Chi siamo
PACE È… PERDONO
Approfondimento della mostra Profezie per la pace realizzata da Gioventù Studentesca
Matteo Severgnini, rettore Scuola Regina Mundi, Milano; Cristina Zeni, docente di Lettere liceo Albert Einstein, Torino; studenti di Gioventù Studentesca di Bergamo e Bologna
Dialogo a partire dalla mostra “Profezie per la pace”
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FRANCESCO TANZILLI
Buonasera a tutti. Grazie di essere qui così numerosi e grazie in particolare al Meeting e a Tracce che ci ospita, che ospita questa mostra che andiamo a presentare, e questo incontro. Questo è il momento centrale, è in mezzo a questo ciclo di incontri sulla pace. Pace sono delle parole chiave che abbiamo scoperto studiando noi professori insieme ai ragazzi per preparare questa mostra che nasce in una data precisa, 15 ottobre 2022. Siamo a Roma, siamo in piazza San Pietro e nell’incontro di Papa Francesco con il movimento di Comunione e Liberazione, al termine dell’incontro il Papa ci rivolge queste parole, dice: “Vi chiedo di accompagnarmi in questo tempo nella profezia per la pace.” Molti di noi erano lì presenti e molti di noi, me per primo, avranno risolto la cosa magari con un pensiero, con una preghiera. Ma questo non vale per Cristina che è qui e che poi ci racconterà, la quale invece si è chiesta come poter rispondere alla richiesta del Papa, coinvolgendo però anche i suoi studenti. Da qui è nata l’idea , e non solo i suoi magari, ma anche tutti gli altri possibilmente. Da qui è nata l’idea di una mostra per la pace realizzata con gli studenti, per gli studenti. Si sono coinvolte più di 100 ragazzi e ragazze di Gioventù Studentesca, un po’ da tutta Italia, dal Friuli a Cagliari, dalla Sicilia a Torino, alla Lombardia, all’Emilia, al Molise e il lavoro di questi mesi ha portato alla mostra che voi vedete lì e che si intitola “Profezie per la pace”. È un nome strano. Ovviamente è una citazione, è la citazione di quanto c’è stato detto da Papa Francesco, ma è un nome quantomeno insolito, tant’è che noi per primi abbiamo avuto bisogno di capire cosa volesse dire profezia per la pace; chi è un profeta. Ci siamo fatti aiutare e abbiamo scoperto che il profeta non è chi indovina il futuro, ma il profeta è chi è in grado di riconoscere l’intervento di Dio lì dove l’uomo vive, in particolare lì dove l’uomo vive, le divisioni, i conflitti, il buio che caratterizza questa terza guerra mondiale a pezzi di cui Papa Francesco tante volte ci ha parlato. Allora ci siamo fatti guidare come metodo dal Papa, il quale nella “Fratelli Tutti “dice che non si tratta di fare delle teorie, ma si tratta di toccare con mano le ferite. Si tratta di saper guardare le persone che si trovano a vivere in questi conflitti e in questi conflitti chi sono i profeti di pace? Qui ci ha aiutato molto il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, che abbiamo intervistato al termine dei lavori per la preparazione per la mostra. Un video che raccoglie alcuni estratti di questa intervista. Lo trovate nell’ultima stanza alla fine della mostra, ma invece l’intervista completa la trovate all’interno del catalogo della mostra, stampato da Itaca. Ebbene, il cardinale Pizzaballa ci ha indicato questo metodo, ci ha detto che in questo abisso di male e di buio che è la guerra, a noi non solo cristiani, ma a noi uomini innanzitutto tocca saper guardare e saper riconoscere quei punti di luce che ci sono. Saper guardare e riconoscere quelle persone che dentro al male operano per il bene, costruiscono il bello, costruiscono insieme e ci ha detto il cardinale Pizzaballa, questi sono i risorti di oggi ed è questa la speranza. Allora, abbiamo voluto scommettere su questa strana logica della profezia, su questo strano metodo e abbiamo chiesto ai ragazzi di andare loro a caccia di storie di queste, chiamiamole così, “paci impossibili”, impossibili tra virgolette, perché se ci sono, se sussistono, vuol dire che sono possibili. Trovare queste pace dentro il conflitto e incontrare queste persone, questi testimoni, questi profeti e farci raccontare la loro esperienza per provare noi a capire qualcosa. Io mi fermo qui perché a questo punto è più interessante ascoltare da loro che esperienza hanno vissuto e quindi io chiedo a loro di raccontarci perché hanno accettato di intraprendere questa avventura che è stata piuttosto lunga, perché ci abbiamo messo un anno e mezzo a costruire questa mostra e che cosa hanno scoperto per sé. Quindi cedo la parola prima a Raffaele e poi a Ilaria.
RAFFAELE
Buongiorno a tutti. Io sono Raffa, vengo da Bergamo e devo dire che il mio incontro con la mostra ha quasi un tratto ironico. Una mia carissima amica della comunità di Bergamo ha scelto di invitarmi a collaborare e io lì per lì ho proprio rifiutato, non era proprio per me. Invece una mattina, una domenica mattina ero estremamente annoiato e quando lei mi disse: “Io vado a Milano”, ho pensato: “Ok, fatemi uscire da questa casa.” Sono proprio scappato. Solo che poi i primi tempi della mostra abbiamo riflettuto su cosa volesse dire la pace nel quotidiano ed è una cosa che mi ha subito interessato. Poi mi sono aggrappato quando abbiamo iniziato a fare il lavoro, ci han chiesto di occuparci di una storia in Cisgiordania. È un territorio a est d’Israele estremamente confinante tra la Palestina e gli israeliani. Questo territorio è ricchissimo di ulivi, di cui molti sono posseduti da palestinesi che però dopo il 7 ottobre del 2023 o hanno perso il permesso di lavoro e quindi non possono più accedere oppure per motivi di sicurezza hanno trovato le loro proprietà bloccate dai militari. In questa situazione il problema è che la fonte dell’ulivo è estremamente importante per l’economia palestinese, soprattutto in un periodo di crisi. Allora, leggendo un articolo di Avvenire abbiamo notato che c’era questa associazione “Rabbini per i Diritti Umani” che andava a coltivare coi palestinesi i loro campi, raccogliendo anche centinaia di volontari. Ci ha subito stupito. Ci sembrava uno sguardo completamente diverso da quello mainstream che vediamo sui social che vede o vincere uno o l’altro. Allora, abbiamo contattato uno dei responsabili di questa associazione, Anton Goodman, per chiedergli quali fossero le motivazioni che lo spingevano. Ve ne cito tre, quelle che mi hanno più stupito. Il primo, come dice il nome dell’associazione, “I diritti dell’uomo”. Anton crede fortemente che un diritto dell’uomo è la libertà. Tu devi essere libero di poter andare nel tuo campo a coltivare le olive e portare i soldi per poter semplicemente sfamare la tua famiglia. Il secondo, un incontro umano. Anton ci diceva: “Quando noi andiamo a lavorare alla fine dobbiamo poter dire ‘I see you’, ti vedo.” Ma ti vedo vuol dire anche: “Vedo i tuoi bisogni. Vedo che non sei solo un palestinese che mi fa la guerra, vedo anche che sei un papà, che hai dei figli.” E la terza, voglio citare direttamente lui, dice: “Ma nella Bibbia ebraica si dice che bisogna amare la pace e correre dietro alla pace.” Quindi la prima cosa da fare è amare la pace. Quando si incontra la pace e si vede la pace, il cuore si riempie in un modo per cui è chiaro che la guerra non può portare una tale gioia e un tale amore. Non può accadere grazie alla guerra. Praticamente lui dice: “Io faccio questo perché mi rende allegro, mi rende felice.” Capite che è un’umanità incredibile quella di Antonio? Vorrei anche, concludendo, raccontarvi quello che ho scoperto. Vi cito un magrotitolo: “Gli amici inaspettati.” Due esempi. Il primo, un aiuto da lontano. Nella mia scuola si sta iniziando a riqualificare un’area di verde e costruire un orto naturale. Il problema è che andando a lavorare tante volte portavo dietro la stanchezza, le incazzature, la rabbia e un giorno ho dimenticato come si usa un attrezzo, un badile, l’ho rotto, era uno scatto di ira e questa cosa mi ferì da morire. Allora mi venne questa idea: “Ma Antonio, in una situazione in cui la prudenza è la prima cosa, come si comporta?” Allora io gli scrissi spiegandogli la situazione e cosa era successo e lui mi rispose in un modo estremamente sorprendente. Leggo e cito: “Costruisci amici, comunità, così che tu possa avere un posto sicuro dove le persone ti supportino e tu supporti loro. Non possiamo farcela da soli, solamente uniti. Non ti aspettare troppo dagli altri, ma dai tanto quanto puoi agli altri e riceverai indietro molto di più.” Finendo il messaggio scrive: “Stai tranquillo che se ti preoccupi così tanto per i tuoi errori e il modo in cui lavori, diventerai grande. È un vantaggio che ti importi così tanto delle cose.” Ricordo che nel tempo successivo a questo evento guardavo gli altri in un modo totalmente diverso. Mi domandavo: “Ma per cosa siamo amici? Cosa ci diamo, per cosa ci sacrifichiamo?” E poi un esempio chiarissimo è il timore che sto vivendo tantissimo, che però o ti blocca oppure è quel timore per cui tu dici: “Io ci tengo alle cose.” Come dice Antonio, mi ha dato un’energia questa cosa, come fare la mostra in questi giorni con 100 persone davanti, tutto ansiogeno, mi han corretto, però per qualcosa di bello, di valore. E il secondo evento invece è con Sebe. Finendo una giornata di preparazione alla mostra, descriveva l’amore che San Francesco aveva provato per Santa Chiara. Concludeva riassumendo: “Che profumo ha Dio se non quello di Chiara? E che profumo ha Chiara se non quello di Dio?” Lì io ho avuto come un contraccolpo. Per me non era stato mai così, almeno non quando mi sono innamorato. Allora sono andato a chiacchierare con Sebe su questa cosa e uscendo dal suo ufficio avevo due domande: “Cosa vuol dire guardare l’altro come mistero e cosa vuol dire che io sono guardato come mistero?” Per me quest’estate è stato molto dominante queste domande. Faccio due esempi di cosa c’ho capito. Uno è Ilaria, che poi si presenterà e lascerò a lei. Io sono una persona davvero timorosa, ma lei anche, però è come se dei tratti miei e dei tratti suoi in qualche modo rassicurassero l’un l’altro. Però se tu inizi a guardare l’altro chiedendoti: “Ma me lo sono meritato? Ma chi me l’ha dato?” Inizi a guardarlo con un interesse e una cura diversa. E ancora quando finisci una mostra, a me è successo, ho finito delle mostre pensando: “Sono un idiota, non devo mollare” e poi ti trovi davanti un adulto, un curatore, un amico che ti aiuta. “Dimmi cosa è successo, perché ti stai così male?” E poi ti rilancia. Non è una cosa dovuta. Io credo che il lavoro della mostra abbia questo accento, mi chiarisce tanto una frase, un’illuminazione, ma c’è un educatore che invitandoti a ragionare sulla geopolitica mondiale, sulla pace, ti aiuti a imparare a voler bene. Quella cura e quell’interesse di cui parlavo prima per me è stato un regalo che si sta ampliando. L’ho detto a Sebe il primo giorno, per me il Meeting potrebbe finire qua.
FRANCESCO TANZILLI
Grazie.
ILARIA
Ciao a tutti. Buonasera a tutti. Mi chiamo Ilaria, vengo da Bologna e ho da poco finito le superiori e ho fatto liceo linguistico a Bologna e vorrei parlarvi di come mi è stata proposta questa mostra. Tutto è nato in realtà in un mio grande momento di difficoltà nel dialogo con un adulto per me molto importante che è responsabile della comunità di GS di Bologna che si chiama Giovanni. Davanti a questa mia difficoltà lui mi ha proposto questo progetto. È proprio in un dialogo che è nato l’invito. Io a questo Giovanni gli ho detto no per settimane, per mesi, anche a volte con modi sgarbati, me ne rendo conto. Solo che lui me lo continuava a chiedere, allora per dargli un contentino gli ho detto: “Vabbè, andiamo a Milano, andiamo a sentire cosa hanno dirci.” Con qualche altro ragazzo di Bologna siamo partiti, siamo andati a Milano a conoscere Sebe e Cas e degli altri ragazzi che erano lì, i ragazzi di GS di tutta Italia. Io sono tornata a casa da quell’incontro che gli ho detto un no ancora più grande. Gli ho detto no per diversi motivi, ma in primis non capivo il perché io dovessi prendermi a cuore storie di pace quando in quel momento non riuscivo a trovare pace per quelle che erano le mie ferite. Poi un’altra serie di motivi, non c’era la mia balotta, si direbbe a Bologna, il mio gruppo di amici soliti e con Giovanni ero impermalosita e quindi non volevo neanche dargli questa soddisfazione e in più era il mio ultimo anno, io avevo la maturità, dovevo pensare a iscrivermi all’università, un sacco di altre cose, quindi a me di questa mostra me ne fregava ben poco. Questo fino a quando, sempre con lo stesso adulto siamo tornati a parlare di questo. Questa volta in un modo nuovo, io mi sono vista, ho visto che lui mi guardava con un modo nuovo perché mi ha detto: “Ila, andiamo insieme a capire cosa fa la pace.” Quelle che noi esponiamo nella mostra, come diceva Francesco prima, sono quelle che tra virgolette sono “paci impossibili”, paci che nascono in situazioni in cui sembrerebbe impossibile fare la pace. Quindi io che prevedo tutto nella mia testa, che so già come andrà a finire e tendenzialmente la risposta è male, per la prima volta mi sono affidata a questo invito e quindi con una serie di eventi, tutto è diventato scoperta. È diventato scoperta in primis la storia che ci siamo presi a cuore, che è la storia della Bosnia Erzegovina. In Bosnia c’è stata una guerra tra il 1992 e il 1996 del secolo scorso che ha portato a più di 100.000 morti e questa guerra è stata tra le tre principali etnie che convivono nel paese, che sono i bosniacchi musulmani, i serbi ortodossi e i croati cattolici. Durante questa guerra, in particolare noi ci siamo soffermati sull’assedio di Sarajevo. È un assedio che è durato 1425 giorni, che sono 3 anni e 10 mesi, un periodo lunghissimo in cui le persone avevano il terrore di mettere un piede fuori casa perché la città che è circondata da colline era assediata. Questo cosa voleva dire? Che c’erano cecchini serbi pronti a sparare a chiunque osasse uscire di casa. Questo conflitto ha trovato una pace dall’alto, la definisco io, con gli accordi di Dayton del 1995. Questi accordi però prevedono anche che tutte e tre le etnie debbano essere rappresentate in modo coerente alla popolazione che vive in Bosnia. Questo cosa vuol dire? Che anche a livello di governo ci sono tre presidenti, ognuno a rappresentare un’etnia e che anche a scuola i bambini vanno con le persone della loro etnia, della loro religione. Durante l’assedio di Sarajevo il vescovo di Sarajevo, decide di fondare il progetto Scuole per l’Europa. È un progetto incredibile che mi ha toccato molto perché era la prima ed unica scuola in tutta la Bosnia in cui bambini vanno a scuola insieme, che il loro compagno di banco è di un’etnia diversa. Questo a me ha colpito molto perché è un progetto che negli anni si è diffuso in tutto il paese. Infatti adesso sono 14 scuole con 4500 studenti e 600 docenti. Dove si insegna la cultura classica, le lingue, la democrazia, nonostante la Bosnia di democrazia ne abbia vissuta davvero poca e anche la religione. Nonostante sia una scuola cattolica ogni ragazzo, bambino sceglie se studiare la propria religione, un’altra religione oppure una sorta di educazione civica. A me ha colpito tantissimo andare a conoscere questi ragazzi perché noi siamo andati concretamente a Sarajevo. Io che ci avevo in mente la maturità e le mie robe da fare, abbiamo preso la macchina, 13 ore all’andata, 13 al ritorno a conoscere questa scuola, perché ci sembrava troppo impossibile. Parlando con questi ragazzi è stato assurdo vedere come loro erano consapevoli di vivere come un’eccezione in tutto il paese, eppure la vivevano proprio come la loro normalità, perché la cosa che a me preme di più è che in quella scuola si insegna che il diverso non è mai un di meno, ma è sempre una ricchezza per noi. Inoltre, in questo viaggio in Bosnia abbiamo anche incontrato Amir, ve lo presento molto brevemente, è un bosniacco musulmano sopravvissuto ai campi di concentramento serbi e noi abbiamo parlato con lui, lui ci ha raccontato la sua storia. Quando i serbi sono arrivati nel suo paese è stato costretto a scappare, nonostante sia scappato, quindi nonostante la fuga e aver lasciato tutto, è stato catturato, è stato torturato per mesi e poi imprigionato in questo campo di concentramento. È durante una di queste torture che gli feriscono gravemente una mano che gli va totalmente in cancrena, motivo per cui viene spostato in un ospedale. È proprio lì che la vita di Amir viene salvata da un medico serbo. È incredibile cosa dice Amir di questo. Lui dice: “Io non potrò mai dire che odio i serbi nonostante le violenze e le sofferenze che ho subito per mesi, perché c’è stato un esempio, un esempio di qualcuno che mi ha guardato, mi ha voluto bene e mi ha salvato la vita.” Questo è incredibile. Io faccio questo incontro, ma non sono qui a dirvi che questa mostra ha esaurito le mie ferite o le mie sofferenze. Eppure c’è una cosa molto chiara per me che ho imparato che c’è qualcuno con cui condividerle. È stato proprio un cammino questo lavoro che abbiamo fatto insieme e a me colpisce sempre moltissimo, chi mi conosce lo sa bene, una frase della Divina Commedia, non è una frase a caso, ma è il primo dialogo, il primo discorso diretto che c’è nell’Inferno di Dante. Ed è Dante che urla: “Virgilio, miserere di me” che significa: “perdonami, aiutami, guardami.” Ed è proprio questo che io ho vissuto durante questi mesi di mostra perché ho avuto dei rapporti, delle amicizie inaspettate che mi hanno guardato e che hanno camminato insieme a me, a partire da Raffa, dai ragazzi che hanno lavorato con me, ma anche dagli adulti che io ho sempre screditato e invece si sono rivelate figure di riferimento molto importanti. Vorrei dirvi brevemente cosa mi ha colpito. Noi siamo andati, come dicevo prima, a cercare quelle che sembrano delle paci impossibili. Eppure è stato proprio studiando queste paci che mi è tornata la speranza forse di trovare una luce anche per quelle che sono le mie di guerre, per quello che è il mio quotidiano, come dicevo all’inizio, il motivo per cui io questa mostra non volevo farla all’inizio. E c’è una frase del Vangelo di Matteo che mi colpisce da morire perché dice: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi, perché io vi darò ristoro.” È stato questo progetto che mi ha fatto per mesi a darmi ristoro. È stato condividere le sofferenze, le ansie, le paure, ma anche la preghiera con i ragazzi e gli adulti che hanno camminato insieme a me. Concludo dicendo che questa mostra ha avuto un impatto gigante sulla mia vita anche per l’orientamento universitario. Io tra un paio di giorni lascio Bologna per andare a Roma. Andrò a studiare Scienze Politiche in inglese alla Luiss e questa mostra è stata essenziale perché mi ha fatto rendere conto la curiosità e la necessità che io ho di scoprire cosa succede nel mondo. Anche perché facendo questa mostra ho letto una frase di Papa Francesco che è scritta, per cui vi invito a vedere la mostra per leggere questa frase in cui Lui dice questo: “Dobbiamo smettere di pensare che la pace la costruiscono coloro che lui chiama gli architetti, che sono gli architetti per Papa Francesco, i capi di governo, i diplomatici, eccetera.” Lui dice che c’è un artigianato che è un artigianato della pace che è un dovere del singolo nel quotidiano, di testimoniare il fatto che la pace è possibile e quindi io ho deciso di fare Scienze Politiche, sia per essere artigiana nel mio quotidiano e poi perché volevo che anche il lavoro di questa mostra fosse presente anche nel mio futuro, perché io un giorno possa essere sia artigiana, architetto anche per una frase di Tacito che è uno scrittore latino, che dice: “È dove fanno il deserto che lo chiamano pace.” Noi facendo questa mostra abbiamo imparato tutto il contrario, ovvero che è possibile fare la pace dove in realtà oggi c’è il deserto. Concludo dicendo quanto sia per me importante, nonostante la mia fatica, essere qui a testimoniare quello che ho vissuto, perché io sono sempre molto legata alla frase: “Chi non serve non serve”, che se tu hai vissuto qualcosa e la tieni per te, è quasi un egoismo, per cui, nonostante per me sia faticosissimo parlare davanti a tutti voi, ho proprio questo desiderio di diffondere la profezia per la pace, proprio come ci ha chiesto Papa Francesco nella sua frase, proprio come è iniziata tutta questa mostra, motivo per cui io sono qui cercando di essere un artigiano di questa pace nel mio quotidiano, ma anche per tutte le persone che vengono a vedere questa mostra, il mio obiettivo ultimo è sempre testimoniare che anche nelle situazioni di guerra, nei conflitti che ci sembrano i più brutali, c’è sempre una luce, c’è sempre una speranza di pace, cosa che in qualche modo mi dà speranza, come dicevo prima, anche per quelle che sono le mie ferite e le mie guerre quotidiane. Grazie.
FRANCESCO TANZILLI
Bene, adesso vogliamo dare credito a un adulto e quindi chiediamo a Cristina che io colgo l’occasione per ringraziarla perché è stata lei quella ad avere l’intuizione iniziale ed è stata lei che per tutti questi mesi ha voluto che si realizzasse questa mostra. Io ho imparato tantissimo da lei, ma non mi dilungo. Invece le chiedo se ci aiuta a capire di più anche il titolo di questo incontro, perché qui la pace alla quale dedichiamo una mostra e delle tante parole che abbiamo trovato, in particolare abbiamo messo a fuoco il termine perdono. Ecco, aiutaci a capire di che si tratta.
CRISTINA ZENI
Grazie. Grazie. Io sono Cristina Zeni e insegno italiano latino in una scuola pubblica a Torino in periferia. La prima cosa che vorrei dire è che quel giorno in piazza San Pietro, quando ho avuto questa intuizione, mi colpisce che certi pensieri uno lo capisce subito che non se li dà da sola e che arrivano in qualche modo da Dio e perché non è stato neanche un desiderio, è stato quasi un imperativo morale, per cui la cosa che proprio mi è venuta immediatamente da fare è condividerla con gli amici, perché la verifica anche della verità, di ciò che uno ha come pensiero è proprio la condivisione con gli amici che comunque ringrazio perché poi uno non è mai da solo. Anche le cose grandi che possono costruirsi e accadere è proprio perché c’è una trama, c’è una rete come anche quella rete dei fili rossi che stiamo costruendo nella nostra mostra che permette una grandezza e una bellezza. Mi commuove infatti vedere che cosa sta nascendo da questo seme, da questo piccolo seme, questa intuizione che Dio ha messo nel mio e nei nostri cuori e perché comunque la vita vale se è data e per me questo anche nel mio lavoro, vedere che nei ragazzi nasce una curiosità, un desiderio di scoprire, di buttarsi nel mondo, di diventare architetti anche oltre che artigiani per me è veramente una commozione infinita ed è una gratitudine, ricevere quello che e ancora di più ricevere quello che ho già ricevuto. Per spiegare la connessione tra pace e perdono, vorrei infatti partire proprio da qui, perché nel deserto, nel buio, nelle difficoltà, nella fatica e nel dolore sia possibile una pace, una luce, una speranza. È proprio perché noi abbiamo incontrato il volto buono del mistero. Dal nostro cuore nasce il desiderio e la domanda, lo struggimento, il grido, ma se non fosse incontrato questo cuore non avremmo la forza di generare una luce del genere. Nelle persone che abbiamo incontrato e che abbiamo intervistato. Questo è perché in tanti dicono proprio che la forza, con un’umiltà veramente impressionante, dicono che la forza viene dall’altro, dall’alto e dall’Altro, con la maiuscola, alcuni proprio dicono dallo spirito perché un uomo poi non riesce da solo. La prima cosa infatti che voglio focalizzare è che la pace e quindi un dono è qualcosa di talmente impossibile alle forze umane, limitate e basse, che l’essere umano ha, che quando accade è proprio un avvenimento. La prima cosa nella mia vita anche che vedo è che la pace è il riverbero psicologico dell’unità, un segno di pace e lo vediamo anche nelle storie che abbiamo raccolto è proprio l’unità. L’unità tra persone diverse, l’unità tra stati, tra comunità e l’unità anche dell’io. L’abbiamo visto anche ieri per chi c’era nel racconto impressionante di Bonisoli, la pace e l’unità che si ricostruisce dentro l’essere umano è qualcosa di miracoloso. Uno non riesce a farla da solo. La guerra, infatti, è proprio la separazione. Esempio, una Suor Paesie che abbiamo intervistato e vive ad Haiti, dice proprio: “È un dono di Dio e noi lo riceviamo quando ci fidiamo di lui e quando scegliamo di seguire la sua volontà. Quando rifiutiamo la volontà di Dio, immediatamente perdiamo la pace.” Penso che tutto ciò abbia a che fare con la nostra volontà, che deve essere in sintonia con la volontà di Dio. È una questione simile alla musica. Se paragoniamo la pace con l’armonia, quando c’è armonia tra la nostra volontà e la volontà di Dio, allora c’è pace. Per cui la forza che genera questa unità impossibile, quindi questa pace come riverbero umano, è proprio una forza che viene dall’alto, è una forza più grande, la forza di Dio ed è la forza della misericordia, del perdono. Pertanto l’altra grande scoperta mia, ma di tutti noi, è che questa pace va domandata. Va domandata e quindi pace e domanda, perché un dono accade. L’unica cosa che uno può ragionevolmente fare è domandarlo e la domanda è la formativa del desiderio. Perché se domando metto in atto con un gesto che può essere una preghiera, un gesto fisico, un andare da qualcuno. Metto in atto con un gesto, una parola, un movimento del corpo, quello che il cuore desidera nel segreto e riconoscere che ho bisogno di un altro più forte di me, più forte del male che serve per cambiare me e per cambiare il cuore dell’uomo che ho davanti. Io penso anche ai politici, al momento di oggi viene da dire, ma chi può cambiare il cuore di un uomo? Chi può cambiare il cuore anche di un politico se non Dio? Perché è il punto più segreto di ciascuno e nessuna forza umana può incidere in quel punto di libertà estremo che è il mistero dell’altro. Gli ultimi due passaggi che voglio fare è che quindi la pace è dono, la pace è domanda e la pace è gratitudine perché quando una vita è stata incontrata, quando uno ha incontrato il volto buono del mistero, non riesce più a muoversi se non per estrema gratitudine, come dicevo prima. Per cui solo chi è stato risanato, chi ha le ferite della propria vita drammatica, ma che hanno trovato un balsamo che le ama, può muoversi secondo la stessa dinamica, direzione, logica. Anche questo l’abbiamo visto molto bene in alcune storie. Una che mi ha colpito molto è padre Firas che vive ad Aleppo e aiuta i bambini, accoglie come unico amore i bambini che sono nati dalle violenze degli jihadisti sulle donne di Aleppo. Nessuno li vuole, tutti li rifiutano. Questi bambini non hanno neanche un nome, non sono neanche riconosciuti all’anagrafe e lui in collaborazione addirittura col Muftì di Aleppo, ha creato questa casa di accoglienza, questo progetto che infatti si chiama “Un nome, un futuro”, perché innanzitutto gli dà un nome e lui lo dice chiaramente e lo fa come anche altre persone che abbiamo intervistato, lo faccio per gratitudine perché questi bambini possano sentirsi amati, perché se non si sentono amati non potranno mai muoversi secondo questa logica di amore. Infine tutti questi luoghi, queste persone che creano e generano luoghi di luce generano proprio un’umanità nuova, una realtà nuova. Una delle considerazioni che mi veniva proprio da fare in questi giorni, raccontando tutte queste storie, ma come sarebbe diverso il mondo senza la Chiesa? Perché il popolo nuovo, il popolo cristiano che collabora con tutti i punti di verità che ha intorno rende comunque stabile una realtà che sennò sarebbe impossibile, come sarebbe diverso il mondo, come sarebbe privo di tanti luoghi di bene. Il vero ecumenismo è proprio questo. Voglio concludere con alcune parole bellissime di Don Giussani che abbiamo raccolto, tanti testi di Don Giussani sulla pace che ci hanno molto commosso. Alcuni sono nel catalogo e nella mostra perché senza Don Giussani non ci sarebbe tutto questo. Non ci sarei io sicuramente a dire queste cose in questo momento. In un suo scritto dice: “Uno che dice ‘Vieni Signore’ è nella pace. Può essere nel profondo degli abissi del suo male, ma se dice ‘Vieni Signore’ è in pace. Perché lo può dire? Perché lo deve dire? Perché l’essere ha una forza ma lasciamo andare le parole meno chiare perché Cristo, Cristo morto e risorto ha una forza, ha una potenza più grande di tutta la tua meschinità. Dirgli ‘Vieni, Signore’ è l’affermazione di questa sua grandezza. Ed è in questa sua grandezza che egli mi possiede anche nel fondo della mia miseria e viene a me la sicurezza e la pace.” Grazie.
FRANCESCO TANZILLI
Grazie. E da ultimo chiediamo a Matteo Severgnini che è, la Cristina è colei che l’ha proposta, la mostra Seve è il colpevole del fatto che questa proposta sia poi diventata un’avventura che ha coinvolto così tante persone. Chiediamo a Matteo se ci aiuta a capire che percorso di conoscenza è stata questa mostra e perché val la pena proporla a tutti.
MATTEO SEVERGNINI
Spero di riuscire a rispondere alla domanda di Francesco. Io mi sono accorto e mi accorgo di una cosa che Papa Francesco disse qualche anno fa dicendo che nella vita si può vivere da abituati o da innamorati. Queste sono le due grandi categorie degli uomini e delle donne, vivere da abituati o vivere da innamorati. Io in questi giorni particolarmente mi sto accorgendo qual è la grande differenza tra le due categorie che io vivo tutte e due entrambe. Io vivo tante volte da abituato e tante volte da innamorato. L’innamorato è colui che pende da qualsiasi cenno. L’amore della vita dipende da ogni cenno che l’amore della vita compie nella sua vita, lo cerca, lo desidera, lo implora, lo mendica. L’abituato è colui che non cerca e non pende più da nessun cenno perché non ama. Io ero in piazza San Pietro, io ero di fronte al Papa e qualcuno tra di noi, innamorato e innamorata, pendeva da ogni cenno dell’amore della vita. E quando si pende, si dipende, ci si sbilancia per ogni cenno che l’amore della vita fa, lì inizia un’avventura di conoscenza, un’avventura di conoscenza di sé, della realtà, di tutto che non ha limiti. Perché nell’innamoramento, nel poter star desti, nel poter curiosare, nel poter spiare ogni cenno dell’innamorato del punto di amore. uno si sbilancia completamente fuori da sé per l’amore che si vede davanti a sé. Questo sbilanciamento fuori di sé fa guadagnare tutta la sostanza di sé. Io è quello che sto vedendo in questi giorni nei ragazzi e negli adulti con cui sto condividendo questa avventura. Gente continuamente sbilanciata fuori di sé perché c’è un amore così grande nella vita che ridona alla propria vita il grande senso, il grande significato. E quella cosa ti fa innamorare di tutto, ti fa scattare, ti fa incuriosire, ti fa studiare. Tanti di loro mi han detto: “Ma potessimo studiare così a scuola? Seve, ma noi vorremmo che la scuola fosse così.” Oppure tanti di loro mi dicevano: “Ma questi sono amici nuovi? Questi sono gli amici che da domani ci attendono ancora” e parlavano di voi che venivate a vedere la mostra, ma parlavano degli amici che voi avete visto magari nei video e chissà cosa di nuovo potranno dirci ancora. Ecco cosa significa essere innamorati, che alla profondità della realtà c’è una continua novità per me. Rinnova l’amore alla conoscenza di ciò che ho davanti agli occhi e di me. Il percorso che è nato in questi mesi è stato esattamente questo, dal cenno di uno innamorato cominciare a scoprire tutti quei cenni che questo amore della vita continuamente ti mette davanti agli occhi attraverso il volto di chi incontra e dentro lì c’è tutto di te, tutto il buio, tutto il dolore, tutti i dubbi, tutto di te. Tutto di te è preso, tutto di te è abbracciato, tutto di te è stimato, tutto di te è salvato. Questo è un percorso di conoscenza. Questo è un percorso di conoscenza che io desidero continuare continuamente per tutti noi, partendo da quello che la realtà pone dentro quel volto di un amore grande della vita. Ma qualcuno te lo deve dire, qualcuno te lo deve testimoniare, qualcuno lo deve vivere. Papa Francesco è stata la scintilla per iniziare questo. Senza di lui non avremmo mai potuto iniziare. Che bello che qualcuno ti chiama a una cosa del genere, ti sprona a una cosa del genere. Da ultimo e chiudo perché un cuore innamorato è difficile da fermare. Può essere ferito, può essere fragile, può essere piccolo, ma un cuore innamorato perché è amato dall’eternità è difficile da fermare. Ed è per questo che facendo questa mostra il desiderio era poter dire tutte le scoperte che abbiamo fatto dell’umano attraverso l’umano a tutti. Il nostro desiderio è che tutti possano incontrare quella chiave di volta che potrete incontrare nella mostra e che si è fatto carne in questo percorso. Un volto che continuamente ti chiama e chiama tutti, ma chiama attraverso di noi. Ci ha chiamato attraverso i volti delle persone che abbiamo incontrato in Cisgiordania, in Palestina, ad Haiti, in Sudafrica, in Sud Sudan, Ruanda, fino ad accorgerti che sta chiamando te, Seve, povero disperato, Raf da Bergamo, Ilaria da Bologna. Tu che sei qui sta chiamando te, a che tutti possano riconoscere l’amore della nostra vita. Altro io non desidero, sembra che caschi tutto. E finisco con questo che è uno degli aspetti più belli che stiamo scoprendo. Prima loro ne hanno parlato, hanno parlato di seme, hanno parlato di goccia perché sembra una cosa ingenua quella che stiamo vivendo e invece è la cosa più bella poter riconoscere ciò che è grano tra la zizzania. E nella nostra vita c’è tanta zizzania, ma che bello conoscere il grano che è la nostra vita e che qualcuno lo possa amare quel grano e poter anche guardare quella zizzania e perdonarla. Guareschi fa dire a Don Camillo una cosa meravigliosa. C’è un dialogo in cui Don Camillo parla col suo amico in croce, il suo amico crocifisso e gli dice: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi, il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione.” Dalla croce Gesù lo guarda, sorride e risponde: “Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile. La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio.” “No, Signore” dice Don Camillo. “Devo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli, pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne. Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?” È la stessa domanda di Papa Leone. “Cosa possiamo fare noi?” Il Cristo risponde: “Ciò che fa il contadino. Quando il fiume travolge gli argini e invade i campi, bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra, resa ancor più fertile dal limo del fiume e il seme fruttificherà. E le spighe turgide dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme, la fede.” Bisogna salvare il seme, siamo tutti contadini ed è per questo che desideriamo portarlo a tutti. Ciò che il nostro innamorato ci sta facendo scoprire, noi lo vogliamo portare a tutti. Questo è quello che hanno insegnato a me questi ragazzi, a voi si ritrova a essere figli dei propri figli. Grazie.
FRANCESCO TANZILLI
Io ringrazio chi ha parlato prima di me e chiudo proponendovi un gesto, perché se si dice che la differenza è tra l’essere innamorati o l’essere abituati, c’è un punto che per potermi innamorare ho bisogno di vedere davanti a me un amore, di vedere qualcuno che mi ama. Per potermi innamorare, per poter decidere, come diceva lui, di sbilanciarmi, ho bisogno di vedere persone come loro che sbilanciandosi fuori di sé ne guadagnano in letizia, in pienezza di vita, in felicità. Ed è per questo allora che vi propongo un gesto, perché noi siamo qui nell’arena di Tracce all’interno del Meeting che esistono per poter testimoniare di questo amore, per poter testimoniare di queste vite cambiate. La rivista mensile Tracce è una raccolta di queste testimonianze, di giudizi sul mondo, di una vita cambiata nel mondo da un amore. Il sito racconta di questo quotidianamente e il Meeting racconta di questo come in questo momento. Tutto questo è possibile per Tracce abbonandosi alla rivista e per il Meeting versando qualcosa nei punti del “dona ora” oppure con delle erogazioni liberali a favore dell’ente Meeting. Grazie a tutti e vi ricordo che c’è la mostra lì e un catalogo presso la libreria Itaca che si può acquistare. La più importante, l’ho dimenticata. Questa mostra a partire dalla fine di settembre sarà una mostra itinerante, perciò considerate la possibilità di poterla far visitare nelle vostre scuole, nelle vostre città, nelle vostre parrocchie. Grazie a tutti.










