PACE È… COLLABORAZIONE

Approfondimento della mostra Profezie per la pace realizzata da Gioventù Studentesca

Andrea Avveduto, giornalista, responsabile comunicazione Pro Terra Sancta, in dialogo con studenti di Gioventù Studentesca della Brianza. Modera Bernardo Cedone, docente Liceo Don Gnocchi, Carate Brianza

Storie di pace in Terra Santa.

Guarda l’incontro

 

BERNARDO CEDONE

Buonasera. Ben arrivati a tutti. Allora: “Pace è collaborazione, storie di pace dalla Terra Santa”. Ci troviamo qui stasera per lo spazio di un’oretta per l’ultimo degli incontri collegati alla mostra “Profezie per la pace”. La mostra promossa da studenti e insegnanti di Gioventù Studentesca che in tantissimi hanno già visitato. Qui con me c’è Andrea Avveduto, responsabile della comunicazione dell’associazione Pro Terra Sancta. Ci dirà meglio lui che cosa fa. Dico velocemente perché lo abbiamo coinvolto. Chi è venuto alla mostra sa che tutto il percorso che abbiamo proposto è nato dopo un lungo lavoro di conoscenza dei conflitti in atto nel mondo e delle vite di tanti uomini e donne in giro per il pianeta. Andrea quest’anno ha aiutato in particolare un gruppo di GS a conoscere meglio la storia del Medio Oriente, ricordiamo una cena di più di due ore passata a parlare di Siria, e perciò è stato un compagno di cammino del lavoro di quest’anno. Lo invitiamo stasera per raccontarci non della Siria, come ha fatto quest’anno per aiutarci, ma per parlare più approfonditamente di Israele e Palestina. Cominciamo con una domanda che ci permette di conoscerlo meglio. Vogliamo chiedergli che cosa fa nella vita, cosa significa lavorare per una ONG e che ONG è l’associazione Pro Terra Sancta. Prego Andrea.

ANDREA AVVEDUTO

Grazie, grazie Bernardo, grazie a tutti voi per l’invito. Grazie. Non dovuto, ma grazie. Io oggi ho avuto la possibilità, concedimi giusto questa piccola parentesi, ho avuto la possibilità di visitare la mostra per la pace. Avete fatto un lavoro molto bello, per cui mi verrebbe da dire che la prima storia di speranza è questa: siete voi che avete lavorato per un anno su questo tema – e un altro applauso ci sta – perché a volte andiamo a cercare le storie di speranza in Medio Oriente, ma ci sono anche in Italia le storie di speranza e dei ragazzi svegli che si mettono col desiderio di capire di più che cosa succede e di costruire un piccolo mattone in questo senso è veramente per me, un fatto di speranza. Per venire alla tua domanda, Associazione Pro Terra Sancta nasce circa 20 anni fa e si inserisce più modestamente in una storia che ha qualche anno in più, che inizia nell’aprile del 1219, quando il frate francescano, non era ancora francescano, era il fondatore dell’ordine francescano, Francesco di Assisi, si imbarca nel porto antico di Ancona e raggiunge la Terra Santa, raggiunge Acri e poi arriva a settembre del 1219 a incontrare il nipote del Saladino Malik al-Kamil. Un incontro eccezionale, perché avviene quando i rapporti tra cristiani e musulmani non erano proprio eccellenti. Siamo durante le crociate e di quell’incontro, tra l’altro, non sappiamo che cosa si siano detti. È un incontro – purtroppo, le fonti della storia non ci hanno consegnato dei resoconti, non dico dettagliati, ma addirittura l’unica fonte arabo-musulmana su questo incontro è stata smentita qualche anno fa, quindi non abbiamo neanche fonti in quel senso – però sappiamo che l’incontro in qualche modo è avvenuto e da quell’incontro, in realtà da due anni prima, ma dopo quell’incontro la presenza dei frati francescani in quella che Francesco chiamò la provincia di Oltremare, divenne una presenza stabile, tanto che nel 1342, 130 anni dopo, la Chiesa universale ad Avignone con la bolla Gratias agimus confermò la presenza dei frati francescani in Terra Santa in nome e per conto della Chiesa universale. Cioè i frati francescani sono stati chiamati a conservare i luoghi della speranza cristiana – il Santo Sepolcro, la Basilica della Natività, dell’Annunciazione – per conto della Chiesa universale e da lì ci rimasero e lì ci rimasero fino a oggi fondamentalmente in condizioni anche difficili, nel senso che per due secoli i frati francescani potevano rimanere chiusi nel Santo Sepolcro, non potevano uscire. Lì dici: che contributo dai alla pace? No, questi stanno qui. I frati che erano chiusi nel Santo Sepolcro non potevano nemmeno vedere i frutti di quella presenza, ma quella presenza, quei due secoli passati lì, furono fondamentali perché permisero poi alla Chiesa di ritornare a Gerusalemme. Se oggi c’è il Patriarcato Latino, lo dobbiamo anche ai frati che per due secoli, senza cercare chissà quale esito nel loro star lì, ma stando lì, hanno permesso il ritorno della Chiesa in Terra Santa. I frati, vi dicevo, in questi 700 anni hanno conservato i luoghi santi e naturalmente si sono presi cura, oltre alle pietre della memoria, anche di quelle che noi chiamiamo le pietre vive, le persone, le comunità locali che vivono in Terra Santa. La Terra Santa intesa non solo come terra di Israele e Palestina, ma anche coi nomi di altri paesi del Medio Oriente. Pensiamo all’Egitto, dove la Sacra Famiglia è fuggita per sfuggire alla minaccia di Erode; alla Siria, dove ad Antiochia per la prima volta i cristiani hanno cominciato a chiamarsi con il nome di cristiani; a Damasco dove San Paolo cadendo da cavallo incontrò Gesù. In Libano, a Tiro, Sidone, in Giordania dove c’è il Monte Nebo, da dove Mosè contemplò la terra promessa. In tanti altri paesi, Rodi, Cipro, sono questi otto paesi che formano la Terra Santa, quella provincia dove l’associazione Pro Terra Sancta, sulla scia di questa storia plurisecolare, oggi ha i suoi progetti. Hai detto giustamente che non è una ONG come tutte le altre perché è una ONG, quindi un soggetto certamente laico che sviluppa progetti di cooperazione, ma in collaborazione e tenendo conto di quell’incontro di 700 anni fa. Perché Francesco ha voluto incontrare il nipote del Saladino, ha incontrato il sultano e in quell’incontro dove lui è andato di fatto disarmato, dentro quell’incontro è nata una storia che dura ancora oggi. E noi nell’incontro con l’altro, nell’ascoltare le esigenze di tutti, di tutti coloro che vivono in Medio Oriente, portiamo avanti i nostri progetti, progetti di conservazione, progetti di educazione che è un altro tassello fondamentale per anche solo immaginare un Medio Oriente diverso e poi naturalmente di sostegno e assistenza in quelle che sono le tante emergenze umanitarie che il Medio Oriente non ci ha risparmiato in questi anni a partire dalla Guerra civile in Siria, poi l’esplosione del porto in Libano e, dal 7 ottobre 2023, questa grande emergenza umanitaria che ha coinvolto tutto il Medio Oriente. Questa è in estrema sintesi quella che è la nostra storia e quello che facciamo.

