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PIETRE VIVE
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Mario Botta, architetto, in dialogo con Angelo Rinaldi, vicedirettore Repubblica
Nella società secolarizzata continua a emergere la domanda di uno spazio predisposto al silenzio, alla meditazione e alla preghiera. Così il bisogno di sacro dà forma ai progetti di chi costruisce luoghi di culto contemporanei.
Con il sostegno di Ars Aedificandi
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ANGELO RINALDI
Allora, buongiorno a tutti e grazie per essere qui a questo incontro dal titolo “Pietre vive”. Chi meglio di un grande architetto ci può raccontare il valore di queste pietre. Per questo ringrazio di cuore Mario Botta per aver accettato l’invito del Meeting di Rimini e di essersi sobbarcato oggi un lungo viaggio dalla Svizzera per essere qui con noi.
MARIO BOTTA
Grazie a voi.
ANGELO RINALDI
Grazie veramente di cuore, Mario. Mario Botta è una delle figure più importanti dell’architettura contemporanea internazionale. Parlare di architettura con lui vuol dire parlare dell’uomo, delle sue radici e dei suoi valori. È nato nel ’43 a Mendrisio e proviene da quel cantone della Svizzera italiana che ha dato i natali ai suoi grandi colleghi come Maderno, Fontana e Borromini. È laureato in architettura nel ’69 a Venezia e ha lavorato con Scarpa, Louis Kahn e Le Corbusier, maestri che hanno influenzato il suo stile.
Tra le sue opere più significative che trovate sparse in ogni angolo della terra e che vedrete scorreranno qui alle nostre spalle durante questo incontro, ci sono il Museo d’Arte Moderna di San Francisco, il MART di Rovereto, il restauro della Scala di Milano, la torre di Kyobo a Seul, la sinagoga a Tel Aviv e numerose chiese realizzate in ogni angolo della terra, in Svizzera, Italia, Francia, America, Ucraina, Cina. Mi piace ricordare tra queste la chiesa di Mogno, quella di Sambuceto, la cattedrale di Évry, vicino a Parigi e Santa Maria degli Angeli sul Monte Tamaro, dove artisticamente è intervenuto anche il grande Enzo Cucchi.
Nel ’96 ha fondato l’Accademia di Mendrisio, un’istituzione dall’impronta umanistica che ha formato migliaia di studenti. Botta vede il mondo nella sua essenzialità, spogliato dagli orpelli, lo vede nella semplicità delle sue strutture primarie che hanno a che fare con luce, terra, acqua e aria. È uno che va al cuore delle cose. Per lui progettare costituisce una pratica etica ancora prima che un mestiere. Costruire un edificio dove abitare, pregare, meditare significa mettere al centro l’uomo e non la tecnologia, al punto che gli fa dire: “Se potessi sceglierei di costruire solo edifici per il sacro”. Per Mario Botta lo spazio del sacro rappresenta un intervallo rispetto alle regole, alle convenzioni della esistenza quotidiana, uno spazio che deve dialogare comunque con l’esistente, introducendo tutti quei linguaggi dell’architettura contemporanea in grado di creare uno scarto tra finito e infinito. Per lui che si è confrontato con ogni rappresentazione della città, disegnare la casa di Dio è un modo per ripensare con intensità la casa dell’uomo.
Allora, architetto, partiamo dal titolo del Meeting che calza perfettamente con il suo lavoro: “Nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. In fondo mettere mattone su mattone è un gesto semplice che l’uomo ha sempre fatto, trasformando, come lei dice spesso, una condizione di natura in una condizione di cultura. Allora le domando, cosa desidera e quale ideale la muove nell’atto creativo di un progetto e quali sono i mattoni nuovi con cui cerca di costruire il nostro presente?
MARIO BOTTA
Innanzitutto grazie al Meeting per questo invito e grazie soprattutto al mio interlocutore, un giornalista che, come avete sentito, ha già sondato all’interno del mio fare con molta grazia, con molta generosità. Cercherò di rispondere in maniera spontanea, in maniera diretta, che poi permetterà magari di avere altre domande. Cos’è che mi spinge?
ANGELO RINALDI
Qual è l’ideale? Cosa desidera? Qual è l’ideale che la muove nell’inizio, l’idea che si accende?
MARIO BOTTA
È la passione. Da piccolo io sono nato a otto mesi di gravidanza ed ero quindi molto fragile di salute. Per cui ho sempre giocato all’interno della casa, una casa contadina molto modesta, con quello che c’era nella casa. Quindi il disegno è stato il mio primo strumento d’espressione e poi successivamente la vita mi ha spinto a scegliere architettura piuttosto che la pittura, piuttosto che la fotografia. Quindi è una serie di circostanze non cercate con la consapevolezza critica, ma che si è prestata poi per mettermi in questo mestiere che è diventata una passione e una prigione. E oramai non si può fare altro. Quando si giunge a una certa consapevolezza critica del vivere, anche il mestiere, anche la passione diventa poi un impegno etico e quindi si è nel bene e nel male prigionieri anche di questa passione. Però questa passione i tedeschi la chiamerebbero una Weltanschauung, una visione del mondo che è in grado di assorbire tutte le variabili della vita che ci sono. O è un mestiere che ti permette ogni giorno di doverti inventare perché cambia il contesto di questa vita. Noi nel nostro fare quotidiano, io mi rendo conto che in questi giorni è diverso da una settimana fa.
ANGELO RINALDI
Certo.
MARIO BOTTA
Si sentono tutti i problemi anche del mondo. Io mi sveglio il mattino e con le notizie della radio ogni volta è un colpo che si prende. Non si può vivere nella società dello spettacolo e del consumo. C’è anche l’altra parte che ti impone di sapere in che mondo ti trovi, quali sono i problemi e che ce ne sono sempre.
ANGELO RINALDI
E questo influenza il tuo lavoro. Anche il tuo pensiero. Quando sei davanti al foglio bianco, la notizia che ti arriva poi ti fa pensare a quello che devi poi fare.
MARIO BOTTA
Sì, non cambia la scrittura. Perché la scrittura è contenuta nella matita. Io disegno ancora a matita. Le condizioni del fare sono cambiate nel nostro lavoro e forse questo è anche il difficile di interpretare ogni volta una casa o una chiesa o una fabbrica che va a risolvere certi problemi funzionali perché il momento principale per cui si costruisce è che c’è una domanda di una funzione.
ANGELO RINALDI
Si risponde a un bisogno.
MARIO BOTTA
Si risponde a un bisogno, però questo bisogno devi declinarlo nell’atmosfera e nel contesto in cui si trova.
ANGELO RINALDI
Contesto storico, insomma.
MARIO BOTTA
Storico e territoriale.
ANGELO RINALDI
E territoriale. Lei ha detto: “L’architettura è diventata la realizzazione del business che la regge. Una volta era al servizio dell’uomo, era depositaria di un atteggiamento umano, era pensata per mangiare, per lavorare, per dormire, per produrre. È diventato uno standard per soddisfare il solo bisogno di produrre un plusvalore che va al di là della funzione”. A questo punto della mia vita lei diceva: “Farei solo chiese perché l’architettura si è svuotata anche del bisogno dello spirito che invece ha sempre animato il rifugio dell’uomo”. Allora, le chiedo questo, architetto: perché la dimensione sacra è diventata così significativa nel suo lavoro e come la sua storia l’ha portata a riflettere su questa importanza del sacro?
MARIO BOTTA
Ma cominciamo dal profano.
ANGELO RINALDI
Ok.
MARIO BOTTA
Il profano è che la nostra crescita e lo sviluppo del mondo non è indifferente alla forma anche artistica di espressione che viene domandata a un pittore, a uno scultore, a un musicista o a un architetto. Noi dobbiamo rispondere ogni volta in funzione del contesto storico, ma anche del contesto sociale che vi è. Io devo dire che sono molto turbato da questi tempi storici e la critica che lei faceva che sta diventando tutto business. Ma io sono molto, in un certo senso, preoccupato e non mi trovo anche nel mio lavoro quanto vedo che succeda nel mondo intero, è diventato business anche un trattato di pace, c’era qualcosa che lo allontanava dall’economia e dal business era due popoli che si incontravano per avere una pace, per cercare una pace è stata trasformata in questi ultimi tempi, in questi ultimi giorni in un business siamo impazziti tutto business e questo mi ferisce moltissimo, se è tutto business fare una pace anche il fare una chiesa, anche il fare una casa, nel fare una fabbrica è tutto business e quindi c’è un coté di questa evoluzione che tradisce invece le vere ragioni per cui l’uomo costruisce. L’uomo costruisce per ripararsi dalle intemperie, ma anche per rendere il mondo più civile, più abitabile, più bello, più poetico. Tutti questi elementi stanno svanendo come premesse del fare, perché poi non è facile dare una modernità che abbia anche un’armonia, che abbia un senso di ricerca del bello e dell’organico, se non c’è il contesto che la sorregge. Ogni volta l’architetto si chiede è più giusto farlo in questo modo, perché il contesto dell’attualità purtroppo è variabile è un contesto che va a modificarsi sempre più velocemente. Noi abbiamo la fortuna che lavoriamo anche su un territorio della memoria. Territorio della memoria poiché l’architettura ha attraversato i secoli, ha attraversato le lotte le guerre e resta ancora come segnale come immagine di una necessità dell’uomo di abitare, di pregare, di lavorare come attività umana per il bene comune.
ANGELO RINALDI
E come ha scoperto però, come le chiedevo prima, questa dimensione sacra quando, voglio dire, quando lei ha dovuto affrontare la chiesa di Mogno, questa chiesa che improvvisamente una slavina ha cancellato la chiesa del paese e dicono: “Andiamo da Mario Botta e chiediamo se lui ci pensa a questa chiesa”. Come le è venuta questa cosa? Per cui poi a un certo punto lei dice e a questo punto della mia vita vorrei fare solo chiese.
MARIO BOTTA
La chiesa perché per antonomasia è una realizzazione che si rivolge allo spirito. Questo è più facile di far bene una chiesa che non una fabbrica, perché la fabbrica ha degli input molto pragmatici, che la chiesa bene o male è un luogo scelto per un’attività spirituale. Si entra nella chiesa per trovare un momento di pace, per trovare un momento di serenità, per magari pregare. C’è una signora che le ho già accennato che a Seriate, dove io ho costruito una chiesa periferica rispetto a Bergamo, che alla fine di un incontro che abbiamo avuto mi ha avvicinato una signora attempata, che avrebbe potuto essere mia madre, che mi ha avvicinato e mi ha detto: “Grazie architetto, nella sua chiesa si prega bene”. Io sono rimasto ammutolito perché era la miglior critica che abbia mai sentito.
ANGELO RINALDI
Chiaro.
MARIO BOTTA
E che mi era sempre sfuggito il lato pragmatico che si entra anche per pregare in chiesa.
ANGELO RINALDI
Si dovrebbe.
MARIO BOTTA
No, come architetto.
ANGELO RINALDI
Ah, no, come architetto, certo.
MARIO BOTTA
Come architetto fai i banchi e la realtà del pensiero dell’architetto è altra in quel momento lì. E lei mi dice che si prega bene. Allora mi stravolge il significato e la forma di approccio che io ho avuto di quella chiesa, perché c’era stato qualche intuizione, ad esempio, è nella periferia urbana fuori la città di Bergamo e a un certo momento mi è venuto una illuminazione, dice: “Ma io queste pareti voglio darle un aspetto aulico, un aspetto forte. Questa gente che viene da queste casette fatte dai geometri non ha mai visto uno spazio aulico”. E allora ho fatto un pensiero che poi è stato condiviso dalla parrocchia di dorare tutte le pareti in legno. Erano con foglie d’oro vere che sembrava una follia economica e invece poi alla fine si è scoperto che il foglio d’oro è talmente sottile, talmente pregiato, ma talmente anche facile da applicare che questa signora va a pregare in una chiesa tutta d’oro. Ogni tanto all’architetto queste idee vengono partendo da una parte un settore pragmatico, come fare questa cosa. Ecco, ma dopo potrei parlare di altri esempi, ma sentiamo cosa mi deve dire.
ANGELO RINALDI
No, è sempre sulla chiesa. Tu dici, mi scusi, in una chiesa non ti senti mai solo, è luogo della comunità. Allora, lei ne ha già parlato adesso, però cosa significa costruire una chiesa oggi e come guarda la liturgia nell’organizzazione dello spazio? E ancora, è cambiato qualcosa rispetto alla sua prima committenza ecclesiale quando nel ’66, giovane architetto, mise mano alla cappella del convento a Bigorio?
MARIO BOTTA
Sì, son cambiati i tempi storici che noi viviamo e quindi c’è una mutazione continua la cappellina del Bigorio del convento del Bigorio dove ho fatto questo primo assaggio su una cappella, era una legnaia che bisognava trasformare in cappella avevo messo i colori violenti della pop-art perché in quel momento era la pop-art che mi dava lo stimolo prima per fare della cultura figurativa e allora questi arredi uno è rosso l’altro è blu e il tabernacolo è giallo, d’oro. Quindi era un tempo storico segnato anche dalla cultura generale.
ANGELO RINALDI
del momento…
MARIO BOTTA
…che si muoveva. Poi cosa sto dicendo?
ANGELO RINALDI
No. E come guarda la liturgia nell’organizzazione dello spazio?
MARIO BOTTA
La liturgia, lì ho imparato da Rudolf Schwarz. La liturgia è sacra ed è la parte del sacro che deve funzionare bene. Non si può inventare, l’architetto non deve inventare una liturgia apposita, alternativa. Quindi da quel lato lì deve rispondere a un’evoluzione che ci è stata anche nella liturgia ma una trasformazione molto lenta che ha subito i riflessi della cultura propria della società e dei propri tempi. Quindi quest’esempio primo io non avevo mai pensato alla cappella del Bigorio se guardo quella e l’evoluzione anche formale che ha connotato le diverse chiese che ho fatto in un ventennio, perché da lì sono passati cinquant’anni, altro che vent’anni, però vedo che risponde alle domande della società anche perché non è una chiesa, non è una cosa isolata dalla propria vita. L’itinerario delle chiese costruite, duemila anni di storia abbiamo, sempre un riflesso anche formale della società, della cultura dei diversi periodi storici. Questo è il lato più difficile del nostro lavoro. Come interpretare il momento storico con un linguaggio invece contemporaneo? Ma qual è il linguaggio contemporaneo? Ho fatto l’esempio prima della Pop Art per che mi aveva dato spunto per i colori, ma oggi è difficilissimo perché è fatto complesso anche il mondo artistico, le tendenze artistiche e quindi il difficile oggi del nostro lavoro non è tanto di inventare una chiesa con una tipologia invece millenaria che ne hai di tutti i colori da poter scegliere e lo spirito che deve avere per far sì che i fedeli che entrino colgano anche un momento del proprio vivere.
ANGELO RINALDI
Allora quando lei dice in una chiesa non ti senti mai solo.
MARIO BOTTA
Ma per pregare o per riflettere. Per fortuna è un luogo collettivo la chiesa, non è una cappella isolata in un castello, come qualcuno l’aveva fatta nel passato. La chiesa è bella perché è un luogo della comunità. Anche questo è un altro momento difficile e sono stati provati nel passato anche le diverse tipologie. Conosciamo chi a un certo punto voleva mettere l’altare al centro, poi ha capito che l’altare al centro rivolgi la schiena sempre a qualcuno e quindi, ma è anche giusto che si siano fatti questi esperimenti perché poi si trova un equilibrio che io trovo molto bello nella cultura architettonica che ha connotato lo sviluppo del moderno in architettura. Rudolf Schwarz, che era consigliato da Guardini, era un mostro di bravura per segnalare i punti cardine che hanno tenuto anche da prima della guerra fino all’attualità.
ANGELO RINALDI
Lei si è confrontato con tre grandi religioni monoteiste, costruendo chiese, sinagoghe e so che sta lavorando a un progetto per una moschea. Che insegnamenti ha tratto da queste esperienze? La differenza di contenuto religioso cambia l’idea di senso e funzione dello spazio? E ancora, lei, visto che parlavamo di attualità e di come l’attualità entra nel suo lavoro, lei ha progettato per Leopoli la Chiesa della Divina Provvidenza. Cosa significa edificare un luogo sacro in un paese in guerra?
MARIO BOTTA
Allora, comincerò per rispondere alla prima parte della domanda. Le tre culture monoteiste. Le tre culture monoteiste hanno ragioni d’essere nelle celebrazioni liturgiche che richiedono molto diverse tra di loro. La cultura cristiana possiamo parlare dopo, ma ho fatto una sinagoga a Tel Aviv dove di sacro c’era poco. La lettura dei versetti della Bibbia, della Torà è una lettura che si può fare anche in un salotto, prendendo il tè leggiamo la Bibbia con i diversi versetti. Non c’è l’atto sacrale se pensiamo alla differenza della cultura cristiana dove sull’altare a un certo punto avviene la trasformazione del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Cristo, dove i presenti non stanno assistendo a questo, se sono veramente presenti, sono parte…
ANGELO RINALDI
Certo.
MARIO BOTTA
…di questo momento. Quindi la trasformazione dei due esempi: i versetti della Bibbia possono essere letti in un salotto, ma la cultura cristiana della trasformazione del corpo di Cristo o del vino nel sangue di Cristo richiede una partecipazione dove quello che prima erano attori diventano protagonisti.
ANGELO RINALDI
Perfetto.
MARIO BOTTA
Lascio perdere la moschea perché è ancora da fare.
ANGELO RINALDI
Invece la chiesa in Ucraina. Quanto è importante costruire come testimonianza?
MARIO BOTTA
Sì, sì. Noi abbiamo fatto questo progetto perché la Confederazione di Don Orione aveva già dei preti in Ucraina a Leopoli e non c’era ancora la guerra perché sono dei processi che durano. Noi avevamo fatto il primo conventino e una casa per ospitare i bambini bisognosi perché avevano un handicap ed è un’azione meritoria più di tipo sociale che era nata in questo ambito e non religioso. Poi dopo è arrivata la guerra e loro nel disegno generale avevano previsto anche la costruzione di una chiesa. E allora hanno cominciato a fare questa e in questo momento stanno ancora lavorando. È una cosa anche commovente perché mi mandano i filmati con i telefonini dove si vedono gli operai che stanno finendo un soffitto e poi si sentono le sirene di avviso della guerra, del pericolo e allora devono scappare e andar giù nei rifugi. È un’operazione sorprendente anche per l’architetto. Costruire in tempo di guerra vuol dire rovesciare gli atti del lavoro. Costruire si costruisce sempre per qualcosa, per qualcuno e la guerra è l’opposto, è contro qualcuno. Quindi un atteggiamento di conflitto fra il fare e il distruggere è molto evidente in quel momento e c’è, mi diceva Don Egidio che è là e col quale siamo in rapporti, che c’è una partecipazione sociale perché si costruisce questa chiesa e questo complesso in una zona periferica, quindi con dei grandi casermoni russi, sovietici. E quindi, ma però un grado di povertà molto vivo, non ha mai avuto una partecipazione così forte perché la gente vede che si costruisce, vanno ad aiutare. È una…
ANGELO RINALDI
È una speranza.
MARIO BOTTA
Sì, è una speranza.
ANGELO RINALDI
È una speranza. È un punto di luce, visto che lei lavora con la luce, è un punto di luce nel buio della guerra. Allora, forte della sua formazione umanistica, so che le piace immaginare, perché lo dice spesso, come vicini di casa, Borromini, Giotto, Piero della Francesca, ma anche Morandi Giacometti. Piacerebbe anche a me. A cosa guardano i suoi occhi e come traduce questa lezione dei maestri? Ad esempio, quando ci siamo visti, lei mi diceva che per la chiesa di San Buceto si era ispirato al cielo stellato della Cappella degli Scrovegni.
MARIO BOTTA
Allora, comincio da questa ultima perché Sambuceto è l’ultima chiesa che ho realizzato, una chiesa importante con la quale abbiamo lavorato più di dieci anni per realizzarla.
ANGELO RINALDI
Dica quanto è alta che fa sempre impressione.
MARIO BOTTA
Trenta metri. Dunque, un solaio normale è tre metri, quindi dieci volte tanto. È una cosa impressionante. Ma emerge questi trenta metri, emerge solo la croce, una croce di luce che fa da sommità, invece di avere il tetto si ha la croce di luce. Ecco, ma stavo dicendo che volevo fare qualche precisazione su com’è nata. A un certo punto io non avevo pensato minimamente di colorare l’abside perché è una chiesa tri absidale che era sempre stata pensata in cemento armato, in grigio. Poi non so perché una serie di elementi mi hanno fatto ripensare alla grande tradizione del Rinascimento italiano. Il Rinascimento italiano era l’inverso di quello che io avevo pensato prima: c’era una sommatoria immensa di esempi dove le absidi venivano tutte decorate, i personaggi della chiesa, la vita di Cristo, ma c’è un caleidoscopio immenso. E allora una notte, perché i pensieri grossi vengono la notte, una notte ho detto: “Ma io sto sbagliando dandogli ancora”. Perché io di chiese con il bianco dietro, nella tradizione svizzera modernista…
ANGELO RINALDI
Devi, si deve girare perché sennò poi le riprese così. Ok, perfetto.
MARIO BOTTA
Era un diktat, quindi ne avevo fatte di chiese così e andavo anche un po’ sul sicuro e ho detto: “No”. Ne ho parlato con Bruno Forte. Bruno Forte mi ha detto: “Ma guarda che io sono amico di Spalletti che è un artista, un bravissimo artista”. Allora, ha combinato un incontro. Spalletti è venuto in chiesa, è stato lì, abbiamo girato tutto, ha detto: “Cosa vuoi?” Ho detto: “Ma io voglio che tu la dipinga questa chiesa perché mi sembra di fare un torto svizzero, culturale, di lasciarla ancora il cemento che diventa solo bianco di parete”. E Spalletti, una seconda volta che è venuto poi a visitare il cantiere, mi ha detto: “Guarda, ci ho pensato su, ma non te la faccio, non me la sento, te la rovino se la faccio”. Dopo due mesi Spalletti muore. Allora io sono rimasto orfano di un pensiero più che di una pittura. L’idea del Rinascimento italiano con tutta la pluralità di immagini mi sfuggiva.
ANGELO RINALDI
Certo, veniva meno.
MARIO BOTTA
Allora un’altra notte ho pensato, dico: “La dipingo io”, perché non c’era più il tempo, doveva essere inaugurata credo due mesi dopo, non c’erano i soldi, non c’era niente. Ho detto: “La dipingo io”. Allora ho preso due prestiti linguistici, un quadro di Klee e le stelle della Cappella degli Scrovegni.
ANGELO RINALDI
Cappella degli Scrovegni.
MARIO BOTTA
Che ero andato a visitare un po’ curiosando e li ho messi assieme e ho chiamato dieci imbianchini. Hanno messo tutti i ponteggi perché è 30 metri, 30 metri nel punto del vertice, la sommità.
ANGELO RINALDI
Sommità, sì.
MARIO BOTTA
E ho deciso di farla ed è stata, visto che costava niente o costava solo la vernice. Ogni tanto succede anche questo, anche nei punti più preziosi del tuo lavoro. Anzi, forse i punti più emblematici e preziosi diventano quelli che ti danno la spinta. Era quindi una cosa non pensata precedentemente, non voluta da nessuno e che poi invece mi ha dato l’input quando gli ho detto a Bruno Forte, mi ha detto: “No, tiene”. Lui mi aveva fatto un’altra correzione, Bruno Forte, perché le tre absidi erano di uguale dimensione e questo già un po’ di anni prima mi ha detto: “No, è sbagliato, tu devi dare l’abside centrale più grande per segnare la gerarchia dell’intervento”. Quindi è un complice questo dipinto. Ho detto: “Dividiamo la responsabilità fra Bruno Forte e l’architetto”.
ANGELO RINALDI
Allora, Louis Kahn, Le Corbusier e Scarpa sono stati fondamentali nel suo apprendistato. Cosa ha conservato di ognuno di loro, visto che li ha conosciuti e ha lavorato con loro quando era un giovane architetto?
MARIO BOTTA
Sì, sono tre mostri. Scarpa perché nessuno come lui ha la sensibilità che Scarpa aveva sui materiali. E Le Corbusier era un mostro. È la storia del ventesimo secolo. Non si può parlare d’architettura senza passare nel bene o nel male da Le Corbusier. E Louis Kahn che è l’ultimo che io ho incontrato per poco tempo, ci siamo frequentati tra l’America e Venezia due o tre volte. Era profetico. Louis Kahn aveva un qualcosa che non diceva e che sentivi invece che aveva una forza profetica. Lui ha parlato molto di come l’architettura o le opere d’architettura prediligono il silenzio e ha sempre nei suoi ragionamenti spostato i margini della discussione sugli elementi che vanno al di là del finito e quindi era un profeta per l’architettura, secondo me. Quindi dei tre sono debitore dei tre mostri che ho citato e ho imparato, devo dire molto e ho imparato. Ho imparato anche un atto di umiltà che bisogna avere per fare questo lavoro. I tre mostri, che non avevano gerarchia assoluta perché chi li avvicinava sapeva cosa avevano fatto, eppure avevano un atteggiamento. L’umiltà è una delle altre vittime dell’arroganza del potere. E quindi da questo punto di vista l’insegnamento del ventesimo secolo della cultura all’interno della società dei consumi e dell’opulenza mi sembra che restino ancora oggi dei pilastri di umiltà e di sapienza.
ANGELO RINALDI
Ok. Voleva leggere qualcosa o…?
MARIO BOTTA
Sì, ho portato per almeno due. Mi piaceva molto poterlo leggere.
ANGELO RINALDI
Se vuoi lo posso leggere anch’io.
MARIO BOTTA
Così forse è meglio. Anticipo. Allora, Le Corbusier diceva:
ANGELO RINALDI
“È ora di lasciare riaffiorare un’intuizione memore di esperienze acquisite, assimilate, forse dimenticate e riemerse in forma incosciente. Lo spazio è dentro di noi. L’opera di architettura può evocarlo adesso, può rivolgersi a coloro che lo meritano, a chi entra in sintonia con il mondo creato dell’opera. Si spalanca allora un’immensa profondità che cancella i muri, scaccia le presenze contingenti, compie il miracolo dello spazio indicibile.”
MARIO BOTTA
Ecco, Le Corbusier dice lo spazio indicibile, io direi lo spazio sacro.
ANGELO RINALDI
Louis Kahn: “Amo gli inizi, amo lo spirito insito nell’inizio. È un momento meraviglioso per qualsiasi evento, in qualunque momento perché nell’inizio si trova il seme per tutte le cose che devono seguire. Una cosa non può partire a meno che non comprenda già in sé tutto ciò che essa può offrire.”
MARIO BOTTA
A me sembra che siano due profezie che in questo momento, anche in questo Meeting, vale la pena di leggere letteralmente per quello che dicevano, perché danno molti spunti per il fare.
ANGELO RINALDI
Bene, qui al Meeting c’è una bella mostra sul Romanico che poi andremo a vedere, a visitare e sull’importanza di tornare a guardare le chiese romaniche non solo come memoria del passato, ma come sorgente viva di un mondo nuovo da costruire. Lei ha più volte detto: “Il Romanico è stata la mia scuola di architettura. Ho studiato architettura perché conoscevo le chiese romaniche lombarde che mi avevano affascinato da ragazzo”. Quanto importante è la memoria di quel vissuto e come genera nuove forme nel contemporaneo?
MARIO BOTTA
Prima io ho detto che oltre alla cultura moderna c’è un territorio di memoria che per un artista o per un uomo normale deve subentrare. Noi siamo anche il passato. Non possiamo vivere solo il contemporaneo. Io vivo perché mi ricordo. Quindi il passato è qualcosa di indefinibile per la complessità che porta con sé, ma che è presente nell’animo di ognuno di noi. E il Romanico, per venire alla sua domanda, il Romanico è per me un riferimento preciso per il linguaggio, per l’assolutezza del linguaggio, per l’essenzialità delle forme, per la purezza delle immagini ed è una sintesi che è durata parecchio tempo che è ancora lì presente perché sono costruzioni in pietra che non bruciano come quelle di altre chiese che magari rispondevano alle culture più moderne come il Barocco e che quindi sono degli elementi di riferimento anche per il futuro.
ANGELO RINALDI
Ok. Possiamo considerare la luce la vera protagonista del suo lavoro? Una luce generatrice.
MARIO BOTTA
Sì. La luce è la vera generatrice dello spazio. Senza luce non vi è spazio. Quindi la luce, nelle forme più diverse, la luce zenitale o la luce laterale, ma questo poi ognuno la declina come vuole, però senza luce non c’è spazio.
ANGELO RINALDI
E quanto influisce soprattutto in una chiesa e nel sacro a costruire un’emozione?
MARIO BOTTA
Ma io ho sperimentato diverse cose. Devo dire che la chiesa di San Buceto con la croce, c’è una croce di trenta metri per trenta, una croce greca, con i bracci tutti uguali che porta è l’unica illuminazione per la chiesa ed è talmente essenziale che si deve fare i conti se non hai finestre. Allora, indirettamente chi entra in chiesa cerca la croce.
ANGELO RINALDI
Parlando di chiese, lei nell’ultima intervista che ha fatto a Tracce, proprio per raccontare questa sua venuta al Meeting, ha raccontato la storia di questo pretino di Seul che ha del miracoloso. La racconti, che è una bella storia.
MARIO BOTTA
Sì, brevemente, già una quindicina d’anni fa, dopo un appuntamento è venuto questo pretino. Io dico pretino perché ha una dimensione ancora un po’ più ridotta della mia e ci siamo incontrati, io avevo un collaboratore coreano che parlava con lui perché lui non parlava altro che il coreano.
ANGELO RINALDI
Coreano.
MARIO BOTTA
E quindi ho detto ma dice: “Io voglio costruire una chiesa con lei”. Va bene, ma per costruire una chiesa ci vogliono tre cose. Il terreno. Lui tira fuori una mappa e dice: “Ma io ho comperato in trent’anni di attività che aveva fatto, pezzo per pezzo una valle intera. Il terreno è questo”. Tanta, troppa grazia Sant’Antonio.
ANGELO RINALDI
Troppa grazia.
MARIO BOTTA
La seconda cosa ho detto ma, ci vuole un tema, il tema glielo do io, che è una chiesa cristiana. E poi la terza condizione ha detto: “Ma ci vogliono un po’ di soldi”. No, dice: “Per questo io non ho problemi perché ho zero soldi”. È questo pretino ha del santo perché con zero soldi iniziali lui ha fatto una chiesa che sarà inaugurata credo l’anno prossimo o in occasione del symposium dei giovani che vanno in Corea e che ha raccolto, ho fatto il calcolo io, ci vogliono una ventina di milioni di dollari per fare e li ha raccolti tutti.
ANGELO RINALDI
Beh, un grande.
MARIO BOTTA
È un grande. Ma attenzione, non dirlo a Trump perché lo fa subito vescovo. Ma per dire che anche, da parte mia, che ho ascoltato questo prete che non ha un soldo in tasca né in prospettiva, mi ha detto, lui mi ha detto tranquillamente: “Non c’è problema. I soldi, i soldi per un progetto che è condiviso dalla collettività si trovano sempre”.
ANGELO RINALDI
E quindi torniamo al concetto che la chiesa è una comunità che vive. È una comunità che dà speranza e quindi ognuno contribuisce del suo. Allora, l’ultima domanda mia e poi ti farò due domande perché abbiamo poco tempo, ne sono arrivate numerose dalla gente che ha lavorato qui al Meeting, ci sono parecchi architetti che costruiscono il Meeting e quindi desiderosi di farti delle domande, io le ho raccolte. La mia ultima domanda è molto personale perché ovviamente in tutto questo sacro e leggendo qua e là so della tua formazione familiare con tua madre, le tue zie, nella tua casa. Ti chiedo: questa attrazione per il sacro come si traduce nel rapporto con Dio? Voglio dire, perché è vero che lei fa chiese per le comunità in giro per il mondo, come per questo pretino. Ma per te, scusami, ormai sono passato al tu. Va bene.
MARIO BOTTA
No, il mio Dio personifica il sacro. Quindi ti rispondo in questo modo. Io quando faccio riferimento al mio Dio, il mio Dio personifica l’idea di sacro ed è in quest’ottica che lo leggo e in quest’ottica che magari gli do un ascolto o non ascolto. Il Dio è il massimo del bene che c’è in giro e che può esserci. È il massimo della bellezza, anche il massimo dell’armonia e il massimo di tutto. E io penso che il Dio sia personificato con tutti questi valori positivi.
ANGELO RINALDI
Bene, passiamo allora alle domande che mi sono arrivate. Te ne leggo un paio, me ne sono arrivate parecchie, però almeno un paio così i nostri architetti saranno contenti. Allora, Francesco da Rimini chiede: “Nelle sue architetture sacre lei dichiara che è fondamentale il tema della luce, come ne parlavamo prima. Notiamo che fa scendere la luce da tagli operati sulla copertura ad altezze notevoli, lontane e quasi irraggiungibili, una luce astratta che sovrasta l’uomo e lo spazio. Nel mondo simbolico cristiano la luce è assunta a simbolo di Cristo. Lui si è definito luce del mondo e tutta l’architettura cristiana fino al Barocco documenta la ricerca in questa direzione. Può aiutarci a comprendere le motivazioni della sua concezione del rapporto luce-spazio?”
MARIO BOTTA
Ma come detto prima, senza luce non vi è spazio, quindi anche fa riferimento probabilmente alla chiesa di San Buceto con la…
ANGELO RINALDI
Certo.
MARIO BOTTA
E in quel caso lì ho voluto esasperare il problema della luce e dargli non solo una luce, ma dargli una forma alla luce e la forma della luce è la croce. Quindi chi entra in quello spazio, se vuole o anche se non vuole, un po’ di violenza gli architetti la fanno sempre ed è attratto dalla croce e chi dall’esterno anche passa, di notte c’è vicino l’aeroporto, può intravedere che lì c’è un segno di una…
ANGELO RINALDI
…evidente.
MARIO BOTTA
…di una chiesa.
ANGELO RINALDI
Mi chiamo Benedetta Fontana e sono un architetto che si occupa di architettura sacra. Nei suoi progetti di chiesa emergono scelte formali forti come la pianta eptagonale del Volto Santo a Torino che sembra negare l’ottagono simbolo della Resurrezione, la forma esterna che richiama le ciminiere o l’uso di absidi bilobate e multiple prive di riferimenti a Cristo o alla Trinità. Mi chiedo a quale tradizione o simbolismo si ispirano queste soluzioni?
MARIO BOTTA
Ma l’eptagono che ha sette lati effettivamente ha ragione e non ha la fortuna critica dell’ottagono, che i battisteri del mondo intero sono ottagonali. Ma io ho scelto l’eptagono per una ragione molto pragmatica, molto semplice per l’architetto, che quando entri, dunque innanzitutto non è una pianta centrale è una pianta direzionata quando entri dall’ingresso trovi in fondo l’abside, la settima abside perché ne ha tre da un lato e tre dall’altro lato e quindi è centrale, il centro. E mi è sembrato strano che anche la cultura architettonica, la tradizione, l’abbia così poco usata l’eptagonale perché ti dà la direzione unica e tu sbatti subito sull’abside centrale e quindi mi è sembrato una ragione sufficiente per usare le cappelle laterali come contorno.
ANGELO RINALDI
E dare invece forza a questa verticalità che guardava al centro. Architetto Botta, Gaudí afferma che l’originalità presuppone la fedeltà all’origine. Per lei, cos’è?
MARIO BOTTA
Cos’è? È il…
ANGELO RINALDI
Gaudí afferma che l’originalità presuppone la fedeltà all’origine.
MARIO BOTTA
Io non so se sono originale o no, ma dopo i problemi sull’estetica ce ne sono molti e sono tutti legittimi e tutti discutibili. Ecco.
ANGELO RINALDI
Chiaro. Secondo lei, se l’architettura è una strada per riflettere anche sulle profondità del bisogno umano, cosa manca alle nostre facoltà di architettura per aprire un capitolo di ricerca come questo, sulla profondità dell’umano?
MARIO BOTTA
Mentre leggeva questa cosa, mi viene in mente di rispondere: cosa manca? Tutto manca. E allora, se c’è un poco, io lo riserverei per dei corsi umanistici. Deve riportare al centro l’uomo, non solo religioso, ma anche l’uomo di strada che deve ritrovare una propria centralità all’interno degli spazi che si costruiscono e prima di tutto gli spazi della città.
ANGELO RINALDI
Bene, a questo punto ringraziamo l’architetto. Benissimo. Allora, ognuno di noi può dare un contributo decisivo al Meeting. Quindi ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, di bellezza e di speranza. Lungo tutta la fiera si trovano le postazioni “Dona Ora” caratterizzate dal cuore rosso. Vi ricordiamo che la Fondazione Meeting è un ente terzo settore. Chi sosterrà il Meeting potrà usufruire dei benefici fiscali al momento della dichiarazione dei redditi. Grazie di cuore a Mario Botta e buon rientro in Svizzera.









