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PACE È… EDUCAZIONE
Approfondimento della mostra Profezie per la pace realizzata da Gioventù Studentesca
Stefania Famlonga e Alexander Espinoza, direttrice e coordinatore operativo di Fundación Sembrar, e studenti di Gioventù Studentesca di Milano. Modera Tommaso Sperotto, docente Liceo Sacro Cuore, Milano.
Storie di pace in Ecuador, Germania e Uganda
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TOMMASO SPEROTTO
Buonasera a tutti e benvenuti al quarto incontro legato alla mostra “Profezie per la pace”, organizzata e proposta dai ragazzi e dai docenti di Gioventù Studentesca. L’incontro di questa sera è legato alla mostra perché il lavoro di tutte le comunità di GS coinvolte in giro per l’Italia ci ha portato a conoscere tantissime storie, a incontrare tantissime persone. C’è stata una sovrabbondanza di testimonianze, di documentazioni e per questo abbiamo deciso di offrire, di ampliare quello che abbiamo incontrato e di proporlo anche attraverso questi incontri. L’incontro di stasera ha un’angolatura particolare, quella dell’educazione, che è una dinamica così decisiva e generativa di una novità, di una costruzione nuova, ma le storie di questa sera non sono storie da banchi di scuola. Sentiremo adesso, lascio subito la parola ai nostri ospiti, che sono storie particolari, che vengono da parti molto diverse del mondo. Per questo vi presento subito i miei ospiti: dalla vostra sinistra, tre studenti del liceo di Milano Sacro Cuore, Luca, Caterina e Anna e poi, letteralmente direttamente da Quito, Ecuador, Stefania Famlonga e Alexander Espinoza. Lascio subito la parola a Luca che ci racconterà di una vicenda legata all’Uganda e alla sua esperienza in Uganda. Prego.
LUCA
Buonasera a tutti. Io l’anno scorso ho avuto la fortuna di andare in Uganda e penso che, prima di raccontarvi, sia necessario fare un minimo di affondo storico. In Uganda, dopo l’indipendenza ottenuta dal Regno Unito nel ’62, iniziano una serie di scontri di carattere politico, che sfociano definitivamente nell’80 in una vera e propria guerra civile che dura per 6 anni e nell’86 termina con la vittoria di Museveni, che è l’attuale presidente ugandese. Dopo questa prima fase, il malcontento non cessa e ne scoppia un’altra di guerra civile che ha una dinamica leggermente diversa perché i ribelli sconfitti dalle milizie statali si uniscono ad esse e questo porta uno scontro tra questi ribelli e altri ribelli, indirettamente coinvolgendo anche vite civili. Questa seconda guerra civile coinvolge soprattutto il nord dell’Uganda e noi siamo andati a Gulu, la seconda città per popolazione dell’Uganda, che è stata protagonista di questa guerra civile. A Gulu, nasce il Saint Jude Children’s Home, che è un orfanotrofio nato da un’intuizione di Bernadette Aguero, una donna che ha deciso di costruire questo luogo per accogliere i bambini dimenticati a causa della guerra civile. Lei stessa era stata abbandonata da suo marito perché era sterile e questo nella cultura ugandese non è visto molto bene. Insieme a Bernadette, insieme a padre Lio Croce, che era un missionario comboniano, un missionario che ha speso tutta la sua vita per questo posto e per i suoi bambini fino alla morte nel 2020, questo posto ha preso la sua forma definitiva. Il Saint Jude, tra le altre cose, comprende una clinica, una fattoria, un’officina, un asilo, ma anche una scuola primaria. Queste ultime due sono fondamentali perché garantiscono un’educazione di livello sia ai bambini dell’orfanotrofio, sia a tutta la comunità di Gulu. L’orfanotrofio in sé è fatto da 10 case in cui vivono sette bambini che sono curati e aiutati da delle madri che sono chiamate madri per vocazione, perché loro non sono le madri biologiche di questi bambini, però li amano e se ne prendono cura come se fossero tali. Il Saint Jude ha una pretesa speciale, quella di accogliere e ridonare dignità a chi questa dignità l’aveva persa, gli era stata negata, calpestata. Il Saint Jude accoglie anche numerosi bambini disabili, perché i bambini disabili nella cultura ugandese sono visti come una maledizione, come a causa del malocchio. In ogni caso, la madre per vocazione si prende cura di tre bambini disabili e per il Saint Jude il lavoro con i disabili è fondamentale perché permette l’integrazione nella vita quotidiana e permette di ridare dignità a questi bambini che altrimenti non avrebbero altra via. Nelle due settimane che abbiamo passato al Saint Jude, abbiamo avuto la fortuna e l’occasione di conoscere chi ci vive e ci lavora quotidianamente. Un esempio è Sara, questa social worker che gestisce l’orfanotrofio da anni. Sara è stata una figura fondamentale per noi ed è nato un rapporto bellissimo con lei perché lei ci ha presi, ci ha accompagnati in questa realtà difficile, ce l’ha fatta scoprire facendola diventare casa. Questa amicizia poi è stata utile anche per approfondire il lavoro che avremmo fatto per la mostra della pace. Infatti, grazie a un’intervista, abbiamo scoperto moltissime cose dell’orfanotrofio. Sara, infatti, ci ha raccontato del Saint Jude nell’intervista: “Qui al Saint Jude si ha la certezza di trovare sempre qualcuno che ti ascolta, si accolgono tutti. Inoltre si può trovare soprattutto speranza. I bambini che accogliamo non hanno nessuna parte a noi, siamo una grande famiglia.” Abbiamo detto che il Saint Jude è nato in un contesto di guerra e io al Saint Jude ho avuto modo di vivere e di vedere con i miei occhi perché e come l’educazione è così fondamentale nel costruire la pace. Un esempio: un giorno sono stato assegnato per lavorare in una delle 10 case, ad aiutare la mamma per vocazione nel far giocare i bambini e organizzare la casa. Tra i bambini vi era un ragazzo disabile di nome Denis, che era gravemente disabile ed epilettico e infatti i suoi comportamenti erano spesso imprevedibili. Io, davanti alla sua disabilità, facevo fatica e non capivo come comportarmi e preferivo prendere le distanze e andare dai bambini più piccoli, con cui è più facile giocare. Però quello che mi ha colpito e mi ha aiutato a cambiare lo sguardo è stato vedere come gli altri bambini passavano il loro tempo con Denis. Io ero molto sulle mie, invece loro erano completamente aperti, lo prendevano, giocavano, ballavano, andavano in giro come se fosse proprio il fratello di sangue. Questa attenzione che hanno i bambini tra di loro mostra benissimo la visione del Saint Jude, che è inclusione, accoglienza e vita di fraternità. I bambini sono educati secondo l’intuizione, l’idea di Bernadette, hanno ricevuto su di loro uno sguardo che ridà loro la propria dignità che sembravano aver perso. Al Saint Jude la disabilità non è vista come un limite e infatti tutti i bambini che ricevono questo sguardo di valore e di stima infinita sono in grado di replicarlo. Noi abbiamo visto che chi è andato alla mostra ha visto come ne parliamo anche alla mostra, che quando si riceve la pace poi si è anche più in grado di ridonarla. Io ho fatto anche questa esperienza, cioè avendo ricevuto su di me questo sguardo, avendo visto in atto, ho imparato anch’io a come comportarmi con questi bambini che prima consideravo difficili e che evitavo, e ho imparato ad amarli come se fossero i miei fratelli, come gli altri bambini. Grazie.
CATERINA
Io sono stata lì con Luca e la prima cosa che mi ha colpita quando sono arrivata è che mi hanno accolta come se fosse arrivata una persona importantissima, un presidente, sia gli adulti che i bambini. Io penso che questa dinamica sia abilitata dal fatto completamente umano che uno guarda l’altro in base a come è stato guardato nella sua storia. Volevo raccontarvi un esempio. Il primo giorno io dovevo andare nel reparto di fisioterapia, ma non mi ricordavo dove fosse, quindi stavo girovagando in questo cortile un po’ spaesata. A un certo punto, correndo, esce un bambino da una classe, mi prende per mano e mi porta con lui. Io non penso che dietro questo atto ci sia stato un grande ragionamento, un grande pensiero. È stato naturale per lui. La cosa che mi colpisce è che questo bambino, Elio, è un ragazzo che per questo è stato abbandonato dalla sua famiglia. Ha alle spalle una storia di abbandono, ma comunque, visto che in questo luogo è stato guardato così, è stato amato, allora ha potuto guardare anche me così, in modo completamente naturale. Mi viene da dire che il Saint Jude l’ha ri-reso uomo. Cosa vuol dire? Che uno sguardo può rendere umani. Anche qua volevo raccontarvi un esempio. C’è una bambina che, anche lei gravemente disabile, è stata abbandonata, legata con una capra insieme a un gregge. È stata trovata poco tempo dopo e quando l’hanno trovata non sapeva parlare, sapeva belare. Era trattata al pari di una bestia. Al Saint Jude qualcuno si è preso cura di lei, sia a livello medico che a livello umano. Non è più stata guardata come una bestia, ma come una persona, le è stata ridata la sua dignità di persona. In questo modo è tornata umana. A me ha colpito tantissimo questo nuovo modo di stare di fronte agli altri e secondo me questo nuovo modo genera accoglienza e questa accoglienza ti viene da accogliere. Questa accoglienza è in grado di generare pace. Dico questo perché è un luogo in cui non sei misurato per la tua disabilità, non sei di meno perché sei disabile o perché sei diverso. Io ero diversa da loro quando ero lì, sono bianca e per loro un bianco è strano, però non era quello il punto. Non ero misurata per questo, ero guardata per chi sono io. Questo perché si sono accorti che la diversità è in grado di arricchire ognuno di loro e in questo modo arricchire la comunità e quindi è interessante guardare così tutti. Anche qua volevo raccontarvi un esempio. Un giorno abbiamo giocato a giro giro tondo. Ci siamo accorti dopo che non è un gioco particolarmente inclusivo per ragazzi con gravi disabilità fisiche e io ho in mente questa dinamica nelle nostre scuole elementari per cui c’è il bambino strano e nessuno va a dargli la mano quando fa il giro giro tondo. Invece lì c’era questo bambino con un problema alle gambe molto grave e nessuno si faceva problemi a prenderlo per mano e a ballare con lui. Questo bambino da lì ha passato i successivi 10 giorni a cantare giro giro Tondo, ha ricevuto uno sguardo d’amore così grande, così imponente sulla sua vita, che non poteva fare altro che ricantare questa canzone. Io penso che un’educazione di questo genere, un’educazione a uno sguardo così, è in grado di generare pace e a sua volta la pace è in grado di generare un’educazione di questo tipo.
TOMMASO SPEROTTO
Grazie. Fisso solo un punto. Quello che raccontavano mi faceva venire in mente, entriamo anche un po’ di più nel senso in cui parliamo di educazione stasera. C’è un filosofo del ‘900, Adorno, che in una sua opera a un certo punto dice questo: “L’umano è nell’imitazione. Un uomo diventa uomo solo imitando altri uomini.” Non è che lo dice in senso deterministico, evidentemente, ma l’aspetto interessante che Luca e Caterina hanno raccontato è che questo processo, questa dinamica generativa, si è realizzata in un luogo affermando e proponendo a tutti, i bambini che accolgono, ma anche a loro, una logica diversa, un’altra misura. Cambiamo totalmente scenario e ci spostiamo nella Germania degli anni ’80 con Anna.
ANNA
Buonasera a tutti. Io vi racconto una storia diversa. Ho avuto la fortuna e l’occasione di intervistare e conoscere Marcus Lens e Maria Suprun che mi hanno raccontato dell’esperienza dell’IMF, International Musical Friendship. Marcus Lens è uno dei fondatori, il direttore e un violoncellista professionista, insegna in diverse scuole di musica e adesso sta finendo gli studi di contrabbasso. La storia dell’IMF inizia negli anni ’80 in un’Europa spezzata a metà dalla cortina di ferro, prima della caduta del muro di Berlino e prima dell’implosione del blocco sovietico. In questi anni, in particolare tra l’87 e l’88, nasce l’IMF. Marcus era già un musicista in Germania, dirigeva già una scuola di musica e, grazie all’amicizia con alcuni amici del movimento di Comunione e Liberazione, conosce una pianista italiana che dirigeva una scuola a Macerata in Italia e va a conoscerla, va a visitare la scuola, conosce gli studenti e inizia una collaborazione tra le due scuole. In un’altra occasione gli capita di dover fare un concerto di beneficenza e si trova a suonare con un organista polacco. In questa occasione lo conosce alla fine del concerto di beneficenza e questo organista polacco gli racconta dell’esperienza che lui fa in Slesia con alcuni bambini di strada a cui insegna la musica. Da qui parte un’ulteriore collaborazione con questa scuola per cui i ragazzi delle due scuole iniziano a conoscersi e a suonare assieme. Da qui nasce un desiderio più grande, quello che il rapporto tra questi studenti di queste due scuole non si limiti semplicemente a un rapporto prettamente musicale o didattico, ma che diventi una vera e propria amicizia. Per questo lui e altri amici del movimento decidono di ispirarsi alle vacanze di GS per far nascere un rapporto di amicizia tra questi studenti. Cosa significa sull’impronta delle vacanze di GS? Organizzano un campus di 10 giorni estivo con giochi, canti, incontri, balli, serate, gite che abbiano al centro la musica. Nel ’93 c’è stata la prima in Germania e da quell’anno, ogni anno questa esperienza si è allargata arrivando a coinvolgere più di 100 ragazzi da più di 10 nazioni diverse, tra cui Germania, Italia, Polonia, Russia, Ucraina e poi Stati Uniti, Svizzera, Lussemburgo, ecc. Questo ha reso possibile una cosa che oggi sembra quasi impossibile, che dei ragazzi giovani che vengono da contesti completamente diversi di età, livelli musicali diversi, lingue diverse, possano sperimentare un’unità e un’amicizia vera. Maria, che è una di questi ragazzi, ora ha 19 anni, viene dall’Ucraina, studia musica all’High School for Music, dove prende lezioni di piano, canto e lavora anche con dei bambini. A 16 anni ha dovuto abbandonare il suo paese, la sua famiglia, i suoi amici, la sua casa ed è scappata in Germania. Perché la Germania? Perché in Germania aveva più occasioni di studiare musica di quelle che le erano date in Ucraina. Lei mi ha raccontato perché la cultura musicale in Ucraina non è ampissima e quindi avrebbe avuto più occasioni di diventare musicista in Germania. Lì ha conosciuto Marcus e il movimento che l’hanno accolta nonostante lei non sapesse spiccicare neanche una parola di tedesco, e l’hanno invitata a una di queste vacanze in Polonia. Ancora oggi lei partecipa a questa esperienza e mi ha raccontato di questo dicendomi queste parole: “Io avevo la possibilità di studiare in un’importante scuola di musica, ma lì si passavano ore a fare pratica e non era mai concesso di sbagliare. Qui ci divertiamo, non passiamo ore a studiare, ci vogliamo bene e stiamo insieme, facciamo gite, giochi, possiamo sbagliare e andare lo stesso sul palco con il sorriso. Per questo vogliamo condividere questa bellezza con le altre persone”. A me queste parole hanno colpito tantissimo perché io suono il violino da quasi 10 anni e mi è capitato di suonare in orchestre e di partecipare a concerti e per me non è sempre stato così facile suonare con altre persone perché inevitabilmente si sta con persone diverse da te, di livelli diversi da te, con metodi diversi da te, però il più delle volte bisogna suonare lo stesso brano, bisogna fare la stessa parte di uno stesso brano, per cui non è sempre facile guardare l’altro con uno sguardo di bene, perché tante volte l’altro, almeno per me, fa arrabbiare, fa innervosire. Invece lei racconta di un’esperienza in cui guardare l’altro va addirittura oltre il fatto che le persone con lei sono sconosciute o addirittura potenzialmente nemiche, perché lei viene dall’Ucraina e ha raccontato di suonare con anche dei russi, che non è così scontata come cosa. Quando ho chiesto a Marcus se questa orchestra può essere davvero definita uno strumento di pace, lui mi ha risposto: “Penso che sia davvero uno strumento di pace. In realtà non era pensata per costruire la pace inizialmente, ma grazie a questo modo di vivere l’amicizia tra noi, riusciamo a guardarci come uomini. Per esempio, la mattina iniziamo sempre con canzoni come “La Traccia” o “A le Crim” e anche prima di salire sul palco per un concerto. Le radici di questa amicizia sono ciò che permette questa esperienza.” Cosa vuol dire “strumento di pace”? Penso che in pochi di voi potrebbero mai pensare a un’orchestra come uno strumento di pace, come un luogo che genera pace, perché non è una missione umanitaria, non è un’opera di accoglienza, non interviene in emergenze mondiali o risponde a bisogni particolari dei ragazzi che vi partecipano, ma è un luogo che educa, è una realtà che educa e l’educazione è una forma concreta di pace nella misura in cui avvia un processo di imitazione. Stando insieme ci si aiuta a guardarsi in un certo modo e quindi, come dicevano prima, uno guarda nello stesso modo in cui si sente guardato. Educarsi a stare insieme non significa ignorare le differenze o passarci sopra o educarsi alla sopportazione o alla pazienza dell’altro. Marcus mi ha parlato di fatiche, limiti, contraddizioni anche in questa orchestra. Non è un passarci sopra, ma è un educarsi a stare davanti, educarsi a riconoscere e guardare l’altro come dono e quindi a riconoscere anche l’amicizia insieme e la musica insieme come un dono, perfino con un nemico. Un’altra domanda che ho posto a Marcus è stata se suonare in un’orchestra dove per forza di cose bisogna ascoltare gli altri potesse aiutare l’ascolto dell’altro non solo dal punto di vista musicale, ma anche dal punto di vista umano, se è più facile in un’orchestra guardarsi in faccia. Lui mi ha risposto così: “Ci sono davvero tante ferite, non è sempre facile, ma penso che riesci ad ascoltare meglio se vai alla radice della musica. Ti rendi conto che la nostra amicizia è un dono, non dipende dalle nostre capacità, ci viene dato. Quindi anche la musica insieme è un dono, così si può scoprire che l’altro è un dono e a quel punto, solo a quel punto, riesci ad ascoltarlo e a metterti nei suoi panni. Se non arrivi al punto da capire che l’altro può aiutare te a crescere, allora non lo ascolterai mai e non riuscirai mai a fare musica. Poi magari l’esecuzione può anche venire bene, ma se lo ascolti davvero è un’altra cosa.” Poi ha aggiunto: “Quando abbiamo conosciuto i lettoni la prima volta, un ragazzo dei nostri che voleva invitarli ha detto: “È bellissimo, attraverso la musica si fa amicizia, ma attraverso l’amicizia si riesce a rendere più bella la musica.” Il tema allora è diventato questo: dalla musica all’amicizia e poi dall’amicizia alla musica che in questo modo diventa più intensa. Allo stesso modo non solo l’educazione genera pace, educarsi in un certo modo crea un luogo di pace, ma stare in un luogo di pace educa. Maria raccontava proprio questo, cioè andare a queste vacanze, vedere che poi la pace c’è davvero, non è una favola. Toccare, sperimentare sulla propria pelle che effettivamente la pace è possibile, allora lei è stata educata a stare in modo diverso anche in tutti gli altri ambiti dove è coinvolta, non solo in quei 10 giorni durante l’estate.
TOMMASO SPEROTTO
Grazie. Stefania e Alexander ci raccontano dell’esperienza del Centro Luigi Giussani di Quito. Prego.
STEFANIA FAMLONGA
Sì, allora, io sono Stefania, sono italiana e da più di 20 anni vivo a Quito, in Ecuador. La prima cosa che voglio dire, ascoltando anche i ragazzi, è che la prima a fare esperienza di questa educazione che genera pace, di questo sguardo di amore su di sé, sono io ed è il motivo fondamentale per il quale dopo tanti anni sono ancora lì. Sono grata, sono grata per quello che vivo, ma sono grata anche di aver partecipato in qualche modo a questa mostra perché è stata l’occasione per riguardare in faccia il significato di quello che vivo e che vivo insieme ai ragazzi là. Vi do un po’ di informazioni di contesto e poi Alexander racconterà la sua esperienza e io faccio una piccola conclusione. Il contesto è questo. L’Ecuador è un paese dell’America Latina in cui è stato dichiarato da circa 2 anni da parte del governo un conflitto armato interno, un conflitto tra gli organi dello Stato, quindi la polizia, le forze armate, l’esercito e le bande criminali legate al narcotraffico. In Ecuador ci sono 22 bande criminali terroristiche dichiarate e un’altra settantina di gruppi meno formali, però ugualmente tosti, pericolosi. Tutto il problema del narcotraffico di tutta l’America Latina è legato fondamentalmente al consumo che della droga si fa in Europa, nei nostri paesi e anche negli Stati Uniti. Questo, da 2 anni circa, ma ha iniziato un po’ prima, ha provocato nel Paese una grande situazione di violenza, violenza di tutti i tipi. Ogni giorno ci sono morti violente in alcune città più che in altre, omicidi. Il problema è che queste bande hanno l’obiettivo di occupare i territori per il passaggio della droga che poi verrà spedita dalla costa, dall’oceano, illegalmente, verso l’Europa. C’è tutto il problema di occupare questi territori, quindi le bande sono costantemente in lotta tra di loro. Questo come ci tocca? Ci tocca totalmente, innanzitutto perché è una situazione di insicurezza grave che si vive tutti i giorni nella vita quotidiana, ma poi soprattutto perché il grave problema legato a questo è il fatto che i giovani sono sempre più ingaggiati, arruolati in queste bande come unica opzione per vivere, giovani minorenni, per tutto quello che una vita così promette, soldi, futuro, senso di appartenenza. Noi lavoriamo da 20 anni in questo quartiere che è un’invasione, una specie di favela, a Quito. Sono tanti questi quartieri in tutta la città e in tutto l’Ecuador, che sono quartieri informali e sono caratterizzati sostanzialmente in molti casi dalla mancanza dei servizi basici perché sono nati illegalmente, per cui ci vuole tutto un tempo perché i servizi basici possano arrivare, ma poi sono quartieri in cui la violenza è centuplicata. La violenza che si respira in tutto il paese lì è centuplicata, per cui sono quartieri caratterizzati fondamentalmente dalla violenza. La violenza fisica, la violenza manifesta (ci sono state soprattutto l’anno scorso un periodo, settimane con morti violente tutti i giorni, anche durante il giorno, alla luce del sole), ma poi c’è quella violenza meno manifesta, che io dico sempre la violenza dei rapporti, la violenza della vita quotidiana, la violenza familiare, la violenza sulle donne, poi la violenza che è istintività. È un contesto così. Noi, da 20 anni in questo contesto, io 20 anni fa ho iniziato a coordinare un progetto dell’AVSI, che poi è diventato nel tempo, per il desiderio di non abbandonare le persone, di dare continuità e soprattutto di mettere radici lì, è diventato un’associazione a tutti gli effetti ecuadoregna, un’associazione che si chiama Fondazione Sembrar, e la cui casa è un centro giovanile che si chiama Centro Giovanile Luigi Giussani. In questo centro giovanile abbiamo negli anni e voi dovete immaginare un centro che è una casa, fondamentalmente una casa di due piani con tanti spazi, però l’abbiamo concepita come una casa, per cui ci sono degli spazi in cui si può rimanere, si può stare, si può guardare la televisione, poi c’è una cucina. L’abbiamo concepita così e lì girano tutti i giorni bambini, donne, molti giovani e offriamo una serie di servizi dalla prima infanzia fino ai 19-20 anni e per tutte le fasce di età. Noi trattiamo di educazione informale, per cui non è una scuola. Piuttosto è un doposcuola e una serie di attività di formazione per i genitori. Il nostro centro è molto per la famiglia, molto per tutto quello che la famiglia significa per il crescere, lo sviluppo di questi ragazzi e dei bambini. Abbiamo sviluppato un metodo di lavoro legato alle soft skill, nel senso di queste abilità importanti per poter vivere, affrontare la realtà e la cosa interessante, la riflessione interna che abbiamo fatto da ormai diversi anni, è la prima soft skill che consideriamo importante per poter fare tutto un percorso, è proprio la coscienza di sé, perché la cosa in assoluto e in tutti i racconti, non solo di oggi, ma di ieri, nella mostra si vede tantissimo, è proprio questa che vive questa gente e che per questo si genera la violenza. Per questo è così necessaria la pace. È proprio questa mancanza della coscienza del proprio valore. Questo è impressionante per me vederlo, continuare a vederlo e vedere come in un incontro umano, che è quello che succede lì, ma che vedo che succede ovunque, la prima cosa che succede è che uno inizia a sentire che è importante, che ha un valore e questo fa scattare tutto il percorso educativo e che poi genera grandi cose. Penso che con questo vi ho fatto un’introduzione. Adesso Alex vi racconta la sua storia.
ALEXANDER ESPINOZA
Mi chiamo Alex. Sono dell’Ecuador e ho 33 anni. Lavoro come coordinatore generale presso la Fondazione Sembrar da ormai 8-9 anni. Sono cresciuto nel quartiere di Pisuli che è un quartiere che si trova in periferia, nella periferia nord occidentale della città di Quito. Quando dovevo andare a scuola e dovevo passare per un luogo particolare, dovevo fare una strada particolare e a volte quando tornavo a casa la polizia stava togliendo dalla strada dei cadaveri che erano stati abbandonati e per quelle strade non ci passava quasi mai nessuno, erano strade abbastanza vuote. I miei amici avevano preso due strade principali: o si davano alla droga oppure erano coinvolti in altri conflitti con persone di altri quartieri ed erano morti. Vengo da una famiglia piuttosto semplice, sono il maggiore di sei fratelli. I miei genitori si sono separati quando avevo circa 10 anni. La situazione economica di casa nostra era alquanto complessa, avevamo diversi problemi. I miei genitori facevano fatica a convivere. Mio padre non riusciva a garantirci una stabilità economica, anche perché aveva iniziato un’altra relazione. Molto spesso quando tornavo da scuola mi diceva che non dovevo essere pigro. Un giorno sono tornato a casa e mia mamma mi ha fatto sedere sul letto e mi ha chiesto che cosa volessi fare, se volevo lavorare oppure se intendevo studiare. Ho immediatamente detto che volevo lavorare perché vedevo l’estremo bisogno che c’era in casa mia di soldi e quindi ho preso questa scelta. Riuscivo a portare a casa all’incirca $15 alla settimana e ovviamente tutto questo non era sufficiente per poter aiutare la mia famiglia economicamente. Mia mamma era disperata, aveva sei figli da crescere, c’erano problemi in casa, dovevamo anche comprare il cibo e, per un periodo, siamo anche rimasti senza casa a causa di una problematica legale. Ricordo che un giorno, era un venerdì, sono rientrato a casa per dare i $15 che mi avevano pagato per darli a mia mamma affinché comprasse del cibo. Mia mamma si trovava in una situazione per cui era talmente preoccupata per lei, per la nostra famiglia, che era uscita, aveva usato quei soldi per andare a comprare delle medicine e delle pastiglie. Casa mia era molto piccola, all’incirca 25 metri quadrati e quindi dovevo condividere il letto con mia mamma. A un certo punto ho sentito che mia mamma faceva dei suoni strani con le mani e non capivo. Mia mamma ha sempre avuto un comportamento abbastanza violento e quindi avevo paura che se mi fossi affacciato a vedere cosa stesse facendo, o mi avrebbe picchiato oppure mi avrebbe urlato contro. Ho pensato: “Se si accorge di qualcosa le dico che sto andando in bagno.” Quando vado in bagno vedo che c’era mia mamma che aveva in mano delle pasticche. Sono riuscito a buttare quelle che aveva in mano, ma lei ne aveva già ingerite altre precedentemente. Fortunatamente mia mamma è riuscita a salvarsi, adesso sta bene, è un periodo buono per lei. Di mio babbo non so più nulla, ormai da 15 anni so che vive a Madrid e quindi avrei voluto reincontrarlo, essendo che sono venuto qua in Italia, ma lui ha bloccato questa possibilità di rivederci. Io in realtà sono riuscito a perdonare i miei genitori. È un dono, non sono riuscito io. Sono riuscito a volergli bene e a non solo sperare per loro in meglio, ma anche sono riuscito a capire quella che è la loro storia e il motivo di alcuni dei loro comportamenti. Quando avevo 13 anni, una cugina mi ha invitato in parrocchia a vedere un film, “Il Signore degli Anelli”. Ero con altri quattro amici e in realtà stavamo facendo gli scemi, eravamo molto distratti, non abbiamo seguito molto il film. Nonostante questo, Antonella, una donna che era lì in parrocchia, ha iniziato a dare valore alle poche cose che noi dicevamo. Adesso riguardandomi indietro con consapevolezza, sono rimasto molto stupito da quell’episodio e capisco che è stato il Signore che stava iniziando a conquistarmi e a prendermi per mano. Quando avevo 15 anni, Stefania ci ha proposto a un gruppetto di amici di andare a fare Scuola di Comunità e per 10 mesi ci siamo andati perché era l’unico modo per uscire dal nostro quartiere. Dopo qualche mese, mi imbatto in un numero di Tracce in cui c’era un ragazzo che raccontava la sua storia e aveva più o meno la mia stessa età e aveva più o meno anche le stesse domande che avevo io: per quale motivo eravamo poveri, per quale motivo i miei genitori si erano separati, per quale motivo dovevo soffrire? Mi ha colpito molto perché per questo ragazzo queste domande erano l’inizio di un percorso, di un cammino. Io invece vivevo cercando di eliminare queste domande. Non vedevo un minimo di speranza, non vedevo nessuna luce, non pensavo di poter cambiare la mia vita. Vi racconto altre due cose per concludere il mio discorso. Quando avevo 21 anni stavo parlando con una persona e gli ho detto che ero davvero grato di aver incontrato tutto questo e gli ho anche detto: “Meno male che Stefania è riuscita a domarmi”. Lui mi ha detto: “No, ti ha educato, non ti ha domato perché se l’avesse fatto avrebbe violato quella che è la tua libertà.” Io ho iniziato a lavorare con questa fondazione, ma ho un background totalmente diverso perché ho studiato design industriale. Però quando mi sono affacciato a questa realtà mi sono chiesto: “Che cosa devo dare a questi giovani?” E poi ho capito: dovevo dare loro tutto ciò che avevo ricevuto anch’io: il fatto di essere presi sul serio, oppure di aiutarli e di dare valore a tutto ciò che facevano, di andare a fondo. Ma questo non era abbastanza. Non potevo solo parlare con loro, dovevo anche stare con loro. Infatti, quando poi siamo venuti in Italia, Stefania mi ha dato la sua macchina, anche le chiavi di casa sua e ci siamo riuniti, un gruppo di 10-15 ragazzi tra i 13 e i 14 anni e abbiamo iniziato a mangiare insieme, a giocare insieme come se ne dipendesse dalla nostra vita, a guardare film insieme. Ho iniziato a dare loro esattamente tutto ciò che avevo ricevuto anch’io. Per concludere, vi voglio raccontare di un qualcosa che è successo quest’anno. Mi trovavo a messa e il sacerdote stava parlando del dell’erba buona e dell’erba cattiva. In quel momento ho pensato: “Meno male che il Signore non ha voluto fare fuori, non ha voluto strappare immediatamente l’erba cattiva e separarla da quella buona, perché se davvero fosse stato così, allora sarei automaticamente stato eliminato anch’io.” Quindi, cerco di guardare la realtà con questi occhi, con gli occhi del Signore, un Signore che è misericordioso, che mi ha dato speranza quando pensavo di non averla, che non ce ne fosse per me e che mi sarei lasciato trasportare dal luogo e dalla situazione in cui mi trovavo.
TOMMASO SPEROTTO
Grazie. Mi è venuto in mente un brano dell’ultimo libro di Giussani che è stato pubblicato, “Un volto nella storia”. Siamo alla fine degli anni ’60 e per descrivere il rapporto Chiesa-mondo Giussani dice questo, qual è la posizione della Chiesa nel mondo, del cristiano nel mondo? Giussani dice: “Un essere veramente dentro” e prima sottolinea il “dentro”. Cosa vuol dire? Primo, bisogna considerare il bisogno umano, la situazione bisognosa, innanzitutto un aspetto strutturale, come si dice adesso, anni ’60, la struttura. Chi non tiene in considerazione questo pecca di una visione individualistica. Recide i nessi che l’individuo ha con il resto. Ma – secondo aspetto – non esiste il bisogno come aspetto strutturale in astratto. Non esiste la situazione bisognosa in sé. Esiste l’uomo che ha bisogno. Le risoluzioni basate solo su un’analisi strutturale creano nevrosi ancora più vaste. Poi sottolinea il “veramente”, “essere veramente dentro” e dice subito bruciando le tappe: “È il soggetto cristiano che è in gioco qui. Da che cosa è definita la personalità cristiana? È definita dalle tue analisi della situazione? È definita dai tuoi concetti? È definita dalle tue teorie? La personalità cristiana è definita da un gesto, dal gesto del Padre che ti ha scelto, che ti ha mandato. Il vero soggetto cristiano è l’uomo che vive e porta con sé e crea, costruisce la Chiesa là dov’è. Ogni altro punto di partenza non è nostro.” Le storie che abbiamo sentito questa sera mi sembra che in maniera evidente abbiano questa radice, di un gesto inedito che rigenera l’umanità. Prima di salutarci, vi ricordo che è possibile rinnovare l’abbonamento o fare un nuovo abbonamento a Tracce, che ci sta ospitando, che ci ha ospitato questa sera e che tutti quanti conosciamo ed è possibile sostenere anche il Meeting che evidentemente ci ospita più in grande. Se individuate i volontari con la maglietta rossa, saprete che lì potrete donare sostenendo il Meeting. Ringraziamo ancora i nostri ospiti e buona serata a tutti. Grazie mille.










