MOLTO PIÙ DI UN MERCATO. DAL NEO LIBERISMO A UNO SVILUPPO PER L’UOMO NELL’UNIONE EUROPEA

In diretta sui canali digitali di IlSussidiario Tv, Italpress, Rai News

In collaborazione con Fondazione per la Sussidiarietà

Enrico Letta, decano IE School of Politics University e presidente Istituto Jacques Delors; Francesco Maria Chelli, presidente ISTAT; Sergio Marullo di Condojanni, CEO Angelini Industries; Bernardo Mattarella, amministratore delegato Invitalia. Modera Giorgio Vittadini, presidente Fondazione per la Sussidiarietà

La deriva neoliberista intrapresa dall’Europa negli ultimi decenni ha generato disuguaglianze, ha sacrificato l’economia reale e il lavoro, ha rallentato la crescita. Come rilanciare uno sviluppo diffuso, stabile ed equo dei territori europei?

Con il contributo di Philip Morris Italia

Guarda l’incontro

 

GIORGIO VITTADINI

Buongiorno, benvenuti a questo incontro dal titolo “Molto più di un mercato: dal neoliberismo a uno sviluppo per l’uomo nell’Unione europea”. Non poteva mancare, dopo la ripresa del rapporto Draghi, la ripresa del secondo grande rapporto che si è data l’Europa l’anno scorso e che, è un onore per noi italiani, è stato dato a un altro grande italiano come Enrico Letta che, oltre a essere stato essere un protagonista della vita politica ed economica italiana europea, è anche un grande amico del Meeting e ricordo sempre la sua venuta quando insieme a Maurizio Luppi promuoveva l’intergruppo per la sussidiarietà, quando nel 2011 presentammo la mostra sui 150 anni di sussidiarietà, grazie a loro inaugurata dal presidente Napolitano e poi in molte altre occasioni. Allora, anche in questo caso il tema è questa ripresa del tema Europa legata alla questione economica che, come abbiamo detto in tantissime occasioni in questo Meeting, abbiamo visto, è una questione che ci tocca da vicino, il tema di dove sta andando l’Europa, il problema che interroga tutti in un mondo che sta cambiando rapidamente. Negli anni 80 non c’era competizione con India e Cina che rappresentavano il 4% dell’economia mondiale, oggi sono al 25%. È una battuta di Enrico che io ho ripetuto infinite volte: “Allora l’Italia era un paese grande in un mondo piccolo, adesso è un paese piccolo in un mondo grande e ha bisogno dell’Europa per vivere”. Quindi questa domanda è necessaria a noi per vivere. Allora, qual è la questione? Che abbiamo la percezione che l’Europa sta perdendo velocità e che esiste una divisione radicale fra regioni periferiche che si stanno spopolando e i centri di grande città. Per cui riprendo temi che ha affrontato Enrico nel suo rapporto. Il mercato unico senza coesione sociale non può assicurare uno sviluppo stabile e duraturo e l’idea di sviluppo non può essere quella di uno sviluppo neoliberista, ma uno sviluppo che ha insieme e pensato con i servizi di welfare, istruzione di interesse generale che pensa che ospedali, scuole e università sono parte di questo sviluppo. Allora, ricordo brevemente alcune linee fondamentali del rapporto di Enrico. Enrico parte parlando di quattro libertà del mercato unico: beni, capitali, persone e servizi. Ma dice, queste quattro libertà proprio in questo mondo che sta cambiando non sono sufficienti e ce ne vuole una quinta che comprende innovazione, ricerca, capitale umano, skill di diversa natura. E lui dice, questo è il manifesto dell’Europa dei prossimi 5 anni, ma ha bisogno questo tipo di sviluppo che a noi è particolarmente caro perché mette il tema dell’istruzione, della conoscenza, dell’innovazione che parte dalla persona di un vero mercato interno europeo in modo da rinunciare alle imprenditorie. Quella è la grande proposta di Enrico che penso ancora attuale, poi lo vedremo nel dibattito, ancora più attuale adesso, un diritto sovranazionale rafforzato che, i 27 paesi con la loro sola legislazione, può contribuire a costruire un capitale comune superando la frammentazione ed evitando lo scontro ideologico. Ricorda sempre Enrico l’idea di Unione Europea promossa da Jacques Delors, non eliminare le identità nazionali ma costruire un’identità su più livelli, più complessa, consapevole del fatto che ci sono universi elementi fondamentali che troviamo solo in Europa. L’universalismo del welfare, dell’istruzione, della sanità. Allora l’idea è di ripensare anche all’idea di mercato unico, perché mercato unico non è solamente neoliberalismo, non è l’egoismo dei singoli che porta al benessere collettivo, ma qualcosa di nuovo che questo diritto sovranazionale può portare, un mercato dove la persona sia al centro e al centro il capitale umano e ricorda il rapporto l’Erasmus, gli Horizon, i progetti imprenditoriali di formazione professionale che sono una novità. Tante volte quando si parla male dell’Europa adesso non ci rendiamo conto che molti di noi usufruiscono ogni giorno, ogni anno di queste realtà senza cui non vivremmo più. Io in università dico non ci potremmo neanche muovere se dimenticassimo questo. Secondo, l’idea di una biodiversità economica, serve la piccola impresa, la media impresa, la grande impresa, la multinazionale. Perché è come un bosco in cui hai bisogno delle sequoie e hai bisogno delle felci. Senza queste due realtà non hai il bosco. Terzo, che la persona non è l’individuo singolo, ma in relazione vive e cresce dentro le realtà sociali, quindi anche un’idea non di terzo settore, ma di realtà sociali che dialogano con l’impresa e con lo Stato. E qui è quarto, come dicevo prima, l’unità tra welfare e sviluppo. Non l’idea che accumulo ricchezza in qualunque modo, impoverendo la gente, poi ne distribuisco un po’, ma un’idea nuova di sviluppo che ha al centro la ripresa, la valorizzazione anche del modo con cui la persona sta bene e che lotta contro le disuguaglianze che sono cresciute. Allora, da questo punto di vista, oltre a Enrico, a cui poi chiederemo, che oggi oltre tutto è il grande uomo politico che sappiamo, ma è anche il decano della School of Politics University e il presidente dell’Istituto Jacques Delors che si divide ormai tra Madrid, Parigi e l’Italia perché è anche un grande accademico e quindi ha insieme queste due caratteristiche. A partire da questo abbiamo con noi tre personaggi importanti perché sono tre modi diversi di guardare a questa domanda. Il primo è il professor Chelli, presidente dell’ISTAT, il mio grande amico e collega, quindi è qui maestro che ci potrà dare un quadro dell’economia oggi, partendo dalla sua visuale di primo conoscitore, studioso dei dati. Poi abbiamo i soggetti che possono dirci se questa visione che è contenuta nel rapporto che valore ha, ma che valore ha oggi? Quando parliamo di dazi, quando mettiamo in discussione l’idea di un mercato globale che funziona, cominciamo a riparlare di neocorporativismo delle nazioni. Sergio Marullo di Condojanni, vicepresidente amministratore del Gruppo De Angelini Spa, una delle più grandi imprese non solo italiane ma internazionali della farmacia. Poi Bernardo Mattarella che è amministratore delegato, quindi di un’immagine di quell’intervento dello Stato che nel mio piccolo mi sono permesso di invocare come fattore fondamentale dello sviluppo, che è un altro grande amico del Meeting, ormai ogni anno c’è la sua presenza. Allora, quindi il nostro incontro si articolerà in questo modo. Innanzitutto chiederemo a Chelli, Marullo di Condaianni e Mattarella un intervento iniziale secondo le loro specifiche diverse. Poi ci sarà un intervento di Enrico e poi una breve ribattuta per dare un po’ di colore all’incontro. Quindi darei innanzitutto la parola al professor Chelli perché ci dia il quadro di dove stiamo nel 2025 dal punto di vista economico.

