“OSAMA. IN VIAGGIO VERSO CASA”

Docufilm a cura di Pro Terra Sancta. Montaggio di Filmati Milanesi e regia di Luca Mondellini
Dopo la visione del film ne parlano Antonio Aloi, medico; Ibrahim Faltas, Custodia di Terra Santa. Introduce Giacomo Pizzi, Pro Terra Sancta. Modera Francesco Cassese, Miror Consulting

Il progetto mette in luce il prezioso lavoro di Hamdan come architetto e restauratore, evidenziando il suo impegno nella preservazione di siti religiosi ebraici, cristiani e musulmani. Il suo approccio incarna una visione del patrimonio culturale come strumento attivo di dialogo e costruzione della pace, rappresentando un esempio concreto di come la conservazione dei beni culturali possa fungere da ponte tra diverse comunità e tradizioni. Un contributo fattivo per la pace.

Guarda l’incontro

 

Francesco Cassese

Buonasera a tutti. Intanto grazie per la partecipazione. Io mi presento, sono Francesco Cassese e sono qui anche in qualità di consigliere di Pro Terra Santa. Io ho avuto la fortuna, insieme ad altri amici che sono qui presenti, di conoscere Osama e quindi mi hanno chiesto di poter introdurre l’incontro e moderare l’incontro. Voglio dire innanzitutto che stasera noi potremo assistere a questo docufilm su Osama Abtan, una figura molto cara a molti di noi. Non è soltanto la visione di un film, ma è un film che mette in luce la visione di Osama, la visione dei luoghi e la capacità di cogliere l’anima dei luoghi, i luoghi della Terra Santa e cogliere dentro questi luoghi la possibilità generativa. Io, siccome poi tutto il film sarà proprio su Osama e anche i successivi interventi, voglio legarmi un po’ al titolo del Meeting: “Costruire nel deserto con mattoni nuovi” e voglio mettere in luce due aspetti. Il primo aspetto è questo: spesso ci domandiamo com’è possibile costruire, com’è possibile dare un contributo dentro il contesto in cui viviamo. Noi stiamo vivendo in un contesto molto tragico, anche la situazione della guerra, e mi sembra che l’esempio e la vita di Osama siano un esempio da guardare come possibilità di costruzione. Io ricordo sempre, porto nel cuore, la sua passione per alcuni luoghi, alcuni luoghi in particolare ho in mente Sebastia. Io ho avuto anche un dialogo tanti anni fa con il già allora Patriarca Pizzaballa e ci domandavamo in un dialogo come era possibile portare un contributo come cristiani all’interno di questi luoghi e mi ricordo che insieme, innanzitutto lui mi ha parlato di Sebastia, mi parlava di questo luogo che si trova a Nablus in un villaggio di casette sgarrupate e dove grazie all’iniziativa di Osama è nato il Mosaic Center, cioè la possibilità per alcune persone che vivono lì di trovare un’attività e perché così Osama insegnava loro a fare mosaici e insieme al Mosaic Center mi ricordo appunto la costruzione di questo luogo che è la Guest House. Immaginate questo piccolo gioiello all’interno di un villaggio dimenticato, sembra quasi dimenticato da Dio, in mezzo al deserto e che il cardinal Pizzaballa mi diceva: “Questo qui è il modo con cui noi possiamo costruire. Questo è il modo con cui noi possiamo generare pace tra i popoli, perché la pace nasce innanzitutto nel prendersi cura di alcuni piccoli particolari, alcuni piccoli posti e far vedere che è possibile una diversità, la bellezza come la possibilità di una diversità e che possa essere guardata da tutti”. Mi ricordo che l’ultima volta che sono andato a Sebastia ho accompagnato un quartetto d’archi e questo quartetto d’archi quella sera ha suonato dei pezzi di Mozart e di Shostakovic. Mi ricordo ancora l’introduzione di Osama a questo quartetto e gli occhi pieni di stupore da parte delle persone che hanno partecipato a questo concerto. Ecco, Osama si prendeva cura di questi luoghi certo del fatto che era il modo con cui poteva generare, poteva essere feconda la sua presenza, il suo contributo e io questo ho imparato da lui innanzitutto. La seconda cosa che porta un po’ nel cuore, che vedrete durante il docufilm, è che lui negli ultimi giorni, le ultime settimane della sua vita, a un certo punto vedrete che racconta alla figlia di questa domanda che ha posto Osama, che è una domanda che penso che mi porterò per molto tempo nel cuore. Lui domandava: “Ma tutto quello che ho fatto meritava la mia vita?”. È una domanda splendida che mi sono riposto anch’io e che secondo me vale la pena che noi tutti ci riponiamo tutti i giorni. Ecco, poi avremo la possibilità di avere un dialogo con altre due persone che presenterò successivamente perché il dialogo avverrà dopo il docufilm che dovrebbe avere la durata di 40 minuti circa. Ma come nasce questo film? Perché abbiamo deciso di fare questo docufilm? Ecco, su questo lascio la parola a Giacomo Pizzi che lavora anche lui per Terra Santa e che ci può spiegare com’è nata questa idea.

Giacomo Pizzi

Grazie. Io me lo sono scritto perché mi hanno detto che avevo solo 5 minuti. Il progetto nasce da un’intuizione, da proposta di Tommaso Saltini che è il direttore di Pro Terra Santa, Andrea Avveduto e collaboratore che ha scritto con me questo documentario, li ringrazio per avermi coinvolto. Pro Terra Santa è un’organizzazione senza scopo di lucro che organizza e promuove progetti di conservazione del patrimonio, del sostegno delle comunità e aiuto nelle emergenze in Terra Santa. Siamo in otto paesi del Medio Oriente, principalmente la Palestina, Israele, la Siria, il Libano e la Giordania. Su questo docufilm ovviamente ci sarebbero tantissime cose da dire. È stato un lavoro lungo, impegnativo, perché quando si ha a che fare con una vita così ricca e tutto quello che ha generato, si vorrebbe dire tutto. Abbiamo raccolto circa 200 ore di interviste, tra interviste e altre immagini che abbiamo dovuto condensare in 40 minuti e forse l’elemento più difficile in realtà è stato non dare per scontati molti elementi di contesto che, se non capiti, non farebbero emergere l’eccezionalità di quello che abbiamo voluto raccontare, soprattutto avendo a che fare con un contesto complesso come la Palestina e Israele di cui si parla spesso, ma molto spesso in maniera o parziale o tendenziosa. Le prime persone che ci hanno aiutato a mettere in luce questa difficoltà e colgo l’occasione per ringraziarle sono il regista Luca Mondellini e il direttore della fotografia David Segarra. Perché io e Andrea conosciamo bene il contesto e soprattutto abbiamo conosciuto Osama e questo lavoro è un po’ un modo da una parte un tributo a Osama e dall’altra un tentativo di raccontare la grandezza che ha generato, ma rischiavamo veramente di dare molte cose per scontate. Spero che siamo riusciti a metterle in luce. Però a questo proposito mi ha colpito un fatto che racconto brevemente: due giorni fa quando mettevamo a punto gli ultimi ritocchi con il regista mi ha fatto i nomi di tutti quelli che hanno lavorato a questo documentario, molti dei quali, non solo io non li ho mai conosciuti, ma soprattutto hanno lavorato a questo documentario quasi esclusivamente gratuitamente. Quando gli ha chiesto il regista perché lo fai gratuitamente, hanno risposto: “Perché questa storia è grande e ci tengo che venga raccontata bene”. Questo mi ha colpito perché a un certo punto in un’intervista del documentario Osama dice: “Io non sono nessuno, non posso rivoluzionare il mondo, ma quello che faccio magari influenza una persona, due persone, 5, 100, 3000 e creo una comunità”. Secondo me questo è successo anche nella creazione del documentario, è successo in Terra Santa e lo vedremo stasera e ha influenzato tutti noi, ma è arrivato anche a questi collaboratori che ci hanno aiutato. Io vorrei, ci saranno anche nei titoli di coda, ma siccome devo fare dei ringraziamenti, vorrei ringraziare anche loro pubblicamente, faccio solo i nomi velocemente: sono Irene Melani, Filippo Colnaghi, Andrea Pomponio, Luigi Notari, Silvia Rainoldi e Sebastiano Benatti che si è occupato delle musiche, tutte persone che nel silenzio hanno contribuito a questo lavoro. Soprattutto però ringraziare delle persone speciali che subito hanno sostenuto e partecipato a questo progetto e che fanno i conti con la realtà durissima che abbiamo cercato di raccontare, a partire da Clara Borio che è la moglie di Osama Hamdan che è con noi, è qui con noi stasera. Senza di lei ha sempre ripetuto Osama: “Non avrei potuto fare nulla di quello che ho fatto”. Ringraziamo poi la figlia Alessia che è stata fondamentale per questa produzione e anche lei è qua stasera e Marta, l’altra figlia che non è potuta venire e poi vorrei ringraziare in ultimissimo i collaboratori che non sono potuti venire, molti per motivi anche legati proprio alla situazione. Carla Benelli, collaboratrice di Pro Terra Santa, compagna di avventure di Osama e poi anche qui vorrei fare i nomi di Naim, Najati, Iad, Raed, Shadi, Rami, Jawad e tutti gli altri. Non possono venire a causa della situazione, ma voglio ringraziarli per il loro lavoro e per la testimonianza di vita che ci danno ogni giorno. Veramente grazie. A questo punto noi scendiamo, veniamo dalla vostra parte perché così possiamo vedere anche noi il docufilm e poi riprenderemo un attimo il dialogo.

