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LA VITA COME VOCAZIONE
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In collaborazione con Tracce
Maria Francesca Righi, monaca cistercense, badessa del monastero di Valserena (Pisa), in dialogo con Paolo Prosperi, sacerdote Fraternità missionaria San Carlo Borromeo. Introduce Valentina Frigerio, responsabile sito e canali digital di CL
La realtà “chiama”, contiene una promessa di bene che a volte nel presente è difficile cogliere. Cosa fare di sé e del proprio desiderio di bene? Quale attrattiva seguire? A chi chiedere aiuto? La testimonianza di due persone che si sono consacrate a Dio.
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VALENTINA FRIGERIO
Buongiorno a tutti, benvenuti a questo incontro che è il primo incontro della Arena Tracce che abbiamo inaugurato l’anno scorso in occasione dei 50 anni della rivista internazionale di Comunione e Liberazione e che quest’anno abbiamo volentieri riproposto al Meeting. Io sono Valentina Frigerio, responsabile del sito di CL e della presenza digitale del movimento.
Una delle novità di questo anno la vediamo sotto i nostri occhi: alcuni dei nostri incontri avvengono nelle sale Meeting, in modo che sempre più persone possano partecipare. Grazie al Meeting per questa occasione che ci offre.
L’Arena Tracce, che vi invito e vi propongo di visitare in A3, vuole essere un luogo di dialogo e di incontro con persone che abbiamo incontrato durante l’anno e le cui storie abbiamo raccontato su Tracce o sul sito di CL. Ma vuole anche essere un’occasione per approfondire tematiche amate da noi e dai nostri lettori, come quella della vocazione.
E per affrontarla abbiamo invitato Madre Maria Francesca Righi, una monaca cistercense, badessa del monastero di Valserena, che ringrazio per aver accettato il nostro invito, la quale dialogherà con Don Paolo Prosperi, sacerdote della Fraternità Missionaria San Carlo Borromeo. Di fronte a questi due nomi, io non posso fare altro che tacere e passare la parola a Don Paolo per l’incontro. Grazie a tutti.
DON PAOLO PROSPERI
Buongiorno. Per me è una gioia e un onore essere qui con Madre Maria Francesca che ho conosciuto alcuni anni fa, abbiamo avuto più di un’occasione per incontrarci. Madre Maria Francesca è tra le più esperte, almeno in Italia, del pensiero di San Bernardo e di cui ha curato le edizioni di alcune opere che, se cercate su internet, troverete. Dirige anche la rivista “Vida nostra”, molto interessante, e vi invito tutti a prendere contezza, sono convinto che l’incontro di oggi susciterà maggior interesse. Chi più di lei ci può aiutare ad approfondire il significato di questa parola?
Questa parola carica di fascino, di promessa: la parola vocazione. Vocazione che, come tutti sappiamo, significa chiamata. All’interno della vita e del cuore di ognuno di noi, c’è l’intuizione di una promessa, di essere chiamati a realizzarci e a realizzare qualcosa di grande, qualcosa di valido attraverso la nostra esistenza. In questa chiamata si rivela e si dispiega il senso della nostra vita.
Questa parola che comprende ciò che è essenziale al significato della nostra vita è anche una parola misteriosa, enigmatica, che è difficile ridurre ed equivocare. Possiamo pensare di aver chiamato Madre Righi perché è una monaca. Nell’immaginario collettivo questa parola, vocazione, suscita l’idea che ci sono alcune persone consacrate, e quindi, questa è un’idea ristretta di vocazione, mentre altre persone, meno fortunate, meno scelte da Dio, avrebbero meno a che fare con questa parola. Sono convinto che la Madre ci aiuterà a superare questo equivoco, riflettendo sul senso più profondo della parola vocazione.
Vengo alla prima domanda. La prima domanda fondamentale è: che cosa significa la parola vocazione? Che cosa indica realmente questa parola nella concezione dell’esistenza umana propria della Chiesa? Ma anche, come tu personalmente descriveresti i tratti essenziali del senso di questa parola?
MADRE MARIA FRANCESCA RIGHI
Già un po’ la domanda conteneva la risposta, la difficoltà di capire cosa effettivamente significa la parola vocazione. Vi confesso che il motivo per cui ho accettato è proprio che il tema era la parola vocazione. Io, anzi posso dire tranquillamente noi, siamo stufe di ascoltare la frase “non ci sono vocazioni”. Che storia è questa? Che significa che non c’è vocazione? Ogni persona che esiste nel mondo è una vocazione.
Inabitualmente, se ancora questa parola si usa, viene intesa come cosa che io sono chiamato a fare. Forse la cosa che più rappresenta i doni che ho, la forma particolare che può definire la mia vita, che sia la professione, la famiglia, una forma di consacrazione religiosa, sacerdotale. Il catechismo, se ancora qualche volta qualcuno lo guarda, mette la parola nell’orizzonte che le dà il suo vero significato, cioè l’orizzonte per il quale la vita umana come tale è vocazione. Vocazione significa che c’è Uno, che chiama e c’è una responsabilità, una risposta che bisogna vivere.
Penso che non sia fuori luogo applicare a ogni tipo di vocazione quello che dice San Giovanni Paolo II di se stesso in “Dono e Mistero”. Lo riassumo brevemente, ma dice che “la storia della mia vocazione sacerdotale” – sacerdotale è la sua e ognuno ha la sua – “la conosce soprattutto Dio – ogni vocazione è un grande mistero, è un dono che supera infinitamente l’uomo. Ognuno di noi lo sperimenta chiaramente in tutta la vita. La vocazione è il mistero dell’elezione divina. Non è, il mistero, io che scelgo a tavolino quello che più mi piace o mi conviene, ma è il mistero di Uno che ci sceglie: ‘Prima ancora di formarti nel ventre materno, io ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, io ti avevo consacrato’.” In una maniera molto sintetica ma efficace, un’altra citazione da “Il mistero della vocazione di Giovanna d’Arco”, dice Jeanette: “Noi abbiamo tutti la vocazione a essere salvati. Tutto il mondo cristiano ha la vocazione di ottenere la sua salvezza e il resto del mondo ha la vocazione di diventare cristiano”.
Mi sembra semplice. Il catechismo, in maniera più sintetica, dice “Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela l’uomo all’uomo e gli manifesta la sua altissima vocazione”. E i tre capitoli del catechismo dicono: “la vita nello Spirito Santo realizza la vocazione dell’uomo, vuol dire: è opera dello Spirito Santo, che è il legame del Padre e il Figlio; è fatta di carità divina e di solidarietà umana, dunque è l’opera del Figlio; è gratuitamente concessa come salvezza, opera del Padre, del Figlio e dello Spirito”.
Siamo qui davanti a una comunione di soggetti che interagiscono, mentre normalmente sembra che il problema sia la mia realizzazione personale davanti al nulla o, in altra maniera, il mio successo mondano.
Un altro testo poetico di Péguy rende molto bene che cosa significhi l’esperienza di essere oggetto di una chiamata: “Se Dio ti chiama, se Dio ti chiama, bambina mia, quando Dio assume qualcuno, quando Dio assume un’altra anima, tormenta un’altra anima, se ha un bel da fare… Bisogna arrendersi, non si può sfuggirvi, non possiamo evitarlo. La mano di Dio è pesante, il lavoro di Dio, l’opera segreta è un fuoco che consuma. Come resisteranno le nostre povere carcasse? Ascolta, ascolta, allora, se Dio ti chiama, tu non resisterai a Dio. Se Dio ti chiama per qualunque cosa sia, non potrai resistergli”.
La tradizione monastica rende visibile questo appello nei suoi testi più famosi. Ascoltiamo l’inizio del “De contemplando Deo” dove Guglielmo di Saint-Thierry impersona colui che chiama, e dice: “Venite, saliamo al monte del Signore”. Venite, chi? Venite attenzioni, intenti, volontà, pensieri, affetti, sentimenti tutti che siete nel mio intimo, venite. Saliamo sul monte, sul luogo dove il Signore vede, e viene veduto.
Vuol dire: tutta la persona umana in tutte le sue dimensioni fisiche, spirituali e intellettive è chiamata. A che cosa? A salire sul monte, a un incontro col Mistero che si rivela come ai discepoli al Tabor, come Mosè sul monte dell’Alleanza, come le folle ad ascoltare Gesù Ma la prima chiamata che sperimentiamo è la meraviglia di essere nel mondo. I filosofi antichi avevano ragione: la meraviglia è l’inizio del pensiero consapevole, lo stupore davanti al mistero dell’essere che io sono e della realtà che sono chiamata ad abbracciare. Uno stupore che nasce dalla coscienza di non sapere, così il pensiero nasce dalla domanda. Precor, pregare. La vocazione, come la parola che si riceve in questo incontro, è ciò che dà significato e scopo alla mia vita, al mio futuro, che illumina la mia memoria, il passato, dicendomi che se sono è perché sono stato amato, chiamato, memoria della mia origine. È ciò che mi dice che la realtà mi è donata e che io stessa sono dono, presente. Pertanto futuro, memoria, presente. E questa coscienza accade in una relazione, cioè nel rendersi conto di una presenza che precede, accompagna e compie. Precede, come il Padre che ama e che amando crea. Accompagna, come Padre che educa e come Figlio che accompagna, “cum-panis”, come figlio, fratello, sposo, che sostiene, redime e compie, come lo Spirito, che è il legame, la relazione compiuta tra Padre e Figlio.
Dice Bernardo: “Soffiò su di loro”, ovvero sugli apostoli, “e disse loro: ‘Ricevete lo Spirito Santo'”. Fu un bacio, questo soffio corporeo? No, ma lo Spirito invisibile fu dato loro attraverso questo soffio del Signore, per significare che procedeva da Lui e dal Padre, come un vero bacio comune a chi bacia e a chi è baciato. Pertanto, la vocazione è il legame tra l’origine e il compimento, tra il quotidiano particolare e l’infinito. Altri nomi: essere chiamato, chi-amato. Se sono, è perché sono voluto. Non sono frutto della casualità né di un progetto tecnico, ma di un disegno sapiente.
Ma chi chiama, e a che cosa chiama? Abbiamo ascoltato all’inizio: la persona è chiamata in tutte le sue facoltà. L’intelligenza per comprendere la verità, l’affectus che riceve il colpo della commozione del bene e, soprattutto, la libertà, unione di giudizio di ragione e di affetto che pone in movimento la ragione e che inizia quella che può essere chiamata l’avventura di corrispondere all’attrazione dell’unità di bello, bene e vero. La vocazione è una chiamata convincente che nasce da un incontro sorprendente e inaspettato, ed è una chiamata ad abbracciare la realtà intera, un abbraccio all’esperienza nella totalità di tutti i suoi fattori.
