Chi siamo
ITALIA E INDIA: COOPERAZIONE STRATEGICA IN UN MONDO CHE CAMBIA
In diretta sui canali digitali di Italpress
Mario Alvisi, Chief Growth Officer Royal Enfield; Vas Shenoy, chief Representative per l’Italia della Indian Chamber of Commerce (ICC); Marco Scurria, vicepresidente gruppo FDI al Senato, segretario Commissione permanente politiche dell’Unione Europea. Modera Gianluca Giansante, socio Comin & Partners e docente Luiss Guido Carli
Da potenza emergente a protagonista globale: l’India si gioca oggi una partita strategica su più fronti, economico, industriale e diplomatico. Con un mercato in espansione e un ruolo sempre più centrale nei consessi internazionali, il Paese punta a rafforzare la cooperazione con l’Italia e l’Europa. In un confronto tra istituzioni, diplomazia e imprese, il panel analizza opportunità, criticità e prospettive di una relazione destinata a crescere.
Guarda l’incontro
GIANLUCA GIANSANTE
Buongiorno, grazie a tutti per essere qui. Saluto anche le persone collegate che stanno vedendo in diretta e che vedranno nei prossimi giorni, nei prossimi mesi, questo incontro. Io sono in compagnia di alcuni relatori che ci consentiranno di comprendere meglio un tema così complesso come quello dell’India. Li presenterò a breve. Prima, però, provo a dire delle cose per inquadrare questo tema. Nel momento in cui mi sono iniziato a interessare dell’India mi è venuta in mente una cosa. Io vengo da un posto che è l’Abruzzo. Come qualcuno di voi forse sa, spesso si parlava nel passato di Abruzzi, perché l’Abruzzo è una regione che ha due luoghi abbastanza differenti fra loro. Una è la parte del mare che non è tanto dissimile dalla Romagna dove siamo oggi e una, invece, la parte di montagna che potrebbe tranquillamente stare in Trentino, in Alto Adige perché presenta caratteristiche molto diverse nel clima, nel cibo, nella cultura, quantomeno nella parte ambientale. Quando noi parliamo di India, mi viene in mente perché un tempo fino al Medioevo si parlava di Indie, perché nella scarsa conoscenza che c’era di tutto quello che era il continente asiatico, le Indie venivano viste come dei luoghi plurali e questo mi è stato molto utile perché quando parliamo di India stiamo parlando di intanto uno stato federale come noto, ma soprattutto stiamo parlando di un luogo che ha tantissime caratteristiche diverse dal punto di vista linguistico, innanzitutto, dal punto di vista culturale, dal punto di vista religioso, dal punto di vista gastronomico, non soltanto all’interno del paese. Tutti conosciamo i clivage, le linee di frattura, le linee di diversità più note, quelle fra nord e sud, quelle fra diverse lingue, quelle fra diverse religioni, quelle fra diverse caste, quella fra uomo e donna. Ci sono delle linee che in qualche modo dividono il paese e lo rendono più ricco, più vario, ma ce ne sono anche all’interno della stessa città, anche all’interno della stessa via. Ci sono condomini dove, ad esempio, ho scoperto non si può cucinare la carne perché ci sono delle caste e quindi c’è un regolamento del condominio tale per cui. Ho trovato un mondo che è plurale, che è interessante. Questo mi porta a dire una cosa, in questo dibattito io sono felice di avere delle persone così esperte che conoscono così bene l’India, le Indie, vogliamo dire, che ci consentiranno sicuramente di mettere dei punti fermi e di saperne un po’ di più. La prima cosa che voglio dire, l’umiltà è un po’ il sentimento che mi anima nel momento in cui mi occupo di India. È una parola di cui al Meeting ce n’è tanta di umiltà di comprendere, però proviamo anche a mettere qualche elemento unificante. Quindi il primo è quello demografico. L’India, come sappiamo, ha superato la Cina e oggi è il paese più popoloso al mondo con 1,4 miliardi di persone. Quindi quando si dice l’Europa è più di un mercato e siamo qualche centinaio di milioni, lì sono 1,4. L’economia mondiale che sta crescendo con tassi più rapidi. È un paese, e qui ne parleremo anche, che ha rafforzato in maniera molto forte con un partenariato strategico fra i due presidenti del governo durante un viaggio ufficiale a Nuova Delhi. Approfondiremo anche questo. È un paese che ha firmato a Rio de Janeiro un strategic plan, joint strategic plan 2529, che va rafforzando sempre di più le intese, ma che già oggi conta una cooperazione economica. Do due numeri, poi finiamo. L’India è il quinto posto tra i mercati di sblocco nell’area Asia Pacifico. Ci sono 800 aziende italiane già operative in India, che è un numero straordinario se conosciamo anche quanto siano vitali le aziende italiane. È un numero straordinario. E infine l’Italia è al quarto posto nella classifica dei partner UE dell’India e questo lo fa essere sempre di più, insieme allo sforzo politico, un alleato strategico di lungo periodo. Io mi fermo qui con questo rapidissimo inquadramento. Abbiamo detto delle diversità, abbiamo detto dei fattori unificanti. Voglio dare la parola, soprattutto presentare. Vi prego di accogliere con un applauso Mario Alvisi, Chief Growth Officer di Royal Enfield, Vas Shenoy, Chief Representative per l’Italia dell’India Chamber of Conference, benvenuto. E infine Marco Scuria che è vicepresidente del gruppo Fratelli d’Italia al Senato, segretario della Commissione Politiche dell’Unione Europea. Grazie a tutti voi. Io comincerei da Marco Scuria che è appena tornato dall’India. Scusatemi, vabbè, in tutti questi appunti. Vedete Mario Alvisi, scusatemi, ce lo siamo detti, ma perché ero molto contento di poter ascoltare. Sei appena tornato dall’India per fare un’esperienza molto interessante collegata al mondo delle moto. Royal Enfield è un grandissimo brand, l’Italia esprime dei grandissimi brand e questo connubio mi sembra molto interessante. Nel mondo della mobilità abbiamo appena assistito all’acquisto di Veco da parte di Tata, quindi c’è una serie di rapporti ben consolidati. Qual è la possibilità di interscambio commerciale fra i due paesi? Quali sono gli elementi di interesse di possibile sviluppo finora?
MARIO ALVISI
Allora, intanto buon pomeriggio a tutti e prima dico una nota su la mia situazione personale. Due anni e mezzo fa con la mia famiglia, con mia moglie, e lei stava aspettando un bambino, eravamo a Los Angeles e vivevamo là e c’è venuta fuori questa possibilità di fare questa esperienza con Royal Enfield in India. Quindi abbiamo deciso di trasferirci nella regione a sudest che si chiama Tamil Nadu e nella città, nella capitale che si chiama Chennai. Ho preso questa responsabilità di sviluppare tutto il piano delle moto elettriche per Royal Enfield. Ho accettato, rispondendo alla tua domanda, ho accettato per una sfida, per una curiosità e una sfida anche personale, perché mi sembra che c’è un certo trend all’interno del mondo di oggi in cui non si può trascurare l’est del mondo e l’India sicuramente insieme alla Cina è uno dei due player più importanti, soprattutto nel mondo automotive. Sono stato convinto andando a vedere poi quelle che sono le infrastrutture che l’azienda aveva, dalla qualità della visione e dagli investimenti che l’azienda metteva in campo. Si parla in questo caso di un’azienda che l’anno scorso ha venduto più di 1 milione di moto. Per farvi un esempio, ho lavorato tanti anni in Ducati, che è un’eccellenza italiana che tutti conosciamo. Ducati al momento vende all’incirca 55.000 moto. È chiaro, diversi livelli di prezzi. Il mercato indiano è un mercato molto importante. Ci sono state tante sorprese culturali per me. Alcune le hai scritte prima tu. L’India è un qualcosa di veramente complesso, direi una complessità che è un mix tra quello che è l’Europa e quello che è gli Stati Uniti. È un mix delle due perché, per esempio, la gente che viene da Mumbai e la gente che viene dal Tamil Nadu non parlano la stessa lingua, non cucinano lo stesso cibo. La differenza è come, che ne so, tra la Finlandia e la Grecia. Ma non solo quello, ci sono differenze culturali profonde ed è un posto che va vissuto, va vissuto per poter capire anche il business, per entrare nella testa di come poi ragionano gli indiani. C’è bisogno di questo. Rispondendo a quello che chiedevi tu, direi che la prima opportunità, la prima cosa per cogliere un’opportunità che esiste, c’è un’energia pazzesca in India in questo momento, un fermento di business veramente spettacolare, una spinta dei giovani, una voglia di crescere, di creare valore, di uscire da quella che è la loro situazione di partenza, che onestamente è un’ispirazione per me, è quella di prima di tutto vivere questo mondo, capire la cultura, capire come queste persone ragionano, capire quali sono le cose che sono i loro punti forti, che per noi, per esempio, nel nostro modo di ragionare probabilmente non comprendiamo. L’indiano, per esempio, nel mondo delle due ruote, nel mondo dell’automotive, vive la moto non come un mezzo di svago, vive la moto come un po’ la nostra auto utilitaria. Quindi il mercato delle moto è molto più grande di quello delle auto. Il mercato delle moto molto più grande anche dello scooter, perché per loro la moto è anche un simbolo di questa crescita che stanno facendo e vanno in giro con la famiglia. Quindi vedi tre, quattro persone con gli amici, è un modo anche per condividere. Capire, però, assieme a questo l’indiano è molto razionale. L’indiano ragiona in maniera molto razionale sul prodotto e ha una mente molto matematica. Mi ha molto colpito vedere la capacità di analisi e ragionamento anche della gente della strada sul perché sceglie uno scooter piuttosto che un altro in base al consumo, alle cose. Per poter operare in India è una grande opportunità dal punto di vista del business e dell’industria. In questo momento può essere un grandissimo partner per noi, per tante aziende, ce ne sono tante che già operano. Va capita dal suo interno, va vissuta e capita dal suo interno per poter poi cogliere questa opportunità che c’è.
GIANLUCA GIANSANTE
Grazie, è interessante. Mi piace sottolineare una cosa, che un’azienda che deve lavorare in India deve fare i conti con la possibilità di soddisfare il mercato indiano, perché se tu vuoi fare delle penne o dei quaderni, devi sapere che devi poter produrre per una popolazione di un miliardo e quattro, significa diverse centinaia di migliaia di persone che vanno ad acquistare quel prodotto. Quindi capacità, questo pone dei temi di capacità produttiva, di logistica, di distribuzione, quindi molto interessante dal punto di vista anche di marketing, su questo poi magari mi fa piacere tornare anche nella seconda parte, sebbene tu l’abbia già accennata. Vas, abbiamo parlato un po’ di imprese indiane che conquistano l’Europa, ma tutti noi siamo clienti di imprese indiane, ce ne sono tantissime. Anzi, se ci sono dei numeri aggiornati mi farà piacere toccarli, però nella chiacchierata che ci siamo fatti tu mi allargavi un po’ la prospettiva, parlavi di Indo Mediterraneo. Quali sono un po’ le caratteristiche delle imprese indiane in Italia? Quali sono le prospettive? Quali sono i punti di forza? E quali, poi ne parleremo anche, gli aspetti su cui si può crescere?
VAS SHENOY
Anzitutto grazie dell’invito e buon pomeriggio a tutti. Mi viene la voglia di iniziare con Zen and the Art of Motorcycle Maintenance dopo aver sentito Alvisi. L’India non è solo un altro paese o un altro continente, è un’altra dimensione perché tutto va visto con una certa prospettiva spirituale e molto filosofica, perché è un paese in generale molto filosofico. Quindi io ho chiesto di un po’ allargare questo tiro all’Indo Mediterraneo perché aziende indiane non vedono la crescita come una funzione di bilancio, quelle vere. Non parlo del perché non sono indiani come un gruppo, è un imprenditore di origini indiana, ma il gruppo è un gruppo indonesiano. Ma quelle vere, tipo gruppo Mahindra, ho avuto l’onore di conoscere il fondatore che adesso non c’è più, Harish Mahindra, o il gruppo Tata che entrambi esistono da parecchi decenni. Gruppo Tata da più di 100 anni, gruppo Mahindra più di 70 anni. Per loro un’espansione non è una funzione del bilancio, ma un’espansione in un paese è perché porta qualche vero valore aggiunto che va conservato, che va fatto tesoro, perché il mercato indiano è così vasto che i gruppi indiani, sinceramente, per i prossimi 30-40 anni non hanno bisogno di spostarsi, perché la crescita non è basata sull’export, ma è basata sul consumo interno. Un dato che non hai parlato è il fatto che un terzo del paese entro il 2030 sarà tra i 15 e 34 anni, quindi giovanissimo. Questa crescita continuerà almeno per i prossimi 30-40 anni. Detto questo, l’India cerca nella sua filosofia di rappresentare, non rappresentare, ma essere la voce del Sud globale, tanto quanto adesso l’Italia sta facendo con il Piano Mattei, con la presidente che sta facendo con il Piano Mattei. Per l’India è anche molto importante esprimere, dare voce a quelli più vulnerabili, quindi le scelte dei gruppi indiani, specialmente quelle di espansione verso l’Italia, non sono solo per motivi di prendere qualche tecnologia o perché c’è un mercato, ma perché apprezzano quelle qualità italiane che sono molto importanti per la crescita. Spero di aver risposto.
GIANLUCA GIANSANTE
Assolutamente, molto interessante. Questo mi fa veramente pensare poi a quello che accomuna, se vogliamo, due culture millenarie come quella italiana e quella indiana, forse dovremmo dire quella europea e quella indiana. Questo lo trovo molto interessante, anche molto stimolante. Qui siamo molto diversi perché l’Italia, invece, ha bisogno di esportare perché il mercato interno, un mercato importante, non è sufficiente in qualche modo per imprese che abbiano ambizioni globali. Invece qualcosa di molto diverso con l’India. Io mi sposterei adesso sul piano politico istituzionale perché poi le imprese lavorano nell’ambito di un contesto istituzionale che si è molto stabilizzato negli ultimi anni. Noi ricordiamo fino a qualche anno fa la crisi dei Marò, era qualcosa che percolava in qualche modo nelle relazioni economiche. Mi raccontano molto imprenditori fra Italia e India. C’era qualche difficoltà da superare, talvolta qualche diffidenza. Oggi, invece, come sappiamo, ho nominato prima anche che la collaborazione istituzionale fra i due governi che si è finalizzata nell’incontro fra il presidente del Consiglio Meloni e il presidente Modi a Nuova Delhi, i rapporti mi sembrano stabilizzati. Cosa è stato fatto? Come si è arrivati a questo punto? Qual è il bilancio delle relazioni fra i due paesi? Io lo chiedo al presidente Scuria che fa parte, peraltro, anche del gruppo intergruppo parlamentare Italia-India, quindi ha un ruolo, un punto di vista privilegiato. Grazie presidente.
MARCO SCURIA
Dunque, intanto mi consenta di ringraziare per questo invito in questo luogo che, per me e per tanti di noi, è sempre stato un punto di riferimento, un luogo dove ci si confrontava e ci si confronta e non ci si scontra. Sappiamo quanto la politica ha o avrebbe bisogno di questo. Lo dico perché, essendo stato anticamente uno dei fondatori di Atreju, che è un po’ la nostra festa, lo ricordava prima anche la presidente del Consiglio nel suo intervento. Quando abbiamo fatto nascere Atreju abbiamo pensato al Meeting di Rimini. Non è un caso. È una festa senza simboli di partito ed è una festa dove sono invitati tutti a parlare e a confrontarsi al di là del fatto che venga promossa da qualcuno e soprattutto ha questa enorme grande anima del volontariato. Un tempo anticamente si diceva da parte nostra di militanti, oggi sono tutti volontari. Sono persone che fanno la differenza, come la fanno qui, per la riuscita di un’esperienza come questa del Meeting. Venendo alla sua domanda, è cambiato tanto. Siamo partiti dal grande momento di crisi dovuto all’episodio che lei ricordava dei due Marò, ma è cambiata intanto per una questione che secondo me afferisce proprio alla politica. La politica è scelta. È una scelta responsabile che poi hai chi giudicherà le scelte che fai, però la politica deve tracciare degli obiettivi e una linea di condotta. Noi, lo dico in maniera molto chiara, eravamo reduci da, per esempio, un altro tipo di rapporti. L’Italia con i governi precedenti si era impegnata sulla via della Seta e quindi con un rapporto privilegiato con un altro partner orientale che era la Cina. Questo accordo è stato un accordo, porto qui dei numeri, fallimentare sotto tutti i punti di vista. Le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute molto poco e dal 2019 al 2022 si sono assestate su circa 16 miliardi e mezzo di esportazioni, ma in quello stesso periodo le importazioni dalla Cina sono cresciute dal 31,7 al 57,5%, noi abbiamo ci abbiamo rimesso da 19 miliardi e mezzo a 41 miliardi nel giro dal 2020 al 2022. Il famoso vino e poi spiego perché, di cui parliamo tanto in Italia, nelle esportazioni verso la Cina è sceso del 12% in questo intervallo, per non parlare di altre questioni come gli agrumi, le arance. Noi siamo stati l’unico paese del G7 che ha firmato un memorandum con la Cina. Francia e Germania che non hanno firmato questo memorandum hanno visto la loro bilancia commerciale crescere rispetto a quello che vi ho appena raccontato. Per questo siamo andati da un’altra parte, siamo andati su un confronto con un altro paese e devo dire che in questo il ruolo dei due presidenti del Consiglio ha fatto la differenza perché poi si può parlare tanto di politica, di categorie, di principi, poi la storia e la politica la fanno le persone e i caratteri di due persone basate ovviamente su alcune progettualità fanno una differenza. Meloni e Modi si sono incontrate, lo raccontavamo prima, c’è anche in India, ma non solo in India, si parla di “Melody” proprio come sintesi spontanea, naturale di incontro tra due nazioni che hanno determinato l’accordo che lei ricordava all’inizio, ma hanno fatto anche qualcosa di più. Magari lo vediamo anche nella prospettiva, perché alla via della Seta noi abbiamo sostituito la via del Cotone, di questa via che partendo dall’India arriverà all’Italia unendo tutti i continenti, unendo paesi dell’Asia, paesi arabi, Israele, paesi del Nord Africa, persino del Mediterraneo e l’Italia. E come non ricordarlo nel Meeting dell’Amicizia tra i Popoli? Questa via è la via della pace, è la via che mette insieme civiltà differenti, che mette insieme paesi differenti, che mette insieme identità differenti. Forse non è un caso che anche i drammatici attacchi del 7 ottobre sono nati anche per far fallire gli accordi di Abramo, ma anche questa possibilità di realizzare anche infrastrutturalmente, economicamente, imprenditorialmente, ma culturalmente questa via e questa strada. Adesso ovviamente speriamo che in Medio Oriente si riesca in qualche modo a porre fine per riprendere questo discorso, ma è un discorso che nasce dall’incontro di Italia ed India.
GIANLUCA GIANSANTE
Grazie. Grazie presidente. Io tornerei su Mario Alvisi. C’è una cosa che mi incuriosisce, il tema delle competenze umane, nel senso che un grande gruppo indiano chiama un manager italiano. Evidentemente oltre al fatto che qui siamo molto vicini alla Motor Valley, l’Italia che ha una grandissima competenza, probabilmente si riconosce anche dal punto di vista umano culturale agli italiani qualcosa e che vorrei approfondire. Dall’altro lato tantissime aziende italiane cercano persone in India, soprattutto nel mondo dell’IT, la maggior parte delle aziende italiane hanno partner indiani nel mondo dell’IT, ma non solo. Questo è frutto di un investimento che l’India ha fatto dal punto di vista dell’educazione in alcune regioni, in alcuni stati. Qual è in qualche modo il vantaggio competitivo degli italiani in India e degli indiani in Italia e in Europa dal tuo punto di vista?
MARIO ALVISI
Ti rispondo con una storia perché è quello che è successo. Nel 2014 ero in Germania con Ducati e stavo presentando quello che è stato poi il mio ultimo progetto con Ducati che è Ducati Scrambler. La conferenza stampa era l’ultimo evento, un po’ come quasi oggi, l’ultimo evento della fiera e poi dopo tutti uscivano, andavano via. Presentiamo la moto, giornalisti, conferenza stampa, domande, interviste. Tutti stanno andando via, stanno chiudendo i battenti, come si dice. Il mio team, tutti sono stanchissimi. C’è una persona, un indiano dentro il nostro stand che continua a guardare le moto. È rimasto solo lui, gli steward non sono riusciti a buttarlo fuori. Quindi dico ai miei: “Abbiamo detto che ci prendiamo cura di ogni cliente come se fosse il più importante. Perché non siete andati?” E loro mi dicono: “Perché siamo troppo stanchi, non ce la facciamo”. Allora io, per dimostrare che vado io, ero distrutto, ma vado io a parlare con questa persona, gli spiego tutto, gli faccio vedere. Questa persona mi dice: “Ah, ma io vi ho seguito, vi conosco, vi ho seguito sui social media. Complimenti, avete fatto un lavoro straordinario.” Io lo ringrazio e dico: “Ma tu cosa fai?” E lui mi dice: “Ah, io lavoro per Royal Enfield.” E dico: “Ah, Royal Enfield, guardate che vi stiamo seguendo, state crescendo veramente. Abbiamo anche una foto nel nostro ufficio della Continental GT.” E lui dice: “Dai, sì, sì.” E gli dico: “Ma cosa fai a Royal Enfield?” E lui dice: “Sono il proprietario.” Da lì è nata un’amicizia con Siddhartha Lal, un’amicizia che è durata per tanti anni, in cui spesso io ho chiesto lui: “Ehi, ho bisogno di un consiglio su questa cosa, su questa cosa qui, cosa faresti qui?” E lui diceva a me, per esempio: “Ehi, cosa faresti su questa cosa qui?” A un certo punto gli astri si sono uniti. Secondo me la cosa che Siddhartha vede in me, rappresentante di una cultura di un certo tipo, è questa capacità di proporre un prodotto premium, di portare quel mondo premium dentro il mondo delle moto, quella capacità di quel gusto per le cose belle che noi abbiamo perché la ereditiamo da tanti anni di storia, da come sono trattate le nostre terre, dalla bellezza che vediamo da quando usciamo di casa, da come siamo educati. Ognuno di noi decide quanto investirci. Secondo me vede quello, vede anche questo gusto per un’innovazione che non sia semplicemente un’innovazione tecnica, anche un’innovazione di design. Non a caso molti degli studi di design di aziende indiane hanno al loro interno degli italiani o degli europei. Per esempio Bajaj, lo studio di design di Bajaj ha al suo interno degli italiani. Infatti adesso hanno aperto qualche anno fa uno studio a Barcellona. Bajaj è un gruppo moto enorme in India che ha anche una fetta importante di KTM, per gli appassionati. Secondo me vedono questo. Dalla nostra parte quello che io sto imparando da loro sono tante cose. Riuscire a fare un prodotto bello e funzionale, riducendo i costi in maniera importante. Hanno una capacità produttiva pazzesca. Noi abbiamo un takt time, vuol dire il tempo che serve a una moto di uscire dalla linea di produzione. Ogni 40 secondi esce una moto dalla linea di produzione. I loro stabilimenti non sono quelli che io avevo in mente, un po’ l’immagine dell’India. Sono stabilimenti estremamente tecnologici. Continuano a innovare dal punto di vista di tutto il mondo, come dicevi tu, dell’IT, ma non solo. Sono tanti e hanno una visione. A me mi ha colpito questo: Siddhartha dice sempre: “Noi dobbiamo chiederci come sarà Royal Enfield tra 100 anni.” A volte nelle aziende in cui sono stato prima ci chiedevamo come sarà questa azienda tra 2 anni. Questi ragionano come sarà questa azienda tra 100 anni. Per cui, per esempio, io sono a capo di tutto il mondo dell’elettrico, che è un investimento che stiamo facendo importante e alcuni di questi prodotti che stiamo sviluppando non hanno neanche un piano di produzione. Hanno un piano come per dire: “Dobbiamo studiare questo mercato per capire poi, avere il know-how, capire come funzioneranno, essere pronti a poterlo portare, così come studiamo altre cose.” Penso però che in questa unione ci sia veramente qualcosa di potente. Se riusciamo a unire queste due qualità sono molto complementari. Penso che io vedo una grandissima opportunità in questa relazione tra Italia e India, in questo potenziale industriale.
GIANLUCA GIANSANTE
Grazie, grazie. Molto, molto interessante anche questo accenno proprio alla capacità di ottimizzare le linee produttive, che evidentemente figlia della necessità di produrre con volumi enormi. Io tornerei da Vas Shenoy, perché prima hai accennato anche alla filosofia con cui le aziende esportano, al legame con la spiritualità, con la religiosità della cultura indiana. Io vorrei mettere l’accento su una cosa che mi sembra di aver capito fra le poche che credo di aver capito sull’India, che qualsiasi azienda che voglia essere nazionale deve essere in realtà una multinazionale. L’esempio che mi viene in mente è quello di Bollywood che tutti noi conosciamo. In realtà è una delle tante industrie del cinema, perché tendenzialmente produce in una lingua, ma ci sono industrie cinematografiche dimensioni analoghe o magari più piccole che producono per altre lingue. Quindi è qualcosa di formidabile, la capacità che bisogna avere per soddisfare questo mercato. Con queste competenze alle spalle di capacità di servire culture, lingue e popoli diversi nella stessa nazione, cosa portano le imprese indiane in Italia, in Europa e cosa invece stanno imparando dall’Italia? Qual è la tua esperienza?
VAS SHENOY
Allora, l’India in generale ha anche questo vantaggio di essere molto avanti tecnologicamente, ma avendo una popolazione giovane così enorme, ha bisogno di bilanciarlo con i diritti dei lavoratori. Oggi parliamo di AI, Intelligenza Artificiale, che magari può mandare a casa migliaia di lavoratori anche molto formati. Per gestire una società in India è come gestire una casa con tanti figli. Devi essere molto paziente, devi sapere gestire varie qualità complicate. Così parlavo dell’Indo Mediterraneo perché, come tutto l’Indo Mediterraneo, è proprio la culla di quattro religioni più importanti, moderne, di varie razze, di varie complicazioni. L’India stessa è casa a quasi tutte le religioni nel mondo. Uno che gestisce una società in India ha bisogno di tutte queste sensibilità tra le feste, delle cose banali anche come le feste religiose di ognuno, le usanze di cibo. Per esempio, parlavamo di cibi, mangiare vegetariano e non mangiare carne. Ai dipendenti musulmani che celebrano Ramadan la stessa struttura, ai altri dipendenti indù che magari hanno una festa religiosa, ai dipendenti ebrei perché ci sono comunità ebraiche in India molto antiche. È un miscuglio culturale e con questo porti con sé un bagaglio di valori umani. La nazione stessa usa questa vecchia filosofia, si chiamava “Sud Iva Kutumbacam”. Tutto l’universo è una famiglia. Credo che i gruppi indiani veri che hanno avuto un grande successo, sia in India sia all’estero, portano con sé una parte di questa filosofia perché se non gestisci la tua azienda come una cosa da lasciare in eredità per i prossimi 100 anni, se non tratti questo mondo con gli stessi valori, come un deputato storico indiano che io conosco al termine di 40 anni di sua carriera politica, aveva la casa che gli dà il governo a Delhi, perché chi viene da fuori ha delle case a Delhi. Tutti i parlamentari hanno delle case. Ultimi giorni la sua moglie piantava delle piante di mango. Io sono andato per salutarli e ho detto alla signora che come mia zia gli dico: “Ma scusi, voi lasciate e andate via, non sarete più qui?” E dice: “Guarda, tutti quegli alberi di mango da dove abbiamo mangiato di mango per gli ultimi anni sono stati piantati da chi è passato da qui, quindi io solo sto facendo una cortesia per chi passerà dopo qua.” Quella filosofia credo che i veri gruppi indiani che hanno durato 50-70 anni di storia cercano di lasciare nel futuro e credo che quei valori umani in Europa è quello che in qualche maniera lega i due paesi, le due superpotenze culturali Italia e India, questi valori umani.
GIANLUCA GIANSANTE
Fantastico, molto interessante davvero questa profondità, questo aneddoto che ci hai raccontato. Io nel frattempo, se qualcuno della regia ci dice quanto tempo ci manca se mi manda un bigliettino, scusate, è una cosa tecnica perché penso che possiamo fare un terzo giro. Siamo stati, siete stati tutti rapidi e al punto, quindi ce lo siamo conquistati questo tesoretto, ma me lo confermerà poi. Sì, mi fanno cenno di sì. Presidente, allora, quali sono le iniziative istituzionali che stanno funzionando meglio nei rapporti fra i due paesi e quali, se ci può anticipare qualcosa di quello che si può dire, di quello che magari è già pubblico, su cosa volete puntare nei prossimi mesi per forzare questi rapporti?
MARCO SCURIA
Allora, i rapporti sono basati sul concetto di libertà, sulla capacità di fare incontrare i due mercati, le due società sulla base di una cornice di accordi che sono stati descritti, ma anche con la capacità di sperimentarsi e capire che cosa è meglio fare nei vari territori. L’India è andata sulla Luna qualche tempo fa, un anno fa, più o meno un anno e mezzo fa, e lo ha fatto anche grazie alle imprese italiane, proprio perché la nostra conoscenza, la nostra esperienza di questo ha potuto incontrarsi con questo obiettivo che l’India aveva. Non mettersi a tavolino e stabilire artificiosamente e in maniera talvolta anche astratta delle possibilità che poi non si trovano. Io prima citavo l’episodio del vino sulla Cina per dire che invece, come Vas sa bene, il Vinitaly andrà in India e quindi questa esperienza che è diventata un’esperienza italiana, ma un’esperienza europea di ritorno mondiale, aprirà i suoi battenti e anche la capacità di portare aziende italiane di un settore così conosciuto e così famoso per l’Italia in India. Penso che strategicamente sia molto importante quando la crisi tra Israele e Palestina si sarà placata riprendere questa strada, questa via che, ripeto, è una via commerciale, ma una via culturale, è una via sociale, una via di capacità di ascolto e di interscambio di esperienze, prima ancora che commerciale, che sia molto importante puntarci. Voglio dire una cosa che può sembrare anche un po’ esagerata. Il Kashmir, che è una regione che, insomma, sappiamo luogo di crisi, ha delle acque importanti, sono anche acque di ghiacciaio, quindi sono acque di un certo tipo. Per esempio l’Italia nella gestione, nello studio, nell’utilizzo delle acque è una nazione che ha sempre avuto una sua esperienza. Tante università, soprattutto le università del Nord per motivi geograficamente chiari, hanno avuto la capacità di affrontare questo tema. Questo, per esempio, è un settore dove l’incontro tra Italia e India, sia sul tema della ricerca che sul tema poi dell’attuazione di alcuni servizi che le acque possono dare, potrebbe diventare un luogo di incontro anche simbolicamente importante proprio per quello che quella regione rappresenta nella civiltà indiana e nella civiltà di quell’area geografica. Penso che bisogna continuare come stiamo facendo, sensibilizzare sempre di più i rapporti. Ripeto, l’India fino a questo momento era stata una nazione dove c’era una presenza italiana ovviamente di aziende, di imprese, ma non aveva una capacità di apertura perché c’era una presenza anche dello Stato e del governo italiano che spingesse verso determinati obiettivi. Lo abbiamo fatto come in tante altre parti del mondo. Lo ricordava, ripeto, prima la presidente del Consiglio, il protagonismo italiano nel mondo è forse la nota più evidente di questi quasi 3 anni di governo, sia sulla politica interna che anche sulla politica estera, anche se poi la politica estera diventa sempre politica interna perché significa aprire mercati, sviluppare aziende, sviluppare contatti. Stamattina ho avuto un incontro con una serie di parlamentari libici che sono presenti qui al Meeting e una delle cose che mi chiedevano era proprio il rapporto tra università, la possibilità per far studiare ragazzi libici nelle università italiane. Tutto questo si fa e si può fare se usciamo dallo spontaneismo che in Italia è sempre stato un dato fondante, fondamentale, perché ci siamo sempre un po’ rimboccati le maniche, fatti da soli. Però quando hai come stiamo facendo e come in India è la rappresentazione migliore, uno sforzo istituzionale, penso che tutto venga più facile. Ripeto, questo “Melody” o “Melodi” a seconda di come lo vogliamo dire, nel senso simpatico del termine quasi inglese, ma nel rapporto tra i due capi di governo sia la garanzia migliore per far sì che cittadini, imprese, famiglie italiane abbiano un luogo dove potersi sentire a casa.
GIANLUCA GIANSANTE
Grazie. Grazie. Come ci siamo detti, abbiamo un ultimo giro con circa 5 minuti ciascuno. Io vi provo a dare uno stimolo, ma sentitevi liberi poi di dare il contributo che ritenete più interessante per la conclusione di questo dibattito. Allora, comincio da Mario. Tu ti sei trasferito in India con tutta la tua famiglia. Vivi tante dimensioni, quella professionale, quella familiare, i bambini a scuola. Cosa pensi che possiamo imparare noi dall’India, non solo a livello personale, ma come lavoratori, come persone, come imprese, come famiglie, come insegnanti? Cosa trovi di interessante e di utile che possiamo anche portare a contributo qui oggi? Domanda molto bella.
MARIO ALVISI
Una domanda molto bella. Allora, tante cose. Ti dico quelle che sto imparando io. Esempi pratici. Un mese dopo che siamo arrivati, abbiamo trovato una babysitter per Leone che a quel tempo aveva 3-4 mesi e parlava solo Tamil, una donna di 40 anni con tre figlie. È arrivato un monsone, novembre-dicembre è il momento dei monsoni nel sud e la sua casa, la città è stata allagata. La strada dove normalmente passavano centinaia, migliaia di macchine ogni giorno era diventata un fiume e andavano con le barche. Noi siamo stati chiusi in casa tre giorni e avevamo una bella abitazione che era al sicuro. Eravamo senza luce per un po’ di giorni, ci lamentavamo un po’: “Ah, non c’abbiamo internet, non abbiamo l’aria condizionata.” Uma, che è il nome di questa donna, aveva avuto più di un metro di acqua in casa per 3 giorni. Dopodiché ha smesso di piovere, è arrivato il sole, si è asciugato tutto, quindi c’era fango. Sono riusciti a pulire, quindi lei mi ha chiesto un giorno di ferie dopo per poter pulire casa, chiaramente. Poi è venuta a lavorare. Come è venuta a lavorare Uma? Come viene tutti i giorni? È arrivata con un sorriso a piena faccia, non una parola di lamento, contenta, felice. Quindi la prima cosa che abbiamo imparato è che la felicità non dipende da quanto hai. La felicità dipende da dove guardi. Cose che ho imparato da loro. Ce ne sono tante, ma ci sono tanti esempi di questo tipo che ti posso. Io imparo continuamente da queste persone. Così come al lavoro. Al lavoro sto imparando, per esempio, una profondità nel nell’andare veramente. A volte io vengo da una tradizione che è da una modalità di lavoro che è italiana e poi americana, quindi si va diretti subito al punto, si cerca di chiudere svelta. A volte sono frustrato in certe situazioni, però la cosa interessante è che la prima cosa con cui si inizia una riunione è: “Come stai? Come va la famiglia? Tutto bene? Cosa hai fatto ieri? Ma ho visto che tuo figlio ha fatto…” C’è un livello umano di 5-6 minuti, poi si parte il Meeting. Questo a tutti i livelli, anche con l’amministratore delegato. C’è una questione, come diceva quella parte penso spirituale che citava prima, è proprio parte di questa cultura. L’aspetto religioso o la questione lavorativa o la questione familiare non sono separate. È sentito come c’è molto rispetto per l’altro, per la religione dell’altro, ma c’è anche l’aspetto religioso, parte della spiritualità, parte della tua vita, quindi parte dell’azienda. A volte ho partecipato a delle puja, dei momenti di preghiera che alcune persone dentro l’azienda facevano come auspicio per la produzione di un nuovo prodotto. Questa è un’altra cosa che, pensando nelle nostre aziende, è qualcosa che fa un po’ strano. Tante cose dal punto di vista del lavoro c’è anche questa profondità, questa lunga visione, quel non spontaneismo. Tante volte semmai più lento, però chiara direzione, andiamo piano piano e arriviamo. Dobbiamo migliorare. Non lo stigmatismo per l’errore. Abbiamo sbagliato. Questa cosa qui lavoriamo, la miglioriamo. Tutte cose che sto imparando nella mia esperienza indiana.
GIANLUCA GIANSANTE
Molto, molto interessante. Anche qui do un piccolo spunto a Vas, poi se vorrai lo segui. In pochi anni l’India è stata capace di dotarsi di una capacità di formare le proprie persone, i propri giovani sull’IT. Pazzesca. Noi in Italia tanto spesso ci sono aziende che si lamentano perché non trovano personale. Io ne conosco tantissime di quelle con cui lavoriamo che dicono: “Noi potremmo fatturare di più se avessimo più persone capaci di fare certi lavori.” Come è stato possibile anche questo? Viene dalla cultura indiana, viene da scelte politiche? Che idea ti sei fatto e cosa si può portare anche qui? Cosa possiamo importare noi italiani da questo modello?
VAS SHENOY
Guarda, io personalmente credo che è una scelta di identità. Io sono arrivato in Italia negli anni ’90 e il paese è cambiato tanto e non tanto spesso per il bene. Quindi credo che l’unico motivo che l’India è riuscita a riprendere il suo posto perché nel 1700 faceva il 25% del PIL mondiale. In 200 anni di colonizzazione gli inglesi hanno avuto il successo nel ’47, quando sono andati via, di farlo arrivare al 2% del PIL globale. Quindi, negli ultimi 79 anni il popolo ha continuato perché è un popolo che continua a resistere, non c’entra chi è al governo. Quindi gli ultimi 1000 anni ha resistito e continuerà a vivere per motivi che ha questa veduta un po’ più filosofica sulla vita. Io credo tanto di quello che dice lui, che è una questione di identità personale che porti con te che fa un’unità unica che secondo me in Italia gli ultimi anni si è un po’ perso, si è diventata un po’ più americanizzata. Non è che tutto è male, che americano, ma in generale. Però credo che l’India è riuscita a mantenere questa cosa dove ha i super laureati che portano il paese alla Luna al costo di un volo privato da New York a Delhi, ma di mattina presto si svegliano per andare a pregare. Credo che questa idea di identità personale è accettata sia in azienda sia nella vita comune e credo che questo è l’unico motivo per la quale i giovani continuano a resistere, lavorare e a creare, perché c’è questo spirito di costruire qualcosa per un domani, non per da oggi.
GIANLUCA GIANSANTE
Interessantissimo. Le conclusioni di questo dibattito le affiderei al presidente Scuria. Sulla politica ci sarebbero tantissime cose interessanti sull’India. Hai citato il ’47, la figura di Gandhi. Poi sono tantissimi gli esponenti politici indiani che vanno studiati e vanno approfonditi. Io forse lo spunto che darei al presidente è di alzare un po’ il livello. Abbiamo parlato tanto di India e Italia, ma dal punto di vista dello scacchiere internazionale, il rapporto con l’India, come si inserisce nelle politiche con l’Unione Europea, col Piano Mattei, con le due crisi, sono state citate dell’intervento del presidente Meloni, più importanti che sono oggi sul tavolo. Qual è la linea guida che vi ispira e che vi ispirerà anche nei prossimi mesi dal punto di vista politica internazionale?
MARCO SCURIA
Io le racconto, parto da un episodio. Stavo parlando qualche tempo fa con l’ambasciatore Saggio che è il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, la persona che è a capo anche della cabina di regia del Piano Mattei. Mi diceva dopo che erano stati alle Nazioni Unite, all’Assemblea delle Nazioni Unite: “Guardi, senatore, io ovviamente faccio questo lavoro non da oggi. Ma lei non può capire perché tutti volevano incontrare la presidente Meloni.” Era un incontro che era dovuto alla persona, ma anche alla capacità di capire che per la prima volta l’Italia svolgeva un ruolo diverso sullo scenario internazionale. Questa è la linea guida. Riuscire, ne parlavamo anche prima, ad andare in Asia centrale per la prima volta e parlare con l’Uzbekistan, con tutti i paesi di quell’area e raccontare che c’è una prospettiva italiana, di immaginare il Piano Mattei e di dire che per la prima volta l’Italia ha una strategia nei confronti del continente africano, del Mediterraneo e su questa strategia portarsi dietro l’Unione Europea che, non sempre ha guardato al sud d’Europa con grandissimo interesse. Riuscire nella crisi ucraina a dialogare ed essere punto di riferimento tra Washington, Bruxelles, Kiev e vedremo come andrà a finire. Questo vale anche per l’India. Lo sapete che la presidente del Consiglio partirà nei prossimi giorni per un tour, tipo rockstar, nella parte del sudest asiatico, anche se ha dovuto accorciare il viaggio proprio per motivi legati alle crisi che si stanno, sia Ucraina che del Medio Oriente. Anche questo è ed era un tour immaginato per tornare a casa con qualcosa. Non si va in giro semplicemente a stringere mani, ma la differenza rispetto a prima è che l’Italia e non solo la presidente del Consiglio, ma l’Italia torna sempre con qualcosa su cui poter lavorare, su cui poter dire alle proprie imprese, alle proprie associazioni: “C’è questo obiettivo.” Non è un caso che noi abbiamo il record degli investimenti stranieri in Italia, cosa che non era mai accaduta nella storia italiana, frutto proprio di questo protagonismo che c’è. Se tutti vogliono incontrare l’Italia è perché capiscono che l’Italia è differente rispetto a prima. Lo dico anche perché è abbastanza semplice. Io ho fatto anche il parlamentare europeo prima di fare il senatore e la cosa che mancava a Bruxelles era la certezza da parte delle istituzioni europee, ma di qualunque altro soggetto, che quando tu parlavi con qualcuno, quel qualcuno si sarebbe ripresentato a parlare con te 6 mesi dopo, 7 mesi dopo, un anno dopo. Che accordi vuoi fare con chi non ci sarà tra qualche tempo? Oggi si ha anche questa certezza che il governo italiano arriverà a scadenza naturale. Io faccio il tifo perché ce ne sia anche una seconda e se le cose continuano a andare così, secondo me, andrà anche così. Comunque fermiamoci a questa e questo è un dato un valore aggiunto incredibile nello scenario mondiale politico, economico e imprenditoriale. L’India è nel suo essere la nazione con la popolazione maggiore al mondo il caso emblematico. Se posso dare un consiglio non richiesto è che proprio questa grande esplosione indiana di popolazione, di popolazione giovane, possa far concentrare l’India non solo sull’aspetto imprenditoriale, ma anche sull’aspetto sociale, perché quando hai un miliardo e mezzo di persone la cui maggior parte è giovane, devi cominciare a porti dei problemi anche sulle politiche sociali, sui servizi da dare ai più giovani, da dare alle donne, che è un altro tema che è inquadrato in tutte le nostre società. Penso che anche su questo l’incontro tra chi, come l’Italia, ha fatto sempre dello stato sociale e dell’attenzione per le fasce più deboli uno dei propri capisaldi e non a caso in un luogo come questo che a questo ha sempre guardato, penso che rafforzi ulteriormente questa amicizia e questa alleanza tra Italia e India.
GIANLUCA GIANSANTE
Grazie. Io credo sia stato un dibattito ricco, vivo. Non abbiamo risposto a tutte le domande, ma spero che abbiamo dato dei punti da cui partire per le vostre riflessioni personali. Mi piace citare un mio vecchio professore che dice: “Non abbiamo risposto a tutte le domande, ma spero che abbiamo posto altre domande a cui voi possiate avere la curiosità di voler rispondere, di voler approfondire.” Ringrazio ancora i relatori e un saluto a tutti voi. A presto.










