PER UN GIORNO DI SIMPATIA UMANA - Meeting di Rimini

PER UN GIORNO DI SIMPATIA UMANA

Letture da Cesare Pavese. Partecipano: Gianfranco Lauretano, Poeta e Scrittore; Davide Rondoni, Poeta e Scrittore. Introduce Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

MODERATORE:
Cominciare una giornata con la poesia non è molto diverso che cominciarla con la preghiera, perché vuol dire cominciarla con qualcosa che fa vibrare il cuore, che mette in moto la domanda del cuore. “Bada bene, tutti lo cercano, tutti gli vogliono parlare, tutti vogliono poter dire domani ‘so come sei fatto’ e servirsene, ma nessuno gli fa credito di un giorno di simpatia totale, da uomo a uomo”. Paesi tuoi di Pavese. Credo che queste righe di Pavese – peraltro note e che hanno suggerito il titolo dell’incontro di oggi Per un giorno di simpatia umana – credo proprio che la suggestione che c’è dietro questo titolo e che in qualche modo c’è di fronte a Pavese, è proprio questa commozione, questo senso di amicizia che nasce nei confronti di un uomo come Pavese per questa sua ricerca dolorosa e anche così vibrante, così concreta. Una ricerca concreta di senso. Questa mattina sono qui con noi a leggere Pavese Davide Rondoni, amico, poeta noto, di cui non vi sto a raccontare tanto, perché credo che la sua amicizia con noi e la sua compagnia, la sua collaborazione al Meeting dicano molto di più di qualunque altra parola. Vi segnalo solo che è uscito recentemente l’ultimo libro di poesie di Davide, Apocalisse e amore, e vi segnalo anche che ricorrono i venti anni di Clandestino, per celebrare i quali è appena uscito il libro d’oro dei venti anni di Clandestino. Gianfranco Lauretano forse è un po’ meno noto, almeno ai palchi del Meeting. Lauretano nasce come insegnante, è scrittore, poeta, traduttore di poesie dal russo e dal portoghese e sta uscendo la sua opera, La Traccia di Cesare Pavese. Io volevo solo dire una parola introduttiva e rispondere a una domanda: cosa c’entra un incontro di poesia, cosa c’entrano poeti che leggono altri poeti in un Meeting dal titolo “O protagonisti o nessuno”? Il poeta è un protagonista? A me pare che lo sia e lo sia alla grande, perché il poeta non solo si lascia provocare dalla realtà – andiamo ripetutamente dicendo che il protagonista è chi non molla sul suo desiderio, non molla sulla passione che ha dentro e si lascia provocare dalla realtà – il poeta non solo si lascia provocare dalla realtà, ma avendo quel dono in più, che appunto è la poesia, arriva fino a lasciarsi consumare dalla realtà, scalfire, logorare, fino a che di lui resti solo quella scintilla di umanità che è capace di sfiorare il Mistero. È per questo che è protagonista, perché lasciarci provocare dalla realtà lo possiamo fare tutti, ma arrivare a quel punto in cui l’ultimo brandello di umanità tocca il Mistero, e avere la capacità di esprimerlo, avere la capacità di quel guizzo in cui si riesce a far percepire a un altro il Mistero del cuore che sfiora il Mistero dell’Essere, questo è proprio del poeta. La poesia è sempre vibrazione del Mistero, altrimenti non ci sarebbe, sempre vibrazione dell’Essere. In questo senso il poeta è fino in fondo protagonista, proprio perché la sua parola ha perforato l’involucro della realtà e ha fatto balenare il Mistero, facendo, perché questo è l’interesse che noi possiamo avere per la poesia, vibrare per tutti quell’attesa di totalità che rende protagonisti tutti. Il protagonista, appunto, è chi indomabilmente fa vibrare quell’attesa di totalità, indomabilmente fa vibrare quel desiderio infinito, questo è il protagonista. Il poeta sollecita questo, e, quindi, viva i poeti che ci aiutano a tenere desto questo desiderio di infinito. La parola adesso a Lauretano.

GIANFRANCO LAURETANO:
Ringrazio molto Emilia perché ha presentato Pavese come poeta, essendo un autore che, invece, è più citato e ricordato come narratore – almeno a livello di insegnamento nella scuola – e la gratitudine è doppia, perché, in realtà, Pavese è anche un grande poeta, tra l’atro molto originale, come cercherò di leggere e di farvi capire. L’occasione è questo libro che si chiama La Traccia di Cesare Pavese che ho scritto in questo inverno e in questa primavera, andando sulla traccia di Cesare Pavese, cioè seguendolo, e, quindi, è un libro di viaggi, di più di un viaggio; è un libro fatto con una mano sul volante e con l’altra sul libro – non contemporaneamente, perché guidare e leggere assieme è un po’ difficile. La prima cosa che mi viene da dire su come è nato questo libro è che, secondo me, ha proprio corrisposto a ciò che ci stiamo dicendo e stiamo imparando dopo vent’anni, ad esempio, di Clandestino, visto che è stato ricordato, e dopo tanti anni di lavoro intorno alla letteratura e alla poesia e che Pavese, secondo me, ha confermato, e cioè che la poesia, la letteratura in genere, non ha a che fare, nonostante quello che tutti pensano, anche noi, con la solitudine. È un gesto, è una cosa che si fa – non so come dirlo in modo più elementare – è una cosa che succede, anzi, è come un’affermazione che non siamo soli. Anche se nell’atto stesso di scrivere uno è da solo e non è che possa stare con una folla mentre mette le dita sul computer o scrive, però è come se l’atto stesso gridasse un prima e un dopo, che è un prima e un dopo con qualcuno, assieme a qualcuno, in compagnia di qualcuno. D’altronde, come tutti sanno, per le teorie della comunicazione dove c’è un messaggio c’è sempre un mittente che cerca un ricevente, c’è sempre un dialogo. Questa è una parola che per Pavese è molto importante. Questo libro è nato così, intanto perché i viaggi non li ho fatti da solo, li ho fatti insieme a degli amici, soprattutto Marco Antonellini che alla fine del libro ha fatto delle schede tematiche anche un po’ didattiche in modo che il libro, oltre che un libro di narrativa scritto in modo che possa essere letto piacevolmente, dia anche degli strumenti per chi voglia poi approfondire o insegnare Pavese. Un libro fatto insieme a Laura Vaglieri, che è un’insegnante e una scrittrice di Milano, che ha dato diversi spunti molto utili soprattutto sui luoghi di Pavese. Pavese è un autore che si può seguire, la cui traccia si può seguire seguendo i suoi luoghi, ed è quello che alla fine abbiamo poi concretamente fatto andando nei suoi luoghi. Poi bisogna anche ringraziare Davide Rondoni, perché in realtà la proposta di fare questo libro per la Collana dello Spirito Cristiano è partita proprio da lui. E un ultimo ringraziamento va fatto anche a Camillo Fornasieri, del Centro culturale di Milano, perché un paragrafo di questo libro è una testimonianza, quasi del tutto inedita, di Padre Giovanni Baravalle, un grande amico di Cesare Pavese, che nel ’90 fece una conferenza svelando anche molte notizie sconosciute intorno allo scrittore, testimonianza inedita in gran parte, solo qualche stralcio è uscito quest’anno sul quotidiano l’Avvenire. Lui me l’ha data, io l’ho presa e l’ho pubblicata. Pavese ha lottato tutta la vita intorno a questa questione. Sulla questione della solitudine ad esempio lui dice – cito un brano de Il mestiere di vivere, che è il diario, umano e letterario, di Pavese – dice nel ’47: “Tu sei solo e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro che sia però tanto gentile da lasciarti fare il matto e illudere di bastare da solo a rifare il mondo. Non trovi mai nessuno che duri tanto. Di qui il tuo soffrire i distacchi, non per tenerezza. Di qui il tuo rancore per chi se n’è andato. Ma non basti da solo, e lo sai”. E nel romanzo Il carcere, che è il romanzo del confino – Pavese verrà mandato al confino come poi vi racconterò – fa dire del protagonista, di Stefano, il protagonista di questo romanzo: “La solitudine sarcastica cedeva, e se cedeva in quella sera piena di tanti fatti nuovi e improvvisi ricordi, come avrebbe potuto resistere l’indomani. Senza lotta, si accorse Stefano, non si può stare da soli. Ma stare soli vuol dire non voler più lottare”. Per lottare bisogna non esser soli. Per vivere, per cercare quello che Pavese cercherà sempre, e che vi dirò tra un minuto, non bisogna star soli. Ma questo tema è soprattutto della poesia Lavorare stanca, una poesia che dà titolo all’unica raccolta di poesie di Cesare Pavese, l’unica pubblicata da lui, – c’è un’altra raccolta, ma pubblicata postuma. Pavese è nato nel 1908 – quest’anno è il centenario della nascita, e questa è anche l’occasione del libro, per cui il progetto è stato accettato – ed è morto nel 1950, suicida, a Torino. Ha pubblicato un’unica raccolta di poesia, intitolata Lavorare stanca e vari romanzi. La poesia che dà titolo a questa raccolta è proprio su questo tema.

“Ci sono d’estate pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge per un viale di inutili piante, si ferma. Val la pena essere solo, per essere sempre più solo. Soltanto girarle le strade, e le piazze sono vuote. Bisogna fermare una donna, e parlarle, e deciderla a vivere insieme. Altrimenti uno parla da solo. E’ per questo che a volte c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi, e racconta i progetti di tutta una vita”.

