati i templi. C’è anche un discorso: “Preferisco togliermi il tetto, non avere qualcosa direttamente per me da proteggere, ma sul patrimonio”. Quindi, questo legame, che cos’è?
Cercando, vi cito solo questa piccola parte, non è solo un discorso identitario. La cultura è un mezzo, è quello che Edgar Morin, uno studioso della complessità, definisce un insieme di saperi, abilità. Quello che è importante è che si riproduce in ogni individuo, in ogni generazione e mantiene, generazione dopo generazione, la complessità individuale e la complessità sociale. La cultura costituisce un capitale cognitivo, tecnico e mitologico, non innato, che si tramanda. Questo tramandare fa la differenza, perché il principale umano, la cultura, è ciò che ci rende umani. È questo che è molto più nelle nostre viscere, che ci lega gli uni agli altri, che ci lega al patrimonio. Quando noi vediamo questa classica immagine della scimmia, l’evoluzione, la nostra evoluzione, in questa evoluzione non c’è solo la perdita del pelo, ma anche il passaggio della cultura, il passaggio ogni volta. Questo ci ha evoluti e ci ha fatto diventare umani. È questa l’umanità, è questo quello che rappresenta il patrimonio culturale. Tornando adesso a noi, con questa base, cosa sono le attività di Scudo Blu? La prima cosa che dobbiamo fare è mappare, mappare ciò che è stato “scudato”. Questa foto viene dal lavoro di Croce Rossa Italiana, “Uno scudo per la cultura”, che poi vi presenteranno. Quindi, sapere che cosa è stato. Questo è il primo step che dobbiamo fare perché una volta che sappiamo dov’è, possiamo proteggerlo e custodirlo. Scudo Blu lavora in tempo di pace, è molto importante, e lavora innanzitutto con l’esercito, le forze armate, l’Aeronautica, perché si occupano loro, nasce comunque dalla Convenzione dell’Aia. Ha questo cuore riguardo il conflitto, ma chiaramente si è evoluto. Le esigenze hanno fatto sì che allargasse il suo mandato anche per quanto riguarda i disastri e quindi lavora con tutti gli attori coinvolti per musei, archivi e biblioteche, architettura e siti archeologici. Cosa fa nel concreto?
Coordina le attività e supporta i partner nella gestione delle emergenze, sia in pre-disastro, durante e post-disastro nella ricostruzione. Sostiene e affianca le esercitazioni sia della NATO che degli organismi intergovernativi, Croce Rossa, Save the Children e altri uffici dell’ONU. Sviluppa iniziative di formazione e di “capacity building”. Questa è solo una piccola slide sui simboli dello Scudo Blu, anche giusto per capirci: ciò che noi abbiamo sullo schermo sulla sinistra è l’emblema della Convenzione dell’Aia, che deve essere usato in modo specifico solo a protezione del patrimonio. Quello a destra è il simbolo dell’associazione. Essendo un emblema usato nel diritto internazionale umanitario, bisogna usarlo con criterio molto stretto. Le prossime attività saranno collaborare con la Croce Rossa per ulteriori attività di implementazione della posizione dello Scudo Blu. Abbiamo altre attività di formazione aperte a tutti e di convegni. Lascio il sito internet e la mail, se volete poi approfondire. Perfetto.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Perfetto. Grazie Alessia, grazie per l’excursus. Abbiamo visto in questa fase una panoramica generale sul concetto di bene culturale, sul concetto di patrimonio culturale, sull’evoluzione che ha avuto. Adesso con Michele Romeo Jasinski, focal point per la campagna Scudo Blu per la Croce Rossa Italiana, un ufficiale del Corpo Militare della CRI con funzione di “legal advisor” e una forte importanza nella struttura nazionale come membro della Commissione Nazionale di Diritto Internazionale Umanitario, vedremo nello specifico un aspetto più legato all’emergenza, in particolare la crisi, l’intervento in conflitto armato. Quindi, come il diritto internazionale umanitario, come l’azione internazionale legislativa e poi anche operativa interviene per proteggere patrimonio e beni. Prego Michele.
MICHELE ROMEO JASINSKI
Grazie Lorenzo, grazie a tutti voi per essere qui con noi oggi. La protezione dei beni culturali all’interno dei conflitti armati è una necessità, è un qualcosa che si è evoluto insieme all’arte della guerra. Cominciando dalla Prima Guerra Mondiale, quando si iniziò anche con l’avvento del mezzo aereo, con la possibilità di portare la distruzione al di fuori del campo di battaglia, si iniziò a percepire il bene culturale come un obiettivo militare, come qualcosa da distruggere. Già alla fine della Prima Guerra Mondiale, questa sensazione di attacco alla cultura si concretizzò soprattutto nel mondo dell’arte con la volontà di tutelare in modo specifico i beni culturali. In questo caso fu un artista russo, Roerich, che per primo iniziò a dire che i beni culturali andavano protetti durante le guerre, ma soprattutto andavano identificati. La Seconda Guerra Mondiale, se vogliamo, portò ancora più all’attenzione del mondo come i beni culturali potevano essere coinvolti in un conflitto, perché distrutti volontariamente, perché danneggiati dai bombardamenti nelle città. La Seconda Guerra Mondiale fu la prima volta in cui la guerra entrò materialmente in modo massivo nelle città e soprattutto con la dispersione, il furto delle opere d’arte al fine di mantenere il prestigio di uno stato, ma anche per il loro valore economico. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la comunità internazionale decise di sviluppare, all’interno del diritto umanitario, che è una parte del diritto internazionale, sono le regole della guerra, una parte specifica che è la Convenzione dell’Aia del ’54 che Alessia ha citato. È una convenzione importantissima perché è fra le convenzioni maggiormente firmate e ratificate dagli Stati. C’è una volontà forte da parte degli Stati di riconoscere il bene culturale come qualcosa che si deve assolutamente proteggere per il suo valore. In questo l’Italia ha fatto un grandissimo lavoro, perché oltre a essere fra i primi paesi che hanno firmato e ratificato la Convenzione dell’Aia del ’54, ha messo già nella sua Costituzione che la tutela dei beni culturali è fondamentale parte integrante del nostro sistema Stato, ma soprattutto sviluppando una normativa interna, il codice dei beni culturali, che definisce il bene culturale esattamente come la Convenzione dell’Aia. L’Italia ha un’attenzione fortissima all’interno dei beni culturali sia nel nostro territorio, ma anche all’estero. Pensate alla grande attività che sta facendo in questo momento sia il MAECI sia l’AICS, la cooperazione allo sviluppo, per esempio in Ucraina, dove con progetti specifici stiamo andando a supportare la protezione dei beni culturali, la protezione materiale, ma anche il recupero e la tutela di questi beni. Questo è un elemento molto importante. Da questo nasce una grande attività di Croce Rossa. Quattro anni fa abbiamo deciso di dedicare una campagna specifica, di cui vedete il logo, che si chiama “Il futuro ha una lunga storia, proteggiamola”, che nasce recuperando l’idea di Roerich di identificare il bene culturale, quindi andare ad apporre quegli scudi blu che Alessia vi ha mostrato. In questi 4 anni siamo riusciti a “scudare” quasi 100 beni sul territorio italiano. Chiaramente l’Italia, come disse qualcuno, meriterebbe uno scudo blu su tutto il territorio, perché noi siamo fortunatamente molto ricchi di patrimonio da tutelare. Abbiamo iniziato andando a mappare quelli che sono i beni culturali, ma soprattutto abbiamo iniziato un’attività di diffusione. Croce Rossa è attiva fin dagli anni ’60, diffondendo il diritto umanitario, il diritto dei conflitti armati, all’interno del nostro territorio, soprattutto per gli operatori di prima linea, le nostre forze armate che in questo sono fra le migliori al mondo. Noi abbiamo forze armate che sono formate in modo specifico su quella che è la tutela del diritto internazionale umanitario, la tutela dei diritti umani e oggi anche sulla tutela dei beni culturali. Questo è un elemento che Croce Rossa ha fatto suo. La campagna si è concentrata proprio su questo, si è voluto dare grande attenzione ai beni culturali, ma l’attenzione, ripeto, non è solo la posizione dello scudo, che è un atto materiale che identifica il bene come un bene culturale, ma è far diffondere, far capire alle persone che quel bene è tutelato. Questo è un elemento importante perché il diritto nasce dalla sua applicazione, dalla sua conoscenza. Questo lavoro che noi abbiamo fatto in questi 4 anni di andare a diffondere non solo il diritto umanitario, ma anche l’attenzione al bene culturale è un elemento fondamentale perché fa crescere all’interno di uno stato quella che è una conoscenza, un’informazione, ma soprattutto una volontà. Senza questi elementi, molte volte è anche difficile visualizzare e comprendere le violazioni. Oggi tutti noi, vedendo conflitti, qui il clima “nessuna crisi è lontana”, però molto spesso noi percepiamo soprattutto i conflitti come lontani, anche se materialmente l’Ucraina non è così lontana. Questo ci permette di capire che certe azioni, certi attacchi, sono di per sé vietati dal diritto umanitario e devono essere condannati. Questo è un elemento fondamentale. La Convenzione dell’Aia lavora su un sistema a due: un’attività che deve essere svolta in tempo di pace, che è la diffusione delle norme, la tutela del bene. Quando parlo di tutela del bene, si intende anche sviluppare dei piani per poterlo proteggere in caso di conflitto. Se vi ricordate, nei primi giorni del conflitto in Ucraina si vedevano i sacchi di sabbia intorno alle opere d’arte. Quello è fare protezione di un bene culturale in tempo di pace: i piani di emergenza, spostare il bene per tutelarlo e posizionarlo in una situazione magari più sicura rispetto alla vicinanza con un conflitto. Poi c’è tutta l’attività fondamentale in conflitto: non utilizzare quel bene per proteggersi e non attaccare quel bene. La conoscenza di queste norme ci permette, come cittadini in primis, di comprendere cosa è giusto, cosa è sbagliato e soprattutto avere un’idea importante di come si può approcciare uno scenario, un conflitto. Ripeto, noi abbiamo la fortuna che l’Italia ha una grandissima sensibilità in questo e in primis le nostre forze armate hanno sviluppato una conoscenza approfondita del diritto internazionale in generale, ma soprattutto del diritto umanitariO.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Grazie Michele, grazie mille. Abbiamo fatto un importante passo verso il come agire. La protezione del bene, la protezione del patrimonio non può essere un elemento solamente operativo, non può essere un elemento solamente legislativo. Le due anime devono lavorare insieme, devono operare in modo congiunto. La Croce Rossa ha aiutato il Ministero dei Beni Culturali per il trasporto di materiali per la protezione di beni che sono stati donati alla Protezione Civile Ucraina, ma questa azione deve necessariamente essere supportata ed è anticipata e continuata con azioni legislative di “advocacy” di alto livello. Adesso con Andrea Marchi, delegato alle emergenze della CRI Toscana, un architetto, un esperto di protezione del patrimonio culturale, è stato il “team leader” di un dispiegamento sperimentale di un modulo CRI di protezione dei beni culturali di un’esercitazione europea che è avvenuta in Albania, che si chiama “Flood NorthALB”. Con lui vedremo l’altra anima di come agire, la parte operativa, il dispiegamento di personale, l’azione effettiva sul terreno. Prego.
ANDREA MARCHI
Sì, buonasera a tutti. Quello che, come ha anticipato Lorenzo, l’esperienza che vogliamo portarvi è l’esperienza di questo modulo che Croce Rossa ha ideato già dal 2012 per supportare gli enti e le istituzioni nella protezione dei beni culturali in caso di disastri e calamità. Il modulo si compone fondamentalmente di tre parti: una parte di operatori specializzati, volontari e dipendenti di Croce Rossa, che sono formati per intervenire; attrezzature dedicate, già attrezzature che seguono il modulo e che sono di difficile reperibilità durante l’emergenza; e procedure operative standard, delle procedure da mettere in atto. Tutti i volontari e tutto il personale Croce Rossa segue un corso di formazione per poter intervenire, un corso di formazione standard per Croce Rossa in cui i docenti sono sia istruttori di Croce Rossa stessa, sia personale del Ministero della Cultura ed esperti e tecnici del settore sulle materie più specifiche, come l’imballaggio o la protezione dei beni mobili. Ci siamo dotati di un manuale per gli operatori per spiegare cosa fare, ma anche di schede di intervento. In base alle tipologie di beni sui quali si va a intervenire, quali sono le operazioni standard da mettere in atto. Questo per facilitare le operazioni agli operatori sul campo. A questo punto, il modulo si divide per questioni di operatività e di dispiegabilità in due elementi fondamentali: una parte che è il modulo per le emergenze regionali e nazionali e l’altro che è il “team” per le emergenze internazionali. Divisi apposta perché, come vedremo, hanno modalità di intervento e di spiegamento differenti. Il modulo per le emergenze regionali e nazionali è un modulo che viene attivato dalle agenzie regionali o dal dipartimento, opera solo su beni culturali mobili. La richiesta di intervento avviene dal possessore o gestore del bene, colui che lo possiede o colui che lo gestisce per conto dello Stato.
Opera sotto la supervisione assoluta sia del Nucleo Tutela Beni Culturali dei Carabinieri, sia del Ministero della Cultura. Gli spostamenti prevalentemente avvengono su gomma. I volontari e gli operatori Croce Rossa, importantissimo, non fanno interventi di restauro, ma sono a supporto dei tecnici del Ministero della Cultura e in particolar modo hanno i compiti che vedete poi elencati: documentazione fotografica, preparazione dello spazio di lavoro, imballaggio, movimentazione e quant’altro. L’attrezzatura, come vedete, è suddivisa in elementi fondamentali che servono in caso di emergenza: un’attrezzatura tecnica, informatica, digitale, per fare la parte di documentazione e schedatura; tutta la parte di DPI e di protezione per i volontari; e tutta la parte di materiali da imballaggio da protezione per quanto riguarda i beni culturali mobili, che sarebbero di difficile reperibilità nelle prime ore di un’emergenza. Quando si va a intervenire, trovare il pannello di “FOAM”, il “pluriball” o la carta giapponese in un luogo in cui è successo un terremoto, un’alluvione o qualsiasi altra calamità sarebbe difficile immediatamente. Il modulo mette a disposizione del personale del Ministero della Cultura immediatamente questo materiale, che poi può essere reintegrato nelle ore successive in loco, ma nelle prime ore è perfettamente a disposizione. Questo modulo è già stato attivato in Italia tre volte in emergenze reali in Toscana: nel 2023 sia nel Comune di Quarrata che a Campi Bisenzio, nel 2025 nel Comune di Sesto Fiorentino. In tutti e tre i casi si parla di archivi storici e archivi documentali del Comune, tutto materiale principalmente cartaceo che era stato danneggiato dall’alluvione. Alcune foto, per capire di cosa parliamo. Questi sono gli archivi danneggiati. Questa è la fase di selezione ad opera dei funzionari della Soprintendenza con il supporto dei volontari per selezionare quale materiale è destinato ad essere conservato e restaurato e quale materiale invece verrà eliminato perché è troppo danneggiato o perché è di scarsissimo valore documentale.
Questo è l’imballaggio. Estrazione di beni culturali portati via dalla piena e quindi dislocati nei campi o portati via dal fango. Sempre sotto la supervisione dei funzionari del Ministero della Cultura, le fasi di stoccaggio e trasporto sotto la supervisione del Nucleo Tutela Beni Culturali dei Carabinieri, che scorta ogni convoglio che trasporta i beni mobili spostati ai depositi temporanei individuati dal Ministero della Cultura. Questo è l’intervento del 2025 a Sesto Fiorentino con i Caschi Blu della Cultura, sempre sotto il Ministero della Cultura. Questi sono i beni danneggiati in archivio e dislocati, come dicevo. L’altra parte è il “team” per le emergenze internazionali. Ovviamente, in questo caso cambia anche il “target”, perché il “team” si occupa sia di beni mobili che di beni immobili. La richiesta normalmente avviene dallo stato colpito o, nel nostro caso, dalla società nazionale, la consorella colpita che ne fa richiesta. L’attività avviene sotto il Ministero della Cultura dello stato ospitante. Tutto il materiale del “team” è studiato per essere dispiegabile in varie forme, via aereo, via gomma, via treno. Il materiale viene studiato anche per poter essere trasportabile sotto varie forme. Cambia l’obiettivo del “team”. In questo caso, il “team” non può fare un’azione, almeno le prime ore, pesante di intervento sui beni culturali mobili, quindi spostarli come nel caso del “team” italiano, ma si può avere da una parte una funzione di “evaluation assessment”, la possibilità di dare supporto allo stato colpito, al Ministero della Cultura colpito, per consigliare le buone pratiche, suggerire, aiutare nelle valutazioni dei danni, nel valutare la tipologia di azione da intraprendere e quindi fare da supporto.
Oppure può funzionare come la tipologia del supporto che danno gli “emergency response team” della Federazione, ovvero il “volunteer coordination”. Sarebbe la parte di formazione e coordinamento dei volontari locali, della società nazionale colpita dello stato colpito, insegnare a quei volontari cosa fare sui beni mobili colpiti e coordinarli nelle prime fasi fino a che non diventano autonomi nello svolgere da soli questa attività. Anche in questo caso, nessun volontario fa il restauratore, non avendone capacità e conoscenze. L’attrezzatura, come vi dicevo, è ristudiata per poter essere facilmente trasportabile. Il “kit” base, quello iniziale, è composto da tre casse aviotrasportabili su un aereo di linea come bagaglio in stiva, perfettamente movimentabile velocemente. Come anticipava all’inizio Lorenzo, questo “team” ha avuto ad aprile 2025 il suo primo dispiegamento operativo durante l’esercitazione “Flood NorthALB” a Scutari in Albania, dove il “team” si è cimentato in una serie di attività legate a un’eventuale emergenza di alluvione, di allagamenti avvenuta. Si trattava sia di valutare la stabilità di alcuni elementi anche infrastrutturali. In questo caso, il “team” non aveva tanto il compito di valutare la stabilità del ponte da un punto di vista infrastrutturale, ma, essendo un ponte medievale, i danni all’apparato decorativo, all’apparato architettonico del manufatto. Idem per resti archeologici di chiese. Questo, nel caso, era una chiesa cristiana del 1200 in cui c’erano degli affreschi e delle decorazioni, e quindi il “team” interveniva per fare delle valutazioni sui danni subiti dal manufatto e sui possibili interventi da intraprendere. Come vedete, il “team” di Croce Rossa interviene in collaborazione con i due funzionari con la casacca blu. Sono funzionari della Soprintendenza albanese che supervisionavano le operazioni. Idem per quanto riguarda qui: erano una chiesa, adesso è una moschea, la Moschea di Piombo di Scutari, colpita nel 2023 da una potente alluvione ed è ancora in fase di restauro.
In questo caso, si simulava sia l’intervento sull’apparato architettonico della moschea, sia il recupero di beni mobili danneggiati e frantumati della moschea, il loro trasporto fuori dalla moschea, la schedatura, l’imballaggio per la conservazione. I prossimi passi: abbiamo una collaborazione in atto con l’Università degli Studi di Firenze di Architettura e Facoltà di Restauro per migliorare le capacità dei volontari e la loro preparazione e una possibilità di certificazione del modulo. È un inizio di percorso ancora lontano dall’arrivo, ma l’inizio di percorso per la certificazione europea del modulo.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Grazie mille Andrea. Avete, secondo me, tutti e tre rappresentato tre aspetti essenziali con una semplicità e una facilità nel dialogo, nella comunicazione che dimostra ampiamente la competenza. Sottolineerei una cosa: siamo tre volontari della Croce Rossa Italiana. L’essere volontario non significa non essere competente. L’essere volontario significa donare del proprio tempo, tempo di qualità, di elevato livello, secondo quella che è la propria competenza, il proprio “background” ed eventualmente quello che può fare la Croce Rossa o un’altra organizzazione, e aggiungere del bagaglio ulteriore, magari specifico nel nostro settore. Questi due elementi devono assolutamente andare insieme. Si riesce a raggiungere un obiettivo alto, si riesce a raggiungere un risultato nell’ambito legislativo nazionale, nell’ambito legislativo internazionale, nell’ambito operativo, solo ed esclusivamente se mettiamo insieme sia il tempo che la competenza, sia la voglia di provare e testare nuovi elementi, perché tutti questi aspetti sono legati a voglia di mettersi in gioco e voglia di rilanciare. A questo io porrei una domanda a voi: qual è, secondo voi, il ruolo del cittadino in questo? Perché il volontario è un cittadino. Noi nel sistema di protezione civile, nel sistema dell’emergenza nazionale, e anche a livello globale, diciamo sempre: “Il primo attore è la persona”. Dico cittadino, ma in realtà intendo la persona che vive nel territorio. Come possiamo noi persone operare al meglio per proteggere? Lascio a voi la risposta, lascio a voi eventuali domande. In questo caso, c’è una domanda in fondo.
DOMANDA
Buonasera. Grazie. Innanzitutto, una domanda per Strozzi e una per Marchi. Per Strozzi: sui beni discordanti è stata raggiunta un’intesa di modo che si possa agire in modo omogeneo a livello internazionale? Vediamo tutti i conflitti in corso, non sono solo Russia-Ucraina, Palestina-Israele, ma credo ce ne siano quasi un centinaio nel mondo. Quindi, se c’è un’intesa a livello internazionale, perché qui magari si possono abbattere monumenti, opere del periodo fascista, poi però arriva qualcun altro e dirà che siamo noi antidemocratici e quindi tra 30, 50, 100 anni si abbattono le opere costruite in questo periodo, se non si raggiunge un’intesa a livello internazionale su questo versante dei beni discordanti. Mi auguro che sia favorevole a qualunque tipo di bene, di qualunque cultura, insomma. Questo è per Strozzi. Per Marchi, ma anche per Yasinski eventualmente: nei rapporti per il recupero dei beni, ci sono situazioni con il fuoco, con l’acqua, situazioni all’interno delle quali credo che occorrano professionalità tecnicamente capaci, perché il volontario Croce Rossa può fare custodire una volta usciti i beni, ma ci sono delle realtà all’interno delle quali non è possibile operare se non con una vera e propria specializzazione. Ci sono rapporti con i comandi dei Vigili del Fuoco, con il Dipartimento dei Vigili del Fuoco, ad esempio, o con altre realtà, non so, quelle subacquee, oppure vanno ancora costruite? Grazie.
ALESSIA STROZZI
Allora, vado io sul patrimonio discordante. Grazie per la domanda facilissima. Il patrimonio discordante si inizia a parlarne, è scritto in letteratura nel 1992, quindi è una cosa freschissima. La risposta è no. Io ci sto facendo un dottorato a riguardo con questa sfida di cercare a livello internazionale, perché il discorso è che è un problema locale con una visione internazionale, globale. Purtroppo mi viene da dire no, però c’è sempre di più una sensibilità. Anche il discorso, mi rifaccio a quello che ha detto lei: ci sono sempre più conflitti e questi conflitti generano ancora più patrimonio discordante. Quindi, come andiamo a gestirli? Ci sono dei casi molto belli di utilizzo, lasciando una parte storica chiara e poi l’utilizzo. Quello che funziona tanto, immaginate i beni, riusciamo a proteggere il patrimonio se il bene è utilizzato. O è musealizzato completamente o, se è utilizzato, soprattutto architetture grosse, se sono usate, allora vengono anche mantenute, viene fatta la manutenzione, altrimenti si perdono fondamentalmente. Una delle cose che si fa è anche tanto processi partecipati, guardare sul locale che cosa è utile, che cosa la popolazione, la comunità può sviluppare in quel contesto, in quell’edificio. Non so se mi sono spiegata.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Io sarei… Dopo che voi rispondete, vorrei aggiungere anch’io una cosa. Vai.
MICHELE ROMEO JASINSKI
Rispondo io alla seconda domanda, poi faccio un’aggiunta su quello che ha detto Alessia. Assolutamente sì. Il ruolo di Croce Rossa è un ruolo di supporto e di diffusione. La nostra campagna ha un compito di sensibilizzazione. È chiaro che il soccorso tecnico, che in Italia è assolutamente disciplinato, è in capo ai Vigili del Fuoco, in capo al Dipartimento, in capo all’Arma dei Carabinieri, sia per la protezione dei beni culturali, sia dal punto di vista della loro aliquota nei Caschi Blu della Cultura. Ciò che riguarda il soccorso tecnico è disciplinato ed è qualcosa su cui Croce Rossa non entra se non a supporto. Ciò che noi facciamo sia in ambito di emergenza che in ambito non di emergenza è quello di sensibilizzare in un tempo di pace e di non emergenza e supportare con compiti di tipo logistico. È chiaro che c’è una responsabilità. Nelle foto che faceva vedere Andrea, il ruolo dell’Arma dei Carabinieri è centrale perché c’è anche una responsabilità di tutela e di protezione del bene culturale, anche nella fase di spostamento e di gestione stessa. Aggiungo un dettaglio a quello che diceva Alessia. Bellissimo il concetto del bene discordante, ma di base ciò che il diritto internazionale tutela è il bene culturale e lo tutela con l’obbligo di chi lo detiene, chi in quel momento controlla quel territorio. Quando dico controlla, parlo di un conflitto che può essere internazionale o non internazionale, parlo in un momento di crisi. Chi in quel momento detiene materialmente il potere sul territorio ha l’obbligo di proteggere quel bene, anche se quel bene magari non rappresenta la sua espressione culturale. È quella la grandezza della Convenzione dell’Aia, perché richiama quell’obbligo non a ciò che è bello o importante per me da un punto di vista culturale, ma ciò che è bello per l’umanità, perché il bene culturale nell’incipit della Convenzione dell’Aia del ’54 è qualcosa che è proprietario dell’umanità, è di tutti noi, anche ciò che è diverso, anche ciò che appartiene a una minoranza e che deve essere tutelato come espressione dell’umanità. Perdonatemi se uso molto spesso questa parola che io amo, “umanità”, ma è il primo dei sette principi della Croce Rossa: l’attenzione all’essere umano che in questo caso è l’attenzione all’espressione culturale dell’essere umano.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Grazie.
ALESSIA STROZZI
Prego. Voglio… Sì, sono d’accordo. Il discorso della discordanza è proprio legato anche al fatto che magari il bene viene preso e poi viene utilizzato diversamente. Per esempio, in Armenia, dove c’è questo conflitto, molte chiese armene vengono utilizzate in modo diverso e c’è l’altro che dice: “No, ma prima era una moschea, io voglio rimetterci”. È sicuramente più complesso e molto più specifico. Chiusa su questa cosa. L’altra cosa che volevo aggiungere rispetto alla domanda è che la domanda era riguardo come si sviluppa Croce Rossa, come si coordina. In Italia il Ministero della Cultura ha un protocollo molto preciso: una volta che c’è un’emergenza, viene attivata la Protezione Civile Nazionale, ma è il Ministero della Cultura che fa i suoi giri, fa l'”assessment”, fa la valutazione di com’è il patrimonio e in base a quello decide come agire e decide di chiedere l’aiuto dei volontari preparati per il patrimonio. Questo deve essere chiaro. Per quanto riguarda l’esempio che lei ha fatto di un incendio, quello non è un disastro, ma è una cosa specifica. È chiaro che i primi ad agire sono i Vigili del Fuoco, sempre perché vogliamo spegnere l’incendio. Successivamente, entrano i tecnici della Soprintendenza a valutare le opere e in quel caso non è un discorso di disastro, ma è un discorso di emergenza specifica, e quindi vanno a valutare come bisogna agire con dei fondi specifici, se anche il materiale deve andare al restauro oppure no. Volevo un attimo dividere. E poi, quando si parla di patrimonio culturale in emergenza, è chiaro che c’è sempre il multirischio. Se ho il fuoco, poi mi serve l’acqua per spegnere e quindi devo usare l’acqua che fa altri danni. Le alluvioni: quella non è acqua pulita, ma è un’acqua con un sacco di petrolio, sporca. Dobbiamo tenere in considerazione anche questo aspetto.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Voglio ringraziare per entrambe le domande. Voglio ringraziare per le risposte perché mi ha riportato alla memoria un incontro fatto anni fa, subito prima dell’inizio del conflitto dell’Ucraina, con il Ministero degli Affari Esteri, con Giuliana del Papa, in cui si ragionava di quali fossero degli aspetti d’eccellenza nell’ambito dell’emergenza che fossero importanti da comunicare all’estero nelle azioni di preparazione, nelle azioni di cooperazione. Uno degli elementi principali che era stato sottolineato era il coordinamento, il grande vantaggio del sistema nazionale di Protezione Civile, che è uno di quegli elementi che in quasi tutti i progetti di preparazione e di formazione che effettuiamo in giro per il mondo è proprio quello di avere la capacità di mettere insieme diversi attori, strutture operative, diverse istituzioni, componenti e farli lavorare insieme, ognuno per le proprie peculiarità, e farli crescere anche in questo. Questo è un elemento di assoluto vantaggio. Non bisogna vedere le azioni di un Ministero, di un’organizzazione, come un’azione competitiva nel senso negativo del termine. Bisogna vederle come un’azione di partecipazione attiva. Questo è un elemento ancor più legato alla storia del nostro territorio, che è una storia di un territorio con un’elevatissima rischiosità distribuita tra alluvioni, terremoti, frane, vulcani e affini. Una storia che ci ha portato davanti a diverse tipologie sia di disastri che di crisi, due conflitti mondiali. In questo dobbiamo anche riconoscerci come primi attori una forte responsabilità continuativa che non è specifica nell’ambito del bene culturale, ma proprio specifica nell’ambito della prevenzione. Altre domande? Prego.
LORENZO MASSUCCHIELLI
C’è lei.
DOMANDA 2
Clara Friuli, Venezia Giulia, San Daniele del Friuli. Scusate il lessico che non è così forbito come voi toscani. Mi avete fatto ricordare il terremoto del Friuli del ’76. Forte scossa a maggio, terribile scossa a settembre. Noi eravamo molto spaventati, anche perché il Friuli era molto lontano da Roma, però abbiamo avuto una grande fortuna. Giuseppe Zamberletti, che aveva il potere, non era libero dalla burocrazia e quello è stato molto utile perché era una persona molto pratica e grazie a lui si è formata la Protezione Civile. Ma cosa abbiamo avuto in Friuli di positivo? Le caserme con tanti militari ci hanno aiutato anche perché avevano dei mezzi per portare via i rovinacci, le cose da togliere, perché le scosse sono state forti. Poi sono venuti molti delle famiglie friulane, delle immigrazioni sparse per il mondo, a portare i loro apporti perché sono valorosi muratori che sanno come trattare le pietre, anche se non hanno l’esperienza della costruzione e del rispetto. Poi abbiamo avuto anche un grande vescovo, considerato il vescovo rosso, che ha fatto una priorità: prima le fabbriche, poi le case, in fondo le chiese, perché Dio ovunque. È stata una grande esperienza di cultura e di umanità. L’esperienza Friuli ha fatto testo, malgrado siamo una regione non molto visibile nel contesto mondiale. Grazie della vostra ospitalità e cortesia. Mi ero emozionata perché l’avevo rimosso quel brutto momento. Scusate.
LORENZO MASSUCCHIELLI
La ringrazio, signora, anche da parte di mio nonno che era di Pordenone. Il Friuli ha fatto un’azione importantissima su cui ci addestriamo tutt’ora. Ha voluto mantenere alcuni dei luoghi colpiti come luoghi di addestramento, di formazione sia per i Vigili del Fuoco che per le altre organizzazioni e che recentemente abbiamo utilizzato per formare il personale della Federazione Internazionale e quindi ampliare quell’esperienza non solo a livello nazionale, ma anche a livello estero. Azione che viene svolta anche nell’ambito della Protezione Civile Europea da altre organizzazioni o dalla Protezione Civile regionale. Quindi è sicuramente un elemento rilevante.
DOMANDA 2
E li hanno affidati all’Associazione Nazionale Alpini perché non si fidavano di altri amministratori.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Assolutamente. Perfetto. Ecco, questi sono gli elementi che fanno capire cosa può fare il cittadino. Siamo tutti attori di un sistema di prevenzione. Iniziamo però a ragionare, siamo nel padiglione internazionale, di qual è l’azione che effettivamente poi l’Italia va a svolgere in un contesto internazionale. Qual è la capacità e quali sono gli elementi che vogliamo esportare? Fatemi utilizzare questa parola, anche se impropriamente. Utilizzerei un attimo di tempo per fare un paio di domande e poi riapro alla platea. La prima è: magari a volte può sembrare strano, ma perché la Croce Rossa Italiana si occupa di beni culturali? Va bene il movimento, va bene l’ambito di diritto internazionale, ma perché proprio la CRI, Michele?
MICHELE ROMEO JASINSKI
Croce Rossa e il suo movimento internazionale vivono di principi. Noi abbiamo sette principi che guidano la nostra azione anche quotidiana, quella dei singoli volontari come me, come Andrea e come anche Alessia, diciamolo, perché Alessia, oltre a essere qui in questo momento a rappresentare Scudo Blu, è anche nel cuore una volontaria Croce Rossa. Il primo principio è il principio di umanità che vi dicevo, ma ce n’è uno molto importante che è il principio di unità. Unità come capillarità, come presenza sul territorio. La campagna di Croce Rossa ha un’attenzione particolare ai beni culturali delle comunità locali. A noi interessava valorizzare ciò che era importante per le persone, ciò che per una piccola comunità, per un piccolo paese ha valore storico, culturale, di memoria. È da lì che siamo partiti. Questo è l’elemento fondamentale.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Grazie Michele. La dignità umana, questo è effettivamente il primo punto del soccorso. Questo mi ricollego alle due domande, ai due interventi effettuati. Il cittadino nella storia italiana ha contribuito alla salvaguardia dei beni culturali. Tante volte, parlando nei corsi di formazione, nella formazione di nuovi volontari, ma anche nel quadro generale dello sviluppo del sistema di Protezione Civile, si fa riferimento all’alluvione del ’66 di Firenze come il momento della nascita del volontariato di Protezione Civile. Andrea, vuoi dire qualcosa di più?
ANDREA MARCHI
Indubbiamente sì. La signora prima citava anche il terremoto del Friuli. Sono i primissimi eventi ai quali si fa risalire la Protezione Civile. La signora citava Zamberletti, il padre della Protezione Civile con la ormai famigerata 225 del ’92. Sono i pilastri di quello che facciamo. Tutta questa è esperienza, si parla di “lessons learned”, le lezioni apprese e messe in atto. Il modulo che vi ho mostrato poco fa, e che abbiamo la fortuna di poter dispiegare, è una delle frecce all’arco del Dipartimento e all’arco del Ministero della Cultura. Non è obbligatorio usare quel modulo. Quel modulo c’è e nelle prime ore può garantire, se il Ministero vuole, un determinato apporto sia di tecniche che di materiali. Nasce da tutto quello che i volontari di Croce Rossa, ma anche i volontari spontanei, quello che oggi è il nuovo movimento che sta nascendo durante le emergenze, le calamità, il volontariato spontaneo, i cittadini che come primo ente della Protezione Civile si autoattivano per aiutare la prossimità ai vicini. Ciò che è nato da queste emergenze, ciò che abbiamo imparato, è confluito in quel modulo e in tutti gli altri moduli che noi abbiamo come Protezione Civile. Le lezioni apprese, ciò che abbiamo visto essere utile, è rimasto. Se ci siamo accorti che mancava qualcosa, nel tempo l’abbiamo aggiunto. L’apporto che danno i cittadini, che dà il volontariato, è quello di fornire ogni volta qualcosa di sempre più professionale basato su ciò che è stato fatto, ciò che abbiamo imparato e ciò che andiamo a rimettere in campo. Anche l’azione che facciamo con le consorelle all’estero è proprio quella di esportare buone pratiche. L’Italia è fortissima nei beni culturali, è fortissima nel rispondere a un determinato tipo di emergenze. Va in un altro stato ad insegnare quello che ha appreso, come un altro stato viene in Italia ed insegna a noi qualcosa in cui siamo meno bravi o meno preparati. È importantissima l’attività fatta dai cittadini perché ci permette di crescere in continuazione.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Sì, gli “Angeli del Fango”, il termine che oggi si usa in qualunque emergenza, nascono per salvaguardare libri. Stiamo parlando di fatto di un’azione in cui ci si interfaccia moltissimo con una realtà che è il nostro territorio, che vuole preservare la propria cultura, la propria tradizione. Questo, ovviamente, lo vogliamo noi, ma lo vuole qualunque popolo nel mondo. Alessia, in questo non stiamo parlando solamente di un’azione necessariamente nazionale, ma stiamo parlando anche di una dimensione europea. C’è un progetto che ormai è abbastanza strutturato, che è “Proculther”. Sei una docente, quindi puoi darci qualche spunto in questa direzione.
ALESSIA STROZZI
Il Dipartimento della Protezione Civile è a capo di questo progetto Horizon, uno dei progetti finanziati dall’Unione Europea. Credo che loro siano al quinto mandato, quindi sono veramente ormai più di 10 anni che lavorano a questo progetto di modulo del patrimonio. Sì, un modulo di emergenza dedicato al patrimonio culturale, facendolo da un punto di vista proprio europeo. Quindi, il modulo italiano può andare in un paese europeo e viceversa possono venire ad aiutarci in caso di necessità, essendo tutti allineati su quelle che sono le procedure, le schede tecniche, i modi di valutare, i modi di imballare e come agire. Questo, da un punto di vista europeo, è favoloso perché ci permette, come diceva Andrea, di avere aiuto, perché gli “Angeli del Fango” nascono perché c’era troppo da fare. Immaginate tutta la Biblioteca Nazionale, tutta Firenze allagata. Non si sapeva più dove portare le opere, come fare. Erano stati chiamati anche persone dall’estero, americani che 60 anni fa erano venuti a farsi le foto, a rivedere le cose. C’è anche un’unione, perché c’è un momento di grande solidarietà in queste emergenze. Se non ci si aiuta subito, poi si perdono le cose, fondamentalmente. Questo progetto, il Dipartimento a cui è a capo, “Procultural Heritage Network”, credo abbia coinvolto quasi tutti i paesi europei e a settembre faranno un altro modulo per la formazione, per cui la formazione la riportano al loro interno, migliorano le loro strategie in modo tale che fondamentalmente tutti ci miglioriamo gli uni con gli altri. Bene, grazie.
LORENZO MASSUCCHIELLI
Facendo simulazioni, c’è proprio tutto il lavoro. L’elemento cardine che portiamo a casa da questo interessantissimo panel è che la protezione dei beni culturali non è una protezione del bene di Lorenzo, di Alessia, di Michele o di Andrea. È una protezione di elementi che sono propri dell’intera umanità, che sono caratteristici di un’evoluzione dell’uomo nel bene e nel conflitto, nella situazione di pace, nella situazione critica, ma fanno parte della nostra evoluzione, fanno parte della nostra dignità, fanno parte della necessità di soccorso che tutti noi abbiamo nel momento in cui ci ritroviamo in un contesto più critico. Io con questo chiuderei con un paio di elementi. Intanto, dobbiamo considerare come elemento principale che la protezione dei beni culturali, proprio per questo, riguarda tutti noi. Riguarda il cittadino, riguarda la singola persona, riguarda le istituzioni, i sistemi, i sistemi integrati. Abbiamo visto come la Croce Rossa Italiana è un “partner”, non è “il” partner, è un “partner” di un sistema di coordinamento. È un elemento che può mettersi in gioco sotto diversi aspetti: un aspetto più accademico, un aspetto più legislativo, un aspetto più operativo, in funzione di quella che è la necessità pianificata o ritrovata in caso di crisi, in caso di disastro, in relazione e in rapporto con altre strutture sia sul territorio che all’estero. Essenzialmente, abbiamo anche visto un aspetto per me abbastanza rilevante: in ogni caso la dignità umana è sempre il primo passo, il primo elemento da tenere in considerazione quando si struttura un’azione di soccorso. Nel quadro della dignità umana, esattamente come l’equipaggio dell’ambulanza aiuta la persona a rivestirsi laddove sia possibile, in modo da arrivare in ospedale in condizioni dignitose, azioni più specializzate, che non sono salvavita, servono ad assicurare una dignità di una comunità che vuole riprendersi dopo una situazione critica, dopo una situazione disastrosa. Questi sono elementi assolutamente rilevanti. Devo darvi un’informazione legata proprio all’intero Meeting di Rimini. Ognuno di noi può dare un contributo decisivo al fatto che questo Meeting più ampio, non solamente questo panel, possa restare in piedi con una donazione alla Fiera di Rimini. Trovate in diverse parti della fiera le postazioni “dona”. Vi chiediamo anche noi di contribuire, di poter dare una mano, di poter supportare il fatto che questa azione, queste edizioni, possano essere ristrutturate in futuro. Grazie mille, grazie ai relatori del panel e in giro per eventuali bilaterali. Grazie ancora.










