L’ENERGIA È VITALE. OCCORRE REALISMO

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In collaborazione con Compagnia delle Opere

Paolo Arrigoni, presidente GSE; Marco Bernardi, presidente Illumia; Giorgio Gori, europarlamentare; Italo Moroni, executive director Energy & Utilities Engineering; Nicola Procaccini, europarlamentare e responsabile energia FDI; Francesco Salerni, direttore Strategia, Digitale e Sostenibilità Gruppo Terna. Modera Felice Vai, vicepresidente Compagnia delle Opere

La transizione energetica rappresenta una delle sfide più difficili del nostro tempo e per questo richiede equilibrio tra ambizione e realismo. Da un lato, è necessario fissare obiettivi all’altezza delle sfide climatiche ed energetiche che ci attendono. Dall’altro, è fondamentale riconoscere i vincoli tecnologici, economici e sociali che accompagnano questo percorso. Adottare un approccio realista non significa rinunciare al cambiamento, ma scegliere strategie che tengano conto dei tempi e delle risorse necessarie, senza inseguire approcci ideologici o soluzioni penalizzanti per famiglie e imprese. Se interrompere questo processo potrebbe compromettere gli obiettivi a lungo termine, governarlo con insufficiente pragmatismo potrebbe avere gravi conseguenze già nel breve e medio periodo con pesanti ricadute sul piano economico e sociale. La direzione di questo cammino dipende in buona misura dalla spinta impressa da governi e decisori pubblici nel trovare soluzioni capaci di conciliare tutte le esigenze in campo. Il realismo tempera e orienta la speranza di una giusta transizione.

Con il sostegno di Enel, Terna, SGR Efficienza Energetica

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FELICE VAI

Buonasera a tutti, benvenuti all’incontro dal titolo “L’energia è vitale, occorre realismo”. Ma perché questo titolo? Innanzitutto un grazie a tutti voi partecipanti, un grazie di cuore ai nostri relatori che hanno voluto essere qui per condividere i loro spunti, le loro osservazioni su un tema così rilevante.

Pensate, noi diamo per scontato che l’energia ci sia. È come l’aria, non ce ne accorgiamo, ma quando manca sorgono i problemi. La transizione energetica rappresenta una delle sfide più difficili e complesse del nostro tempo, tocca tanti ambiti della nostra vita e per questo richiede un equilibrio tra l’ambizione e il realismo. Da un lato è necessario fissare obiettivi all’altezza delle sfide che ci attendono dal punto di vista climatico ed energetico. Dall’altro è fondamentale riconoscere i vincoli tecnologici, economici e sociali che accompagnano questo percorso. Questo è il principale motivo per cui un incontro sull’energia c’entra eccome con il Meeting di Rimini, c’entra eccome con la costruzione con mattoni nuovi nel deserto. Non riguarda solo l’ambiente, riguarda l’economia, riguarda la tecnologia, riguarda le persone. Adottare un approccio realista non significa rinunciare al cambiamento. Lo slogan monodirezionale, “facciamo solo questo, poi quell’altro”, non dico che cosa per non creare problemi. Monodirezionale, lo slogan. L’energia la trattiamo come fosse un pacchetto di patatine. Significa scegliere strategie che tengano conto dei tempi. Molte volte, l’ho detto forse l’altra volta, si chiama transizione energetica, ma noi pensiamo solo a “energetica”. “Transizione” non esiste: tutto subito, tutto nell’immediato, deve funzionare tutto. Quando cambiamo, con uno schiocco di dita bisogna cambiare, se no è colpa di qualcuno, se no c’è qualcosa che non va. Bisogna utilizzare le risorse necessarie, senza inseguire approcci ideologici o soluzioni penalizzanti per famiglie e imprese. Qualche giorno fa ho letto un’interessante intervista a Daniel Yergin, Vice Chairman di Standard & Poor, uno dei massimi esperti d’energia al mondo – non è italiano, ha potuto fare la sua intervista in quanto americano e in questa intervista del Corriere – dice che se il Green Deal viene applicato così sarà un problema per le imprese dell’Europa. In più dice anche che il gas sarà una fonte primaria e importante nei prossimi decenni, non la possiamo chiudere così. Se interrompere questo processo potrebbe compromettere gli obiettivi a lungo termine con danni ambientali e di sicurezza, non si discute, la strada è quella – pensate anche alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico, avere diversi fornitori, diverse fonti – governarlo con insufficiente pragmatismo potrebbe avere gravi conseguenze già nel breve (“Sarà tutto bellissimo, ma noi non ci saremo più” non è una grande consolazione, giusto?) ci sarebbero pesanti ricadute sul piano economico e sociale. La direzione di questo cammino dipende in buona misura dalla spinta impressa dai governi e dai decisori politici. Queste sono scelte che comunque guardano al bene comune, al bene di tutti i cittadini europei, – perché ormai dobbiamo ragionare in questi termini, non solo più nazionali – e quindi chi ha la responsabilità di governare per il bene comune deve prendere delle decisioni, anche di programma. È una traiettoria che occorre intraprendere. Come vedete il tema è complesso e allora abbiamo voluto farci aiutare dagli autorevoli relatori che inizieranno ad aiutarci. Io dico sempre questo: un convegno, un incontro funziona se quando io vado via sono diverso da come sono entrato. Basta trattenere una cosa ed è già stato utile. Speriamo che questo incontro abbia questa funzione.

Faccio aprire il dibattito dando la parola a Paolo Arrigoni, presidente del GSE. Caro Paolo è un piacere averti qui con noi, ho già avuto modo di moderare l’altro anno. Persona di estrema competenza, gestisce un ente di vitale importanza in questo momento, dirà anche due parole del GSE che magari ad alcuni di voi non è noto e a lui chiedo proprio quali strategie stia adottando il nostro Paese per affrontare questa grande sfida. A te la parola.

PAOLO ARRIGONI

Grazie, innanzitutto buonasera a tutti e ringrazio il Meeting di Rimini e la Compagnia delle Opere per avermi invitato a questo interessante convegno sul tema dell’energia, che deve essere affrontato con realismo. Parto dallo spiegare in due minuti chi è e che cos’è il GSE, il Gestore dei Servizi Energetici, che a me piace definire il braccio operativo del Governo. Siamo una società pubblica, un po’ il garante e il promotore dello sviluppo sostenibile nel Paese e svolgiamo questo nostro ruolo attraverso molteplici attività che si possono ricondurre a cinque macroaree.

La prima, la più importante e la più nota, è l’operatività, perché noi gestiamo dei meccanismi di incentivazione per sviluppare efficientamento energetico, rinnovabili e mobilità sostenibile. Non è un caso che abbia citato l’efficientamento energetico prima delle rinnovabili, perché l’efficientamento energetico è la rinnovabile più importante. Per sviluppare questi settori gestiamo oltre 30 meccanismi di incentivazione, sono in aumento di anno in anno. Pensate che nel 2023-2024, come anche lo scorso anno, abbiamo erogato al Paese circa 15 miliardi di incentivi in conto esercizio. A fianco a questi 30 meccanismi ne gestiamo altre nove linee di investimento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Cito qualche meccanismo, per esempio quello che serve a contrastare la povertà energetica, il reddito energetico nazionale. Fra poco entrerà nel vivo la gestione della riqualificazione energetica del patrimonio residenziale pubblica, o per esempio le tanto conosciute comunità energetiche rinnovabili, che stanno animando il Paese da diversi anni. Siamo stati chiamati anche da un altro ministero, che non è il nostro di riferimento, il MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica), ma dal MIMIT, il Ministero delle Imprese, a gestire Transizione 4.0 e Transizione 5.0. Sul PNRR, altri 16 miliardi di contributo in conto capitale da erogare al Paese. Operatività prima macroarea. La seconda, molto importante, è il monitoraggio della transizione energetica, perché per pianificare e programmare la transizione energetica a medio e lungo termine è importante conoscere i dati e noi siamo chiamati istituzionalmente a fare questo, anzi, a dicembre dello scorso anno abbiamo messo online la piattaforma di monitoraggio del PNIEC, che è una sorta di hub informativo istituzionale con i dati del GSE e delle società del GSE, perché noi siamo un gruppo di società pubbliche che operano nel mondo dell’energia. Ma non basta operatività e monitoraggio. Da quando ci siamo insediati come CDA nel 2023, abbiamo potenziato molto il supporto e l’assistenza. Lo facciamo nei confronti delle imprese, delle associazioni di categoria, delle pubbliche amministrazioni, ne assistiamo ormai oltre 6.300, di cui 5.000 comuni. Poi facciamo promozione sul territorio, perché non tutti conoscono il GSE e il suo ruolo importante di guida nella transizione energetica. La quinta macroarea è quella dei servizi digitali che abbiamo sviluppato da un anno e mezzo a questa parte, per esempio la mappa delle cabine primarie, che è lo strumento base per progettare le comunità energetiche. Abbiamo geolocalizzato tutte le infrastrutture di ricarica per la mobilità elettrica e abbiamo messo online due strumenti molto importanti che sono la piattaforma delle aree idonee e la piattaforma delle aree di accelerazione, importanti per gli enti territoriali a partire dalle regioni, per consentire loro di individuare al meglio le aree dove poter insediare gli impianti a fonti rinnovabili.

Di fatto, stiamo evolvendo sempre più da un ruolo di soggetto attuatore a un ruolo di promotore e abilitatore della transizione energetica. Come dicevi tu, la transizione energetica è una sfida difficile. Bisogna contemperare un equilibrio tra obiettivi di sostenibilità con il realismo, perché il sistema energetico è un sistema molto complesso per il quale serve un approccio olistico e pragmatico e quindi non ci si può limitare a parlare solo di cambiare la generazione elettrica da impianti termoelettrici a impianti a fonti rinnovabili come fotovoltaico ed eolico. La transizione energetica presuppone un ragionamento molto più complesso, innanzitutto pensando a contemperare l’obiettivo della sostenibilità ambientale con quella economica e sociale, garantendo la sicurezza energetica (l’insegnamento della Spagna in aprile è importante) e soprattutto, un altro aspetto importante da osservare è contenere l’elevata dipendenza energetica del nostro Paese. Pensate che il nostro Paese dipende per tre quarti dell’energia che viene consumata, non mi sto riferendo solo a quella elettrica, ma in generale per tre quarti viene importata, il 75% contro una media europea del 57%. Questo rappresenta sicuramente un problema anche geopolitico. E poi una transizione deve guardare soprattutto al costo dell’energia, perché c’è un tema di competitività delle imprese che devono essere salvaguardate, c’è un tema di bilancio delle famiglie e un tema di bilancio delle pubbliche amministrazioni. C’è una strategia nel nostro Paese sulla transizione energetica? Sì, soprattutto con questo governo che ha sempre più la consapevolezza, specialmente da quando c’è stata la crisi russo-ucraina, che l’energia non è solo un fattore di sviluppo economico, ma è anche un tema di sicurezza nazionale. Questi aspetti sono stati versati nell’adeguamento del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che questo governo, prendendo quello del 2019, ha modificato e, uno dei primi governi dell’Unione Europea, lo scorso giugno 2024, ha presentato alla Commissione Europea. Lì c’è la conferma, la certificazione di un atteggiamento pragmatico, realistico, con un approccio olistico, che pensa allo sviluppo dell’efficientamento energetico, che non riguarda solo il patrimonio immobiliare residenziale ma anche quello industriale; che pensa a sviluppare le rinnovabili, l’idrogeno, la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS); che pensa ancora all’importanza del gas, facendo ancora investimenti, vedi i rigassificatori di Piombino e di Ravenna. Ricordo che l’Europa alla fine del 2021 voleva togliere dalla tassonomia gas e nucleare; fortunatamente hanno fatto marcia indietro. Il nostro governo riconosce l’importanza del gas, certamente un fossile ma un vettore energetico importante per la transizione. Il PNIEC riconosce nella strategia a lungo termine anche il nucleare. Una cosa molto importante nel PNIEC è che continua a pensare allo sviluppo delle rinnovabili attraverso strumenti di sostegno che sono per esempio il FER-X, il FER2 di cui il GSE ha in corso i bandi e le procedure competitive, piuttosto che l’energy release dedicata agli energivori o all’implementazione dei contratti PPA. Questi sono tutti strumenti che nei fatti perseguono il cosiddetto agognato disaccoppiamento. Il disaccoppiamento è una cosa facile da dirsi, ma complicata da farsi. È difficile creare due mercati separati, uno per l’energia prodotta da fonti rinnovabili e uno per quella da fonti fossili. Questi strumenti, gestiti dal GSE e che stanno trovando largo uso, consentono nei fatti il disaccoppiamento. In questo noi operiamo, siamo come dicevo prima un braccio operativo per un governo che guarda a un mix allargato, tenendo conto anche delle difficoltà che ancora la Commissione Europea ci pone. Per esempio, non è garantita la neutralità tecnologica, ma magari di questo ne parlerò nel secondo giro di domande.

FELICE VAI

Grazie Presidente. Mi sono appuntato che la prima rinnovabile è l’efficienza energetica. Eppure, parlando con alcuni imprenditori, emerge quanto sia difficile far passare all’impresa l’importanza dell’efficientamento energetico, per dire il salto culturale che dobbiamo aiutarci a fare. Parlando di imprese, Illumia è un grande player del settore dell’energia – ringrazio Marco Bernardi per la sua presenza e soprattutto ammiro molto Marco per la sua estrema franchezza e quando ha un pensiero, e vivaddio, lo comunica e lo dice, e questo gli fa grande onore – dal suo punto di vista, il tema dell’energia viene affrontato in modo pragmatico e realistico? In altre parole, pensi che i diversi attori del sistema – politica, imprese, consumatori, media – prestino attenzione a una visione integrata di breve e lungo periodo?

MARCO BERNARDI

Grazie ancora per l’invito, anche quest’anno è un piacere poter parlare con tanti ospiti illustri. Non penso che realismo e pragmatismo siano le parole d’ordine di questa transizione energetica, anzi, penso che siano proprio le categorie e le dimensioni che più sono mancate e che anche oggi mancano in questa annosa discussione. Non so perché, ho provato a indagarlo, ma per qualche strano motivo si è invertito il paradigma. Io ho imparato a partire dalla realtà e poi passare alla risoluzione dei problemi, invece per qualche motivo si è partito da sogni, da desideri belli, bellissimi, ma che hanno poca attinenza con la realtà. Il mercato energetico viene raccontato con una narrativa di semplificazione clamorosa, e la semplificazione, o meglio la banalizzazione, è forse il nemico più importante, più forte del realismo e del pragmatismo. C’è un importante economista, Keynes, che dice che non bisognerebbe rimproverare le linee perché non vanno dritte. Ecco, nel settore elettrico le linee non sono dritte, non si può rimproverare alle linee che non siano dritte, sono per definizione storte. Il settore energetico è per definizione influenzato da tantissimi fattori esogeni: politici, climatici, pandemici, economici. Le linee nel settore energetico sono storte, quindi è inutile rimproverarle, sarebbe meglio partire dall’accettarlo e iniziare a risolvere qualche problema. Invece a me pare che tanti obiettivi che in questi anni ci si è dati in termini di transizione siano proprio basati su questi rimproveri. Si rimprovera la mancata decarbonizzazione, la neutralità climatica, la riduzione delle emissioni, tutte cose ovviamente giustissime, dando però degli obiettivi però impossibili. Come quelle profezie che tutti sanno che non si avvereranno mai, ma magari si spera che a forza di ripeterle qualcosa succeda. Non sta succedendo, anzi, si sta mettendo in difficoltà la competitività dell’Europa, guardiamo il settore dell’automotive. Proviamo anche a guardare i numeri, perché non sia solamente un discorso retorico. Come si sarebbe dovuto raggiungere questo obiettivo della neutralità al 2050 o la riduzione del 55% delle emissioni al 2030? Incentivi, aumento delle rinnovabili e decarbonizzazione. Come sta andando? Sul primo punto bene, sinceramente bisogna dare atto che l’aumento della produzione rinnovabile sta raggiungendo obiettivi straordinari, siamo al 15% a livello mondiale, il prezzo dei pannelli fotovoltaici è crollato del 90%. Questa è una notizia buona, per non essere annoverato tra i negazionisti. È un solco da cui non si può tornare indietro e va assolutamente sostenuto, ovviamente considerato all’interno della dimensione reale che ha il 15% della produzione mondiale, magari stando attenti anche alla sostenibilità economica e finanziaria. Però il 2024 ha sancito anche altri record, purtroppo meno virtuosi, come l’aumento dei consumi del petrolio e del carbone e della produzione degli stessi. Magari in termini percentuali sul totale della torta l’impatto di carbone e petrolio è diminuito, ma la torta è aumentata, è quasi triplicata, quindi in valore assoluto stiamo assistendo ad un aumento di questi consumi. Infatti anche le emissioni di CO2, invece di diminuire, stanno aumentando. Nel 2023 siamo a 37 miliardi, quando siamo partiti nel 2020 eravamo a 32-33-34. Quindi il trend è in aumento. Questo accade anche perché dobbiamo ricordarci sempre che le emissioni sono un fenomeno globale e non locale. Non è che se noi oggi qui diventiamo improvvisamente bravissimi e super sostenibili, a Rimini non accade l’alluvione. Tutto ciò che impatta sulla manifestazione climatica è un fenomeno globale, mondiale. Tant’è che se guardiamo alcune politiche che si stanno realizzando, guardiamo quella più clamorosa: i primi provvedimenti di Trump in America aumenteranno le emissioni di circa 4 miliardi nel 2030. Se l’Europa realizzerà tutti i propri obiettivi (e non ci riuscirà, a mio parere) diminuirà le emissioni dello 0,6%. Il saldo netto mi sembra abbastanza chiaro. Se vogliamo andare a est, la Cina dal 2000 al 2020 si dice abbia sconfitto la povertà, ma come lo ha fatto? Lo ha fatto quadruplicando i consumi energetici, lo ha fatto col carbone. Adesso abbandonerà il carbone, lo hanno detto, ma a cosa passerà? Passerà al gas. Quindi attenzione, la mia previsione da operatore è che in assenza di investimenti nel gas, il prezzo del gas è destinato ad aumentare perché c’è una domanda crescente e un’offerta invece stabile. Cosa ci dice tutto questo? Che c’è una domanda inevasa di energia straordinariamente grande. C’è un bellissimo titolo dell’Economist di qualche mese fa che dice che il consumo di un cittadino africano è pari al consumo di un frigorifero europeo, 400 kWh all’anno. I paesi con maggior PIL sono quelli che consumano di più e viceversa, le economie più deboli sono quelle che consumano di meno. Questo è un dato di fatto che ci ricorda che la domanda energetica è per definizione in aumento. Se si vuole crescere, se si vuole innovare, è necessario partire dal presupposto che la domanda energetica aumenterà. E poi c’è un altro paradosso che mi ha colpito molto in un report di S&P. Lo definirei così: la transizione energetica rallenta la transizione energetica. Perché? Perché per produrre gli strumenti green – pale eoliche, fotovoltaico, data center – c’è una necessità di materie prime (zinco, nickel, cobalto, grafite, rame) che è previsto aumentare quattro volte entro il 2040. Quindi i consumi aumentano, ma allo stesso tempo sono rallentati dal fatto che le aziende non riescono a estrarre per vincoli ambientali, perché le banche e gli istituti bancari non finanziano queste aziende in quanto non rispettano perfettamente i report ESG. Un paradosso nel paradosso. A me pare quindi che questa transizione sia più un’addizione energetica. Le rinnovabili non stanno sostituendo la produzione tradizionale, si stanno addizionando, stanno creando una nuova proposta che però non riduce i consumi delle restanti. Questo è abbastanza normale, è sempre successo quando si è passati dal legno al carbone e dal carbone al petrolio. Ci vogliono centinaia di anni perché questo avvenga e i consumi continueranno ad aumentare. Tenete presente che oggi il consumo di candele è molto più alto di quello che c’era 100 anni fa, una espressione sintetica di tutto questo. Chiudo dicendo che, senza avere la presunzione di avere la bacchetta magica, credo che sarebbe molto più semplice accompagnare questa transizione, attendendo che la tecnologia colmi i gap tecnologici che oggi le rinnovabili presentano, soprattutto per quello che riguarda le batterie, e non demonizzando risorse fondamentali come quelle del gas. Sono nato in un’azienda familiare in cui mio padre ripete sempre, e penso che valga anche per il settore energetico, che quasi sempre il meglio è nemico del bene.

FELICE VAI

Mi piace, prenderò un po’ di spunti dal tuo intervento. “Le linee dell’energia sono storte”, ne prenderò qualcuno. È vero che è schietto il buon Marco, ha mantenuto la sua fama. Giorgio Gori, europarlamentare, è stato giornalista e sindaco prima di andare in Europa. Innanzitutto le chiedo un parere generale: ritiene che spesso un tema così cruciale venga trattato in modo troppo semplicistico e superficiale? Qual è il suo parere? E le chiedo un piccolo affondo legato alla sua esperienza precedente, che è stata importante e lunga: che ruolo può giocare la politica locale in questo ambito, considerando – non nascondiamocelo – anche la frequente tensione tra l’esigenza di infrastrutture e quella che è la percezione degli interessi delle comunità? Grazie onorevole, a lei la parola.

GIORGIO GORI

Grazie a voi, grazie al Meeting e alla Compagnia delle Opere per questo invito che mi ha fatto piacere poter accogliere. Sì, è molto facile parlare di energia in modo superficiale perché, come forse avrete capito, il tema è molto complesso e non è facilmente interpretabile da un unico punto di vista. Ho ascoltato con interesse l’intervento di Marco e ne condivido molti aspetti, però mi ha colpito, per esempio, che lui non abbia fatto praticamente nessun accenno al tema del cambiamento climatico. Ora, sono tutte vere le cose che dice: è vero che la produzione di rinnovabili si sta aggiungendo e non sostituendo quella di combustibili fossili, è stravero che ci sia gran parte del mondo che aspira giustamente a crescere e a migliorare le proprie condizioni di vita e quindi consumerà più energia. È anche vero, e non credo che sia poco pragmatico osservarlo, che il cambiamento del clima è un problema molto serio e lo leggiamo a tutte le latitudini in modi diversi: si può presentare nella forma di desertificazione di intere aree geografiche, di incendi, alluvioni, scioglimento dei ghiacci, innalzamento delle temperature degli oceani e non sappiamo esattamente cosa potrà succedere. Ci hanno detto che se vogliamo evitare il peggio dovremmo riuscire a limitare l’incremento della temperatura a un grado e mezzo e, senza essere un super esperto, vi dico che non ci fermeremo a un grado e mezzo con ogni probabilità. Ma io credo che sia molto pragmatico prendersi in carico quel problema, come ci chiedono soprattutto le generazioni più giovani, e cercare di fare il possibile per mitigarlo. La complessità risiede nel fatto che la mitigazione di quel cambiamento del clima richiede la riduzione più efficace possibile delle emissioni di anidride carbonica. Questa riduzione si va a ripercuotere sui comportamenti, sui modi di vivere, di produrre, di muoversi dei cittadini e delle imprese, e questa cosa non è facile da gestire in tempi brevi. Purtroppo ce ne siamo accorti un po’ tardi di quali potessero essere gli effetti del cambiamento climatico e abbiamo espresso, anche dal punto di vista politico a livello europeo, l’ambizione di riuscire a fare in un tempo molto breve quello che tendenzialmente si può fare soltanto in un tempo più lungo. Io non credo che sia giusto allentare la spinta alla riduzione delle emissioni di CO2 e non è del tutto vero, mi permetto di osservare, che altrove negli altri continenti non ci sia la stessa preoccupazione. È un po’ un luogo comune dire “ma l’Europa vuole fare la prima della classe e spinge per un precetto sostanzialmente morale dei suoi cittadini e delle sue imprese ad una faticosissima transizione, mentre gli altri vanno avanti col carbone”. La Cina, che continua ad aprire centrali a carbone, è diventata in questi anni assolutamente leader in tutte le tecnologie green. In Cina si è installato nel 2024 credo il 60% di tutti gli impianti di energie rinnovabili realizzati nel mondo, e il piano che il governo di quel Paese ha messo nero su bianco è quello di arrivare alla neutralità carbonica nel 2060, dieci anni dopo l’obiettivo che si è data l’Europa. Conoscendo la capacità di pianificazione che corrisponde anche ai regimi non democratici, io tendo a pensare che potrebbero riuscirci. Quindi non credo che sia una buona idea quella di deconcentrarci rispetto a quell’obiettivo. Il problema è riuscire a fare questo percorso con pragmatismo, come è stato sollecitato, tenendo insieme obiettivi che in apparenza sono molto divergenti tra di loro. Vengo alla seconda parte della domanda. Ho fatto il sindaco 10 anni a Bergamo e vi posso dire che le comunità locali possono dare un contributo significativo di due tipi essenzialmente. Il primo è quello di facilitare questa scommessa mondiale della riduzione delle emissioni. È chiaro che una città da sola è una microscopica goccia nell’oceano, però se da lì nascono scelte, comportamenti e policy che possono essere facilmente riprese, condivise e replicate in altri contesti, allora lo sforzo vale la pena di essere fatto. Bergamo è una delle 100 città europee che la Commissione Europea ha selezionato per un progetto molto ambizioso; il solo titolo dice quanto ambizioso sia, troppo secondo me, perché è un progetto che si chiama Net Zero 2030. Ora, 2030 è tra 5 anni. Che a Bergamo si riesca ad arrivare alla neutralità carbonica nel 2030 ho qualche dubbio anch’io, a Bergamo come nelle altre 9 città italiane di queste 100 europee. Però queste 100 città europee si sono prese l’impegno di fare da battistrada, cioè di attivare una collaborazione tra soggetti pubblici e privati. Bergamo ha montato una specie di alleanza per il clima che, quando ho lasciato l’incarico, comprendeva 47 soggetti, tra cui gli ospedali, l’università, tante imprese, le aziende partecipate del Comune, e ognuno di questi ha scritto più progetti, se ricordo bene 140, alla presentazione che abbiamo fatto nel 2023, che hanno l’obiettivo di ridurre le emissioni. Andiamo da progetti di efficienza energetica alla produzione di energie rinnovabili, alla sostituzione dei mezzi di trasporto pubblico da metano a mezzi elettrici, l’implementazione di due tramvie pagate con i soldi del PNRR, e l’importantissimo contributo del teleriscaldamento, alimentato in buona parte con il calore generato dal termovalorizzatore che produce rifiuti indifferenziati (quelli che non è possibile diversificare). Tutto questo produce un risultato che, ripeto, non sarà probabilmente quello teoricamente condiviso inizialmente con la Commissione, ma sicuramente migliorativo in termini di taglio delle emissioni. Il secondo aspetto è che questa cosa genera comunque un grado di consapevolezza presso gli stakeholder e i cittadini che, secondo me, fa effettivamente la differenza. Diversamente questo tema della decarbonizzazione rischia di rimanere un po’ alto e astratto per le persone normali invece in questo caso la città è stata molto coinvolta e si è fatta tanta comunicazione su questo progetto. Questo nel bene. Dopodiché, le comunità locali possono essere anche un problema e credo tutti voi abbiate sentito parlare della sindrome NIMBY, cioè “non nel mio cortile”. Va bene fare gli impianti, le pale eoliche, i campi fotovoltaici, forse qualcuno pensa anche che sia giusto ripartire col nucleare nel nostro Paese, ma non nel mio cortile, non nel mio comune, non nella mia regione. Ci sono degli esempi molto concreti. La regione Sardegna, per esempio, si è resa protagonista di un piano riguardante l’individuazione delle zone idonee ad ospitare impianti per la produzione di rinnovabili. L’ha fatto perché il Governo gli ha detto di farlo. Il governo ha dettato dei criteri e le regioni, responsabili per urbanistica e paesaggio, hanno l’obiettivo di tradurre quei criteri in una mappa che dice “qui sì e qui no”, prima di aprirsi alle proposte degli operatori privati. Il piano della regione Sardegna dice che nel 99% del territorio di quella regione non si possono fare impianti eolici o fotovoltaici. E lo stesso, se ho letto bene, è successo per la Regione Abruzzo. Il giudizio di Legambiente – che è un giudice abbastanza interessato – è stato molto severo praticamente su tutti i piani finora varati, salvo quello della regione Lombardia, che invece è stato giudicato equilibrato. Peccato che in Lombardia l’esposizione al vento e al sole sia molto inferiore a quella che si registra in Sardegna o in Sicilia. Quindi siamo in questa situazione in cui vorremmo moltiplicare la nostra capacità di produzione da fonti rinnovabili e sostituire il gas il prima possibile – perché da lì dipende non soltanto il miglioramento del clima ma anche una serie di altre cose che vado velocemente a richiamare – e però, “non nel mio cortile”, non nella mia regione perché sono una regione turistica, perché il paesaggio non può essere sacrificato. Perché vi dico che l’obiettivo è comunque rilevante e va anche al di là della sensibilità negli argomenti climatici? Perché ci siamo resi conto negli ultimi anni, e lo dicevi in apertura, che la nostra sicurezza e la nostra autonomia, anche da un punto di vista geopolitico, hanno molto a che fare con l’energia. Ci siamo consegnati a una dipendenza molto rischiosa dal gas naturale che importavamo dalla Russia per lungo tempo e abbiamo approfittato del fatto che le forniture russe fossero generose e a basso prezzo finché, nel ’22, è successo quello che è successo e il gas russo ha smesso di essere per noi una fonte “potabile”. Continuiamo a livello europeo a importarne una certa misura, perché non siamo riusciti a fare di meglio, ma abbiamo cercato di ridurre il più possibile quella dipendenza, consegnandoci però ad altre. Dipendenze: non è più gas naturale ma è gas liquido e arriva con le navi dagli Stati Uniti, e avete visto che nella trattativa tra Donald Trump e l’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno fatto molto pesare il fatto che noi ci dobbiamo impegnare ad acquistare più gas liquido da loro. Io credo che più noi riusciamo a diventare autonomi, e questa strada ci porta dritti verso una maggiore produzione di energie da fonti rinnovabili, tanto più noi saremo sicuri e liberi da dipendenze, condizionamenti e ricatti che possono venire oggi dalla Russia, domani dagli Stati Uniti, dopodomani dalla Tunisia o dalla Libia, perché nessuno di questi paesi è sicuro al 100% neanche dal punto di vista geopolitico. E infine, un altro buon argomento è che, come ha spiegato Mario Draghi nel suo rapporto, stiamo pagando un prezzo molto elevato per la nostra dipendenza dal gas. Il gas incide nel mix energetico del nostro Paese per il 36% e tuttavia, nel 77% delle ore dell’ultimo anno, il prezzo dell’energia elettrica è stato determinato dal gas, perché la fonte marginale più costosa è quella che fissa minuto per minuto il prezzo del gas. Altri paesi che hanno fatto scelte diverse, come la Francia con il nucleare o la Spagna che ha ben diversificato (che ha una buona percentuale di energia rinnovabile), hanno ridotto molto l’apporto del gas per la produzione di energia elettrica e si permettono di avere un prezzo dell’energia elettrica per famiglie e imprese marcatamente più basso del nostro. Quindi, se teniamo alla nostra indipendenza, alla nostra autonomia strategica, ma anche al prezzo che paghiamo tutti i giorni nelle bollette, io credo che sia auspicabile andare, con realismo e pragmatismo, nella direzione di una maggior produzione di energie rinnovabili e di un progressivo affrancamento dalle fonti fossili.

FELICE VAI

Raccogliamo la sollecitazione dell’onorevole Gori a non mollare, a non abbassare il tiro. L’equilibrio tra le due cose vuol dire essere realisti e quindi puntare sempre a raggiungere l’obiettivo. Ora do la parola a Italo Moroni, che è Executive Director Energy and Utilities del Gruppo Engineering. È una società che si occupa molto di digitale, e allora viene immediata la domanda: che cosa c’entra il mondo del digitale con l’energia? È così importante? Nel conciliare tutte le esigenze in campo nel processo di transizione energetica, che ruolo gioca il digitale?

ITALO MORONI

Intanto buonasera a tutti e grazie Felice per la domanda. Mi associo ai ringraziamenti dei compagni di questo panel per l’invito al Meeting di Rimini, è la mia prima volta a questo bellissimo evento. La tecnologia e il digitale hanno un ruolo fondamentale nella transizione energetica. Il digitale, se mi concedi di usare questo termine come sintesi di un insieme enorme di tecnologie, soprattutto negli ultimi anni, grazie all’aumento della potenza di calcolo e della memoria, ha acquisito un ruolo sempre più centrale come abilitatore e acceleratore della transizione energetica e del cambiamento e dell’innovazione. Il processo di digitalizzazione è una grandissima opportunità perché è continuo e per certi versi ricorsivo, quindi ci dà l’opportunità di acquisire una visione sistemica del tema. È già emerso da alcuni interventi: non possiamo solo vedere lo specifico, ma dobbiamo fare qualche passo indietro e ampliare la nostra visione. Il digitale ci dà questa opportunità. Come vedremo dopo non è la bacchetta magica ma ritengo che il fattore umano e i temi politici rimangano l’elemento determinante nella transizione energetica, ma oggi senza digitale non c’è transizione energetica. Si parla sempre più spesso di “twin transition”, di come il digitale abiliti la transizione e di come anche il digitale abbia bisogno della transizione. Ricordiamoci che il digitale consuma energia e risorse, soprattutto quando parliamo di intelligenza artificiale, quindi serve serietà e consapevolezza di questo. Ma fare digitale significa migliorare i nostri processi, quindi ottimizzare e consumare meno. Significa migliorare la collaborazione, e abbiamo visto che ne abbiamo bisogno a tutti i livelli, non solo all’interno delle aziende ma anche tra istituzioni e operatori economici. Abbiamo visto come il digitale questo lo sa fare benissimo e l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: durante la pandemia, senza il digitale, non avremmo potuto remotizzare il lavoro. Il digitale è un grandissimo amplificatore della conoscenza e quindi ci aiuta a superare molti dei vincoli tecnici, come la capacità di conciliare il centro con la periferia, la produzione centralizzata con la microproduzione o la variabilità della produzione che è insita nelle rinnovabili. E quindi il digitale è diventato assolutamente centrale. Se vuoi, provando a fare un passo indietro e provando a dare una visione un po’ più sistemica, questo aspetto emerge ancora di più. Abbiamo parlato di transizione energetica e di rinnovabili, se estendiamo lo sguardo alle utility, quindi a un settore più ampio che ingloba produzione, distribuzione, trasporto, ma riguarda anche l’idrico e i servizi per l’ambiente, vediamo settori sempre più correlati, molto più che in passato. È un settore che a mio avviso sta vivendo la più intensa e profonda e intensa trasformazione dalla liberalizzazione ad oggi, sotto la spinta di forze che, e anche questo è già emerso, non sempre vanno nella stessa direzione. Abbiamo il tema del cambiamento climatico, molto forte in un Paese come il nostro che è bellissimo ma ha tante fragilità. Abbiamo la normativa europea che spinge sulle tematiche ESG. Sempre più operatori privati, e questo lo tocco con mano lavorando sulle piattaforme digitali con i grandi gruppi, vedono la tematica ESG non più solo come “devo aspettare le regole che sta dando l’unione europea, la pubblica amministrazione per partecipare ai bandi – gara, ma come un fattore di successo, un vantaggio competitivo. E poi, come ha ben espresso Marco, ci sono le ambizioni e il realismo nella competizione sul mercato, che sta aumentando nel settore dell’energia e sta sempre più aumentando la competizione.

Il digitale può aiutare a trovare un punto di equilibrio, fornendo una serie di soluzioni e piattaforme che abilitano quell’approccio realistico e programmatico. Come? Migliorando, rendendo più efficace la collaborazione a tutti i livelli: all’interno dell’azienda, nelle comunità, tra operatori e istituzioni. L’obiettivo è superare i silos che impediscono il cambiamento. Hai accennato anche tu alla fatica nel convincere le aziende a investire nell’efficienza energetica. Anch’io la vivo, perché noi forniamo piattaforme per l’ottimizzazione dei consumi e vivo la stessa difficoltà. Il digitale può migliorare i processi, ma ci dà l’opportunità di e standardizzarli per ottenere una riduzione dei costi. Attenzione, standardizzare non vuol dire omologare, e anche qui serve esperienza per capire la differenza. Forse l’elemento fondamentale è che il digitale è un grande amplificatore della conoscenza. Noi riteniamo fondamentale investire in competenze ibride, cioè non solo tecnologia, ma la capacità di gestire il cambiamento e di conciliare la tecnologia con le legittime esigenze di business, che necessita di un mix di competenze che noi abbiamo chiamato ibride e che sono uno dei fattori di successo di qualunque iniziativa digitale. Pensiamo all’intelligenza artificiale: è un grandissimo acceleratore con potenzialità enormi, ma va inserito in un business plan che ne dia un saldo positivo. L’intelligenza artificiale costa non solo in termini economici, ma anche in termini di sostenibilità. Serve consapevolezza e serietà nell’implementarlo, e funziona quando siamo in grado di integrarlo nei processi e nei comportamenti quotidiani delle nostre aziende e comunità. Quando ha funzionato davvero? Quando diventa invisibile, quando nessuno si accorge più che esiste perché viene fruita in maniera naturale. Un altro esempio di cui siamo molto orgogliosi è quello del sistema idrico, un sistema che per molti anni è stato un po’ la cenerentola delle utility per problemi di frammentazione e capacità di investire. Il PNRR ci ha dato una grandissima spinta. Ricordiamoci che l’acqua è vitale per qualunque attività umana (non c’è attività umana che non abbia bisogno di acqua: dai data center alla produzione di energia, rinnovabili …) L’Italia è il quarto paese in Europa per stress idrico, abbiamo nove regioni con la maggiore incidenza di problemi nella distribuzione dell’acqua e nella società se ne parla quotidianamente nei giornali) e abbiamo una rete idrica che perde mediamente il 42% dell’acqua immessa, con punte fino al 70%. Noi siamo intervenuti con piattaforme digitali che sono un mix di tecnologie in grado di prevedere, prevenire e intervenire in maniera più efficace sulle perdite idriche, con riduzioni molto significative. Questo ci rende orgogliosi, non solo tecnologicamente, perché è un esempio concreto di come il digitale possa cambiare le cose, ma anche perché ha un impatto importante sulla società e sulla vita di noi tutti e che possiamo toccarle con mano.

FELICE VAI

Grazie infinite. Digitale per aiutare a raggiungere un equilibrio e competenze. Tocchiamo il tema delle competenze, l’aspetto educativo e formativo. Dobbiamo formare persone con competenze ibride, pensate che sfida interessante che ci tocca affrontare. Nicola Procaccini, lei tra i vari incarichi, ho scoperto pochi minuti fa, ha anche quello di essere responsabile energia di un’importante forza politica. Allora le faccio queste due domande. Pensa che la politica sia riuscita ad affrontare adeguatamente la sfida della transizione energetica? E questa è bella peperina come domanda. I prezzi dell’energia in Italia restano elevati anche come conseguenza di scelte sistemiche degli ultimi 40 anni. Quali sono le azioni in corso e in quali tempi pensa che ci avvicineremo ai prezzi di altri paesi come la Francia e la Spagna?

NICOLA PROCACCINI

Buonasera innanzitutto. Grazie ovviamente dell’invito, grazie al Meeting, grazie alle Opere. Lasciatemi salutare un paio di colleghi che vedo in sala, Mario Mantovani e Stefano Cavedagna, c’è anche il professor Cotana, amministratore di RSE. Vado subito al punto. No, la politica ha fatto un disastro. Credo che la politica non potesse fare peggio, perché ha trasformato un elemento neutro ma fondamentale come l’energia in un pregiudizio politico. Lo ha caricato di connotazioni ideologiche e io credo che questo sia un errore, perché secondo me l’energia dovrebbe essere una specie di zona franca dal ping-pong politico. Credo che dovrebbe esserlo anche perché certe scelte e certi investimenti hanno bisogno di tempo per arrivare a maturazione, quindi se al cambiare di un governo cambia anche la politica energetica, questo è un problema. Poi ci sta che ognuno ha la propria visione, però l’energia dovrebbe essere messa un po’ al riparo, l’energia è veramente la linfa che muove la nostra vita, che muove il pianeta, e andrebbe trattata con più buon senso. Lavoro in un luogo, il Parlamento europeo, dove si è arrivati a un livello di ideologizzazione dell’energia a livelli finanche surreali. Lo dico subito, riconosco al collega Gori, e lui lo sa, di essere persona equilibrata e di buon senso. Neanche posso incolparlo per i voti espressi nella scorsa legislatura perché non c’era, quindi da questo punto di vista sono un po’ disarmato. Però c’è un’impostazione, che in qualche modo ho ascoltato nelle sue parole oggi   dal mio punto di vista – il Meeting è un bel momento di confronto – dal mio punto di vista non è corretta. Non è corretto partire dal riscaldamento globale, cioè dal cambiamento climatico, per affrontare il tema dell’energia. Non che non impatti, perché qualunque cosa ha un impatto, ma ciò che va valutato è la qualità e l’intensità dell’impatto. Oggi sono stato con la mia famiglia, con le mie bambine a questo bellissimo parco, Oltremare, in cui è raccontata l’evoluzione della Terra. Affascinante. Mi ha ricordato, per esempio, come non esista “il” clima della Terra; esiste una temperatura che cambia ogni giorno dalla nascita della Terra 4,54 miliardi di anni fa. Il clima cambia continuamente, va su e giù. Ci sono stati periodi molto più caldi di quelli di oggi. C’è stato un periodo, 400 mila anni fa, in cui non esistevano i ghiacciai e il livello del mare era alto decine e decine di metri più di adesso. Dopodiché ci sono state soprattutto ere glaciali. Noi oggi stiamo vivendo la fine di un periodo interglaciale, cioè ci attende un’era glaciale, e non è una cosa che gli esseri umani possono impedire. Nessun climatologo è in grado di dire che potremo impedire la prossima glaciazione, è impossibile. Possiamo ritardarla? Per qualcuno è un errore ritardarla. Io credo che sia un errore non pensare alle conseguenze delle nostre azioni. Credo che noi si debba ridurre le emissioni di CO2 perché credo che si debba conservare quanto più possibile questa temperatura, che è la più favorevole a noi. E credo anche che si debba lasciare meno impronta possibile, consumando meno energie da fonte fossile perché sono fonti non rinnovabili. Però credo che questo vada fatto senza sopravvalutarsi, senza sopravvalutare la capacità degli esseri umani di incidere sul cambiamento climatico e senza sopravvalutare la capacità dell’Unione Europea di incidere sulle emissioni di CO2. L’anno scorso è stato l’anno con il picco più alto di emissioni di CO2 nella storia delle misurazioni, questo mentre l’Unione Europea ha raggiunto il picco più basso nell’emissione di CO2. Che vuol dire? È come se qui dentro, in cento, stiamo fumando, uno smette di fumare e gli altri 99 fumano sempre di più. Non è che l’aria diventa più respirabile. L’Unione Europea emette meno dell’8% della CO2 nell’atmosfera. La Cina, è stato detto prima, conta di raggiungere il picco delle sue emissioni di CO2 nel 2030, per poi iniziare a scendere e puntare al 2060 per la neutralità. Ma si prefigge di raggiungere il suo picco tra diversi anni, e lo fa costruendo centrali a carbone. Il buon senso ti dice che dovresti cercare di utilizzare energie meno impattanti perché ci sono diverse scale: per esempio, il carbone è più impattante del gas. Diceva prima Giorgio, ci siamo vincolati troppo al gas liquido. Sì, sono d’accordo. Secondo me ci siamo vincolati troppo alle rinnovabili, o meglio, alle materie prime che sono alla base della piramide delle rinnovabili, perché purtroppo sono appannaggio del regime cinese. Ma credo anche che un errore storico dell’Italia sia stato l’aver rinunciato alla produzione di gas naturale. Nel 2020 producevamo 17 miliardi di metri cubi di gas, nostro, italiano. Oggi due. Da 17 a 2 in 24-25 anni. È stato un errore, perché il gas ha un impatto molto minore di tante altre energie fossili. Certo, c’è l’optimum delle rinnovabili, ma sappiamo che non è un optimum manco per niente, perché ci sono altre conseguenze negative. Le materie prime che servono per le rinnovabili non piovono dal cielo, si estraggono dalla terra, devastando la terra (quello che sta facendo la Cina ha delle conseguenze e un danno ambientale enorme e curiosamente, di questo danno ambientale gli ambientalisti non se ne accorgono. Io, che mi ritengo un ecologista, me ne accorgo eccome). Allora cerco di essere equilibrato, di pensare che serve un mix energetico di fonti fossili finché è necessario, sperando che lo sia il meno possibile, per poi arrivare alle rinnovabili. Sapendo anche che ci sono delle frontiere ormai a portata di mano che rischiano di far sembrare il nostro dibattito di oggi obsoleto. Voglio dirvi una cosa, se non la dico qui non so dove altro dirla. Qui siamo in un luogo dove si respira qualcosa che non è soltanto orizzontale, ma anche verticale. Tutti gli scienziati di qualunque branca scientifica (dalla fisica alla chimica, dalla biologia alla matematica, ecc.) che si sono interrogati sulla nascita dell’universo e della vita, negli ultimi anni sono arrivati a convergere tutti verso lo stesso punto: qualcuno ha creato l’universo. Fino a qualche anno fa, parlare di creazione era una roba vintage sembrava una reminiscenza del passato. Oggi tutti gli scienziati convergono nel stabilire che c’è stato un atto creativo 13,8 miliardi di anni fa. Lo hanno addirittura fotografato, la prima radiazione fossile. E chi ha presentato questa immagine del telescopio Hubble, giustamente ha detto: “Signori, per chi crede, questo puntino luminoso è il volto di Dio”. Perché sto partendo da qui? Per dirvi questo: si è arrivati a stabilire che quell’atto creativo, attraverso la regolazione fine, doveva portare alla nascita della Terra, 4,54 miliardi di anni fa alla comparsa degli esseri umani e alla comparsa dell’Homo Sapiens 200 mila anni fa, e doveva portare oggi la nostra generazione – una roba che a me fa accapponare la pelle – ad essere la generazione capace di governare l’energia che ha creato l’universo. Sto parlando della fusione nucleare, che è esattamente inversa alla fissione nucleare. La fusione nucleare è l’energia che si è sprigionata durante la creazione dell’universo. Noi siamo quella generazione che da qui a pochi anni – perché non è più il “se”, ma è il “quando”, c’è chi dice fra 10 anni, Descalzi più ottimista dice fra meno di 10 anni, i più pessimisti dicono fra 20 anni – noi avremo energia infinita, pulita, sicura, prodotta attraverso la fusione nucleare. Questo è a portata di mano, è il cosiddetto “game changer” dell’energia. Quindi, dal mio punto di vista, pragmatismo vuol dire sapere di essere piccoli e grandi nello stesso tempo; sapere di dover usare le energie di cui abbiamo disponibilità oggi, cercando di avere il minor impatto possibile sulla Terra, perché ne siamo i custodi, ma sapendo di essere la generazione che probabilmente raggiungerà il più grande traguardo nella storia dell’umanità.

FELICE VAI

Grazie. Prima di dare la parola al Dottor Salerni, volevo ricordare un avviso importante. Il Meeting, questo luogo che ci consente questo dialogo e dove si può vedere tanta bellezza, deve essere sostenuto. Dobbiamo aiutarci a sostenere il Meeting di Rimini. Ognuno di noi può dare un contributo decisivo e ogni dono è un mattone nuovo per continuare a costruire insieme luoghi di incontro, di bellezza e di speranza. Lungo tutta la fiera si possono trovare le postazioni “Dona Ora” caratterizzate dal cuore rosso. Questo è un avviso che ritengo importante, non meno delle considerazioni che stiamo facendo qui, perché senza il Meeting non dibatteremo.

Chiedo al Dottor Salerni: riduciamo i consumi, vediamo che però i consumi aumentano, lo possiamo generare nei modi più diversi, e poi c’è un po’ la Cenerentola dell’energia che pochi vedono: bisogna trasportarla, questa benedetta energia. Ce ne accorgiamo quando veniamo a sapere che in Spagna la rete è saltata. Allora, nessuno meglio di lei, vista l’autorevole posizione che ricopre in Terna, che gestisce, realizza e costruisce le grandi infrastrutture di rete, che trasportano l’energia da una parte all’altra, le autostrade dell’energia come le chiamo io. Come si può affrontare questo problema? La rete è pronta a questa sfida?

FRANCESCO SALERNI

Buonasera, innanzitutto grazie a Felice Vai e alla Compagnia delle Opere per l’invito, e soprattutto grazie a chi ancora alle 20:15 resiste ad ascoltarci. Permettetemi un passo indietro che spiega un po’ cosa succede quando manca l’energia. Esattamente un anno fa, il 31 agosto, ho avuto il privilegio di essere invitato a un’udienza di Papa Francesco per i dipendenti di Terna. Vorrei leggere una frase di quello che ha detto in quell’occasione: “Oggi si usa molto la parola rete, un sistema complesso dove tutto è connesso. La rete è anche una bella metafora della cooperazione umana e della reciprocità. Alcuni decenni fa avete portato la luce anche nelle case dei poveri. Quei tralicci e quei pali che trasportavano l’energia elettrica nelle campagne erano accolti con applausi. Per capirlo dobbiamo tornare ai racconti dei nostri nonni, al giorno in cui pigiarono il primo interruttore e tutto in casa si illuminò all’improvviso. Molti quella sera dissero una preghiera per ringraziare di quel miracolo che migliorava la loro vita”. Ebbene, quando quel miracolo non avviene, premi l’interruttore e non succede niente, ci accorgiamo che l’energia è fondamentale. Ed è quello che è successo in Spagna. Che cosa è successo? Voglio cercare di semplificare al massimo. Tecnicamente c’è stato un problema di mancato controllo delle tensioni. Per chi ha una certa età, forse se lo ricorda, quando eravamo bambini sotto al televisore c’era uno scatolotto che era lo stabilizzatore di tensione. Aveva proprio questa funzione: quando c’era una sovratensione, questo stabilizzatore assorbiva lo sbalzo, altrimenti le valvole del televisore si sarebbero bruciate. È quello che avviene tutt’oggi: quando c’è una sovratensione nel sistema elettrico delle nostre abitazioni, scatta l’interruttore generale. Ed è quello che è avvenuto in Spagna. C’è un problema di sovratensioni, la rete viene sconnessa per il principio del minor danno, per evitare che il fenomeno si propaghi. La Spagna non è riuscita a fermare questo fenomeno, avviene l’effetto domino e la Francia si disconnette per evitare che diventi un fenomeno di tutta Europa. Il tutto era partito con un problema di oscillazione anomala di frequenza. Perché succedono queste cose? Perché in questa famosa transizione abbiamo perso una certa flessibilità che le centrali termoelettriche tradizionali avevano. Erano centrali dotate di inerzia, di macchine rotanti. L’inerzia in fisica è la capacità di un sistema di opporsi a una variazione. In questo caso, alla variazione anomala di tensione o di frequenza, queste macchine si opponevano. I punti di generazione rinnovabile, fotovoltaico ed eolico, non hanno inerzia. Sono degli inverter, convertono la corrente continua in corrente alternata e non hanno questa capacità. Quindi, probabilmente la Spagna, nell’andare troppo avanti in questa corsa verso le rinnovabili, ha dimenticato di prendere alcune precauzioni, come fare in modo che la rete abbia questa inerzia, questa flessibilità, questo controllo delle frequenze. È quello che noi in Italia stiamo facendo già da alcuni anni. Chiedere se le reti sono pronte o non sono pronte… quando si parla di una transizione, nulla è pronto. La transizione è un passaggio. Noi siamo all’interno di questo passaggio, ci siamo mossi prima di altri operatori europei e abbiamo iniziato a intervenire sulla rete con degli apparati che tecnicamente si chiamano stabilizzatori, resistori, reattori, proprio per fare in modo che il controllo delle tensioni e delle frequenze, come nel caso spagnolo, possa avvenire. Lo abbiamo fatto grazie alla capacità degli ingegneri di Terna, ma anche grazie alle istituzioni. Noi abbiamo una delle regolamentazioni più stringenti che ci sono in Europa, che ci permette di avere un maggiore controllo. Lo facciamo anche mantenendo una particolare efficienza negli investimenti. Qui si è parlato di realismo e ambizione. Io mi colloco in quella zona franca di cui parlava l’onorevole Procaccini. Quando si parla di efficientamento energetico, e cito l’inizio dell’intervento del presidente Arrigoni, si pensa principalmente all’efficienza energetica degli edifici. Però io direi che dobbiamo assicurare anche l’efficienza degli investimenti, perché gli investimenti vengono alla fine remunerati dagli italiani tramite le bollette elettriche. Bisogna essere molto efficienti in quello in cui si investe. Posso dirvi una cosa: il piano di sviluppo di Terna, che in 10 anni investe 23 miliardi di euro per l’integrazione di 65 nuovi gigawatt di potenza, ci dice che Terna spende mediamente 380 milioni di euro per ogni gigawatt integrato di rete. La media degli operatori di trasmissione europei (Francia, Spagna, Germania, Gran Bretagna) varia fra i 500 e i 700 milioni di investimento per gigawatt integrato. 380 contro 500-700. Un altro punto. Terna ha due mestieri: la trasmissione in alta e altissima tensione e il dispacciamento dell’energia, ovvero il bilancio costante tra energia generata e l’energia che viene distribuita. Abbiamo investito in algoritmi, basati principalmente sull’intelligenza artificiale, per efficientare i costi del dispacciamento. In due anni siamo passati da 50 euro per megawattora a 0,5 euro per megawattora, generando risparmi per circa 2 miliardi di euro l’anno sul totale delle bollette degli italiani. Credo che questa sia una dimostrazione di realismo da parte dell’autorità, l’ARERA, che ci misura in questo modo, da parte del governo che dà obiettivi ambiziosi e da parte nostra che cerchiamo di farlo con il minore impatto possibile in termini di costo. L’energia c’è per tutti non solo quando si accende l’interruttore e la luce si accende, ma anche quando tutti possono permettersi di pagare la bolletta.

FELICE VAI

Grazie infinite. Adesso facciamo una variazione sul tema. Sono stato democratico sul tempo da dare a ciascuno, non lo sono più adesso. Chiederei, vista anche l’intelligenza e la competenza dei relatori, un ascolto attento. A Terna, domanda chiusa, sì o no? Terna può giocare un ruolo nel mondo, nella realizzazione delle reti del mondo? L’Italia può giocare un ruolo, sì o no?

FRANCESCO SALERNI

Sì, e direi che lo gioca in termini di qualità, affidabilità e stabilità delle reti. Lo dico con una sola cosa: come mai in Italia abbiamo 50 gigawatt di domanda di allacci di data center, che sono i maggiori consumatori di energia, come mai chiedono di installarsi in Italia che è il paese dove certamente la bolletta elettrica non è la più bassa? Perché il funzionamento di un data center necessita di continuità di servizio, di stabilità, di qualità. Ogni secondo perduto determina danni enormi nella capacità di calcolo.

FELICE VAI

Grazie. Le aziende, Engineering e poi Illumia. Moroni, cosa chiederebbe alla politica e all’Europa per migliorare questa situazione? Un flash.

ITALO MORONI

Investimenti in ricerca, che non deve essere solo ricerca applicata, ma a tutti i livelli. Noi come Engineering siamo tra le poche società informatiche in Italia che investono circa 40 milioni di euro in ricerca e sviluppo. Più sostegno, più aiuto, più collaborazione con le università. Il riconoscimento da parte delle istituzioni è sicuramente una grande spinta. Abbiamo bisogno di ricerca a tutti i livelli.

FELICE VAI

Ok, ricerca. Bernardi, Marco, cosa secondo te è utile?

MARCO BERNARDI

Io direi due cose velocissime. Primo, velocità negli iter autorizzativi. Paradossalmente, gli iter sono più lunghi per fare un revamping di un impianto eolico che per un nuovo impianto. Quindi velocità. Secondo, sono d’accordo, investimento in tecnologia e in ricerca. Oggi il collo di bottiglia del problema energetico è la tecnologia, è la batteria. Nel momento in cui risolviamo quel problema, risolviamo il problema delle rinnovabili e il sogno si può finalmente realizzare.

FELICE VAI

Grazie. Conclusioni, Paolo Arrigoni.

PAOLO ARRIGONI

Cosa ti porti a casa? È molto difficile trarre le conclusioni da un dibattito come questo. Innanzitutto, la conferma che metaforicamente la transizione energetica è rappresentata da una strada piena di curve, che presenta criticità che dipendono anche da variabili esogene. La prima l’ho accennata all’inizio: questo condizionamento da parte dell’Unione Europea che viola un po’ la neutralità tecnologica. Quando si parla di decarbonizzazione non la si deve intendere solo nel senso della generazione elettrica. Per esempio, facendo riferimento alla mobilità, io ritengo opportuno che la decarbonizzazione del settore dei trasporti debba essere fatta anche con la mobilità elettrica, ma non esclusivamente, perché ci sono i biocarburanti, il biometano, eccetera.

Dopodiché deve essere anche condivisa. Prima ne hanno parlato Bernardi e Procaccini. È innegabile che l’Europa oggi rappresenti, dato ultimo del 2023, il 6,4% delle emissioni, contro il 34% della Cina. E anche il ragionamento “ma la Cina è molto più popolosa”, non regge, perché se uno guarda l’emissione pro capite, si accorge che quella del cinese è molto più alta di quella dell’europeo. Quindi deve essere assolutamente condivisa.

È una transizione complessa. Siamo arrivati a un sistema di generazione che a fine giugno conta oltre 2 milioni di impianti. Stiamo parlando di tanta roba. L’obiettivo delle rinnovabili al 2030 noi lo perseguiremo, ma con la difficoltà di dover ampliare le reti di Terna e le reti di distribuzione, di dover installare sistemi di accumulo, di dover comunque tenere in piedi, questo lo dobbiamo sapere, dei sistemi di backup come il mercato della capacità. Se noi sviluppiamo principalmente rinnovabili come il fotovoltaico, che producono il 13-15% del totale delle ore, bisogna pagare delle centrali a turbogas pronte a partire di sera, di notte o quando piove, perché in mancanza di sole e di vento non si produce. Quindi andiamo avanti, così come il Governo sta facendo, a sviluppare le rinnovabili. C’è un tema di cambiamento climatico che bisogna osservare e bisogna forse fare dei ragionamenti, e il Governo li sta facendo, sul nucleare. Condivido la tesi di Procaccini che bisogna continuare a investire sulla fusione nucleare, però l’emergenza climatica e, io dico, la competitività sono problemi dell’oggi. Oggi chi ha il nucleare da fissione, come la Francia, Germania e Spagna hanno prezzi dell’energia più bassi rispetto all’Italia. È un tema di competitività. La decarbonizzazione sta rilanciando il nucleare da fissione in tutto il mondo, e il nostro governo lo sta rilanciando. Ecco, ci vorrebbe, a sostegno del governo, una maggiore cultura della sostenibilità, vincere la sindrome di NIMBY. In questo senso il governo sta lavorando e noi come GSE lo stiamo supportando con quelle direttrici che dicevo prima: l’assistenza, il supporto e la promozione, anche per diffondere il tema delle competenze nel nostro Paese.

FELICE VAI

Grazie e buon Meeting a tutti.

Data

25 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri