OGNI UOMO AL SUO LAVORO

In collaborazione con Compagnia delle Opere

Giacomo Frigerio, fondatore Blossom; Paolo Prosperi, sacerdote Fraternità missionaria San Carlo Borromeo; Fabio Sala, manager; Francesco Seghezzi, presidente ADAPT; Anna Zattoni, presidente Jointly. Modera Andrea Dellabianca, presidente Compagnia delle Opere

L’incontro vuole introdurre alla mostra “Ogni uomo al suo lavoro” promossa da Compagnia delle Opere. Qual è il senso del nostro lavoro oggi? Per chi lavoriamo? Con chi? Come? Queste domande guideranno l’incontro coinvolgendo prospettive ed esperienze diverse e offrendo spunti e testimonianze. Ogni uomo al suo lavoro è innanzitutto un invito a porre le proprie domande e a porle insieme e in un luogo.

Con il sostegno di Prolink – Studio Cella – Studio Platti – DGProlink

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Andrea Dellabianca

Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo “Ogni uomo al suo lavoro”, senza l’H ma con la A e la L, che è anche il titolo della mostra sul tema del lavoro presente nel padiglione C1, nell’area Compagnia delle Opere. Questo titolo prende spunto dal titolo del Meeting, dalla frase di Eliot che termina con questa parte sul lavoro, proprio perché è da questo tema affrontato da Eliot che il Meeting ha tratto il suo titolo. Questo incontro è la presentazione della mostra, la quale nasce da un lavoro iniziato lo scorso anno qui al Meeting sul tema della sfida del senso del lavoro. In questi anni abbiamo notato che siamo in un momento di particolare record occupazionale, con più di 24 milioni di occupati, ma anche con un alto tasso di insoddisfazione lavorativa. Nel mondo del lavoro, per noi, per le persone che lavorano con noi e per i nostri collaboratori, sono emerse domande generate anche da nuove sfide, domande che riportano insistentemente il tema del “perché lavoro”. Che scopo ha il lavoro? Qual è il senso del lavoro? Il lavoro c’entra o no con la soddisfazione della vita? Fa parte della traiettoria di crescita di una persona oppure è qualcosa che permette di vivere altrove? Tutte queste domande si sono poste in maniera insistente, a noi e per noi. Da lì è nato un lavoro che ha richiesto un confronto comune e ha generato il manifesto del buon lavoro, firmato da Compagnia delle Opere e Fondazione Meeting. Questo ha portato, in quest’anno, a fare tanti incontri sul territorio nazionale e a una maturazione. Abbiamo visto che le domande poste non hanno trovato ricette conclusive, ma interlocutori che, prendendole sul serio, hanno fatto maturare quanto avevamo proposto e hanno generato nuove domande. Da lì è nata l’idea e la proposta da parte del Meeting di fare una mostra che potesse risottolineare queste domande e provare a continuare questo cammino. Oggi volevamo proporvi un incontro che avesse la stessa modalità con cui abbiamo affrontato sia il manifesto che la mostra. Questo tema ha un’implicazione culturale e ideale, ma fa i conti anche con i tentativi che proviamo a mettere in atto nella quotidianità del mondo del lavoro. Per questo abbiamo una serie di ospiti che ci aiuteranno in questo percorso, sia nel raccontare la genesi della mostra e del manifesto, sia nel raccontare come loro hanno affrontato queste sfide all’interno delle loro aziende. Abbiamo anche chiesto a Don Paolo Prosperi di aiutarci in una parte di verifica e di approfondimento, anche in relazione al documento che aveva fatto lo scorso anno con i giovani e che aveva proprio questo focus. Li presenterò uno alla volta quando interverranno, così non ci dimenticheremo i nomi. Il primo è Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT. ADAPT, oltre a essere uno dei firmatari del manifesto, è anche un ente che monitora i dati del lavoro a livello nazionale. Conosce quindi bene quello che succede nel mondo del lavoro ed è in grado di confermare le percezioni che ognuno di noi ha nel proprio quotidiano.

Francesco Seghezzi

Buon pomeriggio a tutti, grazie Andrea. A me il compito di tracciare uno scenario di contesto nel quale ci muoviamo. Sappiamo che il contesto cambia, e infatti parliamo del 2025, periodo in cui abbiamo costruito insieme questa mostra, ma il contesto conta. Le domande che nascono e il modo di trattare il lavoro non possono esulare da esso. Oggi è evidente che di lavoro si parla sempre di più nel dibattito pubblico, ma forse in un modo diverso. Mi occupo di lavoro da diversi anni, soprattutto di mercato del lavoro e dei relativi dati, come diceva Andrea, ma ultimamente se ne parla meno; è quasi un tema da addetti ai lavori. Invece si parla di lavoro nella sua dimensione più personale ed esistenziale, legata direttamente alla quotidianità delle persone. Mi pare un’evidenza che se ne parli soprattutto in un’accezione di fatica e sofferenza. Questo è qualcosa che ha sempre accompagnato il lavoro, ovviamente lo stesso termine latino “labor” è legato al tema della sofferenza, però oggi sembra quasi totalizzante. È come se, soprattutto dopo il Covid, ci fossimo svegliati da un torpore in cui il lavoro era la parte centrale della nostra vita. A un certo punto tanti – qualcuno dice i più giovani, ma io penso non sia un tema che riguarda solo loro perché tutti vediamo le persone con cui lavoriamo provare spesso questa sensazione – vedono il lavoro soprattutto come una fatica, come quel qualcosa che ci tocca fare per poi poter iniziare la vita vera. Partendo da questa constatazione abbiamo provato ad andare oltre. Abbiamo provato a dire che questo nasconde, in ultimo, una domanda sul senso e sul significato, che si nasconde al di sotto ed è come se fosse riemersa. Quindi questo momento di crisi può giocarsi nella riemersione di un tema più profondo. È come se il Covid – la pausa che ha imposto, il modo diverso di lavorare, di vivere e di guardare ad alcuni aspetti della vita – abbia fatto riemergere il fatto che il tema del significato e del senso del lavoro (nella mostra parliamo molto di scopo, soprattutto nei primi pannelli) sia un elemento centrale e imprescindibile. In ultimo, se non guardiamo in faccia questo aspetto, l’atteggiamento che cerchiamo di mettere in atto è quello di scappare. Tant’è che molte evidenze scientifiche mostrano un grande aumento di quel fenomeno chiamato “quiet quitting”, che è molto più centrale del fenomeno delle dimissioni, peraltro discutibile nel caso italiano. Ma “quiet quitting” cosa vuol dire? Vuol dire fare il meno possibile, il minimo indispensabile per non essere licenziato. Faccio esattamente quello che devo fare, il minimo sindacale sotto il quale non posso andare, avremmo detto una volta. Poi lascio cadere la penna, perché la vita inizia dopo; il lavoro mi tocca farlo. Questo atteggiamento si incontra in un contesto in cui il mercato del lavoro è molto diverso rispetto al passato, e da un certo punto di vista anche più stimolante. Torno al tema delle dimissioni: oggi cambiare lavoro è più facile rispetto al passato. Se una persona vuole cambiare lavoro, può farlo più facilmente, dato che l’Italia sta vivendo una situazione inedita di crisi dell’offerta. Abbiamo più domanda che offerta, una cosa che non è mai successa; di solito c’era più offerta che domanda e le imprese si regolavano di conseguenza. Quindi la possibilità di fuggire, di andarsene, è molto più facile. Allo stesso tempo, c’è tutto il tema tecnologico. La grande tentazione è che la tecnologia – pensiamo a tutti i dibattiti sull’intelligenza artificiale – possa essere meramente un fattore sostitutivo. Cioè che la fatica del lavoro ci venga tolta da qualcos’altro, da uno strumento che la elimina. Anche questa è una tentazione che si aggiunge. All’interno di questo contesto, noi riteniamo – e abbiamo provato a declinare la mostra in questo senso, come poi dirà Fabio – che la crisi che stiamo vivendo oggi sia, in ultimo, una riemersione radicale di una domanda di senso. Una domanda davanti alla quale probabilmente non eravamo più abituati a stare davanti. Un lavoro che ruotava molto intorno al risultato e all’impegno individuale, a una valutazione molto forte di ciò che uno poteva fare, aveva lasciato perdere questa dimensione. Tant’è che uno degli aspetti che proviamo a sottolineare nella mostra è la centralità della relazione. Ci sembra che, nel contesto del mercato del lavoro di oggi, il tema del “con chi si lavora” sia un elemento centrale: sia nel convincere a restare e a lavorare insieme per trovare una dimensione di senso e significato, sia anche nel fuggire, perché l’altro può diventare un ostacolo. Ci inseriamo in un contesto di questo genere. Sono stato anche sotto il mio tempo, quindi lascio più spazio agli altri. Grazie.

Andrea Dellabianca

Perfetto, grazie Francesco. Fabio è un ingegnere di una società che si occupa di intermediari alimentari; nello specifico, di supply chain e customer care. Non è qui unicamente per la sua competenza professionale, ma perché è stato uno di quelli che ha accettato di implicarsi e farsi coinvolgere nel tentativo di dare una traiettoria di mostra a tutto questo lavoro. È un manager, e questa mostra, come probabilmente dirà, è stata fatta da persone con età e professionalità differenti, proprio perché questo non è un tema che riguarda solo gli imprenditori o chi governa le organizzazioni, ma riguarda chi lavora. Per cui abbiamo voluto fare questa mostra coinvolgendo persone che prendevano sul serio questo lavoro. Fabio.

Fabio Sala

Grazie Andrea. Mi hai già presentato, quindi vado direttamente al mio compito: provare a introdurvi a questa mostra, “Ogni uomo al suo lavoro”, una frase di Eliot. Abbiamo iniziato questo dialogo e abbiamo capito subito una cosa: su questo argomento, come su altri, non bisogna essere soli. Abbiamo capito che ci interessa un dialogo e un luogo per discutere. Siamo partiti da una frase di Don Giussani che ora leggo, che ci ha colpito molto e contiene già in maniera estremamente densa e sintetica quella che è la traiettoria della mostra. Giussani dice che “il lavoro è la manipolazione che l’affetto, l’energia affettiva, fa dei rapporti secondo un ideale che con essi si cerca di perseguire”. La mostra, il luogo e il nostro stare insieme nascono innanzitutto con lo scopo di goderci il lavoro. Non siamo, almeno io come ingegnere della supply chain, titolati ad aggiungere analisi e valutazioni. Vogliamo godercelo, il lavoro. Crediamo fermamente che non sia una parentesi della vita, per poi demandare ad altro la nostra soddisfazione. Anche il lavoro è un’area della nostra soddisfazione e realizzazione come uomini. Vogliamo proporre un luogo dove giudicarlo e crescere insieme. È per questo che, come accennava Andrea, ci siamo messi insieme con professionisti, manager, insegnanti, fisioterapisti e imprenditori, per prendere sul serio il manifesto del buon lavoro di CDO. Abbiamo iniziato a prendere nota di tutte le domande che emergevano e ci è sembrato logico suddividerle in tre aree, in tre domande molto alte che caratterizzano la struttura della mostra, che rinnovo l’invito a visitare. Le tre domande sono: per chi e per cosa lavoro? Con chi lavoro? Come lavoro? Permettetemi una brevissima parentesi sul tema del “per chi e per cosa”. Mi occupo di supply chain e circa un anno fa ho cambiato azienda. Ricordo di essere rimasto molto colpito perché, nelle settimane che hanno preceduto la decisione, uno mette in fila tutte le sue valutazioni tecniche, i pro e i contro del cambiamento. Ne parlavo con un caro amico che mi ha chiesto: “Perché lavori?”. Mi ha messo davanti questa domanda. Cercando di dare una risposta, ma non sono domande la cui risposta è concisa e immediata, mi sono accorto che questa domanda mi ha fatto compagnia per tutto l’anno. Penso che ogni decisione, da quella di un cambiamento di azienda a tutte quelle che siamo chiamati a prendere ogni giorno, dentro questo orizzonte diventi più intelligente, una decisione che ci impedisce di essere miopi. Capite quindi la portata di questa domanda, a cui si aggiungono le altre due, altrettanto interessanti: il tema del “con chi”, quindi delle relazioni in ambito lavorativo. Abbiamo parlato di diversity e inclusion, di smart working, perché lo smart working impatta moltissimo il tema delle relazioni. E infine il tema del “come lavoriamo”, quindi tutte le modalità e gli strumenti, che tra l’altro nell’ultimo periodo sono molto aumentati, con cui gestiamo il lavoro. Abbiamo parlato di work-life balance e di intelligenza artificiale. Abbiamo messo insieme diverse domande e vogliamo iniziare ad avere delle risposte. È il motivo per cui abbiamo raccolto una serie di contributi video che potrete vedere al termine di ognuna delle tre sezioni della mostra. Sono tentativi di risposta. Oggi abbiamo qui con noi Anna e Giacomo, che sicuramente ci aiuteranno ad andare avanti in questo percorso. Questi tentativi ci aiutano a fare un pezzo di strada insieme, perché poi ognuno, nel suo pezzo di realtà, possa avere una posizione più umana. Questo ce lo diceva sempre Don Fabio Baroncini, il sacerdote che mi ha sposato e che ha fatto compagnia a tanti di noi, qui presenti e non solo, dagli anni dell’università fino alla sua morte. Lui ci diceva sempre: “Siete chiamati a rendere più umano il luogo in cui siete”. E cosa vuol dire questo? Io credo che i contributi che abbiamo raccolto siano un esempio di questo. Sicuramente è un di più di intelligenza. Poi sono rimasto colpito da quello che diceva Giacomo, che magari poi svilupperà il concetto e che già a pranzo ha aggiunto degli elementi: non aver paura della novità. Non avere paura della novità, per esempio, rispetto al tema dell’intelligenza artificiale o rispetto ai giovani che entrano in azienda. Vuol dire voler bene alle persone che sono lì con te, come dice Maurizio Riva. O come dice Irene, giovane mamma che capisce che l’educazione dei figli non si limita al tempo passato insieme ma passa anche per quello che i figli percepiscono e respirano della tua esperienza al lavoro. Oppure come dice Tommaso Lamperti, un ragazzo giovane che ha appena iniziato a lavorare e che, nel tempo tra la laurea e il primo impiego, si è impegnato in una cooperativa sociale. Ci diceva: “Lì ho capito che quello che conta, anche sul lavoro, è amare il presente, cioè prendersi cura del pezzettino di realtà che hai in quel momento”. Oppure come dice Marco Eroi, un manager di una multinazionale: imparare dai propri collaboratori facendo le giuste domande per crescere insieme. E infine, ma ci sono tanti esempi e per questo vi invito veramente a visitare la mostra, Giovanni Muscarà, un altro amico che partendo da un suo bisogno trova una soluzione e realizza un’azienda che la propone a tutte le persone che hanno lo stesso problema. Tante domande, tanti tentativi di risposta… A una persona intelligente viene da dire: “E poi?”. Vorrei usare quest’ultima parte di tempo per fare una sorta di call to action, una chiamata a ognuno di voi. Dopo aver visitato la mostra c’è la possibilità, attraverso dei QR code, di lasciare spunti, fare domande, lasciarci i vostri recapiti. Quello che noi vogliamo fare è proseguire questo dialogo e maturare insieme un giudizio sempre più intelligente rispetto al tema del lavoro. Quindi non mi resta che, per la quarta o quinta volta, invitarvi a visitare la mostra.

Andrea Dellabianca

Grazie Fabio. Adesso proviamo a vedere cosa ha significato questo nell’ambito di alcuni tentativi aziendali. La domanda che emerge da un impegno serio con il lavoro chiede risposte che non sono ricette conclusive, ma tentativi che, alla verifica della realtà, maturano, crescono e cambiano. Giacomo è il founder di un’agenzia di comunicazione che si chiama Blossom. È un’agenzia nata da lui come tentativo di sviluppo imprenditoriale e oggi è una realtà con più di 40 persone che affrontano quotidianamente questo tema. Grazie.

Giacomo Frigerio

Provo a fare una long story short. 18 anni fa lavoravo in un’agenzia di comunicazione come art director. Avevo un buon lavoro, ma non mi piaceva per niente l’ambiente in cui stavo, quindi decido di licenziarmi e di mettermi in proprio, senza assolutamente nessuna idea di fare l’imprenditore. Io ero un creativo, figurati, lungi da me Excel e i commercialisti. Oggi mi trovo con 47 stipendi da pagare ed è una cosa bellissima, non me lo sarei mai aspettato. L’unica cosa che mi sono detto quando ho iniziato e ho aperto la partita IVA era: “Se un giorno una persona lavorerà con me, voglio che sia felice, voglio trattarla come vorrei essere trattato io”. Inizio un percorso dove coinvolgo anche mia sorella, iniziamo a lavorare e a costruire una squadra. Applico una teoria, un modello di business vincente che ho imparato da mia mamma: avere una cucina. Quindi avevamo una cucina nell’agenzia, perché in pausa pranzo mangiavamo tutti insieme. Era un momento di break in cui tutti si guardavano in faccia, si allineavano, si chiedevano come andava, fuori dalla logica del “rispondo al cliente, fai, manda l’email”. Era un momento molto importante perché metteva veramente le persone allo stesso livello; al centro ci si guardava. Cresciamo, cambiamo vari uffici. La cucina continua a esserci, si ingrandisce: microonde, odori… Ognuno portava un piatto, si condivideva. Bellissimo. Cresciamo tanto, però. Iniziamo a prendere clienti importanti; oggi lavoriamo con le Nazioni Unite e con clienti privati molto importanti in Italia. Assumiamo persone, cresciamo, a un certo punto arriviamo a essere 70. La struttura si allarga, abbiamo sempre una cucina e a un certo punto esageriamo: compriamo una cucina industriale e assumiamo una cuoca che ci prepara da mangiare. A quello aggiungiamo uno psicologo che ci insegna anche pugilato, corsi di inglese… tutto bellissimo. Si definisce welfare, penso, nel mondo moderno. Cresciamo, però alla fine c’è qualcosa che non mi torna, e arrivo all’anno scorso. C’è qualcosa che non mi torna perché l’uomo, tendenzialmente, si abitua a tutto, e quando ti abitui a tutto, quel tutto perde un po’ di valore. Oggi mi è venuta in mente una cosa: ho visto una mostra sull’Ucraina che mi ha impressionato perché mi ha ridestato su quel tema, che non so a quanti di voi capiti, ma che io avevo un po’ perso di vista, abituato al fatto che ci fosse una guerra laggiù. Questo abituarsi, e quindi questo perdere “grip” in termini di affezione all’azienda, al lavoro e all’impresa, mi ha fatto ripensare e capire che c’era un’urgenza, che bisognava dare una svolta a Blossom. Ho rimesso in discussione il modello di struttura dell’azienda, il modello per cui le persone vanno tutti i giorni in un certo posto e stanno insieme in un certo modo. Mi sono fatto aiutare e ho ristrutturato il modello dell’azienda. Da una struttura che lavorava per verticalità, abbiamo creato dei gruppi di lavoro: un gruppo che fa R&D e tre gruppi che seguono i clienti. Perché? Perché avevo bisogno che le persone stessero più vicine, di far ritornare quell’idea di vicinanza, quell’idea di sentirsi guardati, che secondo me l’uomo ha come bisogno primario. Quindi ho scelto i responsabili dei gruppi non in base a quanto sono bravi a fare il loro lavoro, ma in base a quanto sono bravi a essere entusiasti, a coinvolgersi nella vita e nel rapporto con gli altri. Stanno anche diventando dei bravissimi manager, ma innanzitutto hanno il compito di guardare le persone, di coinvolgerle rispetto a un modo di guardare la realtà del lavoro. Un’altra cosa che funziona molto bene è che alla stessa maniera entriamo in rapporto con i clienti. E questo fa la differenza: abbiamo clienti con cui lavoriamo da anni, siamo parte dei loro team. Per me questa è la ricetta vincente: sta nel rapporto e nel guardarsi, come hai citato tu, quindi nel lavorare “con chi” e “come”. E oggi siamo questo. È una forma di welfare evoluta, se vuoi. In realtà, essere guardato così è il bisogno primario dell’uomo. L’AI, che hai citato, per noi è fondante. L’abbiamo introdotta in azienda tre anni fa ed è importante perché è un supporto che diamo a tutti. Da noi tutti usano l’AI, dall’amministrazione all’ultimo creativo. La usiamo per fare tutto. Non sostituisce l’uomo, è un grande aiuto e libera molto tempo, soprattutto per creare questi continui confronti. Abbiamo costruito anche uffici con spazi fatti apposta per stare insieme, per abituare la gente a colloquiare. Si è persa questa abitudine a causa della tecnologia e dello smart working forzato. Addirittura ci sono persone che fanno fatica a parlarsi anche dentro la stessa stanza, si scrivono su Teams. Mi sono capitate cose del genere. Penso che la responsabilità di chi fa impresa sia invece ricostruire tutti i giorni delle ipotesi di dialogo tra le persone e soprattutto di guardare le persone.  Abbiamo un modello di review per cui io personalmente ogni sei mesi faccio un one-to-one e compilo delle schede di valutazione con le persone. Per me è importantissimo, perché mi serve per capire veramente come stanno, e scopro dei tratti della loro vita fuori dal lavoro che mi permettono di valorizzarli ancora di più in quello che fanno. E chiudo dicendo che queste schede sono composte per il 90% da soft skill e per il 10% da hard skill. Per quello che facciamo, credo fortemente che la cosa che mi interessa prima di tutto sia l’atteggiamento, perché il resto si impara lavorando con dei maestri e con persone che ti guardano e ti valorizzano.

Andrea Dellabianca

Grazie Giacomo. Mi dai lo spunto per introdurre Anna Zattoni, che è presidente e co-fondatrice di Jointly, un’azienda che si occupa di welfare o, per meglio dire, di well-being, cioè di benessere all’interno dell’azienda. Giacomo diceva che si possono applicare tutte le tecniche più corrette, tutti gli strumenti per favorire il benessere, ma se si riducono a mere tecniche, uno facilmente si abitua e anche il motivo per cui vengono fatte perde valore, non ha più a che fare con lo scopo dell’azienda e del lavoro. La vostra azienda si occupa di questo. Quindi penso che la sfida di fronte alle aziende e ai vostri clienti sia proprio quella di trasferire il vero valore di strumenti di questo tipo.

Anna Zattoni

Grazie Andrea. Sicuramente in questi dieci anni, da quando è nata Jointly, abbiamo trasformato il nostro modo di lavorare. Se prima il nostro scopo era aiutare le aziende ad applicare correttamente lo strumento del welfare aziendale, oggi invece il nostro scopo è aiutare le aziende a far star bene le loro persone e l’organizzazione. In dieci anni è cambiato completamente il linguaggio e la modalità, e credo che nella testimonianza di Giacomo si riesca a capire bene questa trasformazione: cos’è che oggi viene attribuito come significato a welfare aziendale e cos’è invece il benessere delle persone, e quanto quest’ultimo sia diventata una priorità per le aziende. Cosa intendiamo per benessere? Per benessere noi intendiamo il risultato dell’esperienza che una persona vive nella sua vita e nel suo lavoro. Questo lo dice bene la mia socia, amica e cofondatrice Francesca Rizzi, che ha un suo video all’interno della mostra e che spiega cosa intendiamo noi per benessere. Con questo approccio riusciamo a capire l’intento di Giacomo nel lavorare non solo con strumenti tecnici, ma anche con un modello di lavoro diverso. Vediamo che oggi, con l’obiettivo del benessere, si può intervenire sia sulla dimensione individuale, sostenendo la persona in tutti i bisogni che esprime, sia sul contesto professionale, all’interno del quale la persona può e deve vivere un senso nel suo lavoro, trovare la possibilità di sviluppare le proprie competenze, crescere come persona e trovare una cultura e un ambiente adatti a raggiungere l’obiettivo del benessere. In questo percorso, dove si trovano le aziende? Così come la mostra sottolinea la trasformazione del mondo del lavoro, negli ultimi dieci anni il settore in cui lavoriamo noi, quello del welfare aziendale e del well-being, è cambiato drasticamente. Se vogliamo, abbiamo vissuto tre fasi. Una prima fase, dal 2016 in avanti, con interventi normativi che hanno collegato strettamente la produttività al welfare aziendale. Una seconda fase, quella del Covid e post-Covid, che ha generato una permeabilità tra la vita della persona e il suo lavoro per tutti coloro che hanno lavorato in modalità smart working o da remoto, per cui queste due dimensioni si sono totalmente incrociate. La terza fase è quella che stiamo vivendo adesso, negli ultimi due anni, dove sono evidenti due traiettorie. La prima è quella presa dal welfare aziendale, fortemente impattata dalle normative su cui gli ultimi governi hanno lavorato, che collegano il suo significato a una dimensione totalmente economica. Oggi il welfare aziendale è una somma data ai lavoratori per determinate finalità, e bisogna essere consapevoli di questo quando si parla di tale strumento. Viceversa, il cambiamento avvenuto durante e dopo il Covid ha aperto un filone di lavoro nelle aziende volto a sostenere l’esperienza della persona nelle sue dimensioni di bisogno, nella vita e nel lavoro, e quindi il benessere dell’individuo e dell’organizzazione. Queste materie sono fortemente influenzate dalle norme e dal contesto socioeconomico, e queste azioni incidono sulle persone, che a loro volta sono influenzate da questo contesto. È una materia che evolve in modo continuativo. Dicevo prima che le aziende in questi dieci anni si sono attivate rispetto a questo obiettivo di benessere, in particolare negli ultimi anni. I nostri dati ci dicono che per l’80% degli amministratori delegati, direttori delle risorse umane e imprenditori, il benessere delle persone è una priorità. Il 70% di loro si muove e attua delle iniziative; nel nostro osservatorio vediamo che circa un’azienda su due ha almeno due o tre strumenti legati al benessere mentale, fisico o relazionale. C’è un grande interesse e attivismo nell’applicare questo tipo di strumenti, però quando poi vediamo come le persone li usano, scopriamo che solo una persona su quattro li utilizza, a fronte di un investimento aziendale molto significativo, e solo una persona su dieci dice di stare bene. Quindi c’è qualcosa che noi chiamiamo “mismatch”: c’è qualcosa che l’azienda fa ma che non arriva alle persone, e questa è una grandissima perdita di valore, proprio perché spesso vediamo che nella modalità con cui l’imprenditore e l’azienda attuano queste iniziative si segue una logica pensata dall’alto. Il 70% delle aziende decide cosa fare per le persone sulla base dei propri pensieri, di qualcosa che vedono nel settore o che le rende più competitive, senza partire da una logica di ascolto, che è un elemento fondamentale. Secondo noi, sono tre le azioni che possono trasformare uno strumento tecnico in un obiettivo di benessere per le persone. La prima è non delegare il benessere ad altri, che può voler dire alle risorse umane nelle aziende grandi o allo psicologo, ma farsene carico e trasformare il malessere in un progetto comune che lo faccia diventare benessere. Il secondo aspetto è dotarsi di strumenti di ascolto continuativo. Spesso le aziende, soprattutto quelle grandi, fanno grandi survey e indagini per sapere come stanno le persone e cosa le motiva, ma sono dati puntuali e magari su base annuale. Invece si possono attuare strumenti di ascolto continuativo che possono passare sì anche dallo psicologo o dal counselor esterno, ma anche dai dati che l’azienda già possiede, dai manager e dall’imprenditore stesso, come fa Giacomo. Questo è lo strumento che consente poi di abilitare il cambiamento. Il terzo aspetto, che pertiene alle organizzazioni più grandi dove ci sono figure manageriali intermedie, è formare anche i manager su cosa sia il benessere e su cosa aiuti l’organizzazione a raggiungerlo. Loro sono delle cerniere di trasmissione e comunicazione fondamentali. Se qualcosa che pensa il vertice di un’organizzazione non arriva alle persone è perché questa cerniera manageriale non funziona. All’interno della cultura delle organizzazioni è importante lavorare su una comprensione comune di cosa sia il benessere e di come si sviluppi, così che con queste tre azioni si possa trasformare uno strumento tecnico, un benefit, in nuovi comportamenti all’interno dell’organizzazione, con un obiettivo di benessere comune.

Andrea Dellabianca

Grazie. Adesso vorrei introdurre Don Paolo con una provocazione, perché mi sembra che porre queste domande tocchi una dimensione umana che, di fronte a tutti i tentativi, sembra sproporzionata. C’è un pannello nella mostra, sul “per chi e per cosa”, che introduce il tema della gratuità nel lavoro, riprendendo una frase di Giussani: “La gratuità è una caratteristica che non riconduce quello che facciamo esclusivamente a quello che materialmente dobbiamo fare. La gratuità è un’eccedenza rispetto alla semplice corrispondenza alle cose da fare. Se uno dicesse: ‘Devo fare fin qui, ho fatto fin qui, ora basta’, mancherebbe qualcosa della gratuità. Ci deve essere in quello che facciamo qualcosa che non ha i confini di quello che facciamo”. E alla fine riporta un esempio: lavorare della lamiera sembra arido e inutile, ma se pensi che quella lamiera diventerà un guardrail che salva le vite, acquista una dimensione di valore. Scrive Don Giussani che l’utilità del momento è l’utilità del progetto totale. Questo è un po’ il rischio che spesso vediamo, che questi tentativi siano sempre insufficienti rispetto alla profondità della domanda che la vita e l’impegno nel lavoro acquistano. Ti chiederei un commento su questo, perché ha a che fare anche con come trattiamo il lavoro. Tu prima raccontavi anche di un’altra mostra dove questo emergeva: la differenza tra fare una cosa finalizzata al risultato di quella cosa e farla se ha dentro una dimensione di valore che è più grande.

Paolo Prosperi

Allora, non so quanto tempo ho per rispondere a questa domanda, sentiti libero ovviamente di bloccarmi. Faccio questa premessa perché, più che esporre i miei pensieri sulla gratuità, mi sembra più interessante commentare quello che è stato detto e reagire agli spunti e alle provocazioni molto interessanti che ciascuno dei vostri interventi mi sembra ponga. Vorrei parlare non innanzitutto da prete, ma anch’io sono uno che lavora, sono un insegnante. Ma siccome sono anche un prete, forse quello che desidero o penso di poter portare è la mia prospettiva dal punto di vista della fede, cioè che cosa la fede, la mia esperienza di fede, ha da dire rispetto ai problemi molto radicali posti sul tavolo da voi sul senso del lavoro. Mi ha molto colpito nel primo intervento di Francesco il modo radicale di porre il problema: la crisi di oggi non è una crisi su singoli aspetti, ma è una crisi di senso. In particolare, mi ha molto colpito la tua riflessione sul “quiet quitting”, sulla percezione, soprattutto nelle generazioni più giovani, del lavoro essenzialmente come fatica, come sofferenza, come un dovere mal sopportato. La realizzazione, il luogo dove il soggetto trova soddisfazione, non è più nel lavoro, come poteva essere nella società turbo-liberale descritta da Byung-Chul Han, la società della stanchezza. Quello che tu ci suggerivi è che il contesto è cambiato in modo rapidissimo. Il giovane di oggi non è più il giovane rampante che identifica la felicità nel successo, nell’autoaffermazione attraverso il lavoro, sia in termini di soldi che di produttività. La felicità è altrove, è fuori dal lavoro. Il lavoro diventa sempre più simile, nell’immaginario collettivo, a quello che era concepito nell’era pre-cristiana. Se leggiamo “Le opere e i giorni” di Esiodo, il lavoro è pura fatica, è puro dovere. L’uomo libero è l’uomo che non lavora. Non dimentichiamoci che lo “studium”, l’attività contemplativa, era considerato un privilegio, quello che si può permettere chi non deve sgobbare. La concezione pre-biblica del lavoro è una concezione in cui il lavoro lo fa chi è inferiore, chi è obbligato a farlo. L’ideale della vita è non dover lavorare. Oggi si parla di neopaganesimo. A mio parere, uno degli aspetti in cui vediamo di più questo neopaganesimo delle giovani generazioni affermarsi è che l’aspetto di sacrificio e di fatica nel lavoro, che per i nostri nonni era sentito come una forma di nobilitazione della persona, è sempre meno sentito come tale. La domanda interessante diviene: da dove viene questo, quando fino a pochi decenni fa era l’esatto opposto? La domanda è sul senso, cioè qual è lo scopo autentico del lavoro? Cos’è che rende il lavoro qualcosa che è in sé, intrinsecamente, non semplicemente un mezzo ma un fine, qualcosa che è bello e buono in sé da poter vivere? Quando il lavoro diventa fonte di godimento? In fondo, in modo diverso, anche il problema che ci ha posto la nostra amica prima è questo. La preoccupazione di un’azienda oggi è fare in modo che il lavoratore, nel lavorare, faccia un’esperienza di soddisfazione, di godimento. Prima Andrea accennava alla mostra molto bella che ho visto stamattina su questo banchiere italo-americano, Amedeo Giannini. Mi ha colpito una cosa che mi ha spiegato il mio amico Francesco Cassese: il modo con cui Giannini ha rivoluzionato la concezione delle banche in America è stato scommettere, dando fiducia alla buona volontà delle persone. Partiva da un’idea che a me pare opposta a quella presupposta dallo sviluppo del capitalismo moderno. Perché il capitalismo moderno, che nasce in contesto protestante, su cosa si fonda? Su una concezione precisa dell’uomo per cui l’uomo è fondamentalmente egoista. Il peccato originale ha fatto sì che l’uomo tenda sempre all’affermazione di sé, all’accumulo di soldi e potere. Il capitalismo cerca di sfruttare per il bene comune questo dato di partenza. Ora la domanda che io mi faccio è: la crisi del soggetto di prestazione a cui stiamo assistendo non è forse dovuta al fatto che in realtà l’uomo reale, come secondo me l’intervento di Giacomo in modo molto potente ci suggeriva, non è così? Non trova soddisfazione nella pura autoaffermazione individualistica, e quando il fine del lavoro è questo, nel tempo, inevitabilmente si perde la motivazione. Qual è il senso vero e autentico del lavoro? È lì che mi pare la fede offra un’ipotesi di risposta che diventa sempre più interessante oggi. Qualcuno prima citava la frase di Don Giussani: “Il lavoro è la manipolazione che l’affetto fa della realtà secondo un ideale”. Quale ideale? Questo è il punto. Noi ci muoviamo sempre per un ideale. L’ideale può essere far soldi, dimostrare di essere bravi, oppure può essere un altro. E quale? Qui la provocazione che io lancerei è questa: con la visione biblico-cristiana il lavoro diventa non più un mezzo, ma un fine. Qualcosa in cui l’uomo trova godimento. Perché noi crediamo in un Dio che è creatore. Di più! E qui faccio pubblicità a un’altra mostra, quella sul Concilio di Nicea. La mostra ci dice sostanzialmente una cosa: l’unica vera novità che il cristianesimo ha portato è che Dio è un padre, che non fa altro eternamente che dare tutto il suo essere a un altro, cioè generare. E quindi noi, che siamo fatti a sua immagine e somiglianza, dove troviamo la nostra massima soddisfazione? Nel generare, nel creare, nel co-creare, nel porre in essere qualcosa che ancora non c’è. Se questo è il vero senso del lavoro, lo scopo non è far soldi, non è neanche semplicemente portare a casa lo stipendio, sebbene sia necessario. Lo scopo del lavoro è realizzare noi stessi, ma perché? Perché noi realizziamo noi stessi solo quando generiamo qualcosa di buono, di bello e di vero. L’uomo è fatto per generare bellezza e bontà attraverso il suo lavoro. Ed è qui la miopia del capitalismo inteso nel senso tradizionale, finalizzato all’aumento della ricchezza. In realtà la massima soddisfazione l’uomo la trova nel generare, e quindi nel dare, essere, non nel succhiarlo. Il tema della gratuità entra qui. Altrimenti il discorso sulla gratuità, a mio parere, rimane moralistico, un buonismo infondato, se non si capisce che la gratuità non si oppone al compimento di sé, ma coincide con esso, perché noi siamo fatti a immagine di un Dio che è gratuità. E questo lo capisce, ultimamente, anche un non cristiano. La fede è come se ti desse gli occhi per vedere perché è così. Infatti la parola “gratuità” noi l’associamo a due cose: a una cosa che si fa per un altro senza volere niente in cambio, ma anche a qualcosa che si fa “gratis”, cioè che è fine a sé stessa. E questo è il paradosso per cui quanto più io mi do per un altro, tanto più faccio il mio bene. Un nuovo capitalismo è un capitalismo che ha il coraggio folle di scommettere sul fatto che questa logica in realtà corrisponde all’umano, e che l’umano è capace, come la testimonianza di Giacomo metteva in luce, di percepire questo gusto. Creare strutture in cui la persona è messa nelle condizioni di poter fare questa esperienza di soddisfazione nel darsi per. Questo non è affatto in contraddizione con la ricerca di produttività dell’azienda, perché il fattore motivazionale è supremo. Quanto più io riconosco di essere utile al bene comune, tanto più lavoro. Anche se non risolvo tutti i problemi, nel darmi per il tutto io già godo. E qui veniamo all’ultimo punto che mi ha colpito molto dei vostri interventi. L’idea che soprattutto Giacomo ci ha trasmesso, ma anche Anna e Fabio, è che in fondo il “con chi”, se è vero tutto quello che abbiamo detto, è parte del “per cosa”. L’intuizione interessante che ho sentito è che il fare “con” genera motivazione. Perché noi non siamo fatti solo per generare, ma siamo fatti per generare “con”. Infatti siamo fatti a immagine di un Dio che non è solo Padre, ma che è Trinità. Il mondo è il frutto di questa reciprocità d’amore tra il Padre e il Figlio, e noi siamo fatti per quella roba lì. Ed è per questo che quando scatta questo guardarsi, uno lavora il triplo. Anche qui l’indagine aziendale mi sembra stia facendo emergere un fattore molto interessante: il fatto che l’amicizia sia un fattore motivazionale dentro il lavoro, che ultimamente ha a che fare con il Dio a immagine e somiglianza del quale siamo fatti. Quindi finisco invitando a vedere la mostra sul Concilio di Nicea, che sembra una mostra che riguarda dibattiti teologici su Dio, ma spero di essere riuscito a dire qualcosa sul perché credere in un Dio che è reciprocità d’amore feconda ha molto a che fare con la nostra vita quotidiana.

Andrea Dellabianca

Grazie. Visti i tempi non riusciamo a fare un secondo giro, ma mi sembra che sia stata resa esplicita l’opportunità che nasce dall’essere seri con le domande che emergono, con questo desiderio di soddisfazione che ha a che fare col desiderio di costruire, di generare e di rispondere “con”, come diceva adesso Paolo. Un desiderio che ha bisogno di un luogo in cui possa essere posto. Infatti, al termine di questo lavoro ci siamo chiesti, come diceva anche Fabio prima, “e adesso cosa facciamo?”. Mi sembra che solo in questa ora, almeno a me, siano venute altre domande, e penso a tutti i relatori e immagino anche a molti di voi. Credo che ci debba essere un luogo dove queste domande e questa provocazione possano essere messe in relazione con altri che le condividono, e dove si possa essere aiutati ad andare a fondo. È una cosa che, come Compagnia delle Opere e come amici che hanno provato a fare questa mostra, vogliamo proporre a tutti. Lo proponiamo al termine della mostra con quel QR code che ricordava Fabio, al quale si può dare un contributo, ma si possono anche lasciare i riferimenti, perché noi questo lavoro vogliamo continuare a farlo. Vogliamo dargli una modalità di lavoro che ancora oggi non è ben definita, ma che sentiamo essere necessaria, almeno per noi, perché questo tema, questa sfida, riguarda tutti e riguarda la nostra quotidianità. Per cui oggi rilancio questo lavoro a voi, questo lavoro che come Compagnia delle Opere vi proponiamo, affinché possa essere occasione di maturazione e di verifica di questo “generare con” che provoca ognuno di noi nella propria quotidianità lavorativa. Io ringrazio ancora tutti i nostri relatori. Vi invito alla nostra mostra e alle altre mostre citate da Paolo, perché il Meeting è questo: è l’occasione che ci siano dei contenuti che generano non solo provocazioni, ma anche relazioni per chi li visita, dentro una relazione tra chi fa le mostre e chi visita il Meeting. Il protagonismo del Meeting sono coloro che si impegnano nelle mostre, ma anche chi, come voi, le visita. Ringrazio ancora tutti e vi auguro un buon Meeting.

Data

22 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri