MALATTIA: NELL’ESPERIENZA DEL LIMITE, L’APERTURA ALL’INFINITO - Meeting di Rimini
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MALATTIA: NELL’ESPERIENZA DEL LIMITE, L’APERTURA ALL’INFINITO

Malattia: nell'esperienza del limite, l'apertura all'infinito

Partecipano: Stefano Conti, Ingegnere; Javier Gutiérrez, Medico Ortopedico e Responsabile dell’Associazione Medicina e Persona in Spagna. Introduce Felice Achilli, Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia all’Ospedale San Gerardo di Monza.

 

MALATTIA: NELL’ESPERIENZA DEL LIMITE, L’APERTURA ALL’INFINITO
Ore: 11.15 Sala Neri GE

FELICE ACHILLI:
Buongiorno a tutti. L’incontro di questa mattina mette a tema una questione che ci è sembrata decisiva relativamente al tema che il Meeting ha posto all’attenzione di noi tutti. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito. Ma a ben guardare non c’è gesto umano, dal più banale al più grande, che insieme a questa vibrazione, a questo anelito a un compimento totale, non porti in sé anche la sfida, il dramma della sua finitezza. Così la malattia e l’esperienza della sofferenza è come se scavassero, dobbiamo riconoscerlo, un tarlo dentro tutto quello che facciamo, un tarlo che vibra altrettanto potentemente come il desiderio del compimento e che rende questo desiderio grido e cioè espressione ancora più potente. Per questo, abbiamo scelto di provare ad approfondire questa dinamica misteriosa fra il limite e il desiderio di perfezione, di infinito, di compimento, non ragionando intellettualisticamente sulla filosofia della malattia e del desiderio, ma invitando dei testimoni. Invitando dei testimoni perché si capisce bene che questo strano enigma che è la nostra persona, come diceva Prades l’altro giorno, questo binomio inscindibile di anima e di corpo, di biologia e di spirito, non possono essere affrontati se non insieme. E ci vogliono testimoni, perché il pungolo, il tarlo del limite e della sofferenza, della malattia, è talvolta così drammatico, soprattutto per chi, a diverso titolo ha a che fare con questo aspetto misterioso e drammatico della vita, da far a volte ritenere che a questo grido possa non corrispondere una risposta, da farlo quasi sembrare un’illusione. Di fronte alla tentazione dell’illusione, quindi alla riduzione di questo grido, non occorre un’idea, non serve un discorso, bisogna incontrare testimoni.
Allora io non faccio perdere più tempo, ma era solamente la necessità di sottolineare che questa dinamica misteriosa fra limite e grido, anzi, di un limite che diventa fattore che potentemente aumenta il grido dell’uomo e ne rivela la natura, per determinare la realtà, la vita, l’organizzazione, la cura, ha bisogno di testimoni.
Quindi io lascio la parola a un mio amico spagnolo che si chiama, un nome difficilissimo da pronunciare, Javier Gutiérrez.

JAVIER GUTIÉRREZ:
Grazie. In primo luogo vorrei ringraziare l’organizzazione e gli organizzatori del Meeting, non solo per l’invito che mi è stato rivolto, ma anche per aver organizzato il Meeting per così tanti anni. Sono in contatto con il Meeting fin dal 1986 e sono venuto al Meeting parecchie volte. E poi ringrazio Felice per l’invito personale che mi ha rivolto.
Vorrei cominciare raccontando quello che ritengo l’aspetto più importante per capire chi io sia, capire quello che faccio e perché lo faccio. Mi chiamo Javier, sono sposato con Elena da 22 anni, ho due figlie “naturali”, una di 21 anni e l’altra di 18 e due figli in affido, uno di sei anni e l’altro di quattro. Sono stato educato dentro la tradizione cattolica. Dall’ anno ’85 sono medico e dal ’92 chirurgo ortopedico. La mia vocazione al matrimonio è stata influenzata dall’incontro, in questo stesso luogo, nel 1986, con l’esperienza dell’ Associazione “Famiglie per l’Accoglienza”.
Fin dall’inizio, io ed Elena ci siamo sentiti chiamati all’accoglienza e, come qualsiasi altra inclinazione, essa è maturata nel tempo. Abbiamo iniziato dando la nostra disponibilità per l’adozione di un bambino cinese, ma in quell’anno, rispondendo ad una richiesta di “Familia para la Acogida”, venne a vivere a casa nostra una ragazza della Nuova Guinea di 18 anni d’età, con suo figlio di 10 mesi. Dopo quattro mesi di convivenza in casa nostra, la madre decise di andarsene, ma volle che suo figlio rimanesse con noi. Questo bambino è Willy, che adesso ha quasi sei anni. Intanto continuavamo ad aspettare il nostro bambino dalla Cina. Ma nel frattempo, chiesero la nostra disponibilità i Servizi Sociali per accogliere un bambino con un grave handicap fisico: un bambino di 7 mesi, la cui la madre (casualmente) era cinese, con problemi cardiaci, di udito e di asimmetria craniale. Ci dissero di pensarci, rispondemmo subito di sì. Così arrivò Carlos, e due mesi dopo venne il nostro turno per andare in Cina: abbiamo risposto no.
Insieme all’esperienza della mia famiglia, e non separato da essa, l’altro elemento decisivo per la mia vita è la mia professione di medico, di chirurgo ortopedico. Anche questa vocazione professionale è maturata nel tempo. Un cambiamento importante nel vivere il mio lavoro, si è prodotto nell’amicizia con Felice e implicandomi nell’Associazione “Medicina e Persona”.
Il mio lavoro stava decadendo sia in intensità che in letizia, fino al punto di sentire un peso enorme l’andare in ospedale ogni giorno: era diventato una routine esasperante. Dopo il mio incontro con Felice e con “Medicina e Persona”, cominciò gradualmente a cambiare la mia concezione della medicina. Cominciai ad implicarmi nell’atto terapeutico, davanti al quale c’è un malato, cioè una persona e non solo una malattia. È stato un cambiamento lento, ma sempre più presente, ogni volta che mi trovo con i miei pazienti, e che è diventato in me mentalità, e che desidero arrivi ad essere la forma del mio agire in ogni momento della giornata. Questo cambiamento di mentalità mi ha fatto interessare a tutta la persona, compresa la sua situazione familiare e lavorativa, i suoi rapporti affettivi e di amicizia. La comprensione clinica e tecnica della malattia non esauriva più il mio lavoro e capivo sempre di più che il malato mi provocava ad un rapporto personale: non una “compassione” ma una condivisione di tutto il loro bisogno, che può essere diverso dalla salute fisica. Grazie all’amicizia con alcuni, sono riuscito anch’io a fare l’esperienza della carità. Commuoversi per l’altro, ovvero muoversi verso l’altro, implicarsi con lui fino al punto di condividere interamente il suo bisogno, la sua sofferenza, ha riaperto la passione per il mio lavoro.
E adesso vi vorrei raccontare due storie significative, importanti. Innanzitutto la storia di Suerlem. Ho conosciuto Suerlem facendo visita nell’ora di visita del mio ospedale..
Era una ragazza di 24 anni che era caduta dal terzo piano di un edificio, ed era ricoverata in una stanza “isolata” a causa di un’infezione provocata da un agente resistente agli antibiotici. Ciò che mi ha colpito di lei (e che non mi ha permesso ignorarla) era la sua estrema solitudine, da sola in una stanza 24 ore al giorno senza che nessuno andasse a trovarla. Era brasiliana, era venuta in Spagna con suo figlio di tre anni e con il suo compagno. Chiesi aiuto agli amici di “Medicina e Persona” per vedere se conoscevano qualcuno che potesse farle compagnia alcune volte. Cominciò così la mia amicizia con lei. Mi mostrò una foto di suo figlio mulatto di tre anni, e io le dissi che anch’io avevo un figlio di 2 anni mulatto. Dopo la dimissione volle che io fossi il suo chirurgo durante i check-up. La mandarono in una residenza gestita da religiose, poteva vedere suo figlio solo il sabato e, così, mi chiese se poteva incontrarsi con lui, durante i pomeriggi, a casa mia e con Willy. Così ogni sabato lei veniva con suo figlio Pedro a casa nostra. Andavamo al parco con i nostri figli, si chiacchierava con mia moglie: abbiamo fatto il giorno di Natale insieme. A gennaio suo figlio andò a vivere con suo padre in Brasile. Lei restò sola, dopo qualche anno incontrò un ragazzo, si fidanzò e lui venne a casa nostra per chiedere di poterla sposare. Il giorno delle nozze Elena l’aiutò nei preparativi, io l’ho accompagnata all’altare. Per lei sono il padre che non ha mai avuto, noi siamo la sua famiglia. Elena le ha cercato e trovato un lavoro. Ha avuto un altro figlio, siamo andati al Battesimo. Qualche giorno fa mi ha chiamato dicendomi che aveva passato l’esame teorico per la patente di guida. Volevo sottolineare che la mia amicizia con lei non è cominciata per la sua malattia, ma dal suo bisogno di compagnia. Adesso fa parte della nostra famiglia.
E adesso passo a raccontarvi la storia di Nicoletta. Ho conosciuto Nicoletta in sala operatoria, il 19 febbraio 2009. L’intervento, durato oltre 10 ore, aveva determinato l’amputazione della gamba sinistra, incluso il bacino e metà dell’osso sacro: aveva 22 anni. Durante l’intervento i commenti si sprecavano: tutti avevano compassione di lei, e quasi tutti pensavano che sarebbe stato meglio morire piuttosto che vivere così. Impossibile essere felici dopo quell’operazione!
Ho cercato di fare come se non fosse successo nulla, ma quelle parole, se si poteva essere felici senza il bacino e senza tutta la gamba, non potevo togliermele dalla testa. Quel fatto mi aveva colpito così tanto che non riuscivo a non pensare a quella ragazza, ed alla sua felicità. Nicoletta era una presenza difficilmente tollerabile! Anche per me, cattolico, la sua condizione metteva quasi in dubbio la verità che sosteneva e sostiene la mia vita: la certezza che Dio ama ogni singolo uomo di un amore eterno, e che ogni uomo è per questo chiamato alla felicità. Tutti questi pensieri e questi sentimenti, lottavano dentro di me. Ed ogni volta che sentivo parlare di Carità dicevo a me stesso: “Se questo è vero deve essere vero sempre, anche per questa ragazza di 22 anni!”. Così lanciai una specie di sfida a Dio: dammi questa certezza, se è vero deve essere vero per sempre, anche per Nicoletta. Avevo bisogno di avere la certezza che Dio amava Nicoletta di un amore eterno e che teneva alla sua felicità. Ma per raggiungere questa certezza e verificarla, Dio mi chiese, in qualche modo, d’implicarmi dentro un rapporto profondo con lei, e con tutto ciò di cui aveva bisogno. Dio non perde queste opportunità o, detto meglio, Lui ce le mette davanti. Io non stavo cercando il modo di fare carità, Dio mi mise davanti Nicoletta lasciando così “spazio” alla mia libertà. Quella volta mi sono mosso con lei. Cominciai ad andare a trovarla tutti i giorni, nonostante non fosse una mia paziente.
Il primo giorno che le ho medicato la ferita, enorme, chiese a sua madre di restare con noi. Cominciai a medicarle la ferita quasi tutti i giorni, a parlare con lei, sempre zitta, a parlare con sua madre, con sua sorella. Le presentai mia figlia Elena, affinché potesse andare a trovarla nella stanza dell’ospedale (mia figlia studia medicina). Le lasciai un I-pod per ascoltare musica. Poi la portai fuori dall’ospedale a bere qualcosa in un bar, così le presentai la mia famiglia. Facemmo una passeggiata e Willy camminava con una gamba sola, dicendole che anche lui poteva camminare senza una gamba! Poi una cena tutti insieme a casa mia. Dopo due mesi le scrissi: “Nicoletta mi piacerebbe che non rimanessi mai sola, fai parte della nostra famiglia. Come ti dissi l’altro giorno, se potessimo darti la felicità te la daremmo, ma questo non dipende da noi. Se potessimo darti la salute te la daremmo, ma neanche questo dipende da noi. Tutto dipende da Dio, che è Colui che ci ha fatti ed è Colui che permette che esistiamo in ogni istante. Per me è un mistero la ragione della tua malattia e il senso che ha; ma sono certo che ha un senso, anche se non lo capisco adesso. Ciò che dipende da noi è accompagnarti dentro la tua malattia, accompagnarti nella vita, succeda quel che succeda. Per tutti noi quello che sta succedendo è un privilegio, e ti ringraziamo perché ci hai permesso di entrare nella tua vita. Molti nostri amici sanno di te e fanno quel che possono per aiutare, alcuni aiutano sotto l’aspetto economico (acquisto delle protesi), altri con la preghiera ed altri stando il più vicino possibile a te e a tua madre. Ci siamo implicati dentro un rapporto con voi, che è una relazione di amicizia vera, cioè un rapporto nel quale vogliamo il meglio per te e che ha come desiderio che duri per sempre”.
Nicoletta risponde: “Io ringrazio Dio tutti i giorni, perché ho incontrato lei. Credo che non potrò mai ringraziarla sufficientemente per tutto ciò che fa per me. Come le dissi una volta, lei è mio padre e, così continuerò a dirglielo sempre. Io ho molta tristezza nella mia vita, certe volte non so se posso continuare ad andare avanti, però mi ricordo di lei, della meravigliosa famiglia che ha, e degli amici, e così so che non sarò mai sola”. Molti amici hanno raccolto soldi per pagare i 4000 euro della protesi. Un popolo in marcia. Nicoletta ci scrive: “Sono felice, perché potrò avere una protesi per poter camminare di nuovo. Tutto questo è grazie a tutti voi, perché se non vi avessi conosciuto non avrei avuto l’opportunità di mettermela. Alcune volte mi sento oppressa per tutto, perché vedo persone normali e, mi domando perché questo succede a me. Ma così è la vita con cammini duri e meno duri. So che devo divertirmi e che devo approfittare di ogni minuto. Le voglio tantissimo bene e le mando un bacio e un abbraccio”. Dopo la morte di mio padre, lei ancora mi scrive: “Buona sera papà, spero che sia più tranquillo, perché non potrei sopportare vederla abbattuto. Adesso la mia vita è migliore e questo grazie a lei. Tutto nella vita è duro: la morte di un essere umano, una malattia, però dobbiamo assumerlo perché la morte è qualcosa di naturale. Quando perdi una persona fa male (e molto) e non la dimentichi mai. Dio ci ha fatti per amare, ridere, soffrire, piangere e tutto questo è per una ragione: per vivere ma per sapere come vivere. Io pian pianino sto cominciando a capire perché mi è successo questo e, quando non sto bene, quando il mondo mi cade addosso penso a lei, perché è il mio appoggio, il mio angelo custode. Spero che questa Pasqua le porti pace e il coraggio di andare avanti. Non la dimenticherò mai. Le voglio bene”.
Da allora sempre mi sono occupato di lei. L’ho accompagnata durante la durissima chemioterapia. Ad ogni esame radiologico ho condiviso l’ansia nell’incertezza di sapere il risultato. L’ho accompagnata durante i suoi 22, 23 e 24 compleanni. Ha dormito in casa nostra, usciva con gli amici di mia figlia Elena (lei e Nicoletta hanno la stessa età). Tre mesi fa, sono andato a visitarla a casa sua, in un paese vicino a Madrid, per darle la terribile notizia che il cancro s’era riprodotto, che aveva una metastasi polmonare e che dovevo operarla per toglierle metà del polmone sinistro. Rimase zitta e cominciò a piangere. È stato durissimo. Sto condividendo fino in fondo il suo bisogno e la sua sofferenza. Condivido con lei ciò che ho di più caro: la mia famiglia. Lei e la sua famiglia fanno parte della mia famiglia. La sfida con Dio è ancora in corso. Da un lato io e la mia famiglia implicati dentro un’amicizia con Nicoletta, che vogliamo che sia vera, ovvero che duri per sempre, e che serva affinché lei un giorno scopra come Dio l’ama; l’unica possibilità per essere felice: avere l’assoluta certezza che Dio ti ama di un amore infinito, eterno. Dall’altro Dio, che ama Nicoletta attraverso di noi e così ci fa partecipi di un amore diverso, che non si può spiegare con le parole, ma che si può solo sperimentare. Un amore pieno di tenerezza, che pian pianino ti cambia. Stiamo imparando, quasi senza renderci conto, ad amare come ama Dio. Una settimana fa, mi scrive: “Io e mia madre siamo contente perché sono tornate le mie sorelle dal mare. Stavo guardando le foto che si sono fatte e sono diventata triste perché io non posso andare in nessun posto, non posso andare al mare e sentire le cose che loro sentono. È durissimo e difficile vederle felici, facendo le cose che anch’io tempo fa facevo. È possibile che io sorrida, ma dentro di me soffro tantissimo. Anche se ho la protesi non sono felice, perché so che nessuno resisterebbe ad andare al mio ritmo. Loro dovranno fare la loro vita e non potranno occuparsi di me. Mia madre mi rimprovera perché io mi metto a piangere quando loro vanno in discoteca, ma il dolore è così grande che è difficile sopportarlo. Ci sono ma è come se non ci fossi. Mi sento impotente e stanca di questa vita che non porta da nessuna parte. Ma sono abituata a sopportare. So che lei mi capisce e per questo motivo glielo racconto. Le voglio un grandissimo bene. Un bacio”.
Concludo con un’esperienza assolutamente personale. Una mattina mi sveglio e mi accorgo che parlavo con difficoltà. Avevo avuto un ictus. Fui ricoverato in UCC alcuni giorni. Il primo giorno venne il mio amico prete Pedro Pablo e mi diede l’Estrema Unzione. Vennero a visitarmi gli amici, dovettero restringere le visite; Elena mi parlava di tutti coloro che chiedevano per me e soprattutto di tutti coloro che pregavano per me. Anche in questo momento ebbi la sensazione di appartenere a un popolo, segno della Risurrezione di Cristo. Quanto diamo per scontato l’importanza della preghiera, nel momento della malattia! Quando tornai a casa non potevo dormire la notte, pensavo che andando a letto poi non mi sarei svegliato o mi sarei svegliato in una sedia a rotelle. La situazione mi opprimeva e opprimeva la mia famiglia, non pensavo che sarei stato capace di affrontarla, ma grazie alla Grazia divina e alla preghiera degli altri l’ho potuta affrontare. Credo che nella vita tutto è occasione d’apertura all’infinito, dal quotidiano all’eccezionale. Anche se nel mio caso è sempre più facile questa apertura in momenti eccezionali sia di felicità, sia di bellezza, che dentro fatti drammatici come la malattia o la morte. Per questo davanti alla malattia come limite, questa apertura all’infinito è più facile. Siamo dei privilegiati. Nella mia malattia, nella malattia e morte di mio padre, nelle tre storie che vi ho raccontato, ho imparato che il limite rivela la nostra vera natura, la certezza che tutto non finisca nel nulla e la necessità di essere amati, ora. O siamo destinati al niente, e allora tutto è il frutto di una legge naturale che si basa sulla casualità oppure il mistero che la vita è, che mai possiamo capire fino in fondo, ci costringe ad aprirci all’infinito ed a farci muovere per amore all’altro, a commuoverci.
Tra le due possibilità la più ragionevole è l’amore, è l’unica che non distrugge. Decidere per la carità dipende dalla posizione che decidiamo di assumere davanti alla sofferenza e alla morte, e dalla coscienza che abbiamo di noi stessi. L’esistenza c’è data gratis, sia all’inizio come in ogni momento. La legge della vita è donarla con libertà, quanto più l’hai donata agli altri, meno la perdi con la morte. Donandola riceviamo il centuplo: vivere con letizia e con pace. Donarla implica sempre sofferenza e sacrificio. Quanto più ti commuovi per l’altro e ti implichi, tanto più provi dolore e ti è richiesto sacrificio, ma anche ricevi di più in letizia e pace. Solo applicando la legge che Dio ha voluto che applicassimo, la stessa che Lui stesso ha usato con noi, la legge dell’amore espressa nella carità, è possibile che niente vada perduto. Senza la Resurrezione di Cristo non si può spiegare niente di tutto questo, né la vita come vocazione, né la carità, né la possibilità di essere felice qui e adesso, e dentro qualsiasi circostanza. Scoprire e realizzare la vocazione alla quale Dio ci ha chiamati ci porta al compimento della nostra vita. Da quando ho letto questo testo, mi ha colpito così tanto che l’ho assunto come mio per la mia vita: è la predica di don Giussani per la festa di Desio, il 26 dicembre 1944. “A noi che dobbiamo soffrire e non vogliamo, che piangiamo e versiamo le nostre lacrime con un’amarezza impotente; che siamo spogliati, martirizzati e ci ribelliamo con l’istinto di un animale ferito contro i duri strappi. Noi che dobbiamo morire e fuggiamo con spavento e orrore. Almeno che ci conceda soffrire in pace, piangere in pace, sentirci martirizzati in pace, morire in pace”. Grazie.

FELICE ACHILLI:
L’incontro con Stefano è avvenuto attraverso sua mamma, Giovanna, che abbiamo conosciuto attraverso un altro nostro amico che l’aveva incontrata durante un suo ricovero in ospedale. Volevo semplicemente sottolineare questa dinamica, che non è mai una dinamica tecnica, ma è una dinamica umana, di un incontro in cui a un certo punto accettiamo, possiamo accettare di essere colpiti, colpiti fino al punto di muoverci. Prego. È possibile mettere la diapositiva, quella della cima dell’Europa, quella della montagna…

STEFANO CONTI:
Buenas Dias mi soi Esteban e hablo espagnol…Scherzo. Buongiorno,
non sono stato invitato qui per proporre una riflessione teologica o per insegnare qualcosa. Sono stato invitato per raccontare ciò che mi è accaduto e che mi sta accadendo, perché la mia vita è “mia” tra virgolette e mi interessa condividerla perché è sempre una possibilità in più che ho di prendermi sul serio, e questo mi è utile.
Sono Stefano Conti, vivo a Bresso (MI), ho esattamente 30 anni, e lavoro da tre anni in un’azienda metalmeccanica nel bergamasco, dopo essermi laureato (non senza difficoltà) in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano.
Detto così sembra tutto “normale” (tra virgolette, perché in effetti non è proprio scontato arrivare fin qui), comunque sembra “normale”, se non fosse per quello che è successo alla mia famiglia nel 1988 (avevo 7 anni), quando mio padre fu ucciso da due banditi a coltellate, che per la terza volta rubavano nel suo ufficio.
Perciò, praticamente, da quando sono nato fino ad oggi, porto con me un’immensa ferita, un enorme vuoto (perché il dolore generato dalla mancanza di una persona cara, non te lo toglie nessuno), un vuoto che cerca un riempimento, che cerca la salvezza, che cerca (oggi direi) il compimento.
Di fronte a questo fatto drammatico, nel tempo, mano a mano che crescevo, mi sono reso conto che c’è almeno un aspetto positivo che si è potenziato in me, che è quello della ricerca di un significato, del mettersi in moto. E crescendo, attraverso i numerosi incontri che hanno frastagliato la mia esistenza, ho imparato a comprendere che quel vuoto che desidero riempire, non risiede solo in me, ma che lo stesso vuoto è in ognuno di noi, e niente lo può riempire, niente lo può soddisfare. Ma ho imparato anche che questo vuoto c’è non per essere semplicemente riempito, ma per poter tendere a qualcosa che lo contiene, che lo abbraccia, a cui appartiene, per cui esiste. La morte di mio padre ha misteriosamente contribuito a rendermi cosciente che niente mi asseta, perché voglio di più di quel che si vede.
Ma questo non è sufficiente: non basta il nostro sforzo, il nostro umano potenziato per stare di fronte alle drammaticità e alle gioie dell’esistenza, occorre che accada qualcosa, occorre una Grazia. La nostra presa di coscienza è fondamentale e necessaria, anzi è inevitabile se si è seri con la vita, ma non è sufficiente.
Per reggere all’urto delle sfide che quotidianamente ci vengono lanciate, occorre una Grazia. “Per sperare, bisogna aver ricevuto una grande grazia” (Péguy – Il portico del mistero della seconda virtù), una grazia… ma non una magia o un’illuminazione trascendentale, occorre una grazia concreta, un fatto, occorre aver fatto un incontro.
Io, per esempio, oltre a mia mamma (che lavorava in sordina dietro le quinte e senza la quale non sarei qui ora), alle medie ebbi la fortuna di incontrare un certo professore di italiano: fu fortuna (oggi invece dico destino), ma non perché il professor Losma provasse a riempire quel vuoto che avevo, a rimarginare quella ferita, ma anzi perché la teneva aperta, spalancata, sfidandomi (questo è quello che più mi ha colpito), ogni volta che ne aveva occasione (dentro cioè il suo lavoro di professore), a ricercare ciò che quella ferita poteva sanare. Lui mi chiedeva: “Ma perché secondo te è successo? Prendi sul serio la tua domanda!”. Mi sfidava! E lo faceva dentro al suo lavoro (quindi in classe) e anche questo mi ha stupito; e trattava me e i miei compagni (e tuttora mi tratta così) come fossimo un bene preziosissimo.
Lui mi ha sfidato, ma mi ha anche amato profondamente. E quando io ho ceduto, allora ho iniziato a muovermi, perché è in forza di un amore nei propri confronti che uno inizia a vivere. Quell’incontro mi ha cambiato, quell’incontro, col tempo, inaspettatamente ha dato frutti e ha generato speranza. E numerosi altri segni hanno accresciuto in me la speranza di un bene che c’è e che non mi lascia solo col mio vuoto.
C’è, non me lo invento io, perché guardate che miracolo si è generato dal fatto di essersi fidati di un Dio che ci ama, di un Dio che trasforma l’acqua in vino per la nostra gioia:
la mia santa mamma è riuscita a crescere 6 figli (quando è morto mio padre, il più piccolo aveva 1 anno), lasciando che ciascuno giocasse la propria libertà di fronte alla vita, permettendo a ciascuno di aderire ad una storia di bene, che ora ha portato a sua volta (attraverso innumerevoli difficoltà) i suoi ulteriori frutti concreti: sei lauree su sei figli, tre matrimoni all’attivo, uno annunciato e due per ora ancora in stato potenziale (tra cui il mio), dodici nipoti, ed una fitta trama di rapporti e di amicizie inaspettate e vere (vere perché utili cioè al nostro destino, cioè in grado di spronarci costantemente alla ricerca di una risposta). Occorrono amici veri! Occorrono cioè amici che destino in noi quella sete di Infinito che ci contraddistingue, che ci rende uomini. Perché l’uomo sbaglia, e ha bisogno di essere aiutato a riprendere il proprio cammino al destino.
Per vivere, “Per sperare, occorre aver ricevuto una grande grazia”.
Perché chi infatti potrebbe insegnarmi a vivere con speranza e positività di fronte alla malattia di mia mamma, di fronte al vedere il corpo del mio guerriero migliore che si assopisce tra le mie stesse mani?
Mia mamma, infatti, è malata di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) da circa quattro anni.
In mia mamma ha assunto una forma particolarmente violenta, riducendola in carrozzina in solo un anno, limitandole totalmente l’utilizzo degli arti superiori ed inferiori, atrofizzando dopo due anni anche i muscoli del collo e del cavo orale, rendendo difficoltoso il deglutire (si alimenta tramite un tubo applicato allo stomaco) ed impossibile il parlare (comunica grazie agli occhi, anche se ultimamente fatica anche in questo), e rilassando anche i muscoli polmonari (e ora infatti respira con una macchina collegata direttamente alla trachea, 24h su 24).
E vive in casa con me e altri due miei fratelli.
La nuova crisi che sto vivendo in casa, la malattia di mia mamma, è un dato ed è, evidentemente, un male. E’ un male come ad esempio è stato un male la morte di mio padre, l’alluvione in Liguria, o come è un male la perdita del lavoro per un padre di famiglia. Chi potrebbe dire che una tragedia come quella del terremoto di un anno fa in Giappone o quello del recente in Emilia è positiva? Apparentemente solo un pazzo potrebbe dire che la realtà è positiva.
La realtà mi sta ancora sfidando: tutte le mie convinzioni sono nuovamente messe a dura prova, molte si sono sgretolate, perché non posso fare a meno di evitare una ben precisa domanda: “La realtà, in fondo in fondo, è positiva o no?”, e cioè: “Gesù Cristo è davvero risorto, o no?”.
La malattia di mia mamma è un male, ma al contempo è una sfida! In gioco c’è ancora una volta la mia libertà.
Ovviamente, per via di questa crisi, come sta accadendo in quasi tutte le aziende italiane e non solo, anche in casa nostra ci siamo dovuti rimboccare le maniche, diventando flessibili e rapidi ad imparare a gestire tutti i nuovi passi che la malattia spietatamente e inesorabilmente compie, attrezzandoci di macchinari e badanti; le mie sorelle, nonostante la numerosa prole, si dividono mattino e sera, le mie zie sono sempre a disposizione e anche mia nonna, (che proprio oggi compie 90 anni), si dà da fare, cucinando spesso piatti succulenti per me e i miei fratelli (cosa che per altro fa anche la signora delle pulizie).
Bisogna pulirla, medicarla, nutrirla, movimentarla continuamente per darle un po’ di sollievo agli arti, non si può lasciarla sola neanche un secondo, nemmeno di notte.
La realtà mi sta sfidando, non mi lascia tranquillo, non permette alla mia ragione di appiattirsi, anche se il rischio di fare le cose tanto per farle c’è: quante notti ho trattato mia mamma come fosse una “palla al piede” (non avrei mai pensato di poter far del male a mia mamma); quante volte ho subito la fatica dell’assistenza, perché avrei preferito fare “altro” (come se ci fosse altro di più interessante da fare che stare di fronte a quello che vuole Dio). Ma invece tutto questo è per me, perché questo fatto mi sta educando ad amare di un amore infinito, senza tornaconto: io e i miei fratelli stiamo imparando cosa significhi sacrificare, offrire tutto quello che si ha per il bene di un altro. E questa non può che essere un’esperienza positiva. Mai infatti avrei pensato di poter voler bene a mia mamma con questa profondità e intensità di azione; e di questo sono enormemente grato a Dio e al suo genio: accompagnare e servire chi mi ha messo al mondo è la cosa più interessante che mi sia mai capitata finora. E’ la cosa più interessante perché è la cosa più adeguata alla mia sete di infinito.
E davvero non ho parole per descrivere la grazia che sto vivendo, perché stare di fronte a mia mamma è drammatico (mi viene spesso da piangere), ma è uno spettacolo:
lei è contenta se viene qualcuno a trovarla, è contenta se le si racconta come è andata la giornata, è contenta dopo che le viene fatta l’igiene, è contenta che ci si prenda cura del suo corpo. Lei è tranquilla se sa che c’è qualcuno che la assiste e veglia su di lei, e se si inizia una discussione, ci tiene sempre ad intervenire (anche se fa molta fatica), e mai banalmente, e con precise parole ponderate (non accetta sinonimi o sillogismi o interpretazioni del suo pensiero); e se capisce che c’è qualcuno in disparte, prova a chiamarlo in causa (e solo lei si accorge che c’è qualcuno che non ha ancora parlato, nonostante non possa muovere la testa). E poi la contentezza che straborda quando ci vede, e mio fratello Tommy che appena entra in casa per prima cosa la saluta e aspetta che lei sorrida: perché ne ha bisogno! Insomma mia mamma parla senza dire niente. Anzi, mia mamma ora è più potentemente mamma di prima, proprio perché mi sta comunicando l’unica cosa (ma con la U maiuscola) che può fare nella sua situazione: fidarsi del Mistero che fa tutte le cose.
Ed il suo sì (che non toglie la stanchezza, le lacrime, la sofferenza) non è un sì astratto, ma a Cristo vivente. Perché se lei non fosse in costante rapporto con Cristo presente, non potrebbe essere così amante del vero e della bellezza più della malattia e della morte.
Vi faccio un piccolo esempio per spiegare meglio cosa intendo: lei ama la musica, e vuole spesso ascoltare musica bellissima, cioè musica che non può non piacere, anche se per molti ignoranti come me è sconosciuta (come Tchaikovsky, Beethoven, Strauss, melodie che sono “sue”, nel senso che l’hanno accompagnata e l’accompagnano tuttora), o anche canzoni romantiche “moderne”, ma che ascolta avendo sempre in mente: “Sentiamo che cosa vuol dirmi Cristo”. Come per esempio l’altra sera, mentre stava ascoltando “Ho messo via” di Ligabue: con enorme fatica, dopo cinque minuti di tentativi, riesce a dirmi che quello che il cantante di Correggio non riesce a “mettere via” è Gesù! Cioè, ha voluto farmi notare come, anche se Ligabue non lo sa, il suo tentativo di “archiviare” quella determinata ragazza è fallimentare, perché quella ragazza è stato il richiamo più forte per lui alla sua sete di Infinito, cioè a qualcosa che non puoi mettere via in un cassetto, non ci sta, esce fuori da tutte le parti.
L’Infinito non si può archiviare; è un problema aperto, attuale, cioè è un problema che, se siamo leali, c’è ora. L’Infinito è il problema più attuale che c’è, perché accade ora, non puoi togliertelo di dosso, è più forte di noi. E anche volendo non ce la facciamo.
Potrei andare avanti a raccontare tutta la sua playlist preferita, ma magari un’altra volta…
Insomma, la sua malattia è limite per il suo corpo, ma non è limite ad affermare in ogni istante ciò che conta e che è utile al mondo: dire “sì” al Mistero, che è Cristo vivente e vittorioso. La vita vale per quello che può offrire, e lei sta offrendo tutto se stessa. Lei è stata scelta per questo, per la costruzione del corpo di Cristo, che è la Chiesa.
Il suo si ha una forza e una potenza, cioè una bellezza, che neanche il mare e le montagne possono esprimere.
E ogni malato ha davanti questa possibilità: o ribellarsi e sputare su tutto, o offrire tutto per salvare il mondo, dicendo sì al Mistero. E anche noi “caregiver” (così mi dicono) che stiamo di fronte a loro, abbiamo due possibilità: o compatire superficialmente, sopportando stoicamente la fatica dell’assistenza, chiudendo gli occhi e spegnendo la ragione, oppure guardare in faccia il Mistero (che sono loro), lasciandosi salvare dal loro sguardo che grida l’Infinito, che è anche in ognuno di noi, e che può generare “imprevedibili istanti” di salvezza. Come ci disse un nostro amico prete, don Carrón: “Gli ingredienti sono gli stessi, ma la minestra cambia!” e questo accade anche, aggiunge Rebora, “tra quattro mura stupefatte di spazio” come è la sua stanza da letto. Dare credito alla Presenza del Mistero spalanca la ragione, e non ti fa perdere più niente.
Tutto quello che accade c’entra con me, anche il dolore e il sacrificio di mia mamma. E non è che uno vuole vedere per forza il lato positivo delle cose, ma è che uno, riconoscendo di essere “creatura di Dio” (come ci ha appena ricordato il Papa), percepisce che è fatto per il bene e quindi lo cerca in tutto, e lo vede. Fidarsi del Mistero conviene, e i frutti si vedono: al di là del fatto di aver scoperto di essere un ottimo badante (se dovessi perdere il lavoro, mi metto subito in lista d’attesa); ma tutto il sacrificio di mia mamma vale perché ci sta aprendo (parlo di me o di chiunque ci ha avuto a che fare recentemente), vale perché ci sta aprendo ad una disponibilità sulla vita, cioè ci fa amare di più quello che Dio ci dà.
Per esempio, vedere mia mamma riposare rilassatamente e beatamente è uno spettacolo tanto quanto il cielo stellato, o, ancor di più, vederla sorridere. Il suo sorriso, quando il Signore lo permette, è un raggio di luce che squarcia le tenebre: è la Bellezza che salva il mondo. E con questo sorriso nel cuore uno va in capo al mondo, e, per esempio, non ha paura di parlare di fronte a così tante persone sconosciute. Se è possibile vedere il centuplo quaggiù di fronte ad un corpo morente, è possibile in ogni circostanza.
E infatti, per esempio, il lavoro è una continua novità. Vado a lavorare contento: e non solo perché mi piace, è coerente con gli studi che ho fatto o perché ci sono buoni margini di crescita professionale, ma perché è un’occasione per mettermi in gioco, con le persone e con le cose da fare. Tutta l’attesa e la gratitudine per la vita, che si potenzia nel rapporto con mia mamma, mi fa andare a lavoro con una forte attesa di incontrare il Mistero che fa tutte le cose e che abita anche nei miei colleghi, nei loro bisogni e nei loro desideri. E così anche il “contro tutto e contro tutti”, come per esempio lo scetticismo e la rassegnazione di alcuni colleghi, viene abbracciato, non per moralismo o buonismo, ma perché c’è, c’è, e quindi mi ci posso confrontare.
Come quando sono stato ad un aperitivo con tre miei colleghi per confrontarci sul “perché sposarsi”. Anche quella è stata un’occasione, perché mi sono messo in gioco, inducendo anche gli altri a farlo, rivelando a ciascuno una parte di sé, che è Mistero.
Niente è più scontato, perché, per grazia, riconosco che nulla dipende da me, ma che tutto ci è dato.
Per esempio, stupirsi e commuoversi nel vedere gli infermieri del centro NEMO dell’ospedale di Niguarda essere sempre lieti e prendersi cura di mia mamma quasi come fosse la loro, e percepire nel loro modo di lavorare (sempre a contatto con persone destinate a morire) una profonda sete e attesa che si manifesti il miracolo della salvezza.
E per esempio stupirsi e ammettere che, per via del sacrificio di mia mamma, io e miei fratelli ci trattiamo con più serietà, e siamo più uniti di prima. E ci divertiamo anche. Per esempio, non avrei mai pensato di organizzare, una sera sì e una sera no, un concertino per la mamma, con mio fratello Filippo alla chitarra, io al basso e mio fratello Tommaso alla voce. E a volte sono invitate anche guest stars internazionali di primo livello, con tanto di coretti. E mia mamma che ascolta tranquilla e attenta, con l’unica pretesa che ogni concerto sia aperto dalla sua hit del momento, che è “Guendalina” (e se per caso vedete don Andrea Marinzi, ditegli che mia mamma lo sta aspettando per sentirgliela cantare live, dedicata per lei).
Vi racconto brevemente un episodio: mentre ero con mia mamma al reparto di terapia intensiva all’ospedale di Niguarda, un’infermiera chiede di parlarmi privatamente: piangendo mi chiedeva come facevamo io e i miei fratelli a stare di fronte a mia mamma così tranquilli e contenti. Lei, infatti, mi raccontava che anche a suo padre avevano da poco diagnosticato la SLA, ed era arrabbiata, e aveva paura, ed era preoccupata per sé e per suo figlio a cui voleva dare delle risposte, ma non sapeva cosa dirgli.
E tra me dicevo: “Cosa può spingere uno a stare di fronte a sua mamma integro e contento dopo tre anni di SLA? E sopratutto, in forza di che cosa dovrei comunicare ad altri questo modo d’essere?”
E allora le ho risposto (sicuramente facendola arrabbiare ancora di più), che non era merito mio, ma che era una grazia ricevuta, cioè la fede in Gesù Cristo, e che questa avventura mi stava facendo capire, attraverso pianti e sacrifici, perché siamo al mondo. E quindi poi l’ho ringraziata io per la sua sincerità e per il suo coraggio nel mettersi allo scoperto di fronte ad uno sconosciuto e volevo abbracciarla, perché mi ha ridestato nuovamente a scoprire il senso di quello che mi stava accadendo (che spesso do per scontato).
Se questo mio modo d’essere fosse solo merito mio e della mia forza di volontà, le avrei dato una pacca sulla spalla e le avrei detto: coraggio, prendi la bicicletta e pedala! E invece, in quella occasione, mi sono accorto che è un Altro che sta operando in me. E perché avrei dovuto dirglielo? Perché riconoscendo l’amore di Dio nei miei confronti, sono indotto a comunicarlo; non in forza di un ragionamento o di un discorso teologicamente perfetto, ma per fatti e ed esperienze concrete, rapporti veri e giudicati. E infatti, il fatto più incredibile di questa vicenda è che abbiamo iniziato a sentirci e a conoscerci.
E giusto settimana scorsa, mi ha telefonato per dirmi che suo padre è morto, e che non capiva nulla e lo cercava ancora, certa che fosse ancora nella sua stanza, e invece è al cimitero. E mi diceva anche che non poteva dare senso al suo sacrificio. E allora le ho detto che oggi la portavo nel cuore, al Meeting, perché il suo grido è il nostro grido, e perché suo padre ci aiuti a guardare in faccia Gesù, come lui ora sta facendo.
Non sono venuto qui per insegnare niente a nessuno. Sono venuto, piuttosto, per imparare e per ricominciare a voler bene al mio destino, perché l’amore al destino torni ad essere il mio vero interesse, affinché il mio cuore torni a vibrare come quando ero bambino, assetato dell’istante, perché certo che in esso si racchiude una promessa sperimentabile.
Ecco come sono venuto qui: bisognoso. Bisognoso, perché nella lotta spesso si soccombe.
Ed è proprio in quei momenti bui che uno si accorge che il suo cuore è fatto per essere abbracciato da qualcosa che deve essere infinitamente grande, e, allo stesso tempo, sperimentabile! E’ in quei periodi neri, di totale insicurezza che, per esempio, mi accorgo che nemmeno il miracolo della guarigione di mia mamma potrebbe ridarmi la certezza perduta. Io non sono un supereroe che non ha paura di niente; anzi, attraverso la sofferenza che vivo con mia mamma, mi sto sempre più rendendo conto di quanta sofferenza c’è nel mondo, e questo mi spaventa. Ed è allora che non posso fare altro che affidare tutto al Mistero, e domandare con più forza: cosa basta al mio cuore? Per cosa è fatto il mio cuore?
Dalla morte di mio padre, tutti gli incontri fatti, a partire da quello col mio professore fino all’ultimo, l’arrischiarsi in giudizi per voler andare a fondo, nella scuola, nell’università, in casa con la mia santa mamma, mi sto accorgendo che tutto, tutta la mia esistenza ha gusto perché è un addentrarsi in punta di piedi nel rapporto con Gesù, cioè con Colui che 2000 anni fa si è posto come l’unica risposta totale al bisogno dell’uomo. Ed è per questo che oggi sono contento, sono contento, (sia chiaro, preferirei che mio padre fosse qui ora, e che ci bevessimo un paio di whisky, e che mia madre fosse qui al mio posto a parlarvi ed io fossi seduto tra voi ad ascoltarla), ma sono contento per il corso della storia, per come è andata, perché questa morte e questa malattia, anziché subirla o ignorarla mi ha provocato e mi provoca ancora oggi, permettendomi di non addormentarmi sulle cose, ma di stare attento, – “curioso”- a tutto ciò che accade, perché solo in ciò che accade c’è la risposta.
Perché se Dio permette l’esistenza della malattia di mia mamma, è perché io possa scegliere di camminare in assoluta libertà verso il mio destino, verso ciò per cui sono stato pensato e creato, cioè verso Cristo. E’ questa certezza che mi permette di essere baldanzoso anche di fronte a questi fatti. E’ questa speranza che permette, per esempio, ad una coppia di miei amici sposati di mettere al mondo un figlio, nonostante lui sia malato di sclerosi multipla. E’ la presenza di Cristo che permette a dei miei inaspettati amici di essere lieti, nonostante la perdita del figlio, perché questa è la volontà di Dio. E senza Cristo, c’è il nulla.
Concludendo, per non tediarvi troppo, la “mia” vita (o meglio la vita che Dio mi dà da vivere) è un’avventura di cui sono protagonista e di cui la certezza più grande è che “l’imprevisto è la sola speranza”: la morte di mio padre, la malattia di mia mamma, così come la crisi economica. Il non previsto (quello cioè che non dipende da noi e che ci fa uscire dalla routine quotidiana) è la sola speranza. Perché se tutto dipendesse da noi, cioè dalla nostra miseria, il meglio a cui potremmo aspirare sarebbe guadagnare più soldi possibili per il nostro benessere. Invece la crisi ci è data per dirci: “Ma tu, alla fine, per cosa lavori? E quindi per cosa vivi?”.
Concludo veramente citando una frase della lettera di S. Paolo ai Romani, scelta da mia mamma per l’immaginetta commemorativa del 20ennale della morte di mio padre, proprio nel periodo in cui la malattia, ancora sconosciuta e non diagnosticata, iniziava a mostrare i primi sintomi, e che quindi è profetica: “Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”.
Non sono uno sfigato; la vita non è una ruota che gira. Non mi hanno rubato la partita! Certo, me la stanno facendo sudare, sto anche perdendo 3 a 0, ma la partita è ancora tutta da giocare! E di questo ne sono grato.
E ringrazio anche Felice Achilli, senza cui non avrei mai potuto essere qui ora, e ringrazio il Meeting per avermi sfidato, affermando che la mia vita vale perché è rapporto con l’Infinito. Rimbocchiamoci quindi ancora di più le maniche e riprendiamo sul serio la nostra vita, perché la sfida che la realtà ci lancia, per grazia di Dio, continua.
Grazie.

FELICE ACHILLI:
Mi sembra che aggiungere parole a quanto abbiamo sentito sia superfluo, però una cosa voglio comunicarvela: mi sembra che nelle storia di questi due amici si manifesti una specie di avvenimento, che è secondo me il segno della verità della premessa e cioè, che quando noi accettiamo di andare oltre l’apparenza e di scommettere in uno sguardo sulle cose nella prospettiva del destino, la questione è che non c’è più la solitudine. Rinasce una vita e questa vita è buona non solo per i malati, è buona anche per i sani. C’è solo una condizione che mi ha impressionato, mentre ero al mare con mia moglie. Stavo leggendo un’intervista a Madre Teresa di Calcutta e ad un certo punto l’intervistatore le dice: “Madre Teresa, mi dia una definizione sintetica di carità”. E lei risponde: “Dare finché fa male”. A me pare che noi siamo chiamati, per il mestiere che facciamo ma soprattutto per la sensibilità e la storia che portiamo, sempre di più a documentare, come esperienza personale e come servizio al mondo, che la carità è la legge della vita, non la tragedia, la disperazione. La carità è la legge della vita. Solo che per fare quest’esperienza bisogna “dare finché fa male”. Grazie.

Data

23 Agosto 2012

Ora

11:15

Edizione

2012

Luogo

Sala Neri GE
Categoria
Incontri