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“LIEVITO DI CONCORDIA PER L’UMANITÀ”
Luke Bretherton, Canon and Regius Professor of Moral and Pastoral Theology at Christ Church, Oxford Robert e E. Cushman Distinguished Research Professor of Moral and Political Theology and senior fellow of the Kenan Institute for Ethics, Duke University; Pierpaolo Donati, sociologo e filosofo. Modera Francesco Magni, professore di Pedagogia Generale e Sociale, Università degli Studi di Bergamo
Qual è il valore della presenza dei cristiani nelle società di oggi? In un’epoca segnata da crisi di partecipazione democratica, individualismo e polarizzazione politica è necessaria più che mai una rinnovata politica del bene comune. Non si tratta di rivendicare privilegi culturali o politici, quanto di abitare lo spazio pubblico come costruttori di legami.
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FRANCESCO MAGNI
Buongiorno e benvenuti a tutti. “Lievito di concordia per l’umanità”. Con questo auspicio, Papa Leone XIV concludeva la messa di inizio del suo pontificato lo scorso maggio. Un auspicio che è rivolto a tutta la Chiesa e a tutto il popolo di Dio. In un momento segnato da guerre e violenze sentiamo davvero quanto sia urgente questo richiamo. Ma come affrontare le sfide del mondo contemporaneo alla luce della fede e poter così provare a incidere nella società di oggi? Come superare l’individualismo, che sembra travolgere tutto talvolta, e poter dare il proprio contributo alla vita sociale, alla vita politica, contribuendo così a una piena partecipazione e alla realizzazione di una democrazia autentica? E ancora, come valorizzare sempre la persona nella sua integralità e nella sua relazione con gli altri, senza cadere in riduzionismi antropologici anche di fronte alle sfide tecnologiche del nostro tempo?
Quest’oggi abbiamo l’opportunità di provare a entrare nel merito di queste domande con i nostri due illustri ospiti che ringrazio di essere qui con noi. Luke Bretherton, Reverend and Canon Professor of Moral and Pastoral Theology dall’Università di Oxford, che ringraziamo di cuore per essere qui con noi. E il professor Pierpaolo Donati, sociologo e filosofo, ha insegnato all’Università di Bologna ed è membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Grazie.
Per iniziare il dialogo di questa mattina, chiedo a loro che cosa significa vivere nella società di oggi e poter essere costruttori di legami, lievito di concordia per l’umanità. Quali sono le sfide che voi avvertite più urgenti e quale il contributo che ciascuno di noi può provare a dare all’interno delle nostre città, della nostra società così complessa e spesso così dilaniata da conflitti e violenze? Prego Luke, a lei la parola.
LUKE BRETHERTON
Per me è un grandissimo piacere, un onore essere qui con voi oggi. Ho sentito parlare del Meeting per anni ed è davvero un grande piacere essere finalmente qui.
Comincerò dicendo che per rispondere a questa domanda che ci è stata fatta, dobbiamo partire da tutta una serie di altre domande più fondamentali che riguardano come comprendiamo, come leggiamo il termine politica e ancora che cosa significa essere umani. Quando dico politica, persone come i miei studenti pensano immediatamente a partiti politici, a situazioni di tweet polemici, sistemi burocratici. Dimentichiamoci tutto questo. Non è questo ciò a cui penso quando parlo di politica. La politica, di fatto, è cruciale per comprendere che cosa significa essere umani. Questa questione, questo interrogativo: come possiamo sopravvivere, per non dire svilupparci, migliorare come individui se non siamo in grado di farlo con gli altri? Se io voglio essere umano e ho bisogno degli altri diversi da me per poter sopravvivere e per poter migliorare, per stare bene, allora devo pormi dei quesiti morali fondamentali, quelli che ci presenta la politica. Si tratta di vedere come sono in grado di rispondere, di reagire allo straniero, a colui che è diverso da me, a colui che per me è difficile comprendere, che magari mi dà anche fastidio o che addirittura vedo come una minaccia o che vive in un modo che per me è inconcepibile se non addirittura scandaloso.
Quando noi ci troviamo di fronte a qualcuno di diverso, straniero, qualcuno di diverso da noi, possiamo fare una tra quattro scelte. La prima: posso uccidere questa persona. Molto della storia umana e della storia contemporanea vede questa come risposta, come reazione ai diversi; vediamo cosa avviene nelle guerre che sono ovunque. Seconda possibile risposta: creare un sistema in cui io posso controllare l’altro e quindi non sono costretto a creare una relazione con l’altro. Attraverso la storia, attraverso quello che vediamo oggi, abbiamo visto che ci sono dei sistemi repressivi che consentono di avere il controllo sugli altri senza che sia necessario creare una relazione con loro. La terza possibile risposta è rendere la vita così difficile a queste persone perseguitandole, costringendole a fuggire, ad andarsene, e a questo punto io rimango da solo e non devo più preoccuparmi di queste altre persone diverse da me. La quarta possibile risposta è quella di rivolgersi alla politica e cioè creare un qualche cosa di comune, una vita comune con gli altri che sono diversi da me, con i quali magari non sono d’accordo. Ci possono essere diversità in termini di potere, possiamo avere visioni molto diverse di che cosa significa il bene dell’essere umano, però cerco comunque di creare una vita insieme a questa persona, senza coercizione, senza uccidere nessuno, senza obbligarli a fuggire. Potrei fare una lezione complicatissima sulla teoria politica, quando però in realtà tutto si riduce a questo: uccidere, coercizione, spingere a fuggire o imparare a vivere insieme.
Il mondo antico questo lo aveva capito molto bene. Parliamo della Roma antica, della Grecia antica; avevano capito che la patria, la polis, le città, le città-stato, per esempio Atene, erano fondamentali non soltanto per la loro sopravvivenza come individui, ma anche per la loro prosperità. Non avrebbero potuto prosperare come individui se non avessero avuto una certa condivisione nella vita con gli altri. E coloro che minacciano questa vita comune, coloro che stavano al di fuori della città, i meteci (??), come vengono chiamati in Grecia, nel momento in cui creavano dei problemi andavano contenuti. Se erano al di fuori della città, al di fuori della patria, erano stranieri, erano nemici che dovevano essere espulsi, contro i quali bisognava difendersi. Quindi nel mondo antico c’era una distinzione molto chiara tra cittadini amici e nemici, altri che stavano al di fuori, e questo era il modo in cui veniva creato questo mondo condiviso di significato ed azione.
Poi in questo mondo antico arriva Gesù Cristo. E lo sapete molto bene, Gesù ci racconta la parabola del buon samaritano. In questa parabola, lasciamo perdere il levita e il sacerdote, c’è proprio la figura del samaritano e dell’ebreo che viene picchiato, oppresso, e giace nudo a terra. Quindi, qual è la relazione tra il Samaritano e questo straniero che incontra? Prima di tutto sono uno straniero per l’altro, cioè non si conoscono. Il Samaritano incontra uno straniero, uno sconosciuto, incontra qualcuno che è stato oppresso, che è stato vilipeso, che sta soffrendo. Incontra anche qualcuno che è il suo nemico e questo è fondamentale: come i serbi e i croati, gli ucraini e i russi oggi, i samaritani e gli ebrei avevano sì un retaggio culturale comune, però si vedevano come una minaccia l’un l’altro e si trattavano da nemici. Quindi il Samaritano incontra questa persona che è altro da sé e quando ci chiediamo chi è il nostro prossimo, Gesù ci dice di amare il nostro prossimo e ci dice che il nostro prossimo sono gli stranieri, coloro che sono oppressi, coloro che soffrono e i nostri nemici. Nell’amore per il prossimo, per i nostri vicini, c’è anche l’amore per i nostri nemici.
Negli insegnamenti di Gesù e nella sua stessa vita comprendiamo che amando i nostri vicini e il nostro prossimo non stiamo solo facendo la cosa giusta, ma incontriamo anche Gesù Cristo stesso. Questo lo vediamo in Matteo 25, dove abbiamo la storia della divisione delle pecore e Gesù dice ai suoi discepoli: “Quando vestite le persone nude, quando fate visita ai prigionieri, quando date ospitalità a qualcuno che non conoscete, lo fate per me. Io sono presente, sono insieme a voi in quel momento“. E se andiamo a vedere anche il Vangelo di Giovanni, capitolo 19, vediamo che Gesù viene posto di fronte a Pilato e Pilato mette Gesù di fronte alla folla e lui è l’”anthropos”, l’umano. Quindi se vogliamo capire che cos’è il vero essere umano, dobbiamo contemplare Gesù. Noi adoriamo, abbiamo fede in Gesù, vogliamo fare quello che Gesù ha fatto per partecipare in Cristo. Se vogliamo contemplare Gesù in questo momento in cui Pilato lo mette di fronte alla folla, noi stiamo guardando qualcuno che è uno straniero per tutti, qualcuno che è stato oppresso, che sta soffrendo, che è stato frustato, picchiato, qualcuno che viene considerato un nemico dello Stato, un nemico della vita religiosa dei suoi tempi. Quindi se vogliamo davvero amare il nostro prossimo e partecipare in Cristo, siamo obbligati, non soltanto invitati ma proprio obbligati, ad adoperarci per amare il nostro prossimo, che appunto è la persona che soffre, è il nostro nemico, è lo straniero.
Oggi noi siamo di fronte ad una crisi. Non siamo più in grado di creare una vita comune con i nostri concittadini, ma anche di condividere la vita con quelli che sono i nostri nemici, le persone più vulnerabili e le persone che soffrono. Credo che al centro di questa crisi ci siano tre elementi. Ci troviamo di fronte ad una crisi di fiducia, di sospetto. Non abbiamo fiducia nelle nostre istituzioni, non abbiamo fiducia nei politici, non abbiamo fiducia negli esperti. Ci sono molte teorie cospirazioniste, non abbiamo fiducia che le autorità sappiano fare quello che devono fare, pensiamo che siano corrotte. Quindi c’è proprio una crisi di fiducia e un’abbondanza di sospetto. Secondo elemento: abbiamo una crisi di ansia e paura. Abbiamo paura per il futuro. Non sappiamo cosa accadrà con il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, cosa succederà nella nostra relazione con la tecnologia. Abbiamo paura per l’economia. Che cosa ci succederà? Perderemo i nostri posti di lavoro a causa dell’intelligenza artificiale? Abbiamo paura delle relazioni internazionali, della guerra in Ucraina, ma non solo. La Cina potrebbe invadere Taiwan. Non so come sia la situazione in Italia, ma noi abbiamo anche una crisi di salute mentale; quindi, le persone sono colpite da ansia e da depressione. Terzo elemento: abbiamo una crisi di relazione, di solidarietà. Siamo polarizzati, demonizziamo il nostro prossimo, abbiamo un problema di politica di identità, che sia quella della destra, che dice che solo coloro che condividono la vostra cultura e la vostra identità sono persone in cui potete avere fiducia, oppure quella della sinistra iperprogressiva, la politica “woke” che dice che esistono solo coloro che sono dalla parte giusta della storia e coloro che sono dalla parte sbagliata della storia. Quindi c’è una forte divisione. Allora qual è la risposta ad una crisi di fiducia, di paura, di relazione?
Per quanto riguarda la crisi di fiducia, la soluzione è la fede. Dobbiamo nutrire la fede. Per quanto riguarda il timore, la paura, la risposta è la speranza. Per quanto riguarda la relazione, la risposta è l’amore.
Noi altrimenti non possiamo creare una vita condivisa, comune, senza fede, speranza e amore. Senza la fede non possiamo avere fiducia gli uni negli altri, non possiamo collaborare per cercare di risolvere i nostri problemi comuni, che si tratti di problemi sanitari, dei problemi che riguardano i giovani, l’istruzione. Senza speranza, noi non possiamo pensare di passare dal mondo così com’è ora a quello che potrebbe essere e quindi finiamo per essere sommersi dalla disperazione, dal nichilismo, e questo causa la paralisi. Senza l’amore non c’è solidarietà, non c’è compassione, non ci prendiamo cura accuratamente dei nostri anziani, dei nostri bambini, degli stranieri e siamo divisi.
Alla base di questa crisi c’è una crisi ancora più fondamentale: la crisi della persona. Che cosa pensiamo significhi essere una persona e che tipo di politica, che mira a creare una vita condivisa, ci può portare a quel tipo di relazione che ci consenta di prosperare, di realizzarci appieno come persona in una vera relazione con il nostro prossimo? Credo che qui il problema principale sia quello del cambiamento. Stiamo vivendo un momento di cambiamenti drastici e facciamo un parallelo storico. Se andiamo dagli anni 1850 e poi agli anni 1920-30, vediamo come tutto è cambiato in questo lasso di tempo: nel modo di lavorare, con l’industrializzazione, l’esodo dalle campagne verso le città; nel modo di comunicare con l’avvento del telegrafo e poi del telefono; e nel viaggiare, prima i cavalli e poi le automobili e gli aeroplani. Rapidi cambiamenti tecnologici su come noi organizziamo la nostra vita, la creazione dello stato moderno. L’essere umano fa fatica ad accettare questi grandi cambiamenti, cambiamenti che riguardano il mercato globale.
Quindi abbiamo due opzioni in questo momento per far fronte, per sopravvivere a questi cambiamenti e per poter creare la stabilità e l’ordine che ci consentono di vivere bene. Una soluzione è quella democratica, l’altra è quella autoritaria. T.S. Eliot, nel suo poema “La Rocca”, ha parlato proprio di questo, cercando di vedere l’aspetto ideologico di questi enormi cambiamenti. L’idea era quella di respingere la reazione autoritaria che dà tutta la responsabilità ad un’unica persona, come Stalin, Hitler, Mussolini, e invece di condividere le responsabilità di tutti, la mette nelle mani di un’unica persona. E quindi abbiamo il movimento laburista . La definizione basica della democrazia è la capacità di ciascuno di poter contribuire, di poter partecipare nel formare queste condizioni di vita e di lavoro. Questa è una lezione di importanti personaggi della cultura cattolica. Dobbiamo veramente cercare di creare delle relazioni tra di noi per condividere la soluzione di questi problemi. Ma in questo modo noi riusciamo anche a scoprire la nostra umanità, perché non possiamo prosperare come persone senza che ci sia una certa condivisione di una vita comune di qualità, con una politica reale, democratica, in cui ciascuno può contribuire alla vita comune. Invece le soluzioni totalitarie o autoritarie creano questa vita condivisa tornando indietro nel passato, creando una divisione “noi contro di loro”, noi contro chi è diverso da noi, che diviene il nostro nemico. Quindi invece di amare il nostro prossimo, colui che è diverso da noi, lo straniero, colui che sta soffrendo, noi creiamo un senso di solidarietà vedendo negli altri il nostro nemico, quindi uccidendo oppure opprimendo o obbligando a fuggire.
Abbiamo trascorso 30-40 anni di grande cambiamento. Tutto è cambiato: cosa significa essere uomo, cosa significa essere donna, la nostra relazione con la natura, il cambiamento climatico, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, come possiamo organizzare la nostra società, la globalizzazione, le strutture economiche. Tutto questo è cambiato e tutti noi facciamo fatica ad abituarci, ne sono certo, ciascuno di voi fa fatica, io faccio fatica per primo. E ci troviamo di fronte però alla stessa sfida. A questo punto cosa faremo? Sceglieremo una soluzione autoritaria a questi problemi o piuttosto una soluzione democratica? Se scegliamo la soluzione democratica, impareremo ad amare il nostro prossimo attraverso la democrazia e così riusciremo anche a riscoprire la nostra umanità e, credo anche a livello teologico, la presenza di Cristo nel volto di coloro che soffrono, nel volto dei nostri nemici. O invece rinnegheremo Cristo e preferiremo una soluzione totalitaria? Quindi quando mi chiede qual è la presenza della Chiesa oggi, come negli anni ’20 e ’30, noi ci troviamo ad affrontare la stessa sfida: come riusciamo a lavorare insieme agli altri per formare un amore comune, generoso e giusto, o piuttosto rifiuteremo tutto questo e trasformeremo il nostro prossimo in un nemico.
FRANCESCO MAGNI
Grazie Luke, già ci sono tanti spunti notevoli in questo primo intervento: vita comune, il tema della crisi di fiducia della persona, il tema delle relazioni. Adesso proseguiamo con il professor Donati.
PIERPAOLO DONATI
Grazie dell’invito e un saluto a tutti gli intervenuti. Io darò per acquisito lo sfondo che il professor Bretherton ha delineato della situazione.
Una considerazione: l’amore non è solo un sentimento, fondamentalmente l’amore è una relazione. Questo ci prenderebbe tanto tempo da spiegare, perché noi spesso pensiamo l’amore come un atteggiamento di benevolenza verso l’altro, un volergli bene, ma come sentimento soggettivo, come proiezione. Invece già Papa Benedetto diceva, nella “Caritas in veritate”, l’amore è una relazione. La relazione è un’azione reciproca che produce un effetto. La relazione è un effetto emergente dai nostri scambi. Questo non dovremmo dimenticarlo mai.
Il problema dell’identità cristiana, che è l’oggetto di questo incontro, è certamente amare il prossimo, questo è il “mandatum novum,” ma poi discuterò molto a fondo questo problema. Tuttavia c’è un virus che è particolarmente vero nelle società occidentali, nel cristianesimo in Occidente, non in quello orientale per esempio in Russia. Ed è il virus della indifferenza. Da noi, anche in Italia, non è che i cristiani siano combattuti, siano dei nemici. Certo, in certe situazioni c’è un conflitto, ma il vero problema è il fatto che i cristiani stessi, i cattolici in particolare, non riescono più a capire la propria differenza con le altre fedi, le altre religioni. Tutti sappiamo che, specialmente nelle generazioni giovani, essere cristiani, buddisti, induisti, islamici, è indifferente, nel senso che ciascuno soggettivamente fa la propria scelta. Ma in questo modo noi non capiamo la differenza cristiana, cioè qual è la nostra differenza. Stiamo diventando indifferenti, senza differenza. E questa è l’ideologia del multiculturalismo che dice: tutti differenti, tutti uguali. Siamo differenti, ma è la stessa cosa; che tu sia buddista, islamico, cristiano, l’importante è che tu abbia una tua idea, ma scegli tu. Come entrare in una pasticceria e scegliere quale pasta prendere. No, non è così, perché il cristiano ha una qualità diversa da tutte quelle altre ed è questo che noi dobbiamo scoprire o riscoprire.
Io prendo letteralmente il titolo dell’incontro: “Il lievito di concordia”. Che cos’è il lievito? Pensare l’identità cristiana come lievito e chiederci quale cultura cristiana corrisponde a questo lievito. Vedete, i tanti problemi anche attuali nascono dal fatto che si identifica la religione con una cultura. L’Occidente ha un cristianesimo fondamentalmente di tipo protestante liberale. L’Oriente invece, la Russia, l’ortodossia, non è tale. E allora uno si chiede: ma come è possibile che siano cristiani Trump, che è un presbiteriano e che ha come elettorato gli evangelici, il 25% della popolazione americana, che è la base elettorale di Trump? E come è possibile che sia cristiano Putin che è un ortodosso? E sappiamo che cosa fanno queste persone. Che cultura hanno? Il fatto è che il lievito non è una cultura, il lievito fermenta le culture.
Prendendo la parabola del Vangelo, il regno dei cieli è come il lievito che una donna mescola con quella che corrisponderebbe a 45 chili di farina per far lievitare il pane. Il lievito è una cosa nascosta, una cosa piccola rispetto al pane da fare. Allora io propongo questo paragone: il fermento, che è la fede in Cristo, è una cosa nascosta, piccola rispetto alla massa che deve essere fermentata. E questo lievito dà vita a forme diverse di pane, quindi a forme diverse di cultura. Se il pane è una cultura, tutte le culture devono avere un fermento, e questo è il lievito cristiano. Il quale lievito cristiano è diverso da quello di tutte le altre religioni. Questo è importante capirlo. Per esempio, rispetto all’ebraismo, per l’ebraismo il lievito è la legge, è la Torah. La Torah sono praticamente i cinque libri del Pentateuco. Quindi il lievito è obbedire alla legge per l’ebreo. Se avessimo tempo di esaminare i buddhisti, gli induisti, lo stesso Islam, vedremmo che il lievito per loro è stare bene con gli altri, andare d’accordo, ma sempre all’interno della propria comunità, per esempio per gli islamici nella comunità della Umma. Il cristiano invece, il messaggio di Cristo è universalistico, cioè questo lievito deve andare a fermentare tutte le paste, tutte le farine che fanno il pane. Certamente poi avremo forme diverse di pane, in ogni paese dove andiamo il pane è diverso, ma se è fermentato ha lo stesso lievito, il lievito madre.
Ecco, questo è importante perché questa è l’identità cristiana che esiste ma non si vede, esiste solo nei suoi frutti, cioè quando fa fermentare il pane. Entra in tutte le culture e non coincide con una sola cultura. Quando coincide con una sola cultura si genera il nazionalismo, il nazionalismo russo di Putin o il nazionalismo americano di Trump. Per questa ragione noi non possiamo accettare l’idea che l’identità cristiana corrisponda a una filosofia monistica, cioè “io sono io”, l’identità A è uguale ad A, il cristiano è quello lì. No, il cristiano non è quello lì, non ha un’identità fissa già stabilita. L’identità è come il fermento, il lievito che cresce, fermenta la pasta del pane, senza costruire qualcosa di separato. Il lievito si spande dentro la farina, dentro il pane. Non è una comunità separata. Ecco cos’è la Chiesa. E questo lo diceva Don Giussani. La frase che stiamo commentando, “il lievito di concordia per l’umanità”, come ci ha ricordato il nostro moderatore, è stata ripresa da Papa Leone, ma come tutti sanno è di Don Giussani, nel libro “Perché la Chiesa”. La Chiesa è un lievito. Ora, questa è una prospettiva un po’ diversa dal vedere la Chiesa come struttura, anche gerarchica. È vero che la gerarchia occorre, ma se riduciamo la Chiesa alla gerarchia abbiamo sbagliato completamente.
Quindi per creare dei legami, come ci chiede questo nostro incontro, noi dobbiamo abbandonare quella che io chiamo la semantica monistica, cioè l’idea dell’identità “io sono io” come A uguale ad A. Il cristiano non è quella cosa lì e non è neanche, secondo quella che chiamo la semantica moderna, quella dialettica, “noi siamo tutto ciò che non sono gli altri”. Io non sono cristiano perché non sono buddista, non sono islamico, non sono di un’altra cultura. Con questi modi di pensare, che io chiamo semantiche, quella monistica e quella dialettica, non andiamo da nessuna parte. Occorre una semantica relazionale. L’antropologia relazionale, il pensiero relazionale è qualcosa che la Chiesa cattolica ha nel suo seno per via della Trinità, perché Dio è relazione per noi cristiani. Dio è relazione, le tre persone, quindi la visione Trinitaria. Ma siccome il mondo è creato da Dio e Dio agisce come Trinità ad extra, fuori di se stesso, Dio ha creato il mondo relazionalmente, cioè tutto è relazionale nel mondo. Ma dobbiamo scoprirlo, perché la relazionalità non è un’identità già fissa e così anche i cristiani non sono un’identità già fissa, sono il lievito.
Se noi pensiamo il cristianesimo come lievito prendiamo una prospettiva molto diversa. Dobbiamo vedere che i beni comuni non sono delle cose come erano anticamente. I commons erano i boschi, i prati, la terra che un villaggio aveva in comune, che le famiglie si dividevano durante l’anno, a turno. Questo non è più possibile. In un certo modo dobbiamo rivedere anche il senso della polis, della città, della cittadinanza e così via, tutti temi che andrebbero letti in una chiave relazionale. Non sono delle cose, sono dei beni relazionali, cioè consistono di relazioni. Se noi non adottiamo questa cultura non creeremo dei legami veri e propri. Il legame implica una cultura dell’alterità. Chi è l’altro? L’altro è uno che mi costituisce. Io quindi come cristiano non ho un’identità fissa. Ho certamente un principio originario, che è quello che diceva già Luke Bretherton, cioè il “mandatum novum”, l’amore. Ma il modo di vita, la cultura, è un modo di vita nel quale io devo essere altro per l’altro, l’altro è altro per me, e nell’alterità, cioè nello scambio mutuo e reciproco di bene che è l’amicizia, noi troviamo il senso dell’umanità.
Però dobbiamo capire anche, a proposito dell’amore di cui parlava il professor Bretherton, che l’amore di Cristo non è il voler bene agli altri in senso lato, in senso generale, come tutte le altre religioni consigliano, perché Gesù dice: “Amatevi gli uni gli altri così come io ho amato voi”. Quindi è unico questo amore, perché è lui che ha amato in un modo molto specifico, che è il dono di sé nell’alterità. Perché solo così si crea un legame, si crea una relazione autentica. Tutte le altre relazioni non sono autentiche, sono relazioni di utilità, utilitaristiche, di scambio, perché io ti do una cosa, tu me ne dai un’altra. Sono relazioni operative, fare qualche cosa insieme, ma la vera relazionalità è questa. E allora bisogna, dal punto di vista della cultura cristiana, per trovare la propria identità, combattere contro l’idea che i cristiani costituiscano delle comunità a parte. Non lo sono. Ricordiamoci sempre la lettera a Diogneto dei primi secoli. Dice appunto: “I cristiani non si distinguono in niente dagli altri, sono cittadini come gli altri, non hanno una differenza, però portano la differenza del fermento, del lievito che hanno di dentro”. Questo lievito non c’è altrove e questa è la differenza cristiana.
Se noi non prendiamo questa strada, possiamo fare tanti bei discorsi. Molto spesso la concordia, l’unione, la pace viene pensata come costruzione umana. In tutte le religioni, ho fatto un’analisi di questa idea nelle varie religioni, ma tutte dall’ebraismo all’induismo, all’islam, pensano la pace come azione umana, come opera umana. Il cristiano non può pensarla così, e noi invece la pensiamo così. Perché non la può pensare così? Perché per il cristiano la pace è un dono di Dio, cioè è un’azione della grazia. Perché? Perché Gesù dice: “Amatevi non secondo la vostra umanità, ma così come io vi ho amato”. Quindi ci deve essere il dono della grazia, perché la pace… e quindi il cristiano dovrebbe essere veicolo di quella grazia, di quello spirito che è la grazia, perché la grazia è lo Spirito Santo, che lo distingue dagli altri. Non perché sia superiore agli altri, per carità, non perché debba avere dei privilegi o uno status speciale rispetto agli altri. Non stiamo chiedendo di essere speciali, chiediamo di valorizzare l’apporto, il valore aggiunto che l’essere cristiani porta nella società.
Questo è secondo me il lievito di cui stiamo parlando. E pensare il cristianesimo come lievito rispetto ad altri modi di pensare la pace, come un contratto, degli accordi. Adesso stiamo pensando che tra Putin, Trump, Zelensky debbano esserci degli accordi. Questa è la trappola della modernità che pensa alla politica in termini hobbesiani, come un contratto. Se noi pensiamo che la pace sia questa, non creiamo nessun legame, perché la pace passerà solo attraverso nuove relazioni, nuovi legami fra le popolazioni, gli stati, di cui stiamo parlando. Spero di essere stato chiaro e termino qui. Grazie.
FRANCESCO MAGNI
Grazie Pierpaolo, grazie professor Donati. In questo secondo giro di domande vorrei proseguire su questo tema. Prima abbiamo ascoltato la crisi della persona, adesso il tema del lievito e della relazione con l’altro. Allora, vorrei chiedere al professor Bretherton, a Luke, se ci può aiutare a capire un po’ di più la differenza tra individuo e persona e il rapporto tra la persona dentro la società, in rapporto ai corpi intermedi, e quindi poi come contributo ultimo nella realizzazione di una piena e autentica democrazia. Grazie.
LUKE BRETHERTON
Cercherò di rispondere in modo molto chiaro e diretto. Per tornare a quello che dicevo poco fa, io non posso essere me stesso senza di voi. Non posso crescere come individuo e trasformarmi in una persona, realizzandomi a pieno, senza un certo tipo di relazione con gli altri, di una certa qualità. A livello basico, un bambino piccolo che non ha i legami giusti muore. Noi sappiamo che se un bambino, un giovane, non ha le relazioni giuste, non sviluppa le giuste sinapsi a livello cerebrale. Noi abbiamo bisogno di aiuto per approfondire le nostre conoscenze, migliorare le nostre competenze, abbiamo bisogno degli altri per farlo. Quindi non possiamo sopravvivere e tanto meno prosperare come individui senza che ci sia una certa qualità di relazione tra noi, e questa è una verità fondamentale.
Ora, questo non lo possiamo fare, come suggeriva Pierpaolo, in modo astratto. Immanuel Kant, grande filosofo illuminista tedesco, aveva detto che dobbiamo amare la fratellanza umana. Ma cosa vuol dire? Non possiamo amare tutti contemporaneamente. Dobbiamo amare e crescere nella nostra capacità di agire con e per gli altri creando delle forme intermedie, più locali, di associazione, di comunità: che sia all’interno della famiglia, in una squadra di calcio, in un gruppo di lettura, in un gruppo di sostegno per le persone disabili, in un sindacato o se per esempio facciamo i volontari con il servizio dei vigili del fuoco. In Italia c’è una forte tradizione di questo associazionismo, ci sono sempre bellissime parate, celebrazioni, mi viene in mente quella per i pompieri che ha luogo in qualche città. Quindi abbiamo veramente in Italia una tradizione forte, ricchissima di associazionismo e questo è fondamentale, perché come possiamo diventare persone? Solo ed esclusivamente attraverso la partecipazione a queste forme di associazione.
Questo è un concetto fondamentale dell’insegnamento sociale cattolico. In particolare, il pensatore francese Jacques Maritain sosteneva che se la democrazia deve consentirci di prosperare e diventare persone a pieno, come diceva Pier Paolo, questa democrazia deve basarsi sul fatto… e perdonatemi se lo dico, perché io come inglese vi devo molto. Thomas Hobbes ha avuto un’influenza terribile sul pensiero politico e molti altri filosofi inglesi hanno fatto lo stesso; tra l’altro ha frequentato la mia stessa Università, Oxford, purtroppo. La società è basata sugli individui che stipulano dei contratti tra loro e questi contratti sono alla base della società stessa. Questa visione fondamentale dell’uomo era individualistica, non relazionale, non sociale. Quindi abbiamo una democrazia che non è data da forme di associazione – che possano essere le chiese, le parrocchie, i sindacati, le associazioni di quartiere – che si uniscono per creare una vita comune. E poi da queste associazioni, comunità, nasce l’idea del bene comune: dovremmo costruire più case, creare più parchi. L’associazione si unisce e lo decide a livello locale. Ecco, secondo l’idea di Hobbes non c’è il concetto di società in questo senso. C’è una serie di scelte individuali, come una sorta di mercato, che sono tra loro assommate e alla fine si ha una decisione finale, quindi una sorta di collettività di singole decisioni, ma non una vera e propria associazione, una comunione.
Robert Putnam, sociologo americano molto noto, parlando dell’America degli anni ’50 diceva che le persone facevano parte dei club del bowling e quindi andavano a giocare a bowling insieme. Adesso non ci sono più questi club di bowling, la gente va a giocare a bowling ognuno per conto suo. Questo viene visto come un problema da Putnam perché distrugge la nostra capacità di riunirci, di stare insieme agli altri, decidere insieme, riflettere insieme, agire insieme per condividere i nostri problemi. Perché noi, attraverso forme di associazione come questi club di bowling, impariamo a parlare insieme, a riflettere insieme. Senza queste associazioni, noi siamo soltanto dei singoli individui, soggetti dell’amministrazione di Stati, facilmente manipolabili, e questo consente l’ascesa di persone dal carattere demagogico come Trump. Perché non siamo parte di una ricca associazione.
Spero che queste mie parole rispondano alla sua domanda sul perché la democrazia si basa sull’associazione. Per prosperare come esseri umani dobbiamo basarci sulle associazioni, quindi le associazioni sono alla base di una democrazia sana. Giovanni Paolo II aveva spiegato questo molto bene parlando della democrazia autentica, che richiede strutture di vita reciproca, partecipazione, come per esempio i sindacati e altre forme associative.
FRANCESCO MAGNI
Grazie, proseguirei con Pierpaolo Donati su questo tema. Abbiamo bisogno degli altri per far sì che possa anche esserci una democrazia autentica. Attraverso corpi intermedi, associazioni. Tu hai studiato a lungo, un po’ per tutta la tua vita, la tua carriera accademica, il tema della relazione, in particolare negli ultimi due libri, “Una cultura che trasforma il mondo. La vita come relazione” e poi “La relazione con Dio”. Ecco, se ci puoi aiutare a proseguire rispetto a quello che accennava adesso il professor Bretherton: quanto è importante continuare a ravvivare questa relazione con l’altro all’interno delle nostre società nel nostro tempo. Grazie.
PIERPAOLO DONATI
Sì, grazie. Sono naturalmente d’accordo in maniera radicale con quello che ha appena detto Luke, quindi non ripeterò questo, ma vorrei partire dal problema antropologico, cioè come pensiamo la persona. Qui anche la Chiesa Cattolica ha da rivedere un sacco di cose e da fare dei grossi passi in avanti. Noi ancora filosoficamente pensiamo alla persona come diceva Boezio, cioè come “sostanza individuale di natura razionale”. Sostanza individuale… Voi capite che c’è la radice dell’individualismo in Boezio, da cui poi prende anche San Tommaso. Voi direte, ma cosa c’entrano queste cose? C’entrano perché, per esempio, anche San Tommaso è stato letto in maniera non relazionale. Perché? Perché in San Tommaso d’Aquino si è accentuato l’aspetto aristotelico, cioè che esistono sostanze e accidenti. E la relazione dove è? Invece il grande stacco di San Tommaso rispetto ad Aristotele è dire che c’è un terzo ordine di realtà che non è quello delle sostanze e neanche degli accidenti, ma delle relazioni. È scritto in questi libri che ho pubblicato, ma ci sarebbe tanto da dire su questo.
La Chiesa cattolica deve riscoprire la relazione. Perché? Perché stiamo ancora a livello del pensare che la persona sia un individuo che certamente non deve essere autoreferenziale, non deve essere consumista, non deve essere questo o quello, ma non… Quale relazione? Certo, la relazione, come diceva Luke, che umanizza la persona. E qual è la relazione che umanizza la persona? Se io chiedo a me stesso: quali sono le relazioni che ho che mi umanizzano? Devo fare un esame, ma vedete, devo assumere questa prospettiva, devo farmi questa domanda. È una domanda che ancora non ci facciamo abbastanza. Ecco perché dopo non diventano vere associazioni quelle che abbiamo, veri corpi intermedi, perché sono ancora annegati nell’individualismo. Se noi facciamo un’associazione, ma poi ciascuno va per la strada sua, l’associazione non esiste. Non si creano i beni relazionali, non si crea la comunità, non si crea tutto quello che ci aspettiamo da una associazione.
Invece la Chiesa, particolarmente quella cattolica, deve riscoprire il fatto che è la prima istituzione della società civile. La Chiesa in quanto realtà cristiana è, come diceva Alexis de Tocqueville, la fonte di questa idea. Quando Luke parla della polis nel senso classico di Aristotele, Aristotele pensa la politica come risultato di una società civile fatta dalle famiglie, dall’economia delle famiglie che creano il potere politico per governarsi. E questa è una società civile che si autogoverna, che crea un governo per autogestirsi associazionalmente. Invece noi oggi viviamo la politica come una cosa staccata dalla società civile. E purtroppo c’è una parte della Chiesa che preferisce parlare col potere politico invece che con la società civile, e qui è tutto l’errore del discorso.
C’è poca associazionalità in Italia… parliamo molto di corpi intermedi ma ce n’è poca e fanno fatica. Prendete il Forum delle Associazioni Familiari, una realtà molto bella, associativa, ma quanto viene valorizzata dalla società? Molto poco. Devono sforzarsi queste associazioni di essere presenti, di cercare le risorse, uno sforzo immane, perché fare l’associazionismo è l’unico modo che, come diceva Luke, perfeziona la persona. Noi ci perfezioniamo nelle buone relazioni con gli altri. Io mi umanizzo là dove riesco a creare dei beni relazionali con gli altri, e in primo luogo l’amicizia. Prendete le scuole di oggi, chiedete ai ragazzi se a scuola fanno amicizia con gli altri ragazzi. No, ciascuno va per conto suo. È la cosa più disastrosa che io abbia incontrato nelle mie ricerche sociologiche. Chiedete ai ragazzi se hanno veri amici in classe, a scuola. No. E questo è un disastro. Perché se non si creano relazioni di amicizia quando si è bambini, ragazzi, nelle scuole elementari, medie, superiori, se non si creano relazioni lì, non si creeranno mai più. E quindi capire che la nostra felicità è nell’amicizia con gli altri, cioè nei beni relazionali. Visto che il tempo sta passando, mi fermo qui. Grazie.
FRANCESCO MAGNI
Vorrei fare un’ultima domanda. Nella relazione con l’altro, non sempre si genera l’amicizia, non sempre si va incontro a un accoglimento rispetto a quello che abbiamo da dire, magari che proviamo anche a testimoniare. Talvolta, anche nella discussione culturale, nel dibattito pubblico, proporre la verità sull’uomo che l’esperienza cristiana introduce può generare non solo accoglimento ma anche indifferenza, come si diceva prima, incomprensioni e talvolta ostilità. Come ultima domanda veloce: qual è allora il valore di una testimonianza anche laddove dovesse trovarsi incompresa o osteggiata? Detto in altri termini, la testimonianza ha valore solo quando trova accoglimento, trova il plauso di chi abbiamo di fronte, oppure anche laddove dovesse trovare ostilità e indifferenza?
LUKE BRETHERTON
È una domanda davvero bella e interessante. Il punto importante qui è che dobbiamo guardare a Gesù Cristo. Gesù Cristo si è trovato di fronte all’ostilità, all’incomprensione, alla rabbia e al rifiuto. Come ha risposto Gesù? Il valore della testimonianza non dipende dalla ricezione. Bisogna portare questa testimonianza a Dio, Dio rivelato in Gesù, ed è la ricezione di questa testimonianza da parte di Dio che è la prima cosa che conta, non è la ricezione da parte della Chiesa o della società.
La cosa importante è che in Gesù Cristo vediamo le prime parole di Dio nei confronti di un’umanità peccatrice, e siamo tutti peccatori. La prima parola è “sì”. Dio non risponde con un “no”. Dio risponde con un “sì”. “Sì, ti amo. Sì, sono qui per te. Sì, ti salverò”. E poi il “no” segue il “sì”. “Non fare questo, non fare quest’altro perché questo non fa bene a te. Io sono così tanto per te che sono pronto a donare mio figlio che muoia per te”. Ci sono tantissime altre cose magari negative di cui occuparsi, ma la prima parola di Dio è “sì”. E qual è il problema della Chiesa? È che spesso la prima parola della Chiesa è “no”. No, siamo contro questo, siamo contro quest’altro e non ha dei “sì” creativi.
Un buon esempio potrebbe riguardare la sfida del suicidio assistito, dell’eutanasia. Non so quale sia la situazione in Italia, ma in Gran Bretagna può essere un esempio molto importante. La prima parola della Chiesa cattolica è stata di creare dei centri, a partire dagli anni ’50, dove c’era questo tipo di assistenza, perché la tecnologia moderna manteneva continuamente vive le persone oltre i limiti della vita vera e propria. E quindi ci sono stati questi centri, questi ospizi, dove si poteva assistere le persone che stavano nel fine vita, e uno poteva avere qualsiasi tipo di religione e andare in questi centri. In questi ospizi si può veramente toccare e sentire qual è l’assistenza buona per coloro che stanno morendo, che sono al fine vita. E questo è un atto di testimonianza importante al “sì” di Dio a Gesù Cristo, che viene fatto come esperienza in un’istituzione che incarna l’ospitalità di Dio nei confronti dei sofferenti e dell’amore per il prossimo.
Qualcosa di diverso riguarda il dibattito sull’aborto, dove c’è un “no” forte della Chiesa. Non c’è mai stata però un’alternativa costruttiva nel contesto americano e britannico. Se la Chiesa avesse investito molto nell’assistenza prenatale, anche nell’assistenza alle madri single, ci sarebbe una situazione diversa quando ci troviamo a dibattere dell’aborto in America. Invece di cominciare a reagire con un “no” come Chiesa, allora vi dicono “andate al diavolo”. Ci serve un profondo “sì”, un’affermazione del valore sia della madre sia del bambino, così come l’assistenza negli ospizi rispetto al dibattito sull’eutanasia. Quindi la domanda fondamentale della testimonianza ha sempre a che vedere con la difficoltà che ci può essere nel creare qualcosa di creativo come un “sì”. Creare un “sì” significativo, incarnato alle domande che pone la società, e poi i “no” possono essere articolati nel contesto creato da questo “sì”. La sfida della Chiesa è di non cominciare con un “no”, ma di cominciare con un “sì”, e in questo “sì” si rende testimonianza al “sì” di Dio attraverso Gesù Cristo.
FRANCESCO MAGNI
Paolo, prego.
PIERPAOLO DONATI
Luke ha già parlato, e sono d’accordissimo con lui, di come superare il conflitto, la diversità, anche l’opposizione. Per una filosofia, un’antropologia relazionale, il vero grande problema non è tanto l’opposizione, ma è l’assenza della relazione, la rottura della relazione. Quando viene spezzata la relazione nel senso che l’altro non ti vuol vedere, non ti vuol parlare, non vuol sapere di te. Tu per lui sei morto, non esisti più. È l’esatto contrario dell’amore. L’amore dice: “Come è bello che tu esista”. Poi c’è invece la relazione che dice: “Tu non esisti per me”. Questo è il buco nero, la black box dell’approccio relazionale. Che cosa fare? Quando la relazione non è solo di conflitto, perché vedete, quando c’è un conflitto c’è comunque la relazione. E lì bisogna ragionare su che tipo di relazione vogliamo, come vogliamo far evolvere quella relazione, però siamo già in relazione. C’è un problema di come far evolvere il legame, perché siamo già legati. Trump e Putin sono legati, hanno un legame. Ma non è il legame di cui noi parliamo.
Perché non è il legame di cui parliamo? Perché bisogna ragionare sul legame. Io parlo di una ragione relazionale. La ragione relazionale è una ragione nuova. Come insegna Max Weber, c’è una razionalità rispetto al valore e una razionalità strumentale, rispetto allo scopo, ci sono delle razionalità utilitaristiche. Quella relazionale non la pensiamo mai. Cos’è la ragione relazionale? È la ragione delle relazioni. Che ragione c’è nella relazione che io ho con quella persona? Che ragione c’è nella relazione che io ho con te? Non la ragione per cui sto con te, ma la ragione della relazione stessa. Che qualità ha quella relazione? Perché ho quella relazione con te e quindi che qualità ha? Quali sono le ragioni per cui quella relazione deve esistere o può esistere o può cambiare? Noi dobbiamo ragionare sulle relazioni dal punto di vista delle ragioni intrinseche alla relazione. È un modo completamente nuovo di pensare, non se ne è mai parlato. Perché noi pensiamo la razionalità come un guardare qualche cosa, perseguire uno scopo, quali mezzi per quello scopo. Ma questo è individualismo puro. Invece noi dobbiamo pensare le ragioni delle relazioni. Perché stare in relazione? In che relazioni ci troviamo? Stiamo confliggendo? Perché? Qual è la ragione per cui dovremmo confliggere? Per cui dobbiamo pensarla diversamente?
Faccio un esempio molto banale. Voi sapete che molte separazioni e divorzi in Italia avvengono perché nella coppia uno vuole andare al mare e uno vuole andare in montagna per le vacanze. Siccome non si mettono d’accordo, si separano e divorziano. Magari non è la questione della vacanza, ma è la questione del cane o di altre cose banali di questo genere. Ma perché queste persone non si chiedono: “Al di là del fatto che io voglio andare di qua e tu vuoi andare di là, qual è la ragione del nostro legame, della nostra relazione?”. È quella che ci deve guidare. È la ragione della relazione, non il legame come costrizione. Vedete, tutta la modernità pensa la relazione come costrizione. Infatti c’è questa ambivalenza che gioca sempre nel nostro linguaggio: diciamo relazione, diciamo legame, ma se diciamo legame mettiamo l’accento sulla costrizione, sulla forzatura che la relazione comporta. Perché se io sono amico di Tizio e magari lui mi ha fatto un piacere, mi ha aiutato, se poi mi chiede un aiuto io sono costretto moralmente ad aiutarlo, a ricambiare l’aiuto. Quindi nella relazione c’è un elemento di costrizione, ma l’elemento di costrizione ha delle ragioni che possono essere buone o cattive. Ecco perché la relazione può essere buona o cattiva. E noi se non impariamo a gestire le relazioni, ad avere una cultura delle relazioni, non possiamo costruire relazioni buone, non possiamo costruire relazioni associative, cioè creare dei beni relazionali, perché non ragioniamo sulla relazione, cioè sulle ragioni intrinseche, interne alla relazione, sulla ragione per cui quella relazione è fatta così e non in un altro modo.
Oggi invece, sulla base dell’ambiente tecnologico, pensiamo le relazioni come comunicazioni e non come uno scambio e come un effetto emergente dallo scambio. Pensiamo solo alla comunicazione, cioè un trasferimento di informazioni. La comunicazione è trasferire un’informazione, ti mando un messaggio, ti mando una fotografia, trasmetto un bit di informazione, ma la relazione non è quella. È un’altra cosa e noi non pensiamo la relazione come tale. Sarebbe tutto un lungo discorso, perché non abbiamo una cultura relazionale. Citavo Boezio prima: se la persona è un individuo, sostanza individuale di natura razionale, dove la razionalità è la capacità di ragionare, oggi questo non ci basta più.
Il problema che stiamo affrontando anche nella Chiesa secondo me è molto grave, e lo accenno solo, ed è il fatto che stiamo perdendo il pensiero analogico. L’analogia non la usiamo più, perché le nuove tecnologie ammazzano l’analogia. Cosa vuol dire? Se parlo del cuore di Cristo, lo capisco per analogia con il cuore umano, giusto? Ma se il cuore umano diventa nella comunicazione dei media una realtà virtuale, un pensiero virtuale, non è più analogico. Tutto il cristianesimo viene spazzato via, come le altre religioni, nel senso che chiunque afferma qualcosa di analogico non può più esistere perché esisterà solo il virtuale, la realtà digitale. Faccio un cenno a questo per dire che abbiamo delle grandi sfide e solo con una cultura della relazionalità umana possiamo anche qui sfidare le intelligenze artificiali, tutto il mondo dell’artificiale. Perché Papa Leone ha detto, come Leone XIII ha affrontato la questione sociale, Leone XIV deve affrontare la questione dell’intelligenza artificiale per questo motivo: perché il pensiero artificiale sta spazzando via il pensiero analogico. Siamo analogici perché siamo tutti persone umane , ma se la nostra identità, il nostro profilo diventa puramente digitale, noi non abbiamo più analogia; ciascuno è una realtà artificiale. Dobbiamo ripensare anche il lievito del cristianesimo in questa chiave. Grazie.
FRANCESCO MAGNI
Grazie. Io ringrazio i nostri due ospiti perché mi sembra che davvero ci abbiano aiutato a entrare nel merito del titolo di questo incontro, aiutandoci a trovare delle strade percorribili nel nostro tempo per essere lievito di concordia per la nostra società, attraverso delle relazioni autentiche che tornano al centro delle nostre vite. Don Giussani diceva che la sorgente della cultura è l’esperienza di una compagnia vissuta. Affinché queste relazioni possano continuare a fiorire, a nascere, tutti noi abbiamo una possibilità di continuare a vivere questi giorni di Meeting e, come sapete, anche di sostenere direttamente questa esperienza del Meeting di Rimini, che ha a cuore proprio la possibilità che queste relazioni autentiche possano continuare a fiorire. Quindi nel proseguire la giornata al Meeting vi invito ai punti “Dona ora”, dove potete contribuire a far sì che questa storia possa continuare a crescere. Grazie per la vostra attenzione e grazie ai nostri ospiti.