FRANCESCO MARIA CHELLI

Bene, innanzitutto ringrazio gli organizzatori per l’invito, mi fa molto onore anche rappresentare un po’ il quadro. Ringrazio e saluto gli illustri relatori. Allora, prima di parlare un po’ del quadro dell’economia italiana e farò un quadro, cercherò di farlo il più completo possibile con qualche riferimento anche all’Europa. Volevo semplicemente dire che l’Italia si trova, come abbiamo sentito dall’introduzione, a affrontare delle sfide che sono complesse da un punto di vista demografico, sociale, economico e queste sfide non potrebbero essere certamente affrontate se l’Italia non le affronta su una scala europea. Questo credo che ormai sia chiaro a tutti. L’Europa ha saputo costruire un supporto, un’infrastruttura di conoscenza proprio un supporto informativo che è costituito dagli istituti nazionali di statistica e dall’Eurostat che è un sistema informativo che sicuramente è un supporto fondamentale per poter conoscere e affrontare queste sfide e dal punto di vista esterno all’Europa è un supporto informativo che molti ci riconoscono e ci invidiano in qualche modo perché è un supporto informativo davvero di dati omogenei e di qualità. La prima cosa che vorrei presentare è questa grafica in cui l’economia italiana è in rallentamento. Perché il rallentamento? Perché il dato provvisorio che è uscito qualche giorno fa e alla fine del mese di luglio sul PIL ci dice che rispetto al trimestre precedente abbiamo un -0,1 e il trimestre precedente era stato un +0,3. Questa contrazione se sarà confermata lo sapremo esattamente venerdì prossimo quando usciremo col nuovo dato che confermerà, che sarà il definitivo rispetto a quello che abbiamo visto sul secondo trimestre dell’anno 2025. A che cosa è dovuto? È dovuto soprattutto alla componente estera, mentre tengono i consumi, gli investimenti e le scorte, abbiamo avuto una flessione della componente estera e ovviamente questo non può essere che il riflesso delle forti tensioni geopolitiche che stiamo vivendo che non c’è bisogno di citarle. Ovviamente per conseguire gli obiettivi di crescita, sarà necessario che si attui a fondo tutto il progetto legato al PNRR, tutti quegli investimenti che sono stati finanziati. Ora, se guardiamo la figura che sulla destra, vediamo che l’Italia ha un andamento in linea con le principali economie. Noi ci confrontiamo sempre con Francia, Spagna, Germania. Il problema qui, l’osservato speciale è la Germania che continua ad avere un’economia molto debole, la vedete la linea gialla. Essendo noi il primo partner della Germania per importazioni, per esportazioni, è chiaro che l’andamento fiacco dell’economia tedesca pesa anche sulla nostra economia. Cresce l’export, come dicevo, forse è un anticipare i tempi dopo tutto quello che si è detto dei dazi, no? Tutto questo anticipo che c’è stato. Quindi c’è una crescita nei primi 6 mesi del 25. Osserviamo una crescita degli scambi dell’export. Probabilmente è una manovra di anticipo. Noi non abbiamo misurato l’impatto dei dazi definitivi che sono tra l’altro in via di definizione, però quello che abbiamo fatto, abbiamo fatto uno studio a marzo, uno studio fondato sulle singole imprese e per verificare qual era la vulnerabilità del sistema paese, le imprese italiane, a un’eventuale politica dei dazi restrittiva e abbiamo misurato l’indice di vulnerabilità soprattutto sia con la concentrazione del prodotto, quindi aziende che hanno una gamma molto ristretta di prodotti. Il secondo fattore soprattutto è quello di avere più del 50% di fatturato nell’export e le aziende vulnerabili classificate in questo modo che rispetto agli Stati Uniti sono 3.300 con 9,6 miliardi di euro di fatturato. In generale noi abbiamo poco più di 23.000 imprese che possono essere vulnerabili all’export in generale, ma queste 23.000 imprese che sono poche, sono solo il 2,3% del totale, rappresentano quasi il 17% dell’export.

Questi fattori di vulnerabilità possono avere un impatto pesante sul nostro commercio con l’estero. Altri due numeri molto importanti. Il primo riguarda l’inflazione. L’inflazione si mantiene stabile, la nostra inflazione 1,7 è al di sotto della media europea, ma intorno a questo valore medio ci sono delle forti tensioni. Il carrello della spesa, vedete, è salito da 2,8 a 3,2% nell’ultimo mese. Che vuol dire? Vuol dire che i beni alimentari, sia lavorati sia non lavorati e i servizi essenziali, quelli dei trasporti, hanno avuto un rigurgito di aumenti e che sono controbilanciati dalla diminuzione o dalla attenuazione dell’incremento dei prezzi dell’energia e quindi questo colpisce in maniera diversa fasce diverse della popolazione. Saranno più colpite in questa situazione le fasce meno abbienti e quindi questo produrrà disuguaglianza, ma ci torneremo dopo. 363.000 occupati in più tra giugno 24 e giugno 25 e questo è un dato importante, sicuramente importante, un mercato del lavoro che continua a crescere. Per l’effetto demografia crescono gli occupati che hanno più di 50 anni e questo riguarda sia gli uomini sia le donne. La cosa che però va sottolineata è che siamo ancora lontani dal tasso di occupazione medio europeo. Siamo ancora lontani, noi siamo intorno al 62,9% quando la targhetta è oltre il 70% la targhetta che dovremmo raggiungere nel 2030. Qui ci sono, passiamo da due numeri a tre numeri e sono tre sfide per l’Italia e per l’Europa. Abbiamo dedicato il rapporto annuale sostanzialmente a questi argomenti. Il primo argomento è la produttività. La produttività si può misurare in tanti modi. Una misura molto puntuale è quella misurarla non per occupato, ma per ora, per cercare di tenere conto anche delle ore lavorate. Bene, in 24 anni, dal 2000 al 2024 la produttività è cresciuta dello 0,7%. È chiaro che qui io non entro nel discorso perché entreranno naturalmente illustri relatori che compongono questo panel, ma è chiaro che il tema dell’innovazione della ricerca è il tema fondamentale. La produttività cresce quando cresce sotto la spinta dell’innovazione e della ricerca.

Il secondo numero è un numero che ormai è sotto gli occhi di tutti, è il problema dell’invecchiamento. La popolazione italiana è arrivata a avere una media dell’età di 46,6 anni, molto alta. Questo dipende dalla bassa fecondità, una delle più basse del mondo, e dalla longevità della popolazione. La longevità è naturalmente una buona notizia, non è un fattore negativo, però questi due fattori che si combinano, scarsa natalità e alta longevità, fanno sì che la popolazione invecchi.

Quel terzo numero ci porta direttamente nel campo delle disuguaglianze. Abbiamo fatto un’analisi, l’abbiamo pubblicata qualche giorno fa, sui minori a rischio di povertà e di esclusione sociale. Questa è un’indagine che fa Eurostat, noi l’abbiamo applicata ai minori e quando parlo di minori in questo caso parlo dei minori di 16 anni. Quanti sono? Sono il 26,7% che vuol dire più di uno su quattro, però questa disuguaglianza non è omogenea. Abbiamo valori molto diversi, ad esempio, abbiamo nelle isole 43,6%, più di uno su quattro e soprattutto andando a studiare una variabile che assomiglia molto alla vita che è il titolo di studio e andando a studiare il titolo di studio della famiglia, misuriamo che nelle famiglie dove il titolo di studio è basso questo valore da 26,7% salta al 50%, anzi esattamente al 51,8 e invece si riduce, scende al 10,3% nelle famiglie dove c’è almeno una persona laureata e qui parliamo, questo è il tema dell’ascensore sociale e di tutte quelle politiche che si possono mettere in atto per cercare di diminuire questa disuguaglianza.

Per ultimo, finisco, con un’occhiata rapidissima agli SDGs e quindi ai nostri obiettivi di sviluppo sostenibile. Abbiamo questo grafico, la parte verde vuol dire quelli che migliorano, la parte rossa quelli che peggiorano, la parte gialla quelli che rimangono fissi dei 17 goals. Abbiamo una situazione di miglioramento rispetto a 10 anni fa che riguarda oltre il 50% delle misure e in particolare migliora l’energia pulita e accessibile, la lotta al cambiamento climatico e così via. Rimane stabile il goal 15 e il goal 16, ossia la vita sulla terra e l’acqua pulita e l’accesso ai servizi sanitari, ma quello che è più grave è che c’è un peggioramento nell’istruzione di qualità e questo si lega al discorso dell’innovazione, della ricerca del capitale umano e al discorso che ho avuto modo di fare rapidamente. Mi fermerei qui, poi magari se c’è qualcosa la aggiungo dopo. Grazie.

GIORGIO VITTADINI

Grazie Francesco. Allora, prego.

SERGIO MARULLO DI CONDOJANNI

Grazie. Dal punto di vista di un’impresa privata che opera in un settore farmaceutico che si basa su ricerca e sviluppo, ecco che cosa vediamo quando parliamo di Europa, che l’Europa scoraggia e penalizza profondamente l’innovazione e lo fa attraverso un sistema di regole che si illude di mettere al centro il cittadino, ma in realtà sta minando alle fondamenta quello che invece è stato un modello che almeno dal secondo dopoguerra in poi è stato di grande successo, ma che ora ha bisogno di essere ripensato. Spiego dal mio punto di vista, dal secondo dopoguerra in poi, fino forse ai primi anni 2000, la coppia capitale lavoro, che è il capitalismo che abbiamo conosciuto, in particolare in Europa ha garantito sviluppo, benessere e io credo anche grande attenzione alla persona. Paesi come l’Italia, la Germania hanno sviluppato sistemi sociali che hanno funzionato e continuano nonostante tutto a funzionare bene. Dai primi anni 2000 in poi si è verificato un fenomeno di chiara finanziarizzazione dell’economia che è esploso con la crisi finanziaria a cui però abbiamo reagito immettendo ancora più moneta, ancora più finanza nel sistema. Risultato, il capitalismo da capitalismo basato sul lavoro che produce beni e servizi e remunera quindi adeguatamente anche i lavoratori è diventato capitalismo finanziario in cui la finanza non è più un mezzo, ma è un fine. A questo si è saldata la grande innovazione delle nuove tecnologie che hanno ulteriormente accelerato questo processo di capitalismo basato sulla finanza e abbiamo visto che alcune economie come gli Stati Uniti si sono trasformate non più manifatturiere e i dazi non riporteranno la manifattura negli Stati Uniti, ma economie che esportano ad altissimo valore aggiunto, finanza e tecnologia, e su questo basano la propria economia. Che cosa ha fatto l’Europa, secondo la prospettiva almeno dell’impresa in questo periodo? Non ha seguito dal punto di vista dell’innovazione pura nelle tecnologie e nella finanza, tant’è che le banche europee sono piccole rispetto alle banche americane. I Big Tech sono tutti americani.

Ha continuato a investire sul proprio prodotto, che è un prodotto comunque di grande valore, ma regolandolo, continuando ad appesantirlo di regole pensando che questo fosse il modo per controllare un mondo che stava cambiando e che stava drasticamente facendo passare in secondo piano quello che era stato il modello capitale lavoro su cui noi avevamo basato il nostro successo. Oggi dove siamo? In una situazione difficile, come dice il rapporto, perché continuando a regolare e scoraggiare l’innovazione stiamo rimanendo sempre più indietro. Faccio degli esempi che conosco bene, il mercato farmaceutico. Oggi noi nel mercato farmaceutico abbiamo ancora delle aziende d’Italia, i famosi giganti, grandi come quelle degli Stati Uniti d’America, perché le Big Pharma europee, per motivi storici, hanno ancora una dimensione, un valore, una capacità di ricerca che è pari alle aziende americane. Cosa vi aspettereste? Che il numero di trial clinici, di studi che si fanno per portare un farmaco al mercato in Europa, sia competitivo con gli Stati Uniti, e che i farmaci nuovi, quelli che curano malattie più complicate, più difficili, più innovativi, siano almeno tanto europei quanto americani. Falso. Era così nei primi anni 2000, oggi siamo significativamente indietro rispetto all’America e da quest’anno siamo significativamente indietro rispetto alla Cina perché, nonostante abbiamo in questo settore grandi capacità e grandi aziende, abbiamo un sistema di prezzi e quindi una regolazione che ci penalizza profondamente. L’idea è: facciamo pagare poco i farmaci così tutti possono accedervi e di fatto avremo un sistema che aiuta tutti. Sbagliato. Certamente l’accesso va garantito a più persone possibili, ma non c’è dubbio e questo è un sistema che noi conosciamo bene e su cui abbiamo già basato e costruito la nostra forza, ma bisogna avere nel frattempo anche il coraggio di scelte coraggiose. L’innovazione costa e va pagata e va valorizzata e questo non significa fare un favore alle imprese, significa consentire anche ai cittadini europei di beneficiare, come quelli degli altri continenti, delle terapie innovative.

Il rapporto mette in evidenza, tra i settori più critici dal punto di vista del futuro della salute, la salute mentale o le patologie neurodegenerative. Corretto, è un settore in cui anche noi come azienda stiamo investendo molto. Sapete però che cosa osserviamo? Che oggi circa l’80% della ricerca in questi settori è americana e ci sono delle ipotesi, dei casi in cui alcuni farmaci non verranno in Europa perché il prezzo è un terzo o un quarto rispetto al prezzo che ci sarà sul mercato americano. Perché? Perché ancora una volta è molto difficile ottenere in Europa un’attitudine, una regolamentazione che non abbia paura di dire, se c’è qualcosa che vale va premiato perché questo è l’angolo attraverso cui io di fatto porto un beneficio anche ai miei cittadini. Quindi il messaggio che io qui vorrei passare e che è molto importante è il seguente: bene una quinta libertà, bene un diritto sovranazionale, che poi che cos’è un diritto sovranazionale? È un sistema di norme che insiste su un territorio più grande. Di fatto il diritto sono norme che hanno bisogno di un territorio per essere eseguite. Oggi gli Stati hanno il monopolio della forza. Un diritto sovranazionale dà a un’istituzione europea la capacità di far eseguire queste regole su un territorio più ampio. È un’ottima soluzione, non c’è dubbio, ma il diritto compone conflitti, stabilisce quali interessi devono prevalere. Allora la riflessione, secondo me, ancora più profonda che bisogna fare è proprio questa: che tipo di mercato vogliamo? Un mercato che abbia il coraggio di pagare adeguatamente l’innovazione, che scommetta sulla capacità degli europei di fare impresa, perché questo poi nel medio lungo termine è un beneficio per tutti e per i cittadini o un mercato che continua a guardare all’idea della persona al centro in maniera distorta, pensando che più regolo meno faccio pagare il cittadino e più gli consento accesso in un mondo che va a una velocità tale per cui questo non è più consentito? La domanda di fondo per me alla fine è: sicuramente immaginiamo strumenti che consentano più unità, più coesione, più Europa, ma facciamoci ancora prima la domanda.

Quale tipo di mercato pensiamo debba garantire il futuro, il benessere e la prosperità dei cittadini europei? È un’unica risposta per quanto riguarda chi fa impresa. Un mercato che non abbia paura di pagare l’innovazione, di investire nell’innovazione e riconoscere all’innovazione il giusto posto per consentire ai cittadini europei un futuro più sostenibile.

BERNARDO MATTARELLA

Buonasera. Grazie intanto per questo nuovo invito a partecipare al Meeting. Grazie ancora. Dal nostro punto di vista noi abbiamo visto, abbiamo vissuto un’epoca di neoliberismo nella vita delle istituzioni europee. Peraltro un neoliberismo iper-regolamentato, quindi c’è anche qualche problema da questo punto di vista. Iper-regolamentare il neoliberismo non è una cosa semplice, con meno attenzione rispetto a quello che dal nostro punto di osservazione sarebbe stato necessario alla coesione territoriale, alla coesione sociale e il che ha creato ancora ulteriori disallineamenti, ulteriori distanze tra i paesi più ricchi e i paesi più poveri e tra le aree più ricche e le aree più povere e il che non ha fatto bene, non ha fatto bene al mercato unico. Si parlava prima di produttività e di innovazione. Nel 1995 la produttività dell’Europa era pari al 95% di quella degli Stati Uniti. Negli ultimi anni, la produttività dell’Europa è pari all’80% di quella degli Stati Uniti e gran parte di questa distanza che si è accumulata, abbiamo visto quanto poco è cresciuta la produttività negli ultimi 25 anni, gran parte di questa distanza si è accumulata nel settore della tecnologia grazie allo sviluppo che c’è stato fuori dall’Europa nell’innovazione tecnologica, invece la scarsa attenzione che abbiamo avuto in Europa nell’innovazione tecnologica. Se mettiamo i dati della produttività dei settori a maggiore contenuto tecnologico, la produttività europea è più o meno in linea con quella italiana.

Tutto questo, come viene riportato nel rapporto di Enrico Letta, è anche accompagnato da una discreta frammentazione di normativa e anche da una sovrastruttura normativa che spesso impedisce ed è un deterrente all’investimento nel territorio europeo. Da non dimenticare anche i dazi equivalenti, come si dice oggi. Ci sono studi molto significativi che ci dicono che l’equivalente di tariffazione che c’è nel mercato europeo dei beni manifatturieri è pari al 45%, mentre quello per i servizi addirittura pari al 110%. Qual è il tema? Il tema è che probabilmente, dal nostro punto di vista, l’Europa che c’è non basta più, ma non da un punto di vista necessariamente quantitativo. C’è molta iper-regolamentazione, quasi deterrenza, ma è la qualità della presenza dell’Europa che deve cambiare, che deve evolversi mettendoci anche investendo, impegnando gli stati laddove non ci sono necessariamente fallimenti di mercato, ma dove bisogna orientare, dove è giusto orientare la spesa e gli incentivi allo sviluppo. Quando l’Europa si è mossa in maniera unitaria abbiamo l’esempio di Next Generation EU, quando si è mossa con un obiettivo particolare ha fatto interventi estremamente incisivi e estremamente utili. Ora il passo successivo è superare probabilmente il meccanismo dell’urgenza, dell’emergenza e rendere strutturali le eredità che abbiamo avuto che ci lascia in termini soprattutto procedurali, in termini di tipologia di intervento il PNRR con una grandissima attenzione alla programmazione 21-27 perché adesso noi avremo parecchie risorse in Europa da stanziare a valere sulla programmazione 21-27, ma ancora di più in funzione del nuovo quadro economico 2028-2034, quindi un’Europa con un’attenzione, con risorse dedicate perché ricordiamoci che il bilancio europeo è infinitamente più piccolo del bilancio di altri stati, di altre grandi potenze mondiali, tipo gli Stati Uniti o anche la Cina e con un’attenzione maggiore rispetto alla coesione territoriale, quindi con un approccio “performance based” sulla base di quello che ci lascia come strumenti di monitoraggio e di avanzamento della spesa il PNRR, ma anche “place based”, quindi con attenzione alle aree dove la coesione territoriale e la coesione sociale è più importante.

Senza dimenticare che la finanziarizzazione dell’economia è anche una delle cause del fatto che è sempre meno la persona umana, l’essere umano al centro dello sviluppo economico. Noi invece dobbiamo concentrarci sull’essere umano che sia nella sua qualità di imprenditore, di lavoratore o anche di cittadino. Abbiamo la forza culturale in Europa per poterlo fare.

GIORGIO VITTADINI

Allora, la parola Enrico. Aggiungo che il dialogo con Enrico è stato anche durante la costruzione del rapporto e quindi questo ci rende ancora più interessanti sapere a che punto siamo.

ENRICO LETTA

Ringrazio moltissimo per questa occasione anche di dialogo con delle cose molto interessanti che abbiamo ascoltato. Qual è il nocciolo della questione? Perché noi rischiamo su questi temi di andare su molti diversi rivoli, toccare tanti temi, ma alla fine se io dovessi sintetizzare il tutto in una questione. La questione è questa. Le nostre generazioni hanno vissuto negli ultimi 30 anni un qualcosa che non era mai accaduto prima nella storia dell’umanità. E questo qualcosa è un misto tra la demografia e lo sviluppo economico conseguente alla demografia. Il mondo è cambiato quando il mercato unico europeo è nato negli anni 80, il mondo era fatto di 3 miliardi e mezzo, 4 miliardi di abitanti, oggi il mondo è raddoppiato e tutta quella parte nuova non è europea, è tutta una parte nuova che arriva da altre parti del mondo e lo sviluppo tecnologico ha fatto saltare a queste nuove parti del mondo tutte le precedenti tappe dello sviluppo che noi avevamo vissuto, avevamo avuto bisogno di secoli per viverle tutte. La Cina, l’India in 30 anni stanno facendo quello che noi avevamo fatto in due secoli e oggi ci troviamo di fronte che cosa? Un mondo fatto di 8 miliardi di persone in cui noi europei siamo sempre gli stessi e la dimensione conta. Perché la dimensione conta? Perché il mercato è diventato globale di molti beni e pensiamo al nostro stesso comportamento di noi consumatori italiani, quando mai tra le nostre scelte avrebbe mai fatto capolino l’idea di comprare un’automobile cinese? Oggi questa idea fa capolino e come se fa capolino. Quando mai avrebbe fatto capolino l’idea di comprare un tetto fatto di pannelli solari cinesi. Oggi è diventata quasi la regola. Perché tutto questo capita? Perché la dimensione consente una dimensione di scala, prezzi più bassi e competitivi. E noi, noi italiani, noi europei soffriamo particolarmente tutto questo e stiamo pagando duramente in tutta Europa questi elementi che sono dati dal fatto che oltretutto questa frammentazione in alcuni campi ha finito per essere una frammentazione che ha portato problemi seri di produttività e di dimensione.

Vi faccio un esempio, c’è un settore nel quale noi vinciamo a livello globale. Questo settore è un settore molto avanzato, l’industria aeronautica. Perché vinciamo noi europei nell’industria aeronautica? Perché alla fine c’è un grande gruppo europeo. Questo grande gruppo europeo si chiama Airbus. Airbus è quello che produce insieme a Boeing la maggior parte degli aerei. Perché vinciamo noi europei? Perché alla fine Airbus è uno, mette insieme tutta la tecnologia più avanzata europea. Nessuno può dire che Airbus è francese, tedesco, spagnolo, svedese. Airbus è europeo. Il nostro limite è che in Europa tutte le iniziative finanziarie, industriali partono innanzitutto con un passaporto nazionale e se partono con un passaporto nazionale il primo limite non lo incontrano negli Stati Uniti o in Cina, ma il primo limite lo incontrano alla frontiera col paese vicino. Potrei farvi 1000 esempi. Mi consentirà Giorgio di far scendere drammaticamente la qualità scientifica del nostro dibattito, facendovi parte di un’esperienza di vita che ho fatto negli ultimi mesi, che mi è capitata in Spagna, ma sarebbe stata la stessa cosa in Italia o in Francia. Ho cominciato a lavorare per un’università a Madrid e ho affittato un mini appartamento a Madrid. Sono andato a fare tutte le cose che si devono fare per l’affitto di un appartamento, tra cui il cambio di titolarità per l’energia elettrica dell’appartamento. Ho parlato con un call center molto gentile, molto efficiente. Sono arrivato alla fine. Il call center mi ha detto “Siamo pronti per la firma, mi mancano solo due dati, mi dia i due dati finali e firmiamo il contratto. Mi dia il suo numero di conto corrente bancario e mi dia il suo numero di telefono”. Gli do il mio numero di conto corrente bancario e gli do il mio numero di telefono, silenzio dall’altra parte. E mi dice “Ma scusi, cos’è questo IT all’inizio del conto corrente bancario?”

“E cos’è questo +39?” E mi dice “Io ho bisogno di un numero di conto corrente bancario che cominci con ES e ho bisogno di un numero di telefono che cominci con +34, sennò ho scritto qui che io non le posso dare il contratto di elettricità, cioè lei deve stando qui aprire un conto corrente bancario in Spagna e prendersi un telefonino spagnolo”. La stessa cosa capiterà sicuramente a uno che viene in Italia. Vi confesso che la mia prima tentazione è stata quella di dirgli, “Guardi, io le mando il mio rapporto sul mercato interno che le dimostra che io ho diritto ad avere l’elettricità anche con un conto corrente bancario italiano e con un numero di telefono italiano”. Non l’ho fatto perché la colpa non era del funzionario del call center, era delle regole che ogni paese si dà di protezione dei propri servizi in contrasto con le regole del mercato interno. Qual è stata la conseguenza? Voi direte, vabbè, hai aperto un conto corrente in più, hai un numero di telefono in più. Il punto non è il mio problema, il punto, prendetelo come logica di sistema, il punto è che ogni consumatore si vede ributtato sulla sua dimensione nazionale. Quindi la mia banca italiana è stata limitata in quell’operazione, il mio operatore di telefonia italiano è stato limitato da quell’operatore dal vicino. La faccio breve, potrei essere molto lungo su tutti questi racconti, ce n’ho un’infinità. Sono i racconti di che cosa vuol dire, quindi l’idea di avere un quadro europeo, questo 28° regime di cui si parlava prima, il fatto di poter dire a un imprenditore “Tu operi a livello europeo con una specie di fast, con un passpartout. La tua regola che ti do vale che tu sia a Vilnius, che tu sia in Portogallo o che tu sia in Irlanda. Vale dovunque”, cosa che oggi non succede perché noi pensiamo che l’Europa sia unita economicamente, abbiamo la stessa moneta, quindi pensiamo, ma non lo è. Alle frontiere si bloccano tante cose. Ditemi il nome di una banca europea, ditemi il nome di un’assicurazione europea. Mi direte soltanto nomi di banche italiane, francesi, spagnole, tedesche o di assicurazioni italiane, francesi, spagnole, tedesche. Qual è la differenza? È che una banca americana, uno strumento finanziario americano, quando entra sul mercato, entra sul mercato col passaporto americano, non del Texas o della California e in quanto tale ha accesso al mercato americano che vale il 60% del mercato finanziario mondiale. Da noi parti col passaporto nazionale e ti fermi alla frontiera e fermandoti alla frontiera la dimensione non è più quella per competere su un mercato che, come molto bene Marullo di Condajanni ha detto prima, è globale ed è su quel mercato che bisogna combattere. Perché ho citato il mercato finanziario? Perché la spinta sull’innovazione in gran parte viene sia dalla regolazione sia dall’avere un mercato finanziario che sia a quel livello. Avete mai pensato del perché gli americani hanno per ora vinto la battaglia dell’intelligenza artificiale dello spazio? Non l’hanno vinta sui fondi pubblici. L’l’hanno vinta entrambe sulla capacità di avere un mercato finanziario in grado di investire grandissime quantità di investimenti privati e di avere un quadro regolatorio che ha aiutato ad andare in quella direzione. Noi oggi questo non ce l’abbiamo. Ci manca la quinta libertà, come dicevi prima, tutte cose che ho cercato di mettere nel rapporto che oggi sono parte del dibattito che sta avvenendo a livello europeo. Alcune di queste cose sono già nei progetti comunitari e sono stati presentati dalla Von der Leyen. Il problema è che in questi 6 mesi la Commissione Europea è stata presa da alcune priorità che purtroppo non hanno nulla a che vedere con quello di cui stiamo parlando. Il dover combattere una guerra dei dazi con gli Stati Uniti è una cosa che va totalmente contro tutto quello di cui stiamo parlando. È un modo per obbligare l’Europa a mettere tante energie su una cosa che alla fine è un lose, lose. Si perde tutti su questo. Perderanno anche gli americani. Non hanno nulla da guadagnare da questo. È una battaglia politica che Trump gioca per dire ai suoi “vi sto difendendo”. Alla fine l’economia non è un gioco a somma zero. L’economia ha bisogno di scambio e lo scambio parte e passa anche attraverso tutte queste scelte.

Tutto questo per dire che cosa? Che noi abbiamo bisogno di rispondere a questa sfida americana con una maggiore unità e integrazione europea che ci consenta di salire di soglia. Attenzione, voglio chiarire quello che sto dicendo. Io non sto dicendo che dobbiamo diventare tutti giganti, che dobbiamo diventare tutti americani. L’Europa è fantastica. Credo che Bernardo possa raccontarci moltissimo del suo lavoro con i piccoli, con i medi e con i grandi. L’Europa è un fantastico mix di grande e piccolo, sia paesi grandi, paesi piccoli, città grandi, città piccole, imprese grandi e imprese piccole. Ma attenzione, quando il mondo era piccolo, il grande europeo giocava nel campionato mondiale. Il grande europeo di oggi, che alla fine è un campione nazionale, non è un campione europeo, non ce la fa a giocare sul campionato mondiale, perde perché è solo campione nazionale. È il piccolo di ieri che può restare piccolo com’era prima, piccolo, agile, innovativo, lavorando in un ecosistema distrettuale più grande. Ma se non ha un grande che è campione europeo e campione globale, anche il piccolo non ce la fa. È lì che noi oggi stiamo perdendo. Accanto alla mancanza di innovazione. Accanto a tutti questi temi noi dobbiamo però metterci, Giorgio, se mi permetti, il senso del titolo “Molto più di un mercato” che è incredibilmente in sintonia con il titolo dell’edizione di quest’anno del Meeting, perché alla fine quello che oggi ci manca è il senso della costruzione dei mattoni con i mattoni nuovi che sono basati su che cosa? Secondo me su una sensazione profonda che tutto quello di cui abbiamo parlato fino adesso, attenzione, non sono aride cifre. Dietro le cifre che il professor Chelli ci ha dato prima, ci sono persone, se il nostro paese ha il 26% di giovani che non sono in grado di farcela perché non hanno l’educazione sufficiente, non sono quelle, sono, mettiamole in una stanza 100 ragazzi e ragazze e prendiamone 25. Sono persone, sono il nostro futuro sul quale non stiamo investendo. L’Europa in questo senso dobbiamo metterla al centro di queste riflessioni in quanto portatore di valori che sono legati a questa logica di sviluppo che è molto più di un mercato.

Perché dico questo? Perché i temi della competitività di cui abbiamo parlato hanno senso se noi li leghiamo alla fine ai valori che rendono l’Europa attrattiva. Perché l’Europa è attrattiva? Oggi noi abbiamo due concetti che sono due concetti sui quali ci giochiamo tutta la nostra forza e la nostra attrattività. I due concetti sono il concetto di pace e il concetto di libertà. Attenzione, siamo a rischio perché l’assenza di voce europea rispetto a quello che accade a Gaza, l’assenza di voce europea rispetto a quanto sta succedendo in Ucraina o la sua incapacità a essere in grado di imporre delle logiche che portino alla pace, a una pace duratura, è legata in gran parte al fatto che su questo tema della pace noi siamo in bilico. Perché dico che la pace e la libertà, che è l’altro grande valore dell’Europa, sono l’elemento più attrattivo? Perché tutti i temi di competitività di cui stiamo parlando non possono nasconderci uno degli elementi essenziali che vi voglio raccontare anche qui sulla base dell’esperienza che ho fatto perché le esperienze sono le volte più importanti di qualunque discorso. Nel preparare il rapporto io ho viaggiato per tutta Europa, ci siamo incontrati varie volte. Devo veramente ringraziare ancora Giorgio per il supporto che ho ricevuto, ma anche tanti parti del mondo economico con Farmindustria. Tante volte gli incontri che abbiamo fatto sono stati per me molto utili e molto importanti. Qual è l’episodio che vi voglio raccontare? Ho passato tante frontiere interne all’Europa. Ho passato tante volte la frontiera del Brennero tra l’Italia e l’Austria. Ho passato tante volte la frontiera del Reno tra la Germania e la Francia. Ho passato l’Oder-Neisse, la frontiera tra la Germania e la Polonia. Ogni volta che ho passato quelle frontiere non ho potuto non pensare che io stavo passando la frontiera senza nemmeno accorgermi che stavo passando la frontiera, senza nemmeno dover mostrare un passaporto e nemmeno una carta d’identità.

Ma non potevo non pensare che sotto c’erano centinaia di migliaia di cadaveri di ragazzi che non avevano visto i loro 20 anni perché il mondo prima dell’Unione Europea era costruito in modo tale che nelle nostre famiglie e ognuno di noi c’ha il nonno o la nonna che gliele hanno raccontate queste storie in cui il primogenito, il secondogenito, il terzogenito maschi venivano mandati a morire o a uccidere per spostare una frontiera di 20 km a sud o 50 km a nord, di 20 km a est o di 30 km a ovest. Quella frontiera che noi oggi non ci rendiamo conto nemmeno del perché sono morti per quella frontiera. Questo discorso che poteva fino a 3 anni fa apparire retorico, oggi non è retorico, perché parlate con le famiglie degli ucraini che hanno organizzato quella bellissima mostra che vi invito ad andare a vedere, ma parlate anche con le famiglie russe che si trovano i loro figli presi, portati via e mandati a morire per una frontiera che tra anni passeremo, passeranno come stiamo passando la frontiera del Reno. Ecco perché il tema della libertà e della pace sono così fondamentali. Ed ecco perché noi ci giochiamo tantissimo su questi valori, perché, per esempio, la questione della libertà dei popoli è così importante? La libertà dei popoli vuol dire che noi oggi solidarizziamo con popoli che sono in difficoltà, che sono oppressi, perché il fatto che loro abbiano la libertà di scegliere dove stare è parte integrante del valore europeo principale, l’autodeterminazione dei popoli. Ed è per questo che quando io ascolto Trump che parla di Groenlandia, di Panama, di Canada come interessi vitali per gli Stati Uniti, mi viene un brivido perché i popoli decidono dove stare e quella storia che a Yalta ha fatto sì che con un righello sono state fatte delle frontiere e tre persone hanno deciso chi stava da una parte, chi stava dall’altra. I nostri amici polacchi, i nostri amici ungheresi si sono trovati dall’altra parte perché altri senza di loro hanno deciso dove dovevano stare. Oggi il valore dell’autodeterminazione dei popoli, di un diritto internazionale basato sulle regole, non sulla legge del più forte, io sono più forte, quindi io decido dove stai tu che sei più debole. La grande forza dell’Europa è questo.

Non mi credete su questo? Vi faccio un piccolo esempio. Lontano da casa nostra, ma quanto bello e importante l’Irlanda, uno dei popoli più belli d’Europa. Se non ci fosse stata l’Unione Europea, l’Irlanda sarebbe stata asfaltata dalla scelta degli inglesi della Brexit, perché hanno fatto la scelta della Brexit e uno dei danni collaterali qual era? Che quella frontiera di cui tutti ricordiamo la canzone degli U2 “Sunday Bloody Sunday”, quella frontiera che grazie all’Europa non c’era più, era ricomparsa improvvisamente. È stata l’Europa a difendere un paese piccolo, l’Irlanda, perché i loro diritti erano diritti che fondamentalmente erano giustificati, che fossero grandi o che fossero piccoli. Fatemi dire, e concludo su questo, che in un ragionamento sulla competitività e sull’attrazione dell’Europa questi valori sono valori straordinariamente fondamentali. La più grande attrazione europea è quella dei nostri valori europei che dobbiamo difendere.

GIORGIO VITTADINI

Allora, chiederei ai nostri interlocutori un breve commento finale a quello che è stato detto, quindi cominciamo da come volete.

SERGIO MARULLO DI CONDOJANNI

Allora, sono molto d’accordo. Serve più Europa, serve un’Europa più grande e più unita. La domanda è perché non succede? Perché in un continente in cui oggi credo il diritto europeo prevalga sul diritto nazionale, in cui si parla da tanti anni di avere regole comuni più armonizzate, di fatto poi non si riesce nemmeno ad emettere uno strumento finanziario comune. Io credo che sicuramente serva un mercato più grande, più unità, più Europa, più scala in un mondo che diventa sempre più competitivo. Però la vera domanda per me è: qual è l’idea dietro a tutto questo? Non succede, non riusciamo ad avere più Europa, un diritto unico, perché forse non abbiamo un’idea chiara di dove vogliamo andare, di come vogliamo difendere il nostro modello.

Di fatto Airbus è un buon esempio perché lì il valore aggiunto che si crea è molto chiaro per tutti. In altri settori questo è meno evidente, però ed è il discorso che facevo prima sull’innovazione, in un mondo in cui siamo sempre di più e noi sempre di meno e dobbiamo difendere un tenore di vita che di fatto è ancora il più alto del mondo o siamo capaci di generare più valore aggiunto o ci troveremo tutti irrimediabilmente più poveri. Se quindi non promuoviamo un’idea di Europa che di fatto incoraggia la creazione di valore aggiunto attraverso l’innovazione e la condividiamo, nessuna regola sovranazionale reggerà all’impatto di quello che succede. Quindi ribadisco ancora una volta, certamente per me da imprenditore molta più Europa, ma dietro questo, dietro un diritto europeo che valga per tutti, un’idea forte, condivisa di dove vogliamo andare e su che cosa vogliamo puntare per difendere il nostro modello, che è un modello molto virtuoso in cui le persone sono e saranno sempre al centro grazie alle nostre radici giudaico-cristiane.

FRANCESCO MARIA CHELLI

si potrebbero fare molte considerazioni. Ringrazio davvero gli illustri relatori per le loro suggestioni. Una che mi è rimasta molto forte è questo panorama che ha tracciato Enrico Letta sul peso sulla demografia, quindi sul peso decrescente dell’Europa proprio da un punto di vista della dimensione perché la dimensione è molto importante.

Ci sono molti studi che legano il benessere alla popolazione. Non possiamo dimenticare che la dimensione, la scala è molto importante. Una nazione con pochi abitanti è destinata a essere insignificante. Volevo sottolineare una cosa che prima non ho avuto tempo di dire. Abbiamo perso lo scorso anno quasi 10.000 nati. Abbiamo stabilito l’ulteriore record dopo molti record che abbiamo già stabilito. Abbiamo perso 10.000 nati, siamo arrivati a 369.000 e se proiettiamo la perdita che abbiamo avuto nei primi 5 mesi dell’anno, che è circa il 7,9% in meno di nati in Italia in 5 mesi, se questa la proiettiamo sui 12 mesi, questi 10.000 li supereremo e anche di molto e quindi avremo un crollo della natalità ancora più forte rispetto agli anni precedenti. Questo ovviamente è una cosa che ci deve far riflettere. Il tema della denatalità è un tema mondiale, è un tema che deve essere affrontato. Io vi racconto due episodi rapidissimi. Il primo è che il ministro della famiglia francese è venuto in Italia per una visita ufficiale e ha voluto incontrare una delegazione dell’ISTAT per parlare del problema demografico italiano, quando noi sempre abbiamo detto in tutte le sedi, io vengo dall’università, che se c’era una nazione che si era preoccupata del problema demografico e della natalità in Europa prima degli altri, erano proprio i francesi. Che i francesi vengono a studiare e a conoscere come noi stiamo reagendo a questa situazione un po’ sinceramente mi ha stupito, una lunga visita.

La seconda cosa è questo incontro che c’è stato nel Wyoming a Jackson Hole dei governatori delle banche centrali. Il tema principale del primo giorno in cui è stata invitata a parlare Claudia Goldin, che è un premio Nobel dell’economia, il tema è stato la demografia e in particolare tutta la relazione di questo premio Nobel è stata sulla denatalità e le ragioni della denatalità. Quindi è un problema che colpisce tutto il mondo occidentale, che si può contrastare ovviamente in modi che devono, ma è un problema che colpisce soprattutto l’Europa perché si trova in questo momento a avere già avuto un forte degrado di popolazione in relazione ai paesi che abbiamo intorno, quindi ai grandi paesi come la Cina, come l’India, l’Africa che continua a crescere. Questo è qualcosa che ci deve far riflettere perché poi questo problema è come una palla su un piano inclinato, aumenta la velocità e sarà più difficile fermarla. Grazie.

BERNARDO MATTARELLA

Allora, intanto grazie Enrico per la sollecitazione. Ti confermo che ci sono realtà piccole, medie, straordinarie in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, che però bisogna capire su quali filiere lavorano, chi è il loro campione di filiera. Per esempio il distretto aeronautico in Campania, in Puglia lavora tendenzialmente per un campione di filiera europeo che è Airbus. Altrove lavorano per gli Stati Uniti, lavorano per il Giappone, lavorano per altre grandi realtà che non sono europee e quindi bisogna investire molto su questo, bisogna passare. Ci sono molti meno confini ormai fisici che non economici e finanziari nel nostro continente. Ma allora però volevo farti una domanda, se possibile. Quanto siamo distanti, secondo te, da un po’ più di “skin in the game” dell’Europa in quanto istituzione, quindi bilancio europeo per sostenere programmi di sviluppo europei?

ENRICO LETTA

Prendo la domanda di Bernardo e la lego alla questione che poneva prima Marullo. In questi ultimi giorni, settimane, siamo stati riempiti di messaggi visivi in cui c’è uno che sta in una stanza ovale da solo, firma, ordini esecutivi, decide, cambia dal 15% al 50% tutto lui. Da un’altra parte del mondo c’è un altro da solo, decide lui, sulla guerra, su quello che continuerà, non continuerà. Parlo di Mosca e di Putin. C’è il sistema cinese che è diverso, non c’è uno da solo, c’è un sistema più complesso, molto complicato. La sostanza è che nel mondo, in questi ultimi tempi, si stanno affermando sempre più dinamiche che sono dinamiche di potere verticale. Questa è la sfida oggi che ci viene contro a noi europei perché il potere verticale in Europa è, secondo me, politicamente impossibile, impraticabile per un motivo molto semplice, che siamo una complessità di 27 paesi, dobbiamo convivere tra 27 paesi che parlano anche lingue diverse. Su questo delle lingue, peraltro, bazzicando Bruxelles da 30 anni, vi posso dire che abbiamo fatto un grande passo avanti, Giorgio. Il passo avanti l’abbiamo fatto grazie paradossalmente all’uscita della Gran Bretagna. Direte che cosa stai dicendo? Sì, perché adesso è diventata la lingua franca che tutti parlano ed è il Bad English, il cattivo inglese, perché non essendoci più gli inglesi tutti parliamo un cattivo inglese, voi mi direte ci sono gli irlandesi, appunto, appunto, e alla fine questa dinamica europea, una dinamica europea che oggi fatica sul tema della verticalità in modo drammatico e noi dobbiamo essere in grado di far sì che invece una leadership europea collettiva non vi sembri un ossimoro, una leadership europea collettiva si formi la presidente della Commissione Europea, il presidente del Parlamento, i leader dei principali paesi europei che stiano uniti, concordino delle scelte e le portino avanti. Guardate che senza leadership su queste cose sarà impossibile. Quindi la mia risposta sia a Marullo che a Mattarella è questa: senza questa leadership collettiva andare nella direzione delle scelte che devono essere fatte, combattere, Chelli ha parlato della denatalità, io penso che sia il più grande problema che noi abbiamo della demografia che è un problema che non si risolve solo con l’integrazione di nuovi europei, perché non è che noi faremo nuovi europei facendoli nascere a milionate nei prossimi 2 anni. Lo sappiamo tutti benissimo che l’unica possibilità è l’integrazione di nuovi europei, ma la leadership rimane fondamentale.

Allora, Giorgio, fammi concludere con un’immagine che vi voglio dare che per me dice quanto la leadership sia legata a fattori che sono anche imperscrutabili, ma che hanno a che vedere con la formazione delle persone e anche con il coraggio. Quando penso al tema della leadership io penso a un’immagine che è questa. A me colpisce, abbiamo parlato di innovazione. A me colpisce ricordare che nella nostra storia l’innovazione ha percorso due cose che hanno evocato tantissimo nel nostro immaginario. Si è mossa su due strade totalmente diverse, una rapida e di grandissimo successo, un’altra invece molto lenta. Noi tutti, se molti di voi sono persone che stanno al Meeting per diversi giorni, siete arrivati qui con il vostro Trolley. Avete messo il trolley in un posto dove si tengono i bagagli. Tutti viaggiamo con il trolley, con le ruotine. Chi è meno giovane in questa sala sa che il trolley con le ruotine, che è un’invenzione che ha cambiato le nostre vite, è una roba che quando noi eravamo ragazzi non c’era. Noi ci ricordiamo i nostri primi viaggi con la valigia non di cartone, qualcuno anche di cartone, la valigia a tracolla, ma le ruotine non c’erano. Se voi andate a cercare notizie, la data mi dicono essere l’87 addirittura che il trolley diventa la regola nelle nostre vite. Il trolley è un’invenzione che per noi oggi è assolutamente banale, eppure non c’era. È un’invenzione che è arrivata per qualche casualità perché un pilota cominciò a pensare in tutti i viaggi, “Ma come si fa?” ed è arrivata in modo casuale perché non c’era prima su questo tema non c’è stata una leadership, un’innovazione, un investimento. Dove voglio andare? Il trolley è stato inventato dopo, decenni dopo che l’uomo ha mandato il primo razzo sulla Luna e un uomo è camminato sulla Luna, che è una cosa che se uno ci pensa è molto più complessa che mettere le ruotine sul trolley. Ma perché quello è avvenuto e perché è avvenuto 20 anni prima? È avvenuto 20 anni prima perché per motivi di leadership una persona fece un discorso nel 1962 o 61, non mi ricordo, e disse “Voglio mobilitare”, quella persona era Kennedy, le energie di tutto il nostro paese su un obiettivo. Ci diamo una data, entro la fine di questa decade, di questo decennio, noi porteremo un uomo sulla Luna. E quella data era una data arrischiata, sembrava difficile, impossibile, ma quella leadership mobilitò un intero paese che alla fine nel 69 portò l’uomo sulla Luna e lo portò l’uomo sulla Luna 20 anni prima dell’innovazione del trolley che oggi riguarda le vite quotidiane di ognuno di noi. Attenzione perché tutte le cose di cui stiamo parlando alla fine c’è dietro sempre la persona, c’è sempre dietro la capacità, la forza, il rischio, l’innovazione, la visione. Senza visione non c’è futuro. Ed è questo, in fondo anche il titolo del Meeting di quest’anno. Grazie.

GIORGIO VITTADINI

Allora, voglio trarre qualche breve conclusione proprio su questo spunto, perché da dove nasce questa persona? Secondo me il nemico, come abbiamo visto da questo dibattito, è il meccanicismo. Nemico la persona che è tutto meccanico. Ci sono stati meccanici che sono quelli, ci sono imprese che sono quelle, c’è un’organizzazione che è quella. La persona e la vivacità ha come condizione una frase che ha detto un po’ di anni fa il presidente Violante: “Ci vogliono comunità pensanti, ci vogliono luoghi dove della gente come oggi pensa qualcosa come il rapporto che ancora non c’è per il gusto di conoscere”. L’Illuminismo a Milano non ha tagliato le teste ed è stato un fattore di cambiamento positivo della Chiesa che è stata l’unica che ha partecipato al Risorgimento, dell’innovazione che ha costruito l’imprenditoria, della giustizia con “Dei delitti e delle pene”, perché c’era un luogo che si chiamava caffè dove della gente si trovava a pensare e non ne avrebbe pensato che questo avrebbe avuto un futuro, perché il Trolley e la Luna hanno bisogno di luoghi dove della gente pensa, come oggi, anche se non sa qual è l’esito, non per l’utilità immediata. Questo è il bisogno e quello che stiamo facendo qua.

Per costruire una persona non ci vuole la società non esiste della Thatcher, ma luoghi dove, o la stanza ovale di Trump o il tavolo di Putin, ma luoghi dove pensiamo. Noi siamo qui a cercare di pensare perché queste comunità pensanti generano due cose: l’innovazione della persona e la capacità di vedere gli esempi degli altri, non solo i propri, ma ancora prima, perché ci siano delle comunità pensanti, ci vuole una condizione ancora prima che è quella che ho cercato di ricordare durante il Meeting, è l’idea di Ratzinger, le minoranze creative. L’Europa è stato ed è un luogo di minoranze creative, di luoghi dove si pensa perché si vive insieme. Faceva l’esempio dei monasteri e diceva o allo stesso modo con cui Don Giussani qualche anno prima riprendendo MacIntyre parlava di non puntellare l’impero, ma di costruire luoghi di vita, luoghi dove si vive insieme, dove si condivide la vita normale e allora nasce un pensiero. Io penso, per concludere, che le leadership nascono perché esistono comunità pensanti e minoranze creative che esprimono, e questa è la storia della nostra democrazia, leader che appartengono a questi luoghi, come abbiamo sentito oggi da Enrico, che fanno degli esempi che dalla appartenenza a questi luoghi. Perché riprenda l’Europa occorre che riprenda questo percorso, che un Parlamento europeo sia l’espressione di questi punti, che la leadership abbia riferimento a questo, perché se si appartiene a comunità pensanti, minoranze creative, c’è anche il gusto di stare con l’altro che è diverso, l’altro dello Stato che è diverso, l’altro del partito che è diverso, di ritrovare la politica come l’arte del compromesso e di trovare soluzioni che sono nuove. Vi sembra strano? Beh, allora cosa è successo nel Covid? Perché in quel momento l’Europa ha trovato una sua quadra comune e ha aiutato ciascuno di noi? Noi dobbiamo riprendere questa idea che è un’idea di democrazia che ha alla sua base dei corpi intermedi e non si riduce semplicemente a delle elezioni di persone che spuntano come funghi dalla Luna o da Papalla, ma sono espressioni di questi mondi. Io penso che questo sia il messaggio di questo incontro e uno dei punti più importanti di questo Meeting. Grazie. Grazie.

Data

26 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri