LE CELLULE STAMINALI ADULTE: UNA RICCHEZZA PER L’UOMO - Meeting di Rimini
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LE CELLULE STAMINALI ADULTE: UNA RICCHEZZA PER L’UOMO

In collaborazione con Fondazione InScientiaFides. Sono stati invitati: Domenico Coviello, Direttore del Laboratorio di genetica umana all’Ospedale Galliera di Genova e Co-presidente dell’Associazione Scienza e Vita; Daniele Mazzocchetti, Dottore in Biotecnologie di InScientiaFides; Luca Pierelli, Docente all’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Dipartimento di Medicina Trasfusionale al San Camillo Forlanini di Roma; Giuseppe Ragusa, Docente di Economia all’Università Luiss Guido Carli di Roma. Introduce Sandro Ricci, Direttore Generale della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli. In occasione dell’incontro proiezione del videointervento di Giacomo Sintini, Pallavolista.

 

LE CELLULE STAMINALI ADULTE: UNA RICCHEZZA PER L’UOMO
Ore: 19.00 Sala Mimosa B6
In collaborazione con Fondazione InScientiaFides. Sono stati invitati: Domenico Coviello, Direttore del Laboratorio di genetica umana all’Ospedale Galliera di Genova e Co-presidente dell’Associazione Scienza e Vita; Daniele Mazzocchetti, Dottore in Biotecnologie di InScientiaFides; Luca Pierelli, Docente all’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Dipartimento di Medicina Trasfusionale al San Camillo Forlanini di Roma; Giuseppe Ragusa, Docente di Economia all’Università Luiss Guido Carli di Roma. Introduce Sandro Ricci, Direttore Generale della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli.

SANDRO RICCI:
Buonasera a tutti, grazie di essere intervenuti a questo incontro, che dalla partecipazione del pubblico penso sia molto atteso. Io ho solo il compito di introdurre i nostri relatori e lo farò all’inizio, poi durante gli interventi ci saranno delle diapositive, che ci spiegheranno ancora chi sono i nostri relatori. Luca Pierelli, Docente all’Università La Sapienza di Roma e Direttore del Dipartimento di Medicina Trasfusionale al San Camillo Forlanini di Roma; Daniele Mazzocchetti, Dottore in Biologia, responsabile della sviluppo della Biobanca InScientiaFides; Giuseppe Ragusa, Docente presso la Luiss Guido Carli di Roma e Research Fellow del Center for Labour and Economic Growth and Luiss Lab, che nel 2012 è stato uno dei dodici esperti chiamati a comporre la Task force, istituita dal Ministero dello Sviluppo Economico, al fine di individuare misure favorevoli all’ecosistema della start-up; Domenico Coviello, Responsabile del Laboratorio di Genetica Umana, Ospedale Galliera, Docente di Genetica presso l’Università di Genova, Co-presidente dell’Associazione Scienza e Vita. Come sapete, il tema è quello delle cellule staminali, questa ricchezza per l’uomo. Ne parliamo molto, ma cosa rappresentano per il nostro organismo, cosa si sta studiando e come si possono applicare, su tutto questo è necessario fare sempre più chiarezza. Partiamo con un primo apporto video.

“Video”

SANDRO RICCI:
Ecco, ora entriamo nel vivo del nostro convegno ascoltando Luca Pierelli. Grazie.

LUCA PIERELLI:
Grazie per la presentazione. Dunque, come avete sentito da queste interviste, la biologia e l’uso delle cellule staminali ha una possibilità applicativa molto interessante, molto importante e di grande prospettiva. La possibilità attualmente di definire le cellule staminali nell’uomo è quella di classificarle nel loro grado di potenza, nel loro grado di capacità. È ovvio che questa potenza è massima nella vita embrionale. Nella vita embrionale, lo zigote, cioè l’uovo fecondato, ha il massimo della potenza staminale: è quella struttura che è in grado di fare, formare tutti i tessuti di un futuro individuo. Questo zigote si divide, fa alcune divisioni, un’evoluzione embrionale, e arriva a una fase, che è la fase della blastocisti, all’interno della quale ci sono altre cellule, che non sono più totipotenti: si chiamano pluripotenti, perché sanno fare tutto quello che faceva lo zigote prima, meno gli annessi placentari, quindi c’è una perdita in parte di competenza. Nella vita adulta, come vedremo, man mano che l’embriogenesi si sviluppa quando un individuo si compie in tutti i suoi tessuti, alcune cellule con attività staminale rimangono nei tessuti fetali e poi in quei tessuti adulti, che sono soprattutto quei tessuti che sono soggetti a un rapido rinnovamento (ad esempio la cute, l’intestino, il sangue ed altre aree). E queste sono cellule staminali ad attività adulta. C’è un’altra categoria di cellule staminali che ci è data per scoperte molto recenti, che hanno anche, diciamo, dato ai ricercatori che le hanno prodotte il premio Nobel. È quello delle IPSC, che sono “induced pluripotent stem cells”: sono delle cellule staminali riprogrammate, cioè una cellula staminale che viene ottenuta da una cellula oramai differenziata, ma che con la riprogrammazione di alcuni geni ritorna allo stato delle cellule embrionali della blastocisti. E questa è una grande prospettiva, soprattutto perché permette di avere accesso a cellule con potenza biologica di tipo embrionale, non dovendo ricorrere al sacrificio di embrioni o comunque, diciamo, a procedure che in qualche modo presentino problemi etici così grandi come quelli della utilizzazione dell’embrione. Questo è il processo di cui vi parlavo, quindi dalla fase della blastocisti, diciamo dalla fase embrionale, queste cellule formano i vari tessuti e però queste attività di tipo staminale nella vita adulta rimangono in alcuni tessuti, soprattutto in quelli che si rinnovano di più. Rimangono in alcune sedi, spesso negli stessi tessuti in cui devono o dovrebbero rigenerare le cellule mature che poi compongono quel tessuto. E una in particolare ha una storia piuttosto lunga, oramai forse una storia clinica, proprio di uso terapeutico, di più di quarant’anni: quella che vedete è la cellula staminale ematopoietica, cioè una di quelle cellule staminali adulte che rimangono nella vita adulta e che sono deputate a formare tutte le cellule del sangue. Sono delle cellule che, generalmente, stanno all’interno delle ossa brevi (meno nelle ossa lunghe), nel midollo osseo rosso che è all’interno delle nostre strutture scheletriche. Queste cellule sono state utilizzate per tutti questi anni e tuttora lo sono con grande successo, sempre con maggiore successo, con maggiore consapevolezza della compatibilità e con maggiore cognizione di causa dal punto di vista clinico, per fare fondamentalmente due attività: il trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche e il trapianto allogenico di cellule staminali emopoietiche. La differenza sta nel fatto che nel primo caso il donatore e il paziente sono la stessa persona: un paziente dona a se stesso, in una fase della cura della propria malattia queste cellule, che verranno utilizzate in una fase successiva per poter fare delle terapie esclusive, che sono consentite solo dall’avere una riserva di cellule staminali. Invece trapianto allogenico significa trapiantare queste cellule staminali adulte di tipo emopoietico, ottenendole da un donatore che può essere un fratello, che può essere un donatore che appartiene a un registro internazionale e che è compatibile, oppure utilizzando il sangue cordonale criopreservato. Queste due forme di trattamento sono due forme che hanno consentito, come vedete da questi grafici, una enorme escalation: qui si tratta di grafici (quelli in basso) che riproducono negli anni l’attività di trapianto nelle diverse malattie e nelle diverse patologie, soprattutto emopatie, quali le leucemie, ma non solo, anche malattie congenite quali le talassemie, le immunodeficienze, malattie quali linfomi, mielomi; come vedete, negli anni hanno consentito di avere un incremento di queste attività terapeutiche, che porta (ad esempio quest’anno, l’ultimo anno esaminato, che è il 2010) ad avere migliaia di trapianti allogenici e altrettante migliaia di trapianti autologhi, somministrati a pazienti che, come vedete da quei grafici a torta, sono prevalentemente mielomi, linfomi e anche leucemie acute, per il trapianto autologo, e sono soprattutto leucemie acute, leucemie croniche, ma anche malattie congenite, per il trapianto allogenico. Quindi questo è un grande successo della medicina base di cellule staminali. Questa cellula, la staminale ematopoietica ovviamente non è l’unica cellula staminale adulta che è possibile recuperare nell’uomo nella vita adulta. Ce ne sono altre, come ad esempio la cellula staminale mesenchimale, che è in grado di dare origine a tutta una serie di altri tessuti e di avere anche attività di regolazione immunitaria. Questa base biologica e terapeutica è un modello di grande successo dal punto di vista clinico, ma anche di grande prospettiva per adattare nuove terapie di staminali con altre popolazioni di staminali adulte ad una pratica clinica di successo, come questa che permette a tutt’oggi di trapiantare a migliaia di pazienti (questi sono solo quelli dell’Europa, ma ce ne sono altrettanti in Nord America e in tutto il mondo) e di curarli per malattie prima incurabili, come alcune emopatie maligne, tipo leucemie acute, o come malattie congenite, quali la talassemia, l’immunodeficienza, le malattie del metabolismo ecc. Questo mi sembra il contesto da cui poter partire poi per ulteriori e interessanti prospettive di cura.

SANDRO RICCI:
Grazie, grazie Pierelli. Abbiamo iniziato a entrare più nello specifico, e sembra interessante cominciare veramente a comprendere i fattori in gioco. Ora do la parola a Daniele Mazzocchetti, che ci aiuterà a capire il lavoro che si sta facendo in questo periodo e in questo contesto. Approfitto di questo passaggio di parola, per ringraziare il Segretario alla Sanità Mussoni, che è qui presente con noi e, soprattutto, la Fondazione InScientiaFides, che ha dato origine a questo convegno. Mazzocchetti.

DANIELE MAZZOCCHETTI:
Grazie. Buonasera, buonasera a tutti, volevo ringraziare innanzitutto l’organizzazione del Meeting, per averci dato la possibilità di essere qui questa sera a parlare di questo argomento che, a vedere dalle persone che si sono presentate, è una cosa molto sentita e che interessa molto, e questo mi fa sicuramente molto piacere. Voglio poi ringraziare anche la Fondazione InScientiaFides, che ci ha dato la possibilità di realizzare il lavoro che vi presento questa sera, che abbiamo fatto in collaborazione appunto con l’Università Luiss e con l’Università La Sapienza di Roma. Volevo ringraziare la Fondazione e il suo Presidente, Luana Piroli, anche per i progetti di ricerca che ha sostenuto e che continua a sostenere, anche in un periodo così difficile per la crisi economica che stiamo vivendo, continuando a valorizzare i talenti italiani, a credere nei talenti italiani. Infatti grazie agli investimenti che ha fatto, è stata in grado di riportare in patria alcuni di questi talenti che adesso sono tornati appunto a lavorare in Italia. Volevo anche io fare un saluto e un ringraziamento al Segretario di Stato alla Sanità Sanmarinese, l’On. Mussoni. Grazie per essere qua, dimostra sempre una grande sensibilità per questi temi e per le eccellenze della Repubblica di San Marino. Prima di descrivervi il lavoro che abbiamo svolto in collaborazione con le università, mi piaceva spiegarvi che cos’è la Fondazione InScientiaFides, che cosa fa e quali sono i principi che stanno alla base della nostra Fondazione. Per fare questo mi piace citare quello che ha detto il Presidente Enrico Letta, il Presidente del Consiglio, nel suo discorso di domenica, il giorno inaugurale qui al Meeting, perché ha parlato di due temi fondamentali per noi, che sono il tema dell’identità solida della persona e il tema della forza dell’incontro. Il Presidente Letta ha proprio detto che è importante far vincere la forza fecondatrice dell’ incontro: lui l’ha definita “forza fecondatrice”, nel senso che dall’incontro può nascere qualcosa, qualcosa di importante si può sviluppare, e ha parlato anche del fatto che ognuno di noi è un essere unico e irripetibile e che ha una missione propria nella vita. E questi sono proprio i due temi, ha centrato i due temi su cui si basa l’attività della nostra Fondazione, perché la nostra Fondazione alla base di tutto ha la convinzione, che al centro dell’agire ci sia l’unicità della persona umana. E l’altro concetto fondamentale che guida chi collabora con la Fondazione è quello che il sapere condiviso è realmente alla base del progresso, quindi anche qui il senso della forza dell’incontro, della condivisione da cui può nascere qualcosa. Quindi sostanzialmente è questo che guida l’operato della Fondazione.
Venendo invece al lavoro che abbiamo fatto, in collaborazione appunto con la Luiss e con l’Università La Sapienza, perché abbiamo deciso di fare un lavoro sulle cellule staminali del sangue del cordone ombelicale? Allora, innanzitutto le prime indicazioni ci vengono dal Parlamento Europeo, che nello scorso anno, in una relazione del giugno del 2012, si è espresso riconoscendo che sono stati fatti significativi progressi nel settore del sangue cordonale e riconosce il sangue cordonale come un’alternativa valida, che può essere utilizzata oggi in modo sicuro e comprovato per trattare numerose malattie, anche di natura infantile e anche di natura adulta. Il Parlamento Europeo ha espresso un altro concetto fondamentale che è quello dell’informazione, che spesso manca, e dice che tutte le persone devono essere informate di tutte le opzioni esistenti, riguardo al sangue del cordone ombelicale, sia relative alla donazione pubblica che alla conservazione privata. Un altro concetto fondamentale è quello di dare le giuste informazioni, che siano informazioni oggettive e realistiche su quello che oggi c’è per quanto riguarda la conservazione del sangue cordonale. Le cellule staminali, avete sentito anche il Professor Pierelli, sono oggi molto dibattute, molto importanti, perché sono, come vi dicevo, un trattamento reale che può essere applicato, che ha una sua valenza e che porta dei risultati certi per la cura di numerosissime patologie: sono più di settanta le patologie per cui vengono utilizzate le cellule staminali e per cui vengono definite “salvavita”. Quindi, al di là delle molte sperimentazioni di cui si sente parlare su molti mass media e sui giornali, in realtà le cellule staminali sono oggi un ausilio terapeutico reale, utilizzabile per la cura di numerose patologie. Questo ha portato, alla fine dello scorso anno, quindi nel dicembre del 2012, a fare registrare il milionesimo trapianto di cellule staminali. Questo è un dato tratto dal Registro Internazionale che si occupa di donazione e trapianto di cellule del midollo osseo, ed è un dato veramente importante, perché vi fa capire come le cellule staminali oggi aiutino veramente numerose persone: un milione di trapianti significa un milione di persone che sono state trattate utilizzando queste cellule. In questa importanza che ha il trapianto di cellule staminali, il cordone ombelicale, le cellule staminali ombelicali hanno assunto sempre più importanza negli anni: sono la fonte più recente da cui vengono utilizzate le cellule staminali, ma nonostante questo sono già stati fatti più di 20.000 trapianti, utilizzando questa fonte appunto di cellule staminali. Quindi queste sono le motivazioni che ci hanno guidato, ci hanno spinto a fare uno studio su questa fonte di cellule staminali.
Qual è la situazione oggi in Italia per la conservazione del sangue cordonale? In Italia, lo scorso anno sono nati all’incirca 550.000 bambini e sono stati effettivamente bancati, nelle 19 strutture pubbliche che si occupano di conservazione, 2426 campioni, che, a conti fatti, sono lo 0,4% del totale: quindi significa che in Italia, oggi, banchiamo meno dello 0,5% dei campioni di sangue cordonale. E francamente è un numero veramente inaccettabile. Il Parlamento Europeo, nella relazione che vi dicevo prima, parlava del fatto che sia inaccettabile che l’1% dei campioni in Europa venga conservato: ecco, l’Italia è sotto alla metà di questo 1%, siamo solo allo 0,4%. Quali sono le motivazioni di numeri così bassi? Le motivazioni sono sicuramente diverse e molteplici. Se ne possono identificare alcune in particolare: la prima, probabilmente la più importante, è una motivazione di natura culturale, perché spesso manca informazione e sensibilizzazione nei riguardi delle coppie che stanno aspettando un bambino. Informazione, perché spesso le coppie non hanno nemmeno la consapevolezza di poter conservare il sangue del cordone ombelicale: sia che si tratti di conservazione privata o di donazione pubblica, non sanno di avere questa possibilità. La sensibilizzazione manca, perché anche molti genitori che invece conoscono questa possibilità, non si rendono conto di quanto sia importante, quindi decidono di non agire, facendo in modo che anche il loro campione faccia parte di quel 99,6% che viene eliminato. Poi ci sono sicuramente altre motivazioni molto più pragmatiche, per esempio riguardo l’operatività generale della gestione della conservazione in Italia. Un esempio ne è la rete di raccolta, che non è assolutamente sviluppata in modo capillare, perché sono moltissime le strutture sanitarie e gli ospedali dove si può partorire, ma dove non viene offerto il servizio di conservazione del sangue del cordone ombelicale. Questo fa in modo che siano moltissime le coppie che non possono accedere al servizio, anche volendo farlo. E altrettanto importante è il fatto che in molti ospedali dove invece si fa conservazione di sangue cordonale, questo non può essere fatto in determinati giorni della settimana, come per esempio i festivi o i finesettimana, o in determinate ore del giorno, cioè, se il parto avviene di notte, non si possono conservare le cellule del cordone. Quindi capite che questi sono problemi che sarebbero facilmente risolvibili, ma che invece oggi non sono ancora affrontati. Ci sono poi altri problemi anche di natura, se vogliamo, più scientifica, che riguardano per esempio le limitazioni del numero di cellule contenute nei campioni, che significa che campioni che non hanno un determinato numero di cellule, vengono scartati, vengono eliminati, anche se avrebbero delle caratteristiche per poter essere utilizzati per il trapianto.
Nel mondo, invece, in Europa in particolare, esistono situazioni diverse da quelle dell’Italia: non solo nel Nord America, quindi negli Stati Uniti e in Canada, ma anche in numerosissimi Paesi d’Europa, esistono modelli di coesistenza di bancaggio pubblico e bancaggio privato. È una coesistenza, ma in realtà è più una collaborazione tra i due mondi, che quindi non si scontrano, ma riescono a collaborare tra loro, per portare risultati migliori di quelli che invece otteniamo noi in Italia. Alcuni esempi sono, per esempio, quelli di banche private che si occupano di gestire anche i campioni donati che rientrano nei registri internazionali. Ci sono diversi esempi: in Canada, c’è una struttura pubblica, l’Alberta Cord Blood Bank, che si occupa anche di conservazione dei campioni privati, in modo da avere una sostenibilità più alta e da poter migliorare il proprio servizio che offre agli utenti, anche per quanto riguarda la donazione. In Germania, i genitori possono decidere di conservare i campioni in modo privato, ma di inserirlo anche nei registri internazionali, andando ad aumentare i campioni che sono a disposizione dei registri, e possono decidere di rilasciarlo, se questo viene richiesto da una persona che ne fa appunto domanda e che risulta essere compatibile col campione. In Spagna, la situazione è simile, ma c’è l’obbligatorietà del rilascio in caso ci sia la richiesta da parte di un ricevente che risulti anche qui compatibile con l’unità. Quindi questa è una panoramica molto veloce di qual è la situazione oggi in Italia e in alcuni Paesi europei e questa è la situazione in cui opera chi lavora con il sangue cordonale e con le cellule staminali tutti i giorni. È in quest’ottica che noi abbiamo fatto questo studio, condotto su un numero molto elevato di campioni, su 1309 campioni di sangue cordonale, che sono stati raccolti in un periodo limitato di tempo e senza limitazioni né di volumi né di cellule su tutto il territorio italiano. Uno studio di questo tipo è stato fatto da noi per la prima volta su un numero così elevato di campioni e il fatto che i campioni siano stati raccolti senza limitazioni ha permesso di analizzare l’intera gamma di campioni che una biobanca si trova a dover gestire. Quindi noi abbiamo potuto avere risultati certi e sicuri sull’intera gamma di campioni che una biobanca appunto riceve quando si occupa di crioconservazione. Quello che abbiamo voluto fare è stato identificare un parametro che fosse semplice, veloce, che riuscisse ad identificare quali sono i campioni che hanno un elevato numero di cellule staminali al loro interno, in modo da poter capire quali sono i campioni migliori da bancare. Lo abbiamo trovato questo parametro, e siamo riusciti a identificare un parametro preciso e abbiamo fatto di più: abbiamo identificato tre valori soglia di questo parametro, che è il numero di cellule nucleate totali, e con questi tre valori soglia siamo andati ad identificare tre famiglie di campioni di sangue cordonale, che hanno un contenuto differente di cellule staminali e che oggi in Italia non vengono bancati. Per chiarirvi meglio i risultati del lavoro, vi faccio questo esempio: se noi, ai 1309 campioni che abbiamo analizzato, andassimo ad applicare i limiti, oggi, delle strutture pubbliche italiane, bancheremmo solamente l’8,4% del totale dei campioni, se invece andassimo ad applicare i nostri limiti, anche prendendo solo il cut-off n. 3, cioè quello più stringente, cioè quello che identifica i campioni col più elevato numero di cellule staminali, avremmo comunque un 33% di campioni conservati. Questo significa sostanzialmente che, applicando un modello come il nostro, con i risultati che abbiamo trovato, riusciremmo ad aumentare il numero delle unità che vengono conservate del 25%, anche solo utilizzando, appunto, il limite più alto, che identifica il numero di campioni con il più elevato numero di cellule staminali.
Perché abbiamo fatto questo lavoro? Perché, come vi dicevo all’inizio, è fondamentale aumentare i numeri delle unità conservate in Italia, perché è francamente inaccettabile, per chi opera in questo settore, ma anche per chi non è del settore, vedere dei numeri come quelli che abbiamo visto all’inizio. È impensabile che ci sia una fonte importantissima per la cura di numerose patologie, che viene progettata senza che se ne faccia alcun uso, quando invece sarebbe disponibile senza problemi per il donatore, senza problemi per il ricevente e quindi è francamente inaccettabile. Quindi quello che abbiamo voluto fare è proprio cercare di migliorare la situazione con i risultati del nostro studio. Quello che rimane chiaro, come ultimo concetto, è che anche andando ad aumentare il numero dei campioni bancati, non devono mai mancare due pilastri fondamentali per la conservazione delle cellule staminali, che sono la garanzia e la sicurezza. Garanzia e sicurezza significa che una biobanca che si occupa di conservazione deve sempre garantire i più elevati standard, in modo che le cellule che decide di mantenere nella propria biobanca abbiano la qualità migliore possibile che oggi è garantita. Quello che possiamo fare per dare garanzia e sicurezza ai genitori che decidono di conservare il loro campione è rispettare gli standard internazionali. Quali sono questi standard internazionali, ce lo dice la legge italiana, che nella conferenza permanente Stato-Regioni del 20 aprile 2011, che si occupa appunto di determinare le linee guida per l’accreditamento di sangue cordonale, identifica che lo standard internazionale di riferimento per tutte le banche di cordone ombelicale sia l’accreditamento Factnetcord. Questo accreditamento è studiato da esperti del settore e dà le linee guida precise per ogni fase della crioconservazione dei campioni di sangue cordonale: dalla presa in carico del donatore, quindi dalla analisi della madre che decide di conservare i campioni di suo figlio, fino a tutta una procedura di rilascio in caso di un eventuale utilizzo per un trapianto.
Che cos’è però lo standard Factnetcord e che cosa significa per una struttura essere accreditati Factnetcord? Ve lo faccio spiegare in un breve video da un esperto del settore, veramente un esperto, che è il Professor Sergio Torloni, che, nonostante il nome tradisca le sue origini italiane, è in realtà un professore statunitense, responsabile della Mayo Clinic di Tucson, in Arizona, che è un certificatore Fact dal 1997. Il video che vedrete è in lingua originale, ovviamente lui è americano, e nel video lui ci parlerà di che cosa significa ricevere questo tipo di accreditamento e spiegherà che le linee guida sono questi regolamenti che in tutto e per tutto danno la certezza di avere il prodotto migliore per quanto riguarda le cellule staminali. Quindi adesso lascio la parola al Professor Torloni e vi ringrazio.

“Video”

SANDRO RICCI:
Ora passeremo la parola a Giuseppe Ragusa. In tempi di crisi, la sostenibilità è sicuramente uno dei temi più ricorrenti, e da questo punto di vista la collaborazione fra pubblico e privato, anche in tema di sanità, senza pregiudizi, ma con rigore assoluto sull’efficienza e sulla misurazione, è alla base di uno studio, appunto, condotto dalla Luiss e dalla Fondazione InScientiaFides. Ragusa.

GIUSEPPE RAGUSA:
Sì, grazie. Sono molto contento dell’attenzione che c’è su questo tema, perché io sono, ero un profano dell’argomento, sono un economista, non sono un biologo, non sono un genetista come le altre persone che mi accompagnano qui sul panel e quindi per me è stata anche una scoperta capire i dettagli e le difficoltà che oggi esistono nella raccolta del sangue, del sangue cordonale. La prima cosa che vorrei dire è la frase bella che ha detto, che ha indicata su una slide Mazzocchetti, che «il sapere condiviso è la base del progresso». E questo è un po’ un esempio di mettere assieme non solo pubblico e privato, ma mettere assieme persone che hanno background e competenze diverse, per arrivare a risolvere un problema che è molto importante per il cittadino, per il paziente che deve poter avere a disposizione, in caso in cui si presenti una delle 70 patologie che possono essere risolte tramite i trapianti autologi o allogenici, avere a disposizione il sangue cordonale. Qual è la situazione, quindi quello che abbiamo tentato noi di fare? Abbiamo fatto questo studio sul campione fornito da InScientiaFides, e poi in base a questo campione abbiamo tentato di disegnare quale poteva essere una proposta di riforma del settore, una proposta di collaborazione fra pubblico e privato che consentisse un’efficientamento del nostro sistema. Adesso, lasciatemi dire, da economista che io sono… Di solito quando uno sente un economista parlare, pensa “ecco, ora ci dirà che dobbiamo privatizzare tutto”. In realtà non è così, ma bisogna capire qual è un po’ il ruolo spesso dell’economista. All’economista viene dato un obiettivo e tenta di trovare le risorse migliori per raggiungere quell’obiettivo, di raggiungerlo nella maniera più efficiente possibile. Qual è l’obiettivo che ci poniamo in questo caso? È quello di massimizzare il numero di campioni raccolti. Come abbiamo detto, le strutture pubbliche italiane fanno un lavoro che non è particolarmente brillante, solamente lo 0,4% delle nascite sono soggette alla raccolta del campione del sangue cordonale, quindi ci sono spazi per un miglioramento, non tanto in assoluto, ma relativamente agli altri Paesi europei. Quindi, visto che questo è il nostro obiettivo, cosa possiamo fare? Costruisco un po’ su quello che ha detto Daniele Mazzocchetti. Avete visto i tre cut-off, i tre threshold. Quello che succede ve lo spiego come è stato spiegato a me, non essendo un biologo e quindi avendo delle lacune molto vaste sul tema. Quello che succede è: il sangue viene raccolto, e poi viene praticato un test. Questo test va a contare il numero di cellule nucleate. Il numero di cellule nucleate è solamente un indicatore per capire qual è la concentrazione di cellule staminali presenti nel sangue. È quello che ci interessa: le cellule staminali presenti nel sangue. Oggi il cut-off imposto sul TNC e anche sul volume (ma lasciamo perdere il volume e parliamo del TNC) è molto stringente, per cui solamente l’8,26% del nostro campione sarebbe stato bancato, quindi è molto stringente. Abbiamo trovato, utilizzando i dati, i tre cut-off che conservano comunque la qualità del campione, che vuol dire che i campioni conservati, utilizzando gli altri criteri, sarebbero validi come l’8% che la legge attuale consente di conservare, ma allo stesso tempo amplia la platea dei campioni conservabili. Questa è la prima parte. La seconda parte: beh, attenzione, perché siccome questi cut-off hanno dei contenuti di CD34 e CD34 è il marcatore che indica la quantità di cellule staminali, i campioni ottenuti, seguendo questi tre differenti threshold, possono essere utilizzati in maniera diversa. In che modo? Il primo, utilizzando il threshold meno stringente. Vuol dire: se, dopo che il sangue è stato acquisito, si fa un test e si vede che c’è una concentrazione di TNC bassa, quindi che è minore del primo cut-off (vi dico un numero che forse non vi dice niente, che è un milione di CD34), in questo caso quello che si deve fare è scoraggiare la conservazione, perché il numero di TNC è troppo basso. Il problema è quando si ha fra uno e due e più di due milioni: in questo caso avremo due o tre cut-off. Quindi: se è minore di un milione, l’utilizzo è limitato e quindi l’idea è che il sistema dovrebbe scoraggiare la raccolta; fra uno e due milioni, sarebbe ottimale suggerire l’utilizzo autologo, quindi del trapianto solamente sullo stesso soggetto che ha donato il sangue cordonale; fra due e tre milioni la donazione può essere mista, ma può essere utilizzata solamente per soggetti che pesano meno di trenta chilogrammi, quindi stiamo parlando di soggetti che hanno un’età limitata; invece, quando il campione ha più di tre milioni si può consentire la donazione generalizzata. Quindi un approccio più efficiente per chi utilizzi i dati e che abbia un rigore scientifico è quello appunto di operare in questa maniera, che noi abbiamo sintetizzato in questo schema, scusate se è in inglese, ma viene da una presentazione che abbiamo fatto in un convegno scientifico in inglese. Quindi l’idea è: si preleva il sangue cordonale; si fa un primo screening; se il sangue cordonale ha una concentrazione fino a un milione, si suggerisce di non conservare, di non bancare il sangue; se invece la concentrazione è fra uno e due milioni, a quel punto si suggerisce di bancarlo in strutture private, che consentano l’utilizzo autologo del sangue. Tra due e tre milioni e più di tre milioni, in questo caso la collaborazione fra pubblico e privato dovrebbe essere quella più forte: per cui le strutture pubbliche e le strutture private dovrebbero conservare il sangue e poi metterlo a disposizione per la donazione eterologa o allogenica. Questo è un po’ il modello che abbiamo ipotizzato, però al di là un po’ dei dettagli di questo modello, secondo me appunto, da economista e da persona che si è avvicinata a questo tema da profano, non essendo un biologo, è un tema molto, molto importante, e che comunque ha bisogno di contributi che siano variegati, ha bisogno di un contributo dal punto di vista legislativo, un contributo dal punto di vista biologico, scientifico, genetico e anche economico. È un tema molto importante, che invece riceve un’attenzione che spesso è polarizzata secondo schemi mentali che sono a dir poco vecchi e forse, per l’obiettivo che si vuole raggiungere, non proprio adeguati. Quindi io concluderei il mio intervento, il mio breve intervento con questa slide, e comunque vorrei ringraziare InScientiaFides: non è tanto un ringraziamento standard, che si deve fare, ma proprio per aver riconosciuto che il tema è molto complesso e che solamente il sapere condiviso porta a un vero progresso. Secondo me aumentare il numero di cellule staminale da cordone ombelicale in Italia è progresso, e deve essere perseguito con tutti i mezzi e deve essere perseguito con tanta buona volontà. Grazie.

SANDRO RICCI:
Grazie. Ora chiediamo a Domenico Coviello di aiutarci su un caso concreto di ricerca, dove è stato praticato l’utilizzo di cellule staminali. In questo caso un lavoro per la cura dell’epilessia, dove le cellule staminali riprogrammate diventano protagoniste di questo lavoro. Coviello.

DOMENICO COVIELLO:
Buonasera a tutti. Anche io ringrazio gli organizzatori per l’opportunità di essere qui con voi e di darvi alcune informazioni sul lavoro che stiamo portando avanti a Genova. Io parto, come professione sono un medico, dalla pediatria, poi dalla pediatria mi sono dedicato alla genetica, alla diagnosi di malattie genetiche, quindi il mio intervento non tratterà di terapie di tipo ematologico, come si è parlato fino ad esso, o tumorale, ma in particolare il mio interesse è proprio per le malattie genetiche, che sono il 95% delle malattie rare, quelle su cui l’Europa ha posto l’attenzione negli ultimi anni. Come vi dicevo, il laboratorio che dirigo si occupa proprio di diagnosi sul DNA o diagnosi sui cromosomi. E questa è un’attività che negli ultimi anni ha dato sempre più possibilità di chiarire, nei bambini o negli adulti, qual è il gene che non funziona, qual è il gene che ha un difetto, proprio una mutazione sul DNA o una rottura di cromosomi. L’esigenza che mi è nata, soprattutto in questi ultimi anni, sentendo i progressi che ci sono stati relativi alle cellule staminali, è in particolare derivata dalla scoperta di queste cellule riprogrammabili, proprio le cellule che sono state oggetto del premio Nobel, cioè le APS, queste cellule che diventano staminali ma partono da cellule adulte. Quindi ho iniziato a pensare come potesse essere utile ampliare l’attività del laboratorio affinché non ci fermassimo solo alla diagnosi molecolare, ma potessimo fare un passo avanti. In particolare, nel laboratorio di Genova noi abbiamo, oltre al laboratorio diagnostico, anche una biobanca specifica di materiale genetico, perché raccoglie materiale su cui poi facciamo la diagnosi, e il materiale è di vario genere. La maggior parte è di sangue, però abbiamo anche campioni di cute, della pelle di pazienti, perché, soprattutto molti anni fa, quando la dottoressa Dania Bricarelli aveva iniziato questo lavoro a Genova e non si riusciva a trovare una causa, c’era già l’idea di dire: “bene, mettiamo da parte le cellule perché se un domani ci sarà la possibilità di ristudiare questo campione potremmo dare una risposta alle famiglie che magari non l’hanno avuta oggi”. E questo è già accaduto per un certo numero di famiglie, e io sto continuando un po’ questa tradizione, quindi abbiamo questa biobanca di malattie genetiche. Tornando all’idea che stiamo cercando di portare avanti, in particolare abbiamo scelto una malattia, questa malattia è l’epilessia, proprio perché noi lavoriamo in collaborazione con l’ospedale Gaslini di Genova dove ci sono ricoverati bambini da tutt’Italia, curati per l’epilessia e, su una parte di questi, riusciamo a trovare il difetto che causa l’epilessia, cioè qual è il gene mutato. Attualmente ci si ferma lì. In genere, quello che diciamo nella consulenza genetica alle famiglie quando diamo la risposta è: bene, abbiamo fatto un passetto avanti, perché se un domani si troverà la terapia giusta relativa a questo gene, voi come famiglia avrete la risposta a questo problema, o altre famiglie che avranno mutazioni allo stesso gene avranno una risposta precisa. Quindi quello che ci siamo proposti è di mettere su un sistema in vitro: noi non ci occupiamo di curare pazienti con le cellule staminali, ci occupiamo di produrre delle cellule staminali riprogrammate per avere un modello sperimentale e fare un passo avanti oltre la diagnosi. Diciamo che chi si è occupato, ormai da molti anni, di ricerca nelle malattie rare è Telethon. E questa è una diapositiva che ho preso appunto in prestito proprio dalle loro presentazioni, in cui c’è la scaletta verso la cura. Qui non si legge bene, ma vediamo che ci sono le indicazioni cliniche delle malattie, poi c’è una diagnosi clinica, poi ci sono vari approcci. Ora io ho sostituito questi dicendo: partiamo dalla diagnosi clinica, che è il primo scalino, poi il secondo scalino qual è? L’identificazione delle mutazioni che causano la malattia. E oggi è quello che si fa normalmente nel laboratorio di genetica. Cosa possiamo aggiungere? Bene, quello che era già stato fatto e continuiamo a fare è mettere nelle biobanca le linee cellulari di questi pazienti. Per esempio, prendendo un pezzettino di cute dei pazienti, si può far crescere una linea di cellule che si chiamano fibroblasti, metterle in biobanca per poi poterle utilizzare. Qual è il successivo passo? Dopo questa scoperta, abbiamo detto: bene, possiamo riprogrammare queste cellule per ottenere le staminali. Perché ci interessa ottenere le staminali? Perché in questo caso per fare degli studi funzionali specifici in questa malattia, l’epilessia, in cui il tessuto che ha il danno è il tessuto cerebrale, naturalmente non si può studiare direttamente il tessuto del bambino, del paziente, e quindi quello che si è fatto fino adesso è studiarlo nel modello di topo. Allora quello che possiamo cercare di fare, è avere le cellule della cute del bambino, trasformarle in staminali, di lì poi differenziarle in cellule nervose. A questo punto saranno cellule nervose derivate dal bambino in cui abbiamo già identificato la mutazione sul DNA. Questo a cosa servirà? Servirà a fare una serie di esperimenti con i neurofisiologi, quindi con specialisti che si occupano di studiare la corrente elettrica delle cellule nervose, e questo abbiamo in programma di farlo a Genova, in collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologie, che è l’ I.T., dove c’è un dipartimento che si occupa appunto di neurofisiologia, e poter capire come mai quella mutazione fa cambiare le correnti elettriche nel cervello. E abbiamo detto: applichiamolo come primo esempio nelle epilessie ereditarie. Quindi abbiamo iniziato a prendere le cellule che avevamo già in banca. Questi sono gli articoli per cui avevamo già fatto una serie di lavori solo sull’identificazione delle mutazioni. Però a questo punto i fibroblasti sono stati trasformati. Qui ho solo portato l’immagine, perché data la ristrettezza del tempo, salto tutti i passaggi tecnici. Qui abbiamo le cellule APS, quindi le cellule staminali riprogrammate, pronte per essere trasformate in neuroni. Attualmente abbiamo in corso esperimenti per avere i neuroni di questi. Abbiamo iniziato coi due bambini, con le cellule di questi due bambini. Naturalmente per fare questo lavoro non siamo da soli, abbiamo creato un gruppo collaborativo, tra cui il Professor Vania Broccoli, di cui avete visto l’intervista prima a Milano, che è diciamo un leader italiano nella trasformazione, nella differenziazione di cellule nervose, e parte di questo gruppo ci aiuta in questo progetto. Quindi questo è quello che abbiamo fatto, ma ci sono state richieste di collaborazione. Allora, visto che la ricerca è molto complicata e i finanziamenti sono sempre più ridotti, parlando con dei colleghi che lavorano su altre malattie genetiche, abbiamo detto: bene, invece di fare noi tutto questo passaggio di riprogrammazione, dato che a noi interessa studiare le cellule già differenziate, ci aiutate a fare questo lavoro? E noi allora abbiamo detto: bene, visto che abbiamo una persona dedicata, e che lavoriamo in collaborazione con altri ricercatori sia del gruppo di InScietiaFides sia del gruppo di Roma del dottor Pierelli, mettiamo insieme le forze. Un’altra malattia su cui, appunto, stiamo iniziando a lavorare in collaborazione con l’Università di Torino e con il Professor Alfredo Brusco, è la leucodistrofia dominante autosomica. Lui ha già fatto tutta una serie di studi, per cui si è visto che ci sono alterazioni dell’espressione del gene mutato, e quello che stiamo di nuovo portando avanti è la riprogrammazione. Anche in questo caso a lui servono cellule nervose, e quindi potremo restituire a lui le cellule dei loro pazienti pronte per essere studiate. Come dicevo, questo lo stiamo facendo in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologie. Il Professor Fabio Benfenati è uno degli attori principali con cui stiamo scrivendo dei progetti di ricerca per andare avanti su questi temii, e poi sotto c’è un dipartimento, nello stesso istituto, dove si occupano esclusivamente di trovare nuovi farmaci. Quindi, se avremo le cellule di un paziente con le mutazioni genetiche ormai diagnosticate, le cellule normali, una volta analizzato il comportamento elettrico, si cercherà di far regredire le anomalie con sostanze chimiche per cercare infine il farmaco adatto, in grado di ristabilire la funzione. Se si ristabilisce la funzione, il farmaco potrà essere usato nel paziente che avrà quella specifica mutazione. Grazie.

SANDRO RICCI:
Ora passiamo ad una testimonianza diretta di un percorso di cura, La testimonianza Giacomo Sintini, un giocatore di pallavolo che doveva essere con noi questa sera, ma che non ha potuto, e quindi ci ha mandato il suo contributo.

GIACOMO SINTINI:
Ciao a tutti, sono Giacomo Sintini. Sono un giocatore di pallavolo. All’età di 14 anni ho iniziato a giocare a pallavolo e all’età di 18 ero già in seria A1. Per 14 anni consecutivi la mia carriera è continuata di bene in meglio, e sono riuscito a raggiungere moltissimi risultati sportivi sia con il club, sia con la nazionale. Poi purtroppo nel giugno del 2011, esattamente il 1 giugno 2011, la mia carriera e la mia vita ha subito un brutto stop: mi è stato diagnosticato un tumore al sistema linfatico molto grave, che si era già diffuso in parecchie parti del mio corpo. Avevo 32 anni, mia moglie aveva 28 anni e la mia bambina, la nostra bambina aveva soltanto tre anni. Per noi è stato uno shock e un momento veramente difficile da affrontare. Come potete immaginare, un ragazzo a 32 anni non ha certo in mente una malattia del genere e non ha assolutamente voglia di chiudere così la sua vita, per cui è stato molto difficile per noi rimboccarci le maniche e trovare il modo di lottare contro questo terribile male. E quello che mi ha aiutato a non abbattermi è stato sicuramente la fede in Dio e la vicinanza della mia famiglia, di tanti familiari, soprattutto di mia moglie e di mia figlia. Loro sono state la più grande molla per me per continuare a lottare nei lunghi mesi della terapia. Sicuramente quello che mi ha aiutato tanto è stato anche la medicina e i grandi passi che in questo campo sono stati fatti negli anni. E durante i tanti cicli di chemioterapia che ho dovuto affrontare, sette in totale, sono riuscito a mettere da parte le mie cellule staminali, che sono poi servite alla fine delle terapie per consolidare tutto quanto con l’autotrapianto di midollo osseo. Per me è stato un nuovo inizio, fortunatamente la malattia è regredita, fortunatamente sono andato in remissione e il mio corpo piano piano ha ricominciato a riprendersi. Avevo perso più di 21 kg, avevo perso tutti i muscoli che mi ero costruito in una carriere intera, e quindi ho dovuto ricominciare da capo, un giorno alla volta, per tornare alla mia vita. Grazie alla bravura dei medici, grazie alla mia forza di volontà, grazie alla vicinanza degli amici, del mondo della pallavolo e di tutti quanti quelli che mi stavano vicino e grazie alla preghiera, sono riuscito a tornare a giocare. L’8 maggio del 2012, quindi nemmeno un anno dopo la diagnosi, sono riuscito a riconquistare l’idoneità alla pratica sportiva, e poi ho firmato un contratto con la squadra della Trentino Volley con cui gioco anche oggi. Durante questo anno, l’anno passato, insieme ai mie compagni, abbiamo raggiunto grandissimi risultati, e tutto è culminato con la finale del 12 maggio 2013, quando siamo riusciti a conquistare lo scudetto; io sono anche stato premiato come miglior giocatore della partita. Lì per me e per la mia famiglia, come potete immaginare, e anche per tutti i medici e gli infermieri che mi sono stati vicini nella terapia, è stato il coronamento di una grande vittoria. Lì è stato il momento in cui ci siamo resi conto veramente che eravamo riusciti a trionfare sul cancro. Ora io vado avanti con grande fiducia, perché sono sicuro che ormai questa parentesi, questa brutta parentesi, è chiusa per sempre e continuo ad andare avanti. Quello che cerco di fare è di dare una mano a tutte le persone che stanno affrontando questa terribile malattia anche oggi, e cercare di essere un messaggio di speranza per tutti coloro che si trovano ad avere a che fare con il cancro, sia di un familiare, sia sulla propria pelle. Ero stato invitato qui al Meeting di Rimini per dare la mia testimonianza. Mi sarebbe tanto piaciuto essere presente, ma gli impegni sportivi che sono iniziati per la nuova stagione non me lo permettono. Spero che comunque sia stata una buona occasione per poter parlare di questa cosa e spero che possa essere d’aiuto per molte persone. Magari ci sarà un’altra occasione. Ciao a tutti.

SANDRO RICCI:
Mi sembra che questa testimonianza sia il coronamento del lavoro che oggi abbiamo solo iniziato. Capite tutti che le problematiche sono complesse, però c’è sicuramente una strada, un cammino tracciato, c’è un dibattito in corso, ci sono confronti da portare avanti, ma soprattutto ricerca da fare. Il mondo delle cellule staminali si sta esprimendo sempre più nell’ambito della medicina: molto è ancora da scoprire, da studiare, da analizzare. Ma, mi permetto, sintetizzando, di indicare in termini concreti di prospettiva di salute per i cittadini, quattro pilastri. Il primo è la conoscenza e l’aggiornamento: è un’avventura fantastica questa della conoscenza delle cellule staminali, e la sete di conoscenza deve essere inesauribile. Il secondo punto è l’implementazione della raccolta delle cellule staminali emopoietiche come da indicazione del Parlamento Europeo, che ha invitato gli Stati membri ad una maggiore efficacia dell’azione in questo senso. È necessario quindi aumentare la quantità e la qualità di cellule staminali, come abbiamo sentito, sia a favore delle terapie che della ricerca. Nuove frontiere, abbiamo visto, sono possibili, e la divulgazione tramite l’educazione sanitaria è decisiva. In questo c’è un ruolo per il pubblico ma anche per il privato, che non può sottrarsi a questa responsabilità. Terzo, la regolamentazione, punto essenziale per garantire il corretto utilizzo, la corretta conservazione e le necessarie sicurezze. Quarto, il confronto e la condivisione, cioè mettere a fattore comune le competenze su questo fronte; la rete, le relazioni, sono una risorsa straordinaria: oggi è possibile trasferire saperi in tempo reale. Serve anche uno sforzo ulteriore, la condivisione come valore di riferimento perché sia l’informazione, e non chi la possiede, a determinare il ritmo del progresso scientifico. Ripeto, è un cammino iniziato, però ci sembra interessante affrontare questa sfida. Grazie a tutti di aver partecipato. Grazie.
Trascrizione non rivista dai relatori

Data

20 Agosto 2013

Ora

19:00

Edizione

2013

Luogo

Sala Mimosa B6
Categoria
Focus