DOCUFILM:

Francesco Cassese

Allora, complimenti veramente per il lavoro perché sono riusciti a rendere proprio l’anima sia di Osama che proprio anche dei posti, perché sono posti che noi conosciamo. Si capisce, sembra un documentario su un bambino perché avete visto come gli occhi di Osama ridono. È un uomo con cui facilmente si entrava in rapporto, immediatamente si entrava in rapporto. Io ricordo ancora, adesso mentre guardavo il documentario, che era capace proprio di vedere delle cose che altri non vedevano. Mi ricordo ancora quando tra le macerie a Betania mi raccontava come sarebbe dovuta diventare. Io non vedevo niente. Lui raccontava cosa sarebbe successo, ma poi, dopo un anno, un anno e mezzo, due anni, mi ricordo che tornando ho visto proprio cambiare completamente il posto, come lui vedeva lontano e come diceva il cardinal Pizzaballa soprattutto costruiva facendo delle cose concrete. Noi stasera abbiamo invitato Tonino Aloi, che ringraziamo per la presenza. Medico, ha vissuto molti anni in Uganda negli anni ’70, 15 anni in Uganda. Ha fatto la carriera da funzionario nell’Agenzia della Cooperazione Internazionale del Ministero degli Affari Esteri e dal 2000 al 2006 è stato direttore della Cooperazione Italiana Gerusalemme. È un ufficio molto importante nel mondo e sono gli anni anche molto particolari perché dal 2000 al 2006 sono gli anni della seconda Intifada, quindi una situazione molto complessa. Ringraziamo invece anche padre Ibrahim Faltas della Custodia di Terra Santa. Devo dire che sin da subito, quando ho frequentato i luoghi della Terra Santa, padre Ibrahim spiccava soprattutto per la capacità di dialogo tra cristiani e musulmani e anche il mondo ebraico con la capacità di entrare in rapporto con loro, capire il modo con cui ragionavano e anche capace di tirare fuori il meglio dentro queste relazioni. Un uomo di pace. Allora, vorrei partire con una domanda per Tonino Aloi, perché il viaggio, il documentario si intitola “Osama viaggio verso la casa” e a un certo punto, sempre nel documentario, si dice: “La nostra grande preoccupazione è la casa”. Mi ricordo ancora che una volta eravamo a Betlemme e Osama nel buio più completo mi diceva: “Vedi là in fondo”, ma non si vedeva nulla e diceva: “Lì c’è casa mia e adesso ci abita qualcun altro, ma prima o poi tornerò”. Ma la casa era una parola intorno alla quale tutta la vita di Osama girava. Allora, volevo chiedere se ci aiuti a fare un approfondimento, a partire dalla figura di Osama e sulla centralità della parola casa nella sua vita.

Tonino Aloi

Grazie. Sono stato stimolato veramente dal titolo che è stato “Osama in viaggio verso casa” e non è una scelta banale e neanche casuale questo titolo. Tutta la tragica partita che si sta giocando in Palestina verte sulla casa. Nel ’48 si è voluto restituire una casa agli ebrei che ciò ha significato che dal 1948 al 1967 ben 421 villaggi sono stati sgombrati dalla popolazione palestinese che ci viveva da sempre per cedere il posto ai nuovi padroni. Questo esproprio prosegue con la realizzazione del cosiddetto muro di separazione con incessante insediamento di colonie in Cisgiordania, con quanto sta succedendo a Gaza e tutti i giorni lo vedete in televisione e con la minacciata separazione di Gerusalemme dal resto della Cisgiordania con la realizzazione dell’ultimo insediamento a Ma’ale Adumim. La famiglia di origine, come abbiamo visto nel filmato….

La famiglia di Osama è una famiglia di quelle che ha dovuto abbandonare la propria casa. Come avete visto questa tragedia, la Nakba, per dirla in arabo, ha generato quanto da anni osserviamo: guerre, terrorismo, morti, distruzione, soprattutto una totale sfiducia e odio reciproco. Che in questa situazione possa fiorire una persona amante della propria terra e della propria storia, capace di lanciare un messaggio di pace e di inclusione, invece che di distruzione, è quanto è successo ad Osama. Osama era pienamente consapevole della tragedia del suo popolo e ha sperato fino all’ultimo che potesse affrancarsi dalla dominazione di Israele, sostenuta, purtroppo, dalla sostanziale menefreghismo del mondo, ma non solo quello occidentale, ma anche quello arabo, capaci soltanto di pronunciare slogan e proposizioni vuoti di sostanza operativa. Osama denunciava tutto questo e denunciava anche l’inadeguatezza del potere centrale e anche gli interessi del mondo occidentale che perseguivano altre priorità. Ma non sono qui a fare un’analisi sociopolitica della situazione. Riprendiamo quindi il filo della storia. Tornato a Gerusalemme nel ’94, Osama ha iniziato a insegnare conservazione del patrimonio culturale presso l’Università di Al-Quds e a fare il consulente presso il Dipartimento delle Antichità. In questa veste ha conosciuto il francescano padre Michele Piccirillo, archeologo dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme ed esperto di mosaici antichi che stava studiando la valorizzazione dei mosaici di Gerico. I due hanno condiviso la visione dell’unicità del patrimonio culturale della regione, risultato di diversi strati storici e culturali interconnessi e la sfida principale da affrontare che era la mancanza di personale veramente adeguato per capire l’importanza e per poter difendere tutto questo. Insieme a Carla Benelli, dottoressa in storia dell’arte, hanno avviato questa che Carla, come avete visto nel filmato, ha chiamato “una grande avventura”. Con Osama ci siamo conosciuti quando negli anni 2000 ho diretto per circa 6 anni l’ufficio della cooperazione italiana in Palestina. Per tutto questo periodo, ma anche prima e dopo, l’ufficio si è avvalso dell’attenta e valida segreteria di Clara Brorio, sua moglie. Osama era musulmano laico, ma questa definizione sintetica non esprime però tutta la dimensione della sua personalità. Certo, non era un osservante. A cena a casa sua non mancava mai del buon vino, ma era una persona libera e non un menefreghista. Casa loro, che non è quella che abbiamo visto nel filmato, ma era dove abitavano quando io ero a Gerusalemme lungo la linea verde che divideva, almeno dal punto di vista storico, la Gerusalemme Est della Gerusalemme Ovest, era un luogo aperto e accogliente per tutti. Ci sono passati diplomatici, politici, cooperanti, religiosi, professori universitari, sia palestinesi che israeliani, amici e amici degli amici. Era un posto, come dicevo, aperto e accogliente. Quelle cene ben rappresentavano il carattere della coppia e il loro amore per la cultura e la politica. Ma gli studi e i titoli conseguiti in Italia, il matrimonio con un’italiana, l’apprezzamento della nostra cultura, della nostra storia, non gli valsero però la concessione della cittadinanza italiana. Questo probabilmente è stato, almeno all’inizio, una fortuna perché questo, come avete visto nel film, ha spinto Osama a ritornare a Gerusalemme, per cui la cittadinanza che poi ha ottenuto tardivamente nel 2002 ci ha permesso, dico, questo ritorno a far sì che iniziasse la grande avventura di Osama nella sua terra. Frase lapidaria di Osama quando lavorava finalmente in Palestina era: “È più facile lavorare le pietre che formare delle persone consapevoli del loro ruolo nel contesto del patrimonio archeologico di questa terra”. Per ovviare a questa necessità, proprio nel 2000, è stato promosso e finanziato dalla cooperazione italiana un progetto dal titolo “Riqualificazione e valorizzazione delle risorse archeologiche degli ……………1:04:35 di Gerico”, gestito da un’ONG italiana diretta da allora da Carla Benelli e a fianco a questa attività la parte importante è stata la creazione della scuola laboratorio, quella che poi chiameremo il Mosaic Center. Sotto la direzione scientifica di Michele Piccirillo e la direzione di Osama. Per indicare qual era l’interesse veramente che Osama aveva per le realtà di quel posto? Mi ricordo che una delle prime visite con cui andai a visitare la scuola laboratorio, lui finita la visita mi portò in un posto incolto spostando la terra, muovendo le piante e mi fece vedere per terra un mosaico che raffigurava lo zodiaco. Mi disse: “Vedi, questo qui è il pavimento di una sinagoga”. L’interesse, di un palestinese era rivolto alla storia dei posti e quindi delle persone che ci avevano vissuto dentro, indipendentemente dal fatto che fossero di questa o di un’altra religione, di un’altra cultura e di un’altra provenienza. A seconda dei momenti e delle decisioni della forza occupante, spesso non era per niente facile e se non addirittura impossibile raggiungere i luoghi dove Osama mandava avanti i suoi scavi. Per esempio, per Sebastia, che era sotto il controllo israeliano, o a Gerico, Osama era costretto con i suoi collaboratori a fare dei lunghi giri e anche pericolosi a piedi per aggirare i posti di blocco. Ma andiamo avanti. La cosa che veramente mi preme sottolineare è che al di là del lavoro, del fascino della materia, del gusto di avventura che ogni nuovo scavo proponeva, quello che veniva creandosi non solo tra padre Michele, Osama e Carla, ma anche con chi aveva la fortuna e il piacere di conoscerli, era una complicità, una amicizia pronta a tutto. Potrei citare degli esempi, ma non abbiamo il tempo per farlo. La prosecuzione dei progetti archeologici in cui lavoravano Osama e Carla, quale eredità di padre Michele Piccirillo che purtroppo ci ha lasciato nel 2008, è stata colta e sostenuta da ATS, l’Associazione Pro Terra Santa. Forse è inutile dire che la cena durante la quale Tommaso Saltini, fresco direttore di ATS, decise di impegnarsi nel progetto si svolse proprio a casa mia. L’associazione voluta da padre Piccirillo, ora diretta da Tommaso, è operativa da diversi anni con azione di salvaguardia e valorizzazione dello straordinario patrimonio archeologico e culturale, accompagnando i lavori di conservazione dei centri storici con una costante opera di formazione della comunità locale con particolare attenzione alle donne e ai giovani. È presente in molti paesi del Medio Oriente e purtroppo non abbiamo il tempo necessario per poter illustrare le opere che loro stanno svolgendo. Mi si chiede di parlare di Osama, ma in realtà, e lo avete visto nel filmato, è lui che ci parla attraverso le sue opere. Non c’è stato un luogo dove c’era da riscoprire, proteggere, valorizzare un reperto archeologico in cui Osama non si sia interessato e non abbia prestato la sua opera e tra essi ha curato molti lavori della Custodia Francescana. Non è quindi strano se nel momento in cui è stato deciso di intervenire per salvare l’edicola del Santo Sepolcro, che rischiava di

crollare, la Custodia di Terra Santa ha chiesto a Osama di esserne rappresentata. Questo fatto è un fatto eccezionale perché le tre comunità, quella cattolica, la greca ortodossa e quella armena, praticamente depositarie della Basilica del Santo Sepolcro, della Basilica della Natività a Betlemme, seguono un dettame, il cosiddetto Status Quo che fu niente di meno che deliberato dalla dominazione turca nel 1767. Da allora c’era questa regola ferrea che regolava tutti i rapporti tra le tre comunità e la convivenza delle tre comunità non era sicuramente facile. Il fatto che nel 2016 si è preso un accordo su questo è stato veramente un fatto unico, seguito poi nel 2019 con la decisione che riguardava l’analisi strutturale delle fondazioni della Santa Edicola e il restauro del pavimento di tutte le aree comuni della basilica. Anche in questa occasione la Custodia di Terra Santa ha chiamato Osama come proprio rappresentante e responsabile dei lavori. I lavori hanno interessato tutte le aree comuni della Chiesa, comprese quelle più sacre, e dovevano rispettare il continuo accesso dei pellegrini, il diritto di celebrazione delle varie liturgie, gli obblighi di ogni comunità secondo lo Status Quo e soddisfare anche le linee di guida e di sicurezza. Mantenere un equilibrio tra tutte queste esigenze non era scontato ed è uno dei lavori, insieme a tutta la parte tecnica, che è stato realizzato da Osama che è stato capace di sviluppare tutta la programmazione mettendo in piedi un progetto collettivo in piena armonia, condivisione e inclusione con i colleghi rappresentanti delle altre comunità religiose. Ovviamente anche qui tralascio tutti gli aspetti tecnici che implicavano questo lavoro. Avete visto la cerimonia inaugurale è stata il 14 marzo del 2022. Sfortunatamente Osama ha dovuto lasciare il progetto a causa della sua grave malattia nel febbraio del 2023 e un anno dopo, all’età di 64 anni, moriva. Dopo la mia partenza da Gerusalemme nel 2006 ho avuto la possibilità di rincontrare Osama nel 2019, proprio qui nel Meeting, e nel 2023 a Gerusalemme, nell’agosto del 2023. È stato un incontro tra vecchi amici. Osama era già segnato dalla malattia, ma il suo sorriso era sempre lo stesso e la sua attenzione nei confronti del lavoro e della situazione politica del suo popolo immutata. Tra l’altro mi disse: “Sai, tutto quanto abbiamo trovato scavando nella basilica non fa che confermare quanto scritto nel Vangelo”. La sua storia e il suo ricordo sono e rimangono imperitura come le pietre che lui con tanto amore ha curato e che costituiscono fondamentalmente la casa per tutti, proprio per tutti. Ritorniamo così al concetto della casa. Alessia dice che il Mosaic Center è come una seconda casa per lei e il filmato si conclude con una festa familiare proprio al Mosaic Center. Dobbiamo anche qui cogliere il messaggio. Che cos’è casa? È il luogo che ci racconta delle persone che ci vivono dentro. Il Mosaic Center è il luogo che ci racconta tutto di Osama, soprattutto per la sua passione rivolta alle persone e alla formazione e alla loro crescita.

Parafrasando dunque il titolo di questo Meeting, Osama è stato uno di quei mattoni nuovi, o meglio pietre, visto il mestiere che faceva, indispensabile per costruire nel deserto che è oggi la Palestina una nuova umanità. Grazie.

Francesco Cassese

Grazie. Allora, passiamo velocemente la parola a padre Ibrahim. Come vi dicevo prima, è sicuramente una figura, una persona in grado di interloquire molto bene con le altre culture, ha l’intelligenza del contesto, il contesto in cui anche il dialogo in Terra Santa avviene. Ecco, allora volevo chiedere se puoi darci una mano a comprendere intanto il contesto che state vivendo e come la figura di Osama diventa preziosa dentro un contesto come quello attuale.

Padre Ibrahim Faltas

Bene, buonasera a tutti e abbiate un po’ di pazienza, faccio 15 minuti, per questo non sono abituato a leggere, ma leggo così anche non a lungo. Pace e bene a tutti. Prima di iniziare permettetemi di rivolgere un saluto speciale alla moglie di Osama, Clara, e alla figlia Alessia, un saluto anche a tutti gli amici e volontari di Pro Terra Santa che hanno camminato accanto a Osama nei suoi tanti progetti che oggi lo ricordano con affetto e gratitudine. Osama è stato molto più di un architetto, un restauratore, un professionista, è stato un uomo del dialogo, della bellezza e della pace, un palestinese, un musulmano, un uomo che ha saputo trasformare il lavoro sulle pietre antiche un gesto profetico di riconciliazione. Seguendo l’eredità di padre Michele Piccirillo, Osama ha fatto della conservazione dei luoghi santi una missione profonda, non solo per preservare la storia, ma per custodire il futuro. Con padre Michele ha imparato l’arte del mosaico, la dedicazione del restauro e quella convinzione che ci ha trasmesso anche a noi, che il patrimonio culturale è un ponte tra i popoli, non è un muro. Il progetto che più ci ha legati è stato quello del Memoriale di Mosè, il Monte Nebo, un santuario, ma anche un simbolo religioso. Mosè, un profeta per gli ebrei, cristiani e musulmani. Osama vi ha lavorato con passione, ostinazione per oltre 6 anni. Abbiamo riscritto il progetto insieme affrontando difficoltà tecniche enormi, ma siamo andati avanti. Non era solo un cantiere, era un cammino spirituale e quello spirito Osama lo ha portato ovunque a Betania, a Getsemani, al Santo Sepolcro, a Magdala, a Sebastia. Anche quando la malattia lo ha costretto a stare lontano dai cantieri, ha continuato a seguire da vicino i progetti, a coinvolgere giovani, a formare artigiani, a ridare dignità a luoghi e persone. Come ha detto padre Francesco Patton, Osama, pur essendo musulmano, amava i luoghi della vita, morte e resurrezione di Gesù con un’intensità che superava quella di molti cristiani. Io posso testimoniarlo. Con lui ho condiviso non solo il lavoro, ma anche momenti veri di amicizia fraterna, come durante il Ramadan a Betania.

Quando organizzava insieme l’Iftar, condivisi tra cristiani e musulmani per spezzare il pane e abbattere i muri della diffidenza. Osama ci ha mostrato che la pace non è un’idea astratta, un gesto quotidiano. Custodire un mosaico, formare un giovane, proteggere una pietra può essere un atto di pace. Oggi tutto quello che abbiamo vissuto con lui diventa testimonianza. Questo non è solo un ricordo, è un impegno. Un impegno alla pace che oggi in Medio Oriente sembra una missione impossibile, ma dobbiamo lavorare, lottare e sfidare questi tempi bui affinché si ristabilisca la pace. Io vivo in Terra Santa, a Gerusalemme. Vi parlo non come osservatore, ma come testimone diretto di ciò che accade ogni giorno da troppo tempo. Questa è una terra che amo profondamente, ma che dal 7 di ottobre è diventata ancora una volta teatro di una tragedia che non sembra avere fine. È cambiato tutto, è cambiato il ritmo della nostra giornata, è cambiato lo sguardo della gente, è cambiata la speranza. Vi parlo dall’interno di una ferita aperta, una ferita che pulsa a Gerusalemme, a Gaza, a Betlemme in Giordania. Una ferita che tocca tutti senza distinzione. Da quasi 2 anni la vita è cambiata radicalmente, non solo a Gaza, anche nelle nostre città, nei nostri villaggi e il battito del cuore della Terra Santa è cambiato. Soffriamo tutti, soffriamo, soffrono gli ebrei, soffrono i musulmani. Soffriamo noi cristiani perché il dolore, l’odio e la vendetta non conoscono religione. Entrano nella casa di tutti, portano silenzio, paura, lutto. Ma se c’è una voce che oggi grida più forte è quella dei bambini di Gaza, sono loro a pagare il prezzo più alto, privati di tutto, privati del diritto allo studio perché le scuole non esistono più. Privati del diritto al gioco perché la guerra ha trasformato ogni spazio in un pericolo. Privati del diritto al cibo perché la fame è quotidiana. Privati del diritto a curarsi perché mancano medicine, medici, ospedali funzionanti. Oggi per migliaia di famiglie, una tenda è una casa sotto il sole di agosto con oltre 40 gradi, senza luce, senza acqua pulita, senza servizi igienici.

Le fognature sono distrutte, le malattie si diffondono, infezioni, virus, soprattutto tra i più piccoli. La dignità umana è stata scacciata. Io ho visto con i miei occhi i bambini feriti arrivati in Italia. Bambini amputati, mutilati, con ferite profonde nel corpo e nell’anima, con malattie gravissime, sono arrivati grazie all’aiuto del governo italiano e del popolo italiano, all’impegno concreto del ministro degli Esteri Antonio Taiani, che ringrazio con riconoscenza, ma è stato un duro colpo al cuore vederli, incontrare i loro occhi, occhi pieni di paura, occhi spalancati sull’orrore. Molti non parlano, molti non riescono a sorridere. Un’intera generazione è stata segnata. Una generazione di bambini che non conosce altro che la guerra, la fuga, la fame, la notte. Molti hanno perso una gamba, un braccio, o entrambi. Molti hanno perso i genitori. Molti hanno perso la voce. Gaza oggi è una ferita incisa nella carne viva dell’umanità. Una ferita che ci interroga, ci sfida, ci condanna se scegliamo di ignorarla. In questi giorni per tanti bambini suonerà la campanella dell’inizio della scuola, ma a Gaza per migliaia di loro non ci sarà alcun ritorno a scuola e il 96% degli edifici scolastici sono stati distrutti. I sogni di studio per tutti i ragazzi e ragazze sono stati cancellati. La fame del sapere è sostituita dalla fame di sopravvivere. A Gaza l’istruzione non è più un diritto, ma un ricordo. Purtroppo anche questo sotto l’impossibilità del mondo di trovare una soluzione. Oltre alla catastrofe umanitaria sono andati distrutti anche monumenti, opere d’arte, testimonianze millenarie della storia di Gaza. È come se si volesse cancellarne il passato, la memoria, l’identità stessa di un popolo, un patrimonio culturale comune è stato spazzato via. In mezzo a tutto questo ci sono i cristiani di Gaza. Io li sento spesso quando riescono a rispondere e sento la loro voce tremare, il rumore delle bombe anche vicine. Anche in questi ultimi giorni alcune bombe sono cadute vicino alla parrocchia seminando nuove paure. Eppure loro restano lì, resistono. Da questi 2 anni oltre 600 persone vivono dentro i locali della parrocchia. Famiglie intere, bambini, anziani, malati, dividono tra di loro il poco che hanno.

Un pasto, un angolo dove posare. Il parroco padre Gabriele e padre … vivono con loro. La parrocchia è diventata ospedale, scuola, casa, speranza. È diventata la testimonianza viva di un Vangelo che si incarna nel dolore e nella solidarietà. Intanto anche la Cisgiordania sanguina. Ogni giorno in silenzio a Betlemme, la città dove è nato il principe della pace, i cristiani stanno lasciando tutto senza pellegrini, senza lavoro. Loro senza permessi vivono nell’incertezza, nell’isolamento. Negli ultimi due anni 180 famiglie cristiane sono migrate, hanno fatto le valigie, hanno chiuso le porte di casa e sono partiti. Betlemme si svuota e ci chiediamo che ne sarà del futuro dei cristiani in Terra Santa, che resterà a custodire quei luoghi se non ci sono più le famiglie, le scuole e i giovani. Allora sento il bisogno di lanciare un grido di verità e di pace. Non siamo davanti a un conflitto tra religioni. Non è una guerra di fede. Non possiamo nemmeno chiamarla guerra. È una tragedia umana, un massacro. In questo, in quanti esseri umani non possiamo restare indifferenti. Soffriamo tutti, come ripeto, come ho detto, ebrei, musulmani, cristiani, tutti soffriamo, perché la violenza non distingue. Colpisce e basta. Colpisce chi prega, chi sogna, chi cresce. Colpisce soprattutto i più piccoli che non hanno colpa, ma ne portano tutto il peso. Per concludere, vorrei che ricordassimo che la pace può esistere, non è un’utopia, è una responsabilità e scegliere ogni giorno di rispondere all’odio con il perdono e custodire l’umanità dove sembra scomparsa e resistere alla tentazione della vendetta. La pace si costruisce con la cura, con l’ascolto, con gesti concreti, con il pane condiviso tra musulmani e cristiani a Betania, con un mosaico restaurato da un musulmano, da Osama nei luoghi della vita di Gesù, con il silenzio rispettoso davanti al dolore di chi ha perso tutto. La memoria di Osama, lo sguardo dei bambini di Gaza, la voce dei cristiani che resistono a Betlemme ci chiedono tutti la stessa cosa: non voltatevi dall’altra parte. Restiamo umani. Non voltatevi dall’altra parte. Restiamo umani.

Non come semplice ricordo, ma come segno di speranza, come chiamata alla responsabilità e come invito a credere che anche tra le miserie può nascere la pace. Grazie.

Francesco Cassese

Grazie. Sarebbe bello poter continuare questo dialogo, ma penso che poi alla fine dell’incontro possiamo fermarci anche e approfondire alcune tematiche. Io ringrazio Tonino perché ha raccontato la storia di Osama intrecciata alla sua storia e di come questa storia è stata una storia in grado di tessere unità dentro un dialogo tra diversi popoli, diverse religioni e ringrazio padre Ibrahim perché questo grido facilmente possiamo dimenticarlo, per cui ha ridato voce a questo grido e noi vogliamo che questo grido risuoni dentro il cuore di ognuno di noi per non dimenticare quello che stiamo vivendo. Io non vedevo Clara e Alessia, ma la vedo. Non so se Clara tu vuoi fare un saluto. Sì, mi sembra che sei predisposta.

Clara Brorio

Non sono abituata. Non sono come Francesco molto spigliata. Volevo soprattutto ringraziare tutti voi presenti e ringraziare il direttore di Pro Terra Santa, Tommaso, che non vedo perché grazie a lui, è lui che ha voluto fortemente questo docufilm. Tutti quelli che hanno lavorato e lo staff di Pro Terra Santa, Andrea Avveduto, Giacomo Pizzi, il regista, il cameraman, tutti, tutti coloro che hanno fatto il montaggio. Ringrazio Padre Ibrahim Faltas che è qui, il dottor Antonio Aloi e basta per me. Questo documentario è molto importante, è stato anche per noi una bella avventura realizzarlo, aiutarli nel nostro piccolo e veramente di cuore ringrazio tutti quelli che l’hanno realizzato. Buona serata.

Francesco Cassese

Questo documentario è stato molto importante per te, per la tua famiglia, ma oltre a essere un omaggio a Osama è un documentario importante per tutti noi perché è una testimonianza innanzitutto di che cosa significa costruire la pace oggi. E Osama l’ha capito in anticipo rispetto a tanti altri e anche in questo è stato visionario, quindi ha visto in anticipo cosa sarebbe potuto essere. Quindi noi tratteniamo la testimonianza di Osama e per cui vi ringraziamo ancora. Grazie.

Data

24 Agosto 2025

Ora

21:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Neri Generali Cattolica
Categoria
Incontri