L’ESEMPIO DELLA SOCIETÀ CIVILE: TESTIMONIANZE DAL VENEZUELA - Meeting di Rimini

L’ESEMPIO DELLA SOCIETÀ CIVILE: TESTIMONIANZE DAL VENEZUELA

L'esempio della società civile: testimonianze dal Venezuela

Partecipano: Sumito Estévez, Chef, Scrittore, Imprenditore ed Educatore; Alejandro Marius, Fondatore dell’Associazione Trabajo y Persona; Ana Cristina Vargas, Professor and Researcher for the Urbanism Institute at the Architecture Faculty of the Universidad Central de Venezuela, Founder and Director of Tracing Public Space. Introduce Monica Poletto, Presidente di CdO-Opere Sociali.

 

MONICA POLETTO:
Vi presento subito i nostri amici che sono arrivati dal Venezuela qualche giorno fa, proprio per stare con noi in questi giorni. Innanzitutto Sumito Estevez che è uno chef, scrittore, imprenditore, educatore, devo leggere perché fa tantissime cose e con sua moglie ha fondato una fondazione che si chiama Fogones y banderas che si occupa soprattutto di alimentazione e povertà. E’ una persona di spicco, ha vinto i principali premi che ci sono, è come se fosse uno Chef super stellato, nel suo paese in Venezuela. Poi abbiamo Ana Cristina che pur essendo giovanissima è architetto, designer urbano, insegna presso l’Universidad Central de Venezuela, vive a Caracas e nel 2014 ha fondato, ci racconterà, un’opera no profit che si chiama Tracando Espacios che coinvolge le persone nella trasformazione degli spazi, soprattutto perché possano riscoprirsi comunità. E poi abbiamo Alejandro che è nostro grande amico ed è già stato ospite al Meeting di Rimini. Alejandro ha quest’anno vent’anni di matrimonio e quattro figlie e la sua storia di ex dirigente di importanti società con super fine di lucro che invece ha deciso di cambiare la sua vita di tornare nel proprio paese per amore del paese, della famiglia, della terra, degli amici e di fondare questa organizzazione che si chiama Trabajo y Personas che ha lo scopo di insegnare il gusto del lavoro e far scoprire come la dignità della persona sia legata al lavoro anche inventando occasioni di lavoro e formando persone al lavoro, ci racconterà che è veramente il regno della fantasia e della creatività nella sua opera.
L’incontro di oggi che ha come titolo: l’esempio della società civile, testimonianze dal Venezuela, racconterà proprio di questo, di come in ognuno di noi ci sia una profondissima irriducibilità, una irriducibilità che ci porta sempre, in qualsiasi condizione (tutti noi stiamo seguendo sui giornali quello che succede in Venezuela) che ci porta ad essere persone, desiderare di costruire, non fermarsi rispetto al desiderio di poter incontrare l’altro che sempre è persona. Questo quando accade, stupisce sempre, quando accade in certi contesti, ascoltando io i loro racconti, capisco che stupisce e riempie anche di domande. Per questo non voglio ritogliere tempo, passare subito la parola a Sumito dicendo che questa irriducibilità spesso è destata da incontri, da qualcosa che succede che cambia la vita, io direi che la testimonianza di Sumito proprio di questo cambiamento ci parlerà. Grazie.

SUMITO ESTÉVEZ:
Leggerò il mio intervento in spagnolo, mi dispiace non riuscire a parlare la vostra bellissima lingua e per questo ho preparato una traccia che vado a leggere.
Amci mi hanno chiesto di portare una testimonianza di civiltà in un paese che tutti percepiscono essere al bordo dell’abisso, però voglio raccontarvi una storia semplice, una storia non tanto intellettuale, una storia di conversione, una storia di qualcuno che non è stato cresciuto con rituali, che non li ha ereditati, ma che ha ereditato un’esperienza umana che lo ha invitato a vivere umanamente. E’ la storia di un uomo che è arrivato all’età adulta senza tanti pregiudizi o rituali imposti e così in Cristo ha scoperto la sua storia, la mia storia.
A metà del 2009 mia moglie Silvia e io, dopo una lunga vita professionale di successo a Caracas, la capitale del Venezuela, abbiamo deciso di trasferirci all’isola di Margherita. Lo abbiamo fatto perché ci piaceva il mare, perché eravamo sicuri che questo che non era il nostro primo matrimonio, per entrambi, ci avrebbe fatto arrivare felici alla vecchiaia. E’ molto più bello passare la vecchiaia difronte al mare, ma non stavamo scappando da nulla. Vedete nelle immagini proprio il paese dove abito. Quando siamo arrivati in quest’isola, io ero molto famoso in Venezuela all’epoca erano già 6 anni che andavo tutti i giorni in televisione con il mio programma di cucina, lavoravo anche in un programma radiofonico nazionale, e scrivevo una colonna nel giornale principale del Paese. L’isola era la possibilità di poter fare le cose da solo senza tanta notorietà. Mia moglie ed io siamo persone timide e possiamo passare da soli a casa anche molte settimane, parliamo molto tra di noi, giochiamo a scrabble, guardiamo dei film, andiamo in spiaggia da soli, non siamo antisociali, siamo semplicemente un po’ ritirati. E questo ci va bene come compagnia, la compagnia reciproca, e l’isola era una benedizione in questo senso.
Non conoscevamo quasi nessuno e dato che non era la capitale del paese non c’era tanta vita sociale. Eravamo arrivati in un posto perfetto per una coppia solitaria con poco abitudine a lavorare con le altre persone.
Io e Silvia siamo imprenditori e quindi al dicembre del 2010 abbiamo costruito la nostra scuola di cucina in un terreno molto bello che abbiamo comprato sul monte dell’isola e a un mese dall’inaugurazione, dopo tutto quell’investimento, ci fu un’inondazione terribile e tutto quello sforzo fu ricoperto dal fango.
In quella mattina di fango ci ritrovammo io e Silvia seduti da soli sulla porta di quella scuola silenziosi e impotenti. E all’improvviso cominciarono a venire i vicini, vicini che io non conoscevo, e cominciarono ad aiutarci a togliere il fango e erano quasi venti.
Mia moglie era andata a cercare da mangiare per loro. Io non capivo più niente; ma perché ci stavano aiutando se non erano nostri amici? E non è che avessimo perso la casa o che fossimo stati dannati così gravemente.
Poi venne sera e avevano tolto tantissimi secchi di fango e se ne andarono. E io dissi di aspettate perché mia moglie sta venendo con della roba da mangiare .
E ci aveva messo tanto perché tutta l’isola era stata colpita. Loro però mi dissero che non potevano fermarsi perché c’erano altre persone che dovevano aiutare e se ne andarono.
Così erano arrivati e se ne sono anche andati.
Quel giorno rimase la mia scuola come nuova, era diventata come nuova anche se ci vuole ancora un anno per poterla inaugurare nuovamente però quel giorno io ero cambiato. Ero cambiato per sempre.
Quel giorno, forse non con la coscienza che adesso ho, mi resi conto che non era vero che ero una persona solitaria. Lungi da me immaginare che il 22 di ottobre molti anni dopo mi sarei battezzato nella fede cattolica, ma tutto cominciò il giorno in cui alcuni sconosciuti mi aiutarono a tirare via il fango.
Ho raccolto molti nomi da allora, molto lavoro, molti incontri e non ho molto tempo qui per parlare e quindi vorrei riassumere tutto in quattro nomi perché ciò che conta è che quel giorno in cui io nacqui dal fango non rimasi più sordo all’incontro con l’altro.
La scuola fu aperta e ero già tutto coinvolto con la mia comunità e quindi mia moglie ed io organizzammo una fiera gastronomica di strada. Una fiera che avevamo visto poi in Italia tra l’altro, a Monte Pulciano, che ci aveva ispirato. E quello che era il nostro giardiniere venne a prendermi all’aeroporto con l’automobile e mi disse che aveva cucinato, aveva sperimentato durante la mia assenza, era il mio giardiniere e partecipò al concorso che c’era in questa fiera e fu sorprendente non tanto per i suoi gusti, i suoi sapori, ma per le sue tecniche.
Alberto, è così che si chiama questo giardiniere, cominciò a formarsi, a lavorare sempre di più nella cucina. E un giorno mia moglie e io gli abbiamo detto che lo volevamo licenziare perché era pronto per cominciare la sua attività. E la routine del lavoro con noi stava per tarpargli le ali e il peggio che poteva succedergli era tornare a lavorare da noi.
Oggi Alberto ha vinto tantissimi premi, è famoso e in quella fiera, quella fiera adesso fa parte di un movimento di festival di strada nell’isola e noi abbiamo fatto anche una fondazione che si chiama “Fogones y bandera”. Adesso abbiamo un corso di imprenditoria gastronomica di portata nazionale per formare le famiglie nelle loro case e creare micro occupazione. Questa fondazione nacque proprio perché io incontrai questo giardiniere e mi posi in atteggiamento di ascolto vero, e non solo per cortesia.
L’altra storia è la storia di Oscar, che viveva in un paesino di montagna a mille chilometri dall’isola e mia aveva mandato una lettera molto bella spiegandomi che non aveva risorse per poter studiare. Io ricevo tantissime lettere che chiedono se posso dare una borsa di studio, ma lui non mi chiedeva la borsa di studio, mi spiegava solo l’amore che sentiva per la cucina e mi mandava la sua benedizione. Mia moglie Silvia lo chiamò e lo invitò e quindi gli abbiamo offerto un lavoro nel nostro ristorante e gli abbiamo dato anche la borsa di studio. Adesso Oscar è un pasticciere importantissimo a Città del Messico. È stato il nostro primo studente con la borsa di studio, ma adesso abbiamo un sistema nazionale di borse di studio a partire dalla nostra fondazione abbiamo dato centinaia di borse di studio da parte di padrini che adesso trovano in tanti posti del paese. Oscar, questo ragazzo che ha scritto la lettera, adesso è padrino lui stesso di un giovane con la borsa di studio e questo è successo perché abbiamo incontrato Oscar.
All’epoca io già sentivo che l’appartenenza a una comunità e la ricerca di un incontro era veramente frutto di qualcosa di più, bisognava partecipare ed era solo un’intuizione e arriviamo qui alla terza storia, quella dei Palmeros i raccoglitori di rami di palme.
I Palmeros vanno al giovedì prima della domenica delle palme in montagna a raccogliere i rami delle palme.
Eccoli qua.

Immagine

Scendono il venerdì in pellegrinaggio e la domenica si fa la benedizione di quelle palme e si comincia così la settimana santa che nel mio paese è molto importante. Un giorno io li vidi scendere e mi riconobbero perché ero famoso non perché ero loro vicino e mi invitarono poi dopo a fare un una zuppa che si chiama frijolada per dar da mangiare a chi porta in processione il Cristo morto, ma non ci andai, mi dimenticai di quell’incontro. Due anni dopo mi trovo ancora per la strada, li vidi scendere uno di loro mi disse che mi aveva detto che avevano aspettato e mi vergognai molto e da quel momento andai a tutte le processioni che fa la mia comunità durante la settimana santa. Quindi partecipai con la mia comunità e una settimana dopo all’alba andai ad aiutarli a fare la zuppa e scoprii che non lo fanno solo per quelli che portano il Gesù, il Cristo morto ma anche per tutte le persone della comunità che vanno a casa loro il venerdì santo.
È una lunga storia però oggi vi posso dire che sono diventato Palmero anche io e quest’anno mi hanno invitato a portare il Cristo morto
Essere nominato Palmero è un onore incommensurabile.
Dormire in montagna, in un’amaca con i miei compagni. Un’esperienza di comunione indescrivibile e tutto è cominciato perché mi sono azzardato a sbucciare dell’aglio con loro per fare una zuppa.
Questa storia sta finendo però vorrei adesso parlarvi anche di don Irineo
Mia suocera si chiama Meche, morì in casa.
I suoi ultimi mesi furono molto dolorosi, io la vedevo sempre sul suo volto; sul suo volto c’era sempre un sorriso forzato, delle persone che soffrono e non vogliono preoccupare la famiglia ma una sera arrivai a casa e Silvia, mia moglie mi chiese di andare a cercare un prete.
Io non ero cattolico e non sapevo come si va a cercare un prete. Andai in una chiesa, lì vicino a cercare il prete però ovviamente non è che i preti vivono nella chiesa e quindi chiamai una mia amica che dopo diventò la mia madrina del battesimo, le chiesi aiuto e la sera poi entrò in casa mia don Irineo.
E fui testimone di una unzione. Non avevo idea di cos’è un sacramento e non sapevo nemmeno che ce ne fossero sette.
Quel giorno vidi don Irineo piangere, prendere per la mano Meche e ringraziarla per avergli permesso a lui di vivere quel momento e quel giorno vidi come ritrovò la pace nel sorriso di Meche, mia suocera.
E cinque ore dopo le morì e non cambi mai la sua espressione di pace in queste ultime cinque ore.
In quel momento io non lo sapevo però tutte le persone che mi avevano colpito, segnato, o insegnato qualcosa negli ultimi anni, compresa mia moglie lo avevano fatto convincendomi a partire dal loro esempio, non erano stati libri e riti, nemmeno il rispetto per l’autorità questo viene dopo come una conseguenza, non è un fine .
Ma è proprio la possibilità di essere testimone di un modo di vivere la vita, una maniera cristiana. Dopo un anno sentivo già che il percorso per placare i miei fantasmi si ritrovava in Cristo, nel suo esempio. Un giorno andai ad una processione e in quella processione vidi la Madonna della valle.
Ma in realtà noi la chiamiamo poi la Madonnina della valle nella nostra isola. E quando passò la Madonna mi misi a piangere senza motivo e il giorno dopo andai a cercare quel prete, don Ireneo che un anno prima aveva fatto l’unzione a mia suocera e gli chiesi di convertirmi.
Studiai un anno con lui e il 22 ottobre del 2015 lo stesso giorno del mio cinquantesimo compleanno mi battezzò nella chiesa del Cristo del buen viaje del Pampatar.
Quando Ireneo, quel prete che era diventato mio amico, pianse di fronte a mia suocera, magari potevo quasi aver visto come una cosa ridicola però mi misi nei suoi panni e andai al suo incontro.
Non mi son convertito a cinquant’ anni perché avevo paura della vecchiaia o per paura della malattia o perchè potevo essere triste, non perché ero un vizioso che si era redento. Mi sono convertito perché era da anni che vedevo gente cristiana essere cristiana. Di recente nel mio Paese un soldato ha ucciso selvaggiamente a bruciapelo uno studente durante una manifestazione; tutto il Venezuela è stato testimone e abbiamo veramente raggiunto un punto bassissimo durante mesi di repressione e di morte. Il giorno dopo la madre di quel ragazzo, che la vedete lì nella foto, fu intervistata nell’obitorio e disse ai giornalisti che chiedeva giustizia, però che perdonava l’assassino di suo figlio. Subito fu fatta a pezzi sui social perché solo una madre degenerata poteva essere in grado di perdonare l’assassino di suo figlio. Coloro che scrivevano queste cose in una specie di omicidio virtuale collettivo erano soprattutto persone giovani, giovani che non credono che ci sia perdono con giustizia o che sia possibile questo tipo di perdono e anche lo stesso Giovanni Paolo II l’abbia detto, giovani che sanno che il perdono cristiano è scritto da qualche parte però non ci credono, giovani che vanno a Messa, che hanno dei riti che ripetono meccanicamente tutte le domeniche e “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, giovani che bisogna cominciare a chiamare, a mostrare loro che è a partire con l’incontro con le altre persone che si crea una cultura per mettere assieme volontà attraverso un percorso, percorso di vita cristiana. Ovviamente adesso leggo le opere di don Giussani, di Carròn, studio, lo faccio anche per la mente, perché nelle sue parole e nell’agire quotidiano con gli amici di Comunione e Liberazione ho iniziato a capire come a formare una specie di intuizione e soprattutto perché ho bisogno di un metodo. Mi dedico appieno in quello che adesso si chiama l’imprenditoria sociale. Potrei mostrarvi diversi esempi e testimonianze concrete di come in Venezuela, quel Venezuela civile, trova spazio di civiltà. Potrei parlarvi di come abbiamo fatto il lavoro a partire dalla nostra fondazione Fogones y Bandera di fatto i miei due colleghi qui, Ana e Alejandro, sono un esempio bellissimo di come in mezzo a tutto il caos del mio Paese ci possono essere anche questi esempi. Però vorrei raccontarvi anche un’altra cosa, vorrei dirvi che oggi ho una certezza e non è altro che la vita cristiana che ci ha insegnato Cristo, semplice, con parabole che possiamo capire tutti e soprattutto con la coerenza tra la parola e l’azione, il cammino e il percorso che mi è servito. Continuerò a studiare, creare reti e lavorare per l’imprenditoria sociale, contribuendo alla ricostruzione di un Paese molto diviso, con i miei dubbi, con i miei timori, scappando, tornando, però da quando sono cristiano tutto questo è diventato molto più facile. Vi mostro alla fine la foto del mio gruppo di lavoro, vi ringrazio.

ANA CRISTINA VARGAS:
Grazie. Voglio ringraziare per l’opportunità di essere a Rimini, ma io parlerò in spagnolo perché è più facile per me trasmettere la mia testimonianza, grazie.
È una storia la mia che parte dalla paura e da come si affrontano e vedere le paure come opportunità. Per me questa è un’immagine che riassume l’idea. Qui vedete un arazzo pieno di tanti momenti diversi che non capiamo qualche volta come si collegano tra loro, però alla fine formano un’immagine unica, a un certo punto tutto prende un senso e capiamo che si tratta di un’unica immagine. Vengo dal Venezuela, è un Paese bellissimo, che ha tantissime opportunità, che però purtroppo, per la metà della vita che ho vissuto ha avuto dei momenti difficilissimi. Sono cresciuta a Caracas, che è la capitale del Venezuela, è una città che ha cinque milioni di abitanti e il 50% della popolazione vive in insediamenti informali. Sono posti dove non ci sono opportunità, non sono stati pianificati dal punto di vista urbanistico, non hanno servizi di base, sono posti in qualche zona molto molto violenti e non ci sono praticamente spazi pubblici. Cinque anni fa ho avuto la possibilità di andare negli Stati Uniti per studiare al MIT e partecipare a un master in progettazione urbanistica. Nel primo anno ci hanno fatto disegnare una linea del tempo e il professore così ci ha fatto raccontare come sono cresciute le città nel tempo, durante la storia del mondo. Quando siamo arrivati al 2012 il professore ci ha chiesto: cosa succederà? Secondo voi come cresceranno le città nei prossimi quarant’anni e come sarete voi nello spazio e nel tempo che avete per lavorare appunto come professionisti. Attualmente sappiamo tutti che ogni giorno c’è sempre più gente che si sposta dalle zone rurali verso le aree urbane, di questa popolazione un terzo vive in insediamenti che non sono formali, cioè città che sono state create spontaneamente e grazie all’organizzazione delle comunità di persone. Allo stesso tempo però viviamo nell’era della partecipazione che ci permette di incontrarci in tante forme diverse che in passato non erano possibili; quindi come possiamo adattarci alla velocità della città, come possiamo includere e come possiamo utilizzare gli strumenti che abbiamo per fare la differenza? Dopo quell’anno di master ho deciso di pensare a una metodologia per poter vedere gli spazi pubblici dal punto di vista dei cittadini, quindi con gli occhi di chi vive degli spazi urbani e ho deciso di andare in India per poter iniziare a lavorare con i giovani per capire come secondo loro era lo spazio pubblico, come lo concepivano. Quest’idea di comprendere la città e gli abitanti è diventato il tema della mia tesi, poi sono tornata in India con uno zaino pieno di strumenti per lavorare a Malvani che è una zona, uno slum, uno dei più pericolosi di Mumbai, che è caratterizzato dal fatto che praticamente è un quartiere completamente musulmano. Ho partecipato alla riunione con uno dei professori della scuola locale che mi stava aiutando a mettere in pratica questa metodologia che avevo inventato e a un certo punto ho sentito una paura spaventosa, mi sono resa conto che avevo tantissima paura perché ero in un contesto completamente diverso dal mio, ero una donna, stavo lì da sola e mi sono chiesta: ma cosa faccio io, tanto lontana da casa, dall’altra parte del mondo cercando di capire le città da questa parte del mondo così lontana dal mio? In quel momento è entrata una bambina nella stanza con il pugno chiuso, mi si è avvicinata, non mi ha detto una parola, ha aperto la mano e nella mano aveva un crocifisso. Per me questo crocifisso è stato il segno di cui io avevo bisogno per capire che anche se sembrava una cosa da pazzi essere in India in quel momento, invece quello era il percorso che dovevo fare. E’ stato un piccolo segnale che per me ha rappresentato un segnale importantissimo, mi ha segnato per sempre. Bisogna pensare che meno dell’uno per cento della popolazione indiana è cristiana, quindi questa coincidenza per me non era una coincidenza, in realtà era un segno della Provvidenza. I mesi successivi per me sono stati tra i mesi migliori della mia vita per quanto riguarda la creatività. E’ come se in me si fosse accesa una scintilla. Ho iniziato a lavorare giorno e notte per terminare questa metodologia che avevo cominciato a preparare in India e dopo è diventata la mia tesi di master. Dopo aver completato appunto il master mi sono trovata ad affrontare un’altra paura e mi sono ricordata di quel crocifisso e quindi ho deciso di tornare al mio Paese, un Paese che già nel 2014 stava passando un periodo difficilissimo, c’erano già delle manifestazioni di strada, lo sapete tutti dove ci troviamo adesso dal punto di vista politico, però ho deciso che quello era il posto dove il mio metodo, il metodo che avevo sviluppato, sarebbe stato più utile. Quindi ho iniziato a recarmi a varie comunità in Venezuela, ho iniziato a lavorare con i bambini per spiegare loro questo modo di vedere la città dal loro punto di vista e poi riuscire a trasformarla. Dopo un anno in Venezuela abbiamo registrato la nostra Organizzazione, si chiama Trazando Espacios Publicos, è una Organizzazione senza scopo di lucro che insegna ai giovani come si può utilizzare il disegno partecipativo per trasformare spazi pubblici. Questa è l’equipe che lavora con me e il mio progetto era personale, ma poi è diventato un’Organizzazione e ciascuna delle persone che lavora con me è una persona meravigliosa perché ha portato il suo contributo per far crescere questa idea. Abbiamo lavorato con più di duecento volontari in varie parti del mondo e oggi in Venezuela abbiamo già lavorato in cinque stati diversi in varie comunità. Abbiamo trasformato seicento metri quadrati di spazio pubblico. Queste sono alcune delle organizzazioni con cui abbiamo lavorato e che ci hanno dato una mano, che ci hanno appoggiato per portare avanti il nostro lavoro in Venezuela. Vi faccio capire un po’ quello che facciamo. Si basa tutto su quello che noi chiamiamo “ciclo di trasformazione”: si parte dall’osservazione della comunità, poi si immagina come si potrebbe cambiare lo spazio pubblico e poi alla fine si trasforma. Tutto comincia con la parola “identità”: bisogna capire che lo spazio pubblico riflette l’identità locale. Quindi ogni ragazzo ha una borsina sulla quale dipinge e scrive una lettera perché deve capire che fa parte di un gruppo. Abbiamo questa cornice di cartone, prima si osserva: invitiamo i ragazzi ad aprire gli occhi e a osservare quello che fino ad ora non avevano mai visto. Poi si registra con la macchina fotografica, si fanno le foto e poi si crea un’unica cartina, una mappa unica, perché tutte queste opportunità fanno parte dello stesso spazio che appartiene alla stessa comunità, a un’unica comunità – è di tutti –. Poi facciamo vedere alla comunità queste mappe, queste cartine per capire come possiamo trasformare gli spazi. Poi cominciamo a immaginare come questo luogo può cambiare, può essere diverso. È molto bello attivare la creatività dei bambini: è praticamente un’opera d’arte che diventa uno spazio a disposizione di tutta la comunità. Quindi, poi passiamo a parlare con le persone che vivono in questa comunità, cerchiamo di coinvolgerle e chiediamo loro «come potrebbe cambiare lo spazio dove vivi?». E poi usciamo verso la comunità per cercare ispirazione anche altrove. I ragazzini imparano anche i rudimenti dell’architettura: imparano a misurare, imparano a utilizzare gli strumenti dell’architetto. Poi alla fine fanno delle proposte, che sono abbastanza realistiche. Naturalmente poi si fa una specie di concorso e alla fine si sceglie cosa si va a costruire, cosa si va a trasformare. Quando costruiamo si parte sempre dall’idea che la trasformazione dello spazio pubblico non è un’opera qualsiasi dell’architettura, ma è un’opera che si costruisce pixel per pixel. Quindi anche fare una cosa piccolissima, però va fatta bene: per esempio delle piccole cassettine che poi possono diventare una parte di un giardino. Poi ai ragazzi insegniamo anche a utilizzare gli strumenti e le attrezzature di base della costruzione, e anche a utilizzare materiali di riciclo. In ogni intervento si prevede che almeno il 20% del materiale sia materiale di riciclo, che quindi non viene gettato ma diventa qualcosa di utile. Un’altra delle cose che facciamo che è molto importante quando dobbiamo costruire, è insegnare ai bambini che non esiste un piano perfetto, ma ci sono delle istruzioni grafiche semplici che si possono utilizzare e replicare per cambiare qualcosa magari anche dentro casa loro o per progetti futuri. È molto bello perché abbiamo la possibilità di guardare il disegno e poi di trasformarlo in realtà: e vedere il sorriso di un bambino quando il suo progetto, il suo disegno diventa realtà è veramente bellissimo. Abbiamo già coinvolto varie comunità in Venezuela, ma forse la cosa più bella di tutto questo non sono solo le fotografie dei risultati che abbiamo ottenuto – il fatto che spesso sono stati creati dei luoghi dove incontrarsi –, ma il processo che c’è dietro, il fatto che queste persone s’incontrano. Qualche volta gli architetti sono abituati a disegnare una cosa bellissima e c’è un’opera pronta da realizzare, però la cosa importante è pensare qual è il percorso che ci porta a tutto questo. In India la prima volta che abbiamo trasformato uno spazio pubblico abbiamo raccolto quindici dollari in rupie per poterlo trasformare, e lo spazio lo avevano disegnato i bambini: i bambini hanno pulito tutto questo spazio, poi hanno dipinto le pareti. Per me come architetto è stato un momento difficile quello, perché io sono stata formata per cambiare radicalmente uno spazio, mentre in quel caso non stavo cambiando niente, lo stavo solo recuperando, lo riqualificavo. Però, mi sono resa conto del fatto che io non dovevo fare le cose secondo il mio punto di vista di architetto formato, dovevo fare quello che per loro, per i bambini era importante. E quindi è stato bellissimo vedere come in due ore uno spazio praticamente è diventato totalmente nuovo, rinnovato. Terminerò questa storia con una domanda: qual è il tuo posto nello spazio e nel tempo in cui ti è toccato vivere?
Per me la risposta sono due cose semplici, attraverso il lavoro che facciamo, che svolgiamo ho trovato uno spazio, quindi la possibilità di creare spazi pubblici in modo che la gente si possa ritrovare lì, ma ho trovato anche uno spazio che è il processo. Durante lo costruzione di questo spazio pubblico la gente entra in contatto, si incontra, si conosce questa è una foto, di una parte di un quartiere di Caracas, qui abbiamo coinvolto circa 200 volontari e ognuno di loro ha raccontato una parte di storia, in una scala, in un gradino di questa scala.
La cosa bella è stata che alla fine per i ragazzi è cambiata la percezione sia della scuola che della scala: qui ci sono due ragazzi, uno viene da un edificio, diciamo della zona in della città e venendo in questo quartiere, in questo barrio, si è reso conto che la sua immagine di questa zona era diversa e si è reso conto che in questo quartiere anche se era povero esisteva una comunità.
E alla fine quando scendeva e saliva da questa scala lo salutavano chiamandolo per nome, lo conoscevano. Invece lui ci ha raccontato che dove vive lui è una zona più ricca, ma nessuno ti saluta, nessuno ti conosce e quindi queste scale sono come i corridoi dell’edificio dove abitava lui, però la differenza è che in quel quartiere in quel barrio, la gente si conosceva veramente.
Quindi grazie a questa esperienza comunitaria ho avuto la possibilità di fare un’esperienza che veramente mi ha segnato nel profondo, mi sono resa conto che così i ragazzi si sentono messi in condizione di poter cambiare, di potersi rendere indipendenti
Qui c’è una ragazza che sta inaugurando lo spazio che è stato creato da loro, è stato una delle nostre prime studenti, adesso è diventata la nostra assistente nei laboratori che organizziamo.
Questa è un’altra ragazza, Michel, una ragazza con cui chiuderò questa storia, è un bell’esempio di come siamo riusciti a metterla in condizione di fare qualcosa di bello. Era una studentessa del laboratorio e mi aveva detto all’inizio, quando l’ho conosciuta, “io non so fare niente”. Stavamo facendo i modellini per le varie proposte e lei mi ha detto: “no, io non so fare niente”. Però con un po’ di appoggio, con un po’ di sostegno da parte dei suoi compagni insegnandole qualcosa, alla fine, è riuscita a fare un modellino per un campo da calcio. Ma la faccia felice che mi ha fatto vedere quando ha visto il modellino realizzato, è stato il fatto appunto che mi ha fatto rendere conto che lei aveva capito che era in grado di fare qualcosa. Ma dopo un anno, stavamo rifacendo un laboratorio nella sua comunità, nella comunità dove vive Michel, era una delle bambine più grandi in quel momento, era una sera, eravamo in ritardo ed eravamo preoccupati perché eravamo in ritardo nella consegna. Lei mi ha detto: “Lasciami le istruzioni, lasciami il piano e io durante il fine settimana finisco il lavoro”.
Quindi, due anni prima questa ragazzina non si sentiva in grado di fare niente, invece adesso si sentiva in grado di poter terminare di costruire uno spazio nuovo, questo mi ha fatto capire quanto è importante apprendere con le mani, apprendere facendo, imparare facendo le cose. Così riesci a capire che puoi cambiare veramente quello che non ti piace della tua comunità.
Quindi per concludere, questa storia di Michel è la storia mia, la storia di me, che sono vissuta in un paese che ha tante difficoltà, però quando cominci a fare le cose piano piano, ti rendi conto che passo dopo passo riesci a cambiare qualcosa. Quindi questo sentimento, questo senso di appartenenza come persona a una comunità ti dà la possibilità di continuare a lavorare per cambiare a poco a poco le cose. Grazie.

MONICA POLETTO:
Alejandro nel 2012 ci aveva raccontato l’esperienza della partenza di Trabajo y Persona, adesso arriva qua dopo un po’ di anni con il mondo continuamente cambiato, tu non ti saresti aspettato forse niente di quello che è successo. Sono molto contenta e molto curiosa di ascoltare cosa ci racconta, la cosa che sempre mi colpisce, ci colpisce di lui, è questo desiderio che si trasforma in una capacità di stringere rapporti e di amicizia con tutti, cioè Alejandro passa il tempo a presentarci i suoi amici, loro sono i suoi amici.
Capisco che Trabajo y Persona è in un certo modo una storia di fedeltà e di amicizia, raccontacela.

ALEJANDRO MARIUS:
Grazie mille possiamo secondo me finire l’incontro qua, perché io sono già stracontento di ascoltare Sumito e Ana, miei cari amici, mi hanno aiutato a guardare il Meeting e la vita in un modo diverso. Faccio veloce.
Sono ingegnere scusate devo misurare il tempo, voglio iniziare con questo perché appunto prima io avevo imparato che il tempo è quello che si può misurare sull’orologio, invece questo che dice papa Francesco è un’altra cosa molto diversa.
In questi anni mi hanno aiutato molto proprio questi rapporti e questo metodo di andare agli incontri e incontrare amici come loro e continuare a lavorare. La storia di Trabajo y Persona è una storia di incontri: vorrei parlare innanzitutto di questa donna, 94 anni, madre Cristiana Picardo, è stata abbadessa di Vitorchiano, adesso abbiamo la grazia di Dio che è in Venezuela. Grazie a mia moglie, padre Leonardo Grasso e a lei, ho iniziato Trabajo y Persona, perché lei, proprio madre Cristiana è la mia seconda mamma. Mi ha aiutato a capire cos’è il rapporto fra la preghiera, quindi il senso di di più nella vita, il rapporto con il mistero e il lavoro.
Infatti quest’anno ho voluto tornare con tutta la strada di Trabajo y Persona per incontrare le suore, ci sono credenti, non credenti, altre religioni; di quelli che lavorano con me nessuno è di CL, è gente che ha un desiderio nella loro vita di un di più e di lavorare. Ma queste donne sono fantastiche: hanno una capacità di giudizio, di commozione sulla realtà da cui ho imparato tantissimo, come ho imparato da tanti di voi che siete qua in sala che siete miei amici.
Da lì è iniziato Trabajo y Persona; Trabajo y Persona è un tentativo molto umile, molto semplice che non risolve i problemi che abbiamo, che avete già visto nel medio termine, nel breve termine, ma che punta su questo: educare i protagonisti della loro vita, protagonisti del bene comune, protagonisti per un paese che ha tanto bisogno, tramite riscoprire la loro dignità come persone come essere umani lavorando.
Questo è il lavoro che facciamo noi questo è il Venezuela, non è per fare pubblicità di tutti i punti del Venezuela dove stiamo lavorando, è per indicare un metodo, molto, mi fa ridere, perché io viaggiando in Italia conoscevo tante opere sociali, la Piazza dei mestieri, e io volevo fare un centro di formazione professionale tipo la Piazza dei mestieri tropicale a Caracas.
Era un’idea, un progetto, me lo sono messo come obiettivo, come ingegnere, con risorse, tempo, andiamo avanti. Dopo il primo anno il nostro ex presidente, che lo chiamano il comandante eterno, ha cambiato una legge e quindi tutti i soldi che aveva raccolto con amici, con una legge simile al 5×1000, è sparito tutto. Allora ho dovuto andare all’incontro: girare il Venezuela per incontrare cosa c’era di buono nella formazione al lavoro. Ho incontrato esperienze bellissime dentro una povertà e una precarietà incredibile ma dei Salesiani, dei Gesuiti, le suore, tante comunità che avevano voglia di lavorare, tantissima, ma mancava un metodo.
Grazie e Dio papa Benedetto in quell’anno ha detto questa frase che tanti di voi conoscete: “intelligenza della fede è intelligenza della realtà” quindi gli mancava quel pezzo lì, metodologicamente, quindi abbiamo iniziato a fare collegamenti fra aziende, università, centri di formazione. Quindi lavorare insieme, per me questo mi viene come un dono.
Ho girato tutto il Venezuela, questo è nella Uachida, nella frontiera con la Colombia, in una zona dove già il contrabbando era un’abitudine prima che arrivasse in tutto il Venezuela e con ragazzi di una scuola salesiana che facevano educazione in agricoltura. Ho fatto questa foto perché è proprio la frontiera massima dove c’è la guerriglia, dove ci sono tanti problemi, e questi ragazzi facevano tanto per guadagnare velocemente le cose. Non vi spiego per ragioni evidenti, ma tornavano sempre a scuola. E questa è una cosa molto bella perché incontravano i miei amici salesiani, padre Pablo, che anche Monica conosce quando è venuta da noi, adesso è Vescovo di un’altra diocesi in frontiera, hanno incontrato in Pablo una cosa molto bella, hanno incontrato uno sguardo, hanno incontrato una speranza diversa di fare altri tipi di lavoro. Quindi siamo partiti a fare questo lavoro, uno dei lavori che facciamo è la formazione di donne che sono in situazione di vulnerabilità perché possano diventare parrucchiere. Si chiamano imprenditrici della bellezza, è molto bello perché siamo in partner sociale di l’Oreal, in Venezuela, che è un grande marchio e noi lavoriamo con loro. È stato molto bello perché abbiamo incontrato, in un mondo che sembra un po’ superficiale, Jean Clauteaux , presidente di l’Oreal in Venezuela che aveva le forbici di Pierre Toussaint che è stato uno schiavo haitiano che è andato in America. I suoi resti sono sotto la Cattedrale, la prima che si vede, di S. Patrick a New York.
È molto bello perché lui dopo essere libero ha continuato a lavorare, ha fondato le grandi opere sociali e lui aveva le forbici e le reliquie di Pierre Toussaint, mi ha consegnato un libro da leggere in inglese di tutta la storia. Mi ha detto: “dopo di leggerlo e parlare, facciamo l’accordo”. Bene, ho letto, adesso siamo il partner di l’Oreal e facciamo tante cose con loro, è anche un momento di difficoltà per loro come azienda e continuiamo a lavorare.
Quello di sopra a destra sono io, volevo mettere questa foto con la mia cara amica Iva perché qui a Cesena, con Orizzonti, che è un’associazione che hanno fatto insieme a Confartigianato, che sono quelli della foto sotto a sinistra con il mio amico Arturo Alberti, lui ha presentato Confartigianato e hanno iniziato a fare un’attività che si chiama “La bellezza fa beneficienza”. Sono tutti i parrucchieri di Cesena, quest’anno si inizia anche con Cesenatico, che una volta all’anno fanno un lavoro gratis volontario. Allora quando sono venuto a maggio ho girato per tutti questi parrucchieri, meno uno, Arnaldo, che è il campione di taglio, dell’Europa, italiano, abita a Cesane, capitano della squadra italiana, medaglia d’argento a livello mondiale.
Quando sono arrivato mi ha detto: “Alejandro, vieni siediti qui” e mi ha fatto questo look; è durato solo una settimana perché non è il mio style, però è stato molto bello! E dopo soprattutto con Iva e i suoi colleghi parrucchieri è iniziata un’amicizia bellissima e un modo di fare cooperazione pazzesco, perché non è tradizionale.
Pensate che il Venezuela non è un target della cooperazione internazionale perché per i numeri ufficiali…, siamo un paese ricco, il prodotto interno lordo pro capite è alto, quindi la cooperazione internazionale non arriva.
Ma questo tipo di cooperazione vince di più, perché permette gente tramite il suo lavoro di aiutare altri dall’altra parte dell’oceano a poter avere un’opportunità di lavoro, e secondo me, questo è un modo di fare politica totalmente rivoluzionario, è la vera politica! Questo nasce nel tempo, come avete visto nella prima slide, tramite incontri che piano piano si sviluppano come con tanti di voi qua. L’Oreal quest’anno, senza soldi; sono amico del manager, di Marriot, una catena alberghiera a Caracas, anche loro hanno difficoltà, perché l’occupazione è molto bassa, a Natale mi ha invitato a fare colazione con lui e mi dice: “Alejandro facciamo qualcosa insieme!” dico: “dimmi tu, cosa possiamo fare con un albergo, siete a posto!”. Abbiamo iniziato a parlare e gli ho detto: “quali sono i tuoi dipendenti più vulnerabili?” Mi ha detto: “quelli che mettono a posto le camere e finiscono alle due del pomeriggio”. “Ma gli piace il trucco? Gli piace mettersi belle come tutte le venezuelane?”. Avete visto come è bella Ana e tante venezuelane? Come anche mia moglie e le mie figlie, che vedranno questo in differita… se no avrò dei problemi a tornare, anche! Lei è mia amica. Ma pensate, abbiamo fatto così: Marriott non aveva soldi, ‘Oréal non aveva soldi, noi meno, allora abbiamo fatto un corso di imprenditrici della bellezza per queste donne e abbiamo messo insieme, hanno fatto uno scambio, l’Oréal per fare degli eventi sulle promozioni dei prodotti nell’albergo ad un prezzo molto basso e così, molto basso; però il processo di l’Oréal per il pagamento è molto lungo quindi noi abbiamo dovuto fare il Cash Flow per un mese e siamo riusciti a fare ieri una giornata di trucco per tutti i dipendenti di Trabajo Y Persona, più l’incontro di Natale con il pranzo di Trabajo Y Persona, nell’albergo, nel Marriott a 5 stelle. È una modalità molto semplice per dire come nel Venezuela di oggi si possono fare le cose. Le altre, famosissime, sono le imprenditrici del cioccolato. Tanti di voi già conoscete quest’esperienza. Lavoriamo con la Camera di Commercio Italiana Venezuelana, francese, tutte le aziende che producono cacao e cioccolato in Venezuela; sono più di 1000 donne a cui si fa tutta una formazione e dopo tutto un accompagnamento per curare ogni singolo bisogno di loro. Fanno stage in diverse aziende, una delle quali, Cioccolato Franceschi, che è un amico mio imprenditore che è venuto qua al Meeting, Carlos. E così inizieremo quest’anno un progetto con l’Unione Europea in sei regioni del Venezuela per aiutare noi che abbiamo il miglior cacao del mondo, ad avere anche il miglior cioccolato del mondo, perché la benzina non è molto gustosa e siamo stanchi di produrre materia prima e vogliamo che la gente possa capire che dalla materia prima, tramite il lavoro, si può fare un bene per tutto il mondo, quindi fare un buon cioccolato venezuelano, quindi è un esempio culturale che vogliamo portare avanti. Ma non solo con i soldi della cooperazione o con i soldi delle aziende e della responsabilità sociale: abbiamo iniziato nel 2014 con una mia cara amica, Maria Fernanda Di Giacobbe, che ha vinto l’anno scorso il Premio Nobel di gastronomia a livello mondiale, che tramite lei ho conosciuto Sumito, perché la sua cara amica, perché lui è il capo della gastronomia e Maria Fernanda è la grande cioccolataia venezuelana, abbiamo iniziato la collezione San Benedetto, che sono dei cioccolatini, e l’anno scorso dentro tutto il disastro, con quello che era il capo di laboratorio di Maria Fernanda, che dopo è diventato imprenditore, che è il nostro amico Giovanni Conversi, ha iniziato la sua azienda, che si chiama Mantuano, a Natale dell’anno scorso abbiamo iniziato la collana San Juan, San Giovanni, che sono tavolette con noce. La noce non è del Venezuela, ci sono altri prodotti molto belli, però abbiamo un amico che ha donato 40 chili di noci, quindi abbiamo definito il prodotto così, non molto strategicamente, ma con rapporti con amici. L’anno scorso ho avuto la fortuna anche di consegnarle a papa Francesco, di raccontare questo e di consegnargli il cioccolato. Un altro progetto a cui lavoriamo è quello sulla meccanica. L’impianto di Ford in Venezuela è chiuso dall’anno scorso, non si fa più assemblaggio delle macchine, era un impianto che ha la capacità di assemblare 50mila macchine all’anno. Comunque, in una situazione così, grazie a loro e alla loro fondazione, stiamo insieme all’università facendo un diploma per ragazzi che hanno abbandonato la scuola, perché possano diventare meccanici di macchine. È un programma nella città di Valencia, che sviluppiamo, sono ragazzi che iniziano a imparare la matematica con le misure per fare il lavoro con le macchine. Si capisce? Non è, non sono… che hanno finito gli studi normali. Ma vorrei soprattutto raccontare la cosa che cambia me, che mi colpisce di più, perché nel tempo, con questi incontri, veramente cambia la vita. E cambia la vita di tanta gente. Lei si chiama Adelis ed è un’insegnante di “Fe y Alegria”, che è la rete più grande di opere educative dei Gesuiti, non solo in Venezuela, è un prodotto anche di esportazione educativo in tutta l’America Latina. Adelis è un’insegnante che ha ricevuto il corso, perché adesso stiamo facendo formazione dei formatori, perché siccome l’Oréal non ha soldi, ma ha talento, ha i volontari, quindi vogliamo arrivare a più gente tramite i formatori, quindi facciamo una formazione integrale che include la tecnica. Lei ha ricevuto la formazione, abita in un posto dove deve fare 12 ore in macchina per arrivare, dopo quando è tornata è incredibile perché ha iniziato da sola non solo a fare la proposta formale dei suoi percorsi formativi, ma anche ad iniziare attività con le comunità. Lei utilizza, quando funziona internet, Whatsapp, o se no SMS, è collegata con gli altri formatori in 13 paesi lontani da Caracas a livello nazionale, è una rete di innovazione nel settore popolare, sulla bellezza. La cosa bella che lei ha detto è che la bellezza esteriore è il riflesso della bellezza interiore. Quindi siamo arrivati, io sono arrivato a capire da lei tante cose. Le altre, Mafalda, il suo nickname, Mafalda, nome artistico. Single, tre bambini, madre single, è bellissima perché vive in un settore molto difficile di Caracas, come si vede la sua passione è un’arte particolare, molto bella. Lei è stata una dei nostri allievi, adesso lei fa parte dei nostri professori. Lei insegna la tecnica del colore, si è certificata anche con l’Oréal e fa le classi per come fare la colorazione. L’altra, Emma, adesso è in Perù, provando il mercato peruviano. Ha vinto il premio “Imprenditore dell’anno” dell’Unioncamere dell’anno scorso, insegna alle persone, alle nuove generazioni di imprenditrici del cioccolato, e l’anno scorso le hanno pagato il biglietto perché ha vinto una delle dieci tavolette più buone al mondo, a Parigi, con il rapporto che abbiamo con la Camera francese. La cosa bella è che a Natale mi ha telefonato perché si è bruciata metà della casa sua e il primo a cui ha telefonato sono stato io, allora ho capito che il nostro compito è al di là di insegnare un lavoro, è riproporre quello che siamo noi. Quando lei è venuta anche in Italia, è andata in Brianza a casa di amici , adesso in Perù, sta incontrando anche i nostri amici là, è una donna fantastica. Emma, che ha iniziato piano piano ma adesso ha il suo marchio che si chiama “Terra di Grazia”, che è il nome che si dice anche del Venezuela, “Tierra de Graca”, è il nome della sua collana di cioccolato. L’ho già presentata, lo sta commercializzando, guardate, questo è il packaging, e anche insegna. È andata alle isole di Aruba, Bon Aire, Curacao a fare consulenza sul tema di come processare la fava di cacao e convertirla in cioccolato. Josè ha fatto il corso di meccanica, questo ragazzo ha iniziato a lavorare a 11 anni senza un’educazione formale, ha già l’azienda registrata, ha la sua officina, l’abbiamo aiutato per avere il credito e lo ha pagato, i suoi dipendenti sono i ragazzi che sono venuti dopo di loro nei corsi e, è una zona molto popolare, i suoi vicini, che sono meccanici avevano iniziato a guardarlo con un po’ di invidia e lui ha fatto un cluster della meccanica: ha messo tutti insieme a fare corsi di formazione insieme, collaborare e sviluppare la sua attività. Volevo finire, scusatemi l’italiano, raccontando due altre cose velocemente ma dicendo questo perché quest’anno è venuto Franco Nembrini da noi e non posso non dire questo: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita”. Canto I dell’Inferno da noi sconosciuto ma la cosa bella è alla fine di questo canto: “Guardai in alto, e vidi alle sue spalle, vestite già de’ raggi del pianeta che mena dritto altrui per ogni calle”. Il Venezuela potrebbe essere un inferno, ci sono le luci, anche Dante ha visto le luci quando nell’ingresso del paradiso e stanno accadendo delle cose bellissime: ragazzi universitari sono venuti, ragazzi di Comunione e liberazione a dire che erano stufati, che volevano andare via dal paese, che non potevano continuare l’università perché con le manifestazioni non riuscivano a andare a classe e allora ho parlato con alcuni amici, tra i quali Carlos e Claudia, un’altra mia cara amica, e abbiamo detto perché non ragioniamo proposta per questi ragazzi che sono fuori Caracas? Ed è iniziato Summership, per la prima volta quest’anno, nell’Impact Hub, che è una rete di allevamento e servizi per imprenditori di tutto il mondo che gestisce Claudia, questa mia cara amica, e sono venuti 15 ragazzi che stanno facendo un mese di stage con aziende vere, quindi facendo un’esperienza di positività nel lavoro dentro ad una situazione come la nostra. Dopo quella mancanza di cibo, sopra a destra, potete guardare il nostro ultimo cardinale Baltasar Porras della città di Merida, c’è tanta fame. Allora la cosa bellissima che ha fatto la chiesa, ma non solo la chiesa, i nostri amici della nostra comunità, più poveri, che non hanno da mangiare è offrire la mensa: dal cardinale all’ultimo della fila offrendo a quelli che sono più bisognosi da mangiare insieme ma, guardate, dignitosamente, con un tavolo, con tutto a posto per poter mangiare dignitosamente. Questa è stata una via crucis, il cardinale ogni stazione dava da mangiare perché la fede non può andare da una parte e i bisogni della vita da un’altra, quindi è un’intelligenza anche di proporre il cristianesimo. E dopo sono migliaia di persone che di fronte a questa crisi si sono mossi in un modo incredibile nelle iniziative di solidarietà. A sinistra vedete tutte le iniziative di universitari che vanno alle manifestazioni rischiando la vita per aiutare quelli che sono feriti nelle manifestazioni, anche la polizia ferita: fanno un lavoro volontario, si fumano tutto quello che si può fumare nella manifestazione con il gas lacrimogeno di pepe che utilizza il governo e hanno fatto un’iniziativa fantastica di assistenza ma dopo l’università cattolica UCAP, si chiama, UCAP, fanno il cibo e vanno per le strade, come tante altre iniziative dar da mangiare alla gente che sta mangiando dell’immondizia, quindi porta da mangiare. Ho un’iniziativa bellissima, in tutto il mondo sono tanti i Venezuelani che hanno dovuto andare via, qui in Italia hanno fatto con un mio amico che è venuto per la prima volta l’anno scorso al Meeting, Edoardo Lembruni, che è da qualche parte qua, questo progetto “Ali per il Venezuela” quindi aiutare con le medicine e grazie al banco farmaceutico si sta facendo un lavoro bellissimo che si aiuta a diverse comunità, ospedale, caritas, realtà per poter far arrivare la medicina in un momento come questo (per cui ringrazio molto il banco e voi potete sull’applicativo doline potete fare il donativo,… pubblicità, però è un modo per aiutare una situazione come questa). Ultima pubblicità, giuro, sono riuscito a portare un sacco di questi cioccolati qui al Meeting, allora chi vuole, alla fine dell’incontro ci sono questi cioccolati che sono fantastiche ma soprattutto la cosa più bella lì c’è l’e-mail e il nostro Instagram. Perché dico questo? Perché alle donne che fanno questo cioccolato piacerebbe un sacco che quando voi mangiate vi potete fare una foto e fare riferimento a @trabajoypersona su Instagram, perché la cosa più bella per queste donne quando io giro, è che vogliono vedere il sorriso che produce il loro lavoro, quando il loro lavoro fa parte, perché dovete mangiarlo anche, di un altro. Quindi il lavoro di una donna di una favela fa parte della vostra vita mangiando questo cioccolato e questo è un modo di stare insieme secondo me fantastico e sarà lì alla fine. Niente, finisco con questo perché quello che ha detto Sumito, quello che ha detto Ana: una persona che capisce la sua dipendenza dal mistero non può capire che anche in una situazione come la nostra c’è una possibilità, non solo di un futuro, ma di un presente straordinario per poter dire al 100 per uno qui e ora.

MONICA POLETTO:
Io penso che tutti siamo profondamente commossi e usciamo profondamente cambiati dal racconto di questi nostri amici perciò io realmente non mi sento di aggiungere niente se non che noi abbiamo veramente fatto un affondo dentro il profondissimo mistero che è il cuore dell’uomo, perché c’è una irriducibilità, c’è un desiderio di bene, c’è un desiderio di rapporto che dove incontra, come si diceva Sumito: “Non mi sono convertito per un sacco di ragioni, mi sono convertito perché ho visto gente cristiana essere cristiana”, cioè dove incontra persone all’altezza dei loro desideri che sono, come ci mostrava Alejandro, appassionati a loro, disponibili dentro un rapporto, desiderosi di un bene, cambia e questo cambiamento è contagioso. Perciò io vi ringrazio tantissimo evidentemente invito tutti ad andare ad assaggiare il cioccolato di Alejandro, lasciate un’offerta perché sapete che ce n’è bisogno e per la stessa ragione noi tutti insieme ci sentiamo corresponsabili di costruire il Meeting per cui non è formale il fatto di dire doniamo, ma il fatto di dire doniamo al Meeting è perché questa cosa noi la sentiamo nostra ed è l’occasione che, penso che per voi sia importante che ci sia il Meeting esattamente come è importante che ci sia nel tuo luogo Trabajo y persona, un’occasione di speranza per tutto il mondo per cui andiamo e doniamo. Cioccolato e poi mi potete riprendere in questo momento? Così tutti capiscono senza che faccio pubblicità qual è l’App per donare i farmaci ai nostri amici del Venezuela. Grazie.

Data

25 Agosto 2017

Ora

11:15

Edizione

2017

Luogo

Salone Intesa Sanpaolo B3
Categoria