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NELL’ATTESA DI UN NUOVO INIZIO
Dialogo tra Franca Canini, presidente Associazione Cari Nonni di Rimini; Carmelo Vicari, rettore della chiesa di Sant’Orsola, Palermo e Giuseppe Zola, presidente NONNI2.0. Modera Francesco Inguanti, giornalista
C’è un significato che sostiene tutte le età della vita? Le due associazioni NONNI2.0 e CARI NONNI dialogano con don Carmelo Vicari a partire dal contenuto dell’ultimo libro del Card. Angelo Scola “Nell’attesa di un nuovo inizio”, sulla base della propria esperienza tesa a valorizzare la presenza dei nonni a livello culturale e caritativo. Un incontro offerto a tutti, perché l’esperienza cristiana non ci fa incontrare “qualcosa”, ma “Qualcuno”.
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FRANCESCO INGUANTI
Buonasera a tutti, benvenuti. Grazie. Introduco subito il senso di questo incontro. Il titolo di questo incontro di questa sera è quello che è stato provocato da un libro abbastanza noto fra noi, recentemente pubblicato dal cardinale Angelo Scola, “Nell’attesa di un nuovo inizio”. Per spiegare il senso dell’incontro vorrei dire quello che non vuole essere questo incontro. Non vuole essere innanzitutto la presentazione del libro, anche perché il libro è stato già pubblicato a febbraio di quest’anno, è stato già più volte presentato, ci sono numerose recensioni che potete trovare, quindi non è il nostro compito presentare il libro. Tra l’altro il libro, come sapete, è stato reso famoso anche da una circostanza del tutto occasionale, cioè che reca la prefazione di Papa Francesco, che è l’ultima prefazione che ha fatto prima di tornare alla casa del Padre. Quindi non è la presentazione del libro, non è neanche una celebrazione, ma in modo particolare, non è una commemorazione della vecchiaia. Voi sapete che ci sono mille modi di tentare di definire questa età della vita, ma qualunque parola risulta particolarmente indigesta. Se ne sono trovate tante, ma è una sorta di offesa alla giovinezza, quindi io evito di trovare sinonimi. Dico che, però, vorremmo almeno questo pomeriggio sfatare questo mito della vecchiaia come un’età che è inevitabile, ma che sarebbe meglio che non accadesse. Per ultimo, ancora più importante, non vuole essere una commiserazione di questa condizione, una condizione che, come sapete, sembra sempre più numerosa in Italia, nella Chiesa, nel movimento, nella parrocchia, nel condominio, dappertutto. Noi siamo tendenzialmente una maggioranza, non so quanto silenziosa, ma siamo una maggioranza, però una maggioranza che non vorremmo essere commiserati, non vorrebbero che di noi si dicesse, come normalmente si dice, “poveretti, poveraccio”, che è un modo molto chic di dire, “ma speriamo che io non ne faccia parte”. Allora, cos’è l’incontro di oggi? L’incontro di oggi nasce, come dicevo, dalla provocazione, dalla riflessione che il libro ha provocato. Ha provocato innanzitutto in noi che siamo qui al tavolo, ma io sono certo che molti dei presenti lo hanno almeno letto e sfogliato e ne sono rimasti altremodo provocati. Con un pizzico di presunzione io vorrei dire che questo libro è un po’ come la seconda faccia, l’altra faccia del Giubileo, cioè il Giubileo della speranza, perché è un invito a guardare, ad attendere, a lavorare per un nuovo inizio, un nuovo inizio che non è legato né all’età né alla condizione, ma che richiede un impegno di tutti. Con ciò io non aggiungo altro, se non dire qualcosa delle persone che sono attorno a me. Le due persone alla mia destra, che sono Franca Canini e Peppino Zola, sono i presidenti di due associazioni che si interessano di questo tema. Non a caso si chiamano tutte e due con nomi “Cari nonni”, che è di Rimini, e “Nonni 2.0”, che è di Milano. Su questo non aggiungo altro, perché saranno loro a illustrare, seppur brevemente, qual è il contenuto della loro attività. Successivamente presenterò don Carmelo Vicari, al quale dico che, al di là di ciò che è scritto nel volantino di invito, oltre al titolo che ha di rettore della chiesa di Sant’Orsola a Palermo, è il visitor della terza regione pastorale del movimento. Questo non è un titolo onorifico, ma è un impegno che lo porta ormai da parecchi anni a visitare, conoscere, sostenere, aiutare tutte le comunità del movimento che, per capirci, l’Italia è stretta e lunga. La sua Italia inizia a Perugia e finisce oltre lo stretto, quindi è un’Italia piuttosto abbondante anche come popolazione, oltre che come numero di chilometri. Il suo compito non è quello di concludere l’incontro, quanto di riproporre a tutti noi una condizione nella quale siamo, che è, come la definisce Romano Guardini, piena di aspettative, quindi non un lento declino e una fine senza speranza. Diamo subito la parola ai due presidenti, in modo tale da poter mantenere i tempi che ci hanno con molta generosità concesso, ma che, se splafoniamo, ci finisce male.
FRANCA CANINI
Buonasera a tutti. Io sono, come diceva Francesco, il presidente dell’associazione “Cari nonni”, che è nata ed è un’associazione giovane, fra virgolette, nel senso che la sua nascita è recente, siamo nati solo l’anno scorso. Introducendo questo mio breve intervento, volevo partire dalla nostra origine, perché credo che questo sia uno degli aspetti più pregevoli e ha molto a che fare poi con tutto il resto di quello che dirò. Noi non nasciamo da un’analisi sulla condizione anziana, da un’analisi sul problema degli anziani, l’emarginazione degli anziani. La nostra associazione è il frutto di un’esperienza, o meglio, della capacità tipicamente umana di riflettere sulla propria esperienza e di metterla in connessione con tutto quello che sta attorno. L’esperienza è quella di Vittoria Maioli Sanese. Io penso che molti delle persone che sono qui l’abbiano conosciuta, l’abbiano stimata e l’abbiano amata. Due anni fa è iniziata la fase terminale della sua vita, che l’ha portata poi alla morte nel giro di sei mesi, e l’ha portata proprio a quell’abbraccio definitivo col Signore, che lei consapevolmente ha atteso. Questo periodo è stato caratterizzato dalla vicinanza, dall’amicizia, dall’aiuto, dal conforto di tanti amici, di tante persone che si sono fatte prossime alla sua famiglia, a lei e che, di fatto, hanno rappresentato un po’ come l’anticipo di quell’abbraccio definitivo. In questo periodo è nato fra Vittoria e suo marito Nicola il sentimento del bisogno di contraccambiare quanto ricevuto, quindi di poter offrire, di poter donare e rendere possibile anche per altri questa esperienza di compagnia, di vicinanza e di aiuto nel dolore, nella fatica, nella sofferenza, in una fase così significativa della vita. Da questo, nel momento in cui, dopo la morte di Vittoria, Nicola ha messo quello che mancava. Dall’idea di origine, che era questa, Nicola, che di organizzazione se ne intende, ci ha messo tutto il resto, quindi è partito con l’organizzazione. Vorrei ricordare, così brevemente, che Nicola è anche all’origine del Meeting che ci vede qui raccolti e che ci ospita, e che la dinamica della nascita di “Cari nonni” è esattamente, in fondo, se ci pensiamo, la stessa della nascita del Meeting. Persone che, avendo ricevuto un dono grande, desiderano farne partecipi altri. È chiaro che le forme nell’un caso e nell’altro sono diverse, però la dinamica è esattamente la stessa: io voglio donare quello che ho ricevuto nella mia vita. Questa è l’origine di “Cari nonni”. Vorrei qui fare un piccolo riferimento, pensando sempre al libro di Scola, a una frase che c’è nella prefazione di Papa Francesco, perché secondo me dice bene questa cosa. Lui dice: “Il tempo della vecchiaia, vissuto come grazia e non con risentimento, con gratitudine e riconoscenza, è un’età della vita feconda che può irradiare del bene”. È questa fecondità di Vittoria, di Nicola, della loro famiglia in primis, ma poi diventa anche la nostra, che ci siamo voluti riproporre. Cosa fa “Cari nonni”? Dicevo che è nato un anno fa e l’idea è stata da subito: noi non vogliamo fare assistenza, non vogliamo fare cose sanitarie, non vogliamo fare servizi sociali, vogliamo fare compagnia. È un termine semplice, però il nostro specifico è quello del fare compagnia. Anche qui vorrei riagganciarmi al libro del cardinale Scola, che nel capitolo 4 definisce la vecchiaia un tempo inquieto. Prima stranezza, perché ci hanno detto che inquieti sono gli adolescenti. Invece lui definisce anche la vecchiaia come tempo inquieto e descrive, in maniera che adesso ho cercato di sintetizzare, una dinamica esistenziale che è comunissima fra le persone anziane e che di solito trova risposta o negli psicofarmaci o in una rassegnazione molto triste. Lui sostanzialmente scrive: “La fragilità fisica o psicologica genera facilmente una sorta di astenia dei rapporti e costringe in una mancanza di azione spesso accompagnata da irritabilità e ostilità, in aridimento del soggetto e delle sue capacità relazionali ed affettive e il dono di sé diventa difficile e spesso ostacolato dalla pretesa”. Non so se avete seguito queste parole, io credo che ci possiamo ritrovare tanti momenti nostri della nostra vita o degli amici che abbiamo intorno, no? Quando descrive proprio l’irritabilità, la pretesa. Direi che proprio dentro la relazione, il darsi gratuito, il riconoscere di esistere per l’altro e con l’altro, che diventa la mission della nostra associazione. Questo è quello che vogliamo fare, il dono gratuito di sé in situazioni di bisogno, di necessità, ma anche semplicemente di solitudine. Se noi ci guardiamo sinceramente riconosciamo che ciascuno di noi vive questo bisogno, vive questa fragilità e il bisogno è proprio quello di fare esperienza di gratuità. Infatti, la nostra associazione in gran parte si compone di persone anziane. È chiaro che per dedicare tempo agli altri nei giorni infrasettimanali, mattina, pomeriggio, devi avere un minimo di disponibilità, essere un po’ pensionato. Non che non ci siano anche persone più giovani, però la gran parte è fatta di persone anziane. Quello che ci accomuna, io questo l’ho vissuto molto su di me, è proprio il bisogno che anche nella nostra età, in un’età avanzata, ci sia la possibilità di riconoscere un significato particolare per il tempo che ci è dato. Il tempo che ci è dato non è ricordo del passato, non è soltanto una memoria, ma che oggi noi possiamo vivere l’esperienza di una gratuità, di un dono di sé che ci dà forza, che ci fa vivere. Sicuramente gli anziani normalmente sono impegnati nei compiti familiari, nella cura dei nipoti, ma è come se a un certo punto questo non bastasse e la sete, il bisogno di vivere un significato e di sperimentare in qualche modo quel centuplo che ci è promesso, io credo che sia molto forte. Credo che questo stia alla base del coinvolgimento di molte persone con la nostra associazione. Parliamo di associazione perché è stato chiaro da subito che quello che volevamo fare doveva avere un impatto che fosse un impatto pubblico, cioè non volevamo fare una cosa in sacrestia, volevamo fare una cosa che fosse una proposta, una provocazione e una testimonianza in questo caso per la nostra città, che è la città di Rimini, perché noi siamo a Rimini. Ci siamo organizzati fin da subito costituendo un soggetto, un gruppo di persone che portano la responsabilità di questa opera, cercando di coinvolgere anche altri amici che potevano avere delle competenze che ci erano utili nel fare l’opera. Abbiamo messo molta cura nel costruire anche l’aspetto organizzativo, certi che fare volontariato non vuol dire fare le cose così come vengono, ma ci siamo dati la possibilità di farle al meglio e abbiamo poi fatto tutta una serie di adempimenti burocratici, da statuti, assicurazioni, assemblee. Da ultimo ci siamo occupati di comunicare al movimento, alla diocesi e alla città la nascita della nostra associazione, quindi di proporci nel nostro territorio. Attraverso questa comunicazione, che si è svolta attraverso televisione, giornali e i social, è partita subito una grande domanda. Intanto l’arrivo dei volontari, che è una cosa che ci ha fatto immensamente piacere perché da subito le persone sono state disponibili a far parte dell’associazione, e dall’altra parte la richiesta che ci sono arrivate, che ci hanno detto: “È vero, è di questo che le persone hanno bisogno”. Tante richieste di figli, ad esempio, che pur essendo presenti coi genitori, non è che li avessero scaricati, però ci chiedevano la possibilità di andarli a trovare, di stare con loro e di accompagnarli in questo pezzo della vita. Questo è come se ci avesse dato la percezione che avevamo visto giusto, avevamo visto un bisogno che realmente c’è e presente e che nessuno guarda, perché il problema è che questo bisogno di esserci nessuno lo guarda. Ci siamo organizzati attraverso una segreteria che riceve le telefonate e abbiamo cominciato da subito a dare le nostre disponibilità. I volontari danno la disponibilità come credono: un giorno alla settimana, mezza giornata, qualche ora. Viene fatto un abbinamento fra il volontario e la persona anziana che ha fatto la richiesta, tenendo conto il più possibile delle caratteristiche, delle similitudini, dei desideri delle persone. Nel giro di sei o sette mesi noi stiamo seguendo al momento una cinquantina di persone e il bello è che, se all’inizio abbiamo cominciato con persone amiche, con i genitori di amici, poi hanno cominciato ad arrivarci richieste da chiunque, quindi da persone che noi non conosciamo, ma con le quali siamo entrati da subito in relazione, perché un aspetto bello della nostra associazione è che noi ci proponiamo a tutti. Tutti possono venire a fare i volontari, ovviamente condividendo le nostre finalità, così come tutti ci possono richiedere la nostra vicinanza, rispetto alle competenze che noi abbiamo, quello che siamo in grado di fare. Un altro obiettivo che come associazione ci siamo dati, che è molto importante, che abbiamo bisogno che cresca, è quello del sostegno delle scuole paritarie cattoliche. Molti di noi sono genitori, nonni, qualcuno lavora, anche concretamente, fattivamente, nelle scuole e ci siamo detti: “I nostri servizi sono totalmente gratuiti, quindi noi non chiediamo niente, però, visto che le persone comunque a volte si sentono in bisogno di offrirti qualcosa, di fare un’offerta a fronte di quello che noi facciamo, tutto quello che raccogliamo come associazione viene devoluto per le opere come borse di studio per sostenere i ragazzi che frequentano le scuole paritarie cattoliche che magari hanno difficoltà a sostenersi”. Questo è un altro aspetto al quale teniamo molto, perché dice di quanto ci teniamo all’esperienza educativa che i nostri nipoti, ma che i giovani in generale, possono fare, un’esperienza educativa significativa. Un’altra cosa che volevo dire, poi con questo concludo, è che abbiamo avuto a cuore da subito, Nicola dice sempre: “Il nostro bene più prezioso sono i volontari, Nell’aspettativa che uno possa fare il volontario, e già qui abbiamo fatto fatica un po’ a digerire il termine “volontario” che ci sembrava non esprimere proprio bene quello che siamo, però lo usiamo perché ci fa comodo. Però uno può fare il volontario per tanti motivi e ognuno ha i suoi. Quello che noi desideriamo è che questa esperienza sia un’esperienza che gli cambia la vita, perché un’esperienza deve cambiarti la vita, se no non ne vale la pena. Ci siamo dati anche dal punto di vista organizzativo alcune modalità. Ad esempio il volontario non è da solo, viene accompagnato da un referente, c’è un gruppo di responsabili. È accompagnato da un referente nella visita che fa, nella conoscenza che fa con la persona e poi nella prosecuzione del cammino a fronte di difficoltà, di problemi, il referente c’è sempre ed è di supporto. L’altra cosa, secondo me, molto importante che facciamo è l’assemblea dei volontari. Noi ne abbiamo già fatte tre, perché vogliamo che l’esperienza che il volontario fa, che il volontario non si senta un eroe solitario o non si senta gratificato da quello che fa. Vogliamo che sia un’esperienza che gli cambia la vita e ci siamo organizzati per incontrarci periodicamente e raccontarci l’esperienza che facciamo. Inizialmente si tratta di raccontarci, la sfida è cominciare a giudicare insieme quello che si fa, perché non vi nascondo che il desiderio, e qui leggo di nuovo, il desiderio che sta sotto tutto quello che stiamo facendo è esattamente quello che esprimeva Papa Leone nel suo messaggio per la giornata degli anziani di quest’anno. Lui diceva: “Visitare un anziano è un modo per incontrare Gesù che ci libera dall’indifferenza e dalla solitudine”. Esattamente questo. Se devo dire l’auspicio che ho per la nostra associazione, è esattamente che quello che facciamo, le visite che facciamo, gli interni che incontriamo, al di là del contenuto di questo incontro, siano veramente un’occasione per incontrare Gesù.
FRANCESCO INGUANTI
Peppino, a te.
GIUSEPPE ZOLA
Vorrei innanzitutto ringraziare Tracce per l’ospitalità che ci sta dando in questa occasione e che ci ha dato anche in altre occasioni, ed esprimere anche la gratitudine per questo rapporto nato recentemente con l’associazione “Cari nonni”, perché credo che le due associazioni, pur avendo caratteristiche almeno al momento diverse, possono collaborare tra di loro e spero che questo sia il primo tra incontri che possiamo fare tra di noi per aiutarci, ciascuno nel suo luogo, a compiere meglio il proprio compito. Leggerò un po’ più della mia collega, perché, conoscendomi, rischierei di superare i tempi che ci hanno fornito. Come ogni opera nuova che nasce, spesso nasce per un episodio particolare. Quando mia moglie Adriana venne a sapere che molte organizzazioni LGBT stavano entrando nelle scuole per insegnare la cultura gender anche a livello delle scuole elementari, ebbe una reazione molto vivace e, com’era nel suo carattere, anche molto perentoria, e disse: “Devono passare sul mio corpo per entrare nelle scuole a dire queste pazzie”. Ne nacque una discussione in famiglia e al termine della quale Adriana disse: “Ma noi nonni non possiamo star fermi, dobbiamo costituire un’associazione, dobbiamo metterci insieme costituendo un’associazione per difendere i nostri nipoti”. Ne parlammo con alcuni amici della nostra età. Effettivamente costituimmo un’associazione per la quale, nel manifesto fondativo, abbiamo scritto quanto segue: “Nel mondo in cui viviamo, i nonni, custodi della memoria, sono più che mai chiamati a essere attivi testimoni delle virtù e delle esperienze che alle prove del tempo e della vita si sono dimostrate utili e valide per affrontare le sfide personali e sociali del tempo presente”. Ci siamo subito accorti che per raggiungere questi scopi non potevamo rimanere soli, dovevamo metterci insieme. Per questo, ripeto, abbiamo costituito un’associazione con lo scopo di affermare in modo il più efficace possibile il valore della tradizione tra di noi, della libertà rispetto alla verità e all’educazione e nell’affermare la necessità di un’alleanza tra generazioni in un momento in cui talora sembra che tutto si stia disgregando. Da subito ci siamo impegnati sul fronte culturale, arrivando anche a dare molti giudizi sulle pazzie della nostra epoca per quanto riguarda tutte le tematiche antropologiche. Abbiamo steso una sorta di lettera aperta ai nostri nipoti per metterli in guardia dall’attacco alla libertà di pensiero e all’opinione che c’è in questo mondo. Un altro filone che abbiamo seguito è quello ecclesiale, dove è nata una buona e grande collaborazione con la diocesi di Milano. Direi, forse, soprattutto, ci siamo impegnati anche sul settore sociale e pubblico, affinché anche le istituzioni si decidano a riconoscere l’importante funzione attiva dei nonni e degli anziani in genere. Infatti, impegnandoci sistematicamente con questa realtà che, tra l’altro, corrisponde alla nostra situazione personale, ci siamo sempre più accorti quanto sia importante la presenza dei nonni. I nonni costituiscono un fattore che tiene insieme l’intera società, perché molti di loro sono a servizio, i militari direbbero servizio permanente ed effettivo, dei propri nipoti che spesso finiscono con aiutare anche economicamente. Infatti, una delle proposte che abbiamo fatto alle istituzioni è quella di, nella prossima legge finanziaria, fare in modo che vengano dedotte dalle tasse, dalle imposte da pagare, le spese sostenute dai nonni a favore dell’attività educativa e sportiva dei nipoti. Credo che sia innanzitutto un atto di giustizia. Devo dire che, attraverso questo impegno che, tra l’altro, ci sta appassionando molto, molti dicono che ci mantiene giovani, speriamo che sia così, abbiamo allargato l’orizzonte delle motivazioni dell’impegno stesso. Continuiamo a mantenere viva la prima preoccupazione dell’inizio, a difesa dei nostri nipoti, ma nel contempo abbiamo constatato che molti sono i motivi che rendono necessaria la valorizzazione dei nonni, proprio perché essi costituiscono una presenza globale nella nostra società, senza la quale la società stessa sarebbe più fragile. I nonni, infatti, costituiscono una delle colonne portanti dell’intero welfare del nostro paese e spero che chi ha il potere se ne accorga di questo. Direi che, forse, la cosa più importante che abbiamo imparato con questa attività, che è diventata un po’ una dimensione della nostra vita, è l’aver capito che fino all’ultimo istante di vita, fino all’ultimo secondo di vita, noi abbiamo la responsabilità di una presenza. Non a caso Papa Francesco diceva, parlando dei nonni, che, come sapete, lui ha molto valorizzato, raccomandava ai nonni di non tirare i remi in barca, perché fino all’ultimo c’è una responsabilità da vivere di fronte a Dio, di fronte agli uomini e di fronte a noi stessi. In questi giorni mi è capitato di rileggere il Salmo 103, che ho riletto con occhi diversi, anche pensando a questo incontro, quando c’è un versetto che dice: “Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto”. È proprio quello che stiamo imparando a fare, ma abbiamo imparato anche un’altra cosa, perché il cristianesimo non cancella nulla della realtà. Tutti i nonni, tutti gli anziani possono servire alla salvezza del mondo, sia quegli attivi, cosiddetti attivi, che sono il 70% della popolazione anziana, sia quelli che chiamano fragili, perché noi sappiamo, cristianamente parlando, che l’offerta della propria fragilità al Signore credo che sia uno dei fattori maggiori per la salvezza di tutto il mondo, magari anche in questo periodo di guerre irragionevoli e irrazionali. Io spero di essere degno di questo quando la mia fragilità dovesse superare un certo limite. Ma fino a quando il Signore lo permette, la mia presenza deve essere attiva. La presenza di tutti noi deve essere anche attiva. Tra l’altro, abbiamo constatato che esiste un affetto smisurato dei nipoti verso i nonni e l’abbiamo scoperto in occasione di due concorsi scolastici nazionali che avevano come titolo “Io e i miei nonni. Esperienza e riflessione”. Il secondo di questi concorsi l’abbiamo organizzato insieme alla Cisla pensionati. È stato impressionante constatare come i nipoti sono legatissimi ai nonni e alle nonne, per vari motivi, tutti i motivi intelligenti e non solo affettivi. È altrettanto impressionante constatare come la cultura dominante abbia da sempre messo sotto silenzio questo estesissimo fenomeno. Forse a qualcuno dà fastidio sottolineare che nella nostra convivenza esistono fenomeni positivi. Un motivo in più per gridare a tutti la positività della presenza dei nonni anche dentro le comunità cristiane, molte delle quali sono distratte su questo punto e dobbiamo ammetterlo. Siamo stati aiutati in tutto questo da molti fattori, anche da molta simpatia. Il primo fattore è l’appartenenza al movimento di Comunione e Liberazione, perché il movimento di Comunione e Liberazione ci ha insegnato nel tempo, per chi è rimasto fedele, ad affrontare ogni circostanza come chiamata del Signore ad una presenza. Noi non potevamo essere assenti da questa presenza fondamentale nella storia della nostra vita, che è la presenza dei nipoti. In fondo, con i nipoti si avvera l’augurio espresso nel Salmo 128: “Che tu veda i figli dei tuoi figli”. Siamo stati molto aiutati anche da un libro molto bello che consiglio a tutti di leggere, “L’età della vita” di Romano Guardini, il quale analizza tutte le età della vita, ma in quanto legate da un filo rosso che porta tutte le vite verso un destino buono. Quando arriva a parlare della vecchiaia dice così: “Anche la vecchiaia è vita. Essa non indica soltanto l’esaurirsi di una sorgente dalla quale non sgorga più nulla, né l’affievolirsi di una vitalità che in precedenza era forte e tesa, bensì essa stessa è la vita con una propria configurazione e con un proprio valore”. Personalmente sono stato colpito proprio in questi giorni dal rileggere una frase detta da Chesterton, di cui io sono un fan, nella sua autobiografia, quando è arrivato a parlare della sua vecchiaia, ha detto: “Non si diventa vecchi senza aver fastidi, ma io sono diventato vecchio senza annoiarmi. L’esistenza è ancora una cosa mirabile per me e le do il benvenuto come a un forestiero”. Mi ha molto colpito perché mi ha fatto capire che la vita, anche per nonni ultraottantenni, rimane ogni mattina che ci svegliamo un’avventura da vivere pienamente fino a quando Dio vorrà. In questo senso ci ha molto aiutato anche il libro che ha dato spunto a questo incontro, l’ultimo libro del cardinal Scola, che ha dato anche il titolo a questo incontro, “Nell’attesa di un nuovo inizio”, un libro molto profondo, come ogni scritto del cardinal Scola, ma anche molto personale. Questo mi ha colpito molto perché l’autore confessa molto sinceramente che questo suo lavoro è stato originato dal fatto che “la vecchiaia mi è venuta addosso con un’accelerazione improvvisa e per molti aspetti inaspettata”. Dopo aver affermato che spesso la malattia è stretta compagna del tempo della vecchiaia, con altrettanta sincerità scrive che “personalmente la sto vivendo in tutta la sua durezza, ma nel contempo nella sua misteriosa fecondità”. Parla di fecondità a proposito della vecchiaia e poi affronta senza veli e senza sentimentalismi il tema centrale e angoscioso per tanti, quello della morte, tema fondamentale per gli anziani. È inutile che ce lo nascondiamo. A parte questa, vorrei segnalare due passaggi di questo libro che mi sembrano importanti. Uno, quello che, riferendosi ai nonni, sottolinea la grande competenza educativa dei nonni, sottolineando come i nonni debbano essere i primi educatori della fede dei propri nipoti. Poi c’è una frase per me vertiginosa che è questa: “La domanda di salute è al fondo domanda di salvezza”. Mi ha colpito perché questa frase fissa il giusto orizzonte per tutta la problematica sanitaria che investe naturalmente molto la nostra età. Il punto del libro che più mi ha colpito è quello contenuto nel capitolo 9, intitolato “L’aldilà e il centuplo quaggiù”, dove Scola cita due nostri grandi amici di cui sono certo Santa Madre Chiesa riconoscerà con i tempi dovuti la tempra della santità. Il primo, la prima citazione di Don Pigi Bernareggi, per quasi cinquant’anni vissuto missionario in Brasile, il quale, entrato nell’età della vecchiaia, diceva che “quando invecchiamo, il tempo passa più veloce perché è una caratteristica del tempo essere sostituito dall’eternità”. Don Luigi Giussani, grande maestro, ma anche grande amico, usava molto spesso la parola “centuplo” come segno distintivo della convenienza di essere cristiani e Scola fa questa citazione: “Centuplo quaggiù. Capite cosa vuol dire? Che vorrò bene cento volte di più a mia madre, a mio padre, al ragazzo, alla ragazza, agli amici. Cento volte di più sarò in grado di sopportare le difficoltà della vita”. Il cardinal Scola trae dalla considerazione di queste grandi citazioni una folgorante conclusione: “Possiamo dire allora che il centuplo, naturalmente connesso con l’aldilà, è l’irruzione dell’Eterno nel quotidiano”. Grande e consolante considerazione e anche convincente. Un caro amico iscritto alla nostra associazione qui presente oggi ha così commentato questo passaggio di Angelo Scola: “Il centuplo quaggiù si manifesta tramite fenomeni sperimentabili, ma non è circoscrivibile ad essi”. Il che significa che allora è vero che la novità cristiana ci fa vivere in questo mondo cose dell’altro mondo, come usava dire Don Giussani e come è già stato ricordato. A partire dalla considerazione sperimentabile del centuplo, la nostra vita viene rivoluzionata, nel senso che non c’è più spazio per la lamentela, che mi pare uno sport molto praticato sia nel mondo che in molte comunità cristiane, perché anche il nostro limite viene superato, pur rimanendo, perché un altro criterio, un’altra esperienza si sono conficcati per sempre dentro la nostra esperienza quotidiana. Il miracolo è che il centuplo può essere vissuto anche nell’età avanzata dei nonni e degli anziani, perché tutto ha senso, sia il vigore che la debolezza. È questo che non capiscono i cantori della libertà che sarebbe insita, suprema bestemmia nell’eutanasia e nel suicidio assistito. In sostanza, al cristiano è dato di iniziare l’esperienza dell’Eterno già in questo mondo pieno di limiti e di difficoltà. Quest’ultima considerazione mi fa dire, collegandomi al titolo del Meeting di quest’anno, che anche i nonni, con tutti i loro acciacchi, ma anche con tutta la loro saggezza accumulata negli anni, sono, o comunque possono essere, ancora mattoni nuovi per costruire anche nei luoghi deserti di oggi, proprio perché i nonni sono ancora pienamente protagonisti della vita familiare e sociale in ogni circostanza. Tra i compiti specifici di questi sempre nuovi mattoni vi è quello di ricreare, qualora non ci sia più, una nuova alleanza tra generazioni. Questo è il compito principale con il quale la nostra associazione intende proseguire il proprio cammino, in quanto lo riteniamo un tema essenziale per tutta la nostra convivenza, tant’è vero che investe parecchie tematiche attuali e future. Confidiamo, anzi, siamo sicuri di non essere soli in questa battaglia che riguarda tutti. Grazie.
FRANCESCO INGUANTI
Grazie. Prima di dare la parola a Don Carmelo, io vorrei rendere concreto il ringraziamento a proposito del luogo che ci ospita, che è duplice. Il luogo è il Meeting, il quale ha bisogno, oltre che della nostra benevolenza, della diffusione delle sue attività, anche di quello che si chiama molto concretamente sostegno economico. Ci sono mille modi per farlo, non li elenco, ma ciascuno contribuisca con la generosità di cui è capace. Il secondo luogo è questo dove ci troviamo, che è Tracce, che noi possiamo ringraziare oltre che con le preghiere, anche con azioni più concrete e immediate. Primo fra tutti l’abbonamento, perché Tracce si regge fondamentalmente dagli abbonamenti. Abbonarsi significa diffondere la rivista e sostenerla economicamente. Il secondo modo è quello di vedere periodicamente, continuamente e assiduamente il sito. Il sito di Tracce non è semplice, è complesso, perché è complessa la nostra vita e quindi l’invito che facciamo è di visitarlo magari quotidianamente per trovare lì un’infinità di opportunità, di sollecitazioni, di giudizi di cui magari talvolta ci lamentiamo, ma che avremo a portata di mano. Con ciò io non aggiungerò altro alla fine. Do subito la parola a Don Carmelo, che è l’ultimo intervento.
DON CARMELO VICARI
Grazie. Cercherò di essere breve, perché anche Tracce ha bisogno di finire in tempo. Io non mi sono mai occupato degli anziani e gli anziani non hanno mai rappresentato un problema, mai mi sono dovuto riferire perché accadevano dei fatti e nella mia coscienza l’anziano o l’anziana non hanno mai suscitato problematiche. Sono figlio di una generazione in cui viveva ancora la civiltà contadina e sono stato formato e strutturato innanzitutto dal rapporto con i miei nonni. Amavo molto mia mamma, amavo molto mio papà, ma il soggetto educativo erano i nonni. Per la stabilità, la certezza, la positività dello sguardo. Io mi accorgevo che i miei genitori ogni volta che si trovavano in difficoltà guardavano ai loro e a me veniva spontaneo seguire i genitori e andare ai nonni. Tant’è che andavo a dormire dai miei nonni fin da piccolino. Che cosa mi portavo dai nonni? L’eredità. C’è una visione unitaria, uno sguardo totale sulla vita, e sono stato introdotto a tutti gli aspetti della vita, anche a quelli gioiosi e dolorosi. Non avevano paura di introdurci negli aspetti più drammatici. Spesso nella vita ho sentito che i genitori avevano paura di portare i bambini a vedere i morti. Io questo non l’ho vissuto. Afferrato per mano mi conducevano e così in tutte le fasi della vita. Ora ho assistito anche alla dissolvenza e all’estinzione totale di questa civiltà con l’irruzione dell’immigrazione per i miei in Francia, Germania e poi il Nord Italia e assistevo allo spegnersi di questi grandi uomini, di queste grandi donne e ho provato un dolore infinito. Poi mi hanno afferrato i genitori e mi hanno portato in Lombardia e mi sono disfatto perché non ero in grado, adolescente, di portare l’eredità dei miei nonni, affrontare tutto il ’68. Ho iniziato dal ’67 le scuole superiori adolescente, l’ho finito nel ’72 e i genitori non erano in grado di essermi compagni. È dovuto avvenire una grazia, che è stata poi al quinto anno l’incontro del movimento per poter finalmente gioire, recuperarmi da una vita insensata e disfatta, e riacquistare l’eredità dei nonni. Una visione unitaria, cattolica, convincente, però non vecchia, nuova. Un giorno i genitori e le zie mi hanno detto: “Carmelo, ci devi fare un favore, devi scendere giù e afferrare il nonno che era cieco e ancora combatteva e voleva lavorare, ma si voleva sposare”. Dice: “Ma scusate, perché tocca a me? Tocca ai figli, tocca a voi? Non riusciamo a convincerlo”. Dice: “Solo tu ci puoi”. Io faccio il viaggio, ritorno e incontro quest’uomo e chiedo: “Nonno, ma è vero, naturalmente sono stato un mese, ma è vero che ti vuoi sposare?” Dice: “Sì, perché tutti se ne sono andati e io devo continuare la vita”. “Sì, ma come pensi?” Dico: “Ma ci vuole una che almeno mi faccia compagnia, mi lava le camicie e poi mi lava i piatti”. Dico: “No, non le lava più nessuno. Ci sono le lavatrici, ci sono le lavastoviglie. Ma tu pensi che ti sposano per questo? Guarda che ti finisce male”. Poi l’ho accompagnato in campagna e aveva un asinello piccolo, ma io l’ho guardato e i piedi toccavano la terra. Dico: “No, non ti faccio una domanda, ma è l’asino che ti porta o sei tu che porti l’asino?” Dice: “Cosa vuoi dire? Ma tipo quei bambini che poggiavano i piedi per terra. Non puoi finire così. Non è dignitoso, nonno. Non puoi portare nell’infamia e nel ridicolo la tua vita”. “E che devo fare?” “Devi venire con me, devi seguirmi”. “Ma io sono vecchio, mi devi seguire”. “Con me dobbiamo andare a un nuovo inizio. Una nuova vita, nonno. Io questa te la posso offrire. Qui finisci male”. Quell’uomo mi ha seguito. Vado al secondo fatto veloce perché questo vorrei fare con tutti gli anziani e con l’aiuto di tutti i giovani. Uno sguardo di stima, di simpatia verso coloro che ci hanno preceduto e riportare tutta la loro eredità, però in una fase nuova, in un inizio nuovo, in una storia e una modalità diversa che è possibile. Mi iscrivo all’università, incontro Giussani e con quest’uomo mi viene l’intuizione del sacerdozio, non vi sto qui a descrivere e paradosso un giorno mi chiede: “Senti, sei disposto a tornare in Sicilia, a Palermo, perché c’è una richiesta?” Dico: “Giussani, mi sembra un ritorno indietro, non è che proprio mi piaceva. Io volevo andare in Cina, volevo andare in Messico”. “Prova”. Ecco, io ritorno a Palermo, ma non per sentimentalismo, ma per un nuovo inizio, con un nuovo sentimento. Era vocazionale e missionario. In questa avventura, non compresa dai miei genitori, poi ho portato loro e ho portato anche tutto il resto e tanti altri amici. Su questa fase vi dico solo veloce. Io mi sono occupato per vent’anni di una tematica. Sono arrivato a Palermo nell’80, avevano appena ucciso il presidente Mattarella, poi l’anno dopo uccidono i due grandi capi della mafia. L’anno successivo ancora Carlo Alberto dalla Chiesa. Ritorno una volta da Giussani e mi dice: “Carmelo, ma cosa sta succedendo?” Dico: “Giussani, così avevo trovato una città brillante, piena d’entusiasmo. Ma sta succedendo il pandemonio, c’è una guerra, ammazzano tutti i giorni”. E lui mi dice: “Senti, con tutta sincerità, ma te la senti di rimanere? Se non te la senti, io farò di tutto per farti ritornare e andare altrove”. Dico: “Ma tu, dopo che ci siamo decisi ad andare e ci siamo legati e abbiamo cominciato a voler bene a questa gente, credi che si possa disertare? Che testimonianza sarebbe questa che nel momento della difficoltà ci ritiriamo per cercare un rifugio più sicuro? Io resto”. I dieci anni dagli ’80, decennio tragico, ’90 fino a metà del primo decennio, io mi sono occupato della mia città, della mia regione e della nostra nazione a partire dalla problematica della mafia. La Chiesa aveva una problematica, la pastorale antimafia. Io dicevo che non c’è una pastorale antimafia, c’è una pastorale dell’evangelizzazione per affascinare di nuovo il siciliano sulla possibilità che l’uomo vero è il cristiano, altrimenti è inevitabile che si concedano all’uomo, ma all’eroe. Quindi una proposta di bellezza di vita per conquistare cuore e mente. Ecco, io di vecchi non me ne sono interessato. Ho cominciato a interessarmi nell’ultima parrocchia, nell’ultimo decennio, perché lì ho incontrato in una parrocchia ricca tutte le problematiche degli uomini moderni, delle famiglie moderne e dei vecchi abbandonati, soli e disperati. Ho cercato di intervenire con le nostre forme di aiuto, ma in realtà sono stato sfidato dall’ultima cosa, o penultima, che vi dico, da un gruppo di giovani che mi aggredisce sulla Chiesa e sulla pastorale, sulle proposte perché non erano più convinti e mi dicono questo che è un motivo veramente di spinta: “Ma lo sai, parroco, che tu e i tuoi colleghi siete dei residui, dei sopravvissuti?” Dico: “Cosa volete dire?” “Che appena mia nonna e i nostri nonni moriranno, voi scomparirete”. Io mi sono posto la domanda, per essere sintetico: “Ma chi sono veramente i nonni?” Sì, è vero. La Chiesa è piena di gente anziana, la parrocchia, la diocesi e anche il movimento. Questa lamentela l’ho sentita anche nel nostro movimento di Comunione e Liberazione: “Ma siamo vecchi, la maggior parte è vecchia”. “Ma chi sono i vecchi?” I giovani mi avevano detto con chiarezza: “Sono il segno evidente della fede cristiana. Sono i testimoni. Non sono i malati, non sono quelli allettati, non sono gli abbandonati, sono i compagni di Gesù, sono i soldati che il Signore si ritrova in questo momento, sono il segno sacramentale innanzitutto di tutte le problematiche che poi bisogna affrontare e lo indicano presente”. Io non sono convinto che scomparirà il cristianesimo, quelli non sapevano di che cosa parlavano. So soltanto che ho capito che con gli anziani bisogna parlare alla pari. Non esistono i vecchi, i giovani, i sani, i malati. In Cristo siamo uno e tutti chiamati ad essere segno e testimone. Questo sì, è vero. Questo è l’inizio del mio interessamento per gli anziani e io mi sono disposto ad essere, come dire, un colonnello dell’esercito del mio generale che è Gesù, dentro la guerra che si va nel mondo. Devo organizzare questa squadra, ognuno al suo posto, per la vittoria che non è facoltativa. Noi dobbiamo far splendere l’uomo vero, l’uomo reale. Non so come andrà a finire la guerra in Ucraina, non so neanche in tutte le altre guerre, ma questa di far splendere l’umano nella sua integralità con l’aiuto dei vecchi, dei giovani, dei piccoli, dei grandi, degli sciancati e dei malati e dei peccatori e dei graziati. Questa lo dobbiamo fare ed è questa una delle ragioni per cui poi ho aderito, sollecitato da Francesco, che mi chiedeva una vacanza per gli handicappati vecchi, cioè quelli che proprio bisogna portarli con le sedie, altrimenti neanche si spostano. “Sì, purché sia dentro questa roba”. Ho detto a Peppino: “Peppino, se questo è per far splendere il carisma del movimento ed è utile per incrementare questa storia che è destinata ad incrementare la storia della Chiesa e quindi la storia dell’umanità per un nuovo inizio, sì. Semplicemente per aggiustare o consolare non ne vale la pena”. Ho due cose finali. Due cose ho fatto. A volte si presentano delle signore intristite e mi dicono: “Siamo tristi, padre Carmelo”. “Perché?” “Non sopportiamo più i nipoti che ci dicono che non capiamo più e ci fanno capire che prima ce ne andiamo meglio è. Perché mi diceva che avevano chiesto di essere aiutata a imparare a usare il computer e i nipoti dicono: “Ma no, lasciate perdere”. I nipoti sono impazienti, non sono quelli che possono aiutare i nonni. Io ho capito che il desiderio di quelle donne dovevo sostenerlo. Dico: “Ma voi ve la sentite di imparare?” “Sì, dobbiamo dare inizio all’università informatica della terza età, però bisogna trovare dei maestri”. Do un avviso in parrocchia, dico: “C’è questa esigenza”. Si presenta un professore ingegnere in pensione, dice: “Sì, io me la sento, però ha una condizione, che tutte devono venire con la borsetta, il computerino portatile”. Abbiamo fatto per due tre anni i corsi di formazione informatica con tutte queste vecchiette che venivano col loro computerino. Poi io ho inventato una specie di laurea finale finta, la premiazione, la gioia di una quando riuscì a mandare la prima email al figlio in America. Toccava il cielo. E io ero contento di aver soddisfatto il suo desiderio. E un’altra anziana quando mi dice: “Io ti voglio mettere a posto l’intera biblioteca della parrocchia e te la schedo”. L’ha fatto! Protagoniste della vita della comunità e poi le catechiste. Ma il secondo episodio è il Covid, la paura, l’angoscia, l’ansia, tutti morivano soffocati, non c’era la possibilità di essere soccorsi, mi vengono in delegazione, mi dicono: “Non possiamo sopportare che possiamo essere ricoverati e anche gli stranieri, i turisti che vengono a Palermo, ricoverati che non possono essere soccorsi perché mancano i macchinari. Vorremmo regalare un macchinario ventilatore al nostro ospedale. Nessuno deve essere non soccorso”. Abbiamo fatto questa raccolta nel giro di poco tempo, abbiamo regalato all’ospedale di riferimento di Palermo il miglior ventilatore polmonare che siamo riusciti a comprare negli Stati Uniti. Lo abbiamo fatto arrivare. Finisco il libro di Scola che io ho visitato venendo prima qua a Lugano. Termina dove lui affronta poi le questioni decisive e quindi parla della morte, del giudizio, dell’inferno, del paradiso, del purgatorio. Signori, io pensavo di aver finito con tutte queste operazioni, se non che il vescovo mi dice: “Mi devi dare un aiuto finale, Carmelo, perché io vado verso la pensione adesso, spero di arrivarci, alla pensione civile. Pensione, ma non della vita. Mi devi aiutare a tirare su l’educazione di una confraternita che si interessa ad un cimitero”. Quindi devo diventare più cristiano e far diventare più cristiano ancora e aiutare quelli che si interessano dei morti ad essere più cristiani. Ma devo aiutare anche le famiglie che portano i morti e mi toccherà parlare di morte, giudizio, inferno e paradiso. Perché tutti mi stanno ponendo domande: “Ma ci andiamo tutti in paradiso? Ma il Signore ha questo posto grande?” Ho dovuto dire a qualcuno: “Ma non è la regione siciliana dove si fa un concorso, alcuni vincono, gli altri no e c’è posto per tutti. Solo chi non fa la domanda non ci va. Ma chi domanda di andarci ci andrà. Ma ci riconosceremo?” Domanda. Dico: “Certo che ci riconosceremo, solo che non avremo la faccia così. Ci dobbiamo preparare a vedere facce splendenti. Non so a che età, non importa, ma saranno facce belle e anche la tua”. Ho richiamato i miei confratelli nella prima messa del 2 novembre. Dico: “Guardate che noi non siamo i becchini, siamo accompagnatori dei morti e non siamo qui per celebrare la morte. Chi viene al camposanto deve tornare a casa col cuore lieto perché deve capire che portiamo i morti qua perché c’è Cristo risorto che riscatta la vita”. Ecco, noi vorremmo nel mondo di oggi, nel deserto di oggi, costruire con mattoni nuovi un nuovo inizio con vecchi, adulti, giovani, infanti, malati e sani, atleti e sciancati e questa è una bella avventura e quindi ne vale la pena.
FRANCESCO INGUANTI
Grazie. Buon lavoro a tutti.










