INVITO ALLA LETTURA

BLUFF
Presentazione del libro di Marco Cobianchi (Orme Editori). Partecipano: l’Autore, Giornalista; Giulio Tremonti, Ministro dell’Economia e delle Finanze.
A seguire:
Verso un mondo nuovo
Presentazione del libro di Mary Ann Glendon (Ed. Liberilibri). Partecipano: l’Autrice, Learned Hand Professor of Law at Harvard Law School; Marta Cartabia, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Milano Bicocca; Giuseppe Verde, Preside della Facoltà di Giurisprudenza all’Università degli Studi di Palermo.
A seguire:
I segreti di Karol Woytjla
Presentazione del libro di Antonio Socci (Ed. Rizzoli). Partecipa l’Autore, Giornalista e Scrittore.
Introduce Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

 

CAMILLO FORNASIERI:
Vorrei il servizio d’ordine. Dunque il momento di oggi pomeriggio vede la presentazione di tre proposte editoriali, di tre libri. Cominciamo con la prima che riguarda il libro di Marco Cobianchi, BLUFF: perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente? Marco Cobianchi è un editorialista, un giornalista di economia, collabora e scrive editoriali per E-polis, per Business People e per il Sussidiario.net ed è un attento osservatore che vive a Milano, dove è nato, da dove, però, i si era spostato, negli anni di gioventù, qui in zona Romagna. A presentare questo libro abbiamo un ospite d’eccezione, il Ministro Tremonti, Ringraziamo sia lui che l’autore della loro presenza. Con questo libro siamo al centro di un fatto, quello della crisi internazionale economica, che viene guardata da Cobianchi come un fatto importante sia per la riflessione economica, culturale, sia per il mondo della comunicazione. Grazie, e a te la parola.

MARCO COBIANCHI:
Grazie. Grazie al Meeting per l’invito. Innanzitutto l’autore dovrebbe spiegare cosa c’è dentro al libro. Il libro è una raccolta, anzi, la raccolta di ampi stralci editoriali, di interviste, articoli, dichiarazioni sparse dei maggiori – faccio una premessa, non faccio nomi, quindi se siete poi curiosi di sapere a chi mi riferisco, dovete vederle nel libro – dei maggiori economisti italiani che lavorano sia in Italia che all’estero, soprattutto in America, riguardo alla crisi economica nella quale siamo immersi. Il periodo va dal primo gennaio 2007 fino al 31 dicembre 2008, più o meno. L’idea di scrivere questo libro mi è venuta perché, ovviamente per lavoro, leggo una decina di quotidiani, e leggendo gli editoriali di questi economisti sembrava che la crisi non esistesse, praticamente nessuno dei grandi economisti italiani, che scrivono sui maggiori quotidiani italiani, ha previsto la crisi. Soprattutto l’hanno negata e questo è ancora peggio, è molto peggio, cioè mentre fallivano la banche in America e anche in Europa, in Germania, in Inghilterra, dicevano che la crisi non c’era e che era un problema di correzione dei mercati borsistici, una crisi passeggera. Addirittura uno ha scritto: fra due settimane sarà tutto finito poi ricominciamo da capo; un altro ha scritto: non ci sarà nessuna crisi come quella del ’29, è una correzione delle borse, se ci sarà una crisi sarà limitata all’America e non infetterà il resto del mondo, non sarà mai una recessione, magari fallirà qualche banca ma non è poi così grave. Questo è quello che si leggeva sui quotidiani italiani. Noi diremmo che queste persone non hanno sottoposto la ragione all’avvenimento, perché mentre in America fallivano, praticamente, una alla settimana, i lettori italiani è come se fossero stati messi allo scuro di questo. Se si trattasse solo di errori, non sarebbe tuttavia molto grave. La cosa davvero interessante arriva quando si indaga sui motivi che li hanno portati a sbagliare tutti insieme sullo stesso tema, nello stesso momento. E allora mi sono chiesto: com’è possibile? E guardate che stiamo parlando di economisti che dettano l’agenda, anche, ai governi, che dicono anche cose giuste, anche cose sbagliate. Vengono tutti dalla stessa cultura economica, hanno studiato sugli stessi libri e insegnano le stesse cose. La cultura economica dalla quale provengono è quella dominante nelle aule universitarie e sulle prime pagine di grandi quotidiani ed è quella che sostiene l’efficienza del mercato, l’autoregolamentazione del mercato; questi mercati devono essere lasciati più liberi possibile, liberi dalle interferenze di politici di lobby e possibilmente anche da authority, è bene che ci siano, però senza esagerare, perché altrimenti i mercati non sono così liberi e non va bene. Quindi il focus di questa scuola economica è la libertà del mercato, l’efficienza del mercato, anziché quella dell’uomo che lavora dentro al mercato. Pensate che pochi mesi fa ancora sui giornali c’era scritto che occorrerebbe abolire la cassa integrazione, perché così le persone non sono incentivate a cercare un altro lavoro. Chi introduce all’interno di questo dibattito economico delle categorie diverse da quelle del mercato e dell’efficienza, cioè l’uomo, la solidarietà o l’etica, viene trattato abbastanza male. Il Professor Tremonti ha scritto sul Corriere della Sera, anzi, scusate, il Corriere della Sera ha riportato le dichiarazioni del professor Tremonti, che diceva che le banche non dovevano perdere la spinta etica; visto che le banche, per tappare i buchi che avevano i loro bilanci, avevano, sostanzialmente, diminuito i soldi che davano all’economia reale, alle piccole imprese, il professor Tremonti disse: non perdete la spinta etica. Ecco, uno di questi professori ha scritto sul Corriere della sera: non sapevo che la Sharia fosse entrata a far parte della nostra cultura. Ora, a parte che alcuni di questi non hanno ancora ben capito la differenza tra etica, religione e Sharia, però questo dà l’idea della cultura dominante, del pensiero unico tremendo, non solo perché unico ma perché sbagliato, che si è respirato in questi due anni. Avendo sbagliato, e potrebbe essere una opinione, e invece per me è un fatto, perché la terza cosa molto grave che è successa, è che hanno dato ricette sbagliate per uscirne. Quando le banche, soprattutto americane, hanno iniziato, quelle grosse quelle importanti, ad andare in default, questi professori hanno risposto: fatele fallire, fatele fallire tutte. C’è un capitolo dove ho voluto proprio intitolare così: fatele fallire tutte. Non è giusto usare i soldi dei contribuenti per salvare delle banche che hanno sbagliato, non è giusto usare i soldi dei contribuenti per pagare il bonus milionario ai presidenti di banche fallite e quindi occorre lasciarle fallire. Quando stava per fallire la Lehman Brothers, sui giornali italiani si leggeva solo questo: è giusto farle fallire; perché l’ideologia italiana della forza distruttrice e creatrice del mercato sosteneva che se una banca, un’industria, non sta sui mercati, deve essere lasciata fallire, perché un’altra più efficiente prenderà il suo posto. Questo è vero, ma teoricamente è vero perché praticamente quando tu fai fallire 40 banche americane o dieci banche europee, tutte insieme, semplicemente crei il deserto, quindi per fortuna che non sono stati seguiti.

GIULIO TREMONTI:
Nel De divinatione di Cicerone c’è un passaggio di grande rilievo, dice: “Io non ho mai capito perché un aruspice divinatore, quando incontra un altro aruspice divinatore, non si mette a ridere”. E così avviene in tutti i sinedri che si riuniscono per discutere di economia di questi tempi, riunioni che realmente ricordano quelle dei maghi. Tutta la nostra antropologia è fatta da maghi Apollonio, Merlino, Faust stesso, pure molto rispettabile, Prospero, il Mago di Oz, Harry Potter, naturalmente c’è anche Mandrake, il Mago Wiz, Satanic, devo dire anche il Mago Otelma. Le riunioni degli economisti sono esattamente queste. Allora il Mago Apollonio farà apparire l’inflazione ma ne impedirà la trasformazione in deflazione: grandi applausi, riconoscimenti a questo prodigio magico. Quello che colpisce è che nessuno di questi ha mai chiesto scusa, nessuno di questi ha mai detto ho sbagliato, hanno sempre sbagliato gli altri. Insomma qui è pieno di gente che adesso dice per sopravvivere l’opposto di quello che per tanti anni ha detto per vivere, ma io credo che dietro il libro ci sia, che sia possibile sulla base del libro una riflessione più seria di quella che ho fatta. Il libro è molto serio ed è un ragionamento sul metodo delle scienze ed un po’ quella che si sta configurando adesso, è la replica della storica polemica sul metodo fatta tra la fine del ’800 e il principio del ’900 in Germania, ed è il confronto se sono identiche o diverse le scienze naturali e le scienze sociali. Le scienze naturali prendono in quella polemica, e credo nei vocabolari, prendono il nome di nomotetiche, perché sono scienze che pongono delle leggi; le scienze naturali sono ideografiche, cioè descrivono fenomeni e c’è una profonda differenza di buon senso. Per esempio: l’acqua bolle a una certa temperatura, l’acqua ghiaccia a una certa temperatura, gli atomi, le molecole si compongono, scompongono, secondo certi criteri riconducibili a leggi naturali. Quello che avviene nel dominio della società e della vita dipende dagli individui, dalle aspettative, dalle relazioni tra gli individui, da fattori immateriali, che non consentono di ridurre a unità i fenomeni, quindi sono fenomeni gli uni e gli altri, ma i fenomeni naturali si prestano alla considerazione scientifica nomotetica; i fenomeni sociali si prestano anche a una considerazione scientifica ma profondamente diversa. Non è possibile, si diceva allora, formulare delle leggi sociali, puoi fare delle rappresentazioni ideografiche dei fenomeni ma non ridurli nella meccanica causa effetto, scandita come per le leggi naturali. La polemica alla fine finisce, si conviene di ritenere che sono domini scientifici diversi ma nell’ultimo decennio si realizza un fenomeno di destrutturazione rispetto a questo schema e ciò dire l’economia cessa di essere, cessa di considerarsi come una disciplina sociale e si presenta, e si configura, e si costruisce come una disciplina naturale e cioè pretende di rappresentarsi secondo modelli, formule, meccaniche quantitative, statistiche, che si configurano in termini assolutamente meccanici, autonomi, in qualche modo più che autonomi autoreferenziali e artistici, basati su selve di dati imperscrutabili. Dietro, però, c’è una severa logica politica e di potere, ed è assolutamente il primato del mercato sullo Stato, l’economia non come ancella delle discipline sociali, morali e generali ma l’economia come capace di produrre, di rappresentare e di svilupparsi secondo leggi autonome. Quindi non l’economia che cerca di decifrare i contenuti della realtà sociale, ma l’economia che pretende di presentarsi come un a priori assoluto, al quale tutto si deve ricondurre. E questo non è solo un meccanismo naturale, antropologico, ma è stato fondamentalmente un meccanismo di potere, perché questa rappresentazione culturale si è costruita al servizio dell’ultima ideologia terminale del Novecento, che è stata il mercatismo, l’idea che il mercato domina sullo Stato, sugli individui, che è in sé un valore assoluto. Cosa è successo? E’ successo che la realtà era diversa, si è sviluppata in modo diverso. Io non sono un economista – questa volta mi aiuta – e ho sempre pensato che il mondo, alla fine del Novecento, entrava su una curva diversa, la globalizzazione non avrebbe potuto ridursi nel mercatismo, avrebbe portato in sé anche la meccanica e la crisi. Quello che ho sempre sostenuto è che quello che sta succedendo deriva dalla globalizzazione, che ha aspetti positivi e negativi, che ha prospettive di stabilità ma anche elementi di instabilità. Poi gli economisti mi hanno detto: se tu sapevi questo non dovevi cassare le banche, non dovevi cassare i petrolieri. Io ho sempre pensato che ci sarebbe stata una crisi causata dalla globalizzazione, nel ’95 ho scritto un libro intitolato Il fantasma della povertà, nel 2005, Rischi fatali, nel 2007 La paura e la speranza, era impossibile prevedere in che giorno, in che dimensione, in che forma la crisi si sarebbe manifestata ma la mia idea, dal ’95 in poi, è che la cascata dei fenomeni, che hanno trasformato e unito il mondo, avrebbe causato anche dei fatti di crisi, quindi ci voleva un mago per prevedere in che giorno sarebbero crollati i mercati, a che corsi, per che dimensioni, per quanto tempo, ma non ci voleva un mago per capire che cambiando la velocità e la struttura del mondo, niente poteva restare come prima. Il corso dei fatti credo che abbia dato non ragione a chi li critica ma certamente torto agli economisti, a come hanno rappresentato la realtà e quello che davvero fa un notevole effetto, con qualche rimarchevole obiezione, è che il coro continua e francamente, se ci fosse il buon gusto ed il buon senso da parte di tutti di starsene zitti per un anno o due, ci guadagneremmo tutti e loro stessi.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, dobbiamo un po’ per forza di cose concludere qui questo nostro appuntamento, anche perché poi abbiamo occasione di sentire il ministro nel prossimo importante incontro. Io lo ringrazio tantissimo della lettura di questo libro e anche dell’attenzione a quanto viene prodotto dalle persone attente nella nostra società. Grazie a Cobianchi per il suo lavoro davvero completo e interessante. Chiamo i protagonisti del prossimo libro, li prego di avvicinarsi.
Il libro che proponiamo ora, è di Mary Ann Glendon, professoressa che abbiamo ascoltato ieri sul tema della conoscenza del diritto E che salutiamo. Il titolo del libro è "Verso un mondo nuovo. Eleanor Roosevelt e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" ed è della LIBERILIBRI, un editore di Macerata, che ci consegna il libro anche in una bella veste e una bellissima traduzione. E’ un lavoro della professoressa Glendon del 2001, se non erro, e che abbiamo così l’occasione non solo di presentare, ma di avere nella nostra lingua. Fatto importante, come fatto importante è l’argomento del quale esso parla e che ci verrà introdotto dalla professoressa Marta Cartabia, che conosciamo – un saluto anche a lei – e dal professore Giuseppe Verde qui alla mia destra, Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, per la prima volta al Meeting e che siamo molto lieti di avere tra noi. Il libro è la narrazione di quel particolare momento, immediatamente successivo al termine della seconda guerra mondiale, che segna la fine di un rapporto di collaborazione tra le due grandi potenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, in cui vengono appunto elaborate le possibilità di scrittura di quella che sarà la dichiarazione universale dei diritti umani, in seno alle Nazioni Unite. In quel momento una figura, direi sconosciuta ai più, Eleanor Roosevelt, presidente in quel momento dell’organismo, realizza questa importante dichiarazione, che fissa un punto di partenza importantissimo in quel momento e nei momenti successivi. Io sono rimasto molto colpito da due cose, una accaduta allora tra persone di razze e religioni diverse che preannuncia il multiculturalismo di oggi, e che sono riuscite ad accordarsi su un unica Dichiarazione universale dei diritti. L’altra è la “Preghiera serale di Eleanor Roosevelt”, che voglio leggervi: “Padre Nostro, che ci hai reso irrequieti nel profondo del cuore e sempre in cerca di cose che mai riusciamo a fare pienamente nostre” e conclude dicendo “salvaci da noi stessi e fa che ci appaia finalmente un mondo nuovo”. Do subito la parola Marta Cartabia, che meglio di me enucleerà il significato e il senso del libro, poi al professor Verde, e poi all’autrice, che concluderà l’incontro.

MARTA CARTABIA:
Grazie per l’invito a presentare, o meglio, a dire qualche parola, su questo testo che è uno dei più belli, nell’ambito delle mie letture giuridiche, che ho letto negli ultimi tempi. Ho interpretato, e interpreterei, questi pochi minuti a disposizione esattamente nello spirito del titolo, un invito alla lettura, e quindi vorrei mettere a parte con voi le ragioni per cui ho trovato così interessante e così affascinante, gustoso – perché la scrittura di questo libro è una componente molto piacevole, che va sottolineata adeguatamente – leggere e consigliare questa lettura. Mi permetto anche di dire che le brevi cose che dirò, le dico non con un io, ma con un noi, perché sono riflessioni maturate insieme a Paolo Carozza, che non può essere qui, perché impegnato in altra parte del mondo per un compito importante, e con Andrea Simoncini. La scoperta di una autrice così rilevante, come la professoressa Glendon, così affascinante, così vicina – era un maestro che stavamo cercando, senza saperlo – è frutto di una catena di rapporti che, soprattutto grazie all’amico Paolo Carozza, ci ha permesso di incontrare, prima attraverso i suoi scritti, poi personalmente, e per noi è una strada aperta per il futuro. Che cosa ci è piaciuto di questo libro, che è uno delle opere più importanti della professoressa Glendon? Come diceva Camillo Fornasieri, questo libro potremmo dirlo un libro di storia del diritto, perché ci porta all’origine della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, cioè di quel documento che nel 1948 ha fissato alcuni principi, alcuni diritti che non avrebbero mai più dovuto essere calpestati nei confronti di qualunque persona umana. Dire, però, e definirlo di storia del diritto sarebbe sminuire grandemente quest’opera, banalizzarla e forse coprirla di un po’ di polvere, come spesso i libri di storia del diritto mostrano nella loro apparenza. E’ vero che il grande valore di questo testo è quello di farci vedere il lavoro che c’è stato dietro l’approvazione della Dichiarazione Universale, tant’è vero che il testo è anche corredato di una serie di documenti originali, che ci permettono di vedere i lavori preparatori. Ma non è solo questo. La bellezza di questo libro è che si respira il clima storico in cui la Dichiarazione fu elaborata, ma soprattutto, piano, piano, si imparano a conoscere le persone, dei personaggi chiave, che hanno permesso quello che noi ci siamo permessi, a nostra volta, di definire il miracolo dell’approvazione della