Ancora Bernardo dice: “Oggi leggiamo nel libro dell’esperienza. Entrate in voi stessi, esaminate in voi stessi, esamini la vostra coscienza sulle cose che stiamo per dire”. L’incontro che vien sentito come una chiamata è in primo luogo chiamata a una vera conoscenza di se stesso. La vocazione ti dice chi sei, ma anche chi non sei. Sei figlio amato, voluto, destinato al compimento, ma non sei il centro del mondo, non sei la misura di tutte le cose. Sei grande perché sei un’immagine di Dio, ma non sei Dio. Sei solo un’immagine, e un’immagine deformata. Ed è la compresenza congiunta di queste due realtà, la sproporzione drammatica che si crea, che rende appassionante l’avventura umana.
Mi sembra paradigmatica la vocazione del giovane Samuele, che significa “Dio ascolta”. La vocazione è un ascolto di Dio, ma Dio ascolta. Il racconto di questa chiamata di Samuele permette di cogliere i tratti del discernimento. Viene chiamato tre volte, e poi gli viene detto torna a casa tua perché non è Dio, e alla fine arriva. L’ascolto e il riconoscimento sono un’iniziativa divina, un’esperienza personale. La vocazione non si impone a Samuele come un destino da subire; è una proposta d’amore, un invito missionario in una storia quotidiana di fiducia reciproca.
Posso leggere un testo di Bernardo, una parabola in cui legge il figliol prodigo come una chiamata perché la vocazione non è una cosa e punto, è un percorso: un inizio, un mezzo e una fine. È una chiamata che si sviluppa, dal dono alla lotta, alla prova e alla vittoria finale. “Un re ricco e potente”, dice la parabola, “ha adottato come figlio l’uomo che aveva creato. A lui ha assegnato come maestri la legge e i profeti, lo ha istruito e ammaestrato, gli ha promesso tutti i tesori della sua gloria. Perché non mancasse nulla alla sua libertà gli ha dato anche il libero arbitrio, perché il bene che facesse fosse libero e non una costrizione. Quando ebbe la capacità di discernere il bene e il male, l’uomo iniziò ad annoiarsi della sua felicità e aver voglia di fare esperienza del bene e del male.
Uscito allora dal paradiso della buona coscienza in cerca di novità, che ignorava, lui che non aveva esperienza se non del bene, mise da parte le leggi e i maestri del padre e mangiò dall’albero della scienza del bene e del male. Poi, nascondendosi, iniziò a scappare come un bambino senza esperienza”. E tutto il racconto arriva al castello della sapienza, dove il figlio ritrova ancora l’abbraccio del padre, finché il figlio dimentico, ritrova il castello della sapienza con l’aiuto di doni dello Spirito Santo. In sintesi: vocazione, un incontro che produce una sequela e ha un compimento, la scoperta di uno che chiama e di me che rispondo, l’esperienza di una figliolanza ritrovata.
Iniziando dall’esperienza che ho fatto, parlo non come una badessa o una maestra, ma come una “piccola della terra, incatenata al tuo amore”. Torno a un testo che è stato un po’ il mio canto negli anni giovanili, prima di incontrare il Signore e di lasciarmi coinvolgere nella avventura della fede. Questo canto dà la misura tra distanza che c’era tra me e ciò che mi sentivo chiamata a vivere. Il testo dice, ma lo sapete tutti: “Ho visto la gente della mia età andare per strade che non conducono a nulla” (cfr. Dio è morto). E poi dice: “Ma credo che questa generazione sia preparata per un mondo nuovo, una rivolta senza armi”. Io ho iniziato qui.
È il primo aspetto del metodo formativo che ho incontrato e accolto, del carisma è che è un dono gratuito, libero, che non possiedi, non è una ricetta che devi applicare, non è una teoria nuova. È solo un respiro particolare nel modo di vivere, uno sguardo positivo, un’ipotesi positiva di lettura, che non nega il negativo per nasconderlo, non lo rivela per distruggerlo, ma lo trasforma in un cammino di conversione e di edificazione comune.
Termino quindi con questo testo che adesso mi “legge”, che è un confronto con quella canzone di un tempo, una preghiera di Sant’Ilario, che dice: “Tu permetterai, Signore, che mi rivolga a te, che parli con te con tutta sincerità. Io sono un piccolo della terra, ma incatenato dal tuo amore. Prima di conoscerti, il senso della mia vita era nascosto, non aveva felicità la mia esistenza. Grazie alla tua misericordia, ho iniziato a vivere e ora conosco senza ambiguità. Nella fede sono stato istruito, immerso in essa senza poter scappare, nella consapevolezza della tua presenza. Signore, perdonami, ma io non posso più liberarmi da te. Di te potrei solo morire. In seguito il tempo ha prodotto molte prove, ma sono venute troppo tardi. Ancora prima di ascoltare il loro nome e di lasciarmi toccare nel profondo, io ti ho dato la mia vita. Ora sono tuo”.
DON PAOLO PROSPERI
Grazie, grazie mille, Madre. Ci hai dato molto su cui riflettere in questa prima risposta. Dicevi che la vocazione è una chiamata che nasce da un incontro sorprendente e inaspettato, e hai dettagliato in profondità ciò che vuol dire. Mi veniva in mente un passo nella mitologia di Tolkien, nel Silmarillion: dopo la creazione degli elfi, la prima parola che dicono quando si svegliano, vedendo la bellezza del cielo stellato, è “Ele!”, che vuol dire “guarda”. Questo significa un po’ che la prima chiamata è il mistero di questo fascino della realtà. La prima risposta, che in un certo senso contiene in nuce la direzione di tutta l’esistenza, è questo stupore di fronte a un mistero che chiama verso un bene ancora non molto chiaro, in questa nostalgia delle stelle, del cielo, in questo *de-siderium*.
Perché faccio questa osservazione sul guardare? Perché la seconda domanda che segue naturalmente la prima ha a che fare con questo: se questo è ciò che è la vocazione, qual è il metodo per scoprire la propria vocazione? Quali sono i criteri principali per discernere la mia vocazione? In qualche modo in questa chiamata a guardare c’è già un inizio di risposta. Guardando anche alla tua esperienza di educatrice, di accompagnatrice nel discernimento delle vocazioni, che cosa aiuta a capire la volontà del Signore nella tua vita e quindi a trovare il mio cammino?
MADRE MARIA FRANCESCA RIGHI
Anche per rispondere a questa domanda parto dal punto di vista del carisma a cui appartengo, la vocazione monastica, però credo che i criteri che la nostra tradizione suggerisce possano essere utili confronto per tutti.
In primo luogo, anche per il tema del discernimento, tanto quanto per la vocazione, va compreso all’interno di un cammino. C’è un discernimento iniziale, poi un discernimento in corso d’opera, e poi un discernimento finale, al punto della morte, che fa il Signore alla fine. Una cosa è il discernimento per decidere o consigliare un’altra persona; poi un discernimento durante il tempo di formazione, che è una pedagogia che potrebbe essere per una monaca il tempo della professione semplice, o il fidanzamento per un matrimonio, o il seminario per i sacerdoti.
Poi c’è un altro discernimento in corso d’opera: una volta che si sceglie, si incontrano prove, difficoltà, e la prima cosa stupida che si dice è: “Faccio fatica, perciò non ho vocazione”. Scusate la parola, ma è una stupidaggine. Incomprensioni e delusioni sono il momento per verificare la scelta fatta, imparando a conoscersi e a conoscere, dando il nome vero alle cose che viviamo. E, per ultimo, la perseveranza finale.
Anche qui, come per la parola vocazione, c’è bisogno di distinguere i soggetti che sono coinvolti nel compito del discernimento. Dice la tradizione monastica che chi confida in se stesso, si affida a uno stolto. Chi aiuta a discernere? Il formatore da solo non fa niente; la persona in ricerca che segue solo il suo criterio non fa niente, diventerà facilmente un nomade permanente. È la Chiesa che è madre, che genera, accompagna e discerne, e in essa tutti quelli che hanno il compito di aiutare e accompagnare. Ma anche loro, in primo luogo, è necessario che, prima di essere accompagnatori, siano accompagnati. Se vogliamo usare il termine appropriato, padri e madri nella fede.
Il discernimento richiama l’attenzione a quello che succede nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Ognuno dovrebbe avere una consapevolezza di ciò che succede al suo interno. Nella Bibbia si parla del cuore per indicare il punto centrale dell’interiorità della persona. Anche il cuore nuovo non è un dono individuale, ha a che fare con tutto Israele. Lo stesso dicono gli Vangeli: Gesù insiste sull’importanza dell’interiorità e pone nel cuore il centro della vita morale.
Quindi, quali sono i criteri di discernimento che la tradizione monastica offre? Che cos’è il discernimento degli spiriti? È una realtà profondamente spirituale e teologica, la capacità di riconoscere e distinguere ciò che è conforme alla volontà di Dio. La domanda non è “cosa voglio io?”, ma “cosa vuoi tu da me e per me, Signore?”. È un processo interiore di ascolto, giudizio ed elezione guidato dallo Spirito di Dio. Pensiamo a Elia, che riconosce la voce in un sussurro di silenzio; a Gesù, che riconosce la voce del Padre come distinta da quella del tentatore. Il discernimento è frutto di una conversione interiore. A questo la Regola di San Benedetto aggiunge “provate gli spiriti” e reciprocamente, a chi viene si chiede di cercare davvero Dio.
La tradizione monastica assume poi questi criteri, interiorizzandoli nella lotta spirituale, nella lotta dei pensieri. Dice il primo monaco Antonio: “La lotta contro i demoni è grande e difficile è il cammino del cuore. C’è bisogno di esaminare ogni pensiero per capire da dove viene e dove conduce”. San Bernardo mette in scena questo nelle sue parole e sentenze, parte strutturante del suo insegnamento. Ignazio di Loyola lo sviluppa negli Esercizi Spirituali col discernimento degli spiriti.
Ma come faccio io a discernere? Se la proposta che mi è fatta, l’incontro che ho fatto, la parola che ho ricevuto entrano in consonanza con le domande, anche inespresse, e con i desideri più profondi della mia coscienza, magari mi fa scoprire desideri che non sapevo di avere, questo è l’inizio del cammino. Esperienza personale: la parola “convertiti”, detta di passaggio salendo le scale per entrare a scuola, fu avvertita come la proposta della vita. In primo luogo mi sono offesa a morte, e poi ho iniziato a capire che c’era qualcosa dentro, qualcosa davanti al quale la mia libertà era interpellata. Qualcosa davanti al quale ho scoperto che potevo essere libera, perché qualcuno aveva finalmente fatto una proposta a me, e la mia libertà poteva dire sì o no. È una risposta, a chi mi faceva la proposta, che sarebbe stata rispettata. Ne ho preso coscienza come per la prima volta. Ho capito che o dicevo di sì a quello che non capivo, a quel rischio di affidamento a ciò che non conoscevo, o ne sarei stata triste per tutta la vita.
Ma dire di sì implica la rinuncia ad altro. Nella notte di Pasqua, nella memoria del battesimo, ripetiamo: “Rinuncio a Satana, alle sue opere e alle sue seduzioni”. E questo criterio della rinuncia è decisivo in tutte le tappe: all’inizio per la decisione, nel percorso per la fedeltà. E in ultima analisi, il criterio della rinuncia è il sigillo della verità su ogni forma di vocazione. È la partecipazione cosciente alla croce di Cristo, nell’assunzione cosciente del dolore e della contraddizione che sono impastati in ogni vita umana. Dice Santa Teresa Benedetta della Croce, in “Scientia Crucis”: “La croce non è fine a se stessa, si staglia in alto, non è un’insegna, è un’arma potente, è l’arma di Cristo, la verga da pastore con la quale il divino Davide esce incontro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui batte alla porta del cielo e la spalanca. Allora ne erompono i fiotti della luce divina sommergendo tutti quelli che marciano al seguito del Crocifisso”.
Non solo un capitolo della regola di Benedetto offre criteri di discernimento, ma tutta insieme è una chiave di discernimento, a partire dalle prime parole: “Ascolta, figlio”. La capacità di ascoltare è un criterio decisivo, perché da lì sgorga la capacità di sequela, ob-audio, di obbedienza, di discepolato, di disponibilità a ricevere una formazione. Spesso accade che un’intuizione, un’ispirazione personale, invece di diventare stimolo a un discepolato, diventa progetto personale, in base al quale si giudicano tutte le proposte di vita che si incontrano. Il risultato è che la persona resta sola con il suo progetto. La tradizione monastica sintetizza, come ho detto: chi si mette a seguire se stesso, si mette a seguire uno stolto.
I tre criteri classici che la Regola di Benedetto propone sono le famose – per noi – tre “O”: “Opus Dei”, “oboedientia” e “obrobria”. Iniziamo con il primo, “Opus Dei”, la liturgia: “Non anteporre nulla all’Opus Dei”, non anteporre nulla alla celebrazione liturgica, non anteporre nulla all’Amore di Cristo. È lo stesso criterio per cui i Padri Conciliari hanno iniziato i documenti del Concilio con la Costituzione sulla Liturgia. Se è vero che la liturgia definisce la “professionalità” della vita monastica, dare gloria a Dio con la celebrazione comune della liturgia esprime anche una priorità che dovrebbe essere presente in qualsiasi forma di vocazione. In altre parole, non c’è possibilità di un vero discernimento fuori da un reale rapporto personale di amicizia con Cristo.
Dice Benedetto XVI: “Noi abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, è Lui la misura del vero umanesimo. Adulta non è la fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. È questa amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dà il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare”. Questa relazione per la persona umana si esprime, si educa e cresce nella preghiera. È la preghiera lo strumento principale per la formazione della coscienza, che Ratzinger distingue in due livelli: l’anamnesi e la memoria, l’applicazione nel giudizio e nella decisione. L’anamnesi dell’origine, dell’inizio, deriva dal fatto che il nostro essere è a somiglianza di Dio, non è qualcosa di già articolato, è un senso interiore, una capacità di riconoscimento, tanto che chi viene interpellato, se non è ripiegato su se stesso, ne riconoscerne l’eco e dice: questo è ciò a cui la mia natura mi inclina, ciò che essa cerca.
Formare la coscienza è il cammino di tutta la vita, in cui si apprende a nutrire gli stessi sentimenti di Cristo. Una famiglia che non prega e non partecipa ai sacramenti avrà vita breve. Un sacerdote che non è fedele alla recita del breviario, alla preghiera, manca di un elemento essenziale, e questo vale per qualsiasi forma di consacrazione religiosa. L’obbedienza che è la risposta alla chiamata di Cristo, si trasforma in un voto, in una promessa fatta a Dio. Nella vita monastica, che compendia in sé la capacità di conoscere con la fede – l’obbedienza – la capacità di amare – la castità – la capacità di sperare – la povertà, ma in qualsiasi altra relazione, in qualsiasi altra forma, c’è un’obbedienza di fondo al deposito della fede, che si esprime in relazioni di carità con l’altro, nel relazionarsi con l’altro come un membro dello stesso corpo mistico.
L’obbedienza inizia con la disponibilità a ricevere formazione da un altro. Leggo un testo breve di Guglielmo di Saint-Thierry: “L’obbedienza, quindi, avendo in se stessa il germe della docilità a Dio, cioè una volontà semplice e buona, una sorta di materia informe da cui uscirà un uomo buono, la offre al suo Autore affinché le dia forma”. E questo è il principio del discernimento. È per questo che la semplicità di chi è novizio nella vita religiosa, che ancora non possiede la ragione che lo guida, l’affetto che lo trascina, ma che in qualche maniera fa violenza a se stesso, deve lasciarsi modellare dalla legge dei comandamenti come da le mani di altri, come la creta dal vasaio, lasciarsi plasmare e sottomettersi alla discrezione di Colui che, nella mobile ruota dell’obbedienza e nel fuoco della prova, lo modella e gli dà forma. Questa, poi, è la legge delle relazioni fraterne, il collante dell’unità comunitaria. Tutti seguono un Altro, e l’unità è data da questo seguire comune. L’obbedienza significa riscoprire la propria identità di figlio.
Non so se lasciare perdere la terza “O” e riassumere i criteri di discernimento della propria vocazione. La terza “O” è l’obrobria, che è semplicemente l’esperienza dell’umiliazione, in cui uno dice “sono un disastro, non ho fatto niente, non capisco niente”. Sbagliato, sei anche un disastro, ma sei sempre qualcuno amato da Dio.
I criteri sono, quindi, una vita interiore ricca, l’ascolto della coscienza, la consapevolezza di essere figlio, vita liturgica, disponibilità, ascolto di un formatore e di una comunità. Entrare in un processo di formazione continua nella stabilità di una obbedienza non al proprio sentire, ma al progetto che Dio ha nella mia vita in funzione di edificare una comunità fraterna.
DON PAOLO PROSPERI
In questa seconda risposta, mi pare che, Madre, tu abbia già messo il dito nella piaga, almeno a mio parere. Perché alcune di queste grandi parole che ci hai detto, oggi, al contesto culturale contemporaneo, suonano non solo come sfidanti, ma mi verrebbe da dire incomprensibili. Come quando insistevi sul fatto che la domanda fondamentale, stando davanti alla questione della vocazione, non è “cosa desidero? Cosa voglio? Cosa mi corrisponde?”, ma “cosa vuoi Tu? Cosa corrisponde alla Tua volontà?”. Come non cadere, come direbbero oggi gli esperti di psicoanalisi, nell’alienazione? O quando insistevi su questa espressione forte: “Ogni sì è una rinuncia”. Forse non c’è una parola più sospetta dopo Freud per l’uomo contemporaneo.
Sappiamo che questo discernimento, che ha a che fare con questo “scrutatio” dell’interiorità, si interseca con tutti i pregiudizi che, nei confronti della parola obbedienza, un nuovo approccio alla vita interiore della psicoanalisi oggi rende certamente difficile usare, in un contesto in cui la società e la cultura mettono in dubbio il valore di queste parole. In particolare, se penso alla mia esperienza di accompagnare al discernimento, per quattro o cinque anni quando ero negli Stati Uniti, di aiutare i ragazzi nella vocazione alla verginità nel contesto nordamericano, una cultura molto liberale fortemente centrata sul desiderio individuale, ho potuto toccare con mano quanto non sia tanto la parola castità o la parola povertà, oggi, a far paura al giovane o a essere sentita come problematica, ma è certamente la parola obbedienza: l’dea che io per compiere completamente la mia esistenza, devo abbandonarmi alla volontà di un altro. In che senso questo è vero?
Queste sono domande… O rimane ancora vero, non è meno vero oggi di ieri? Anche se certamente dobbiamo riproporre, tornare a comprendere, parole come obbedienza, rinuncia, sacrificio – parole che sono risuonate sulle tue labbra – in un modo tale che possano essere sentite come ragionevoli, quindi più valide che mai, in un senso tale per cui, possono non essere sentite in contraddizione con la sete di libertà, e quindi di compimento di sé, che è la caratteristica della sensibilità dell’uomo contemporaneo.
Poi dirai qualcosa in merito a questo. Pensiamo alla grande polemica nella Chiesa contemporanea sugli abusi. Oggi siamo più avveduti di ieri del rischio che l’autorità – che si pone come qualcuno da seguire, che è chiamata a dare una parola autorevole, un consiglio, una indicazione – … di tutte le ferite che hanno caratterizzato la Chiesa contemporanea e che hanno toccato anche le realtà religiose, come ben sappiamo, non solo il clero ma in realtà anche le realtà monastiche. È molto diffuso oggi quasi una paura nell’esercizio dell’autorità e quindi nella domanda di obbedienza, per paura di violare la libertà delle persone, il discernimento personale, intimo.
Quindi, come ultima domanda: quali sono – un po’ ho già indirizzato la risposta, ma vorrei un po’ sentire quello che dici al riguardo – le sfide e le difficoltà o le nuove domande che il contesto culturale attuale pone a chi è chiamato ad aiutare i giovani di oggi, così come sono, a discernere la propria vocazione? Io citavo, per esempio, la cultura liberale, che concepisce la libertà come pura autodeterminazione. Se io mi consegno in modo irreversibile a una forma vocazionale, per la mentalità di oggi sembra che io rinunci alla mia libertà. Pensiamo alla difficoltà di capire il concetto di voto: voto vuol dire per sempre, ma per sempre significa che io non posso più scegliere. Queste sono domande grosse, quindi che cos’è la libertà, in fondo si torna lì? Pensi che la generazione dei giovani di oggi presenti caratteristiche inedite, che per certi versi chiedono cambiamenti anche a noi nel modo di accompagnarli, oppure no?
MADRE MARIA FRANCESCA RIGHI
Ritraduco una cosa detta da Don Paolo: il voto, la promessa, significa “io non posso più scegliere”. No, è tutto il contrario. Il voto significa che io prometto di continuare a scegliere, in termini monastici è il voto di conversione continua. Prometto di scegliere per tutta la vita il bene che mi ha scelto, ed è l’unica forma in cui la mia libertà può crescere fino alla pienezza del suo compimento.
E questo mi dice, in qualche modo, quale sia una delle più grandi sfide che la generazione di oggi deve affrontare. Ogni generazione è inedita, ogni generazione chiede una nuova capacità di “traditio”, ogni generazione ha il compito di rispondere in maniera propria, all’insieme delle circostanze a cui è chiamata. Ho ancora negli occhi lo spettacolo – anche se la parola non è giusta – dell’ultimo Giubileo dei Giovani, il farsi presente di una generazione entusiasta, convinta, che si è mossa, una generazione che incarnava realmente il pellegrinaggio della speranza.
Tuttavia, questa splendida generazione si trova ad affrontare sfide inedite, di una grande e unica portata, direi. In primo luogo, lo dico così in sintesi e poi riprendo: il recupero di un’antropologia adeguata. Per esempio, le parole che diceva Don Paolo: che cos’è la libertà? Che cos’è l’obbedienza? Cos’è la persona umana? Cosa sono questi fattori della persona umana, di cosa è fatta?
Un’antropologia adeguata, ad esempio, contro l’ideologia del gender, o contro un’ideologia in cui uno cambia incessantemente e non c’è nulla di fisso. La ricostruzione, per questo motivo, per poter fare un’antropologia adeguata, di un tessuto culturale pieno di significati. Per esempio, per la parola vocazione significa ricostruire una cultura vocazionale. Non abbiamo più un vocabolario, non capiamo più i termini della tradizione. Più o meno, i nostri riferimenti sono liberali, marxisti, ma il riferimento al pensiero cristiano nella sua originalità non lo abbiamo più chiaro.
Terzo: uscire dalla crisi causata dagli abusi in modo positivo, non seguendo il paradigma abusante come l’unico a cui mi riferisco, ma riscoprendo il vero significato della parola obbedienza, libertà e tutto il resto. Cioè, recuperare il vero senso dell’autorità, di una paternità, di una maternità nella fede, e quindi il vero senso dell’essere figli.
Quindi, la frantumazione di un tessuto culturale che permetteva non solo una coesione di significati e valori, ma che aveva un linguaggio comune, parole che avevano lo stesso significato. Cioè, una cultura. Questa è l’opera che sta facendo il Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni (CRAV), che ha come obiettivo promuovere e sostenere qualsiasi ricerca per facilitare una cultura sulle vocazioni nella nostra società. In questo senso, come dice il Codice di Diritto Canonico, tra tutti i fedeli c’è, nella dignità e nell’attività, una vera uguaglianza, in virtù della quale tutti cooperano per edificare il Corpo di Cristo. Non solo la monaca, non solo il sacerdote, non solo il laico, non solo questo o quell’altro, ma tutti insieme nella differenza, come diceva un po’ la preghiera di Christian de Chergé, “giocando con le differenze” nell’unità dell’unico corpo.
La sfida attuale che mi sembra più determinante è la ricostruzione di un’antropologia adeguata sula base alla rivelazione della persona umana creata a immagine di Dio, in cui ci siano relazioni di fiducia, di autorità, di figliolanza vera. L’idea dell’imago Dei ha avuto un capovolgimento tale per cui non sono più io creato a immagine di Dio, ma io mi sono fatta un Dio a immagine di me stesso. Questo è stato un po’ il paradigma culturale a cui ci si è riferiti: perché l’uomo potesse diventare autocostituente, autonomo, l’ateismo era il presupposto necessario. Questa primo capovolgimento, “Dio me lo immagino io”, ha come conseguenza la perdita nell’autocoscienza della persona della dimensione della trascendenza. Questa è una dimensione, uno spazio di dobbiamo essere coscienti dentro di noi, dell’alterità che è origine e fine, che è allo stesso tempo trascendente e profondamente immanente. Agostino: “superior summo meo interior intimo meo”.
L’autore del libro “I diseredati” presenta un ulteriore capovolgimento, attraverso tre personaggi che hanno contribuito a creare l’emergenza educativa in cui oggi ci troviamo. Perché? Da che dipende questo? Pensiamo al ’68, ma anche che si è perso un anello della catena. Una generazione ha rifiutato di ricevere la tradizione e ha dato l’ordine di non trasmettere. Potrebbe essere la morte della cultura, e in particolare della cultura cristiana. Abbiamo accennato alla domanda della vocazione. Ma ci mancano vocazioni o ci mancano padri e madri? Ci mancano persone che abbiano il coraggio di accettare il rischio che l’altro è e di portarlo avanti fino alla fine. Sembra che la frattura tra una generazione e l’altra sia dovuta a generazioni di padri e madri che sono diventati tali senza la coscienza di essere figli. E allora come possono trasmettere il senso della nascita, il senso di essere voluti? Diranno solo “tu sei lì per caso, vedi tu cosa vuoi fare, perché la risposta è tua, tu devi scoprire cosa devi fare, io non ho nulla da dire perché violo la tua libertà”. Questa è la condanna alla solitudine assoluta a per sempre e a perdersi. Il “puer insipiens” che vaga nelle valli della concupiscienza nella parabola di Bernardo. Chi mi dice di essere al mondo con un perché buono, con un compito buono, con un destino buono se nessuno me lo dice?
Recuperare lo iato che si è creato, il vuoto tra una generazione e l’altra, è la fatica delle generazioni più giovani, figli di padri e madri che hanno dimenticato di essere in primo luogo si trovano con questo compito, assolvere il quale coincide con la risposta alla vocazione. Non è mio compito fare un discorso filosofico, ma il delfico “conosci te stesso” ha dettato tanto il metodo quanto il contenuto delle scuole filosofiche. Quante di queste speciali scuole di servizio e di cura dell’umano, che è il monastero, questa cura dell’anima che ha creato l’Europa, si sono perdute oggi di vista? La conoscenza di se, di ciò che la persona umana è in tutta la sua bellezza, grandezza e anche miseria, evita due ignoranze pericolose: l’ignoranza di sé, della propria grandezza, e l’ignoranza di Dio che non considera la propria piccolezza. L’esperienza di queste due cose – la verità di se stesso e la consapevolezza di essere amati – si traduce nella parola “figlio”, nella consapevolezza di essere figli. La riscoperta di questa coscienza filiale è ciò che permette di passare alla costruzione, permette di recuperare la tradizione in vista della missione, di recuperare l’eredità non consegnata in vista di una nuova elaborazione. Come diceva Benedetto XVI, è necessario ricordare che i monaci non hanno voluto in primo luogo creare la cultura, ma cercare Dio.
Ora, quali sono le sfide specifiche che generazioni di figli di padri che non sono stati figli, che hanno tagliato i ponti con un’eredità non solo culturale, ma antropologica e di fede, quali sono le sfide che si si trovano davanti queste generazioni? Riprendo alcune descrizioni di un vizio comune della società attuale, descritto come accidia o pigrizia del cuore. L’antropologia cristiana tradizionale dice che una simile tristezza deriva da una mancanza di magnanimitas, di animo grande, un’incapacità di credere alla grandezza della vocazione umana che è stata pensata da Dio per noi. L’uomo non confida nella sua vera grandezza, vuole essere più realistico. La pigrizia metafisica è identica a quella pseudo-umiltà che è così diffusa. L’uomo non vuol crede che Dio si occupa di lui, lo conosce, lo ama, lo guarda, gli è vicino. Oggi esiste un odio strano dell’uomo contro la sua propria grandezza. L’uomo si vede come il nemico della vita, dell’equilibrio della creazione, il turbatore della pace della natura, colui che sarebbe meglio se non ci fosse, la creatura mal riuscita. La sua liberazione e quella del mondo consisterebbero nel distruggere se stesso e il mondo, eliminare lo spirito, far sparire lo specifico dell’essere umano perché la natura torni alla sua perfezione inconsapevole, al suo ritmo e alla sua sapienza.
Una società che fa di ciò che è autenticamente umano un affare unicamente privato, un assunto privato, e si definisce in una profanità, diventa per essenza malinconica, un luogo di disperazione e si fonda sulla riduzione della dignità dell’uomo. E le figlie dell’accidia, di questa pigrizia del cuore, insieme alla disperazione, dal grembo del ritrarsi dalla grandezza dell’uomo amato da Dio, nasce la evagatio mentis, la svagata inquietudine dello spirito. Perché Tommaso dice: nessun uomo può abitare nella tristezza. Se il fondo dell’anima è la tristezza, si arriva necessariamente a una continua fuga dell’anima da sè, a una profonda inquietudine. Si ha paura di stare soli con se stessi, l’uomo perde il suo centro, diventa un vagabondo intellettuale che scappa sempre da se stesso. I sintomi di questa inquietudine vagabonda sono la verbosità e la curiosità. L’uomo fugge dal pensiero nel parlare perché gli è sottratto lo sguardo all’infinito cerca surrogati. Ulteriori atteggiamenti rafforzano questo, un’inquietudine interiore, una malata ininterrotta ricerca del nuovo come sostituto per la perdita della sorpresa dell’amore divino. E, per ultimo, l’instabilità del luogo o del proposito. San Bernardo, che pone la curiositas come il primo passo per la superbia, sposerebbe molto bene questa descrizione. “L’abbandono della vera grandezza dell’uomo coincide con l’abbandonarsi a una malinconia piena di tristezza”. Perciò, la prima sfida da cui le altre dipendono è ritrovare un’antropologia adeguata alla vera natura della condizione umana. Direi che possiamo finire qui.
DON PAOLO PROSPERI
Grazie, ci hai aiutato e ci hai dato da meditare per abbastanza tempo. La densità dell’intervento di Madre Maria Francesca richiederebbe di tornarvi sopra. E poi spero che il testo che lei ha sintetizzato sia disponibile. La ringrazio davvero a nome di tutti per il sacrificio di essere qui con noi e per aver condiviso le tue riflessioni su questi temi importanti.
Mi restano quasi come slogan, alcune parole forti, quasi profetiche, che hai detto nell’ultima risposta: non ci sono più vocazioni o non ci sono più padri e madri? Non fioriscono vocazioni perché non c’è chi ha il coraggio di essere padre o madre e perché non c’è, o è sempre meno presente, chi ha il coraggio di essere radicalmente figlio? Qualcuno a noi noto ha detto lo stesso, nessuno genera se non è generato. Forse siamo venuti qui pensando di poter riflettere su come discernere la nostra vocazione, e forse abbiamo scoperto che la prima vocazione è essere figli, e essere padri, essere figlie e essere madri prima e più di qualunque altra cosa. Con tutto ciò che questo vuol dire e non vuol dire.
Ci sarebbe molto altro da aggiungere qualcosa ma il tempo sta per finire […]
Buon Meeting a tutti. È una testimonianza di speranza nel cuore ferito del presente. E tutto questo esiste anche grazie a te.










