"MOSSI DA UNO SGUARDO". Dalla Sagrada Familia all’Abbazia di Morimondo, storia di un’amicizia - Meeting di Rimini
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“MOSSI DA UNO SGUARDO”. Dalla Sagrada Familia all’Abbazia di Morimondo, storia di un’amicizia

“Mossi da uno sguardo”. Dalla Sagrada Familia all’Abbazia di Morimondo, storia di un’amicizia

"Mossi da uno sguardo" Dalla Sagrada Familia all'Abbazia di Morimondo

Partecipano: José Manuel Almuzara, Presidente Associazione per la Beatificazione di Antoni Gaudì; Etsuro Sotoo, Scultore. Introduce Gianni Mereghetti, Insegnante di Storia e Filosofia al liceo.

 

GIANNI MEREGHETTI:
Buongiorno, l’incontro di questo pomeriggio è un incontro per presentare la mostra: “Mossi da uno sguardo. Dalla Sagrada Familia all’Abbazia di Moribondo, storia di un’amicizia”. È la mostra che molti di voi hanno già visto, e questo accorrere di gente mi commuove. Mi commuove perché è il segno di qualche cosa che sta colpendo, che ci sta colpendo, ma che colpisce innanzitutto noi che siamo in questa storia, che è una storia infinita. Io voglio iniziare questo incontro parlando di chi ha mosso tutta questa storia, una persona che oggi fisicamente non è presente, Sandro Rondena, questo architetto nostro amico che ha lavorato al restauro della parte cenobiale dell’Abbazia di Morimondo e che ci ha portato fino a Barcellona ad incontrare loro, ad incontrare Etsuro Sotoo, scultore della Sagrada Familia, e José Manuel Almuzara, architetto Presidente dell’Associazione per la Beatificazione di Antoni Gaudì. Voglio parlare di lui che fisicamente non è presente perché, come diceva Sant’Agostino: “Chi muore non è mai un assente, ma sono degli invisibili che sono qui, e asciugano con le loro mani le nostre lacrime”. È l’esperienza che abbiamo fatto in questi giorni alla mostra: percepire la sua presenza attraverso la vostra commozione, attraverso i vostri occhi, attraverso le vostre mani. E’ in questo modo che continua una storia, perché questa storia ha il sapore dell’eterno, ha il sapore dell’eterno, come il luogo da cui è partita, Morimondo, l’Abbazia di Moribondo, fondata dai monaci cistercensi. È con gratitudine che oggi ringraziamo la presenza qui con noi di Padre Mauro Loi, che è parroco di Morimondo e di Giovanni, l’architetto che ha aiutato Sandro in questi trent’anni. Morimondo, e questo è un altro momento di commozione, perché della Sagrada Familia sappiamo tutti molto, o meglio pensiamo di sapere, ma Morimondo è la prima volta che lo portiamo al Meeting, e per noi della bassa, della bassa milanese, portare Morimondo al Meeting è portare un pezzo della nostra storia, qualcosa che ha segnato la nostra giovinezza, che ha segnato la nostra maturità, perché dove hanno costruito quei monaci, anche se oggi i monaci non ci son più, tutto parla di Cristo. E questo ce lo ha insegnato Sandro. Perché Sandro ci faceva vedere le mura della stalla, e le mura della stalla avevano, hanno, la bellezza delle mura dell’Abbazia. E quindi nelle mura della stalla respiri lo stesso gusto dell’eterno che c’è nelle mura, negli spazi, nel silenzio, nella luce dell’Abbazia.
Terzo momento di commozione è la presenza qui tra noi di chi ha lavorato per costruire questa mostra. In primis Cecilia, la moglie di Sandro, le figlie, i figli, che ci hanno permesso di andare a scoprire tante cose affascinanti della storia di Sandro, scoprendo quella umanità, quella sensibilità, quella forza di fede, che loro ci hanno aiutati a scoprire. Perché noi abbiamo scoperto di più Sandro, conoscendo loro, per il modo con cui loro hanno guardato alla sua fede. E ringraziamo tutti coloro che hanno contribuito in diversissimi modi, perché questa mostra è un miracolo, è venuta su pian piano, lentamente, ma come un piccolo miracolo che ha sorpreso anche noi. E certamente in questa mostra c’è la presenza di qualcosa di più, perché le nostre forze insieme non avrebbero potuto pensare di farla: anche solo immaginarla è stata una follia. Ma è venuta su. È venuta su, e il fascino di questa mostra è che si è costruita nel tempo, noi abbiamo avuto molte ipotesi, molti schemi, possiamo andare a vedere, ma sono sempre cambiati. La realtà, quello che è accaduto, ce li ha sempre cambiati, rendendo sempre più bello quello che voi oggi potete vedere. Quindi io voglio ringraziare le guide, la segreteria, chi ha contribuito economicamente, chi ha contribuito come idee, tutti, tutti! E voglio ringraziare voi che in questi giorni venite a vederla, perché voi ci state facendo scoprire qualche cosa di più. Perdonatemi, ma questo era dovuto, era dovuto perché questa non è una conferenza, non vuole assolutamente essere una conferenza, è un dialogo tra amici, è un dialogo tra amici che vogliono andare in questa ora più a fondo in quello che stiamo scoprendo attraverso la mostra. Anche perché, come ci dicevamo con Sandro e una persona che purtroppo qui non è, ciò che rimane delle opere sono i volti delle persone. E questo permane e questo costruisce, perché quando tu sei colpito da un volto, se segui quel volto, vai a costruire qualche cosa di nuovo.
Iniziamo questo dialogo. Io vorrei partire da José Manuel, a chiedergli: ma tu, quando hai conosciuto Sandro, in che modo l’hai conosciuto?

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Grazie a tutti! Facciamo questa chiacchierata tra amici, anche se non c’è il caffè, non c’è niente da bere ma va bene lo stesso. C’è un po’ di acqua.
Prima di rispondere alla domanda che mi ha fatto Sergio, volevo dire tre cose. E la prima è: allegria. Allegria per questo momento che ci è concesso di vivere adesso, perché è un momento unico, meraviglioso, emozionante. In questa domenica veramente abbiamo questa opportunità di ritrovarci qui, ed è una situazione davvero speciale. Quindi allegria! Allegria che vedo anche in Cecilia, in Anna e in tutte le persone che hanno partecipato a questi lavori. L’altro punto è il ringraziamento, il ringraziamento per tutto quello che è stato fatto per i volontari, ed anche un ringraziamento a tutte le persone che stanno nell’altra sala, e che ci stanno seguendo attraverso lo schermo, e le voglio salutare. E il terzo punto è: andate. Andate, come ci ha detto Papa Francesco anche prima all’Angelus; andate avanti, muovetevi, esternate questa allegria e questa gratitudine, attraverso la pietra, attraverso la poesia, il cinema, attraverso le patatine che mangiamo, attraverso i fagiolini. Questi sono i tre puti che volevo dire: l’allegria, la gratitudine e andate.
Bene, quindi per rispondere alla domanda, io ho conosciuto Sandro nel 2008. Avevo sentito parlare di lui ma non lo avevo ancora conosciuto personalmente. Successe invece quando ho visitato la cripta nella Sagrada Familia, dove c’è la tomba di Gaudì. Ero semplicemente uno spettatore, ero andato a vedere quel luogo insieme ad un gruppo di altre persone, tanti architetti, tra cui anche Sotoo. Ed ecco, vorrei a questo punto dire grazie ancora per il sì, per il sì che ho ricevuto da Cecilia, da Anna, per tutto il lavoro, i sì che ci sono stati dietro tutti i lavori che abbiamo fatto, perché tutti questi sì mi fanno pensare al sì di Maria. Questa cosa la percepisco sempre quando vado a vedere la cripta, con quelle dodici colonne, dove c’è l’Annunciazione, e questa è una cosa che mi colpisce veramente tanto. È lì che Gaudì, nella Sagrada Familia, volle esprimere questa sensazione dell’affermazione, del sì che è il sì che diamo tutte le volte che lo diciamo anche noi. Diciamo anche di no qualche volta, ma questo è il senso del sì che ci ha dato Maria e che esprimiamo anche noi.

GIANNI MEREGHETTI:
Etsuro, tu invece quando hai conosciuto Sandro?

ETSURO SOTOO:
Insomma, quando ho conosciuto Sandro a che ora, in quale anno, diciamo che queste cose in realtà non sono importanti, però diciamole pure: era il 2007 e l’ho conosciuto qui a Rimini.
Ebbene, il momento invece sì che è importante, perché era il momento in cui ero seguito da un gruppo dove c’erano tanti giovani e c’era anche un signore che aveva qualche anno più di Sandro e che mi stava sempre dietro e mi perseguitava. Io invece puntavo sempre più la mia attenzione verso Sandro, perché aveva un che di differente nello sguardo.
In Giappone lavoro anche come Professore, mi piace tantissimo aiutare i giovani, il mestiere del Professore è un lavoro molto dinamico ed affascinante. Ebbene, ci sono diversi livelli di domande, ci sono delle domande che nascono dal cuore e che trasudano sangue; e poi ci son delle domande che proprio sono quasi una questione di vita o di morte, che se non ce le facciamo veramente rischiamo di morire. Porsi questo tipo di domande viene trasmesso anche dallo sguardo delle persone, si nota dagli occhi. Sandro aveva in realtà uno sguardo leggermente diverso, era simile a questo sguardo di cui vi parlavo, era uno sguardo estremamente forte, uno sguardo che attraversava, andava oltre. Io vedevo che non era a me, in realtà, che stava rivolgendo quella domanda, perché quello sguardo mi stava attraversando, andava oltre. Mi sono proprio reso conto che a questa domanda non ero io che ero chiamato a dare risposta, mi sono anche reso conto, ho sentito chiaramente che era la stessa domanda che anche io volevo porre. Certo, quello che è vero, è che Sandro aveva proprio questo sguardo che andava alla ricerca, che ti catturava, che ti raccoglieva, che ti coinvolgeva. E proprio in quel momento io ho sentito che era quello che io volevo fare: volevo seguire quella domanda, volevo fare quella cosa. Ebbene l’amicizia non lo so che cos’è. A mio avviso l’amicizia è rispetto. E Sandro davvero è il mio rispetto, è proprio attraverso questo suo sguardo che raccoglieva, che coglieva, che coinvolgeva, che è iniziato tutto quanto, è iniziata la nostra amicizia, ed è proprio in questo momento che ci siamo detti: vogliamo fare un percorso assieme, vogliamo camminare assieme. Questa per me è l’amicizia. Per esempio a scuola, pensiamo al contesto scolastico, a dei bambini, i bambini sono di statura bassa e quindi il loro raggio visivo arriva fino a un certo punto. Se ci pensate, il maestro, che magari è probabilmente più alto, dice ai bambini non andate a giocare laggiù in fondo perché magari vi fate male, cadete. E questo lo fa perché dalla sua altezza il maestro riesce ad avere un raggio visivo maggiore. Che significa maestro? Maestro significa più che tre persone. Ministro significa meno di tre persone. Non ci sono altri significati. E quindi ci sono persone che sono già maestri proprio per l’atteggiamento che hanno, per il percorso che hanno fatto e soprattutto per questa forza che hanno, con il loro sguardo, di attraversarci. Io dico sempre, se vuoi conoscere bene la Sagrada Familia, non devi concentrati sul progetto, su una pietra, su un particolare. No. Devi attraversare la pietra per conoscerla. Non è facile, ma ci sono delle persone che sono in grado di farlo e una di queste persone è proprio Alessandro. Se uno riesce a compiere questo tipo di attraversamento, può guardare al di là delle pareti e può raggiungere veramente qualsiasi destinazione. E questa è proprio la bellezza che potete conoscere anche voi.

GIANNI MEREGHETTI:
Ci hai introdotto alla questione dell’amicizia perché noi facendo la mostra abbiamo discusso molto sulla questione dell’amicizia, e l’amicizia è, da un certo punto di vista, la continuità. Però questa cosa che tu dici, dell’orizzonte, è estremamente interessante. Perché un’amicizia senza orizzonte è un soffocamento. La Sagrada Familia è un orizzonte e Morimondo? Cosa avete scoperto voi a Morimondo? Etsuro ha detto che parla sempre dopo. José.

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Così però hai un vantaggio! Il primo rompe il ghiaccio, il secondo si prende tutta la gloria.
Beh, come dico sempre, trovo che il luogo di Morimondo sia un luogo veramente spettacolare. Io resto sempre molto legato alle persone, più che alle cose e ai luoghi. Morimondo è veramente un luogo spettacolare, meraviglioso, dove è stato fatto un lavoro veramente incredibile, un lavoro di collaborazione con Dio. Quello che più mi rimane di quel posto è proprio Sandro, perché a me interessano le persone, ogni singola persona, il suo cuore, le sue difficoltà, la sua allegria, i suoi sforzi. La cosa che mi ha colpito tanto di Sandro e di Gaudì è questo lavoro di collaborazione che i due architetti hanno fatto con grande umiltà e con uno sguardo in grado di scoprire, di andare alla scoperta. Addirittura quando Sandro era già ammalato, mi colpiva tantissimo che tutte le volte che ci trovavamo, lui volesse presentarsi in ordine, con il completo, con la cravatta. Questo particolare risultava per me veramente una cosa importante. Ebbene, riguardo a Gaudì posso dire che adesso ho un grande vantaggio, perché ci sono due architetti già in cielo, quindi ho due amici che mi aspettano in cielo.

GIANNI MEREGHETTI:
Dopo uno dei due ci spiega la questione del cantiere per Gaudì. Molto spesso nei cantieri si sfruttano le persone, mentre lì c’è un’altra aria, l’attenzione alle persone è molto importante.

ETSURO SOTOO:
Grazie della domanda perché questo è un tema che mi sta molto a cuore, è il tema della mia vita. Perché costruiamo la Sagrada Familia? È una domanda molto grande, e molto difficile. Questa domanda è proprio l’essenza di come abbiamo costruito. Io possiedo sempre questa sensibilità: penso che prima di cominciare a costruire, prima di cominciare a mettere anche la prima pietra in cantiere, sia necessario costruire la persona, costruire la squadra. È come adesso qui, in questo momento: siete tutti lì che mi guardate e anche se non capite le lingue, ho come la sensazione che mi riusciate a capire subito, direttamente, non dico che non ho bisogno del traduttore, però questa è la sensazione. La traduzione è molto più difficile, perché ha bisogno di un’attività cognitiva molto maggiore. Però, se non c’è una condizione di partenza che è quella di cercare di capire, uno non capirà mai. A me piacciono le lingue, mi piace lo spagnolo e mi piace l’italiano, anche se non parlo l’italiano. È proprio questo sangue latino che si porta dentro la voglia di capire l’altro. Non parlo del contesto degli anglosassoni, mi concentro sul mondo latino, dove mi rendo conto che quando uno sa dire quattro parole, riesce a comunicare come se ne sapesse già quaranta. Funziona bene! Perché? Perché voi cercate di capire quello che sta dicendo l’altro e questa cosa non c’è nessun modo di vederla se non come amore. Gaudì ha detto che per costruire delle cose buone prima ci vuole l’amore e poi la tecnica. Se non abbiamo l’amore non arriveremo mai a capire, anche a parità di tecnica e a parità di capacità. Quindi se io sono preparato e c’è questo amore, c’è la voglia di fare bene, sono molto tranquillo, perché sono sicuro che il risultato verrà fuori bene. Addirittura quando io non ci sono nel mio cantiere le cose funzionano meglio, perché a volte do fastidio ai miei collaboratori. E a volte sono vicino al mio aiutante che sta lavorando e lui mi guarda, mi passa il pezzo e mi dice: Sotoo taglialo tu perché io ho da fare. Gaudì aveva sempre tantissima pazienza, era più paziente di un giapponese, e ascoltava sempre i suoi collaboratori, i suoi lavoratori in quello che dovevano fare. Ed è questo il segreto della Sagrada Familia. Sì, è un miracolo, ma è un miracolo costruito giorno dopo giorno, minuto dopo minuto assieme a ogni singolo lavoratore. Lo vedo anche qui, ci sono queste magliette rosse (quelle della mostra ndr), quella che indosso io.

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Posso aggiungere una cosa? Se no va a finire che sembra una conferenza e doveva essere una chiacchierata tra amici. Non voglio fare domande a Sotoo, perché lui è un samurai e mi taglia la testa, ed è anche cintura nera. Volevo aggiungere qualcosa su quello che diceva Gaudì, perché è una cosa che veramente va apprezzata e valorizzata. Gaudì non solo voleva che il lavoro fosse frutto di una collaborazione e frutto di amore, l’altro messaggio importante di Gaudì è che tutti siamo importanti, nessuno è inutile, nessuno è inutile. Gaudì voleva scoprire in che modo ciascuna persona poteva dare il proprio contributo a quello che stava facendo e le aiutava a svolgere al meglio il proprio lavoro. Nel contesto della Sagrada Familia che è un opera, l’abbiamo detto tante volte, meravigliosa, bisogna fare molte considerazioni di precisione, perché in un cantiere bisogna anche lavorare di precisione. Ma lì è importante ricordare qual è il messaggio quando si è posta la prima pietra. La costruzione di quel luogo è dovuta anche al voler risvegliare, dalla loro bellezza, i cuori addormentati, e voler anche infondere calore alla carità. Questo è il messaggio importante della Sagrada Familia.

GIANNI MEREGHETTI:
Sono interessanti le due sottolineature che state facendo, mi piacerebbe approfondirle. La prima è la questione dell’amore. Gaudì nasce un periodo positivista, del primato della tecnica, invece per lui l’orizzonte è l’amore. E quindi sfida tutta una cultura. E nell’amore si verifica la cosa che stai dicendo tu: che tutti sono importanti. Se io vado a ripensare allo sguardo di Sandro, tutti erano importanti, ognuno aveva la sua importanza. Non c’è amicizia senza questo, cioè senza questa importanza dell’altro. Tanto che tu ti sacrifichi per l’altro. Secondo voi, questo messaggio, è un messaggio adeguato a quello che abbiamo vissuto, è la prospettiva di continuità di questa storia? Perché? Perché noi non abbiamo voluto solo fare un discorso storico, cioè rievocare qualcosa; noi vogliamo vivere il presente, perché questa amicizia è un’amicizia del presente e ci interessa questo presente. Per questo ci interessa il rapporto con voi, perché il rapporto con voi è il modo con cui voi ci riportate l’orizzonte di questo sguardo.

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Vorrei riprendere la terza idea che ho presentato all’inizio. Ho parlato di allegria, di gratitudine e di “andiamo”, no?, come ha detto il Papa. Ecco, è quello che avevo fatto anche con lui, anche Sandro diceva “Andiamo”. Adesso lui è andato in cielo, ci aspetta in cielo, e per noi magari le cose, visto che lui adesso è là, saranno più facili. Con Sandro ho imparato ad amare anche la natura, intesa come quello che è stato creato da Dio. Come Gaudì, anche Sandro, aveva questa attenzione, questa passione per il mondo naturale che è il riflesso del creato. Amavano le montagne, amavano gli animali e amavano le persone. Entrambi ci insegnano quanto siano importanti le persone. E’ nei lavori, nelle opere, che si va a scoprire la presenza dell’altro. Quando andavo con Sandro a visitare Morimondo, lui mi mostrava tutti i dettagli architettonici, i lavori di restauro che erano stati fatti, perché lui aveva questa passione, ce l’aveva nel cuore l’architettura, però aveva anche un’attenzione smisurata per l’ambiente naturale, mi faceva sempre notare la simbiosi tra quanto creato dall’uomo e quanto creato da Dio. Ho ricevuto una testimonianza da una giapponese, che non è cattolica, che mi ha scritto quello che ha provato, quello che ha sentito, dopo che è entrata in quella che si chiama la Sala del Rosario, dove ci sono anche le tentazioni, che è stata restaurata dopo aver subito incendi e distruzioni. Ha scritto questa testimonianza: “Ci sono persone che non sanno nemmeno che esiste questa sala, altre persone la guardano giusto un momento e poi se ne vanno. Beh, non riesco a crederci, c’è così tanta bellezza! Però può essere che anche nella vita succeda la stessa cosa: la gente, anche se riceve la bellezza, la grazia, la felicità, non se ne rende conto. Così attraversano la sala, sono lì, vicinissimi, però se ne vanno senza capire quello che vedono. Beh, se fosse così, la vita sarebbe veramente una cosa brutta. Penso che voglio sentire tutto quello che mi circonda, i fatti, i sentimenti, e così godere della vita. Voglio sempre avere un cuore puro e generoso”. Questa è una testimonianza che vi volevo trasmettere da una persona che ha visitato quel luogo.

GIANNI MEREGHETTI:
Questa testimonianza dobbiamo metterla fuori nella mostra, perché è bellissima. Io ho un’altra domanda ma mi fermo. Che valore ha per voi la natura nel lavoro che fate?

ETSURO SOTOO:
Beh la natura…Io sono uno scultore, lavoro soprattutto la pietra, quindi per me la natura è tutto. Io, ecco, addirittura non posso nemmeno rispondere, io devo obbedire. 40 anni fa, quando ho cominciato a dare le prime picchettate sui blocchi di pietra, pensavo di essere uno scultore, anche se ero molto giovane e inesperto. DI fronte a un blocco di pietra grezza io pensavo: “Ebbene, la persona che può infondere qualcosa di artistico, che può trasformare questo blocco grezzo in un’opera artistica, quella sono io”. Quello era un blocco di pietra rotondo che avevo proprio preso io, estratto io dalla montagna e il mio scopo era quello di renderlo di forma quadrata. Allora avevo cominciato con la prima faccia e l’avevo fatta proprio bene, ad opera d’arte. Già la seconda cominciava un po’ a risultare un po’ meno fatta bene, quando ho cominciato la terza già vedevo che c’erano proprio i pezzi che si staccavano. Stavo dando i colpi su un lato e vedevo che si staccavano i pezzi dall’altro lato. Perché succedeva questa cosa? Quando poi ho completato tutte le sei facce, c’erano veramente tutti i pezzi rotti che si vedevano, tutti gli angoli rotti. Sono partito da un blocco grande che è diventato sempre più piccolo. Ebbene, qual era il problema? E’ che io non conoscevo il carattere di questa pietra. Questa pietra era una pietra rotonda e non conoscevo la sua struttura di venature, era come se fosse stata una cipolla o un casco di lattuga, quindi tutta a strati. Quindi provateci anche voi a casa, comprate qualsiasi tipo di verdura di forma rotonda e provate a tagliarla in forma di quadrato, di cubo, vedete se ci riuscite. E’ impossibile. Questo è il motivo per cui si tolgono i vari strati, non è possibile creare un cubo da una struttura stratificata e quindi questo è il modo in cui tutti lo fanno, tolgono strato dopo strato, altrimenti è impossibile fare un quadrato. Ci sono poi molte altre cose a cui badare, per esempio tutta la strumentazione, bisogna trattarla con riguardo. Alla fine, io, che pensavo di dominare la materia e riuscire a trasformarla come volevo, in realtà ho dovuto adattarmi alla natura. E questa è una cosa che mi rende molto felice, mi rende felice questa sensazione di sentirmi infinitamente piccolo di fronte all’immensità e alla grandezza della natura.

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Posso fare una domanda a Gianni? Allora vorrei che Gianni facesse una domanda a Sotoo perché io non posso fargli le domande. Vorrei che gli chiedesse se ci può parlare di come la natura sarà rappresentata nella porta della Fede, della Sagrada Familia, perché sappiamo che nella carità c’è l’edera, poi ci sono anche le canne, e volevamo sapere qualcosa dell’altra porta.

GIANNI MEREGHETTI:
Andiamo sulla Natività! Ma poi c’è un’ultima domanda che bisogna fare perché sennò io non dormo stanotte. Dai, dai, vai sulla Natività.

ETSURO SOTOO:
Bene, visto che sei stato così carino con me, ti trasformerò nel miglior scultore della Sagrada Familia. Lo faccio con tutti, vi trasformo tutti. Simbolicamente. Fare le sculture della Sagrada Familia è facilissimo. Dopo gli anni che sono stati usati per completare la porta della Natività, mi è stata assegnata anche quest’altra porta, dopo aver vinto il bando, e non avevo a disposizione nessunissima idea da parte di Gaudì, perché Gaudì non aveva lasciato indicazione di quella porta, nessun progetto, nessun bozzetto, nulla. Quello che Gaudì diceva era: è importante mantenere lo spirito divino e soprattutto fare delle cose belle. Diceva che bisogna fare le cose che stupiscono i bambini. Io ho bisogno di questo spirito di bambino, nulla più. Quindi lì, nella facciata della Natività abbiamo la Natività, poi c’è il bambino Gesù, Giuseppe e Maria, San Giuseppe, poi sotto c’è la porta. Allora se un bambino vede questa rappresentazione composta così, con tutto il Gesù Bambino, la rappresentazione sopra la porta, se fa la domanda alla mamma o al papà che cosa dirà? Ma dov’è nato Gesù Bambino? E’ nato in ospedale? E’ nato in casa? E’ nato in appartamento? No, la risposta sappiamo è che è nato toccando terra, non certo in un appartamento. Quindi questo è quello che c’è, poi a lato della porta della Natività c’è la terra, c’è l’erba, ci sono degli animaletti, degli insetti. Questo è quello che si vedrà lì, nella porta della Natività. E poi c’è la carità. Per realizzarla ci siamo ispirati partendo anche dalla bibbia, ma cosa possiamo dire della carità? Quando guardiamo la Sagrada Familia ci concentriamo sui colori stupendi, sulle forme stupende, però la carità sta nel guardare quelle persone e quelle cose che nessuno vuole guardare. Poi c’è l’edera, questa pianta senza fiori che passa sempre inosservata, però in realtà dietro quest’edera, se la osserviamo attentamente, ci sono tanti insetti, tanti piccoli animaletti e questo è quello che è la carità. C’è anche il tema del matrimonio, l’edera è il simbolo del matrimonio, perché pur non avendo radici, le varie ramificazioni dell’edera si sostengono a vicenda: se una sta per cadere ecco che ne arriva un’altra che la sostiene. Quindi mi sono occupato delle varie porte della fede e della speranza, ho fatto tutto, però in realtà io non ho creato nessuna idea, ho solamente osservato. Questo è il segreto di Gaudì, sta tutto nella forza dell’osservazione. Come diceva anche il nostro collega prima su Gaudì, egli diceva: “L’uomo non crea, l’uomo collabora, l’uomo scopre e quindi per scoprire e per trovare qualcosa bisogna esercitare molta osservazione. Quindi lo voglio dire anche ai giovani, sottolineare l’importanza della forza dell’osservazione, perché è da lì che nasce tutto l’insegnamento di Gaudì e proprio dall’osservazione può nascere tutto. Non siamo Dio per fortuna, però abbiamo questo potere di osservazione della natura e la Sagrada Familia è stata proprio creata grazie a questo potere di osservazione di Gaudì, che non ha creato, ma ha collaborato con la creazione di Dio.

GIANNI MEREGHETTI:
E questo fa capire ancora di più il perché di questa amicizia con voi, perché Sandro aveva questo sguardo. Il titolo “Mossi da uno sguardo” è proprio azzeccato. Aveva questo sguardo e noi abbiamo imparato da questo sguardo, per cui l’amicizia che è nata ha questa sintonia di sguardi e questo è affascinante.

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Proprio questo sguardo, che hai ripreso ancora una volta, è un bene che è stato trasmesso ed è stato anche concretizzato in un catalogo, che è il catalogo della mostra in italiano, che si può anche comprare, e alla fine della prefazione c’è questa storia dell’amicizia che vorrei leggervi: “Nella storia dell’amicizia che adesso ci riguarda, Gaudì è stato l’origine, è stato lo strumento necessario, però il fondamento ultimo è la presenza di Dio nei nostri cuori”.

GIANNI MEREGHETTI:
Non so se i nostri amici…

JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Mi sto rendendo conto che il Meeting è molto importante…

GIANNI MEREGHETTI:
Esatto, era la domanda che volevo fare…
JOSÉ MANUEL ALMUZARA:
Sono venuti da Buenos Aires.

GIANNI MEREGHETTI:
Prima della domanda, vediamo il video, visto che abbiamo parlato della Sagrada, della porta della Natività, vediamo il video e poi concludiamo con una brevissima domanda. Il video presenta delle foto della Sagrada con l’Ave Maria di Schubert. Adesso io spero che i nostri amici che sono in giro per il Meeting possano vederlo.

ETSURO SOTOO:
In Spagna si parla di alcuni segreti che ci sono per campare cent’anni e uno di questi riguarda proprio l’amicizia e il ricordarsi sempre degli amici. Quando è che si dice che l’uomo muore? L’uomo muore non quando finisce la vita, ma quando nessuno si ricorda più di lui. Il fatto che noi ricordiamo Sandro, vuol dire che Sandro non è morto e ricordando Sandro eternamente, lui vivrà eternamente.

Video

GIANNI MEREGHETTI:
C’è lo spazio per un’ultima cosa che è la prima domanda che ho ricevuto dopo la prima guida che ho fatto. Una persona mi ha detto: “Ma questa mostra cosa c’entra con il Meeting?” Possiamo riuscire insieme a rispondere a questa domanda? Io dico una cosa semplice, che questa mostra documenta un uomo che dice “sì”, cioè che un soggetto c’è. Tutto quello che è uscito, l’amicizia, il gusto per la natura, tutte queste cose vanno all’origine di un soggetto che c’è. Questo è il Meeting su Abramo, la nascita di un soggetto. Noi abbiamo partecipato nel nostro piccolo, a modo nostro, al godere della nascita di un soggetto. Perché è stata la nascita di un soggetto con la sua famiglia, con Cecilia, Anna, Miriam, Andrea di cui sono riportati dei pezzi nel video, Giacomo che è venuto al Meeting dopo anni e per tutti noi. Il centro culturale Shalom, che di tutto questo lavoro è stato protagonista, deve a Sandro il movimento che è stato messo in azione. Per cui “di che è mancanza questa mancanza” è la certezza di un soggetto che c’è. Il soggetto si crea quando impara, quando cerca. E io da Sandro ho imparato che un soggetto non è quello che sa tutto, ma è quello che è disponibile ad imparare, che vive la sua vita per imparare. Vi ringrazio. Io sono più commosso che all’inizio, mi vien quasi da piangere a pensare a Sandro, perché doveva esserci… No! Sandro è qui e questa è la certezza della fede e la fede non è immaginare ciò che non c’è, ma fare i conti con ciò che c’è. Noi in questi tre giorni stiamo facendo i conti con una Presenza che c’è, che ci fa andare sempre più a fondo in una origine che è più grande di noi, perché il fascino di questa storia è la sua origine. Sandro ci ha sempre ripetuto la frase di Gaudì: “l’originalità è tendere all’origine”. Questa è la scoperta affascinante che noi stiamo facendo. E l’origine è un esperienza viva, è un’esperienza che vive. Io vi ringrazio e chiedo perdono a tutti quelli che erano nelle varie sale e hanno sofferto per ascoltare, ma la bellezza di quello che abbiamo sentito è più forte anche del disagio che abbiamo vissuto.

Data

23 Agosto 2015

Ora

15:00

Edizione

2015

Luogo

Sala Poste Italiane C2
Categoria
Incontri