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LA FRATERNITÀ RADICE DELL’UMANO. PROPOSTE PER RICUCIRE IL PAESE
In diretta sui canali digitali di Famiglia Cristiana
In collaborazione con Comunità di Connessioni e Fondazione per la Sussidiarietà
Chiara Alvisi, dottoranda in economia politica; Paolo Bonini, ricercatore di diritto costituzionale e pubblico; Ciro Cafiero, avvocato giuslavorista; Rosalba Famà, ricercatrice in diritto europeo; Giovanni Mulazzani, Fondazione per la Sussidiarietà; Luca Santoro, ricercatore in ingegneria meccanica. Introduce Francesco Occhetta, segretario generale Fondazione Fratelli tutti. Modera Francesca Carenzi, consulente di comunicazione
“C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza.” Questo l’invito fatto da Papa Francesco nell’enciclica “Fratelli tutti”. Nell’epoca dell’individualismo, in cui ciascuno è sempre più solo o chiuso nell’orizzonte di appartenenza, occorre riscoprire la componente relazionale della persona. I giovani dell’associazione Comunità di Connessioni, insieme alla Fondazione per la Sussidiarietà, presentano alcune proposte di riforma sociale e politica per ricostruire il paese che hanno all’origine il paradigma della fraternità, la persona nella sua dimensione relazionale originaria.
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FRANCESCA CARENZI
Bene, buongiorno a tutti, buongiorno a tutte e bentrovati a questo primo incontro del ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà in questa 46ª edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli. Vi ringrazio per essere qui e ringrazio anche i relatori con cui dialogheremo questa mattina per il tempo che ci stanno dedicando. L’evento intitolato “La fraternità, radice dell’umano, proposte per ricucire il paese”, è organizzato insieme all’associazione Comunità di Connessioni che abbiamo provato a raccontarvi, per chi non la conoscesse, nel video che abbiamo appena visto. Connessioni da circa 15 anni eroga formazione gratuita per i giovani sui temi dell’attualità politica del paese. Non è la prima volta che la Fondazione per la Sussidiarietà e Connessioni si trovano qui al Meeting insieme. Infatti 2 anni fa era stato organizzato un primo incontro sul rapporto tra fraternità e politica. Oggi vogliamo fare però un passo in più e vogliamo provare a calare il paradigma della fraternità in delle proposte, in realtà concrete. Per questo, come prima cosa, lascio la parola a Padre Francesco Occhetta, che di Connessioni è il fondatore e il coordinatore, chiedendogli di aiutarci a capire di che cosa parliamo quando parliamo di fraternità.
PADRE FRANCESCO OCCHETTA
Anzitutto grazie dell’invito. Volevo ringraziare in maniera speciale gli organizzatori del Meeting, ma anche il professor Vittadini con cui mi lega un’amicizia profonda ed è un mentore per me, in questi anni mi ha sempre molto aiutato. Ed è un’esperienza di fraternità quella che io vivo anche con voi. La fraternità significa rinascere accanto a un altro. La frase di Eliot che quest’anno è stata scelta dal Meeting è una frase importante perché nel deserto la persona si ritrova, si ascolta, fa discernimento e attraversa quelle tentazioni umane che vive la vita personale e la vita sociale. Il Signore è stato tentato nelle dimensioni del potere, dell’avere e dell’apparire, che sono i grandi temi su cui scivola la vita politica. Allora, quale potrebbe essere il rimedio di riporre, come ha chiesto il Papa Francesco al mondo e anche il presidente Mattarella in maniera più sfumata, ma in maniera molto forte, il principio di fraternità per dare forza e vigore ai due principi che invece da soli hanno fatto nascere un capitalismo che ci sta consumando (il professor Vittadini ha scritto sul Sole 24 ore esattamente questo) e uno dei sistemi socialisti che invece hanno esasperato l’uguaglianza e l’hanno posta a una pariteticità senza rispettare i doni che ciascuno ha. Il principio di fraternità invece che, come scrive il presidente Mattarella, è lo spirito autentico della Repubblica necessario per ricostruire il paese. Lo ha detto nel 2000 nel discorso di fine d’anno e Papa Francesco nello stesso anno, nell’ottobre, quindi due mesi prima, ha chiesto al mondo di ripensare il principio di fraternità a partire da che cosa ci rende umani. Perché se oggi noi ammazziamo bambini a Gaza o comunque abbiamo i disordini che abbiamo nel mondo è perché la dimensione dell’umanità non c’è, l’abbiamo sospesa e la nostra coscienza non riesce più a distinguere il bene dal male. Per cui noi che cosa siamo qui a proporvi insieme alla Fondazione della Sussidiarietà? Tre grandi proposte. La prima è quella di ritornare a una grande stagione di formazione su questo paradigma perché questo paradigma ha fatto nascere la nostra Costituzione, ha fatto nascere la dichiarazione dei diritti umani. Yunus in Bangladesh ha rivoluzionato il suo paese. Mandela è uscito dalla crisi del Sudafrica e la Colombia ha potuto sospendere la guerra civile che per 60 anni ha abitato quella terra. Il principio di fraternità noi lo possiamo chiamare principio di relazionalità, intelligenza relazionale, ma è comunque sempre avere l’altro per potermi riconoscere. Questo è il punto. È un principio anche molto laico. Gli illuministi l’avevano pensato e poi l’avevano tradito, se ci pensate. Dunque, la Chiesa non dice nulla di nuovo, ma per fare questo noi dobbiamo tornare al senso dell’umano. E il senso dell’umano è chiederci che cosa ci rende umani insieme oggi. Ma lo dobbiamo fare insieme perché la fraternità non è istintiva, è culturale, la dobbiamo scegliere. Allora dobbiamo creare una grande alleanza tra noi, e siamo qui per questo, inclusiva, fatta di esperienze diverse, ma che guardano tutti allo stesso orizzonte, perché questo orizzonte può fare rinascere quello che c’era prima e che è stato sospeso. Primo. Secondo, abbiamo bisogno di comunità pensanti perché se siamo usciti dalla seconda guerra mondiale è perché comunità pensanti avevano pensato il futuro e noi siamo qui a pensare il futuro per poter uscire dalle guerre e per poter uscire da una dimensione di ingiustizia che governano anche i nostri modi di vivere, di lavorare, di stare insieme a livello sociale e politico. E poi la terza dimensione è partire da parole, perché il mondo è scolpito da parole. Se noi usiamo alcune parole e non altre, noi creiamo mondi che nascono da queste parole. Abbiamo fatto insieme al professor Vittadini e a tanti ragazzi, io chiamo ragazzi ma sono professori universitari di Connessioni, un dizionario, hanno concorso premi Nobel per dichiarare, per formulare che ci sono delle parole che ci rendono fraterni. E allora questa dimensione, questo modello che noi vogliamo proporre è un modello per tutti. Noi ci ritroviamo nella Chiesa del Gesù, che è la chiesa madre dei gesuiti, della Compagnia di Gesù, per i nostri incontri di formazione. Abbiamo un sito, abbiamo anche la possibilità, scriviamo, abbiamo anche la possibilità ogni mese di avere una formazione continua e quello che noi vi proponiamo è un modello, un metodo, un metodo fatto di persone che è una comunità. Chiudo dicendo questo, chi ascolterete parlare, al di là delle cose importanti che vi diranno, perché sono molto competenti, io li ho visti crescere, sono passati 12 anni, 14 anni per alcuni, 16 per altri e sono persone che sono formate a livello spirituale, a livello di competenza, scommettono su una comunità e offrono al paese per amore questa esperienza e aspettiamo anche voi. Auguri a tutti.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Bene, grazie Padre Francesco. Prima di salire sul palco stavamo parlando con i relatori per capire insieme qual è stata la genesi dei contenuti che sentirete oggi. E per tutti i relatori è stato fondamentale riflettere sul titolo del Meeting: “Nei luoghi deserti ricostruiremo con mattoni nuovi”, perché ci si è resi conto che di luoghi deserti ce ne sono moltissimi. I primi che vengono in mente sono, guardando la situazione internazionale e geopolitica, leggendo le notizie e vedendo le atrocità a cui l’umano sta arrivando nelle tante guerre che sono in corso, sono evidenti. Però ci sono anche tanti deserti, magari meno eclatanti, che stanno e abitano i mondi che ciascuno di noi vive quotidianamente e quindi per i nostri relatori in primis la ricerca e il lavoro e quindi si è voluto provare a portare dei mattoni nuovi che costruiscano all’interno di questi mondi, quindi ricerca e competenze. Questa mattina vorrei iniziare il dialogo con Rosalba Famà che è ricercatrice di diritto europeo e che conosce molto bene la storia e i meccanismi che governano la nostra Unione. Partendo da un dato di realtà, che nell’ultimo periodo l’immagine dell’Europa che emerge dai giornali, dalle notizie, dal racconto pubblico non è un’Europa forte, è un’Europa che fa fatica a trovare una coesione interna e una postura coerente in politica estera, si potrebbe dire un momento di impasse dell’Europa. Quindi chiedo alla dottoressa Famà: è così? È effettivamente questo il momento che l’Europa sta vivendo?
ROSALBA FAMÀ
Grazie, Francesca, per questa domanda così importante. Buongiorno a tutte e tutti. Siamo in un momento, l’Europa, così come nel mondo, molto complesso, molto delicato. C’è questa frase che dice che ci sono decenni in cui non accade nulla e poi ci sono settimane in cui accadono decenni. Potremmo dire che ci troviamo esattamente in quella fase lì, in cui veramente ogni giorno, osservando quello che accade e anche un po’ provando ad analizzarlo, si fa fatica proprio perché c’è così tanto. Quello da cui vorrei partire è proprio questa analisi. Il fatto che a partire dalla pandemia in poi tutta una serie di pilastri su cui l’Unione Europea aveva fondato il suo benessere economico e sociale sono pian piano andati a sgretolarsi e questo lo osserviamo. Pensiamo al clima di cooperazione internazionale in cui eravamo nel 2015 quando veniva siglato l’accordo di Parigi con cui i paesi a livello mondiale si impegnavano per ridurre le emissioni di CO2 e salvaguardare il pianeta. Oggi non c’è più quella cooperazione, siamo in un clima di competizione. Se ci pensiamo, una competizione sempre più muscolare che va dai dazi, ma va anche nella guerra, purtroppo. Chiaramente il modello su cui l’Unione si è fondato, che è quello di cooperazione e commercio internazionale, viene in qualche modo a sgretolarsi. Pensiamo all’energia, l’energia che fino alla guerra con l’Ucraina compravamo dalla Federazione Russa, che aiutava le nostre imprese a basso costo a foraggiare quella che è l’industria, quindi anche l’indotto economico. Invece le sanzioni che abbiamo applicato chiaramente hanno un costo anche economico che le nostre società, noi come cittadini, come taxpayer diremmo in inglese, stiamo in qualche modo sostenendo, di questa scelta radicale che stiamo facendo anche nel sostenere il paese aggredito, ma ancora più in generale potremmo dire la pace stessa. Io ho un nonno anziano che ha 89 anni, da poco ne farà 90, e lui c’è una cosa che non c’è momento a pranzo, a cena, in cui siamo insieme in cui mi ricorda quanto era brutta la guerra. Questo ricordo, secondo me, ci richiama a questa responsabilità collettiva. Il fatto che abbiamo vissuto decenni di pace grazie anche alla costruzione dell’Unione Europea che, se pensiamo alle parole di Schuman del ’50, la dichiarazione del 9 maggio diceva proprio che la pace mondiale poteva essere costruita solo con sforzi creativi. Questo sforzo creativo è consistito, nel nostro caso, parlo dell’Unione Europea, nel creare un mercato interno di carbone e acciaio inizialmente, due prodotti che erano proprio quei prodotti essenziali per farsi la guerra reciprocamente. Quindi era: mettiamo in comune queste risorse, creiamo un mercato interno di queste risorse e vedremo che la guerra non si realizzerà più perché o è proprio materialmente impossibile oppure sarà economicamente molto svantaggioso. Questa idea, questo pensiero creativo ci ha condotto e ci ha regalato questi decenni di pace. A questo volevo aggiungere riferimento alla sfida che lanciava Francesca qualche secondo fa, il fatto che chiaramente venendo meno questi pilastri, ci troviamo in un momento in cui c’è un cambiamento in corso. Si potrebbe definire questo un interregno, dove un’epoca sta giungendo al suo tramonto, una nuova epoca si sta per affermare, ma ancora in qualche modo si fa fatica a vedere i confini di questo nuovo ordine globale, anche come lo hanno chiamato i nostri leader qualche giorno fa quando si sono incontrati a Washington. Ebbene, in questo nuovo equilibrio l’Europa fa fatica? Sì, probabilmente sì, ma l’Europa, ricordiamoci, è anche un processo di tipo democratico, quindi porta con sé necessariamente un processo che richiede più tempo, più mediazione. Chiede di tenere l’occhio attento a quello che è il volere dell’elettore e poi di formare anche una maggioranza a livello comunitario. Quindi, chiaramente, c’è questo sforzo che però, secondo me, è lo sforzo più bello che possiamo fare perché siamo in un mondo in cui la democrazia non è più il modello principale, ma si affiancano altri modelli che vanno in direzioni molto opposte. Quindi, secondo me, quella che viene vista come fragilità deve essere invece il nostro punto di forza, il nostro valore di cui dobbiamo essere consapevoli proprio per preservare ciò che c’è.
FRANCESCA CARENZI
Concretamente qual è il contributo che l’Unione può portare per costruire una società più giusta, più equa?
ROSALBA FAMÀ
Secondo me questo contributo si basa su un’esperienza già fatta durante la pandemia, nel senso che nell’affrontare la crisi della pandemia l’Unione Europea ha mostrato quella che in termini laici potremmo chiamare una spinta solidaristica senza precedenti. Qui posso fare tanti esempi. Pensiamo alla cassa integrazione durante il lockdown. Quelle risorse che sono arrivate ai lavoratori in quella fase sono arrivate grazie a dei prestiti che l’Unione Europea ha contratto sui mercati finanziari e che poi ha rivolto ai Paesi. Questo ha permesso di iniettare risorse finanziarie nuove per sostenere chi in quel momento era in difficoltà e questo è un esempio. Il secondo esempio è quello forse più famoso che è il PNRR. Si tratta di 100 miliardi di euro in doni che sono arrivati a fronte di un percorso di riforme all’Italia, ma anche pensiamo all’approvvigionamento di vaccini. Secondo me, è proprio su questa esperienza che dobbiamo ripartire per dire: l’Unione può fornire ai suoi cittadini delle risposte concrete. Queste risposte alcuni economisti le chiamano beni pubblici europei. Di cosa si tratta? Si tratta di una proiezione di quel concetto di sussidiarietà, ossia ogni forma di governo può agire dove c’è maggior valore aggiunto. Ci sono beni di cui ciascun paese ha necessità, ma ci sono altre cose per cui ciascun paese da solo non ce la farebbe. Faccio anche qui degli esempi pratici. Pensiamo agli investimenti che servono, per esempio, nell’intelligenza artificiale. Si tratta di risorse veramente immense che andrebbero mobilitate se si vuole anche lì avere voce in capitolo sullo sviluppo di quelle tecnologie; ciascun paese da solo non potrebbe farlo. L’Unione insieme potrebbe. Pensiamo ad altri ambiti: la cybersicurezza, anche lì si tratta di un bene che, una volta creato, tutti i paesi ne godrebbero e quindi questo è un altro esempio concreto. O ancora pensiamo alla ricerca scientifica nel campo medico. In tutti questi casi quello che emerge è che quando si agisce in comune, si mettono in comune le risorse e si supera la logica dell’egoismo, del giusto ritorno (si chiama quando si parla di bilancio comune) si realizza una fraternità proprio concreta, materiale, che possiamo osservare e si offre soprattutto maggiore preparazione rispetto alle sfide che siamo chiamati ad affrontare. Io penso che è un elemento importante da inserire nel dibattito pubblico da qui ai prossimi anni, visto che ci saranno negoziati importanti su questi temi. Quindi chiediamo anche ai nostri leader di sforzarsi in questa direzione e proprio di abbracciare questa logica della fraternità e rimettere al centro la persona umana. Vi ringrazio e questo sarà il mio mattone.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Grazie dottoressa Famà. Bene, abbiamo sentito parlare della ricerca scientifica come uno dei pilastri che può portare sviluppo all’interno dell’Unione in cui l’Unione può giocare un ruolo importante. Su questo chiederei a Luca Santoro, che fa il ricercatore in ingegneria meccanica, di aiutarci a capire come un ambito, anche forse solo apparentemente un po’ arido e impersonale, la ricerca scientifica, la tecnologia può incorporare il paradigma della fraternità.
LUCA SANTORO
Grazie Francesca. La fraternità ci ricorda che “Fratelli tutti” comincia dal rendersi conto di quanto vale l’essere umano sempre e in qualunque circostanza. Se noi a questo punto prendiamo sul serio questo valore, lo applichiamo alla tecnologia, la tecnologia non può ridursi a puro e mero profitto, a pura mera efficienza. A livello europeo sta andando questo nuovo termine di industria 5.0 che vuole mettere al centro dell’industria l’essere umano e il lavoratore. Si tratta di coinvolgere la persona come centrale nello sviluppo industriale e la resilienza dei territori. Già dal 2023 l’Unione Europea sta mettendo insieme policy maker, università, enti e imprese in una community of practice proprio per andare a valorizzare questo valore umanocentrico e quindi unire un po’ i puntini di quella che è l’innovazione umanocentrica nella tecnologia. In altre parole, possiamo dire che la sfida industriale del futuro è molto in linea con quello che è l’oggetto di questo incontro: ricucire il paese attraverso nuovi legami tra conoscenza, lavoro e comunità. Il primo pilastro di questo mio intervento è l’hardware open source. Questo è un modo di attuare il concetto di fraternità nella tecnologia, nell’ingegneria. Che cosa vuol dire? Secondo la Open Source Hardware Association significa rendere pubblici oggetti, i file sorgente, le distinte base. Cosa vuol dire? Significa permettere di replicare, copiare, migliorare un qualunque progetto e quindi poi produrlo e metterlo in vendita. Ad esempio a Torino, all’interno dei Fablab – i Fablab sono presenti in tutte le università, sono degli spazi comuni dove maker, imprese e studenti hanno a disposizione tutto ciò che serve per creare un prototipo, quindi pensiamo a un tornio, un microcontrollore, una stampante 3D – si sono messi insieme queste diverse persone, quindi le imprese, gli studenti principalmente, per creare prototipi e dove i progetti sono aperti, sono pubblicizzati in rete. Questo concetto durante la pandemia è diventato azione, non è rimasta una filosofia, è diventato veramente un qualcosa di utile. Il team dell’MIT Boston ha creato un ventilatore, un respiratore replicabile a meno di 100 euro e con componenti trovabili in una qualunque ferramenta. Anche il Politecnico di Milano ha creato, è stato responsabile del progetto MEVA, ha creato un ventilatore che permetteva di ventilare più pazienti in contemporanea, anche questo rilasciato in licenza GPL, quindi una licenza aperta, copiabile da tutti. Questi sono dei gesti, possiamo dire, di fraternità operativa. La conoscenza che viene condivisa diventa una cura immediata, una cura sanitaria, in questo caso immediata. Tuttavia, queste sono azioni accadute durante un periodo di crisi che era il periodo del Covid. Se noi invece vogliamo applicare questo e farlo diventare un sistema, una sull’industria, sulla produzione industriale, bisogna anche parlare di risorse, quindi risorse economiche, risorse ambientali. Qui ci viene in aiuto il secondo tema di questo mio intervento che è la Frugal Innovation, l’innovazione frugale. Che cosa vuol dire? Vuol dire che l’innovazione frugale è l’arte di fare di più con meno e per molti. Studi recenti hanno dimostrato che questi sistemi non solo migliorano la sostenibilità ambientale di una tecnologia, ma soprattutto ne permette l’adozione in contesti a rischio, come possiamo pensare, ai paesi sottosviluppati o alle economie minori. Giusto ieri ChatGPT ha messo in rete un abbonamento specifico per l’India a un quarto del prezzo che invece ha per il pubblico generico. Un esempio di innovazione frugale è il Foldscope, un microscopio fatto di cartoncino creato all’Università di Stanford, una cosa stupida, replicabile a un dollaro, è stata diffusa in centinaia di scuole di tutto il mondo e ci sono milioni di studenti che lo stanno utilizzando. Quindi una cosa di cartone in realtà ha inaugurato una nuova alfabetizzazione scientifica di paesi dove magari nelle scuole, nei licei non c’erano dei microscopi. La frugalità, dunque, vorrei, questo fosse ben chiaro, non è una povertà tecnologica. Un qualcosa di frugale, di economico, di facilmente scalabile, replicabile e non vuol dire che sia un qualcosa di tecnologicamente scarno. La frugalità è eleganza etica, è la capacità di massimizzare ogni singolo euro investito in termini di impatto sociale. Il terzo pilastro di questo intervento invece è il principio di sussidiarietà. L’Unione Europea lo descrive come il criterio per cui l’autorità più vicina ai cittadini deve poter agire quando è la più adatta a farlo. Il rapporto del 2023 della commissione ci segnala che laddove i parlamenti nazionali sono coinvolti sia dalla fase di coprogettazione, la qualità della regolamentazione cresce, anche la fiducia nelle istituzioni migliora. La Fondazione per la Sussidiarietà lo documenta nei suoi rapporti: quando la cultura sussidiaria applicata migliora la governance e migliora anche lo sviluppo e diventa più inclusivo. Allora, di questi tre fili che cosa ci rimane? Sicuramente possiamo dire che PMI, imprese, enti regolatori, policy maker, università devono sedersi allo stesso tavolo sin dalla fase di elaborazione di un concetto di nuova tecnologia. I tre pilastri sono quindi l’open source, l’hardware open source, la sussidiarietà e la frugalità dell’innovazione frugale. Da qui nasce la mia proposta che è quella di istituire un fondo nazionale per l’hardware aperto e frugale, dedicato a progetti che rilasciano gli schemi costruttivi in licenza aperta, impiegano materiali riciclabili, coinvolgono i partner locali della filiera produttiva. Dovrebbe operare in sinergia con i Fablab universitari e i centri di prossimità del PNRR e tendenzialmente finanzierebbe tecnologie dedicate alla sanità territoriale, all’agritech piccola scala, quindi microimprese agricole, tecnologie per le microimprese agricole economiche e la mobilità dolce, quindi bici, monopattini elettrici. Il prototipo, una volta presentato, dovrebbe superare una doppia valutazione: la prima di impatto sociale, impatto sociale misurato come impatto anche per la comunità. E invece il secondo è di scalabilità e replicabilità da un punto di vista economico. Così avremo un motore condiviso di innovazione che risponde anche al dettato costituzionale dell’articolo 118 che dice che Stati e autonomie devono favorire l’iniziativa dei cittadini singoli associati. Questo incarna anche un po’ il tracciato a livello europeo dell’industria 5.0. Quello che posso dire è che la fraternità ad oggi è il fattore produttivo più scarso e più decisivo del nostro tempo. Va resa struttura portante nelle nostre officine, nei nostri laboratori e delle nostre istituzioni. Questo significa abbracciare l’apertura dei saperi, la sobrietà delle risorse e la prossimità delle decisioni. Grazie.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Bene, grazie dottor Santoro per averci spiegato come anche tecnologia e fraternità possono stare insieme e dialogare. Su questo vorrei fare una domanda a Chiara Alvisi che svolge un dottorato in economia politica. È un po’ la stessa provocazione che ho lanciato a Luca Santoro, perché anche la finanza non è forse il primo ambito che viene in mente parlando di fraternità, quindi se potrà spiegarci come ricucire la trama dei rapporti sociali partendo dalla finanza.
CHIARA ALVISI
Bene, Francesca, grazie per questa domanda. Innanzitutto è necessario imparare a riscoprire e ricostruire il filo umano che è sotteso ai rapporti finanziari. Sappiamo bene tutti che la finanza prescrive in che modo è possibile creare valore intertemporale. Tuttavia essa è chiamata allo stesso tempo a rendersi strumento di prossimità e inclusione. In che modo? Comunicandosi in maniera chiara ai cittadini. Quando parliamo del fenomeno dell’esclusione finanziaria che rileva nelle economie emergenti come in quelle avanzate, questo è legato proprio al basso livello di conoscenze finanziarie, quelle che noi chiamiamo oggi alfabetizzazione finanziaria della popolazione mondiale. L’indagine sull’alfabetizzazione e le competenze finanziarie degli italiani condotta da Banca d’Italia ci rileva infatti come il fattore educativo abbia un impatto significativo sulle conoscenze, sui comportamenti, sugli atteggiamenti in materia finanziaria. Pensate che i titolari di un diploma universitario, di un dottorato di ricerca, non solo, secondo queste indagini, esibiscono una maggiore preparazione sulle materie finanziarie, ma anche più elevate capacità nell’elaborare le informazioni necessarie per prendere scelte di finanziamento, investimento che siano consapevoli. La formazione in materia finanziaria, quella che noi oggi chiamiamo educazione finanziaria, rappresenta dunque un dispositivo istituzionale fondamentale per orientare i comportamenti che siano consapevoli, garantendo in questo modo i diritti, il diritto dei cittadini alla conoscenza dei razionali su cui deve fondarsi una sana gestione del risparmio sia individuale sia collettivo. Essa, questa educazione finanziaria, realizza quel nesso logico, nonché politico, tra conoscenza finanziaria, cultura finanziaria e partecipazione dei cittadini alla vita economica di un paese. L’inclusione, infatti, in termini finanziari è una precondizione alla partecipazione attiva, alla vita collettiva ed è funzionale all’acquisizione di quella cittadinanza economica che il premio Nobel per l’economia Amartya Sen indicava proprio nella capacità di saper trasformare i beni primari, o detti beni anche economici, nella capacità di saper perseguire i propri obiettivi per il futuro. Capiamo bene come rafforzare il grado di inclusione finanziaria promuovendo l’educazione finanziaria rappresenti un orizzonte di azione istituzionale rivolto sia all’individuo, ma in quella che è la sua dimensione relazionale nella cooperazione e nella gestione delle risorse e il filo per ricucire la trama dei rapporti finanziari. Sì, ma in che termini? Alla luce della fraternità anche le posizioni di debito – ciò che devo – e credito – ciò che mi è dovuto – non sono più percepite in termini di rapporto di forza, ma come una dimensione intersoggettiva di partecipazione ai guadagni come alle perdite altrui e che riconosce nella cooperazione il seme della reciprocità. Nell’epoca della solitudine globale in cui siamo immersi, un nuovo paradigma di fraternità finanziaria che sia più inclusivo, può rivestire un ruolo fondamentale per consentire di acquisire un’amicizia sociale che però sia sostenibile nel lungo periodo. La fraternità finanziaria è antidoto alla logica del conflitto, alla prevaricazione, specialmente in un contesto in cui la reciprocità rappresenta ancora una sfida non solo individuale ma anche collettiva, per cui agevolare la partecipazione ai mercati finanziari risponde all’istanza di sostenere la coprogettazione in obiettivi migliorativi comuni. Alcuni studi di finanza comportamentale su cui mi sono soffermata nell’ultimo periodo mettono proprio in evidenza come la partecipazione agli scambi monetari, oltre ad efficientare il sistema economico, non faccia altro che contribuire ad alleggerire le tensioni sociali tra paesi. La prossimità istituzionale del sistema finanziario, tuttavia, per essere effettiva, deve saper tener conto anche della eterogeneità strutturale dei soggetti su cui è chiamata ad agire. Solamente trovando questa declinazione umana, un’inclusione finanziaria può farsi portatrice di una vera e propria fraternità finanziaria. In questa prospettiva è necessario riconoscere in una sana e corretta gestione del risparmio una leva fondamentale per gestire il futuro collettivo di un paese e in questo l’educazione finanziaria consegna degli strumenti fondamentali per consentire non solo la partecipazione ai mercati, ma per fornire capacità di discernimento. Anche questa è una forma fondamentale di autotutela per distinguere fra comportamenti finanziari virtuosi, in grado di generare valore, e quelli invece che tendono a ledere la tenuta patrimoniale di un individuo, di un’impresa, di una famiglia. La vocazione inclusiva dell’educazione finanziaria si riflette anche sull’attenzione che è in grado di dare a quelle situazioni di maggiore vulnerabilità: disabilità, povertà educativa, pensiamo alle donne in una condizione di prevaricazione economica, i migranti. Un intervento sinergico da parte di istituzioni, mondo associativo e mondo della finanza deve agire in una direzione biunivoca. Da una parte deve tentare di limitare i casi di autoesclusione dal sistema finanziario di una parte della popolazione che tende ad autopercepirsi come non idonea a parteciparvi. Dall’altro è necessario investire a livello di popolazione sulle capacità abilitanti dell’inclusione finanziaria. Mi piace concludere rilanciando il monito di David Sassoli nel definire un governo democratico delle trasformazioni epocali a livello locale e globale. Una strategia diffusa di educazione finanziaria può infatti aiutare a definire un nuovo paradigma di fraternità finanziaria declinando sviluppo e innovazione in una chiave di giustizia sociale. È il principio attraverso il quale riscoprire nella condivisione il principio moltiplicativo del poco individuale in molto collettivo e permettere a relazioni umane fondate su incontro e reciprocità di ridisegnare in ogni territorio delle prospettive di comunità.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Grazie dottoressa Alvisi. Se dovessimo riassumere l’intervento e la proposta in uno slogan, quale sarebbe lo slogan?
CHIARA ALVISI
Lo slogan sarebbe: l’educazione finanziaria, la trama per ricucire il valore dei rapporti finanziari attraverso un esercizio di cittadinanza inclusiva.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Dopo questa prima parte del nostro dialogo un po’ più tecnica, che prende l’ispirazione dal mondo della ricerca, vorrei passare in questa seconda parte a trattare di temi che sono cari alla Fondazione per la Sussidiarietà e a Connessioni da molti anni, che sono il lavoro e le riforme istituzionali per costruire il bene comune. Quindi partirei, abbiamo qui con noi l’avvocato Cafiero che è un giurista. Sfrutterei la sua presenza per chiedergli, dal suo punto di vista di osservazione privilegiato, qual è lo spazio nel mondo del lavoro, che è un mondo ampissimo, con tantissimi problemi e prospettive da cui si può trattare, ma qual è lo spazio che oggi ha più bisogno di essere messo in dialogo?
CIRO CAFIERO
Grazie, grazie Francesca. Sì, io dal mio punto d’osservazione annuso la polvere delle imprese, quindi posso darvi uno sguardo concreto sulla realtà di oggi, sul mondo del lavoro di oggi, che sembra quasi un’eresia, ma ha tanto bisogno di fraternità in questo particolare momento. Ossimoro, perché noi siamo abituati a una visione, un’idea del mondo del lavoro conflittuale dove il capitale e i lavoratori, la parte debole, si scontrano perennemente. Invece oggi sta cambiando e se non ci rimbocchiamo le maniche, rifecondiamo un senso di fraternità intergenerazionale, il mondo del lavoro rischia una cosa semplice: lo spopolamento. Vogliamo essere più netti e franchi: l’autodistruzione. Perché oggi non nascono giovani. Sono 370.000 le nascite e quindi il mondo del lavoro è già in bilico. L’OCSE nel 2060 quota circa 12 milioni di lavoratori attivi in meno e purtroppo c’è un tema che nelle imprese incombe che è quella della frattura intergenerazionale tra gli over 50 e i giovanissimi. Con over 50 intendo anche gli over 60, gli over 70, rispetto a cui il dialogo si è interrotto perché è sordo, non c’è una grammatica comune. Ed è anche un paradosso parlare oggi di questo perché qualche anno fa ci si sarebbe detti: ma come mai c’è un’intelligenza artificiale che rischia addirittura di distruggere posti di lavoro? Invece oggi paradossalmente dobbiamo chiederci come l’intelligenza artificiale può salvare il lavoro in assenza di nuove leve. I dati purtroppo, la Commissione per la transizione demografica li ha inquadrati molto bene in questo periodo, non sono dei migliori. Nelle imprese abbiamo più di 10 milioni di over 50, quindi il doppio rispetto a 10 anni fa e nel 2050 l’età tra i 15 e i 63 anni calerà drasticamente di un 10%. Immaginiamo le ripercussioni sul PIL e soprattutto sul sistema previdenziale. Dunque, quali proposte possiamo rispetto a questo scenario, anche come comunità di Connessioni e anche insieme alla Fondazione Fratelli tutti, in qualche modo mettere sul tappeto? Anzitutto, e non lo dico per difendere la mia generazione, un rilancio di quarantenni che hanno fatto da cinghia di trasmissione, che potranno fare da cinghia di trasmissione sin dal linguaggio, da chi è over 50, over 60, e tra i giovanissimi. Dopo la crisi di Lehman Brothers, se ci pensate, dal 2008 in poi si sono interrotti i percorsi di carriera di questi quarantenni che oggi in impresa si ritrovano schiacciati. Dal linguaggio io ho fatto, attraverso l’intelligenza artificiale, utilizzando ChatGPT, una ricerca sul linguaggio più in voga tra le agenzie e ci sono delle espressioni tipo “delulu” che significa stato di illusione che difficilmente io stesso, immagino over 60, posso capire. Allora, mi meraviglio quando gli HR over 50 si stupiscano del perché l’agenzia seduta al posto di lavoro durante la fase di recruitment si congeda dicendo: “Le farò sapere”. È una roba del genere, ci interroga. Sono stato 10 giorni in vacanza in un villaggio in Sicilia e ci sono tanti genitori, molti di più di quelli che immaginavo, cinquantenni con figli di pochi anni. Allora io mi chiedo: ma tra 20 anni come dei settantenni potranno decifrare quel linguaggio? Prima con le famiglie numerose italiane, accadeva che il terzo figlio parlava col secondo, il secondo col primo, il primo col padre, con la madre, chiaramente più maturi e quindi con un linguaggio più comprensibile. Quindi la prima proposta è il rilancio delle carriere di questi quarantenni. La seconda è quella che mi suggerisce un vecchio proverbio wolof, che è la lingua senegalese, secondo cui: “Gli anziani conoscono le strade, i giovani camminano veloce”. La staffetta generazionale è una delle ipotesi che dobbiamo prendere più in considerazione per il rilancio di questa fraternità intergenerazionale, perché ci interroghiamo spesso e anche un po’ in maniera ridicola sul perché il mismatch nel mondo del lavoro imperi, sul perché non ci sia trasmissione delle competenze, senza chiederci come mai una volta all’interno delle imprese c’è un’interruzione di trasmissione tra i più anziani e i più giovani. Non possiamo pretendere che le istituzioni formative rilancino una classe giovanile con le competenze giuste definite per l’ingresso nel mondo del lavoro. Dobbiamo rimettere a quella staffetta generazionale il compito. Peccato che il contratto di espansione, che è un esempio riuscito di staffetta generazionale, non sia stato rifinanziato. Perché? Perché ci illudiamo che il contratto di espansione debba essere una politica passiva, da CIGS, da cassa integrazione guadagni straordinaria, più che un riuscito esempio di politica attiva quale dovrebbe essere. Quindi, seconda importante proposta: rilancio della staffetta. Terza proposta: noi ci interroghiamo sul perché questi giovani vanno via. Sono andati via 550.000 giovani, la gran parte laureati, in meno di 10 anni. Immaginate una città intera sparita all’estero dopo aver attinto dalle università italiane la formazione giusta. Ci interroghiamo anche perché questi giovani non riescono a essere pagati di più dalle imprese. È un tema, secondo i dati, secondo statistiche, gli stipendi italiani dovrebbero crescere di almeno il 2,5% di quest’anno. Utilizziamo gli strumenti che la legge mette sul tavolo, una legge sulla partecipazione varata sulla CISL che permette di pagare di più attraverso degli obiettivi di produttività raggiunti. Win win, vittoriosa per i lavoratori che guadagnano di più, vittoriosa per le imprese che pagano a fronte di risultati concreti, così come c’è un welfare che noi dovremmo utilizzare e spesso con gli amici qui presenti ci interroghiamo su come aumentare il potere d’acquisto. Come mai una madre o un padre dopo la gravidanza non riescono ad avere più potere d’acquisto grazie al welfare quando ne hanno più bisogno, perché si dice: “Non sono una categoria che può beneficiare delle agevolazioni sul welfare. Devi dimostrarmi che appartengo a una categoria”. Sbagliato. Il welfare andrebbe tarato sul cosiddetto employee journey, sul viaggio del lavoratore che è fatto a fasi e allora in una fase della vita lavorativa è possibile, ed anzi è doveroso, che un lavoratore guadagni di più, che una lavoratrice guadagni di più perché ci sono degli eventi che lo richiedono. Attenzione, in tutto questo a non perderci gli over 50 perché non vorrei che suonasse così il mio intervento, che sono invece l’ossatura importante delle imprese, quindi facciamo retention anche di loro guardando la loro salute psicofisica dentro e fuori il rapporto di lavoro. Chiudo con un’immagine, e mi perdonerete per qualche secondo in più, che è quella dell’abbraccio, un’immagine che mi ha suggerito una bellissima scena a questo istituto, all’interno di un’impresa dopo una staffetta generazionale. Tra un giovane che aveva ricevuto formazione e un anziano. Quel giovane dice all’anziano: “Grazie della formazione che mi hai elargito”. L’anziano, commuovendosi quasi in pensione, dice: “Grazie a te perché grazie a te mi sono sentito utile”. L’abbraccio è l’immagine con cui voglio chiudere questo mio piccolo intervento che è quell’abbraccio che Alda Merini declamava nei suoi versi: “Ci si abbraccia per ritrovarsi interi”. Grazie.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Grazie, grazie Ciro, grazie Ciro Cafiero. Abbiamo detto prima che accanto alla riflessione sul lavoro c’è sempre stata anche quella sulle riforme e Paolo Bonini che oggi è qui con noi ha fatto delle riforme istituzionali il centro dei suoi studi e quindi approfitterei dell’occasione per chiedergli se nella Costituzione italiana c’è ancora integrato il paradigma della fraternità e com’è possibile orientare il sistema decisionale del paese a questo principio e se sì come?
PAOLO BONINI
Grazie dottoressa Carenzi per questa domanda. Sì, nella Costituzione sicuramente c’è la fraternità, anche se non è espressa, ma bisogna andarla a cercare nelle disposizioni proprio per quello che abbiamo detto prima. Sicuramente può essere trovata soprattutto in una disposizione di principio, nel principio personalista, quando la Costituzione affida alla Repubblica il compito di tutelare lo sviluppo dell’individuo che si relaziona nelle formazioni sociali, quindi la tutela della relazione delle persone che relazionandosi in queste formazioni sociali diventano persone e non solo individui. Per quanto qui ci interessa, sicuramente troviamo degli elementi nella parte seconda della Costituzione relativa ai processi decisionali, quindi alla decisione politica. In questo senso ci sono tantissime disposizioni, possiamo limitarci a individuare tre elementi. Il primo riguarda la stessa opzione per una democrazia rappresentativa e questo non è banale, soprattutto in una stagione in cui abbiamo visto varie sfumature di una presunta democrazia diretta che poi ha offerto soluzioni non sempre corrette, non sempre praticabili. Quindi già pensare a un parlamento in cui si discute e ci si, anche incontra o scontra, per una soluzione generale e condivisa è già un’opzione di fraternità. Il secondo è l’organizzazione di intermedi, quindi i sindacati, ma anche soprattutto i partiti a cui storicamente si affida proprio la funzione di organizzare il corpo elettorale e selezionare i candidati. Il terzo elemento è quello del pluralismo, sia nel circuito istituzionale, sia nel circuito politico, quindi anche dentro i partiti che concorrono con metodo democratico, dice la Costituzione, alla decisione politica. La Costituzione sceglie di aprire al più possibile idee contrapposte per trovare una sintesi: non siamo una democrazia protetta, la Costituzione non pone limiti, salvo quello ovviamente della ricostituzione del partito fascista. Questi sono tre elementi molto importanti che si incrociano, vanno letti sempre alla luce della Costituzione nella dinamica, quindi nella realtà concreta, e la Costituzione anche su questo ci dà il fondamentale principio di sussidiarietà. Quindi, come sappiamo, sussidiarietà verticale dove non riesce il livello più prossimo al cittadino interviene il livello di governo superiore, ma anche sussidiarietà orizzontale, quindi dove non arriva lo Stato devono e possono organizzarsi i cittadini, come dicevamo prima. Allora le due grandi tesi che emergono oggi di riforma, proprio recentemente proposte, possono aiutarci a leggere le riforme in chiave di sussidiarietà. La prima tesi propone di modificare il sistema decisionale proprio affiancando agli enti intermedi di cui abbiamo parlato prima, ai partiti, anche gli enti del terzo settore nella funzione di individuare i candidati per una serie di ragioni, constatando il fallimento un po’ in questa fase dei partiti, in questa delicata attribuzione costituzionale e perché si passerebbe dal paradigma degli enti intermedi al paradigma delle comunità intermedie, perché dietro al terzo settore ovviamente c’è un mondo. La seconda tesi, vado rapidamente, si parla di riforme, lo sappiamo tutti da dagli anni ’80, quindi vado per sommi capi. La seconda tesi che integrerebbe invece la sussidiarietà in senso verticale, propone di non tanto modificare il processo decisionale europeo, ma prendendo atto che l’Unione Europea crea un diritto che non è più straniero, non è più altro, ma che ci riguarda molto da vicino in tutte le scelte di tutti i giorni, di sincronizzare gli istituti parlamentari all’interno di ciascuno stato uniformandoli e quindi creando, avvicinando così l’Unione Europea da dentro le nostre istituzioni. Ovviamente queste sono tesi da mettere sul campo, ma la Costituzione, lo sappiamo, vive anche di un sostrato materiale. Le grandi sfide della Costituzione sono oggi soprattutto su questo altro piano. Pensiamo alla sfida della partecipazione e a quella della digitalizzazione e quindi queste grandi teorie devono poi scontrarsi con questi due elementi e anche la digitalizzazione rischia di essere considerata come assoluto. Invece, dovremmo riprendere a considerarla come uno strumento perché alcune esperienze è capitato in Oriente, per esempio, che un ragazzo, uno youtuber su YouTube con il suo canale considerato complottista, tra virgolette, sia poi riuscito a organizzare una vera e propria offerta politica, organizzando un vero partito che poi si è presentato alle elezioni e questo ci restituisce anche quanta solitudine e quante risposte autoreferenziali può generare una digitalizzazione lasciata a se stessa. Invece, considerandola come strumento e unendola alla formazione civica e alla formazione sociale di cui noi siamo sponsor, si potrebbe ritessere la coscienza sociale che è il motore delle riforme ma anche delle istituzioni. Si deve ripartire da qui, si deve ripartire da processi formativi che mettano insieme i territori e anche utilizzino i nuovi linguaggi, come è stato detto, anche quello della digitalizzazione come strumenti. Non rubo altro tempo. Grazie mille per l’attenzione.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Sulla scia di questo intervento lascerei direttamente la parola a Giovanni Mulazzani della Fondazione per la Sussidiarietà per aiutarci a completare il quadro di oggi che è stato tracciato in questo incontro con la sua esperienza.
GIOVANNI MULAZZANI
Grazie e buongiorno. Buongiorno a tutti. Io ho sentito oggi delle proposte concrete, proposte concrete che declinano il paradigma della fraternità, come è stato richiamato in premessa anche da Padre Occhetta. Proprio su questo terreno c’è stato un idem sentire tra le Connessioni e la Comunità delle Connessioni e la Fondazione per la Sussidiarietà e credo che questo sia il viatico per un ottimo lavoro, di un dialogo che può continuare a svilupparsi anche nel futuro. Io intervengo riportandomi ai fondamentali perché, facendo questa breve riflessione, il rapporto tra la democrazia e la sussidiarietà non è, come si evince anche nella trama di tutti gli interventi che mi hanno preceduto, non è un rapporto istituzionale o procedurale, ma è un rapporto sostanziale. Spiego meglio questa mia affermazione: oggi la sussidiarietà può davvero diventare, da quando è stata introdotta nel 2001 come principio programmatico – ma all’epoca alcuni in sede giuridica dicevano anche che era difficilmente giustiziabile, era un principio che rimaneva statico, un principio ideale, programmatico – oggi con gli sviluppi non solo giurisprudenziali, ma anche fattuali di esperienza, la sussidiarietà assorge a un criterio propulsivo delle dinamiche sociali e anche un principio fattivo di costruzione dell’umano integrale. Quindi oggi ci sono degli sviluppi e delle tendenze che sono molto interessanti che riattualizzano e rendono strategico il valore della sussidiarietà nell’ordinamento. Per giustificare come oggi la sussidiarietà può diventare un antidoto alla crisi della democrazia, bisogna partire da un dato, da una considerazione di fatto. Ci sono tantissimi rapporti – non li enumero per motivi di tempo, ma ce ne sono pubblicati tantissimi autorevolissimi – che descrivono come il livello di democratizzazione degli Stati è in continuo declino, soprattutto la percezione presso l’opinione pubblica della democrazia è in continuo declino. È stato affermato che mentre le autocrazie sembrano guadagnare forza, guadagnare terreno, le democrazie sembrano perderlo, il che ovviamente implica complessità, dialogo, decisione, cose che le autocrazie non prevedono evidentemente e sono più efficienti in alcuni casi. Questo accade perché si guarda la democrazia come procedura svuotandola dell’anima, del significato. La disaffezione per la democrazia si è tradotta come mancanza di fiducia nella politica, nei governanti, nella funzione dei rappresentanti politici, nella capacità dell’elettorato di incidere sulle scelte politiche, sul corso della politica. Questo si accompagna anche a un deficit civico e di rappresentanza politica. La disillusione per la politica, questo è letteratura politologica che non vi annoio, descrive proprio che a fronte di questa disaffezione cresce il populismo, cresce il plebiscitarismo, cresce l’individualismo, il disimpegno politico, la disintermediazione, la polarizzazione. Michael Sandel, filosofo americano, negli anni ’90 fece un libro “La democrazia stanca” e quindi si parlava già negli anni ’90 di crisi della democrazia. David Riesman in un libro del ’50 parla di “folla solitaria”. Quindi l’uomo prigioniero e cedevole all’individualismo viene descritto come uomo massa. Una folla solitaria impregnata sull’individualismo fa da contraltare spesso a un anelito all’autocrazia o a democratura, quindi all’uomo solo al comando, scorciatoie alla democrazia. La risposta da riprendere con coraggio è quella di ricostruire una ossatura, una comunità, una comunità sociale, una comunità politica che abbia l’obiettivo di realizzare il bene possibile per tutti e questo richiede la messa a sistema di tutti i fattori che è la sussidiarietà, un’altra lettura attuale della sussidiarietà. Quindi ritorno alla politica, ritorno alla partecipazione attiva, alla cittadinanza attiva, alla partecipazione politica. Qual è l’aspetto più rilevante della crisi della democrazia? La crisi dei partiti. La crisi dei partiti, come diceva benissimo chi mi ha preceduto, è legata alla mancanza di consistenza e di qualità dei partiti. I partiti di massa che hanno costruito e hanno concorso a instaurare la democrazia nel nostro paese e a vivificarla oggi segnano un momento di fatica, un affaticamento generale e con scarsa capacità di elaborare previsioni credibili e realistiche sul futuro, ad esempio. James Bryce nel ’21 diceva che i partiti creano l’ordine dal caos di una moltitudine di elettori. Oggi è ancora possibile affermare questo per i partiti? È difficile. Tocqueville diceva che senza le associazioni intermedie non esiste la possibilità di riformare la politica e quindi la democrazia. Il rilancio della politica passa dal rilancio inevitabile delle comunità intermedie, delle comunità sociali, che possono innervare, possono dare linfa vitale ai partiti. Cultura politica. I corpi intermedi sono proprio questi luoghi dove il desiderio viene ridestato e viene educato e viene custodito e dove l’uomo si può relazionare. Non si concepisce più da solo, ma si concepisce in relazione. L’io in relazione è il fondamento dello sviluppo di una moderna e di una liberale democrazia. Da questo punto di vista, come si evince in tutti gli interventi, nelle comunità intermedie l’uomo non è visto in senso astratto, ma in senso concreto: si relaziona, domanda, chiede, può cambiare opinione, può portare un contributo effettivo. Il terreno su cui la politica sta o cade è proprio la valorizzazione e il rilancio dei partiti. Allora, io come proposta concreta, che si aggiunge a una cosa di cui se ne parla da anni, propongo l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione. I partiti sono da un lato l’ossatura portante della democrazia, sono la cinghia di trasmissione del consenso e delle decisioni della rappresentanza di comunità politiche reali dove si discute, dove si vive, dove si opera. Dall’altro però hanno una conformazione giuridica abbastanza effimera, sono delle associazioni non riconosciute fondamentalmente, che hanno degli obblighi di rendere conto sotto il profilo di bilancio fiscale. Questa è una dicotomia che va risolta prima o poi: l’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, quindi dare piena cittadinanza, pieno ruolo anche giuridico ai partiti. Riprendo in conclusione una frase che ha pronunciato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella quest’anno quando la Fondazione gli ha conferito il premio alla sussidiarietà il 4 aprile 2025 perché è indicativa questa affermazione. È indicativa perché oggi c’è una grandissima necessità di riconnettere democrazia, diritti e sussidiarietà e il presidente diceva che le identità plurali delle nostre comunità locali e sociali sono frutto del convergere delle persone verso mete comuni e a loro volta partecipano della costruzione del percorso verso il bene comune della nostra società. In questa maniera si invera la democrazia, che è fatta di sostanza e non di mera forma, sostanziale, non procedurale, di eguaglianza dei cittadini che si realizza rendendo effettivi i diritti sociali attraverso l’intervento del servizio pubblico e di ogni altro soggetto che può concorrere allo sviluppo del paese e al benessere delle sue comunità. La cultura della sussidiarietà è ciò che spinge a mettere a sistema la relazione tra le realtà sociali e il potere pubblico e quindi la sussidiarietà non implica necessariamente un arretramento del potere pubblico, ma una riqualificazione sotto il profilo qualitativo dell’intervento pubblico, perché l’intervento pubblico serve nei momenti di crisi per correggere i fallimenti del mercato, altrimenti il mercato non si autocorregge. Questo è esempio del fallimento del neoliberismo. Io penso che da questo punto di vista, in questo contesto descritto, le sfide che abbiamo tracciato siano fondamentali per continuare a impostare il dialogo sui temi fondamentali che possono produrre comunità pensanti e possono dare sostanza al principio democratico, al principio personalista di cui si accennava anche prima. Vi ringrazio.
FRANCESCA CARENZI
Grazie. Allora, abbiamo concluso il dialogo di questa mattina e mi sembra che emergano alcuni punti molto chiari da quanto è stato detto e che si riagganciano al titolo del Meeting di questa edizione. Il primo è che il deserto non è un luogo fisico, ma umano e sociale. Questo emerge da tutti gli interventi perché in tutti gli interventi mi sembra di aver colto un anelito, una spinta ad andare verso l’alterità, non l’affermazione egoistica del singolo, ma l’alterità dell’altro diverso da me, ma che è il fine, la direzione in cui poi l’azione politica e sociale solo in una relazione. Mi sembra che l’elemento relazionale sia emerso in tutti gli interventi, dalla riforma dei partiti all’educazione finanziaria, alla frugalità nell’innovazione tecnologica. Questo è un po’ l’invito, si lega all’invito che fa Papa Francesco nella Fratelli Tutti quando scrive che solo rendendosi conto di quanto vale un essere umano, di quanto vale la persona nella sua integralità, si può compiere il cammino verso l’amicizia sociale e la fraternità universale. Questo mi sembra che possiamo dire è un lavoro culturale e che quindi chiede formazione ed educazione dello sguardo. Senza formazione la cultura rimane un esercizio intellettuale. Mi sembra che ci sia anche la spinta da tutti gli interventi che sono stati fatti a uscire e a portare queste idee nelle nostre comunità e nei nostri mondi. Un altro elemento che mi stupisce è che nel titolo del Meeting si parla di “mattoni nuovi”, mattoni da cui ricostruire questi deserti, ma a me sembra che possiamo dire che non ripartiamo da zero dopo questa mattina. Ci sono già degli esempi di amicizia sociale, di collaborazione, di formazione come l’amicizia che lega la Fondazione per la Sussidiarietà e Comunità di Connessioni, ma come anche il Meeting stesso che è un luogo relazionale di dialogo e quindi di formazione culturale.










