NELLA PROVA SI VIVE - Meeting di Rimini
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NELLA PROVA SI VIVE

Nella prova si vive

Partecipano: Antranig Ayvazian, Capo Spirituale degli Armeni Cattolici dell’Alta Mesopotamia, Siria del Nord; Massimo Ilardo, Direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia; Nawras Sammour, Incaricato del Jesuit Refugee Service per il Medio Oriente e il Nord-Africa. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione. Intervento conclusivo di Emilia Guarnieri, Presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

 

NELLA PROVA SI VIVE
Ore: 15.00 Auditorium D5
Partecipano: Antranig Ayvazian, Capo Spirituale degli Armeni Cattolici dell’Alta Mesopotamia, Siria del Nord; Massimo Ilardo, Direttore di Aiuto alla Chiesa che Soffre – Italia; Nawras Sammour, Incaricato del Jesuit Refugee Service per il Medio Oriente e il Nord-Africa. Introduce Roberto Fontolan, Direttore del Centro Internazionale di Comunione e Liberazione. Intervento conclusivo di Emilia Guarnieri, Presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

ROBERTO FONTOLAN:
Il Meeting è gioia, il Meeting è sorriso, lo dicevamo anche poco fa col nostro padre Antonio. Il Meeting è esperienza di incontro e chi viene desidera tornarci, ma in questi giorni il Meeting è anche un cuore dolente, perché la gioia non è vera, l’incontro non è autentico se non abbraccia, se non vibra del dramma umano. Così ci siamo accompagnati lungo tutta questa settimana ai tanti uomini che soffrono e che sono perseguitati. Abbiamo cercato con le nostre povere forze di essere loro vicini: siamo con voi, siamo per voi, come ieri in quel grande incontro sulla libertà religiosa è stato detto più volte; e da qui l’appello dei cristiani perseguitati, lo voglio ricordare ancora una volta, continueremo a diffonderlo e a chiedere il sostegno per portarlo al Governo italiano come tema qualificante del semestre italiano di Presidenza europea del 2014. Ma nella compagnia a chi vive nel dolore non diamo soltanto, anzi spesso riceviamo molto più di quel che diamo, di sicuro impariamo e desideriamo continuare a imparare. Viviamo l’emergenza uomo e per questo abbiamo sete di vedere, di conoscere, di capire, di abbracciare. E allora vorrei dire che questo incontro conclusivo del Meeting è particolarmente commovente, perché dalla Siria, precipitata in una voragine di morte e di sangue, sono arrivati due grandi amici; essi, possiamo dire, incarnano il nostro titolo di oggi, “Nella prova si vive”, sono l’esempio vivente di una vita nella prova. Vorrei presentarvi padre Antranig Ayvazian, padre Antonio, Capo Spirituale degli Armeni Cattolici dell’Alta Mesopotamia nella Siria del Nord, che ha fondato scuole e università, case di accoglienza e centri per i giovani, ospedali e istituti per disabili. La sua vita è una lotta. Ora è anche rappresentante del programma alimentare mondiale World Food Program per il nord-est della Siria. E qui accanto a me c’è anche padre Nawras Sammour, incaricato del Refugee Service dei Gesuiti per il Medio Oriente ed il Nord Africa, vive a Damasco e si occupa instancabilmente, giorno e notte, dell’aiuto agli sfollati, agli abbandonati, a quei detriti umani che la guerra provoca e di cui nessuno si occupa, o pochissimi si occupano. Dopo di loro prenderà la parola Massimo Ilardo, Direttore per l’Italia di Aiuto alla Chiesa che Soffre, una entità che conosciamo bene al Meeting, ma lo presenterò dopo. Ora, prima di dare la parola a padre Antonio, vorrei proporvi di vedere insieme un filmato che ci porta in un’altra situazione, un filmato realizzato in Nigeria, in una regione del mondo e di quel Paese particolarmente difficile da raggiungere, e su cui è difficile raccogliere notizie. E’ una regione nella quale i cristiani sono minacciati di un vero e proprio annientamento. E’ un filmato che ci è stato portato da un free-lance, che si chiama Riccardo Bicicchi, che è qui con noi, lo salutiamo, grazie, perché ci vuole un certo coraggio per cercare di portare a noi informazioni da certe regioni del mondo, è un pezzo di un progetto più grande, più complesso e finora questo è ciò che Riccardo ha realizzato; è stato pubblicato dal sito del Corriere della Sera, per questo vedrete nel filmato il marchio corriere.it, ma è importante perché ci fa capire l’ampiezza, le dimensioni, la vastità di questa emergenza uomo. Allora lo vediamo insieme e poi faremo la nostra conversazione sulla Siria di oggi.

“Video”
ROBERTO FONTOLAN:
Vorrei ringraziare ancora Riccardo per questa testimonianza, da questa realtà dove tanti nostri fratelli vivono così duramente e muoiono così duramente. Ora vorrei dare la parola a Padre Antranig Ayvazian, Antonio Ayvazian, per raccontarci qual è la realtà dei cristiani in Siria e come si può vivere, come si riesce a vivere nella prova.

ANTRANIG AYVAZIAN:
Buona sera a tutti, io ringrazio di cuore tutti quelli che hanno fatto il possibile per invitarci a questo Meeting bellissimo, a cominciare dalla famiglia Buccellati, da Padre Carrón e dalla Dottoressa Guarnieri. Con questo saluto di ringraziamento, io vorrei cominciare con la lettura dell’appello del Santo Padre, appello per i cristiani perseguitati, per poter poi capire perché io ho messo questa carta geografica della Siria per sapere che cosa succede in quel Paese. Il Santo Padre dice: “Un pensiero infine ai cristiani che in varie parti del mondo si trovano in difficoltà nel professare apertamente la propria fede e nel vedere riconosciuto il diritto a viverla dignitosamente. Sono nostri fratelli e sorelle, testimoni coraggiosi, ancora più numerosi dei martiri dei primi secoli, che sopportano con perseveranza apostolica le varie forme attuali di persecuzione. Non pochi rischiano anche la vita, per rimanere fedeli al Vangelo di Cristo. Desidero assicurare che sono vicino con la preghiera alle persone, alle famiglie, alle comunità che soffrono violenza ed intolleranza e ripeto loro le parole consolanti di Gesù: Coraggio io ho vinto il mondo!”.
Carissimi io sono nato in Siria, sono Armeno puro sangue, non sapevo niente di ciò che è successo ai miei genitori ed ai miei antenati. Ho aperto gli occhi in un mondo, in una città che si chiama Kahmishli, nel nord della Siria, che vedete nell’angolo, poi cominciammo ad andare alla scuola cattolica, non sapevamo niente, eravamo assieme a tanti bambini, tanti ragazzi, andavamo in Chiesa, non sapevamo chi era cristiano, chi era ebreo, chi era musulmano, andavamo a Messa insieme, servivamo la Messa insieme, musulmani, ebrei e cattolici. Era così questo Paese quando noi siamo nati e cresciuti in quel Paese. La Siria dell’infanzia era la Siria d’accoglienza, poi abbiamo saputo che noi altri Armeni eravamo stati massacrati e quelli che erano rimasti di questo grande popolo erano passati in Siria, dove avevano trovato accoglienza, amicizia e subito cittadinanza. Non è per caso che in Siria oggi tre sedi Patriarcali di Antiochia sono a Damasco. Noi sappiamo che in questo mondo non c’è la repubblica di Platone. Da per tutto ci sono esigenze, c’è povertà, ci sono ingiustizie, non c’è un mondo dove l’uomo trovi tutto quello che vuole realizzare come ambizione sua. Ma in Siria almeno noi cristiani, musulmani ed ebrei eravamo una sola famiglia. Per me ragazzo, il più bel giorno della mia vita era quando arrivava la Pasqua ebrea e quando il mio socio, gran fratello della famiglia Rachmun, portava il pane azzimo in quantità e noi lasciavamo tutto quello che la mamma aveva preparato e non mangiavamo altro che questo pane. Eravamo così contenti, felici e questo socio di mio fratello, vedendo la nostra gioia, ritornava a casa e ne portava ancora dell’altro. Così abbiamo cominciato la nostra vita in questa Siria. Dopo la scuola in Libano poi a Roma, poi in Francia e poi ancora in Libano, abbiamo cominciato a sentire parlare di confessioni, di musulmani, cristiani, drusi, di sunniti, sciiti, cattolici, ortodossi, per noi era una storia veramente nuova, non riuscivamo a capire che cosa succedesse. Ma era il terreno che si preparava per gli avvenimenti che oggi noi viviamo. Un giorno scoppia la guerra del Golfo e migliaia e migliaia di profughi dall’Iraq arrivano nella nostra regione. Subito abbiamo aperto le nostre Chiese, i vescovati, tutto. Abbiamo accolto questi Iracheni, poi abbiamo visto che non soltanto c’erano alcuni profughi che venivano a causa della guerra, ma c’era un esodo sistematico di tutti i cristiani dell’Iraq, uno svuotamento di quel Paese dai cristiani. Arrivarono in Siria più di 1 milione 400 mila cristiani, tra Assiri, Caldei, Armeni, Siriaci. E pian piano nell’Iraq non rimase quasi più niente. Dopo di che arriva la Primavera araba, così chiamata, il caos creativo. Dicono che ci sono nei nostri Paesi tante ingiustizie: può darsi, è vero, siamo d’accordo. Ma dove non ci sono ingiustizie in questo mondo? Abbiamo visto in Nigeria, dove? Guardate la mappa geografica di tutto il mondo. Su 198 paesi membri dell’ONU, dove c’è tutta la giustizia voluta dall’uomo nelle sue ambizioni più vere e giuste? Quando è scoppiata questa Primavera araba in Tunisia e poi in Egitto, in Libia, noi siriani pensavamo che fosse impossibile che arrivasse anche nel nostro Paese. Pensavamo di essere un Paese dove c’è tolleranza, dove siamo una grande famiglia, eppure un giorno, il 15 di marzo 2011, abbiamo sentito che nella città di Darah, nel sud della Siria, erano avvenuti degli avvenimenti dolorosi: bambini imprigionati, violenze, uccisioni. All’inizio sentivamo che dei tanti poliziotti uccisi davano nome e cognome, la data, poi solo un numero, alla fine né nome, né cognome, né numero. Non sappiamo più il numero vero delle vittime di questa guerra e pian piano l’espansione geografica del conflitto arriva anche alle porte delle nostre città. Questo sviluppo drammatico ed estensione del conflitto ha messo la Chiesa, tutta la Chiesa, Ortodossa, Cattolica, Protestante, tutta la Chiesa, davanti a una questione molto speciale: che cosa fare con i nostri parrocchiani, i nostri fedeli? Come aiutarli? Già i bombardamenti arrivavano anche nei nostri quartieri, le vittime non si contavano, abbiamo fatto un appello alla Santa Sede, a tutti i movimenti di aiuto. Ma le cose non sono finite lì. Noi diciamo che quando c’è una ingiustizia, una ingiustizia non si corregge con un’altra ingiustizia e due ingiustizie non fanno la giustizia. In questa Siria amata, come dice il Papa Francesco, sono stati rapiti ed uccisi tanti sacerdoti, anche Vescovi, Arcivescovi, sacerdoti e tanti, tanti laici. Dove sono? Chi sa come stanno? Chi può dire se sono vivi o morti? Nessuna risposta! Dove sono le grandi potenze? Dov’è L’ONU? Insomma, due arcivescovi, due sacerdoti, non parlo di quelli decapitati, come Padre Francesco Morrà. Vorrei mostrarvi la situazione della Siria. Ecco, la prima Chiesa che vedete è stata la Chiesa degli armeni-ortodossi di Aleppo che è stata bruciata. Hanno detto gli abitanti del quartiere: “Dovete lasciare la Città, un cristiano non può vivere in mezzo a noi”. Quando ho sentito la notizia ho detto: “E’ impossibile che un siriano abbia detto queste parole ad un altro siriano”; questo non fa parte della cultura siriana, dobbiamo sapere chi sono questi. Poi un giorno mi hanno telefonato che era stato occupato l’ospedale davanti alla nostra cappella di Margadà, dove abbiamo messo i resti dei martiri armeni uccisi in Turchia. Mi sono messo in contatto con questi signori, all’inizio non hanno voluto rispondere, poi a mezzanotte, alcuni minuti prima di mezzanotte, mi telefona il guardiano e dice: “Vogliono parlare con te”. Dico: “Che cosa fate? Questo ospedale è al servizio dei poveri. Non c’è nessun cristiano in quella regione. La cappella è fatta soltanto per mettere le ossa dei nostri martiri, le reliquie sono per noi”. Hanno detto: “Se hai il coraggio di venire, vieni per vederci”. L’indomani parto con la mia macchina, da solo, arrivo in mezzo a tanti militari con le loro mitragliatrici, con le loro armi, le bombe, escono fuori una dozzina di guerriglieri, li saluto, ma non rispondono, dico in arabo “assalam aleikum” e nessuno risponde. Poi si è avvicinato uno che parlava arabo e mi ha detto: “Io sono del Qatar, mi chiamo Faisal Mohammed Huarache”. Portava un cellulare americano e dice: “Noi siamo qui e vogliamo i cadaveri dei nostri martiri”. “Che centrano i vostri martiri con questo ospedale e con questa chiesa?”. “Noi faremo saltare tutto se non ci ridate i corpi dei nostri martiri”. Ho detto allora: “Mille grazie, ne parlo con il Governatore”. Non erano entusiasti, avevano paura per la mia sicurezza, ma testardo come sono andato, ho preso con me alcuni giovani, bravissimi come adesso vediamo qui questa moltitudine di giovani qui con tutta questa buona volontà, e siamo andati alla ricerca di questi cadaveri sui campi di battaglia. Quando il primo cadavere è stato trovato, già i cani e le volpi avevano mangiato una parte dei piedi e della gamba, erano contentissimi. Ecco una testimonianza: la violenza c’è, ma quando uno si avvicina a questa gente, si può trovare un dialogo, un modo di parlare umano, sono brava gente. Quando ho chiesto: “Ma che cosa fate qui ?” Mi hanno risposto: “Noi abbiamo avuto l’ordine di venire in questo Paese perché è una Paese di infedeli, dobbiamo farvi ritornare l’Islam e per questo dobbiamo uccidere e distruggere. Noi non capiamo niente della politica, noi non sappiamo chi è al Governo, noi abbiamo un solo scopo, rendere questo Paese al vero Islam, cioè non lasciare infedeli qui”. Ho detto: “Ma io sono un infedele”. Portavo la croce, portavo l’anello, portavo la sottana sacerdotale, con tutto rispetto questi hanno detto: “Tu hai fatto il tuo dovere umano, ma noi abbiamo altri scopi”. Purtroppo è cominciato poi la distruzione sistematica delle Chiese, come vedete, non soltanto il quartiere cristiano e la chiesa. Questo è soltanto il minimo che si può dire a voi di quello che è successo con le nostre chiese. Nella città di Dersor non abbiamo più nessuna chiesa, non abbiamo più nessun cristiano, e nella nostra chiesa cattolica, dopo averla distrutta completamente, hanno trasformato l’aula dei giovani in un tribunale della sharia islamica. Una decina di giorni fa, prima di venire qui, ero in Armenia, i guardiani mi telefonano e dicono: “Sai, questi signori sono venuti, sono saliti sulla cappella, hanno preso la croce di metallo, abbastanza grande, e l’hanno portata come prigioniero di guerra, prigioniero di guerra”. Dopo due giorni, ricevo la notizia che la croce è stata processata e come giudizio doveva essere ridotta in pezzi da davanti e da dietro, secondo la traduzione del verso coranico, perché simbolo di idolatria. Ho detto: “Va bene, se volete vi manderò ancora altre venti croci, se è così, nessun problema”. Questa è la situazione oggi. C’è violenza, c’è violenza dappertutto, oggi noi come cristiani già sappiamo che la nostra vita diventa quasi impossibile. 562 mila cristiani hanno già lasciato il Paese, ma sanno dove andare, alcuni hanno venduto tutto quello che avevano, era gente per bene, avevano tutto: magazzini, case, lavoro. Altri non sanno dove andare, stanno nei campi, sia in Libano, che in Svezia, che in Germania, che in Armenia, da per tutto nel mondo, anche in Italia alcuni. Questa distruzione delle chiese non è finita lì, hanno cominciato a processare non soltanto i sacerdoti, i vescovi viventi, sono arrivati a processare anche le statue. Vedete questa foto? E’ la Madonna, la statua della Madonna che è sta nel villaggio di Knaie, un villaggio completamente cattolico, di armeni latini. Hanno processato la statua: prima è stata fucilata sul volto perché non portava il velo completo sulla faccia, e secondo doveva essere decapitata, perché simbolo di idolatria, di paganesimo. Questo è inconcepibile in Siria, gli amici nostri che conoscono questo Paese, penso sappiano che una cosa del genere non poteva succedere. Vedete dove si arriva con questi avvenimenti. Lascio questa foto sullo schermo e cedo la parola.

NAWRAS SAMMOUR:
Innanzitutto vorrei ringraziarvi di avermi invitato al vostro Meeting, al vostro incontro, è una vera allegria, una gioia, una ragione di felicità e un onore per me esser qui. Dopo aver visto le immagini veramente tristissime di quello che succede in Siria, incomincio col dirvi subito che nessuno, assolutamente nessuno in Siria, oggi, è in grado di parlare in modo obiettivo della realtà siriana. E’ ipercomplesso e ipercomplicato, quindi un’impostazione unica per poter capire la realtà sarebbe veramente inutile. Quindi inizio, a seguito delle ultime immagini presentate, le immagini tristissime, dolenti che abbiamo visto. Vi vorrei tracciare un quadro con un retroterra, con un background cupo, direi proprio nero. In Siria oggi noi non possiamo più parlare di un luogo tranquillo, di un luogo in cui si sia risparmiati dalla violenza e dalle atrocità. Questo non esiste più. Oggi si parla secondo le stime delle Nazioni Unite e degli altri organismi di stato e non di stato, si parla di oltre centomila morti, non ci sono statistiche veramente ufficiali, di cui quasi quindici mila bambini e la cifra mi sembra sfortunatamente attendibile. E direi che il totale rischia di raddoppiare, se non addirittura di triplicare entro la fine dell’anno, se questa carneficina continuerà con lo stesso ritmo. E non contiamo le persone scomparse, le persone rapite, le persone arrestate. Si parla anche di tre milioni e mezzo di persone sfollate all’interno, cioè di siriani che rimangono in Siria ma che la violenza ha obbligato a lasciare le loro case, ad andarsene verso altri luoghi siriani e per la maggior parte di loro senza nulla, se non i vestiti che avevano addosso. Queste persone hanno bisogno di tutto, assolutamente di tutto, alcuni hanno dovuto sfollare più volte, sono andati in un luogo per ripararsi, hanno dovuto cambiare luogo, perché arrivati in un luogo che pensavano tranquillo, lo scoppio di nuova violenza li ha costretti a scappare e così continuano a passare da un luogo all’altro. A questi sfollati si aggiungono poi tutte le persone che, senza essere sfollate, cioè, che rimangono a casa loro, hanno subito le conseguenze degli eventi, soprattutto la disoccupazione: improvvisamente tutti vivono sotto la soglia della povertà. Parliamo di circa due milioni e mezzo di persone che hanno bisogno di aiuto, parliamo anche di quasi due milioni di persone rifugiate nei Paesi vicini, il Libano, la Turchia, la Giordania, la parte settentrionale dell’Iraq o anche in Paesi più lontani come Egitto, Algeria, senza parlare di coloro che, avendo una doppia nazionalità, hanno lasciato il Paese, come la maggior parte dell’intellighenzia, dei capitali. Il Paese si svuota. Costatiamo poi che c’è un tasso di criminalità che non fa altro che aumentare: rapimenti, sequestri per chiedere i riscatti, furti, ecc. ecc. E questo limita in modo significativo la possibilità di spostarsi da un luogo all’altro, anche nei luoghi tranquilli e calmi. Passo ora dal retroterra cupo a un problema reale: l’ascesa del radicalismo e del fondamentalismo. E’ chiaro che oggi dei gruppi radicali di ispirazione alcaedista esistono in Siria, nessuno può negare la loro presenza. Cercano di imporre il loro modo di vedere il mondo, il loro modo di vivere e cercano di imporre tutto questo a tutti, anche a coloro che fanno parte dell’opposizione. Per loro sono la verità assoluta, secondo certe persone questi sono coloro che hanno più mezzi finanziari e quindi possono reclutare più combattenti e possono ovviamente avere più armi, più strumenti, quindi sul campo adesso sono i più temuti e i più forti. La questione che oggi si pongono tutti in Siria, anche gli esperti internazionali è: chi è il vero rappresentante oggi del potere “in Siria”? Ebbene non c’è un solo organismo, non c’è un unico rappresentante, ci sono degli ambiti che sono dominati da dei capi di guerra e questi sono i capi supremi. E poi, ultimo punto oscuro e qui parlo come cristiano, l’incertezza e l’angoscia della comunità cristiana. E’ vero che tutti i siriani sono molto preoccupati e che nessuno, assolutamente nessuno, ha il monopolio della sofferenza. Tutti i siriani oggi soffrono, ma proprio a causa dell’ascesa dell’ islamismo radicale, a causa della memoria recente, dolorosa e colpita dalla violenza, vale a dire quello che è successo e che continua a succedere in Iraq, quello che è successo e continua a succedere in Egitto, in Libano ecc., i cristiani siriani sono ancora più preoccupati degli altri compatrioti e connazionali. A dire il vero non sono generalmente presi di mira direttamente, con l’eccezione delle zone dominate dai gruppi radicali, ma essendo l’anello più debole della società, sono vittime delle atrocità e questo li colpisce più degli altri. Subiscono atrocità come gli altri, ma ovviamente l’impatto è maggiore rispetto agli altri, soprattutto per la debolezza di essere cristiani oggi, perché siamo distribuiti un po’ dovunque e perché abbiamo i nostri problemi interni, problemi e problematiche che sono numerose. Quindi, davanti a questo quadro, davanti a questo retroterra piuttosto scuro, posso dire, come nella bella mostra che ho visitato oggi, posso dire che dall’oscurità emerge la luce, nasce la luce. Realisticamente forse è la fine della cristianità in Siria, è la fine un po’ di tutta la Siria, ma se diciamo che non c’è nulla da fare al momento, per me che sono credente, che ho fiducia e che ho speranza, là dove non c’è nulla da fare significa anche che tutto è da rifare. Posso dire quindi che davanti a questa situazione drammatica, questo dramma potrebbe essere per i cristiani della Siria e del Medio Oriente un’opportunità? Io risponderei di sì, che potrebbe essere un’opportunità. E’ una grande grazia quella che io definisco la grazia di essere deboli, come diceva San Paolo, come diceva il Signore a San Paolo: “nella debolezza è la mia forza”. Quindi essendo deboli non si fa paura a nessuno e quindi si è in grado di essere aperti nei confronti di tutte le persone. Il Signore è Dio, è il Dio di tutta l’umanità, di tutti gli essere umani, di tutte le persone. Il nostro Dio è un Dio inclusivo, che riunisce, raccoglie tutti, è un Dio dell’apertura. Ecco perché in nome del Vangelo, della nostra fede cristiana, non abbiamo il diritto di dire “non si può più fare nulla”. No, al contrario, tutto deve essere rifatto, non abbiamo il diritto di abbassare le braccia, non abbiamo il diritto dello scoraggiamento, è un’avventura le cui conseguenze non sono note, non sono determinate né assicurate in anticipo. Il Vangelo non è forse una chiamata, un appello all’avventura? E’ l’avventura della croce. Noi cristiani di Siria abbiamo preso la decisione di rimanere, di lavorare, di operare in base al Vangelo, ecco perché col nostro organismo noi facciamo un lavoro di emergenza, siamo al servizio oggi di 17000 famiglie all’interno della Siria, a Damasco, ad Omsa, ad Aleppo e sul litorale siriano. Ogni famiglia riceve aiuti alimentari, ogni mese, abbiamo delle cucine, abbiamo visto l’immagine delle enormi strutture che abbiamo, serviamo 17000 persone, diamo loro dei pasti caldi a Aleppo e a 5000 persone nella regione rurale di Damasco distribuiamo altri prodotti non alimentari, materassi, coperte, vestiti. Facciamo anche dell’assistenza medica per i civili, soprattutto per coloro affetti da malattie croniche, abbiamo delle cliniche soprattutto ad Aleppo, distribuiamo dei farmaci, serviamo circa 12000 persone malate in tutta la Siria. Terzo aspetto del nostro lavoro sono le attività psicosociali, soprattutto per i bambini, i bambini che subiscono le atrocità hanno bisogno di spazi in cui possano esprimersi, in cui possano liberare le energie negative subite. I bambini per i loro genitori sono veramente la luce del loro occhi, una volta conquistata la fiducia delle famiglie con il lavoro sui bambini, possiamo raggiungere anche le famiglie in modo più agevole e quindi possiamo svolgere un lavoro con l’intera famiglia, sapendo che ei nostri fratelli, le nostre sorelle aiutati in tutte le città in cui siamo presenti, appartengono a varie comunità: 80% mussulmani e 20% cristiani. Quindi noi svolgiamo un lavoro di riconciliazione molto significativo. Quindi per arrivare alle conclusioni, io direi che noi, cristiani di oriente, cristiani siriani, siamo su una linea di frattura che crocifigge l’umanità nella sua carne. E’ una frase che prendo da un martire cristiano di Algeria, il Vescovo Pierre Clavy ha proferito queste parole: “Siamo sulla linea di frattura, siamo sulla linea di frattura che crocefigge l’umanità nella sua carne ed essendo lì, siamo lì proprio come chiesa e cerchiamo di essere veramente chiesa, cerchiamo di essere la voce della maggioranza silenziosa in Siria”. La maggioranza in Siria adesso è silenziosa, i media amplificano solo gli estremi, ma la maggioranza siriana che è a favore della giustizia, che vuole avere una società inclusiva, una Siria unita per tutti, senza discriminazione, questa maggioranza è silenziosa. Allora noi come chiesa e con altri cristiani cerchiamo di lavorare anche con i mussulmani di buona volontà, cerchiamo di essere la voce di questa maggioranza e che il Signore ci possa aiutare. Grazie a tutti.

ROBERTO FONTOLAN:
Padre Antonio voleva riprendere velocemente alcune cose.

ANTRANIG AYVAZIAN:
Allora noi ci chiediamo: come vivono i cristiani in questa situazione come Chiesa, come scuole e come fedeli? Io posso dire francamente questo: il nord della Siria ormai è fuori storia, non abbiamo nessun mezzo di trasporto al di fuori delle linee aeree e quelle arrivano una o due volte per giorno, per una popolazione che oltrepassa quasi i due milioni. Siamo ormai in un’epoca che si può dire catacombale, i fedeli arrivano di nascosto, soprattutto nelle città dove non abbiamo più chiese, non abbiamo più nessuna presenza cristiana. Quelli che rimangono, arrivano di notte, chiedono i sacramenti e non sanno come fare e mi fa pensare veramente ai primi cristiani a Roma nelle catacombe. Tanti bambini vogliono i sacramenti, ormai tutti i matrimoni si fanno di giorno, quando da noi, per tradizione, si facevano di notte. Vengono di nascosto, non possono mostrare niente come segni delle cerimonie matrimoniali. Allora io mi chiedo: noi vediamo che tanti Paesi sono coinvolti in questo conflitto, da dove vengono? È una questione che io ho chiesto a questi signori. Ma da dove venite? La maggioranza non era siriana, il 90% non erano siriani. Tutti i confini con la Siria sono adesso aperti, più di 140 000 guerriglieri sono entrati nel Paese. Che cosa fanno? Vedete le foto davanti a voi? Vengono da Paesi dove non c’è una presenza cristiana, in maggioranza sono libici, ceceni, pachistani, non sanno neanche parlare l’arabo. Eppure io dico, sono brava gente, ma hanno detto loro: “Voi fate un ottimo lavoro perché servite l’islam, perche così liberate questi Paesi dagli infedeli”. Questo povero giovane che ne sa? Io lo rispetto, rispetto il suo zelo, ma signori, voi paesi coinvolti in questo conflitto ritiratevi, andate via, dopo 48 ore ci sarà la pace in Siria. Gesù di nuovo deve venire sulla via di Damasco, dove Gesù, dopo l’ascensione, per la prima volta si è fatto vivo, presente, con il suo volto a San Paolo. E sulla via di Damasco è venuto anche il nostro Santo Padre Giovanni Paolo II, nel 2000. Era così felice di vedere tutta questa popolazione davanti a lui che ha chiesto al Cardinale Lustiger che fu il Cardinale di Parigi: “Eminenza, può distinguere chi è cristiano e chi è musulmano?” Il Cardinale ha risposto: “No”. E il Papa: “E’ questa la Siria. È questa la Siria”. Noi abbiamo fede che questa Siria tornerà di nuovo, perché non può esistere una Siria senza tolleranza, senza cristiani, ebrei e musulmani. Questa è stata per 10.000 anni. Prima di ritornare a Roma, il Santo Padre Giovanni Paolo II, nell’aeroporto di Damasco, mettendo la sua mano destra sulle spalle del Presidente, gli disse: “Io sono il più vecchio responsabile in questo mondo e tu sei uno dei più giovani. Questa è la città di San Paolo, è qui che San Paolo ha conosciuto Gesù. E’ Dio che protegge la Siria”. Questo Paese, malgrado la maggioranza quasi totale di musulmani, ha messo la parola di Giovanni Paolo II, “è Dio che protegge la Siria” in tutti i posti, sulle bandiere, nelle istituzioni, nelle scuole, dappertutto. Finisco con un appello di preghiera: dobbiamo uscire da questo silenzio e dai pregiudizi, dobbiamo essere testimoni della verità, la croce è stata sempre processata in tutto il mondo, anche qui, dove hanno voluto togliere la croce dalle scuole, dalle istituzioni, come in Spagna e con un giudizio emesso dal tribunale europeo. Non vogliono vedere la croce, non so che fastidio dia questa croce, noi in Siria vogliamo vedere questa croce, anche se processata. Ma la croce infine ha vinto, vincerà, perché ci sarà la resurrezione. Noi cristiani d’Oriente non abbiamo paura, noi torneremo in questo Paese perché amiamo questo Paese, noi piangiamo questo Paese, noi abbiamo la nostalgia di questo Paese, perché in questo Paese noi tutti cristiani, perseguitati, uccisi, martiri per la fede abbiamo trovato l’unico rifugio in questo mondo. Oggi siamo davanti a voi. Se non fosse la Siria, la Siria dico, non i governi, non i regimi, la Siria oggi, io non parlerei né in italiano, né come cristiano. E’ questa la differenza in questo mondo. Noi dobbiamo pregare molto. Io finisco con quello che ha detto il nostro carissimo Papa Francesco, lui che chiama la Siria amata, l’amatissima Siria: “Credere significa affidarsi ad un amore misericordioso che sempre accoglie ed orienta l’esistenza, che si mostrare potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia”. Ci sono storture di questa storia, noi abbiamo la fede che Gesù vincerà, che Gesù verrà, come è venuto da San Paolo, è venuto con Giovanni Paolo II. Grazie.

ROBERTO FONTOLAN:
Velocissimamente Padre Sammour, prima di affidare a Massimo Ilardo le parole conclusive di questo nostro incontro, vorrei chiederle: c’è una cosa che ha detto, “se non c’è nulla da fare, tutto è da rifare”. Cosa intende dire con questo? Noi cosa possiamo fare per voi?

NAWRAS SAMMOUR:
Direi c’è un interesse, c’è un interesse internazionale per la Siria. Questo è un livello politico. Ma in modo più approfondito, c’è un interesse per la Siria a livello ecclesiale. E questo l’ho veramente sentito. L’ho vissuto con tutta la simpatia che ho ricevuto da tutto il mondo, da tutti gli amici che mi circondano e come Chiesa. Questo semplice fatto di essere insieme, di parlare, di pregare per la Siria è qualche cosa di importante e non è la prima e non sarà neanche l’ultima. Vorrei sottolineare anche tutti gli sforzi che sono stati profusi da parte delle varie istanze umanitarie, della Chiesa, della Caritas, non dirò tutti i nomi delle organizzazioni, ma voglio sottolineare anche l’interesse del Santo Padre, l’interesse degli altri Stati. Io non capisco nulla di politica, ma non vorrei che, quando vi fosse una decisione, venisse presa vedendo semplicemente la Siria su una cartina. La Siria non è solo una cartina geografica in Google Earth. Sono milioni di persone, sono milioni di esseri umani e se c’è qualche cosa da fare bisogna considerare i siriani e quando parlo della maggior parte, della maggioranza dei siriani, sono quelli che non hanno voce, quelli che non hanno accesso ai media. Quindi ci sono molte cose che avete già fatto e noi ci aspettiamo molte altre cose che sicuramente farete. Grazie

ROBERTO FONTOLAN:
Grazie. Ora Massimo Ilardo, che, come dicevo, è Direttore italiano per Aiuto alla Chiesa che Soffre, una realtà che qui al Meeting conosciamo bene. Voglio solo dire che da loro nasce il Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo, la fonte più autorevole usata da moltissimi Governi, anche dal Dipartimento di Stato americano, per fotografare la situazione della libertà religiosa del mondo. Grazie Massimo di essere qui con noi.

MASSIMO ILARDO:
Buonasera a tutti. Desidero prima di tutto ringraziare Emilia Guarnieri e Roberto Fontolan e tutti gli organizzatori del Meeting, non solo per il rinnovato invito – lo scorso anno fui invitato per raccontare le condizioni di vita dei cristiani in Iran – ma quest’anno sono felice di poter intervenire assieme a Padre Sammour e a Padre Antranig, grazie. Avete ascoltato in maniera approfondita dai relatori che mi hanno preceduto molte cose sulla Siria. E allora io vorrei brevemente raccontarvi il cammino che noi, “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, abbiamo percorso in oltre due anni di crisi accanto ai nostri fratelli siriani. Prima fra tutti vorrei darvi un dato: 1096574 euro sono quanto abbiamo donato per i rifugiati, gli sfollati interni siriani dall’inizio del conflitto. Un dato impressionante, specie se si considera che non è distante dal milione e 200 mila euro donanti a sostegno dei rifugiati irakeni dal 2003 oggi. Ovvero in ben 10 anni. Questo ci fa comprenderne la drammaticità di questa crisi. Per quelli che poi non conoscono la nostra opera, vorrei sottolineare che “Aiuto alla Chiesa che Soffre” non è un’associazione umanitaria, ma un’opera di diritto pontifico, con il fine di sostenere la pastorale della Chiesa in tutto il mondo, in particolare nei Paesi dove la povertà e la persecuzione cristiana rendono impossibile la missione evangelizzatrice della Chiesa. Questo per dire che l’aiuto dei rifugiati non è l’ambito di intervento primario. Ma il nostro fondatore, che ne l 1987 è venuto qui da voi ed ha avuto un’accoglienza straordinaria, Padre Werenfried van Straaten, di cui quest’anno festeggiamo il centenario della nascita, ha fondato la nostra Opera nel 1947 con un compito ben preciso: “Asciugare le lacrime di Dio ovunque Egli pianga”. “E Dio – amava dire Padre Werenfried – piange in tutti gli afflitti, in tutti i sofferenti, in tutti coloro che piangono nella nostra epoca”. Certo non è semplice individuare le necessità più urgenti della nostra Chiesa e dei nostri fratelli cristiani ed è per questo che da sempre “Aiuto alla Chiesa che Soffre” si affida ai vescovi. Chi meglio di loro può conoscere i bisogni e le priorità delle loro diocesi? Ecco perché noi siamo così, aspettiamo i loro progetti, ascoltiamo i loro lamenti e ci limitiamo a rispondere alle richieste dei vescovi che ci scrivono da tutto il mondo. E grazie all’aiuto dei nostri 600 mila benefattori, nel 2012 abbiamo donato circa 90 milioni di euro, assolvendo a circa 5500 progetti. Ma torniamo alla Siria. È già alla fine del 2011 che i nostri progetti nel martoriato Paese iniziano a cambiare volto. Prima di allora il nostro era un sostegno ad una Chiesa viva, vivace, con la sua ricchezza di confessioni, che portava avanti la sua testimonianza di fede nella culla del Cristianesimo. E davamo sostegni per la costruzione di chiese, di seminari per la formazione dei sacerdoti. Pensate che solo nel Gennaio 2011, appena due mesi prima dell’inizio della crisi, abbiamo sostenuto l’organizzazione del primo Forum sulla Famiglia a Damasco. Gli aiuti di carattere umanitario erano solamente destinati ai rifugiati irakeni, poi però la situazione ha iniziato a precipitare e abbiamo stanziato i primi contributi alle famiglie di Damasco, a quelle di Homs, a quelle rifugiate nella Valle dei Cristiani, dove sembravano aver trovato un po’ di tranquillità, in questa valle della Siria Occidentale vicino al Libano. Mi ricordo, e ci tengo particolarmente a ricordarvelo, quanto è accaduto un anno fa in un villaggio cristiano, a pochi kilometri dal confine con il Libano. Oltre 12mila persone erano rimaste intrappolate e i ponti e le strade erano stati interrotti. Proprio in quei giorni il nostro responsabile internazionale del Medio Oriente si trovava in Libano a colloquio con il Cardinale Bechara Rai, quando il patriarca maronita è stato avvertito del tragico accaduto. Prontamente “Aiuto alla Chiesa che Soffre” ha stanziato un contributo straordinario a Caritas Libano per l’acquisto di cibi e beni di prima necessità per gli abitanti di quel villaggio e ha permesso loro di vivere i successivi cinque mesi. Tutti nostri aiuti sono distribuiti attraverso le diocesi e la Caritas per due motivi: innanzitutto perché così possiamo assicurarci che quanto donato generosamente dai nostri benefattori arrivi effettivamente a chi ne ha bisogno. E poi perché la Chiesa è l’unica di cui si fidano i cristiani.
Moltissimi fedeli infatti, preferiscono rivolgersi alla Chiesa piuttosto che alle Nazioni Unite. Tanti di loro non vogliono essere registrati come rifugiati, perché ciò significherebbe essere fotografati, iscritti nel registro dell’alto del commissariato per i rifugiati. Le Nazioni Unite sono identificate con l’Occidente e quindi i fedeli temono possibili rivendicazioni una volta tornati a casa al termine del conflitto. Non sono problemi da sottovalutare. Anche tutti i musulmani si rivolgono alla Chiesa, le cui porte sono sempre aperte a tutti, senza alcuna distinzione di credo. Senza parlare di altri problemi vorrei ricordare l’ordigno che il 26 marzo scorso ha colpito Camil, giovane seminarista di Damasco, che tornava a casa dopo aver servito la mensa dei poveri. I rapimenti a scopo di riscatto sono sempre più frequenti. Lo scorso ottobre Padre Fady Haddad ha cercato di convincere i rapinatori a liberare un suo parrocchiano ed è stato a sua volta sequestrato e ritrovato morto dopo qualche giorno. E ovviamente il mio pensiero va a due Vescovi Yohanna Ibrahim. e Boulos Yazij, di cui non si hanno più notizie dallo scorso aprile. E il mio pensiero va a Paolo Dall’Oglio, che la nostra opera conosce da molti anni e che ha sostenuto nella ricostruzione del Monastero dove lui abita. I rapimenti come questi affliggono e colpiscono l’intera comunità cristiana. La nostra opera non ha mai dimenticato di sostenere la Chiesa, che è l’unico punto di riferimento e il sostengono dei fedeli Siriani, ma essa stessa ha bisogno d’aiuto. I sacerdoti, i religiosi, le religiose, i Vescovi affrontano le identiche difficoltà e la stessa tragedia della popolazione, non dimentichiamolo. Rischiano la vita ogni giorno per continuare a servire Dio e la loro comunità ed è grazie a loro se tanti cristiani hanno scelto di rimanere in Siria. Ma perché la fede in Cristo continui ad essere in quella che è la culla del Cristianesimo, i fedeli hanno bisogno di ritrovare la speranza nel futuro e anche noi qui presenti possiamo aiutarli, assicurando il nostro supporto economico, ma soprattutto, permettetemi di dirlo, garantendo loro la nostra vicinanza nella preghiera. Pregate per noi, spesso ci ripetono e continuano a dirci Vescovi, religiosi, rifugiati. Hanno bisogno di sentire il conforto della Chiesa universale, di sapere che il mondo non ignora il loro dramma. Loro ci ricordano ogni giorno, sappiatelo. Sì, ci ricordano ogni giorno con gratitudine nelle loro preghiere, sappiatelo. Forse è la cosa più importante che volevo dirvi e noi dobbiamo fare altrettanto. Ecco perché questa sera mi piacerebbe chiudere il mio intervento con una preghiera, la stessa con cui Sua Beatitudine Gregorios III ha voluto aprire un incontro che il nostro ufficio italiano a Roma ha ospitato lo scorso ottobre. Preghiera di intercessione per la pace in Siria:
Dio di compassione ascolta le grida del popolo della Siria, dona conforto a coloro che soffrono a causa della violenza, dona consolazione a coloro che piangono i propri morti, dà forza ai paesi vicini affinché accolgano i rifugiati, converti il cuore di quelli che hanno fatto ricorso alle armi e proteggi chi si impegna per promuovere la pace. Dio di speranza ispira i governanti a scegliere la pace al posto della violenza e a ricercare la riconciliazione con i nemici. Ispira compassione nella Chiesa universale per il popolo siriano e dacci la speranza di un avvenire di pace fondato sulla giustizia per tutti. Noi ti chiediamo questo attraverso Gesù Cristo, Principe della Pace e Luce del mondo. Amen.
Grazie dell’attenzione.

ROBERTO FONTOLAN:
Mentre Emilia Guarnieri, Presidente del Meeting, deve qua salire, svelarci l’ultimo segreto di questa edizione, vorrei che veramente il nostro applauso raggiungesse con un grande abbraccio questi nostri amici venuti dalla Siria, per portare il nostro abbraccio a tutti i loro fratelli e i nostri fratelli Siriani. Grazie anche a Massimo Ilardo per quello che ha detto e perché ci ha ricordato questa grande figura, a noi così vicina, col quale siamo così affezionati, di Padre Van Straaten. Ultimo avviso, posso dire che tra le tante cose che si possono fare per la Siria, anche il sostegno materiale è importante e ricordo che anche l’AVSI ha lanciato una campagna importante sulla Siria chiamata 10 For Syria. Emilia, le ultime parole di questo Meeting.

EMILIA GUARNIERI:
Un ringraziamento a tutti perché credo sia stato un grande gesto insieme e un grande gesto di esperienza, dove l’esperienza ha vinto su tutto, come è stato evidente per il testo proposto poco fa che è diventato esperienza per tutti, esperienza umana.
Vi do lettura del comunicato finale della XXXIV edizione del Meeting:
«L’uomo rimane un mistero, irriducibile a qualsivoglia immagine che di esso si formi nella società e il potere mondano cerchi di imporre. Mistero di libertà e di grazia, di povertà e di grandezza. […] Ecco allora l’emergenza-uomo che il Meeting per l’Amicizia tra i Popoli pone quest’anno al centro della sua riflessione: l’urgenza di restituire l’uomo a se stesso, alla sua altissima dignità, all’unicità e preziosità di ogni esistenza umana».
Il messaggio di Papa Francesco ci ha accompagnato lungo tutta la settimana come giudizio sulla situazione drammatica dell’uomo contemporaneo: «Poveri di amore, assetati di verità e giustizia, mendicanti di Dio, come sapientemente il servo di Dio Mons. Luigi Giussani ha sempre sottolineato»; e come indicazione della strada da percorrere: «Restituire l’uomo a se stesso, alla sua altissima dignità, all’unicità e preziosità di ogni esistenza umana dal concepimento fino al termine naturale. Occorre tornare a considerare la sacralità dell’uomo e nello stesso tempo dire con forza che è solo nel rapporto con Dio, cioè nella scoperta e nell’adesione alla propria vocazione, che l’uomo può raggiungere la sua vera statura».
«Penso ai giovani che affollano la grande sala di Rimini e auguro loro di dare il contributo che tutti ci attendiamo dalle generazioni più giovani per una nuova fase di sviluppo in tutti i sensi dell’Italia e dell’Europa», aveva detto il presidente Napolitano nel videomessaggio che ha inaugurato il Meeting. E concludeva: «Io credo che l’emergenza che viviamo […] è quella di una grave, grave forma di impoverimento spirituale, culturale, di motivazioni umane, di motivazioni non legate soltanto all’immediato interesse materiale. Chi può reagire a ciò? Può reagire la cultura, possono reagire certamente le istituzioni più di quanto non facciano. Possono reagire i sistemi educativi, può reagire molto di più di quanto non faccia il sistema di informazione e possono molto contribuire le grandi organizzazioni sociali comprese quelle ispirate ad una fede religiosa. In questo senso il contributo che viene ai più alti livelli dalla Chiesa
cattolica è un contributo che soltanto dei ciechi possono non vedere».
Tanti che sono venuti al Meeting sono stati colpiti dalla serietà dei contenuti proposti negli oltre 100 incontri, nelle 5 grandi mostre, nelle 7 esposizioni “Uomini all’opera”, oppure nei 23 spettacoli, dall’attenzione di migliaia di persone che non sono venute a Rimini per partecipare a un rito di fine estate, ma per cercare risposta all’urgenza del vivere, alla domanda: come si fa a vivere?
Questi giorni sono stati un’occasione per andare «incontro a tutti, senza aspettare che siano gli altri a cercarci!». Le miriadi di incontri pubblici e personali hanno mostrato quanto il Meeting non abbia paura dell’altro e della diversità, qualunque essa sia – religiosa, etnica, culturale, ideologica -, e come il suo scopo
sia quello di incontrare chiunque considerato come un bene per se stessi. Lo documentano le 800.000 presenze in fiera, agli incontri, alle mostre e agli spettacoli: visitatori, relatori e ospiti hanno vissuto il Meeting come se fosse casa propria, in un clima di rispetto reale per ciascuno e non di quella generica e astratta tolleranza che lascia indifferenti gli uni gli altri.
«Chi lo conosce lo frequenta», ha detto un relatore; e un altro ha commentato: «Qui ho fatto un’esperienza nuova, non fermarsi alle difficoltà politiche ed economiche, ma uscire dal bunker, spalancare le finestre per vedere le realtà che si stanno muovendo».
All’inizio del Meeting il Corriere della Sera aveva ricordato le parole di don Carrón del maggio 2012 sull’alternativa tra la vita come testimonianza o come ricerca dell’egemonia, invitando a seguire la settimana riminese perché «la fragile società italiana ha bisogno di soggetti che la aiutino a recuperare i propri valori e a ripartire».
Le persone che hanno partecipato al Meeting possono giudicare se l’esperienza incontrata a Rimini è stata all’altezza di questa sfida della testimonianza. La testimonianza che ci offrono tutti quei cristiani che nel mondo sono perseguitati e uccisi a motivo della loro fede ci ha fatto accogliere il grido di Papa Francesco e lanciare un «Appello per i cristiani perseguitati», che in questi giorni ha raccolto decine di migliaia di adesioni − primo firmatario il Presidente del Consiglio Enrico Letta – e che proseguiremo nei prossimi mesi, per proporlo come punto qualificante del programma del prossimo semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea.
Al termine del Meeting torniamo nei nostri Paesi (oltre 80) e nelle nostre città con una consapevolezza maggiore dell’emergenza uomo e col desiderio di offrire la nostra esperienza, sempre correggibile, certi che la strada per una ripresa a tutti i livelli è solo «un evento reale nella vita dell’uomo» (don Giussani).
Vogliamo continuare a incontrare chiunque, consapevoli che «finché non porteremo Gesù agli uomini avremo fatto per loro sempre troppo poco» e che «l’uomo è la via della Chiesa», come ricordava Papa Francesco nel suo messaggio.
Per questo il titolo del XXXV Meeting per l’amicizia tra i popoli, che si svolgerà a Rimini dal 24 al 30 agosto 2014 è: «Verso le periferie del mondo e dell’esistenza. Il destino non ha lasciato solo l’uomo».
Arrivederci al prossimo meeting e buon anno a tutti.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

24 Agosto 2013

Ora

15:00

Edizione

2013

Luogo

Auditorium D5
Categoria
Incontri