Ecco, questo anelito di rompere l’involucro della solitudine, di vivere e di lavorare tenendo conto dell’essere, del DNA della persona che è di non solitudine, c’è sempre in Pavese, come c’è il presentimento di essere fatti – dico una parola difficile – ontologicamente, nell’essere, di una compagnia, di compagnia. E quando questo si riesce a superare allora c’è l’epifania, c’è lo scrivere, c’è il fare, il lavorare. E quando invece questo non si supera, c’è la disperazione fino al gesto tragico, finale, del suicidio. Ecco, tutto questo in direzione di quella che Pavese chiamava, con termine inglese, ripeness. Nel romanzo La luna e i falò, che è l’ultimo scritto da Pavese nel 1949 ed è pubblicato nel ’50, l’anno della morte, c’è una citazione iniziale in inglese, in corsivo, che è questa: Ripeness is all, la ripeness è tutto. Che cos’è la ripeness? E’ il compimento della persona, il destino (ci sono varie traduzioni possibili). Comunque il fatto è: che cos’è tutto? Il fatto che l’io, la persona si compia, diventi se stessa, compia il suo destino umano e anche, in questo caso, letterario. E questo è messo come incipit, come esergo, come frase iniziale ne La luna e i falò, l’ultimo romanzo, che è il romanzo dove Pavese racconta il ritorno a casa, il ritorno nel suo paese, e il suo paese è Santo Stefano Belbo, il primo luogo, la prima tappa del libro, il primo luogo dove ci siamo recati è un paese centrale nelle Langhe. Credo che sia la terra con la più alta densità di vigneti del mondo, credo che abbiano i vigneti – una terra bellissima, particolare – anche nei vasi del salotto, non so dove, al posto dei fiori. Ed è il paese dove Cesare è nato. E’ nato un po’ lì casualmente, perché la famiglia non abitava lì, abitava a Torino, Torino è la città di Pavese. Però avevano questa casa delle vacanze, questa seconda casa dove andavano molto spesso, tutte le estati dell’infanzia di Pavese sono trascorse a Santo Stefano Belbo e lì – una accelerazione della gravidanza della madre! – nasce Cesare Pavese. E poi succede anche un altro fatto fortuito. Quando Pavese deve frequentare la prima elementare, la sorella Maria si ammala di una malattia pericolosa, probabilmente contagiosa, e quindi anziché tenere Cesare a Torino, vicino, con il rischio di infezione eccetera, lo mandano a frequentare anche la prima elementare a Santo Stefano Belbo. Insomma è il paese dell’infanzia, è il luogo delle origini, dell’inizio. Ed è particolare come l’ultimo romanzo, La luna e i falò, sia il romanzo dell’inizio. Un romanzo molto bello. I due romanzi su cui gli amanti di Pavese disputano su quale sia il più bello, sono La luna e i falò e La casa in collina. Ci sono i due partiti contrapposti. Io preferisco La luna e i falò, ad esempio – anche Davide, no, tu La casa in collina. Perfetto. Facciamo bene a fare una rivista insieme – ed è un romanzo straordinario anche da un punto di vista cinematografico perché c’è un intreccio di inquadrature, di scene. Il presente in cui il protagonista che si chiama Anguilla – un nome significativo, l’anguilla sfugge, Pavese si vedeva così evidentemente, uno che sfugge, che non si riesce a tenere -torna dall’America nel paese di origine, Santo Stefano Belbo, e lì ha vari incontri, va a cercare il luoghi della sua infanzia, e c’è tutto questo racconto che pian piano ricostruisce una vita. La ricostruisce soprattutto attraverso l’asse di due rapporti fondamentali, uno è quello con l’amico più grande, il Nuto, il falegname del paese che fa le bigonce per tutta la vallata. E l’altro è con il Cinto, il bambino sciancato che a un certo punto perde i genitori e verrà adottato dal Nuto, e quindi c’è un po’ come questa fila di generazioni, questo rapporto educativo a varie direzioni che è molto interessante. Ed è un romanzo che ha questo punto: chi sono? A chi, a che cosa appartengo? Inizia esattamente con questa questione. Quando Anguilla ritorna dice: “Un paese ci vuole. Non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei, resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. E’ da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, ma mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”. Ecco, la necessità di appartenere ad un luogo, a della gente, a delle piante: è un romanzo che inizia con questa proposta di tema di ricerca. Ed è un romanzo che continua su questa onda. Ci sono molti interventi soprattutto di Nuto. Nuto è un personaggio leggendario, ispirato da un persona realmente vissuta, Pinolo Scaglione, un amico paterno, punto di riferimento di Cesare Pavese, la cui casa esiste ancora, sta diventando un museo ma sono in ritardo (le solite cose un po’ così). Quando Pavese nei momenti particolarmente tristi e disperati a Torino, non ce la faceva più, andava a Santo Stefano da Pinolo/Nuto e stava con lui per respirare, dice in una lettera, per rigenerarsi, per trovare un punto fuori da sé che non lo facesse affogare nella solitudine del proprio io. Pinolo si chiama Nuto, nel romanzo La luna e i falò, perché una volta lui è andato a trovare a Torino Pavese, e quando è entrato nella casa editrice Einaudi, dove Pavese ha lavorato, lui gli ha detto “Benvenuto!”, -nuto, e da quella volta, come sanno bene i romagnoli esperti di soprannomi, quello è diventato il soprannome. Nuto vuol dire Benvenuto, ed è uno dei personaggi più belli della letteratura italiana del ’900. Ed è Nuto che parla del destino ad Anguilla e gli dice: “No, disse Nuto. Qui, nel paese (Santo Stefano Belbo era un paese con molti bambini trovatelli, abbandonati davanti alle chiese, con molta povertà, con molta gente che emigrava per trovare lavoro) qui stanno male, ma nessuno va via. E’ perché c’è un destino. Tu a Genova, in America, va a sapere, dovevi fare qualcosa che ti sarebbe toccato. Proprio a me? Ma non c’era bisogno di andare fin là. Magari è qualcosa di bello, disse Nuto. Non hai fatto i soldi? Magari non te ne sei neanche accorto, ma a tutti succede qualcosa”. Tanto è vero che più avanti Anguilla così riflette: “Capivo che da ragazzo, anche quando facevo correre le capre, quando d’inverno rompevo con rabbia le fascine mettendoci il piede sopra o giocavo, chiudevo gli occhi per provare se riaprendoli la collina era scomparsa, anche allora mi preparavo al mio destino, a vivere senza una casa, a sperare che di là dalle colline ci fosse un paese più bello e più ricco”. Ecco, questo è il romanzo del destino, della ricostruzione di un compimento, di un io che parte e che ritorna. Sono bellissime le donne de La luna e i falò, che fanno tutte una fine molto triste, ma quando Anguilla ritorna vengono descritte nella loro giovinezza e nel ricordo, nella loro infanzia, con una bellezza meravigliosa (vi consiglio ad esempio, se avete poco tempo, il ventiseiesimo capitolo dove sono raccontate le feste alla villa delle ragazze, delle donne). E c’è questa idea della donna in Pavese legata al destino, allo svelamento del mistero di sé. C’è una poesia bellissima, forse una della più importanti di Pavese, sulle colline e sulle donne, che si intitola Incontro, e che volevo leggervi.

“Queste dure colline, che han fatto il mio corpo e lo scuotono da tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio di costei che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla. L’ho incontrata una sera, una macchia più chiara sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate. Era intorno il sentore di queste colline più profondo dell’ombra e d’un tratto suonò come uscisse da queste colline, una voce più netta, e aspra insieme, una voce dei tempi perduti. Qualche volta la vedo e mi vive dinnanzi, definita, immutabile come un ricordo. Io non ho mai potuto afferrarla, la sua realtà ogni volta mi sfugge e mi porta lontano. Se sia bella non so. Tra le donne è ben giovane. Mi sorprende a pensarla un ricordo remoto dell’infanzia vissuta tra queste colline, tanto è giovane. E’ come il mattino. Mi accenna negli occhi tutti i cieli lontani e di quei mattini remoti, e ha negli occhi un proposito fermo. La luce più netta che abbia avuto mai l’alba su queste colline”.

E poi sentite come chiude:

“L’ho creata dal fondo di tutte le cose che mi sono più care. E non riesco a comprenderla”.

C’è questa idea dei tempi presenti e antichi, del mistero, del presente, della terra. Ricorda un po’ anche, tematicamente, la poesia Alla sua donna, Cara beltà, di Leopardi, dove c’è questa immagine. E un po’ nel libro ho cercato di vedere le somiglianze fra questi due testi. In realtà mi sembra di aver capito, di aver colto, dopo queste lunghe letture, che Pavese abbia guardato molto a Leopardi come scrittore, che ci siano tanti collegamenti che sia possibile fare, e non credo di essere neanche il primo a dirlo.
Poi, dopo l’infanzia, dopo il liceo D’Azeglio a Torino, dove Pavese incontra un altro padre, il professor Augusto Monti, professore di latino e di lettere, liceo rigorosamente visitato nelle nostre scorribande, c’è l’inizio dell’attività. Pavese, soprattutto all’inizio, ha fatto il traduttore. Ad esempio bellissima è la sua traduzione di Moby Dick, o la balena, di Melville, che ancora oggi è pubblicata da Adelphi ed è secondo me ancora oggi la versione più bella in cui consiglio di leggere Moby Dick. Questo nel ’31. Succede poi che il gruppo del liceo D’Azeglio di Torino, guidato da Monti, che era un professore crociano e gramsciano insieme, diventa anche un gruppo di cultura, e gira intorno a una rivista, che è Cultura, appunto, di cui anche Pavese diventa a un certo punto direttore. Ma sono periodi difficili. C’è il fascismo. Il gruppo di Monti e di Pavese è un gruppo di sinistra, insomma, simpatizzante di Gramsci, eccetera, e Pavese, anche per uno scambio di lettere tra una donna che lui amava, la donna dalla voce rauca, e un altro a cui lui aveva prestato l’indirizzo -riceve una condanna, viene condannato al confino. Subisce un processo, a Roma, sta un po’ in carcere a Regina Coeli e fa tre anni di confino. Il confino significava una specie di esilio in un paese lontano, isolato. Più punitivo del paese scelto per lui, cioè Brancaleone Calabro, non potevano scegliere. Pavese era piemontese, amava fare il bagno nel Po, odiava il mare, non mangiava pesce – la specialità gastronomica di Brancaleone era il pesce. E’ un paese totalmente schiacciato sul Mar Jonio, più a sud di Reggio Calabria, dove io non credevo che esistesse altra terra – credevo che l’Italia continentale finisse con Reggio Calabria e invece no, c’è qualche altro spazio e lì c’è Brancaleone Calabro. Il confino doveva durare tre anni e invece dura alcuni mesi perché riceve la grazia che aveva chiesto a Mussolini. E quindi dall’autunno al 25 marzo se non ricordo male, Pavese sta a Brancaleone Calabro. E’ un periodo importantissimo. Il romanzo che racconta questo periodo è Il carcere. Il carcere è un romanzo che riflette sull’esperienza fatta. Ma questo Pavese lo fa sempre. La sua narrativa era una riflessione sull’esperienza. Pavese sapeva che l’esperienza non era solo fare le cose, ma anche fermarsi e paragonarsi con le cose fatte e cercare di capire e usava la letteratura per questo, fosse il Diario, personale, letterario, fosse la narrativa. Quindi Il carcere riflette – non è il racconto autobiografico del confino, anche se ha tantissimi tratti autobiografici – però riflette sul quel periodo. E’ un romanzo considerato minore, ma se uno pensa che è stato scritto a trent’anni – una delle prime cose narrative scritte da Pavese – è comunque un’opera molto bella, la cui lettura è consigliata. Ma il confino, quel periodo, è molto importante per due fatti, oltre alla ispirazione di questo romanzo. E’ il periodo in cui esce la prima raccolta di poesie di Pavese, Lavorare stanca, che era in preparazione ed esce in quel periodo. E in quel periodo Pavese incomincia a scrivere il suo bellissimo diario, Il mestiere di vivere, uno dei più bei diari letterari della letteratura italiana. Vi dico solo questa cosa, perché poi il tempo scorre, però ecco, Lavorare stanca è l’opera più citata, che noi citiamo sempre ed è un’opera che, se noi guardiamo proprio nella versione di quegli anni, del gennaio 1936, ha una struttura molto precisa, molto particolare. La prima poesia, I mari del sud, è una poesia in cui Pavese racconta del ritorno a casa di uno zio e di un ragazzo che lo segue, e che si fa raccontare l’avventura nei mari del sud. E quindi c’è ancora il rapporto educativo del giovane, con la figura paterna. L’inizio della poesia di Pavese – questa è anche in assoluto la prima poesia accettata, pubblicata da Pavese, a parte le giovanili – l’inizio è questo: una partenza. Oltretutto quando lo zio racconta al ragazzo, che è senza padre, queste cose, stanno salendo un monte. E questo è un luogo letterario, una ricorrenza letteraria molto precisa. Quando Dante esce dalla selva oscura sale un monte, e lì inizia il suo viaggio. Quando Petrarca va ad Avignone, sale il Monte Ventoso, in compagnia del fratello maggiore, e anche lì inizia un altro viaggio, che è quello dell’umanesimo e del Rinascimento, per cui è un luogo molto importante. Ed è una raccolta, Lavorare stanca, che si chiude, nella prima edizione, perché poi ci sono state aggiunte, con una poesia che si intitola Paesaggio, e che invece racconta del ritorno. Quindi noi abbiamo ancora una volta questa idea della vita e dell’opera come destino, che si apre e si chiude, del compimento, della ripeness umana che si apre e si chiude intorno a qualcosa. Vi leggo questa poesia, Paesaggio. I mari del sud è molto lunga e invito voi a leggerla se volete. Questa è l’ultima poesia della raccolta di Pavese.

“Questo è il giorno che salgono le nebbie dal fiume, nella bella città, in mezzo a prati e colline, e la sfumano come un ricordo. I vapori confondono ogni verde, ma ancora le donne dai vivi colori vi camminano. Vanno nella bianca penombra sorridenti, per strada può accadere ogni cosa, può accadere che l’aria ubriachi. Il mattino si sarà spalancato in un largo silenzio, attutendo ogni voce, persino il pezzente, che non ha una città né una casa l’avrà respirato, come aspira il bicchiere di grappa a digiuno. Val la pena aver fame o essere stato tradito dalla bocca più dolce pur di uscire a quel cielo, ritrovando al respiro i ricordi più lievi. Ogni via, ogni spigolo schietto di casa nella nebbia conserva un antico tremore. Chi lo sente non può abbandonarsi, non può abbandonare la sua ebbrezza tranquilla, composta di cose dalla vita pregnante – sentite come è bello: “composta di cose dalla vita pregnante” l’ebbrezza, tranquilla – scoperte a riscontro di una casa o d’un albero, d’un pensiero improvviso. Anche i grossi cavalli che saranno passati tra la nebbia, nell’alba, parleranno d’allora. O magari un ragazzo scappato di casa torna proprio quest’oggi che sale la nebbia sopra il fiume, e dimentica tutta la vita, la miseria, la fame e le fedi tradite, per fermarsi su un angolo, bevendo il mattino. Val la pena tornare, magari, diverso”.

Ecco, in Pavese voi troverete sempre questo, questa ricerca del viaggio e del ritorno, che è un po’ la cosa che abbiamo fatto noi. Non posso raccontarvi tutto il viaggio e mi dispiace. Le altre tappe sono: Casale Monferrato, Serralunga di Crea, dove Pavese si rifugia durante la Seconda Guerra Mondiale e dove incontra la figura fondamentale di padre Giovanni Baravalle ed ha un riavvicinamento alla fede. Nel gennaio del ’45 padre Giovanni Baravalle confessa e dà l’Eucarestia a Cesare Pavese, un po’ in segreto, è un po’ una cosa così, di mattino presto, perché evidentemente … Noi abbiamo incontrato molte persone che hanno incontrato Pavese. Chiunque ce l’ha raccontato come una persona un po’ cupa, che girava da solo per le colline, per i boschi, ed è esattamente la figura che viene fuori ne La casa in collina. Casa in collina che esiste veramente, ce l’ha fatta vedere il sindaco di Serralunga che ci ha accolti mentre faceva i lavori in un campo davanti alla casa, tutto sporco. Si scusava, e gli ho detto che magari i sindaci fossero tutti un po’ sporchi del lavoro che fanno, e ci ha fatto vedere questa casa molto bella che ritorna nel romanzo La casa in collina. In esso c’è tutto il racconto di padre Giovanni Baravalle, che se volete potete andare a cercare. Dopo il ’45 c’è il ritorno a Torino, c’è il tuffarsi nella casa editrice Einaudi che praticamente è stata fatta, creata da Pavese. Giulio Einaudi, il fondatore, ad un certo punto l’aveva eletto un po’ come quello che sceglieva i titoli, che dava un po’ l’imprinting, la forma alle collane. Sono cinque anni straordinari, in cui Pavese scrive quasi tutti i romanzi. La casa in collina, insieme a Il carcere, è dentro una raccolta narrativa unica che si intitola Prima che il gallo canti. Il tema del tradimento. Il tradimento ne La casa in collina è anche quello politico, della guerra partigiana – lui si era rifugiato mentre alcuni suoi amici, ad esempio Leone Ginzburg, era addirittura stato ucciso durante la guerra – il tradimento de Il carcere è il tradimento della realtà, il fatto che l’uomo isolato in un luogo lontano non sappia aderire al luogo stesso. La donna per la quale Pavese si era un po’ lasciato condannare, in realtà quando lui torna a Torino si è sposata con un altro – a proposito di tradimenti – e anche questo un po’ ha cominciato ad accelerare quella che è stata sempre una depressione, una solitudine di Pavese che, nel 1950 – a sua volta accelerata da una altro incontro femminile, l’attrice americana Constance Dowling – sfocia nel tragico episodio del suicidio all’hotel della stazione di Torino, l’Hotel Roma, che abbiamo visitato. La camera 346 della stazione, dove Pavese ha ingerito 20 bustine di sonnifero e si è lasciato morire, è ancora affittata. Se volete andare e chiederla, la danno ancora. Il traduttore giapponese di Pavese, tutti gli anni, ci ha detto il direttore, viene a Torino, chiede quella camera e sta lì una settimana. Di solito non dicono che è la camera di Pavese. Una ragazza l’ha scoperto una volta, ha avuto una crisi isterica e ha chiesto di essere trasferita. E’ una camera intatta, ci sono ancora i mobili, il telefono nero con la ruota dei numeri attaccato alla parete, quindi è anche particolarmente suggestivo, emozionante entrare lì dentro. L’ultima opera, postuma, – insieme a Il mestiere di vivere, Il diario, che è stato pubblicato ovviamente dopo la morte, e altre cose come Le lettere – è questa piccola raccolta di poesie fatta di due nuclei di testi, una del ’45 e una del ’50, dedicata a Constance, intitolata Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Volevo leggervi solo velocemente una cosa di un ottimo studioso, che ci ha aiutato molto nella lettura, ci ha guidato nella lettura di Pavese. Si tratta di Antonio Sichera, che ha fatto uno studio sulle ricorrenze, sui termini, quelle cose un po’ filologiche, un po’ difficili, ma in realtà utilissime. Dice Sichera di queste ultime poesie:
“La sensazione è che in questi versi la forma prevalga sul contenuto, e il modo stesso del dire abbia la meglio sulla densità semantica [cioè sul significato, sul messaggio] della parola, come se ciò che conta in ultimo sia l’incedere litanico di queste parole. La musica dell’inno resta forse il messaggio più vero, conclusivo. D’altra parte quella dell’inno [del salmo si potrebbe dire] non poteva essere una scelta casuale. Pavese chiude ancorando la propria poesia ad una forma lirica tipica della tradizione religiosa”.

Ve lo faccio sentire subito. C’è Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, che è quella più conosciuta, ma c’è un’altra poesia molto bella con il titolo in inglese, anzi, in americano, visto che è dedicata a Constance, che è You, wind of March, Tu vento di marzo, scritta nel marzo del ’50, in cui Pavese dice una cosa bellissima: il ritorno della donna, dell’amore, dell’innamoramento, è sofferenza, ma anche mossa rispetto alla morte, che è immobilità. Sempre in Pavese quando trovate l’immobilità è la morte, è l’io che non si compie. E qui, invece, c’è il contrario. Ed è una poesia molto ritmata, molto litanica: è un salmo.

“Sei la vita e la morte. Sei venuta di marzo sulla terra nuda. Il tuo brivido dura, sangue di primavera, anemone o nube. Il tuo passo leggero ha violato la terra. Ricomincia il dolore. Il tuo passo leggero ha riaperto il dolore. Era fredda la terra sotto povero cielo era immobile, chiusa in un torbido sogno, come chi più non soffre. Anche il gelo era dolce dentro il cuore profondo, tra la vita e la morte, la speranza taceva [se tutto è fermo non si può sperare, se tutto è lì, a metà]. Ora ha una voce e un sangue ogni cosa che vive. Ora la terra e il cielo sono un brivido forte. La speranza li torce, li sconvolge il mattino, li sommerge il tuo passo, il tuo fiato d’aurora. Sangue di primavera, tutta la terra trema di un antico tremore. Hai riaperto il dolore. Sei la vita e la morte. Sopra la terra nuda sei passata leggera, come rondine o nube e il torrente del cuore si è ridestato e irrompe e si specchia nel cielo e rispecchia le cose e le cose nel cielo, nel cuore soffrono e si contorcono nell’attesa di te. E’ il mattino, è l’aurora, sangue di primavera. Tu hai violato la terra. La speranza si torce e ti attende, e ti chiama. Sei la vita e la morte. Il tuo passo è leggero”.

Concludendo, io credo di poter dire che la poetica di Pavese potrebbe essere riassunta come la poetica dell’incontro, come diceva un grande studioso di Pavese e grande poeta, Antonio Santori, che è morto troppo presto. Quella di Pavese è riassumibile come la poetica dell’incontro, che rinnova il muoversi, rinnova il dolore ma rinnova la vita, è la possibilità della vita che ricomincia. Pavese era come se sapesse bene che la vita è l’incontro, è incontrare, è dare sé agli altri. Qualcuno ci ha sempre detto che la legge della vita è il dono di sé, e Pavese, inconsciamente o meno, ma anche riflettendoci molto, sapeva questo.
Chiudo con le sue parole, con una lettera scritta ad un’altra donna a cui aveva fatto la proposta di matrimonio, ricevendone un rifiuto, l’ennesimo. Si tratta della lettera a Fernanda Pivano, conosciuta come traduttrice degli scrittori americani, che Pavese aveva educato a questo lavoro.
“Cara Fern [Pavese aveva ricevuto una lettera triste, disperata di Fernanda Pivano], la sua lettera mi ha molto commosso, e se potessi prenderei subito il treno per provarle che non è vero che la circondano il gelo e l’ostilità. Ma non capisco perché si trovi tanto male proprio adesso che sa di poter lavorare nove ore al giorno e quindi pressoché mantenersi. Non ha sempre aspirato all’indipendenza? [Sentite qui come è bello, perché il massimo della vita non è mica essere indipendenti] A meno che le succeda come a tutti, una volta ottenutala non sa più che farne. Si ritorna cioè a quanto le ho sempre consigliato: si faccia una vita interiore, di studio, di affetti, di interessi umani che non sia soltanto di arrivare, ma di essere, e vedrà che la vita avrà un significato. Cara Fern, la solitudine che lei sente si cura in un solo modo, andando verso la gente, e donando invece di ricevere. Si tratta di un problema morale prima che sociale, e lì deve imparare a lavorare, a esistere, non solo per sé, ma anche per qualche altro, per gli altri. Finché uno dice sono solo, sono estraneo e sconosciuto, sento il gelo, sarà sempre peggio. E’ solo chi vuole esserlo, se ne ricordi bene. Per vivere una vita piena e ricca, bisogna andare verso gli altri, bisogna umiliarsi e servire. E questo è tutto”.
Grazie

DAVIDE RONDONI:
Permettetemi solo alcune annotazioni a quello che Gianfranco ha già detto, così chiaramente ed anche esaustivamente. La prima annotazione è come una domanda, come è possibile che uno tra gli uomini più intelligenti del ’900 italiano, sia arrivato a non sopportarsi più? Il suicidio è il gesto estremo di un azione che in tanti possiamo fare, che è quello di non sopportarsi, di non sopportare la propria esistenza. Come è possibile che si accompagni una così lucida, radicale e anche per certi aspetti profetica intelligenza della realtà al fatto di non sopportarsi, di non sopportare più la propria esistenza? Come è possibile questo? E’ una strana contraddizione. Pavese porta nei nostri giorni – è il centenario e quasi nessuno ne parla, tanto i più i suoi compagni di militanza politica non ne stanno parlando – Pavese porta nei nostri giorni questa strana contraddizione: l’intelligenza non basta a sopportarsi, perché? Per rispondere a questa cosa voglio fare un passo indietro e leggere una poesia di un autore, di cui parlerò nei prossimi giorni, che ha in comune con Pavese l’uso di un emblema, la pipa, e che va a cogliere esattamente la radice del problema. E’ la prima poesia dei Fiori del male di Charles Baudelaire un grande genio cristiano. Baudelaire scrive: “La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia occupano i nostri spiriti e rodono i nostri corpi e noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti i loro pidocchi. I nostri peccati sono testardi, deboli i pentimenti. Ci facciamo lautamente pagare le confessioni e torniamo allegramente sulla via fangosa credendo di aver lavato le nostre macchie con un pianto vile. Ma è il diavolo che regge i fili che ci muovono. Troviamo charme negli oggetti ripugnanti, ogni giorno scendiamo d’un passo all’inferno senza orrore, attraversando ombre marcescenti come un povero depravato che bacia e succhia il seno tormentato di una puttana vecchia. Rubiamo al volo un piacere clandestino che spremiamo forte come un’arancia sfatta. Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio non hanno ancora filato i loro aromi delicati sul canovaccio dei nostri miserabili destini, è che la nostra anima non è così ardita”. E poi sentite, viene il punto interessante: “Ma tra gli sciacalli, le pantere, le linci, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, i mostri che stridono, urlano, grugniscono e si agitano nel serraglio infame dei nostri vizi dementi, ce n’è uno più basso, più velenoso, più immondo. Se pur non fa grandi gesti né alte grida, farebbe volentieri della nostra mente una rovina e in uno sbadiglio ingoierebbe il mondo” – verso copiato da Eliot nella “Terra desolata”. “In uno sbadiglio ingoierebbe il mondo, è la noia. L’occhio greve per un pianto involontario, sogna impiccagioni fumandosi la pipa. Tu lo conosci lettore questo mostro sedentario, ipocrita lettore, mio simile, fratello”. La noia, grande tema già introdotto dal nostro Leopardi, ripreso da Baudelaire e da Pavese, rilanciato con la drammaticità anche della sua esistenza. Cos’è la noia? E’ appunto la vita che ti sembra comunque insopportabile. E’ te stesso che ti annoia, ti annoi di te, ti annoi dell’esistenza. Questo può condurre al gesto estremo di Pavese o ai tanti gesti, come dice Baudelaire, che anime non così ardite fanno, che è quello di spegnersi pian piano. Una buona carriera, una qualche tranquillità, una qualche sicurezza vile. La noia che cos’è? E’ che non succede niente, è che in realtà succede tutto e sembra non succedere niente. Sentite Pavese cosa dice in un bellissimo testo riportato in un libretto che vi invito a leggere, molto ben fatto da un nostro amico ricercatore dell’Università di Bari, che si chiama Valerio Capasa e che si intitola “Un’esigenza permanente”. Sentite cosa dice: “Quel giorno fu un campo. Avrebbe potuto essere una roccia sopra una strada, un albero isolato alla svolta di un colle, una vite sul ciglio di un balzo. Certi colloqui remoti si rapprendono e concretano nel tempo in figure naturali. Queste figure io non le scelgo. Sanno essere sorgere, trovarsi sulla mia strada al momento giusto, quando meno ci penso. Non c’è persona di mia conoscenza che abbia un tatto come il loro”. Si incontra, il mondo si incontra come una presenza che ti sorprende. “Quel che mi dice” sentite che bello “quel che mi dice il campo di granturco nei brevi istanti che oso contemplarlo, è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva fare nulla”. Insomma, quest’uomo, Pavese, sta di fronte al campo di granturco, come alla roccia sulla … si accorge che può stare di fronte alla realtà come se la realtà fosse qualcuno che si fa aspettare, come se nella realtà ci fosse qualcuno che si fa aspettare, che sta arrivando. Infatti prosegue dicendo: “Quello che mi dice il campo è ciò che dice chi si è fatto aspettare e senza di lui non si poteva fare nulla. “Eccomi” tra virgolette, “Eccomi” dice semplicemente chi si è fatto aspettare. E Pavese non era un ingenuo sapeva benissimo che “Eccomi” è il modo con cui Dio appare nella Bibbia, ai profeti, ai padri della storia biblica. “Eccomi”. E’ il grande “Eccomi” del Mistero che si fa presente nella realtà, “Eccomi”. Accade qualche cosa finalmente. Per dirla come la direbbe un altro poeta che era Sbarbaro: “Le case non sono solo le case, gli alberi non sono solo gli alberi, ma tutto è segno di qualche cosa che sta per accadere”. O come diceva S. Paolo: “Il mondo è teso come in un parto”, la vita è segno. Sta per accadere qualcosa. La noia è sconfitta solo da questa possibilità che ci sia un “Eccomi”, che la vita ti dica continuamente “Eccomi”, ché le cose la seconda volta che le vedi ti annoiano già, le hai già viste. Ma la vita sia continuamente questa promessa di qualcosa che sta per accadere. Se non c’è questo ci si annoia. Anche se uno si riempie la vita delle cose più apparentemente godevoli. Lo vediamo intorno a noi. Noi viviamo in un’epoca annoiata, pur essendo gremita di cose che attraggono. “Eccomi” e sentite come prosegue, sentite che durezza già in questo finale di Pavese. “Eccomi mi dice chi si è fatto aspettare, ma nessuno gli toglie lo sguardo astioso che gli viene gettato come a un padrone”. Questo che dice “Eccomi”, per Pavese, è qualcuno che viene guardato come un padrone. Quello che la realtà sembra promettere, sembra rivelare come accadimento, come suo segreto, è un padrone. La cosa meno desiderabile del mondo. Per questo anche l’uomo come Pavese, che intuisce che la vita è fatta di “Eccomi”, di segni, se questo “Eccomi” è “l’Eccomi” di un padrone ne sarà allontanato, ne sarà spaventato. Se tutta l’intelligenza che hai della realtà, per tornare al punto di partenza, se tutta l’intelligenza che hai della storia, che hai di te stesso, dell’animo umano, alla fine ti rivela che quello che arriva nella realtà, quello che dice “Eccomi” è un padrone, cioè una dominanza su di te, una mancanza di libertà per te; se quello che ti rivela la realtà è che in fondo sei schiavo, la realtà o ti atterrisce o ti annoia. Sono infatti i due sentimenti dominanti la nostra epoca, la paura e la noia, sono i due motivi per cui si vive poco, per cui si rischia poco, per cui normalmente nelle vite nostre e di quelli che abbiamo intorno vediamo poco rischio. Perché questo “Eccomi” non sia più quello di un padrone, ma sia finalmente quello di qualcuno a cui dire: “Ti amo”, perché avvenga questo cambiamento, perché la realtà cambi di segno, potremmo dire così, non basta l’ideologia. Pavese è stato straordinario in questo e ha sofferto, lasciatemelo dire, la censura violentissima di alcuni suoi compagni, primo di tutti Italo Calvino, che ha trattato Pavese come se fosse uno scemo per queste cose che diceva. Dice in una sua lettera riportata giustamente da Valerio, da Capasa, Calvino dice: “Pavese tiene un diario, Il Mestiere di vivere , una cosa di fronte a cui noi saremmo inorriditi, perché forse ha certi interessi filosofici e religiosi”. Un astio spaventoso, che è l’astio tipico della cultura dominante italiana. L’ideologia, Pavese lo aveva capito subito, non basta perché la realtà cambi di segno. Tant’è vero che si opponeva in Einaudi a che facessero sempre delle prefazioni di segno, come dire, marxistico, ideologicamente molto, come dire, ortodosse, ai libri che venivano pubblicati e per questo ha subito, come dicevo prima, una violentissima censura, per quanto sotterranea, da parte dei suoi compagni di partito. Non solo l’ideologia non basta, non basta il piacere. Ci sono certe pagine di Pavese sul tema del piacere straordinarie, che non a caso fanno il paio, ha detto giustamente Gianfranco prima, con certe riflessioni di Leopardi, ma anche di Baudelaire. Il piacere è come il bruciare una promessa, può essere come il bruciare una promessa e si tramuta, come abbiamo visto in Aspasia di Leopardi, si tramuta in una sorta di strana ira. Infatti noi viviamo in un’epoca che esalta il piacere ed è irosa. Siamo, come si dice, come quando uno è molto… irascibile. La nostra è un’epoca irascibile. Si vede normalmente, si covano tante rabbie in un’epoca in cui si esalta il piacere come regola della vita. Non sto a citare, son tanti i passi, voglio chiudere in cinque minuti. C’è un’intuizione che Pavese ha avuto a un certo punto, lo raccontava prima Gianfranco, quando rifugiato presso questo collegio, incontra questo prete che era più giovane di lui fra l’altro e ha con lui un colloquio molto franco, due ore e mezza in cui gli racconta la vita, e capisce che Dio potrebbe, lo scrive anche ne “Il Mestiere di vivere”, Dio potrebbe essere una presenza familiare. Pavese ha sempre riflettuto sul tema religioso, non lo aveva censurato. Ma, è solo in quel momento che forse capisce che Dio potrebbe essere qualche cosa che lo riguarda, non come un padrone ma come qualcosa che rompe la solitudine. In quel momento lo intuisce, ma la vita non si regge sulle intuizioni, anche un uomo di grandi intuizioni può arrivare a non sopportare se stesso, a non sopportare l’esistenza. Le intuizioni sono una cosa meravigliosa, ma non fanno vivere, non bastano a vivere. Infatti Pavese, pur con tutto questo, non risolve, non riesce a risolvere il problema che per esempio è messo a fuoco da un autore che oggi è giustamente onorato e anche molto letto. Si chiama Corman McCarthy, grande scrittore americano, che arriva a interrogarsi in alcuni suoi dialoghi – un bellissimo dialoghetto pubblicato da poco si chiama “Sense of limited?”- su come sia possibile la felicità in una situazione di limite: è possibile essere felici anche nel dolore? E’ possibile non censurare una condizione mortale, la condizione umana, mortale, quindi segnata dal limite e pur tuttavia fare esperienza di una felicità, di una letizia, di una gioia? Pavese non sa come risolvere questa cosa. McCarthy sì, Pavese no. Ci muore Pavese su questo e capisce che il problema sono gli incontri, non le intuizioni, sono gli incontri. In quel bellissimo libro, profondissimo e anche bello, come tutti i libri che possono leggersi a tanti livelli, che sono “I dialoghi con Leucò”, il suo libro più caro, quello di cui ha lasciato scritto morendo: “Questo è il mio libro”, il libro della mia vita, pavese dice: ”Cosa venivano a cercare gli uomini” – sono due dei che parlano – “in questo posto?” Non venivano a cercare il piacere o la soddisfazione di certe cose, perché quello sapevano dove trovarlo. Ma allora perché venivano qui, cosa cercavano?” E la risposta, dice uno dei due interlocutori, è: “Cercavano quei loro incontri”. Cioè Pavese era arrivato a capire che perché quell’ “Eccomi” cambi di segno, non sia la voce di un padrone, ma sia un altro tipo di voce, un altro tipo di incontro a cui la realtà ti introduce, perché cambi di segno, occorrono degli incontri. Questa possibilità di cambio di segno del reale avviene attraverso degli incontri umani: questo lui lo aveva capito. Aveva capito che questa è la risorsa che abbiamo, più ancora che l’intelligenza, più ancora che l’intuizione, più ancora che il piacere, più ancora che l’ideologia. E’ negli incontri umani che può accadere questo strano miracolo, questa strana rivelazione. Ma a lui questo incontro è mancato.
Introducendo ai volontari del Meeting il lavoro di questa settimana, giustamente Giancarlo Cesana diceva: “La caratteristica del protagonista, dell’uomo che sta come protagonista nel reale è che è mendicante” cioè che fa domanda, che vive la vita come una domanda. Ma non si tratta di una domanda dialettica, non si tratta di una domanda come dire di uno che dice: “Spiegami come si fa il purè, dammi delle istruzioni” “Dimmi che tempo fa domani” “Indovina per me…”. Non è una domanda di questo genere, la domanda del mendicante. La domanda del mendicante, – Pavese questo lo fa vedere benissimo a mio avviso – è una domanda e un’offerta d’amore, cioè una domanda e un’offerta di qualche cosa per cui la realtà riveli come volto ultimo non quello di un padrone che ti rende schiavo, ma una sorta di amicizia, una sorta di compagnia, una realtà amica appunto.
Il protagonista è tale perché non odia la realtà, se no è un risentito, non protagonista, se no è un violento, non protagonista. Infatti oggi che tipo di protagonisti vengono rappresentati? Quelli che, in qualche modo, dominano la realtà. Quelli che, in qualche modo, o per fama o per gigantismo o per potere sembra che dominano la realtà, mentre invece il protagonista, noi abbiamo detto, è il mendicante, cioè quello che serve la realtà, quello che sembra inutile molte volte. Perché è una domanda. Una domanda, insisto, non è una domanda dialettica, di spiegazioni: “Spiegami come va il mondo” ma è una domanda d’amore, cioè di legame positivo con la realtà. Pavese aveva capito benissimo che la questione di quei loro incontri, per usare la sua parola, di quegli incontri umani, il segreto di questi incontri umani era un segreto d’amore, cioè un segreto di amicizia. Infatti dice, in una lettera d’amore – anch’io cito una lettera d’amore, ma a un’altra donna, a quella Constance americana: le attricette portano sempre alla rovina gli uomini. Pavese le scrive questa lettera bellissima. Ti portano alla rovina ma a volte tirano fuori anche delle cose buone. E lui scrive a lei e con questo finisco. “Ti ho mai detto che da ragazzo ho avuto la superstizione delle buone azioni? Quando dovevo correre un pericolo, sostenere un esame per esempio, stavo attento in quei giorni a non essere cattivo, a non offendere nessuno, non alzare la voce, non fare brutti pensieri. Tutto questo per non alienarmi il destino” per essere amico del destino. “Per non alienarmi il destino. Ebbene, mi succede che in questi giorni ridivento ragazzo e corro davvero un gran pericolo, sostengo un esame terribile, perché mi accorgo che non oso esser cattivo, offendere gli altri, pensare pensieri vivi. Il pensiero di te è un ricordo o un’idea indegna. Brutti. Non si accordano. Ti amo”.

MODERATORE:
Vi ringrazio perché l’incontro con un poeta, che io continuo a chiamare poeta, l’incontro con un grande come Cesare Pavese che questa mattina ci avete offerto, io credo sia stato ancora una volta la documentazione, non che anche i poeti hanno le stesse domande, gli stessi desideri, lo stesso cuore che abbiamo noi, ma molto di più, che noi abbiamo lo stesso cuore, le stesse domande che loro riescono ad esprimere. Viva i poeti. Buona continuazione di giornata.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

25 Agosto 2008

Ora

11:15

Edizione

2008

Luogo

Sala A1
Categoria