BERNARDO CEDONE

Grazie Andrea. Adesso noi vogliamo continuare il lavoro che abbiamo iniziato quest’anno, dialogare con chi può aiutarci a capire di più e lo facciamo attraverso i ragazzi. Chiedo intanto di venire fuori a Giacomo per approfittare anche del punto di vista che tu hai e che noi non abbiamo su queste terre.

GIACOMO

Buonasera, sono Giacomo, vengo da Torino e volevo farle alcune domande. Nel conflitto tra Palestina e Israele ci sono dei punti di luce? E la seconda è: ci sono ancora persone che costruiscono la pace?

ANDREA AVVEDUTO

Grazie. Grazie della domanda. Io rispondo a questa con la memoria fresca di un documento che ho avuto l’occasione di preparare in questi mesi che parla della vita di un mio caro amico che è morto qualche tempo fa e che ha speso la sua vita per quello che hai detto, per costruire qualcosa in Terra Santa. Sì, ci sono ancora dei punti di luce che purtroppo non fanno opinione. E sto parlando di un mio amico che si chiamava Osama Hamdan. Lui era un architetto palestinese che ha passato una vita decisamente particolare. Ne ha passate tante, sia sotto l’Autorità Palestinese che sotto il governo israeliano, aveva tutte le ragioni per essere arrabbiato nella vita, ha avuto problemi sempre, sia nel lavoro… Lui ha cambiato la sua vita quando ha incontrato un frate che si chiamava Michele Piccirillo, un frate archeologo e da lì ha deciso di dedicare la sua vita alla conservazione della bellezza. Della bellezza, cioè della storia, della memoria, di un passato che ci ha consegnato tanti bassi, ma ci ha dato anche tanti alti, tanti episodi, fatti che possiamo guardare per trovare la speranza. Questa persona, che aveva tutte le ragioni per essere arrabbiato, perché, ripeto, ha avuto una vita particolarmente avventurosa, io ho avuto la possibilità di intervistarlo per l’ultima volta due settimane prima che morisse e lui, che aveva dedicato la sua vita alla conservazione dei luoghi e la formazione delle persone, perché diceva: “Questa terra, questo patrimonio appartiene a voi. Dovete rendervi conto della ricchezza che avete perché è la bellezza che ci permetterà di fare la pace, non altro.”, due settimane prima che morisse mi aveva detto questa cosa: “Per tutto il dolore che sto provando” — era già molto malato — “io desidero una sola cosa, che non soffrissero più né gli israeliani né i palestinesi.” Attenzione, questo può sembrare una cosa banale, ma all’interno di questo conflitto tra israeliani e palestinesi in questa terra c’è una narrativa del dolore che è totalmente escludente e che impedisce alle persone di incontrarsi. Le persone non si incontrano perché se il mio dolore è più grande del tuo, che ragioni ho per venirti incontro? Che ragioni ho per ascoltare le tue ragioni? Che ragioni ho per perdonarti? Sei tu che stai vivendo una condizione meno grave della mia a venire da me. Il problema è che questa è una cosa che pensano in un modo diametralmente opposto tutti e due, sia gli israeliani che i palestinesi. Questo dolore è un dolore che chiude, che non ti permette di incontrare l’altro. Lui due settimane prima che morisse mi ha detto questa cosa: “Io non vorrei più che nessuno soffrisse.” E l’ha detto davanti al dolore, con il dolore che stava provando. Io credo che il dolore sia un momento di assoluta verità nella vita. A parte che è inevitabile e uno può stare davanti al dolore vero senza costruirsi castelli o senza ragionamenti. Uno ci sta e nel dolore porta la verità della sua vita. È inevitabile. Per come ha vissuto. Io ho parlato di questa cosa con un comune amico che abbiamo, che è il Patriarca di Gerusalemme, che voi avete intervistato e che c’è ampiamente nella mostra e gli ho detto: “Sai, Pierbattista, Osama prima di morire mi aveva detto questa cosa. Che cosa significa? E lui mi ha detto: “Certo, lui ti ha detto questa cosa perché il dolore è così, o ti apre o ti chiude. Se tu hai vissuto la tua vita dedicandola agli altri, allora il dolore è un’occasione per aprirti all’altro e non vuoi che l’altro soffra come tu stai soffrendo. Se invece sei concentrato su te stesso e guardi solo il tuo dolore, guardi solo le tue ragioni, allora anche il dolore ti chiuderà. Con qualche eccezione, ma di solito è così.” Ed era vero perché Osama aveva dedicato la sua vita agli altri e anche il dolore per lui era diventato una fonte di apertura, un’occasione di apertura. Poi gli ho chiesto ancora: “Ma com’è possibile oggi avere una posizione del genere quando tutte le narrative ti portano all’esclusione?” Lui mi ha detto: “Ci vogliono dei luoghi che educhino a questo sguardo. Ci vogliono delle scuole dove già da piccolo sei abituato a guardare l’altro non come un nemico, ma come un compagno.” Infatti mi ha raccontato poi che cosa gli era successo quando era andato a Gaza. Era tornato da Gaza per la prima volta da pochi giorni e mi ha detto: “I cristiani di Gaza la prima cosa che m’hanno chiesto non era da mangiare, che pure la fame la stanno soffrendo, ma erano le scuole. Mi hanno chiesto: ‘Ridateci le scuole, ridateci un posto per educare i nostri figli perché quando bisognerà ricostruire tutto, non potremo ricostruire nulla se non partiamo da un luogo come la scuola, un luogo dove la retorica delle armi non attecchisce, ma dove uno può essere educato a guardare l’altro con uno sguardo di amore.’” Lui lo diceva anche nella prima lettera che ha scritto: c’è una pace che non c’entra con la vittoria militare, ma nasce da uno sguardo di amore. Ecco, è quello che chiedono nonostante tutto oggi i cristiani di Gaza, che anche loro avrebbero tante ragioni per essere arrabbiati, per essere cinici, disillusi e senza speranza. Tornano ancora a chiedere le scuole, tornano a chiedere dei luoghi dove possono educarsi a uno sguardo diverso, loro stessi per primi. E questo credo che sia un punto di luce dentro la drammatica situazione che stanno vivendo.

BERNARDO CEDONE

Ora c’è una domanda di Matteo, vieni pure.

MATTEO

Io volevo chiederti, studiando la mostra ho visto che nella guerra tante cose vengono distrutte più e più volte. Volevo chiederti: a voi cosa dà la forza e la speranza di ricostruire e ricominciare ogni volta? Grazie.

BERNARDO CEDONE

Aggravo la domanda che condivido molto. Tu ci hai raccontato altre volte di come una cosa che costruite possa essere un giorno colpita da un missile oppure quando è arrivato il terremoto nel 2023 città intere sono state rase al suolo e magari anche opere che voi avevate iniziato. Condivido e aggravo.

ANDREA AVVEDUTO

È una domanda molto vera, è anche per certi versi drammatica che ci poniamo sempre, almeno io mi pongo sempre, perché non puoi dare una risposta che poi rimane lì impacchettata e la ritiri fuori quando c’è bisogno, perché ogni volta che vedi qualcosa che si distrugge, la domanda del male ti torna sempre, è il problema del male, perché devono distruggere qualcosa che io costruisco? Quindi è una domanda assolutamente molto bella nella sua drammaticità. Io risponderei così. Qualche tempo fa ho incontrato, in un’opera che mi è molto cara a Betlemme che si chiama “Hogar niño Dios”, accoglie i casi più gravi, i bambini più disperati e con gravissime disabilità, ho incontrato un bambino che aveva 6-7 anni che era stato abbandonato dai genitori quando era piccolo, perché i genitori si erano accorti di una leggera disabilità del bambino. Lì la disabilità viene spesso concepita come una colpa e quindi noi con le nostre colpe a volte abbiamo la tentazione di nasconderle. I genitori hanno nascosto la loro colpa, l’hanno nascosta nel giardino di casa loro e questo bambino è cresciuto per tanti anni con dei cani, con i cani di casa loro e quindi ha imparato a fare tutto quello che facevano i cani. Fino a quando i servizi sociali palestinesi non si sono accorti di questo bambino, hanno tolto la patria potestà ai genitori, cercavano una famiglia adottiva, non l’hanno trovata, l’hanno dato alle suore che l’hanno preso dentro questa grande famiglia di 30 bambini con disabilità più o meno gravi, comunque già gravissime. Questo bambino a cui insegnano a far tutto, a camminare. Infatti quando lo incontro era attaccato a un fisioterapista, un volontario che si era proprio attaccato e faceva i passi con lui per insegnargli a camminare. Insegnavano a mangiare, a parlare. Aveva cominciato a parlare, poco, ma aveva cominciato perché non aveva imparato ad abbaiare, forse era troppo innaturale. Io allora chiedo a questo bambino qualche parola, con le poche parole in arabo che conosco: “Come stai?” Quando gli chiedo come stai, lui mi risponde non mi dice “Sto bene”, mi dice un’altra cosa, mi dice: “Io sono felice.” Allora gli chiedo: “Ma perché sei felice?” E lui mi ha detto questa cosa: “Io sono felice perché qui mi amano”. Qui mi amano. Il suo cuore aveva riconosciuto nelle condizioni terribili in cui si trovava una possibilità di essere felice che è quella di essere amati. Questo sguardo di amore non muore, nessuno può toglierlo, neanche i missili, né la guerra, niente. Questo sguardo di amore, questa carità impossibile che abbiamo visto continua ad abitare in Terra Santa. È qualcosa che ha bisogno di un luogo fisico, evidentemente. E allora noi continueremo a ricostruirli questi luoghi, perché possa passare questo sguardo di amore di queste persone che sono così innamorate di Dio e dell’altro da rendere contagioso questo sguardo. Tanto che poi in queste opere, adesso ne ho citata una con una storia particolare, ma attorno a queste opere si ricostruiscono i rapporti, perché le persone vanno lì e chiedono: “Ma voi chi siete? Cosa fate? Come fate? Vogliamo stare con voi,” colpiti da questo sguardo di amore che attraversa la storia, e ha bisogno di luoghi e continueremo a costruire questi luoghi fino a quando ci saranno persone così che potranno portare questo sguardo di amore. Che non fa opinione. Questi punti di luce che sto raccontando non sono quelli che porteranno la pace politica, ma sono convinto di una cosa: che anche la pace politica ha bisogno di un contesto, ha bisogno di uno spazio, ha bisogno di relazioni, ha bisogno di persone così, altrimenti torneremo a fare la retorica della pace, dei trattati. Certo, ci vorrà anche quella, ma è questo e noi continueremo a costruire le condizioni perché questo sguardo di amore possa continuare ad attraversare la storia.

BERNARDO CEDONE

Adesso Maria ci racconta di una cosa che le è accaduta in questi giorni e poi ti poniamo una domanda.

MARIA

Buonasera, io sono Maria e la mia domanda non è solo mia, nel senso che mi è stata posta da qualcun altro in precedenza. Ieri stavo spiegando la mostra ieri sera e dopo il video della pace stavo parlando e una bambina ha alzato la mano e mi ha fatto una domanda. La vorrei ridire più o meno con le sue parole, lei diceva: “Davanti a tutte queste cose brutte, molto drammatiche che state raccontando, voi non vi sentite male, non vi viene da piangere?” Lei lo diceva proprio con le lacrime agli occhi, diceva: “Io mi sento fortunata perché ho degli amici, ho dei vestiti addosso, sono qui in un posto bellissimo che è il Meeting, però sento queste cose e mi viene proprio da piangere.” Io le ho dato una mia ipotesi di risposta, però volevo rilanciare questa domanda a lei, perché volevo sapere lei che vive spesso vicino a queste situazioni di conflitto, queste situazioni molto drammatiche, come si sente? Si sente spaventato, ha paura? E quindi come fa a stare davanti a tutto questo male?

BERNARDO CEDONE

Aspetta Mary, tu che cosa hai risposto? Dacci una sintesi.

MARIA

Allora, le ho detto un po’ di cose. La cosa principale le ho citato un proverbio che aveva citato padre Firas quando l’abbiamo intervistato, il frate francescano siriano. E lui aveva detto: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce,” spesso sentiamo molto di più il male che c’è nel mondo, che fa molto più rumore invece del bene che c’è. Eppure c’è una foresta che sta crescendo e padre Firas sempre diceva che il bene è lento e silenzioso, proprio come una foresta che cresce. Eppure quel bene, quella possibilità di pace c’è e nel suo piccolo sta crescendo. Questo è quello che ho detto, però volevo sapere.

ANDREA AVVEDUTO

Grazie Maria. Io posso risponderti citando un’altra bambina perché mi hai fatto venire in mente la tua domanda. Perché il problema del male, di come stare davanti al male, è un problema anche questo molto vero. Io qualche tempo fa avevo parlato con i genitori di questa bambina che mi avevano raccontato come erano stati davanti a delle esplosioni, a dei bombardamenti, non i bombardamenti dopo il 7 ottobre 2023, nelle schermaglie di prima. Questa bambina che si chiamava Ilham aveva vissuto un primo bombardamento, il primo bombardamento della sua vita, a pochi anni, 5 o 6 anni, da sola, perché i genitori si erano allontanati per poco e lei si era trovata per una serie di coincidenze da sola in casa quando i primi bombardamenti sono scesi, sono andati molto vicini a casa sua. Lei si è terrorizzata, ha avuto una paura enorme, una paura che ti dico ha addirittura provocato in lei alcuni traumi, tanto che quando sentiva un rumore molto forte lei aveva cominciato a farsi la pipì addosso… cose che capitano, che ormai sono routine in quei paesi, però erano per lei una cosa molto brutta, ne soffriva molto. Questo la prima volta. La madre che si era accorta, in quei casi i bombardamenti durano per diversi giorni, infatti nel secondo bombardamento che ha vissuto, Ilham cosa fa? Appena sente il rumore delle bombe che si stavano avvicinando corre dalla madre, l’abbraccia e la madre abbraccia la bambina e rimangono abbracciate e dice: “Non mi mollare”. “No, io rimarrò con te, sono con te” e rimangono abbracciate per tutti i bombardamenti, per tutto il tempo dei bombardamenti, tante ore fino quasi a mattina. Poi quando il sole comincia a sorgere si staccano, la bambina si stacca e dice questa cosa a sua mamma. Dice: “Mamma, ma sai che questo è stato il pericolo più bello di tutta la mia vita.” Attenzione, il pericolo non è venuto a mancare, la paura non è venuta a mancare, c’era tutto il rischio di perdere la vita, tutto. Però per quella bambina c’era un’altra cosa lì vicino. C’era la mamma che l’abbracciava. Allora quella paura era abbracciata, quel male addirittura era abbracciato. C’era qualcuno, una presenza che la consolava, che stava con lei e che le diceva ancora: “Non temere, io sono con te, io sono con te.” E poi magari questa aveva pure paura, però ha detto: “È stato bello perché c’eri tu.” Allora io credo che rispetto alla tua domanda ci sia veramente una possibilità di stare davanti al male e su questo possiamo immedesimarci tutti. C’è una possibilità nel momento in cui uno nella sua vita è amato, come il bambino di prima. Ecco, questo quello che ho capito io in questi anni è proprio questo, che certo c’è la paura di tutto, però ci può essere una consapevolezza nuova di essere abbracciati oggi. Quindi di vivere anche il male, ma lo dico anche per me rispetto a quello che faccio, anche se spesso mi distraggo, però quando c’è questa consapevolezza cambia tutto, non perché cambiano le condizioni, ma perché io mi riscopro amato. Poi magari questo verrà fuori in un altro esempio. Non so se ti ho risposto.

BERNARDO CEDONE

Adesso c’è Giovanni, vieni pure.

GIOVANNI

Buonasera. Quello che volevo chiederle era questo. I suoi gesti per il suo lavoro sono tutte cose concrete, sono visibili e tutti possono vederle. Io mi chiedevo: perché questo non basta? Perché è necessario oltre al gesto, all’atto di per sé, che c’è, perché è necessario il suo rapporto con Dio e in particolare perché è necessaria la preghiera? Non basta solo il fare la cosa, perché senza la preghiera questo non basta?

ANDREA AVVEDUTO

Il tema della fede in quello che faccio è stato certamente un tema, nel senso che è qualcosa che mi ha accompagnato e mi accompagna. Non so dire se le cose concrete non bastano o bastano, nel senso che sembra che – ed è vero anche sul tema della preghiera, perché servirebbe pregare? – oggi sembra che non succeda nulla, sembra che non cambi nulla, la preghiera. E questa è una domanda che ho anch’io. Su questo tanto è stato detto. Mi ricordo che quando avevano seguito Papa Francesco in Iraq, lui parlando di Abramo diceva: “Era impossibile che Abramo avesse un figlio, eppure nel momento di impossibilità Dio fa vedere la sua grandezza.” Per cui diceva: “Non abbandonate mai questo sguardo.” C’è un proverbio arabo che dice: “Non arrenderti, rischieresti di farlo un’ora prima che accada il miracolo.” Cioè di qualcosa di imprevisto che a un certo punto cambia tutto. Su questo mi ricollego anche un po’ a quello che dicevo prima, e magari mi sposto un attimo dalla Terra Santa perché sono tornato qualche settimana fa dalla Siria dove ho incontrato questo cristiano di Knaye, una zona abbastanza complessa che prima era governata da Al-Qaeda, oggi è ancora governata da Al-Qaeda e da altre bande terroriste. Hanno provato a convertirlo forzatamente all’Islam. L’hanno preso, lui aveva un uliveto, l’hanno picchiato quasi a morte. Un jihadista gli ha messo un coltello qua e gli ha detto: “Adesso se non ti converti all’Islam ti faccio fuori, ti taglio il collo.” E lui diceva: “Io non riuscivo a parlare, non riuscivo neanche a respirare, figuriamoci a convertirmi.” Allora a un certo punto, quando ero inerme e non sapevo più cosa fare, a un certo punto io ho sentito, come mai nella vita, una voce chiara, limpida che mi dice: “Non temere perché io sono con te. Non temere, io sono con te,” due volte. Lui mi ha raccontato: dopo che ho sentito quella voce io mi sono sentito invincibile. Lui si è alzato e dice a quello che lo stava uccidendo: “Io sono cristiano e non divento musulmano e tu, tu non conosci Dio perché Dio è amore.” Silenzio. Gli arriva poi un colpo di fucile qui sulla nuca. Lui sviene, viene portato in carcere, ma non lo uccidono. Dove lui si trova a consolare tutti quelli che erano con lui in carcere, tutti i cristiani che erano con lui in carcere. Gli dice: “Non temete, non temete, voi siete figli della Chiesa. Vi è stato detto” — lui tra l’altro non è che sapesse bene la teologia — “niente potrà farvi del male”, cioè niente potrà togliervi il bene della vita. Il bene grande che è più importante della vita stessa, che è il suo significato. E infatti di tutti i cristiani che c’erano lì in quei villaggi nessuno – nessuno! – si sarebbe convertito all’Islam. Nessuno. Tutti avrebbero conservato e mantenuto la fede. Quel bene che è addirittura più grande della vita. Per questo, per tornare alla tua domanda, perché bisogna mettere la fede? Non lo so, però questo aspetto, la storia che ho sentito, la testimonianza che ho sentito mi ha fatto capire questa cosa, che io posso guadagnare tutto. Posso guadagnare tutto, posso anche fare tutti i progetti del mondo, costruire gli orfanotrofi, le case, le scuole, tutto, ma poi posso perdere me stesso. E allora che vantaggio ne ho? Allora ogni tanto ritorno su quello che ho sentito da Bassem che dice: “C’è stato un momento prima, c’è stata una vita prima e poi una vita dopo.” quando ho incontrato la potenza della resurrezione, di un altro che viveva in me, ha permesso di stare davanti a quella sfida, a uno che ti ha detto: “Se non ti converti ti ammazzo.”

MARIA

Buonasera. Io volevo porle questa domanda che mi è sorta in questi giorni mentre spiegavo la mostra perché raccontando le storie che abbiamo raccolto e spiegando la mostra che abbiamo preparato, mi sono resa conto che è molto cambiato il mio modo di guardare i miei amici e le persone con cui mi sono trovata a spiegare la mostra. Volevo chiederle se e in quale modo il suo lavoro cambia il modo di stare con i suoi amici, con la sua famiglia o con i suoi figli. Grazie.

ANDREA AVVEDUTO

Visto che è un dialogo, posso chiederti come è cambiato il tuo modo di guardare gli altri durante questa settimana?

MARIA

Se prima mi sono trovata molto più grata delle cose che ho, degli amici e – ne stavo parlando ieri sera con alcuni di loro – anche il rapporto con alcuni ragazzi che sono qua che io non conoscevo prima di tre giorni fa per il fatto che facciamo insieme un’opera di questo genere, che raccontiamo che cos’è la pace e che radici ha la pace è stato subito instaurato un rapporto di amicizia che probabilmente non si sarebbe instaurato se non fossimo stati qua in questo contesto e se non stessimo facendo questa mostra.

ANDREA AVVEDUTO

Chiarissimo. E infatti all’inizio hai usato una parola molto bella dove dici che eri grata per quello che hai visto accadere. Io direi che per me è la stessa cosa. Sono partito in questi anni e soprattutto dopo il 7 ottobre 2023, dove sono stato costretto a guardare con più attenzione quelle terre, ancora con più attenzione di prima, perché l’attualità diventava veramente drammatica e ogni giorno ero costretto a guardare delle immagini che non avrei voluto guardare. E poi lì ho capito che ognuno il conflitto israelo-palestinese ce l’ha in casa perché voi avete usato la frase di Don Tonino Bello, che la guerra inizia col dissolvimento dei volti, ma questo accade nella quotidianità di ciascuno. Ognuno comincia a non guardare l’altro ed è lì che comincia a concepirlo come un nemico. Così è stato, l’israelo-palestinese è la sintesi di questo aspetto, è la perfetta sintesi di quello che dice Don Tonino Bello, perché è da 120 anni, facciamo un centinaio di anni, questi non vogliono guardarsi. Dal ‘48 in poi è stato ancora un allontanamento graduale, fino a poi arrivare al muro di separazione del 2002 che ha impedito fisicamente di incontrarsi alle persone e poi il 7 ottobre 2023 che è stata la rottura, il punto di non ritorno dei rapporti, delle relazioni, della fiducia tra israeliani e palestinesi. Ma questo può accadere sempre. Il dissolvimento del volto dell’altro può accadere sempre, può accadere anche in famiglia. Allora la tua domanda è giusta, uno come fa a cambiare in questo? Quando comincia a essere grato, quando comincia a essere umanamente pieno. Io questo lo posso dire. Qualche settimana dopo il 7 ottobre 2023 ero in una scuola a Lecco e un ragazzo ha avuto l’onestà, la libertà e il coraggio di dirmi una cosa: “È dall’inizio del conflitto che mi dicono che io mi devo schierare con qualcuno, che devo stare o dalla parte dei palestinesi o dalla parte degli israeliani, se no non posso partecipare al dibattito.” E lui diceva: “Io da settimane che provo a capire chi ha ragione, a schierarmi da una parte o dall’altra, però io ogni volta che provo a farlo sento che il mio cuore mi grida che non è vero, che è una posizione che non è vera.” Io l’ho ringraziato perché gli ho detto: “Guarda, è proprio vero questo, non possiamo accontentarci.” Io penso che nel mio lavoro la cosa che mi ha salvato è stato quel ragazzo che mi ha impedito di accontentarmi ogni giorno quando vedevo delle immagini, vedevo le scene, vedevo come erano trattati gli ostaggi a Gaza e mi arrabbiavo con quelli. Vedevo come i bambini soffrivano di fame a Gaza e mi arrabbiavo con gli altri ed è questa giostra della reattività anche per come vediamo e come i giornali trattano le cose. Per cui uno rimane sempre su una posizione istintiva per cui dice buoni, cattivi, va bene, ci sarà anche questo aspetto, ma io dico una cosa. Come è cambiata la mia posizione? Certamente non è che posso essere neutrale rispetto a quello che sta accadendo, non è una questione di essere neutrale, è una questione di capire cosa è utile per loro, se favorire lo scontro tra i buoni e i cattivi e dire che alcune morti valgono di più e altre valgono di meno o aiutare i due popoli a convivere, che è l’unica possibilità per una pace. La convivenza, il fatto che possano tornare a guardarsi. È una cosa che posso fare io? No, assolutamente no. Non potrò risolvere il conflitto israelo-palestinese, non lo potrete fare neanche voi, però posso portare questo metodo nel lavoro che faccio e con questo metodo magari questa cosa colpirà uno, che colpirà un altro. Si tratta di rispondere come ha fatto quel ragazzo a quelle che erano le esigenze del mio cuore, a quello che mi soddisfa di più, essere felice. È quello che avevo chiesto al vescovo di Mosul quando l’ho incontrato qualche anno fa, lui era sotto l’ISIS allora, e dico: “Cosa posso fare per te?” E lui mi ha detto: “Puoi fare solo una cosa, puoi essere felice, vivere intensamente la tua vita ed essere felice perché non c’è nulla che spaventi di più oggi i terroristi – e con terroristi si può dire chiunque usa della paura o dell’odio per governare – che è una vita felice”. Allora se quelli governano grazie all’odio per Israele e gli altri governano grazie alla paura dei palestinesi, possiamo portare un metodo che è diverso. Io credo questo, credo che ogni giorno sono aiutato da amici così, dal Patriarca, dal parroco di Gaza, da altri, a guardare in questa direzione. Essere felice, vivere intensamente. Questo certo non scriverà la fine della guerra israelo-palestinese, ma segna innanzitutto la mia vita e, mattone su mattone, si costruisce in deserti con mattoni nuovi. Credo che ognuno di noi può essere un mattone in questo senso.

BERNARDO CEDONE

Allora, grazie. Applauso. Visto che abbiamo ancora qualche minuto, mentre chi vuole può pensare se ha una domanda da porre ad Andrea, io chiederei un po’ all’improvviso – magari si prende un colpo – ad Anna di Udine se puoi raccontare a tutti quello che ci hai raccontato prima, quello che ti è accaduto alla mostra con quelle visitatrici. Esula dal contesto geografico in questione, però conferma quello che dicevi, che già qui comincia e sta accadendo qualcosa che ha a che fare con questi argomenti planetari.

ANNA

Ciao. Io ho fatto una guida, ieri mattina, per delle signore, delle ragazze russe che fanno le volontarie qua e gli ho spiegato la mostra un po’ velocemente perché avevano fretta, in più dovevano tradurre perché due non sapevano l’italiano e non sono riuscita a finirla tutta e loro si sono incuriosite tantissimo e mi hanno chiesto se potevamo finirla al pomeriggio. Infatti il pomeriggio sono tornate e si sono fermate altrettanto tempo per concluderla, mi hanno fatto domande, hanno voluto sapere anche tutte le altre storie di cui non avevo parlato, hanno voluto parlare con i curatori della mostra e mi hanno detto di ringraziare tantissimo tutti quanti perché per loro questa mostra è stata importantissima e una ragazza soprattutto mi ha detto che le ha cambiato l’anima perché loro nella situazione che vivono, perché loro vivono a Mosca, hanno detto che non sanno bene che cosa pensare, a cosa pensare e come vivere quello che stanno effettivamente vivendo, la guerra. E soprattutto mi ha detto che lei aveva questo desiderio fortissimo di fare qualcosa di attivo. Mi ha detto che dopo aver fatto questa mostra qualcosa è scattato in lei e mi ha detto che lei porterà quello che ha imparato in questa mostra quando andrà a Mosca. Ci ha ringraziati tantissimo perché questa cosa è stata molto importante per lei. Mi ha detto che lei ha imparato molto. Un’altra cosa bella è che lei lavorando qui ha conosciuto un’Ucraina e sono diventate molto amiche.

BERNARDO CEDONE

Grazie. C’è qualche domanda al pubblico? Se no chiedo ad Andrea nei pochi minuti che rimangono, tu hai una prospettiva, un punto di vista privilegiato su quello che sta accadendo in Israele e a Gaza. Se puoi dirci qualcosa di più su qualche racconto che ti arriva da lì, da queste ore o come voi dell’associazione guardate a quello che sta accadendo. Noi abbiamo fatto la mostra della pace, ma leggevamo i giornali. Sta continuando il grande dolore di quella città e non so se vuoi dirci come tu guardi a quello che sta succedendo lì ora?

ANDREA AVVEDUTO

Beh, è molto difficile guardare quello che sta accadendo ora e non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania che sono collegate, che assieme fanno parte della Palestina, ma per un semplice motivo. A gennaio l’ultima volta in cui sono andato ce l’avevano detto, il prossimo step di questa guerra è la Palestina, è prendersi la Cisgiordania e quindi ammazzare ogni possibilità di nascita dello stato palestinese. Purtroppo quello che sta accadendo oggi a Gaza, o meglio politicamente in Palestina, è frutto di due intransigenze. Direi da una parte la follia estremamente cieca di Hamas e anche il sionismo revisionista miope del Likud e di altri partiti che sono lì che hanno la presunzione di risolvere il problema esclusivamente con le armi. E quello che sta accadendo a Gaza porterà inevitabilmente una nuova stagione di odio, di violenza e una nuova stagione di terrorismo, lo stesso terrorismo che vorrebbero debellare grazie alle armi. In queste ore nella parrocchia di Gaza stanno decidendo chi evacuare. Alcuni verranno spostati nei campi profughi nel centro della striscia per essere poi probabilmente evacuati ancora verso il sud della striscia e poi chissà. Non tutti possono evacuare purtroppo dalla parrocchia e in queste ore stanno discutendo. Anche il Patriarca aveva previsto dei viaggi in Italia che ha dovuto annullare perché sta seguendo la situazione lì e alcuni non possono partire perché nella parrocchia di Gaza ci sono bambini, ci sono anziani, ci sono disabili, ci sono persone che non possono in alcun modo muoversi e quindi ci sono anche i religiosi che stanno con loro e che rimarranno con loro, che rimarranno con loro fino a quando ci sarà l’ultima persona da accogliere. Questo cosa significa? Non lo sappiamo con precisione, però probabilmente l’occupazione militare della striscia andrà avanti fino a quando Gaza City non sarà interamente presa in qualche modo e poi, il progetto di occupare interamente la striscia, quindi riportare la striscia indietro temporalmente di decine di anni, non verrà compiuto. Questo porterà una soluzione del problema? Assolutamente no. Da una parte perché ci sono un milione e mezzo di palestinesi della striscia che devono trovare una collocazione e che sappiamo che non sono accettati da nessuna parte. Dall’altra parte certamente avremo probabilmente una sconfitta di Hamas in quanto tale, ma probabilmente questo non significherà la fine del terrorismo a Gaza, perché le condizioni in cui vivono i palestinesi oggi – cioè il terrorismo non si sconfigge con le armi, il terrorismo si sconfigge creando le scuole, creando un’educazione, favorendo l’educazione, favorendo uno sviluppo economico, sociale – e le condizioni di Gaza oggi dove il 90% delle infrastrutture delle case sono danneggiate o distrutte, dove tantissime scuole hanno chiuso, dove non c’è il cibo, dove a fatica arriva l’acqua, dove si stanno sviluppando delle epidemie, queste sono tutte le condizioni migliori perché possa rinascere l’odio, la frustrazione e il desiderio di vendetta. Quello che sta accadendo oggi da una parte a Gaza, appunto con l’occupazione militare, la presunta occupazione militare, e dall’altra parte in Palestina con la creazione di questo nuovo insediamento che dovrebbe bloccare, dividere in due i territori della Cisgiordania – che già erano coriandoli perché in Cisgiordania ci sono 700.000 coloni di cui 500.000 armati – questo nuovo disegno di legge che dovrebbe creare questo insediamento, dividere in due la Cisgiordania, sicuramente porta 7 milioni di persone a dirsi: “Ma domani che cosa sarà di noi?” E questa certamente non è una condizione che favorisce la pace, ma che favorisce una nuova stagione di risentimento e che allunga ulteriormente il conflitto israelo-palestinese e le conseguenze di quello che è accaduto da qui a due anni a questa parte dovremmo ancora vederle, secondo me. Già solo il fatto che 200.000 palestinesi che potevano andare in Israele, oggi non possono più farlo per andare a lavorare, ed erano un punto di contatto tra le due realtà, tra i due popoli, oggi questa cosa non esiste più. Bisogna ripensare un po’ tutto. Certamente fino a quando la retorica delle armi e queste due facce della stessa medaglia continueranno a guardarle in questo modo, non possiamo pensare a un futuro diverso da quello che stiamo vedendo oggi con i nostri occhi.

BERNARDO CEDONE

Ti ringraziamo. È un modo interessante di chiudere perché riflette da vicino quello che abbiamo fatto con la mostra: non nasconderci la tragedia, il male e questo racconto di Andrea in pochi secondi però ci dice, ci lascia immaginare. Possiamo immaginarci cosa sta accadendo in queste ore là e fa male. Ci sfida subito perché il mondo non finisce con la mostra, non finisce con il Meeting. Noi da domani guarderemo le notizie avendo negli occhi tutto quello che abbiamo visto in questi giorni. E allora direi così per concludere, finiamo con un misto di dolore perché noi ci siamo affezionati alla storia di Israele e Palestina e a tante storie in questi mesi e perciò patiamo insieme, non ci sono indifferenti. E al contempo però anche una certa domanda, certa che un bene è possibile. Il bambino di cui ci hai parlato, accudito dalle suore di “Hogar Niño Dios”, diceva: “Sono felice perché qui mi amano.” Oppure Osama prima di morire: “Vorrei che non soffrissero né israeliani né palestinesi,” quindi una domanda piena di speranza perché è certa di un bene e desiderosi di continuare a impegnarci anche costruendo luoghi così come il Meeting di Rimini e sostenendo il lavoro di Pro Terra Sancta. Grazie […]. Buona serata a tutti e a presto.

Data

26 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri