Chi siamo
Manifestazione inaugurale (II edizione)
Programma dell’evento di apertura della II edizione del Meeting per l’amicizia fra i popoli.
Presenta Paolo Cavallina, giornalista e conduttore di programmi televisivi.
In apertura si darà lettura del telegramma pervenuto dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.
Intervento introduttivo di Emilia Smurro, membro del Comitato Organizzatore del Meeting per l’amicizia fra i popoli.
Esibizione dei gruppi spagnoli: “Coros y Danza de España“, “Escuela de Folclore de la Diputación de Salamanca“, “Eusebio y Pilar Mayalde“.
Interventi di saluto di: Massimo Conti, Presidente dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Rimini; Rodolfo Lopes Pegna, Presidente dell’Ente Fiera di Rimini; Giancarlo Pasini, Presidente dell’Ente Provinciale del Turismo di Forlì; Zeno Zaffagnini, Sindaco di Rimini; Lanfranco Turci, Presidente della Giunta Regionale dell’Emilia-Romagna.
Esibizione del gruppo belga di folklore popolare “Gli uomini sui trampoli di Merchtem”
Interventi di: Guido Bodrato, Ministro della Pubblica Istruzione; Lorenzo Natali, Presidente della Commissione delle Comunità Europee.
A seguire:
Ascolto dell’intervista a Tadeusz Mazowiecki del giornalista Luigi Geninazzi.
A seguire:
Esibizione del “Gruppo di canto popolare La Traccia“.
A seguire:
Esibizione dei gruppi spagnoli: “Coros y Danza de España“, “Escuela de Folclore de la Diputación de Salamanca“, “Eusebio y Pilar Mayalde“.
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Paolo Cavallina
Buonasera e benvenuti al secondo meeting dell’amicizia fra i popoli. Ci ritroviamo qui dopo un anno ed è molto bello ritrovarci perché in fondo evidentemente quest’anno è volato. Siamo veramente tutti degli amici qui. È molto importante questo perché io credo che l’amicizia fra i popoli può nascere soltanto quando esista un’amicizia fra gli individui. È la cosa fondamentale, altrimenti non si può sperare di unire i popoli se non siamo uniti prima di tutto fra noi. Vi ringrazio di essere tanti. Quest’anno siete ancora di più dell’anno scorso e questo fa bene sperare, vuol dire che la cosa interessa. Io sono qui insieme con l’amica Emilia Smurro, che tutti voi ben conoscete, che mi aiuterà nel difficile compito di condurre questa manifestazione per alcune ore consecutive. Voi sapete che questa, che è in fondo una sei giorni, oggi intanto avrà la prima buona porzione di ore e cioè da ora fino a verso mezzanotte immagino. Però non vi impaurite perché non saranno tutti discorsi. Ci sarà anche qualcosa da vedere, ci saranno delle canzoni da sentire, ci saranno dei gruppi folkloristici che balleranno, che ci faranno divertire. Insomma, staremo, spero, anche in allegria cercando di dire anche qualche cosa di interessante e di valido. Abbiamo fra noi moltissime personalità locali, regionali e nazionali. Abbiamo anche il rappresentante del governo quindi vogliamo dire che insomma ci sentiamo proprio perfettamente in regola per poter cominciare.
Ecco a questo punto vorrei leggere un telegramma che è giunto e che ci sta particolarmente a cuore di farvi conoscere e cioè il telegramma del Presidente della Repubblica, onorevole Pertini. È un lungo telegramma però è bello quindi ascoltatelo con attenzione.
«Ai giovani convenuti a Rimini per il secondo Meeting per l’amicizia fra i popoli mi è particolarmente caro esprimere un saluto e un cordiale benvenuto. Le radici comuni della civiltà europea, cui è quest’anno dedicato il convegno rappresentano un tema d’alta suggestione e significato. La comunità di spirito e d’esperienza che accomuna i popoli d’Europa è, infatti, un valore profondo che secoli di lotte fratricide e barriere politiche tuttora incombenti non sono valse a sradicare. Oggi che l’eurocentrismo politico è tramontato è più che mai indispensabile che di quest’ineguagliato retaggio culturale, in gran parte divenuto patrimonio dell’intera umanità, i giovani d’Europa assumano crescente consapevolezza e meditato orgoglio. Il difficile domani che ci sta di fronte esige una coraggiosa e originale riscoperta dei tratti più fecondi della cultura europea, il gusto inquieto della ricerca e delle opere, la percezione del valore inalienabile dell’individuo libero, partecipe di una comunità retta e garantita dalla legge».
Sandro Pertini
Ecco mi pare che telegramma ci dia lo spunto anche per parlare brevemente dell’argomento che è stato scelto quest’anno per la discussione in questo meeting. Il Presidente Pertini parla appunto delle radici comuni dell’Europa e in fondo questo è proprio il senso del discorso che vogliamo fare noi, vero?
Emilia Smurro
Esatto, infatti tu accennavi prima la continuità fra il tema dello scorso anno e il tema di quest’anno. Quest’anno vorremmo proprio riappacificarci, oltre che fra noi in questo grande gesto di amicizia, ma proprio riappacificarci con le nostre origini, con le origini storiche, culturali, con le origini spirituali del nostro continente, di tutta la nostra realtà. Perché come giustamente dicevi tu, la pace fra tanti è possibile se uno è in pace con sé, se uno è in pace con ciò che ha alle spalle, con ciò che lo ha generato, se tanti diversi sono in pace con ciò che li ha generati, pur così diversi. Questo è quello che vorremmo iniziare o continuare a costruire insieme col meeting di quest’anno.
Paolo Cavallina
Benissimo. Senti, che cosa vogliamo fare ora? Ecco, allora siccome ci pare di avere parlato già abbastanza, pensiamo di fare salire sul palcoscenico il primo gruppo che deve, che vuole e che deve esibirsi qui tra noi.
Emilia Smurro
Sono tre gruppi spagnoli riuniti per lo stesso spettacolo, con nomi complicatissimi che spero di leggere esattamente perché sono davvero bravi e non vorremmo togliere nulla a quello che sono. Il primo è il Coros y Danza de España, il secondo è la Escuela de Folclore de la Diputación de Salamanca e il terzo è Eusebio y Pilar Mayalde, tutti venuti dalla Spagna in occasione di questo meeting.
Intervallo: esibizione dei gruppi spagnoli: “Coros y Danza de España”, “Escuela de Folclore de la Diputación de Salamanca”, “Eusebio y Pilar Mayalde”.
Paolo Cavallina
Sono davvero bravi questi spagnoli di Salamanca; un pochino tristi ma molto bella come cosa. E poi fanno tutto con niente… avete visto, è una presentazione povera. Comunque, a parte gli scherzi, è un gruppo veramente bravo! A questo punto darei la parola ad alcune personalità che vogliono salutare il Meeting e fare il loro augurio. L’unica raccomandazione che voglio fare a queste persone, scusatemi, è la brevità! perché fa molto piacere di avere tanti amici che ci vengono a salutare, però si può essere lo stesso efficaci pur essendo brevi! Allora io vorrei domandare alla nostra Emilia a chi dobbiamo dare la parola.
Emilia Smurro
Cominciamo con Rodolfo Lopes Pegna, Presidente dell’ente fiera, che ospita questo Meeting.
Rodolfo Lopes Pegna
Ecco vedrò di raccogliere l’appello fatto da Cavallina e di essere brevissimo. Amici organizzatori, autorità, signore e signori, nel portare il mio saluto personale e quello della giunta esecutiva dell’Ente Fiera, esprimo la nostra soddisfazione nell’ospitare questa seconda edizione dei Meeting per l’amicizia fra i popoli particolarmente importante e interessante sia per il credito con cui l’iniziativa si presenta, dopo il successo ottenuto all’esordio lo scorso anno, sia per l’attualità dell’argomento scelto a tema di quest’anno: “L’Europa dei popoli e delle culture”. Credo che sia per tutti motivo di compiacimento il poter costatare, sulla base del programma che è stato predisposto, la serietà con la quale questo tema sarà svolto. Anche le prossime giornate vedranno, infatti, accanto a spettacoli e manifestazioni di grande interesse, la partecipazione di molte personalità italiane ed estere che per il loro prestigio rappresentano il simbolo dei desiderio dell’unità dei popoli europei e costituiscono al tempo stesso un preciso punto di riferimento per chi, seppur a partire da visioni e da impostazioni diverse, desidera comunque impegnarsi per realizzare, tassello dopo tassello, il grande armonico mosaico dell’unità europea. Da questo punto di vista credo che l’aspetto più interessante di questa manifestazione, che oggi inauguriamo, risieda nel suo configurarsi come un grande incontro fra uomini diversi, provenienti da territori geograficamente anche lontani e portatori ciascuno di una propria particolare cultura, di una propria storia, di un proprio contributo da dare. In questo fatto risiede a mio parere l’aspetto più suggestivo delle giornate dei Meeting, proprio nella possibilità cioè di ritrovare, all’interno anche d’esperienze profondamente diverse, dei riferimenti e dei valori comuni sui quali la costruzione dell’unità europea possa avere più concretezza, rispettando e anzi valorizzando quegli elementi di diversità che, giustamente intesi, possono e debbono contribuire ad arricchire quel tessuto unitario che noi – europeisti convinti – desideriamo costruire. Intervenendo a questa manifestazione noi tutti, credo, siamo chiamati ad assumerci l’impegno di rinnovare i nostri sforzi personali e collettivi per offrire fino in fondo il nostro contributo per la realizzazione di questo grande disegno d’unità europea. In questo senso ritengo che queste giornate possano rappresentare, per chi vi parteciperà, un punto di riferimento perché, sulla base delle testimonianze ascoltate e della riscoperta di realtà di cui si poteva magari ignorare l’esistenza, possa riaccendersi in ciascuno la suggestione di un impegno per un obiettivo che trascenda il proprio particolare, per legare gli uomini in una prospettiva di pace, di tolleranza e di rispetto reciproco. Mi sia consentito infine, a conclusione di questo breve saluto, rivolgere un plauso agli organizzatori per l’abilità e la capacità dimostrata, per lo sforzo organizzativo messo in essere, per la chiarezza di visione con la quale è stato messo a punto il programma di questa manifestazione. Auguri, dunque, perché questi sforzi siano premiati, perché i risultati di questo Meeting corrispondano alle vostre e alle nostre aspettative, perché il successo di quest’anno possa costituire il presupposto di altre ancor più riuscite prossime edizioni di questa manifestazione. Grazie.
Paolo Cavallina
Grazie presidente! E ora diamo la parola ad un altro presidente!
Emilia Smurro
Giancarlo Pasini, Presidente dell’Ente provinciale del turismo di Forlì.
Giancarlo Pasini
Signor Ministro, Signori Presidenti della Giunta e del Consiglio Regionale, Signor Sindaco, Autorità e amici tutti, l’Europa dei popoli e delle culture è da tempo presente e in modo cospicuo in questa nostra terra di Romagna, attraverso la presenza fisica dei suoi cittadini che scelgono le nostre zone per le loro vacanze e per il loro tempo libero. Ciò dimostra che questo territorio possiede una capacità d’incontri, d’esperienze e d’espressioni, le più diverse, che superano il pur notevole fatto economico e si pongono come potenziale strumento per la conoscenza reciproca e quindi per l’amicizia fra le genti. Nel portare quindi il saluto della organizzazione turistica pubblica della nostra Romagna a tutti i partecipanti a questo Meeting, non possiamo nasconderci la soddisfazione per avere contribuito a creare un teatro e una platea veramente idonei e direi quasi naturali, per incontri, come il Meeting che si apre oggi, che esprimono le stesse aspirazioni di pace e di fratellanza dei popoli dell’Europa. Ma agli organizzatori di questi incontri va riconosciuto un merito importante e particolare: quello cioè di dare concretezza a queste aspirazioni molto spesso soffocate dagli egoismi e dalle prevaricazioni di vario tipo, richiamandoci tutti alla meditazione circa le nostre comuni origini, per rendere più facile la riflessione sul nostro comune cammino futuro. Di questo noi abbiamo particolare bisogno: di riflessione e di meditazione, per operare serenamente l’attuazione concreta di quel precetto nel quale tutti ci riconosciamo, cristiani e no: ricercare le cose che ci uniscono e non quelle che ci dividono. A questa ricerca il Meeting per l’amicizia fra i popoli e le manifestazioni di cui è composto porterà un contributo non trascurabile e la nostra gente apporterà il significato della propria presenza e della propria partecipazione. Grazie di essere qui e benvenuti a tutti.
Emilia Smurro
Proseguiamo con Massimo Conti, Presidente dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Rimini.
Massimo Conti
A Lei signor Ministro, ai Presidente della Giunta Regionale, al signor Sindaco, agli Onorevoli presenti, alle autorità presenti, ma soprattutto – mi si consenta – a tutti coloro che hanno voluto organizzare questo incontro, ai partecipanti, ho l’onore di porgere un sincero benvenuto ed un caldo ringraziamento, non solo per aver scelto questa città, ma per la speranza che la vostra iniziativa suscita. Il Meeting ‘81, un’occasione di dialogo, di confronto, ma soprattutto, ci auguriamo, un messaggio di pace che è rivolto ai popoli, alle genti d’Europa; un’Europa che talvolta sembra aver smarrito il senso della sua storia e di un destino comune, pur nelle diversità della lingua e delle esperienze. Con l’iniziativa dei Meeting abbiamo un’ulteriore occasione, dunque, per arricchire il dizionario di quello che dovrebbe essere sempre più un comune linguaggio. È possibile, deve essere possibile; l’esperienza di una città come Rimini forse può star lì a dimostrarlo: l’esperienza di una città che non vuoi essere per l’occasione solo cornice al vostro incontro ma partecipe di un comune dibattito. Benvenuti e buon lavoro.
Emilia Smurro
Il sindaco della nostra città, Zeno Zaffagnini, Sindaco di Rimini
Zeno Zaffagnini
Signor Ministro, signor Presidente della Commissione della Comunità Europea, signori Presidenti dell’Assemblea e della Giunta Regionale, Onorevoli Parlamentari, Autorità, ragazzi e ragazze partecipanti a questo secondo Meeting dell’amicizia, è con vero piacere che vi porto il saluto della città di Rimini, dell’Amministrazione Comunale e mio personale, sicuro che gli incontri, i dibattiti, le iniziative che si svolgeranno in questa settimana saranno un contributo all’affermazione della amicizia e della pace fra i popoli. Il tema che avete scelto quest’anno è di grande – interesse, di straordinaria, eccezionale attualità. Il mondo sta vivendo un momento difficile e delicato: la corsa al riarmo è ripresa in forme esasperate e con strumenti inumani di distruzione; i focolai di tensione vanno estendendosi e coinvolgono sempre più il Mediterraneo, lambendo le coste del nostro Paese. Ciò ha sollevato la giusta preoccupazione di tutti i popoli, sia per i pericoli che in essa sono contenuti per il futuro dell’umanità, sia perché essa rende sempre più problematico l’avvio a soluzione positiva dei rapporti Nord-Sud, dei problemi del sottosviluppo, dell’arretratezza sociale, economica, della fame nel mondo. È in questa situazione che si colloca il ruolo dell’Europa, che si colloca la sua funzione. Essa potrà essere determinante se saprà uscire dal particolarismo, dalle anguste visioni nazionali, se saprà precisare una sua strategia, che non sia una neutralità confortevole e passiva, fatta di rassegnazione e di rinuncia ma che abbia un respiro tale da poter dare un contributo decisivo alla causa della coesistenza, dell’amicizia, del progresso, della pace. Negli ultimi cent’anni l’Europa ha vissuto momenti sociali, economici, culturali e politici d’eccezionale portata. Nel nostro continente si sono sviluppati i grandi movimenti di massa, il liberalismo, l’imperialismo, il fascismo, il socialismo, il comunismo, che hanno inciso profondamente sulle società dei paesi extraeuropei. In Europa sono sorte figure dominanti nei campi della politica, della cultura, della scienza, che hanno caratterizzato il XX secolo. L’Europa è stata anche teatro, purtroppo, della devastante esperienza di due guerre mondiali che hanno portato distruzione e morte per milioni dei suoi abitanti. Sono questi i presupposti, con tutti i loro chiaroscuri, con tutti gli elementi di contraddizione in essa contenuti, che hanno permesso l’avvio dell’unità europea e che possono e che debbono più che mai spingerci a lavorare per la sua ulteriore affermazione, come fattore di progresso e di civiltà per i suoi popoli e per il mondo intero; progresso e civiltà che hanno bisogno del disarmo, della distensione e della pace. Disarmo, distensione e pace non possono essere realizzati con l’equilibrio del terrore, con la realizzazione d’armi sempre più sofisticate e micidiali, ma imboccando la strada del disarmo controllato, che permetta di raggiungere l’equilibrio degli armamenti ai livelli più bassi possibili. L’Italia e l’Europa, l’Europa dei popoli, l’Europa con la sua grande tradizione culturale, debbono sviluppare una precisa azione che porti al dialogo, alla trattativa. È questo l’obiettivo, che ci sta di fronte nelle prossime settimane e nei prossimi mesi e che potrà essere realizzato se in ognuno di noi non vi sarà rassegnazione, se ognuno di noi saprà giocare il proprio ruolo senza titubanze o tentennamenti. È per questo che iniziative come quella odierna, così come tutte quelle che si svolgono in ogni parte d’Italia e d’Europa, anche se prese a sé stanti possono apparire piccola cosa nei confronti della complessità e dell’enormità dei problemi, hanno un grande valore e trovano la nostra più completa e totale adesione. Nel rinnovare a voi tutti il saluto della città, con l’augurio di un piacevole soggiorno a Rimini, permettetemi di esprimere un auspicio: che queste giornate del secondo Meeting si concludano con un appello a tutta la gioventù italiana ed europea perché l’amicizia e la pace siano il segno distintivo del loro modo d’essere e d’agire e perché Rimini, come da tempo auspichiamo, diventi anche per gli anni a venire un sicuro punto di riferimento per questi obiettivi.
Emilia Smurro
Terminiamo questa tornata di saluti, per i quali ringraziamo e ringrazio a nome di tutta l’organizzazione del Meeting, con il presidente della giunta della nostra regione, Lanfranco Turci, Presidente della Giunta regionale dell’Emilia-Romagna.
Lanfranco Turci
Autorità, cari amici, innanzitutto permettete che io esprima, come hanno già fatto gli altri oratori, la soddisfazione che Rimini e la nostra Regione ospitino ancora questa nuova edizione dei Meeting per la pace e l’amicizia fra i popoli. Una soddisfazione sottolineata dal fatto che questa Regione, l’Emilia-Romagna, ha un’antica tradizione d’iniziative (le più diverse anche per connotazione politica e culturale) di rapporti con popoli, con Paesi di diverso regime sociale, di diversa storia e ordinamento politico. Una Regione che ha portato in tutti questi anni un suo contributo attivo, fatto d’intelligenza e di passione, al terreno della pace e della comprensione. Certo, guardando con la distanza della storia e man mano con distacco l’esperienza di questi anni, si potranno sempre meglio cogliere le connotazioni, anche più, marcate, anche più di parte, di questa o quella iniziativa sul terreno della pace e dell’amicizia fra i popoli. Ma non c’è dubbio che si è trattato complessivamente di una scelta di parte giusta, della parte dei popoli, della loro comprensione, soprattutto della parte dei più deboli, degli umili, degli indifesi. Ora, ancora recentemente, da questa Regione, dal suo capoluogo Bologna, il 2 agosto, è stato lanciato un appello a tutti i giovani d’Europa perché si uniscano, uniscano il loro impegno, non solo di lotta, ma prima ancora d’intelligenza e di comprensione, contro il terrorismo, questa nuova piaga, questa minaccia mortale per la vita non solo del nostro Paese; abbiamo ricordato appunto un mese fa la strage di Bologna, ma per la vita d’altri Paesi e d’altri popoli d’Europa. Un’Europa che la ricchezza, la varietà della storia, la varietà delle culture, rendono un’area eletta per un esercizio di comprensione reciproca, di tolleranza, di rispetto della cultura, della fede degli individui e dei popoli anche più diversi fra di loro. Anche per questo credo che possiamo inviare da questa sede un augurio che riprenda fattivamente la conferenza di Madrid, che porti risultati più solidi e più rispettati di quelli che sono stati raggiunti nella pur importante conferenza di Helsinki e nella “Carta” che scaturì in quell’occasione. Ma l’Europa, proprio per questa sua storia, ha la necessità di svolgere un ruolo confacente alle proprie caratteristiche di continente dell’antica civiltà, un ruolo positivo volto a ricondurre le tensioni, a favorire la distensione e la pace. Tanto più poi che l’esplodere della tensione a livello mondiale si focalizzerebbe in Europa, mettendo in questione la sua stessa esistenza fisica e conseguentemente quella dei suoi popoli e delle sue culture. Credo che non esageriamo se diciamo che si vengono addensando sul nostro continente nubi oscure, nubi fredde che ricordano appunto gli anni terribili della guerra fredda che seguirono alla fine della Seconda guerra mondiale. Che questi pericoli siano reali e non immaginari e che più che mai lo siano per il nostro continente, lo mostra il fatto che tutte le decisioni per il riarmo strategico a livello mondiale hanno sinora riguardato, quasi esclusivamente, il nostro continente e le armi di cui si parla da parecchio tempo oramai e con più intensità riguardano espressamente il nostro continente: gli SS20, i Cruise, i Pershing, la bomba N. Tutto ciò viene mentre i punti caldi della crisi circondano sempre più da vicino l’Europa. Il cosiddetto arco della crisi va infatti ormai dall’Afghanistan, all’Iraq, all’Iran, al Medio Oriente con la crisi libanese sempre più drammatica, fino al recente episodio dello scontro aereo nel Golfo della Sirte. La crisi è così arrivata a pochi chilometri dalla Sicilia, in cui si è deciso proprio in questi giorni di installare i 12 Cruise con cariche di 200 Kilotoni ciascuno, per un totale di potenza distruttiva pari a quella di 1.120 bombe di Hiroshima. Dunque, una catena di conflitti che si aggravano e d’incidenti sempre più prossimi all’area europea, che con le ultime proposte di riarmo rischia di diventare il serbatoio più esplosivo di un’area che registra in prossimità già continue esplosioni a catena. L’Europa dei popoli e delle culture non deve soccombere, né tantomeno può tacere, al di là delle differenze, delle diversità di concezione, deve essere unita anche nel ricordo delle sofferenze immani patite nel corso dell’ultima guerra mondiale. In quest’opera la molteplicità delle culture, il grande numero dei popoli, può essere un fattore positivo, più di unione che di divisione nella lotta per la propria sopravvivenza e per quella dell’umanità intera, di cui l’Europa porta una grande responsabilità; questa ricchezza di diverse concezioni, di diverse culture, di diverse nazioni, avvantaggia il nostro continente. L’esperienza europea ha insegnato a spese di milioni di vite umane nel corso di molti secoli che non è vero che per salvare la pace basta prepararsi alla guerra. Le armi sono prodotte per essere usate prima o poi, non serve essere più deboli ma nemmeno più forti militarmente, in un generale equilibrio occorre agire per la riduzione delle armi, perché altrimenti, seguendo la logica del riarmo, si avrà sempre il timore che l’altro possa scoprire armi sempre più sofisticate, più pericolose e allora si penserà alla propria sicurezza.
L’unica garanzia, dunque, è quella dell’equilibrio nella riduzione e nell’abbassamento dei livelli di potenza dei reciproci armamenti. Ci paiono queste considerazioni non di circostanza, ma invece attuali, tanto più attuali in questi giorni in cui si apre il vostro Meeting. Per questo, noi ci auguriamo, anzi siamo certi che questi sentimenti e questi orientamenti risulteranno ribaditi dai vostri lavori. Grazie.
Paolo Cavallina
Emilia, dicci cosa succede…
Emilia Smurro
Io volevo semplicemente salutare alcuni degli amici che parteciperanno come relatori e direi proprio come protagonisti fra i più diretti del Meeting che sono già giunti… è già giunta suor Maria Teresa delle Piccole Sorelle che parteciperà domani alla tavola rotonda con Sergio Zavoli; è giunto ieri sera il professor Chantraine che parteciperà domani sera ad una tavola rotonda dal titolo “Le stagioni che hanno fatto l’Europa”; è giunta a Rimini da ieri, ma ritengo non sia in sala, Liliana Cosi con Marinel Stefanescu e la compagnia che avremo modo di vedere questa sera; e li salutiamo tutti questi già giunti – chiedo scusa se altri sono già arrivati e non li abbiamo ancora salutati – comunque in questo applauso li abbiamo certamente accomunati… li salutiamo proprio perché questo Meeting è realmente un gesto che costruiamo insieme: tutti noi che siamo qui, queste persone che porteranno il loro contributo e la loro esperienza, e direi anche la loro amicizia e la loro cordialità nei confronti di questo gesto ed è per questo che a loro va tutta la nostra gratitudine. Così come siamo grati, ringraziamo e salutiamo, tutte le autorità presenti: il presidente della regione Emilia-Romagna, Ottorino Bartolini; il presidente della Cassa di Risparmio di Rimini, prof. Franco Montebelli; il presidente del Tribunale di Rimini, dott. Gino Righi; gli assessori comunali Gentilini, Tosi, Vici; l’on. Alici, l’on. Sanese, l’on. Casini; il consigliere regionale Vichi; il questore di Forlì; il comandante delle Forze Armate di Rimini; il comandante dei Carabinieri di Rimini; il comandante del Presidio Militare di Rimini.
Paolo Cavallina
E ora?
Emilia Smurro
Ora dovrebbero arrivare i “trampoli”, con i nostri amici belgi sopra i trampoli del gruppo belga “Gli uomini sui trampoli di Merchtem” che oggi farà solo una piccola esibizione, che è un piccolo stralcio di una esibizione più grande ed articolata che vedrete domani alle 14.30 all’esterno della fiera.
Intervallo: esibizione del gruppo “Gli uomini sui trampoli di Merchtem”
Paolo Cavallina
Allora avete visto come sono bravi questi uomini sui trampoli che vengono dal Belgio… a lasciarli fare seguitavano tutta la sera…
Emilia Smurro
Il loro pezzo forte è la battaglia, la grande battaglia e questa la faranno domani all’esterno della fiera… qui non era possibile!
Paolo Cavallina
Va bene! Domani vedremo la grande battaglia… e ora cosa dobbiamo fare?
Emilia Smurro
Salutiamo ancora l’ambasciatore italiano presso la Repubblica di San Marino, dott. Rotondaro; l’assessore comunale di Rimini, Cecilia Martinez; il dott. Romano, capo dogana di Rimini e l’On. Gregorio Caravita, anch’essi presenti in sala per questa inaugurazione del Meeting.
Paolo Cavallina
Speriamo di non esserci dimenticati di nessuno perché non vorremmo davvero urtare la suscettibilità di questi amici che sono venuti qui a farci compagnia e assistere al Meeting.
Emilia Smurro
Salutiamo quindi tutte le altre autorità presenti di cui non ci fosse giunta ancora segnalazione.
Paolo Cavallina
E ora vorrei dare la parola al primo oratore della serata e cioè all’On. Lorenzo Natali che è il presidente della Commissione della CEE.
Lorenzo Natali
Un grazie sincero, cari amici, per l’invito ad essere qui presente a questo secondo vostro appuntamento in questa città, a buon titolo definita europea. Grazie soprattutto per la possibilità che mi è data di riflettere insieme a voi sulle ragioni e sui motivi che sono alla base di questo incontro così profondo di significato, così emblematico delle inquietudini, ma anche delle speranze delle giovani generazioni.
L’amicizia fra i popoli è certamente il movente più nobile di ogni azione politica anche se esso è difficile e complesso. L’Europa dei popoli e delle culture costituisce inoltre per noi europei il fondamento principale ed ineguagliabile della nostra origine comune, dei nostro sentirsi comunità, nonostante gli scontri e i conflitti che pure hanno segnato la nostra storia. Una storia che fino a qualche tempo fa era basata sul presupposto che l’Europa fosse il centro politico, economico e culturale del mondo, presupposto che veloci e tumultuose evoluzioni hanno abbondantemente modificato. L’Europa ricerca quindi oggi una sua identità: e chi, del resto, non cerca in quest’epoca così travagliata una propria identità? Ognuno di noi si dibatte in una costante verifica di certezze acquisite perseguendo tuttavia, continuamente, l’obiettivo di raggiungere anche in sé una nuova sintesi morale e civile. La nostra esperienza umana si realizza nel segno di un rapido evolversi dei costumi e delle esigenze e contemporaneamente nel più lento adattamento psicologico individuale al mutare dei tempi. Questi temi esistenziali sui quali troppo raramente ci soffermiamo durante le nostre convulse giornate, questi temi ci sono riproposti stasera nella luce della festa ma anche soprattutto della riflessione, per inserirci nell’ambito geografico e politico che è nostro: l’Europa. L’Europa è un tema in qualche modo usuale; si deve però realisticamente riconoscere che alle orecchie di tanti il termine Europa non suona in modo propriamente familiare. Probabilmente l’uomo europeo ha perso la memoria. Il limite di tanti discorsi ed iniziative europee sta nella loro incapacità di ridestare questa memoria: di incontrare quindi e di coinvolgere l’avventura umana dell’uomo europeo presente, passato e futuro, con accenti convincenti di verità. Sono, queste, frasi non mie, ma degli organizzatori, che io ho voluto ricordare testualmente per sottolineare la capacità di individuare con efficacia alcuni aspetti che hanno caratterizzato i trascorsi decenni. Assistiamo infatti, nel nostro tempo, ad una discrasia mentale: da un lato ci si sente necessariamente e molto legati e collegati alla realtà europea che ci circonda, dall’altro v’è ancora insicurezza, direi instabilità psicologica, derivante dalla non conoscenza o dalla mancanza di memoria del perché noi siamo in Europa e ad essa apparteniamo. Non a caso all’inizio parlavo di crisi d’identità: essa è dovuta certamente a complessi fattori storici e sociali e trova sostanza nella ricerca del ruolo che l’Europa deve svolgere. Tuttavia, credo che essa sia dovuta anche all’oblio e al non approfondimento degli elementi culturali ed umani che hanno costituito la ricchezza varia e molteplice, nelle sue specificità nazionali e locali, dell’Europa. Questa Europa la cui idea unificante nasce lontano nei tempi, in quelle fonti di civiltà che hanno il nome di Grecia, di Roma, di Cristianesimo. Il concetto di Europa – afferma un eminente storico – doveva formarsi per contrapposizione a qualcosa che non è Europa. E la prima contrapposizione all’Europa di qualcosa che Europa non è, è opera del pensiero greco; e questa Europa rappresenta lo spirito di libertà; laddove libertà significa partecipazione di tutti alla vita pubblica, dunque di cittadini e non di sudditi, significa vivere secondo le leggi, non secondo l’arbitrio di un despota. E un altro storico scriveva: “L’Europa è stata strutturata dal giudeo-cristianesimo, dalla nozione greca di individuo, dal diritto romano, dal culto della verità oggettiva, ciò nonostante e malgrado i nazionalismi”. Due sono state in sostanza le motivazioni che hanno dato vita ai tentativi di unificazione europea. La prima nasceva dalla condanna della guerra e delle distruzioni che essa comportava, nella speranza di giungere ad eliminare pacificamente i conflitti. La seconda, dalla tendenza egemonica di alcuni stati: il dominio sul continente europeo – ricordiamolo – ha significato, fino a poco tempo fa, il dominio sul mondo intero. Storicamente i tentativi di egemonia hanno avuto la caratteristica di essere legati alla vita di un uomo solo e di essere contrassegnati da anni di guerra più numerosi dì quelli di pace (accenno soltanto a Carlo Magno, a Carlo V, a Napoleone). Questi cenni sono sufficienti per poterci ricollegare ai grandi nomi di quella che chiamerei la preistoria dell’Europa, a coloro i quali seppero elevare il loro spirito ad una visione più ampia e ricca di quella che allora poteva apparire come un’utopia; come non ricordare il contributo fondamentale del patrono d’Europa Benedetto da Norcia e di Dante che con la sua “ordinatio ad unum” fu il primo messaggero di una concezione realmente federalista? Come non ricordare un re di Boemia, Giorgio di Poděbrady, che presentò un progetto in ventuno articoli per una confederazione continentale? Come non ricordare Grozio, Kant, lo stesso Napoleone che a Sant’Elena nel 1815 dichiarava: “Penso che dopo la scomparsa del mio sistema non ci sia in Europa altro equilibrio possibile se non l’unione e la confederazione dei grandi popoli”. E raccomandava nel suo testamento di riunire l’Europa con legami federativi indissolubili. Ed ancora Saint-Simon, Victor Hugo, Giuseppe Mazzini, il cui busto campeggia – omaggio doveroso – nel palazzo dell’Europa di Strasburgo. Dalla preistoria alla storia, e anche qui soltanto alcuni accenni: nel 1922, dopo la prima guerra mondiale, l’idea di Europa riprese corpo, dapprima con gli articoli di uno studioso, il conte Coudenhove-Kalergi che richiedeva l’organizzazione di un’unione pan-europea, successivamente Aristide Briant che pronunciava nel 1929 un discorso in cui chiamava i popoli europei a stringere una sorta di legame federale e negli anni ‘30, fino alla Seconda guerra mondiale, l’idea federalista cresceva in tono e precisione con Robert Aron, Denis De Rougemont, Alexandre Marc ed altri. La Seconda guerra mondiale non interruppe l’elaborazione concettuale: numerosi furono i progetti di costruzione europea che videro la luce in questo periodo ed è doveroso, per noi italiani, ricordare nel 1941 il manifesto di Ventotene. Ma è grazie all’intuizione e alla lungimiranza di Jean Monnier, Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer, fu grazie all’intuizione di costoro, uomini tutti – lo dobbiamo sottolineare – di regioni di confine, che avevano più di ogni altro provato le tragedie ed i drammi della guerra, fu grazie a quella intuizione che negli anni dei dopoguerra si dette vita, anche se con forme non dei tutto ortodosse per i federalisti puri, alla realizzazione di un progetto concreto e in termini politici reali della secolare aspirazione verso un’Europa unita. E qui permettetemi di attardarmi. È vicenda assai nota per riviverla in questo momento: la comunità nata a ‘sei’, passata quest’anno a ‘dieci’ con l’ingresso della Grecia, si avvia ad essere composta di dodici Paesi, con l’ingresso del Portogallo e della Spagna. “Bienvenidos, Bienvenidos a Rimini y en Italia. Nosotros esperamos lo mas pronto possible, bienvenidos en la comunidad europea, queridos amigos de Salamanca y de Espana”. Vorrei tuttavia, e questo è quanto più mi sta a cuore, ricordare che le strutture europee, quali oggi esistono e che comunemente chiamiamo Comunità Europea, affondano le loro radici nella convinzione profonda che l’amicizia fra i popoli è il primo elemento di un nuovo convivere civile: è il presupposto indispensabile per lo sviluppo economico, è la risposta migliore all’interrogativo esistenziale citato all’inizio. Queste strutture sono la realizzazione oggi possibile di quell’idea d’Europa che, come abbiamo intravisto, nasce lontano nel tempo, nella attesa e nella speranza dei nostri popoli legati insieme dal patrimonio ricco e vario della propria cultura. Esse, per imperfette, o meglio perfettibili che siano, esistono ed arricchiscono a loro volta, giorno dopo giorno, la nostra comunità di europei. Esse sono, per definizione, al servizio dell’uomo che intendono tutelare e potenziare nei suoi valori essenziali rispettandone l’indipendenza e le peculiarità. Il preambolo dei trattati di Roma (di cui l’anno prossimo ricorre il venticinquesimo anniversario), con cui fu istituita la Comunità Europea, è in proposito eloquente nel tratteggiare con forza la volontà di difendere la pace mondiale, di superare le rivalità secolari, nel fondare, con l’instaurare una comunità di interessi, una comunità più vasta e più profonda fra popoli per lungo tempo avversi per divisioni sanguinose. Ciò al fine di porre le fondamenta di un’azione e di un’unione più stretta fra i popoli europei. Viviamo così, tutti i giorni e tutti noi a Bruxelles o dovunque si trovi un cittadino europeo, l’esaltante esperienza del realizzarsi lento, paziente, talvolta indubbiamente oscurato da qualche turbolenza, che non può arrestare l’evoluzione, il realizzarsi dicevo, di questo grande ideale di unità e di solidarietà a cui vorremmo fosse associato un sempre maggior numero di cittadini e di popoli europei. Di qui la necessità che l’uomo europeo ritrovi la memoria, ma essa deve essere anche testimonianza dell’oggi, dell’accorgersi che l’avventura umana di ciascuno di noi è anche quella di ciascuno che ci troviamo accanto, che con noi vive una realtà comune che affonda le sue radici nel passato e che per ciò stesso è elemento unificante del presente proiettata verso il futuro. La memoria diventa in tal modo percezione del comune cammino svolto e dei nostro avvicinarsi per tappe nella speranza che non ci siano arresti e con l’impegno ad evitarli, verso una più sicura e definitiva Europa dei popoli aperta al resto del mondo. Noi infatti non vogliamo, né dobbiamo, essere un club ristretto ed elitario. La nostra vocazione cristiana ed europea è l’apertura e la cooperazione; non è espressione retorica dirvi che una delle esperienze più stimolanti ed affascinanti che io ho trovato negli oltre quattro anni di permanenza nella Commissione delle Comunità Europee, è stato il contatto frequente con gli esponenti del cosiddetto Terzo Mondo a noi legati da quella che si chiama la convenzione di Lomè. Sono sessanta paesi dell’Africa, del Pacifico, dei Caraibi, antiche colonie, oggi collegati all’Europa su un piede di pari dignità, a testimonianza del definitivo ripudio della politica dello sfruttamento e del colonialismo e della scelta di quella cooperazione allo sviluppo ed alla crescita di quei popoli non più oggetti ma padroni del proprio destino, soggetti ed interpreti della loro vita, del loro futuro e del loro avvenire. Certo nel nostro cammino ci sono, non possiamo nascondercelo, motivi di inquietudine e di preoccupazioni individuali e sociali: la disoccupazione, l’inflazione, il rinascere di nazionalismi ed egoismi (siamo qualche volta tentati, è vero, di isolarci, ancora una volta come se da soli fossimo capaci di affrontare le difficoltà dei nostro tempo) eppure credo sia maturata in questi decenni una forza che mi auguro permetta di superare i momenti disgregatori che potrebbero presentarsi all’orizzonte; è una forza che forse ad un livello ancora non perfettamente emerso nella nostra coscienza è, ormai ancorata nel nostro essere europei; è tra l’altro la consapevolezza dei cammino percorso. Lo smarrimento sarebbe grande se pensassimo che i nostri Paesi e i nostri popoli potrebbero essere di nuovo disuniti, lacerati da discordie e da interessi non controllati. Questa forza nasce dunque dalla convinzione che soltanto nel progresso e nel rafforzamento dell’Europa potranno trovarsi il coraggio e gli strumenti necessari per superare la grave crisi che ci colpisce. Vorrei a questo punto rendere omaggio ad una delle nostre istituzioni che recentemente due anni fa ha cominciato una nuova vita e rappresenta – come in ogni democrazia – i popoli che lo hanno eletto: mi riferisco al Parlamento europeo, il quale anch’esso è in cerca di un nuovo spazio da ritagliare nel quadro delle norme esistenti nei trattati ma eventualmente anche nell’ambito di una loro riforma. Il Parlamento europeo è tuttavia già il segno concreto dell’Europa dei popoli che s’incontra e si confronta quotidianamente. Quanto finora ho avuto la possibilità di dirvi mi spinge a rinnovare il mio ringraziamento a voi giovani qui presenti ed a dirvi che il vostro entusiasmo e la vostra consapevolezza possono essere decisivi per concretizzare l’impegno di operare alla luce dell’ideale che è proprio di questo incontro: l’amicizia fra i popoli, nella sottolineatura di quella che è stata chiamata la solida trama di unità e comunanza culturale originata dalla comune fede, può garantire pace e solidarietà a questo nostro continente ed alla umanità intera perché non vorrei che un domani dovessimo ripetere le parole di Thomas Mann: l’abisso di ironia, di dubbio, di contraddizioni, di conoscenze, di sentimenti che vi separa dagli uomini si approfondisce sempre di più. Siete soli ed ormai non c’è più intesa possibile”. Sono convinto che un tale domani non ci sarà se sapremo ispirare il nostro quotidiano lavoro a lottare contro ciò che ci divide ed a ricercare ciò che ci unisce; ed in questo sta, lo sentiamo tutti, il senso profondo di questa manifestazione che oggi inauguriamo. Grazie.
Paolo Cavallina
Ringraziamo l’on. Natali per la sua lucida e direi anche molto viva relazione storico-culturale sull’Europa e ora vorrei dare la parola all’altro oratore (mi pare che non sia soluzione di continuità) che è l’On. Guido Bodrato. Ecco, mi pare che non ci siano bisogno di presentazioni perché voi siete in gran parte studenti e sapete benissimo che il ministro Bodrato è il ministro dell’istruzione.
Guido Bodrato
Grazie! Cari amici, nel rivolgere a tutti voi e alle autorità presenti il mio saluto, mi sento direttamente coinvolto nel tema che caratterizza questo secondo Meeting per l’amicizia fra i popoli. A me pare che sia necessaria in questa occasione una riflessione molto sincera sul tema Europa che stiamo affrontando. A me sembra che qui lo abbiate affrontato in primo luogo con la consapevolezza di una crisi che l’Europa sta attraversando anche se a due anni dalla data di formazione dei Parlamento Europeo; di una crisi che è tanto più grave se la consideriamo, come è necessario considerarla, inserita in una situazione di crescenti tensioni a livello mondiale. Questo Meeting oltre a questa consapevolezza si muove da una volontà precisa e ferma di recuperare e fare crescere una speranza di dare un significato nuovo ad una idea antica, attorno alla quale è possibile fare lavorare insieme i giovani e ricollegare questa loro esigenza di rinnovamento con una parte essenziale della tradizione cristiana dei nostro e degli altri Paesi europei. Tradizione significa una, permanenza di valori e la volontà di farli maturare in una esperienza comune; significa ricerca e valorizzazione di una cultura capace di interpretare e di risolvere nel senso della unità, esperienze, problemi e posizioni diverse. Se noi vogliamo oggi parlare d’Europa dobbiamo intanto riconoscere che la linea della graduale integrazione economica, sociale e politica che è stata seguita in questi oltre trenta anni, ha bisogno di un ripensamento. Questa linea ha portato certamente a delle conquiste decisive che sono state ricordate prima dall’On. Natali. Ma noi siamo oggi ad un punto di stallo nella politica europea. Riemergono tensioni nazionalistiche, e queste tensioni, a me sembra, nel prevalere di interessi economici particolari, evidenziano il limite di certe concezioni, di quelle che hanno fatto parlare in termini polemici di Europa capitalistica o di Europa, in diverso modo, socialdemocratica. Al di là di questi limiti, del prevalere di questi interessi economici, noi ci rendiamo anche conto del fatto che la tendenza che sembra continuamente riemergere, al di là delle dichiarazioni di principio che si fanno, di una concezione eurocentrica, è anch’essa oggi, non soltanto in crisi, ma improponibile nel quadro internazionale. Ed essa pare nei fatti obiettivamente come una posizione subalterna e debole sia di fronte alla dottrina sovietica della sovranità limitata sia di fronte a certo realismo occidentale che fa pensare che la democrazia europea possa sopravvivere solo se protetta dall’ombrello nucleare americano. Questa situazione di difficoltà della politica europea non può essere lasciata fuori dalle porte di questa sala se la nostra riflessione vuoi essere sincera, se noi vogliamo dare un contributo, se non altro fondato, al discorso che si sta riaprendo sui problemi europei. Una seconda riflessione. È necessaria una forte ripresa, una rinascita dell’idea della Comunità Europea, con un salto di qualità nel dibattito politico, con un ritorno alle radici culturali dell’unità europea, con un dibattito aperto e franco sulle diverse correnti che hanno promosso e portato avanti il processo di unità europea in questi trent’anni e tra queste correnti non vi è dubbio che sia preminente il contributo dell’umanesimo cristiano. L’unità europea che non è uniformità, che è ricca perché fatta di posizioni, dì esperienze diverse, di linguaggi diversi ma che intendono comprendersi e convivere, e reciprocamente arricchirsi, è tessuta dei valori della libertà, della solidarietà, dell’eguaglianza, del rispetto della persona, del senso comunitario. Sono tutti valori che hanno profonde radici nel pensiero cristiano, nel diritto naturale cristiano come una volta era definito, o nell’umanesimo cristiano come oggi più normalmente si dice. La storia europea, il cammino verso l’unità, è certo ricco di contraddizioni e anche di fasi di pericoloso riflusso che in qualche occasione hanno coinvolto e travolto le stesse posizioni cristiane, ma tanto più ci si è avvicinati all’unità quanto più si sono affermati nei popoli europei gli ideali e i valori del cristianesimo. Se noi rileggiamo la Carta dei diritti dell’uomo, che è, fino alle attuali Costituzioni dei paesi occidentali e più in là, come la base storica concreta di un comune e più vasto modo di concepire la vita politica e la concezione dello stato, vediamo che essa sì basa su questi princìpi, in qualche modo li richiama, anche se certamente fa tesoro di un lungo processo di maturazione storica nel corso dei quale contributi decisivi sono venuti anche da correnti liberali, socialiste, repubblicane, specie nel nostro paese. Ma l’unità europea alla quale noi oggi pensiamo, non è una unità costituita dal dominio di una nazione sulle altre, in questo vi è una profonda diversità tra gli obiettivi che si perseguono oggi e l’Europa in qualche modo politicamente unita che noi registriamo nel passato. L’unità di oggi è l’unità che intendiamo realizzare per libera scelta europea intrecciata con il processo di cristianizzazione del nostro continente: una libertà prima concessa poi conquistata contro forme totalitarie e autoritarie ma una libertà non formale, una libertà sostanziale, strettamente intrecciata con l’idea della giustizia, della solidarietà, una libertà che deve essere vissuta, non soltanto conquistata, ma conservata con un impegno personale. Se mi è permessa una citazione, l’unica che vorrei fare, riferita a Mazzini: “Più della schiavitù temo la libertà recata in dono”; più di un’Europa che fosse artificiosamente unita noi dobbiamo temere queste forme di protezione, di coinvolgimento, che qualche volta sono proposte come garanzie esterne al processo di unità europea. Noi possiamo, voi giovani soprattutto, potete essere parte essenziale per un’azione che rafforzi e arricchisca sul piano morale e civile l’unità europea, se riusciremo, se riuscirete, a recuperare in modo evidente, forte e diffuso, questo raccordo con le tradizioni cristiane che sono alla base dei momenti più alti e felici di unità europea. Una terza considerazione. Dobbiamo superare ogni concezione limitativa dell’idea di unità europea, ogni concezione in qualche modo garantista o difensiva dell’unità europea. Un’Europa che apparisse come una città separata rispetto al resto dei mondo, chiusa in se stessa nella difesa della propria cultura o dei propri privilegi (non vi sarebbe grande diversità tra l’una e l’altra definizione), un’Europa che non sapesse farsi carico dei problemi dei Terzo Mondo e non fosse quindi in grado di elaborare un suo progetto di sviluppo per i Paesi dei Terzo Mondo, un’Europa che non riuscisse a comprendere come questi ideali della sua tradizione crescono, si rafforzano, si ripropongono al di là dei confini della Comunità Europea alla quale noi oggi apparteniamo (penso in particolare ai problemi, alle lotte dei valori che stanno rinascendo in Polonia) una Europa che non fosse in grado di risolvere le sue contraddizioni (quelle che riflettono i momenti di più profonda e dolorosa divisione che ancora sopravvivono anche se in una regione a noi fontana e territorialmente modesta come l’Irlanda), questa Europa egoistica non meriterebbe l’entusiasmo, l’impegno, la dedizione, il sacrificio dei giovani europei e quindi nemmeno il vostro impegno e il vostro sacrificio. Noi pensiamo quindi all’Europa che, abbandonata l’idea eurocentrica, nata non a caso nell’era delle colonie, sente di dovere compiere egualmente qualcosa di decisivo nella nostra storia contemporanea. La quarta riflessione che vorrei fare riguarda il rapporto tra l’Europa e il problema della pace. Non vi è dubbio che la politica di unità europea, la graduale integrazione (che prima ho detto non mi pare sia una scelta efficiente perché, rischia di impegnare soltanto le istituzioni e non in profondità la coscienza dei popoli) è stata una delle cause decisive per la conservazione della pace in questa parte del mondo e credo, anche più in generale, è stato un punto di riferimento e di equilibrio nel ritornante conflitto tra le due maggiori superpotenze mondiali. Se però noi, attraverso il processo di integrazione economica e politica europea, abbiamo evitato di ricadere nel ciclo perverso dei conflitti nazionalistici, dobbiamo riconoscere che il problema della pace va oggi affrontato a livello planetario. Non è sufficiente garantire per se stessi solamente la pace, non si può garantirla soltanto per l’Europa. E non a caso ancora oggi l’Europa è al centro di una polemica molto forte sul problema della sicurezza internazionale e della pace tra i popoli. Allora noi dobbiamo dire che se oggi, in termini immediati, il problema della pace si chiama sicurezza, se le scelte che abbiamo compiuto, aderendo al Patto Atlantico, sono scelte per se stesse non reversibili e per se stesse difensive e quindi non portatrici di pericoli di guerra, non è peraltro sufficiente limitare a questa affermazione la nostra riflessione sui problemi della pace in connessione coi problemi dell’Europa. L’Europa deve svolgere un ruolo più decisivo (perché lo può fare per il suo prestigio politico, per la sua forza economica, per la sua collocazione geografica) perché riprendano negoziati seri per il disarmo. Il settimanale al quale la maggior parte di voi si riferisce, il “Sabato”, nell’editoriale di questa settimana ha messo in evidenza la debolezza dell’iniziativa politica europea in questo momento e, in modo molto realistico, afferma che oggi non è possibile chiedere di più all’Europa, perché non si è preparata ad un ruolo più impegnativo. Ma deve prepararsi ad un ruolo più impegnativo. Noi non possiamo ritrovarci senza capacità d’iniziativa tra la dottrina della “sovranità limitata” dell’Unione Sovietica e quella della democrazia protetta degli Stati Uniti d’America, per quanto siano alleati con i quali abbiamo portato avanti e intendiamo portare avanti in prospettiva una politica comune di sicurezza e di pace. L’Europa deve dare un proprio contributo, deve riuscire ad evitare che si ritorni inavvertitamente verso un clima da guerra fredda, che, cari amici, teniamolo ben presente, nella migliore delle ipotesi congela le posizioni, rende rigidi i confini e quindi rende praticamente impossibile i percorsi di rinascita democratica e di passaggio alla libertà che sono invece l’anelito profondo dei paesi dell’Est Europa, ed in particolare della Polonia. Noi sappiamo che la pace richiede delle iniziative, che non può essere fondata soltanto su delle scelte garantiste o difensive, dobbiamo con sincerità e lealtà dare come europei, in questa situazione, il nostro contributo per la più valida e vasta affermazione dei valori nei quali è cresciuta e si è rafforzata l’unità tra i popoli europei. Ed infine un’ultima e conclusiva considerazione. I federalisti (quelli che ha ricordato all’inizio dei suo intervento l’amico Natali, notando come forse non tutte le foro posizioni – qualcuna apparentemente romantica e impraticabile – hanno potuto caratterizzare la storia di questi trent’anni di politica europeista), hanno sempre insistito su un concetto: l’idea di Europa non scenderà nella coscienza dei popoli se avrà un’unità garantita dalle burocrazie, dai mercanti, dagli industriali, dai sindacati, dalle corporazioni in ogni caso una unità precaria e priva dei necessario senso storico che ridia all’Europa un ruolo positivo nel mondo. A me pare che questo vostro Meeting dia un contributo di grande importanza per il recupero di questa idea federalista per coinvolgere i, popoli nell’azione diretta alla costruzione della Comunità Europea; quell’ideale che già all’inizio degli anni ‘40 proponeva a popoli ancora divisi il manifesto federalista che non a caso mi pare oggi riscopra una assemblea di giovani che hanno una precisa ispirazione cristiana. Perché l’idea cristiana è certamente una delle idee che non soltanto da più tempo, ma con più decisione, ha operato per una coscienza degli uomini tesa alla fraternità, alla giustizia.







