LA POLITICA COME IMPEGNO PER UN IDEALE

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In collaborazione con Compagnia delle Opere

Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione Fratelli d’Italia; Elisabetta Piccolotti, deputata Alleanza Verdi Sinistra; Marcos Zerbini, Associação dos Trabalhadores Sem Terra (Brasile). Modera Nicola Imberti, caporedattore Domani

Nei calcoli della politica c’è ancora spazio per gli ideali? Con Giovanni Donzelli, Elisabetta Piccolottti, Marcos Zerbini proviamo a rispondere partendo dalle loro esperienze: la militanza di partito, l’opposizione parlamentare, la lotta per la terra in Brasile. Tre storie diverse che ci interrogano sul senso della politica: non una ricerca del potere fine a sé stesso, ma testimonianza di un ideale. Un confronto franco tra chi vive dall’interno la politica, con le sue contraddizioni e le sue promesse.

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NICOLA IMBERTI

Eccoci qui. Allora, buonasera a tutti e grazie per essere qui questa sera con noi e per questo incontro che si intitola La politica come un impegno per un ideale. Volevo iniziare questo incontro e chiedo scusa ai presenti in sala se uso una metafora un po’ datata, però c’era una serie TV che andava molto di moda in Italia in un certo periodo della mia gioventù che si chiama Happy Days, che aveva come protagonista Fonzie e aveva come caratteristica Fonzie che aveva una difficoltà estrema a chiedere scusa, non riusciva proprio a chiedere scusa. Ecco, io penso che noi giornalisti in Italia facciamo un po’ parte di una categoria Fonzie, nel senso che molto spesso facciamo tanta fatica a chiedere scusa e quindi io vorrei rompere questo tabù chiedendo scusa perché penso che se oggi la politica in Italia viene vista e pensata in maniera molto spesso, anzi forse troppo spesso negativa, è anche perché noi come giornalisti contribuiamo a raccontarla così. Non che ogni tanto la politica non ci dia una mano nel nostro lavoro, però negli ultimi 20 anni, se andiamo probabilmente a scorrere i giornali degli ultimi 20 anni spesso troveremo raccontata la politica come qualcosa di sporco, di negativo, di losco, come semplice e banale gestione di un potere che spesso si perpetua per anni e questo sicuramente ha contribuito. Poi chiederemo al nostro ospite Marcos Zerbini di dirci anche se in Brasile è così, però io da osservatore italiano dico che sicuramente questo ha contribuito a creare una distanza, a creare a porre un solco tra la politica e i cittadini. Per questo mi piacerebbe che in questo incontro che stiamo per iniziare e chiedo appunto ai miei interlocutori di aiutarmi in questo, si provasse attraverso i fatti, attraverso testimonianze, attraverso l’esperienza di ciascuno a raccontare che probabilmente la politica non è quello che in tanti purtroppo oggi immaginano nel nostro Paese e chiedo appunto che questa cosa venga fatta attraverso le testimonianze, il racconto di fatti, delle cose reali, perché penso che purtroppo un’altra cosa che succede spesso nel nostro paese è che di politica si parla tanto e tanti parlano di politica. Ma poi questi discorsi lasciano un po’ il tempo che trovano perché un’altra cosa è vedere accadere delle cose piuttosto che sentirle raccontare. E quindi partendo da questa analisi ahimè un po’ amara che mi fa pensare che oggi la politica sia forse più percepita come un luogo deserto che un luogo dove costruire con mattoni nuovi, vorrei che noi arrivassimo alla fine di questa ora che passeremo insieme provando a capire se invece questi mattoni nuovi ci sono e se si sta in qualche modo costruendo nel nostro paese e nel mondo, partendo dall’idea che la politica è utile ed è importante per i cittadini, soprattutto se legata a un ideale. Quindi presento anzitutto i miei ospiti che sono Giovanni Donzelli, deputato e responsabile organizzazione Fratelli d’Italia, Elisabetta Piccolotti, deputata di Alleanza Verdi Sinistra e Marcos Zerbini. Chiedo scusa Marcos per il portoghese, però Associação de Trabalhadores Sem Terra, San Paolo. Ce l’abbiamo fatta. Allora, appunto, ho detto che faccio il giornalista, quindi, siccome sono abituato a lavorare con le parole, la prima domanda che vorrei fare per provare a capire e a definire il perimetro nel quale ci muoveremo in quest’ora è una domanda che sembra forse banale, ma banale penso non sia, ed è che cos’è la politica? E inizierei dall’onorevole Piccolotti.

ELISABETTA PICCOLOTTI

Innanzitutto grazie, grazie dell’invito a questo importante momento di confronto e grazie anche della domanda che è stata preceduta da riflessioni importanti sulla discrasia che si è creata tra la percezione che i cittadini hanno della politica e la politica per come essa si manifesta nella realtà di migliaia e migliaia di persone che la fanno gratuitamente, con generosità, provando a mettere a disposizione le proprie competenze, il proprio tempo per cambiare il proprio paese, perché no, anche il mondo. La domanda che cos’è la politica non è semplice, nonostante si manifesti con una locuzione che può sembrare banale. Per me sicuramente la politica non è una parentesi nella vita delle persone, non è una carriera, non è un mestiere, non è nemmeno meramente un’attività istituzionale. La politica per me è un modo di stare al mondo, una scelta di impostazione della propria vita, che è una scelta di apertura all’altro, di ricerca e cammino per il bene comune, di tentativo di organizzare comunità. Ecco, la politica, se dovessimo dire, in parole semplici, che cos’è, l’ABC della politica, quella che molto spesso i giornali si dimenticano di raccontare. Ebbene, l’ABC della politica è l’organizzazione delle persone intorno a delle idee che per me sono idee di cambiamento, di progresso, di costruzione di modelli alternativi del vivere civile. Perché dico che molto spesso i media se ne dimenticano? Perché i media raccontano la politica come un’epopea individuale. Che cosa ha detto oggi la Piccolotti? Che cosa dice domani Donzelli? Che cosa dice quel ministro o l’altro? Dimenticando che gli individui, per come essi appaiono nello scenario della politica mediatizzata, non sono altro o non dovrebbero essere altro che espressioni di comunità che si organizzano dal basso. Non qualcosa che emerge nel deserto come una individualità che si auto impone, ma invece qualcosa che emerge da un lavoro collettivo portato avanti per anni, portato avanti nei territori, dentro le realtà sociali reali del paese. In qualche modo questo lo è anche oggi, al di là del racconto mediatizzato. Il problema che abbiamo davanti è che i partiti, che sono le realtà in cui le persone si organizzano, dovrebbero organizzarsi per fare politica, in questi anni sono stati molto indeboliti. In parte si sono indeboliti per aver fatto delle scelte sbagliate, per aver preferito, per l’appunto, investimento che è tutto esclusivamente sulla comunicazione esterna e non sulla costruzione della politica a livello di base. Si sono indeboliti perché sono stati travolti, naturalmente non tutti, ma da tanti scandali, da tante inchieste che i media hanno raccontato e che hanno mostrato un lato deteriore: la politica come potere, la politica come accaparramento di risorse che invece dovrebbero restare nello spazio tutelato del bene comune. Si sono indeboliti anche perché sono stati raccontati solo nella parte, appunto, che mostrava lo scandalo quando c’era. Non sono stati più raccontati come forze democratiche che organizzano le persone. Ecco, io vorrei che noi tornassimo alla radice, in qualche modo, che tornassimo persino ad Aristotele. L’essere umano è un animale politico, ha bisogno per la propria felicità di prendersi cura anche della felicità degli altri. Non esiste una felicità che possa essere raggiunta semplicemente a livello individuale, dentro l’isolamento. Una delle cose di Giussani che mi ha sempre colpito è stata l’aver individuato nella ricerca che nella centralità della felicità, uno dei motori dell’organizzazione collettiva delle persone. Ecco, io penso che in qualche modo anche culture molto diverse. È ovvio che io provenga da una cultura differente, per esempio da quella che anima questa bellissima iniziativa, però possono incontrarsi nell’idea, per l’appunto, che l’individualismo non è la soluzione ai problemi che abbiamo oggi davanti. Al contrario, la dimensione comunitaria, la dimensione sociale delle persone è il punto di partenza per trovare soluzioni innovative a problemi che ci trasciniamo da molti decenni, probabilmente anche da tempi più lunghi. In questo senso costruire con mattoni nuovi nel deserto non è possibile se non facendolo insieme, se non riconoscendo nel volto dell’altro, nella capacità degli altri di interrogarci e di chiamarci ad una collaborazione, la spinta che può mettere in campo elementi di innovazione. Ecco, questa forse è l’ultima cosa che ci tengo a dire, la creatività sociale. Anche qui noi siamo abituati a raccontare la società che abbiamo intorno solo come una lunga serie di imprese individuali. Quell’uomo ha avuto successo in questo campo, l’altro ha inventato questa cosa che ha rivoluzionato il mondo. Ci sono quelli che ce l’hanno fatta e ci sono i perdenti. Ogni volta la narrazione è questa. Ma questa è una narrazione falsa. Il mondo non funziona così. C’è una creatività sociale diffusa che nasce dallo stare insieme, dal pensare insieme, dal costruire insieme le soluzioni ai problemi e anche le esperienze individuali di successo sono sempre il frutto di un contesto culturale e sociale che evolve. Ecco, per me la politica è puntare su quella evoluzione, stimolarla, provare a portarla nelle istituzioni affinché diventi anche norma, legge, strumento operativo, dello Stato. Ma non dimenticare mai da dove si è partiti, cioè dal basso e dalle persone comuni.

NICOLA IMBERTI

Onorevole Donzelli.

GIOVANNI DONZELLI

Grazie, grazie ovviamente per l’invito. Io mi permetto anche di fare un ringraziamento aggiuntivo che è quello a tutti i volontari di questa festa e a chi questo evento e a chi lo mette in piedi, perché vedo quanto è grande, quanto è bella. Abituato a organizzare per mio ruolo gli eventi del mio partito, organizziamo Atreiu che rispetto a questo è un’unghietta. Io so quanto sacrificio, quanti volontari ci sono, quanto impegno nelle settimane, nei mesi precedenti ci vuole. So apprezzare lo sforzo di famiglie che hanno sacrificato o donato meglio che sacrificato, donato la propria estate, il proprio tempo, le proprie serate, le proprie ferie, so quanto vale e questo è anche sintomo di comunità vive perché e qui vengo a rispondere alla domanda sulla politica e mi permetto, non per essere sempre il bastian contrario, ma di non essere così convinto che ci sia la completa rassegnazione e il nichilismo e la rinuncia alla politica. Perché alla fine se la politica viene intesa come deve essere, come spinta ideale, come spinta verso la propria comunità, alla fine sapendo che siete e questo evento è volutamente apartitico, ma questa è politica e quando ci sono migliaia di persone che si dedicano come volontarie a realizzare un evento come questo, quando vedo bambini, ragazzi, anziani che stanno qui a animare un evento come questo, non si può essere qui a dire che la politica è morta perché la politica con la P maiuscola qui è viva e batte più che mai. Detto questo, provo a dire cos’è la politica in modo raffinato e poi lo dico come sono abituato in parolacce. In modo raffinato è secondo me intrapresa e comunità. Intrapresa dal verbo intraprendere, cioè prendere dentro, farsi carico di qualcosa che l’intraprendenza a volte viene presa come una cosa negativa, ma l’intrapresa, cioè farsi carico di quello che non va per provare a migliorarlo, sentirlo sulle proprie spalle, metterselo dentro e non lasciarselo scivolare via è la molla della politica. E l’altra molla è la comunità, perché non si fa per se stessi, si fa perché qualcosa non torna e si vuole cambiare, ma si vuole cambiare per gli altri. E quindi la politica è, secondo me, questo tentativo, è la migliore forma di volontariato, è il tentativo di cambiare le cose che non vanno per se stessi, ma soprattutto per gli altri. Intesa la politica così come slancio ideale è la cosa più bella che ci sia. Certo, poi è l’arte umana per cui in politica trovi quello che vuole la scorciatoia, quello che lo fa per interesse personale, quello che cerca solo la visibilità, quello che cerca di avere dei vantaggi, ma c’è dappertutto, c’è anche nelle riunioni di condominio, c’è in qualsiasi associazione. La politica rimane una cosa meravigliosa. Per me è una scelta di vita. Mi permetto di raccontarvi un episodio e poi vi racconto come ho iniziato a fare politica perché può aiutare a capire perché anche delle scelte ti cambiano la vita. Allora, io ero un dirigente del movimento giovanile, non avevo nessuna intenzione di fare politica nella mia vita. D’estate facevo l’animatore turistico, d’inverno studiavo per fare agraria tropicale, subtropicale, perché volevo andare a fare una, credevo in una cooperazione diversa da quella che vedevo, un po’ un piano Mattei ante-litteram e quindi avevo studiato agraria tropicale e subtropicale. L’ultimo mio desiderio alla politica, ma era fare politica come carriera, ma ero un dirigente del movimento giovanile. Mi chiama un’altra dirigente importante del movimento giovanile e mi dice “Guarda Giovanni, mi fai un piacere, mi vai a sostituire in Abruzzo che c’è questo evento e non riesco ad andare?”. Allora io prendo, chiamo quelli che erano i miei due migliori amici perché non avevo la macchina, uno aveva la macchina che era il responsabile degli Universitari di Firenze. Chiamo un’altra amica che era sempre con noi che era responsabile degli Universitari di Siena. Montiamo in macchina, andiamo in Abruzzo. Faccio l’intervento in Abruzzo, alla fine arriva una ragazzina, questa ragazzina un po’ impertinente, mi dice: “Bravo, hai fatto un bell’intervento”. “E non l’avrei mai detto con quella faccia buffa che hai”. Perché vi ho raccontato questo? Perché poi ci sono cose che ti cambiano la vita. Quella ragazzina poi è diventata mia moglie e la ragazza che mi aveva chiesto di andare a sostituirla oggi è presidente del Consiglio dei Ministri. Quindi a volte nella vita di ciascuno di noi, nella politica si creano, ti cambia la vita e è comunità anche da questo punto di vista. Io e Mauro Rotelli aveva i capelli quando l’ho conosciuto e sembra impossibile in prima fila qui e se qualcuno lo vede non ci crede che essi i capelli. Io ancora Malagola che saluto, registrato sul cellulare come CL lista aperta Lollo, perché l’ho conosciuto quando era il responsabile nazionale degli universitari di lista aperta. È questo ha un valore, è importante e questa la politica non può essere soltanto considerata come la gestione del fare. Perché ho iniziato a fare politica e come ho iniziato a fare politica? Brevemente io, famiglia di sinistra a Firenze, circondato da comunisti o quasi, massimo socialisti o democristiani di sinistra, mi avevano insegnato che c’era il bene da una parte che era la sinistra e tutto il male dall’altra.

Brevemente scoppia Tangentopoli e vedo che un solo partito politico non è coinvolto nelle tangenti, il movimento sociale. Scoppiano in quel momento le bombe e le stragi di mafia e scopro che Borsellino era stato da giovane rappresentante degli studenti del FUAN e quindi un giovane di destra e vedo i ragazzi del fronte della gioventù che sono ai funerali di Borsellino e fuori da Montecitorio a chiedere trasparenza nella politica. Allora inizio a chiedermi, forse non è così che c’è il male e il bene. Vedo Fini in televisione che mi innamoro perché mi sembrava dicesse esattamente quello che pensavo, ma continuo a dire io mi faccio gli affari miei. Arrivo all’università a lettere, perché inizialmente avevo fatto la scelta di lettere perché a 18-19 anni si è tutti un po’ confusi, e mi trovavo in un ambiente che non mi ci riconoscevo minimamente. Mi sembrava, con tutto il rispetto, Betta, mi sembrava un centro sociale a cielo aperto, era all’opposto di quello, non mi tornava nulla di quello che vedevo a lettere e ho incontrato una ragazza Rachele che era a fare i banchetti di lista aperta, anzi a quel punto erano gli student point del di Comunione e Liberazione e mi aiutava a capire dov’era l’aula, come si faceva sopravvivere a lettere a Firenze. E io mi sfogai, le dissi “Ma come si fa a sopportare tutto questo?” E lei mi disse “Semplice, non sopportarlo, impegnati per cambiarlo”. E lì ho capito, mi è nata una molla di cos’era la politica. Poi c’è stato il caso tre giorni dopo un convegno organizzato dal FUAN di Firenze che doveva parlare parlava Storace. Io andai per sentire Storace. Non m’ero reso conto che l’università era occupata. Andai da uno, gli chiesi scusa, ma il convegno del FUAN su Storace, una selva di cazzotti, calci, pugni, mi ritrovai per terra in condizioni pietose, fui tirato fuori fisicamente dai ragazzi del FUAN e due giorni dopo ero in sede, non sono mai uscito. Ma la molla a capire che volevo fare qualcosa per cambiare me l’ha data una ragazza dello Student Point che non so, probabilmente sarà anche qui al Meeting se ha continuato a far parte della vostra comunità che mi ha detto “Se non ti piace qualcosa La politica cos’è? Se non ti piace qualcosa cambialo.”

NICOLA IMBERTI

Marcos

MARCOS ZERBINI

Ho bisogno di leggere e voglio iniziare salutando a tutti e ringraziandovi per l’invito a partecipare a questo incontro. A dire il vero non ho mai pensato di entrare in politica. Molto presto mi sono unito al gruppo giovanile della parrocchia a cui appartenevo ed era un periodo in cui si parlava molto della teologia della liberazione e della opzione preferenziale per i poveri. Con alcuni amici abbiamo iniziato a insegnare alfabetizzazione agli adulti in una favela vicino alla parrocchia e a poco a poco abbiamo stretto l’amicizia con le persone che vi vivevano lì. Non erano i poveri, ma il signor Gaetano, il signor Gonzalo, la signora Maria Josè e molti altri amici che abbiamo incontrato e in cui ci siamo avvicinati. La favela si trovava su un terreno privato. Il proprietario si è rivolto al tribunale per far espellere le famiglie e reclamare la proprietà. Eravamo preoccupati, siamo andati a trovare un prete locale che lavorava nelle favelas, padre Patrick Clark, è diventato un altro grande amico e mi ha invitato a lavorare con lui nel movimento difesa dei Favelados che operava in più di 30 favelas della regione. Lasciai il mio lavoro di elettricista in un’azienda e andai a lavorare come operatore pastorale guadagnando il 10% di quello che guadagnavo prima. I miei genitori volevano uccidermi, ma ero felice di fare ciò che il mio cuore desiderava. Abbandonai il mio sogno di diventare ingegnere e mi iscrissi a giurisprudenza per contribuire alla operazione di reintegrazione di possesso che alcune di queste favela stavano affrontando. Negli anni del 1986 la Conferenza Episcopale del Brasile lanciò lo slogan Terra di Dio, terra di fratelli. Come motto della campagna della fraternità e tutta la Chiesa si impegnò nella questione della terra e dell’edilizia abitativa. Un avvocato che era consulente del movimento de defesa dos favelados mi invitò a fare un tirocinio presso l’Associação de Defesa da Habitação e attraversai la città di San Paolo per fare questo tirocinio e contribuire all’avvio dei movimenti per l’edilizia abitativa in quest’altra regione. E fu allora che incontrai Cleuza che condivideva il mio ideale di aiutare le persone ad avere una casa. Due anni dopo diventò mia moglie e insieme fondammo l’Associação dos Trabalhadores Sem Terra di San Paolo. A differenza di altri movimenti per l’edilizia popolare che sostenevano l’invasione di terreni all’epoca abbiamo iniziato un esperimento rivoluzionario, organizzare le famiglie e invece di invadere acquistare collettivamente vaste aree di terreno per creare complessi di edilizia popolare. Acquistammo rapidamente molti lotti e ogni famiglia pagò circa il 10% del costo di un lotto nella stessa area. Pensavamo di aver scoperto una formula magica perché i terreni erano così economici. Ma quando ci rivolgemmo al governo per costruire infrastrutture in questo nuovo quartiere scoprimmo che i costruttori edilizi erano tenuti a pagare per queste infrastrutture e questo era molto costoso. La lotta per la terra è diventata lotta per le infrastrutture e per questo avevamo bisogno della politica. Per 12 anni abbiamo contribuito a eleggere consiglieri comunali e deputati dello Stato che promettevano di contribuire alla realizzazione di queste infrastrutture, ma sono scomparsi dopo le elezioni. Nel 2000 durante un’assemblea un membro ha detto: “Perché non presentiamo un nostro candidato invece di sostenere persone esterne che poi scompaiono?”. Dopo multe discussioni si è deciso in un’assemblea che l’associazione avrebbe dovuto avere un proprio candidato e che quel candidato sarei stato io. È stato molto difficile per me perché non avevamo le risorse per condurre una campagna elettorale ed ero imbarazzato a chiedere i voti, ma alla fine sono stato eletto. E dopo due anni tutte le nostre aree avevano già progetti infrastrutturali in corso. Ho contribuito a creare leggi che consentivano al governo di realizzare questi progetti in quartieri di edilizia sociale purché non avesse fini di lucro. Oggi abbiamo quasi 40.000 famiglie che possiedono terreni più di 26.000 già hanno costruito e vivono nelle loro case e più di 10.000 famiglie senza terra partecipano alle riunioni per ottenere il proprio lotto. Sono stato consigliere comunale di San Paolo due volte e deputato dello Stato quattro volte. Abbiamo eletto per la terza volta un amico dell’associazione a consigliere comunale di San Paolo. Per due anni sono stato rappresentante del sindaco in una zona della città che ospita 480.000 persone. Abbiamo contribuito a creare innumerevoli leggi che si sono diffuse in tutti il Brasile e hanno aiutato migliaia di persone a trovare un alloggio e a vivere dignitosamente. Ho visto molto brave persone entrare in politica e barattare i propri ideali con il potere e le ideologie. Brave persone che hanno perso la strada lungo il cammino. Tuttavia credo che sia possibile vivere la politica mantenendo vivo l’ideale, ma per farlo hai bisogno di una compagnia. Ho avuto la grazia di incontrare lungo il cammino per primo Cleuza, un dono che Dio mi ha dato per costruire le strade della mia vita, la mia compagnia preferita. Contrariamente a quanto spesso si dice e che l’amore svanisce nel matrimonio, l’amore per Cleuza si rafforza ogni giorno. In seguito Dio mi ha dato innumerevoli altri compagni di cammino senza i quali non avremmo contribuito a trasformare la vita di così tante persone e per pura misericordia ci ha fatto incontrare don Giussani, gli amici di Comunione e Liberazione, gli amici della Compagnia delle Opere. Molti giorni mi sveglio con una letizia indescrivibile, con mille problemi e difficoltà da affrontare, ma con la certezza di essere amato da qualcuno che prima ancora che il mondo esistesse contava ogni singolo capello della mia testa. Per questo per me la politica è stata e continua a essere uno strumento per costruire il bene comune, non in senso generico, ma concretamente nella vita delle persone che mi sono state affidate, persone che hanno avuto fiducia in me e mi hanno affidato la responsabilità di rappresentarle in Parlamento.

NICOLA IMBERTI

Prima di farvi un’altra domanda e per par condicio, onorevole Piccolotti, ci deve dire anche lei perché ha iniziato a fare politica.

ELISABETTA PICCOLOTTI

Allora, io non volevo raccontare la mia storia individuale perché rifuggo un po’ da queste forme, ma io ho cominciato a fare politica che avevo 16 anni a scuola perché mi sembrava che la scuola nonostante tante forme anche di integrazione che si costruivano dentro il percorso dell’istruzione coltivasse anche tante ingiustizie. Non eravamo tutti uguali. C’era chi poteva venire in gita e chi non poteva venirci, chi poteva permettersi i libri e chi non poteva permetterseli. E ho sempre pensato che l’ingiustizia fosse il nemico da combattere. Ho cominciato a scuola e poi sono andata avanti. L’impegno principale per me è stato l’impegno pacifista. Non scorderò mai che uno dei primi volantini che ho dato in giro per la città era un volantino contro la guerra in Kosovo e dicevamo bisogna fermare le bombe: No alle bombe. Venne da me una persona, io avevo appunto solo 16 anni, militarista e mi disse “Ah, questo volantino te lo tolgo di mano, la bomba la dobbiamo mettere sotto casa tua”. Io rimasi molto colpita dalla violenza del dibattito politico. Per me la politica non è lotta fra fazioni. Io non ho mai pensato, nonostante tu possa immaginare che i ragazzi della destra della mia città non mi facessero molto piacere dal punto di vista dei modi e delle pratiche, ma io non ho mai immaginato che la politica fosse combattere l’altra parte politica. Per me la politica era ottenere gli spazi sociali, ottenere i contributi per mandare in gita chi non poteva permettersi, provare a cambiare le politiche sull’ambiente, fermare le bombe, è sempre stata qualcosa che intendevo costruire insieme agli altri e poi non ho mai più smesso. Fuori e dentro le istituzioni. Ecco, una cosa che non sopporto è quando sento qualcuno dire “Vabbè, ma io poi smetto di fare politica” oppure “sono sceso in politica”. Come se la politica fosse una parentesi nella vita, un’attività a cui ti dedichi per un tempo X. Per me la politica è la vita. Io non smetterò mai, anche quando non farò più la parlamentare, di frequentare i luoghi della politica in cui le persone si organizzano per cambiare le cose, perché penso che senza politica non c’è democrazia e senza democrazia c’è solo ingiustizia sociale, esclusione, autoritarismo, cioè tutto quello che fortunatamente nel ’45 ci siamo lasciati alle spalle.

NICOLA IMBERTI

E mi viene in mente, sentendovi uno slogan che forse qualcuno qui ricorderà di qualche anno fa, che diceva che la prima politica è vivere e nelle vostre testimonianze mi sembra che questo emerga in maniera evidente, cioè tutti in qualche modo avete detto che come moto iniziale non c’è mai non c’era quello di fare politica come la immaginiamo, cioè come candidarsi, essere eletti, gestire il potere e tutto quanto, ma c’era questo modo ideale, questo interesse per l’altro. Allora dico, se questa è l’esperienza che voi vivete, perché poi, e chiedo anche a Marcos se è così in Brasile la realtà, quello che noi vediamo, forse in un momento particolare della politica che però è un momento importante perché è quello delle elezioni, ci dimostra così tanta disaffezione, così tanta delusione. Sentiamo spesso raccontare “però tanto è inutile che ascoltiamo i politici perché sono tutti uguali, tanto le promesse rimarranno tali, non ci crediamo più”. Perché è così tanto…, se la politica è una cosa così bella, così come la raccontate voi, che coinvolgente e capace di muovere, voi giustamente avete prima onorevole Donzelli diceva questo luogo è un luogo di politica perché ci sono tante persone che si impegnano per un ideale, per cambiare delle cose e quindi la politica non è solo quella dei parlamentari e dei talk show serali. Ma perché quindi facciamo così, cioè i cittadini fanno così fatica a percepire questa bellezza? Marcos, anzitutto ti chiedo, è così anche in Brasile? C’è questa disaffezione?

MARCOS ZARBINI

Più o meno. Incontro molto spesso le persone che rappresento e per la maggior parte di loro la politica è una cosa concreta e la seguono perché mi riconoscono l’importanza nella loro vite. Tuttavia in generale le persone in Brasile non amano la politica e non ci impegnano con i politici. Negli ultimi due anni sto vivendo una nuova esperienza in politica. Come rappresentante del sindaco di una regione di San Paolo sto riscoprendo e per la prima volta un incarico nell’esecutivo e ho iniziato a capire il motivo di questa distanza. I politici avvertono un senso di distanza perché non vogliono essere ritenuti sempre responsabili dei problemi che ci sono e hanno difficoltà ad affrontare le critiche. Le persone vedono i politici come distanti e questo rende molto difficile per loro impegnarsi in politica. Quando ho assunto la guida di questa regione della città ho iniziato a organizzare incontri mensili con i leader di quartieri e rappresentanti di associazioni e organizzazioni. In primo luogo per fare il punto della situazione, discutere le sfide e i limiti che incontravano e poi chiedere suggerimenti su cosa potevamo fare per migliorare i servizi dove investire le risorse che arrivavano alla nostra regione e a cosa dare priorità perché non avevamo risorse per tutto. All’inizio è stato difficile perché c’erano molte critiche e disinformazioni, ma gradualmente abbiamo creato una dinamica di dialogo che si è rivelata molto utili, poiché questi leader mi hanno aiutato molto a riconoscere i problemi della regione e a trovare i modi per affrontarli. Ho imparato molto da loro. D’altra parte loro hanno gradualmente capito come funziona il settore pubblico e sono diventati più precisi e comprensivi nelle loro richieste. È impressionante perché oggi siamo amici e ci aiutiamo a vicenda e gestisco meglio con il loro aiuto e le critiche ci sono trasformate in dialogo. Posizioni politiche diverse, politiche diverse, ma con un obiettivo comune: cercare il meglio per le persone che vivono nella regione. La posizione più comoda sarebbe quella di proteggermi, di rendere difficile per le persone contattarmi, che è ciò che la maggior parte dei politici finisce per fare, ma sa bene che sarebbe faticoso; è molto più interessante accettare questa diversità di posizioni perché mi permette di imparare, rende la dinamica della politica molto più ricchi e vivace. Ho imparato da don Giussani che l’altro è un bene per me e lo vedo quotidianamente nei miei rapporti con le persone. Credo che se i politici saranno più aperti a questo dialogo, le persone inizieranno a impegnarsi sempre di più nella politica e alla fine tutti ne usciranno vincitori. Scusa, ma veramente è molto bello fare dialogo con le persone in forma aperta, sentire, parlare. È molto bello.

NICOLA IMBERTI

Onorevole Piccolotti, perché è così difficile trasmettere questa bellezza che voi vivete o dite di vivere, quindi però non ho motivo per pensare che non sia così.

ELISABETTA PICCOLOTTI

È difficile comunicare questa bellezza perché questa bellezza non fa dibattito politico, non è ciò di cui parliamo ogni giorno, non fa notizia, come si dice in gergo. La comunicazione politica mette in campo degli elementi di costruzione del nemico che non facilitano la messa a fuoco della realtà per come si dà socialmente. Ci torno su questo tema del nemico perché mi sembra un tema della modernità che a me mette molta angoscia. I ragazzi dei centri sociali vengono rappresentati come dei ragazzi privi di qualsiasi ideale, privi di qualsiasi capacità di relazionarsi con la società, un po’ come dei mostri, un po’ come dei criminali. La realtà dei centri sociali italiani invece è tutt’altro. Questi giorni è stato sgombrato il Leoncavallo che da 30 anni offriva a persone che non hanno la capacità economica per poterselo permettere, uno spazio per incontrarsi, per dibattere, per discutere, per fare musica, per fare arte. Ecco, tutto questo è stato cancellato con un colpo di spugna perché si è dipinto quei ragazzi come dei criminali e data la priorità alla speculazione edilizia. Ma posso andare avanti. Dipingere i migranti come nemici, come delinquenti, come criminali significa generalizzare e affibbiare ad un’intera categoria di persone caratteristiche che non riguardano l’intera categoria di persone. In questa bellissima iniziativa c’è una mostra su Giannini, un italiano che in America ha costruito la grande esperienza di Bank of America. All’inizio era un italiano di una famiglia di migranti e quello che in America dicevano dei migranti italiani, basta andarsi a rivedere le relazioni della polizia di Ellis Island, è che eravamo sporchi, puzzolenti, delinquenti, che maltrattavamo le donne, un po’ quello che oggi si dice dei migranti qui in Italia. Allora, a me fa paura che la politica abbia sempre bisogno di costruire un nemico, di criminalizzare qualcun altro. Invece quello che dovremmo fare è aprirci alle loro storie, farcele raccontare perché sono storie di vita per la stragrande maggioranza. È evidente che ci sarà qualcuno che delinque, come c’è in tutti i settori del vivere civile. C’è dappertutto. Per quello c’è la legge, c’è la giustizia, c’è la necessità di produrre anche una lotta alla criminalità, soprattutto quando è organizzata, perché è la criminalità organizzata, la mafia è il grande problema di questo paese. Ma vale anche per la mini microcriminalità. Ma quello che stiamo facendo invece è chiudere il paese in tanti compartimenti stagni in cui si impedisce il dialogo, si impedisce il riconoscimento dei problemi degli altri e si aumenta il tasso di violenza sociale. Ecco, io penso che questo tasso di violenza sociale oggi è diventato intollerabile, è diventato un problema perché lo vediamo per strada in metropolitana, capiterà anche a voi, a me capita spesso purtroppo di vedere atti e gesti di intolleranza. Ecco, credo quindi che dobbiamo tornare alla politica come incontro fra diversi, come comprensione della realtà sociale nella modalità in cui essa si esplica realmente. Quando una persona arriva qui e subisce una quantità infinita di discriminazioni, faccio un esempio che riguarda una categoria che è stata accolta dal paese anche con molta capacità di integrazione e molta solidarietà. Le persone ucraine. A me è capitato di ospitare a casa mia due donne ucraine. Quando hanno trovato lavoro e dovevano affittare un appartamento. È stata un’odissea perché nessuno voleva affittare un appartamento ad un migrante, ad uno straniero. È stato difficilissimo e questo è il frutto di un clima che c’è in questo Paese che questo paese non merita, merita invece di poter guardare avanti, di dare a tutti l’opportunità di contribuire alla crescita della nostra civiltà che è condivisa, che è spazio di incontro fra diversi ed è spazio di sviluppo dell’umanità nella sua accezione più vera. O facciamo questo salto oppure io penso che entreremo in una fase buia della nostra storia che abbrutisce anche quelli che dividono, talmente tanto da farci smarrire la via democratica, tanto che ormai si comincia a parlare di post-democrazia, perché c’è qualcuno che nella democrazia è incluso e qualcuno che invece è fatalmente sempre escluso e ricacciato fuori dai confini della cittadinanza.

NICOLA IMBERTI

Donzelli

GIOVANNI DONZELLI

Allora, ho promesso di non fare un talk show e quindi cercherò di mordermi le labbra. Cos’è, perché c’è disaffezione dalla politica? Per vari motivi. Il primo perché dipende sicuramente anche dalla comunicazione, si diceva prima un tempo, quando c’era a fare politica i nostri zii, le generazioni precedenti, nella prima repubblica probabilmente avevano, era più importante studiare una legge o studiare l’intervento che facevi in Parlamento o approfondire per quando facevi il comizio in piazza piuttosto che rispondere brevemente sui social perché non c’erano i social, avevi il tempo di leggere, studiare, approfondire. Oggi la comunicazione, la velocità della comunicazione rischiano di banalizzare il messaggio. Se devi dirlo con tre parole e subito non hai il tempo di approfondire e se non approfondisci non arrivi a capire quelle che sono le cause che hanno realizzato un problema perché, come voi mi insegnate, se devi risolvere un problema non affronti il problema. Se lo vuoi risolvere davvero devi comprendere le motivazioni di chi deve di chi deve affrontare il problema e quindi non la velocità impedisce tutto questo e quindi questo allontana dalla politica quotidiana. Sicuramente c’è un aspetto anche di rassegnazione da parte dei cittadini perché troppe volte la politica non è stata decidente. Troppe volte gli italiani votavano e poi a prescindere dal voto andava a governare qualcuno che non era stato votato o comunque le cose fatte dopo dal governo non erano quelle per cui le persone si erano impegnate in campagna elettorale. Allora giuro che non voglio fare un talk show, ma alcune risposte le devo a me stesso. Io credo che il modo migliore per riavvicinare gli italiani alla politica sia fare quello che abbiamo promesso in campagna elettorale per cui ci hanno votato. E se abbiamo promesso che i centri sociali, noi avremmo garantito la legalità. È giusto garantire la legalità perché, attenzione, lunga vita non criminalizzo i ragazzi che decidono di impegnarsi nella socialità, di fare doposcuola i bambini, che decidono di fare concerti la sera per togliere dalle periferie i ragazzi che stanno su un muretto, i ragazzi che si impegnano per dei valori diversissimi dai miei, ma stanno rinunciando all’individualismo per una battaglia comune. Hanno la mia hanno il mio apprezzamento, anche se non condivido nulla. Quello che mi chiedo è se vuoi fare il concerto, il doposcuola per i bambini, l’attività sociale e hai tutto questo consenso, fai una colletta e pagati l’affitto, non hai bisogno di occupare abusivamente, banalmente io e l’abbiamo promesso, lo realizziamo. E attenzione, abbiamo promesso e realizziamo la lotta agli scafisti, non perché ce l’abbiamo con gli immigrati, anzi, siamo il governo che ha aperto flussi regolari più di tutti gli ultimi governi, perché chi viene qui regolarmente ben venga, ne abbiamo bisogno, una necessità, ma nessuno mi leverà dalla testa che lo scafista non fa salire sulla barca chi ha più bisogno, fa salire sulla barca chi lo paga di più. E noi abbiamo promesso agli italiani che avremmo fatto la lotta agli scafisti e cerchiamo di fare la lotta agli scafisti. Tu fai bene a fare opposizione, a dire che sbagliamo tutto, che non è così, è giusto, è bello, è la democrazia, è il sale di tutto ciò. Ma qual era il problema fino ora in politica? Che i partiti dicevano una cosa in campagna elettorale e poi andava al governo e facevano l’opposto. Io non so e moltissimi possono non essere d’accordo con quello che facciamo. È giusto così. Ben venga quando fra un anno e mezzo finirà la legislatura ci valuteranno per quello che abbiamo fatto, ma noi sentiamo il dovere di fare esattamente quello che abbiamo promesso. Perché se facciamo quello che abbiamo promesso, chi non ci ha votato perché non condivideva quello che abbiamo promesso, sarà più motivato ad andare alle urne per impedire che noi si torni al governo perché abbiamo realizzato quello che non vuole che si realizzi in Italia. Chi vuole che si realizzi ancora quello che abbiamo fatto andrà alle urne per votare noi per continuare a farcelo fare. È giusto che non tutti la pensino come noi e ben venga. Non dico che tutti la devono pensare come noi, anzi la democrazia e il sale che ci siano. Anzi più farete sentire un’opinione diversa, più gli italiani andranno alle urne. Il problema qual è stato? Che tante volte si votava dicendo alcune cose e poi si facevano dei governi che nessuno sapeva da dove nascevano e facevano cose che nessuno sapeva perché venivano fatte. Siccome per me la politica è trasformare le idee in azioni, uno deve avere una forte tensione ideale che per fortuna non è più quella degli anni ’70 perché quella forte passione ideale negli anni ’70 portava a morire per strada ragazzi di destra e di sinistra e quindi ben venga che non ci sia la violenza dietro alla tensione ideale, ma è giusto che nel realizzare le cose concrete ci sia un po’ di coerenza e lo dico davanti a Betta Piccolotti con la serenità di sapere che il suo partito è un partito che della coerenza ne ha fatto una bandiera esattamente come l’ha fatta Fratelli d’Italia, perché quando c’era da stare all’opposizione stavano all’opposizione se era scomodo. Quando c’era da dire di no dicevano di no. Lei ricordava della guerra in Kosovo se non sbaglio. La una parte della sinistra fece cadere D’Alema che era il governo per quella guerra con la massima coerenza per questo. Quindi non era una critica a lei, ma credo che la coerenza e il mantenimento della parola data sia il miglior modo per far riavvicinare gli italiani all’Europa. La disaffezione alla politica però non è solo questo, non è solo, non si misura solo nelle urne, si misura con la mancanza di partecipazione. Lungi da me citare Gaber, ma la politica è partecipazione ed è fondamentale questo aspetto che invece tanti giovani nel mondo del volontariato stanno vivendo. Vivono una forma diversa della politica. I nostri genitori facevano politica facendo i cortei, i giovani di oggi fanno politica facendo volontariato. Non mi permetto di giudicare e dire cosa è meglio e cosa è peggio, però non diciamo che non c’è questa spinta verso l’altro perché c’è una gioventù molto migliore di quella che si racconta che deve essere incoraggiata, che è la speranza del futuro di questa nazione anche se non entra in una sezione di partito. Sta ai partiti riuscire a dare quella tensione ideale nelle risposte che consente riavvicinarli anche a credere nuovamente nella politica.

NICOLA IMBERTI

Ci sarebbero tante cose da dire, però temo che purtroppo il tempo a nostra disposizione è terminato e io dico che forse siamo un po’ scivolati dove non volevamo scivolare nella parte finale del nostro incontro, ma chiaramente può accadere, però mi sembra che alcune delle cose che avete detto possano essere come fissate in maniera importante per capire che appunto non siamo in un luogo deserto, ma come dice il titolo del Meeting si sta provando a costruire con mattoni nuovi. Quello che avete raccontato è sicuramente anche un modo diverso di raccontare la politica che noi spesso viviamo, come il momento elettorale, il momento del dibattito parlamentare che c’è, che esiste, ma fuori dal palazzo, fuori dalle aule del Parlamento c’è tanta politica, c’è e questo secondo me è la cosa interessante che voi avete provato a raccontare, che appunto non possiamo vivere la politica solo delegando ai nostri parlamentari, ai nostri deputati questo compito, ma ognuno lì dov’è, per come può, per le possibilità che ha, può costruire con mattoni nuovi e contribuire a realizzare quella che secondo me, lo dico da osservatore, è buona politica. Non è non è non politica, ma buona politica. Quindi vi ringrazio, vi ringrazio per questa ora che abbiamo trascorso insieme e ricordo a tutti che volendo potete donare per il Meeting perché appunto poi la buona politica va anche sostenuta economicamente, quindi vi invito a farlo.

Data

25 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Sala Gruppo FS C2
Categoria
Incontri