Chi siamo
PIETRO TIBONI, PADRE DI UN POPOLO
Daniele Giusti, medico e segretario generale dei missionari comboniani; Sara Pasolini, insegnante. Modera Valentina Frigerio, responsabile sito e canali digital di CL.
A cent’anni dalla nascita resta viva la testimonianza del comboniano padre Pietro Tiboni, che trascorse gran parte della vita in Sudan e Uganda, dove morì. Un missionario che don Giussani aveva definito «uno tra i più santi uomini che abbiamo».
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Valentina Frigerio:
Buon pomeriggio a tutti, benvenuti a questo incontro dell’Arena Tracce dal titolo Pietro Tiboni, padre di un popolo. Io sono Valentina Frigerio, responsabile del sito di CL e della presenza digitale del movimento e oggi sono qui con Daniele Giusti, segretario generale dell’Istituto dei Missionari Comboniani, che ha vissuto in Uganda per 30 anni, prima come volontario con il movimento, poi come fratello comboniano e con Sara Pasolini, insegnante, anche lei ha vissuto 10 anni in Uganda con la sua famiglia. Perché l’Uganda? Perché parliamo di Padre Tiboni. Padre Tiboni è una figura per noi che siamo stati in Uganda importantissima, ma scopriremo anche per gran parte del mondo. Padre Tiboni ha avuto il dono di incontrare due grandi protagonisti della missione della Chiesa che sono Comboni e Giussani e quindi Padre Tiboni incarna perfettamente questi due carismi e nell’incontro con le famiglie italiane del movimento in missione in Uganda è nata grazie a questa amicizia il movimento di CL in Uganda, Christ is Communion and Life, che è come viene definito il movimento in Uganda e lo ha sempre fatto sostenuto dalla sua filiale consacrazione alla Madonna e che vedremo poi più avanti grazie all’atto di consacrazione che è una preghiera fondamentale. Ma non voglio togliere spazio ai nostri ospiti che hanno tanto da raccontarci, quindi partirei con la prima domanda a Daniele: chi è stato per te Padre Tiboni e che influenza ha avuto sulla tua vita e sulla tua vocazione in particolare
Daniele Giusti:
Sulla vocazione particolare Tiboni ha avuto un ruolo, direi, determinante. Io però Tiboni non l’ho incontrato subito perché sono partito per l’Uganda con gli amici di Varese, Giorgio Taglietti qua che qua davanti mi ha è stato quello che mi ha provocato all’inizio per partire ed ero arrivato al mio secondo terzo anno di contratto. Allora, quando sono partito io ricordo che c’era la percezione che ci fosse dentro una chiamata che non era tanto per fare il volontario, far del bene alla gente, c’era dentro di più. Però poi tutte le chiamate hanno bisogno di trovare una forma, una forma che sia definitiva, eccetera. E lì non c’ero ancora arrivato. Tiboni non c’era quando sono arrivato io, era in Italia, faceva il consigliere generale dei Comboniani. Era stato espulso da Amin nel 75, credo, ed eravamo arrivati agli 80-81. Io ero al mio terzo quarto terzo anno di volontariato. Stava per scadere il contratto, che sono le tappe che vengono messe e che costringono a fare delle scelte. Comunque quando arrivò Tiboni ritornò incominciò a fare il suo avvicinamento come faceva con tutti, con tutta la gente che incontrava, nel modo più imprevedibile, scroccava le sigarette e ti arrivava in casa alle 6:30 7:00 del mattino perché voleva il caffè. E intanto ti guardava, ti ascoltava, ti misurava, eccetera. Era la sua tattica di avvicinamento, per cui quando la domanda su cosa farò da grande è diventata più pressante perché si avvicinava a una scadenza, io ne avevo parlato con Tiboni più di una volta. Beh, non era maturato niente, però a un certo punto non ricordo bene né dove né come né quando, lui mi approcciò nel modo tipico suo, molto sornione, ironico, ma in un modo che ti inchioda. Mi disse, “Ma senti Daniele, tu proprio scemo non sei?” E questo è un buon inizio. Ho detto, “Meno male.” Insomma, in questi 4 anni mi sembra che hai imparato a fare il medico e ti piace fare il medico. Dico sì, casini non ne hai fatti, si riferiva alla vita sentimentale e cose del genere. Ma tu non hai mai pensato di fare il fratello comboniano? Ora io i fratelli comboniani li conoscevo, li avevo incontrati a Kitgum un fratello, Fratel Carlo. Sono quelli che costruiscono le cose, che sanno fare dei mestieri. Io c’avevo una professione, insomma, ma di mestieri solidi che costruiscono c’era poco. Però dettami così la cosa, è come se fossero state messe insieme tanti aspetti del desiderio che avevo nel cuore. A me piaceva fare il medico. In Africa era accaduto l’incontro definitivo col movimento, nel senso che in Africa io ho detto il mio primo sì al Signore attraverso la proposta della fraternità. E io ricordo che quando mi fu proposta da Enrico Guffanti che era venuto a proporre la fraternità e io ho detto, “Ma io questa cosa che ho vissuto con questi amici, molti sono qui ancora adesso, questa cosa che ho vissuto per me, se io mi staccassi da questa cosa, è come se mi mancasse qualcosa che mi tiene in piedi.” E allora ho detto il mio primo sì. Quando Tiboni mi ha fatto questa proposta inaspettata, è lì che si sono messe insieme queste evidenze, la professione, il desiderio di appartenere a Gesù in un modo più radicale, l’Africa, il contesto sia professionale che e per mancanza di buone ragioni per dire di no, ho detto di sì. Ma se ben mi ricordo questa è stata la ragione per cui sono partito la prima volta per l’Uganda, perché andando a parlare con Enrico Guffanti. Io che non volevo andare in Uganda, volevo andare avanti e fare la mia carriera in università. Parlando con lui, io sono venuto fuori dall’incontro senza aver trovato una buona ragione per arrendermi a quell’evidenza di bene che mi veniva messa davanti e ho detto sì, per cui è stato determinante.
Valentina Frigerio:
Grazie. E Sara, per te cosa ha significato Tibo, che è il modo con cui tutti noi chiamavamo Tiboni in modo amichevole, per la tua vocazione?
Sara Pasolini:
Allora, questo incontro e queste domande sono state un’occasione per me di andare un po’ a rivedere tutto quello che è stata la mia storia. Ne parlavamo prima anche con Daniele e Valentina, la mia storia in Uganda e fortunatamente, siccome in quel periodo scrivevo tanto, sono andata a rileggermi quello che poi ho scritto e quindi mi sono veramente tornati alla memoria tantissimi episodi, momenti e grazie a Dio anche dialoghi avuti con Tibo. È un’amicizia che arriva da lontano. Io sono originaria di Varese e mi ha sempre affascinata questa figura di questo missionario che fin da bambina vedevo perché era molto amico di tante famiglie altrettanto affascinanti per me che erano in missione in Uganda o erano già state in missione in Uganda. E quindi vedevo quest’uomo che arrivava con i suoi racconti esotici, con i batic, che insomma in ogni più o meno in ogni casa di Varese che frequentavo, che frequento c’è un batic o anche più di uno che sono questi dipinti molto colorati fatti su cera sostanzialmente e quindi mi ha sempre affascinato tantissimo anche l’amicizia che c’era fra lui e queste famiglie, che poi sono diventate anche mie amiche e molte di queste famiglie o i loro figli li ho incontrati in Uganda e abbiamo vissuto insieme degli anni molto belli e intensi, in cui ci siamo fatti tanta compagnia. Quindi Tiboni ha generato sicuramente un’amicizia e mi vien da dire che lui era anche generato, innanzitutto, da questa amicizia, perché io vedevo proprio che lui non si concepiva da solo, ma si concepiva sempre dentro in un rapporto con Dio e con gli amici che Dio gli metteva davanti, dentro nel poi nello specifico sì, nei Comboniani e nello specifico nel carisma del movimento. Quindi sicuramente è un’amicizia che arriva da lontano per queste motivazioni. E poi, io quando mi sono laureata, la faccio breve, sono andata due anni e mezzo a lavorare in Kenya e lui seguiva un po’ le comunità anche del Kenya, veniva a trovarci eccetera. E niente, per cui quando veniva a trovarci io avevo occasione di confessarmi da lui, ma poi anche di parlargli un po’ delle mie questioni sentimentali perché io in Kenya, lui Tiboni mi faceva ridere perché diceva sempre che io in Kenya sono andata a fare caccia grossa, nel senso che appunto, lì in Kenya poi io ho incontrato quello che poi sarebbe stato mio marito. E quindi ironizzava molto su quello, e appunto io quando mi confidavo con lui, gli dicevo un po’ dei dubbi che avevo, ovviamente non sulla persona di Francesco, ma sulle mie insicurezze che avevo in generale, eccetera. E lui su questa cosa è stato veramente un un gigante perché mi ha rassicurata tanto dicendomi che per me, e infatti veramente era un profondo conoscitore dell’animo umano, ti sentivi leggere dentro, mi diceva per me che per me era importante in quella fase che l’uomo, Francesco mi volesse più bene di quanto io magari con tutti i miei dubbi e le mie insicurezze ne volessi a lui perché era un po’ come San Giuseppe che era chiamato a custodire e a proteggere questo rapporto e quindi questa cosa mi ha dato tantissima libertà anche nel vivere il rapporto e la relazione con Francesco, che sarebbe stato poi il mio futuro marito, in maniera totalmente libera dalla performance, ma semplicemente dicendo un sì che poi sarebbe diventato forte, solido e bello. Quindi Tibo è stato veramente determinante in quella fase lì della nostra relazione. Noi siamo partiti poi grazie anche sicuramente all’intervento decisivo del dottor Filippo Ciantia, con il quale sono molto amica e sono soprattutto amica di sua figlia Maddalena e di suo marito Francesco. Grazie all’amicizia con lui, siamo partiti per l’Uganda nel 2008 ed eravamo già in tre perché c’era già Luigi e niente, per cui siamo partiti e Tibo ha battezzato a dicembre del 2008, ha battezzato Luigi e siccome lui era solito mandare dei messaggi quotidiani agli amici. In quei giorni ha scritto questo: battesimo di Luigi a Kitgum. Luigi, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Sabato 27 dicembre, grande festa a Kitgum per il battesimo di Luigi Frigerio, figlio di Francesco e di Sara. I genitori, scegliendo il nome Luigi, vogliono indicare il desiderio di trasmettere al figlio il carisma di Luigi Giussani. Tutti noi, infatti, eravamo, come il piccolo Luigi, incoscienti della grandezza del gesto del battesimo che ci immerge per sempre nel mistero di Cristo e della Trinità. E solo l’incontro con Giussani ci ha educato alla coscienza della grandezza di questo sacramento, per cui il desiderio è che Luigi e ogni creatura umana incontri tale educatore potente attraverso di noi. Quindi è un ricordo veramente bellissimo anche di questo passo della nostra famiglia. Poi sarò breve, ho avuto altri dialoghi con Tibo nel 2014 prima che lui partisse per Gulu e uno di questi era proprio sul tema del lavoro. Io ero in una situazione un po’ di stallo, lavorativamente parlando, ero anche un po’ frustrata perché comunque molti di voi sanno che in Uganda comunque si hanno tantissimi aiuti dalle persone locali perché si dà lavoro e nello stesso tempo c’è una mano anche grande in famiglia e però io mi sentivo inutile, non mi sentivo bene, insomma era un periodo di crisi della mia vita e io confidavo queste cose a Padre Tiboni e lui appunto mi diceva di non preoccuparmi perché questa fragilità che avevo e questo senso di inutilità non era sprecato, anzi l’ha valorizzato tantissimo incentivandomi, per esempio, a rendermi utile e a trovare un lavoro, a cercarlo. Perché lui diceva è importante che tu, sia per come sei fatta, sia in generale, puoi trovare un lavoro e avere anche una valorizzazione economica. Allora, io mi sono messa in moto ed è stato un periodo di 6 mesi molto bello in cui io sono poi andata da Rose Businge, che tutti voi immagino conoscete bene, ne avete già sentito parlare e ho conosciuto quindi da vicino l’esperienza del Meeting Point International di Kampala e conosciuto dal vivo l’esperienza delle sue donne, delle donne di Rose e quindi questo dialogo con Tibo è stato utilissimo anche per dare un senso alle mie giornate. Poi lui una cosa che mi diceva sempre è che comunque bisogna combattere il nulla che a volte c’è nelle nostre giornate e innanzitutto vedendo a quello che siamo chiamati quotidianamente perché solamente facendo quello che dobbiamo fare, rispondendo al marito, ai figli, a quello che c’è da fare, uno poi ritrova il senso, perché risponde a un a un altro, che poi può essere un altro anche con la A maiuscola, per cui veramente dialoghi intensi e molto belli e di questo, appunto, sono proprio grata, insomma.
Valentina Frigerio:
Grazie. C’è questa lettera famosa che ha scritto Tiboni nel 1980 in cui aveva identificato tre problemi principali che lui vedeva in quel momento dal suo osservatorio: quello del lavoro, di come veniva affrontato il lavoro, quello dell’AIDS che era veramente importante in quel momento in Uganda e quello dell’amore della famiglia che è strettamente legato chiaramente al tema dell’AIDS, nel senso che c’erano anche tanti proprio amici del movimento che erano malati di AIDS, quindi non era una malattia lontana, ma era una malattia che stava colpendo da vicino tutti quanti. La cosa interessante però è che la sua proposta per affrontare questa malattia, questa crisi era quella di un approfondimento della propria appartenenza a Cristo. E questo momento è stato un momento molto fondamentale per la storia dell’Uganda di cui stiamo parlando, nel senso che da lì sono nati i primi Meeting Point e ma sono nati con questa idea, lui diceva non dobbiamo aiutare i malati, semplicemente accompagnarli alla morte, ma innanzitutto chiederci noi in primis qual è il senso della vita e quindi accompagnare i malati alla scoperta del senso della vita. Ed è con questo approccio originale che i Meeting Point sono nati e poi si sono sviluppati e tutte le opere in Uganda. Quindi, a proposito di questi semi che sono maturati grazie a Tiboni, volevo chiedere a Daniele cosa è nato attraverso Tiboni che tu hai visto e come o come lui ha cambiato il tuo modo di affrontare il lavoro e quello che avevi davanti.
Daniele Giusti:
Io opere non ne ho fatte perché sono andato a lavorare in due ospedali che c’erano già e quindi non magari questo lo sviluppa di più la Sara che poi ha fatto l’esperienza del Meeting Point. Su una cosa però Tiboni era feroce e fermo, era quello delle ragioni per cui l’opera nasce e delle ragioni per cui tu inizi qualcosa che diventa opera. C’è stato un momento, io ero partito perché ero stato invitato a condividere con gli africani e cose del genere quello che avevo incontrato. Poi dopo uno arriva, c’è l’ospedale, c’è il lavoro e il rischio che ci si sposti immediatamente sul bisogno concreto che tu vedi che non fa male a nessuno. Per l’amor di Dio, facevamo i medici, si guariva la gente, si cercava di fare del nostro meglio, ma c’è stato un momento in cui era come se avessimo perso di vista le ragioni dell’inizio e io mi ricordo perché in questo momento io vivevo questo momento come un grosso disagio nel lavoro che era molto pesante, ma eravamo in due, uno è qua e l’altro ero io, in due ospedali abbastanza grossi, con tutti i casini del dopo colpo di stato, mancava i pazienti arrivavano, a volte non c’erano le medicine, a volte non c’era … utte queste robe qua ed era molto facile lamentarsi della situazione e infatti era diventato un po’ il leitmotiv di come parlavamo tra di noi, come affrontavamo la. E su questo mi ricordo Tiboni una volta è stato violento su di noi, “Ma voi ma voi cosa credete che siete qua a salvare gli africani, a farli vivere, cose del genere?” È molto crudo Tiboni quando vuole fare un punto, “Ma voi vi rendete conto che anche quando vi va bene, se vi va bene e non sempre vi va bene, tutto quello che riuscite a fare è spostare in là il momento in cui una persona deve incontrare deve incontrare il suo destino? Voi se non glielo fate incontrare questo suo destino, siete complici di una illusione che distrae il paziente. Non gli risolvete il problema, glielo complicate.”Certo che dirlo a due che si facevano un mazzo così era un po’ era un po’ dura, ma era vero. Era vero. E su questo Tiboni era terribile. Lui ti riportava sempre alla radice della questione. Quello che noi abbiamo da dare, sì, è la nostra professione, ma soprattutto è permettere all’altro di incontrare Cristo attraverso di noi. Se questo non accade è un po’ vano quello che fai. Però poi le opere sono belle e poi ci sono state anche le scuole che sono nate. Io ho avuto piuttosto questa esperienza di lavoro in ospedale, di opere che avevano già fatto altri, non le ho fondate io, le ho ereditate, cerco di farle andare avanti ancora adesso.
Valentina Frigerio:
E scusa, e che consiglio pratico vi ha dato?
Daniele Giusti:
Lui ci ha detto, “Adesso voi dovete far memoria di quello che esiste tra di voi e allora adesso andate ogni mattina da Maria Grazia, che era la moglie di Vone, vi prepara il tè e un dolce e voi tra un intervento in sala operatoria e l’altro o tra un giro e l’altro vi fermate 5 minuti, vi guardate in faccia, pregate perché attraverso di voi e poi andate avanti e lo fate ogni giorno.” Questa è stata l’indicazione concreta che ci ha dato e l’abbiamo fatto.
Valentina Frigerio:
E Sara, tu cosa ci puoi raccontare rispetto invece all’esperienza che hai avuto tu su quello che Tiboni ha generato poi concretamente in Uganda?
Sara Pasolini:
Allora, anch’io come Daniele, anzi vabbè comunque io veramente non ho fondato niente e nel 2008 quando siamo arrivati in Uganda abbiamo trovato veramente una realtà bellissima di chiesa e con tantissime opere già in seno alla chiesa grazie agli amici del movimento e non che si sono messi insieme per costruire un pezzettino di chiesa in Uganda e rispondere a quello di cui c’era bisogno. Per cui, per esempio, c’era a Kitgum il Meeting Point di Katti Poca che è nato proprio, come dicevate prima, dall’amicizia tra Padre Tiboni e altri amici che hanno semplicemente voluto rispondere al bisogno concreto dei malati di AIDS che in quel periodo imperversava tantissimo, era una, se si può dire, delle piaghe, e appunto rispondere semplicemente con una compagnia, una compagnia concreta che poi andava fino alle cure laddove c’era la possibilità di ottenerle. E questa cosa l’ho vista altrettanto nel Meeting Point della Rose di Kampala, dove appunto queste donne che hanno avuto una vita pazzesca, molto molto difficile, a tratti delle storie, appunto, terribili, si sono trasformati invece in persone da guardare, persone liete, persone in grado anche loro stesse di costruire qualcosa di buono per sé, per le loro famiglie e per la chiesa intera. E io ho potuto godere di tutte queste amicizie nate e generate comunque da Tiboni che era considerato proprio un padre al di là proprio del fatto che fosse un padre di fatto, Padre Tiboni. E questa cosa mi ha sempre colpito anche se posso spezzare una lancia a favore, non spezzare la lancia, Padre Tiboni era un Comboniano e c’erano tantissimi Comboniani in Uganda che io ho conosciuto che veramente vivevano con niente di niente. Eppure lieti, sempre pronti ad affrontare il pericolo, hanno imparato il dialetto locale, come molti comunque amici hanno fatto, costruito opere educative. E anche con Tiboni, comunque è successo questo, perché nulla della vita era lasciato ai margini, per cui dove si mandano i figli a scuola, perché chissà chi possono essere gli insegnanti. C’è bisogno di formare i sacerdoti, di aiutare i poveri, di aiutare le persone bisognose anche a sostenerle in modo tale che potessero laddove è possibile camminare con le loro gambe. Io ho visto tutto questo ed è sicuramente generato dalla presenza amorevole di Padre Tiboni.
Valentina Frigerio:
Tiboni ha sempre vissuto in contesti di guerra, in paesi che comunque all’interno di un conflitto. Come sosteneva le comunità che guidava in qualche modo davanti a questa situazione? Daniele.
Daniele Giusti:
Ma io ho presente un momento … Tiboni ha vissuto sempre in paesi in guerra. In Sudan prima ci sono degli episodi di questo suo libro che ha scritto Pippo, si trovano, sono molto belli. Io sono stato molto toccato dall’attenzione che lui ha sempre avuto per dei Ruandesi, dei Ruandesi che erano sfollati in Uganda dopo uno dei primi problemi che ci sono stati di odio razziale tra Tutsi e Hutu. Erano Tutsi che erano, ma non soltanto Tutsi, c’erano anche Hutu che erano in Uganda, soprattutto nel sud del paese e lui che andava a insegnare a Lira, dove ce n’erano parecchi, in quella città li ha sempre curati e io ho sempre guardato … anche perché alcuni di loro erano dipendenti delle nostre famiglie, lavoravano nella famiglia di Giorgio e di Giovanna e cose del genere e lui li conosceva perché frequentava quella famiglia quotidianamente. E la cura che lui aveva per queste persone probabilmente era profetica, perché probabilmente lo dico perché accadeva prima del genocidio del 94. È lì dove io ho capito questa sua cura particolare è la storia della coscienza che la possibilità di convivenza e la pace tra gente diversa che ha imparato per le ferite della storia ad odiarsi ha una sola soluzione, che è Cristo. Nel 94 io sono arrivato in Uganda, avevo un periodo di vacanza ed era appena successo il genocidio e allora Pippo mi dice “Ma tu non andresti a fare una prima ricognizione, come si chiama, per vedere cos’è che si può fare in Ruanda?” Allora io era il mio periodo di di vacanza, avevo voglia di andare in vacanza, ma la memoria della cura che Tiboni aveva per i nostri amici Ugandesi che nel frattempo erano diventati nel movimento, mi ha detto “Ma vabbè, sì, andiamo.” E così sono partito per il Ruanda insieme con altri due medici Salandini e Frontini a fare questa prima visita. Sono stati tra i primi a entrare a Kigali dopo la presa della … insomma l’ho fatto e poi da quello sono nati tutti i programmi umanitari e cose del genere, ma quelli erano lo strumento perché si rendesse presente una presenza di gente che si era riconciliata coi suoi nemici. Perché tra i Ruandesi che c’erano in Uganda c’erano gente che si era riconciliata. E comunque in Uganda l’esperienza era di gente nemica. Allora c’era il Rift, la guerra tra il nord e il sud, tra i Baganda e gli Acholi e cose del genere. E noi avevamo amici Baganda e amici Acholi e stavano insieme. Allora era questa cosa qui che Tiboni diceva. È questa la soluzione la soluzione del problema del Ruanda. Va bene gli interventi umanitari si devono fare, va bene fare l’opera di sviluppo, va benissimo, ma se non accade questa amicizia per un altro che ti tiene insieme, non ci sarà mai la pace in Ruanda. Insomma, questo è un po’ il messaggio del Meeting, che i mattoni nuovi è della gente che ha incontrato Cristo ed è convertita. E se non sono cristiani è gente che scopre che l’amore di Dio giustifica il fatto di poter essere in con l’altro. Io credo che questo era la era la sua visione che io non avevo. Io sono partito perché invitato, ho capito dopo che cosa c’era dietro.
Valentina Frigerio:
È un elemento fondamentale nella storia del movimento e che è un’eredità di cui beneficiamo ancora oggi è l’atto di consacrazione a Maria. Questa preghiera che è nata proprio in Uganda. Quindi chiedo prima a Daniele se ci può raccontare un po’ di questa preghiera.
Daniele Giusti:
Allora, l’atto di consacrazione che penso che molti conoscano, l’ha scritto Don Alfonso Poppi e l’ha scritto in un contesto molto preciso. Era appena nato il movimento in Uganda e ad un incontro di preti della diocesi di Gulu Tiboni non c’era, c’erano altri sacerdoti. Don Alfonso Poppi a quel tempo era sacerdote incardinato nella diocesi di Gulu con altri due, Padre Edo e Padre Patrick, e due miei confratelli che erano Comboniani, Fidel e chi era l’altro, c’era anche Padre Castello, insomma, erano lì e c’è stata una proposta timida del movimento, la proposta del movimento CCL, cose del genere, che ha incontrato una grossissima opposizione da parte del clero della diocesi di Gulu, ma proprio violenta, tant’è vero che il vescovo, che pure voleva bene all’esperienza del movimento, disse “Beh, questa esperienza dobbiamo metterla tra parentesi per un anno”. Quella sera, mi ha raccontato Alfonso, lui andò in chiesa a pregare e memore di quello che aveva fatto il cardinal Wyszyński in Polonia, era l’epoca di Giovanni Paolo II che aveva consacrato l’intero paese alla Madonna, a Cristo attraverso la Madonna in un contesto di persecuzione, cose del genere, ha scritto questo atto di consacrazione. Quando ritornarono a Kitgum da questo incontro, io gli ho chiesi “Ma allora com’è andata?” “Eh beh, hanno messo il Meeting tra hanno messo il il movimento, tra parentesi per un anno.” E io dico “E allora? E cosa avete fatto voi?” “La consacrazione?” E dico “Eccola qua. Mi dà la .. va bene la consacrazione, ma e poi? “Abbiamo fatto la consacrazione.” Allora io lì non ho capito granché sulla cosa, però poi quando Tiboni venne a sapere di questa cosa, disse ad Alfonso “Ma voi non sapete cosa avete fatto?” E questo lo diceva perché lui già da tempo ci aveva detto che bisogna pregare con autorità. Lui insisteva dicendo che la nostra preghiera è debole perché chiede, siamo noi che chiediamo, non appoggiamo la nostra richiesta all’autorità che ha Cristo su Dio Padre. E allora quando voi pregate, pregate con autorità. Io ho capito davanti all’atto della consacrazione si può dire in due modi, come una devozione e va bene non fa male a nessuno, oppure appoggiando tutto attraverso la Madonna in questo caso che è molto potente nei rapporti con suo figlio e con il papà di suo figlio, è così che è molto potente appoggiando tutto sulla sull’autorità di Cristo. E questa era la richiesta di un che in Uganda e ovunque nel mondo fosse possibile quella pace, quella concordia, quell’amicizia e cose del genere che tutti gli uomini desiderano, per cui la chiede e uno offre tutto quello che è, ma non che lui è bravo, che lui …, offre quello che lui è per questo compito. Questa è come è nata la consacrazione. Poi la consacrazione è diventata un gesto, non una devozione, ma un gesto, una cosa che contiene una potenza altra, qualcos’altro.
Valentina Frigerio:
Sì, è vero, perché la cosa che a me personalmente ha stupito quando ero in Uganda che quando andavo in giro a trovare gli amici, il saluto non era ciao, ma era “Mary” che all’inizio della preghiera e poi si partiva a recitare la preghiera. Quindi all’inizio quando arrivavi e non la sapevi ti trovavi un attimo spiazzato, no? Poi capivi e andavi avanti. E questa è una cosa che a me ha sempre colpito di questo gesto perché era davvero da tutti ritenuto…
Daniele Giusti:
A volte prendeva in contropiede.
Valentina Frigerio:
Sì, tu “Mary”
Daniele Giusti:
… è qualcos’altro che si inserisce nel momento, in quell’attimo.
Valentina Frigerio:
È vero. E per te cosa ha significato, Sara?
Sara Pasolini:
L’atto di consacrazione io invece lo sapevo già, in italiano però, perché me lo faceva dire mio papà, era diventato talmente dilagante … poi appunto essendo di Varese a maggior ragione insomma questa preghiera è sempre girata in casa mia e quindi questo è anche un ricordo molto bello della mia infanzia, perché questa preghiera girava a casa mia, ma poi una cosa che quindi appunto Padre Tiboni c’era, no? E mi ricordo un episodio in particolare quando Tiboni si era rotto il femore a fine marzo del 2014 e quindi era vabbè era per una banale è accaduta. Era a Gulu ed era ricoverato. Era stato operato, leggo un attimo, il 2 aprile e pochi giorni dopo questo incidente io, Francesco, con Luigi e Lucia, i nostri figli, vabbè, Giuseppe non era ancora nato, siamo andati a Gulu alla Chor a trovarlo e siamo entrati nella sua stanza di ospedale. Lui era a letto con un filo di voce, ci ha commossi veramente questi occhi penetranti, ma lieti insomma, no? E quindi era contento anche di incontrarci, come era sempre contento di incontrare tutti, e mi proprio l’immagine di Gesù sofferente. E lui ci ha detto, “Guarda, io non capisco, guardate, io non capisco il mistero del dolore, però lo accetto perché lo ha fatto Cristo” e poi ci ha fatto subito dopo recitare l’atto di consacrazione a Maria. Ci ha spiegato perché è importante e lui ci aveva dato questa risposta: “La Madonna è il nostro sì che apre le porte a Cristo e quindi la nostra preghiera diventa universale.” Quindi ho proprio questo ricordo legato alla camera di ospedale dell’atto di consacrazione.
Valentina Frigerio:
E visto che abbiamo ancora un po’ di minuti, Daniele, volevo chiederti, caratteristica sicuramente di Tiboni è la fedeltà, nel senso che non mollava assolutamente mai nessuno, ma anche la carità come affetto totale alle persone e la sua passione per i poveri. Puoi raccontarci brevemente questa cosa di cui sei stato testimone?
Daniele Giusti:
Questa sua passione per i poveri, vorrei dire per me, che vivevo con lui a Kampala, che io per uscire dalla mia e andare in ufficio, dovevo attraversare una folla di poveri che si raccoglievano a pochi metri dalla mia camera nell’attesa che Tiboni si sedesse per ascoltarli. Io vi confesso che qualche volta mi sono stizzito di questa cosa. In questa cosa secondo me Tiboni mostra la perfetta sintesi tra il carisma di Giussani e quello di Comboni. Comboni lui era per più poveri e degli emarginati, no? Quindi l’Africa perché era il continente dimenticato da tutti. Nel XIX secolo le missioni non erano ancora incominciate in Africa, era andata in Asia, in America Latina, ma l’Africa era assente dalla direi anche dalla mente della Chiesa, se vogliamo, dico salvo che per Tiboni. Lui aveva questa caratteristica sempre per i più poveri e Tiboni li trovava tutti. Li trovava tutti. Però una cosa che mi costringeva a correggermi, se volete, nella stizza del quotidiano incontro con questa umanità varia, era il come lui era davanti ai malati, io lo vedevo, a volte era molto stanco perché era però il come ascoltava tutto di loro, problemi economici, quelli sentimentali morali, gli incidenti di percorso, lui apprendeva tutto e riusciva poi a ricondurre il problema di questa persona ad un gesto di affidamento a Cristo e cosa che non mancava mai, dava anche tanti soldi e su questo si poteva anche obiettare, ma ne chiedeva a noi per darli. Ma lui aveva un affronto globale. Noi quando guardiamo la gente rischiamo di guardare certi aspetti della problematica della gente. Tiboni non era così, lui guardava tutto, perché quello è lo sguardo con cui Cristo guarda a noi. E lui aveva lo stesso sguardo. Io credo che il Signore guarda, credo no, il Signore guarda noi avendo presente tutto, il bello, il brutto, la buona intenzione, la cattiva intenzione, ma nel suo sguardo tutto è redento. E io mi ricordo che Tiboni definiva questa cosa qua come il giudizio penultimo e il giudizio ultimo. Era una cosa che lui spesso ci diceva che il giudizio che tu hai è un giudizio penultimo perché si ferma ad un certo punto, può anche essere giusto, ma non è completo, perché il giudizio ultimo è che questa persona è destinata alla salvezza, perché Cristo l’ha salvato. E tu lo devi guardare con questo sguardo.
Valentina Frigerio:
Volgiamo alla fine. Quindi, come ultima domanda parto da Sara, volevo chiederti cosa significa Tibo per te oggi.
Sara Pasolini:
Allora, in due parole, mi viene in mente il paesaggio africano, il paesaggio africano è molto … da una parte è semplice perché ci sono tre colori, dall’altra però è meraviglioso perché l’azzurro intenso del cielo che si perde all’infinito, la terra rossa, e nella stagione delle piogge anche questo verde che sembra fluo, tanto è potente. Questa semplicità è disarmante ed è struggente e a me ha sempre colpito questa semplicità in Padre Tiboni, nell’andare sempre al vero, senza fronzoli, senza sovrastrutture, semplicemente andare alla verità delle cose che ultimamente è l’incontro con Dio e questa cosa io questa semplicità la desidero anche per la mia vita tutti i giorni. E poi un’altra cosa che lui, come diceva bene Daniele prima, incontrava tutti, ascoltava tutti, ladri, principesse, persone arrivate da lontano, persone locali, persone lontane dalla chiesa, persone di diversi orientamenti. Incontrava veramente tutti, ascoltava tutti, toccava tutti con il suo amore, il suo sguardo veramente di bene, come ultimo sguardo sulla persona, perché come li guardava Dio. Quindi io desidero proprio questo per la mia vita, nel mio quotidiano. Sono molto grata a Padre Tiboni per questo.
Valentina Frigerio:
E per te, Daniele, ti ha lasciato un’eredità molto concreta, delle chicche, come le chiami tu, giusto?
Daniele Giusti:
E come Tiboni è presente nella mia vita oggi? Mi ricordo delle parole che ha detto, dei giudizi che ha dato e vengono fuori, vengono fuori. Alcuni li ho già detti, il giudizio penultimo e ultimo, la preghiera con autorità, eccetera, ma ce ne sono due di chicche che sono forse non le ho mai dette, non ho mai raccontate. La prima è quella del però, sì, ma però e poi la seconda è l’angelo custode. Allora, quella del “Sì, ma però” mi ricordo che una volta stavo argomentando con lui su qualcosa e Tiboni mi ha detto, “Senti, ricordati che quando tu dici ma e però dopo aver detto Sì, è il diavolo che sta mettendo la coda dentro un giudizio, dentro qualcosa che tu, avendo detto sì, hai già riconosciuto, però ci stai mettendo qualche correttivo dentro. Lì è il diavolo che mette la coda.” Tant’è vero che io tutte le volte che mi sento dire sì e poi comincio col ma e col però, ho un attimo di, come dire, di .. che mi costringe ad essere vero davanti a quello che sto dicendo. Questo è il è una ce l’ho perché mi accade molto, io molto spesso dico sì, ma però ma tutte le volte che lo dico è come se mi ricordassi, è come se Tiboni mi avvertisse che stai attento Daniele perché lì c’è un rischio. La seconda è quella dell’angelo custode, c’è stato un periodo nella mia vita in cui ero molto in ansia per il mio lavoro. Era un lavoro di rapporto col Ministero della Sanità. Avevo cambiato mestiere e dovevo andare tutte le settimane al Ministero a degli incontri ad alto livello in cui a volte c’era da battagliare e io ero inevitabilmente in ansia perché io non sono un lottatore, faccio fatica, quando ad impormi e quindi davanti alla prospettiva di dover mettere giù dei punti saldi ero in ansia e Tiboni che guardava e capiva mi dice “Senti Daniele, fai una bella cosa adesso tu prendi il tuo angelo custode, lo mandi avanti a parlare con l’angelo custode del ministro, che si mettano d’accordo loro e poi tu vai tranquillo.” E io lo facevo, non risolveva tutti i problemi, ma mi risolveva il problema della libertà con cui uno entra in un incontro, in una cosa di cui ha paura. Ci vai dentro con una libertà piena, che non ha anche libera dall’esito, direi. Questa è l’altra chicca che continuo ad usare. Davanti a tantissime cose manda avanti l’angelo custode a parlare con gli altri.
Valentina Frigerio:
Mah, direi che sull’angelo custode, su questa tibonata possiamo concludere. Sicuramente riascoltandovi emerge chiaramente quello che abbiamo detto all’inizio, come questo unirsi di due carismi che ha incontrato Tiboni sia stato in grado di generare una comunione che permetteva di superare le divisioni e di generare. E per cui lui lo ripeteva sempre, solo la nostra unità in Cristo, che ha detto più volte Daniele, può essere la via della ricostruzione in Uganda, può essere l’unica via per la pace e questo sguardo è anche quello che permette di generare e l’abbiamo visto con le opere che ha generato a partire dai Meeting Point per arrivare fino alle scuole che ci sono oggi. Quindi possiamo dire che quella che ci lascia Tiboni è un’eredità che però è viva. Basti pensare all’atto di consacrazione che ci accompagna quotidianamente, che si sta diffondendo sempre di più in tutto il mondo. Quindi il titolo che abbiamo scelto è molto azzeccato, Tiboni padre di un popolo. Un popolo quello che prosegue tutt’ora oggi e che ci rimane un po’ come dono che ci ha fatto Tiboni e come responsabilità per noi oggi di avere in mente quello che ci ha insegnato dall’Uganda fino all’Italia. Quindi ringrazio tantissimo i nostri ospiti per essere intervenuti e grazie anche a voi per aver partecipato.