Dichiarazione Universale. Perché? Clima storico e persone. Il clima storico di quell’epoca, non diversamente dai nostri anni attuali, era un clima di grandi divisioni. Non era un’epoca facile. C’era alle spalle tutta la distruzione della guerra, dei totalitarismi, e all’orizzonte, già incipiente, la guerra fredda. Un mondo diviso, drammaticamente, su terreni diversi, ma tanto quanto il nostro, e tutto questo emerge. Tutte le difficoltà dell’epoca storica, del clima politico, delle profonde divisioni culturali e ideologiche, emergono tutte nel libro. Ma queste macerie di scorie umane non hanno impedito ad alcune persone di tenere desta una grande tensione verso l’ideale. Questo spesso ricorreva anche ieri, per chi ha sentito la professoressa Glendon parlare, è una delle cose che a me personalmente affascina di più del suo lavoro. L’ideale è sempre riscoperto abbracciando tutte le povertà umane e storiche in cui siamo. Non salta mai questo passaggio. Le schegge negli occhi da cui partiva ieri, sono esattamente le macerie che avevano addosso queste persone per poter tendere a quell’ideale, e ciò non di meno, un lavoro incessante, indomito, incessante, faticoso, fatto di scoraggiamenti e di momenti di esaltazione. Dunque, uno degli aspetti più affascinanti è leggere questo libro proprio come la testimonianza di un’epoca, in cui le difficoltà umane sono comunque sostenute da questa grande tensione a un ideale che non è lontano, astratto, puro, in un mondo totalmente perfetto, ma è proprio riscoperto dall’interno di queste difficoltà. L’altro aspetto di fascino, e qui mi permetto di rinviare a quanto abbiamo scritto, lo dico solo in due battute per lasciare lo spazio agli altri, è che la professoressa Glendon ci prende per mano e ci porta a sbirciare un po’ dietro le quinte, per scoprire qual è il segreto che ha permesso a persone così lontane e divise fra di loro, per mille motivi, Charles Malik, Peng-Chun Chang, John Humphrey, Maritain, la stessa Roosevelt, cosa ha permesso loro di far sì che ciò che li univa prevalesse sui motivi di divisione. Qui abbiamo l’esemplificazione di una parola cara a molti di noi, che è la parola incontro, perché non c’è una spiegazione razionale possibile se non l’incontro umano fra queste persone, con la regia di questa donna, che a volte nelle riunioni ufficiali, a volte intorno a un tavolino, bevendo il the, faceva incontrare – qui sappiamo bene il valore dell’incontro – faceva incontrare queste persone che erano come forzate a uscire dai pregiudizi e provare a fare un passo in una costruzione insieme. Allora, anche da questo punto di vista, è interessante vedere come, dietro agli esiti di un documento storico che ha segnato un’epoca, c’è una dinamica, che soltanto chi conosce profondamente l’uomo sa mostrare: questa capacità conoscitiva, questo potenziale di allargamento della conoscenza, che è il fattore dell’incontro. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie, Cartabia. La parola al professor Verde.

GIUSEPPE VERDE:
Ringrazio gli organizzatori del Meeting per l’invito che mi è stato rivolto a presentare questo bel libro. Il mio ringraziamento è sentito. Devo molto all’amicizia e all’affetto che mi legano ad alcuni colleghi ed amici presenti qui. Spero che questa mia presenza sia anche l’impegno a rinnovare nel futuro questo legame di amicizia. Parto subito dal libro della Glendon, dicendo che, non appena ho iniziato al lettura delle prime pagine, mi tornava in mente uno scritto di Italo Calvino. Era una lezione newyorkese, credo del ’73. Si parlava di mondo scritto e mondo non scritto. Concludeva Calvino dicendo che il mondo non scritto non esiste, sta lì, aspetta soltanto che qualcuno gli dia vita, ce lo presenti, ce lo faccia conoscere. Mi veniva in mente per la ricostruzione storica che è presente nel libro: lo sottolineo, perché ci sono anche dei materiali inediti, che derivano dall’allentarsi di alcuni occhi che, in Unione Sovietica, tenevano nei cassetti lettere o scritti. E’ un volume che spesso guida il lettore nella ricostruzione verso questo percorso alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, rendendolo partecipe di mille notizie, di mille aspetti tutti importanti e significativi. Però, come diceva giustamente Marta Cartabia, non archiviatelo assolutamente come un libro di storia dei diritti umani, perché non è così. Basta guardare alcuni capitoli, l’epilogo, questa dimensione di universalismo assediata, come l’autrice la definisce, per renderci conto che questo è un libro attuale. La storia è un approccio metodologico al tema, e questo è un insegnamento per noi tutti, perché noi non siamo artefici che ci muoviamo in uno spazio caratterizzato soltanto da un oggi; questo oggi è preceduto da uno ieri e ieri abbiamo avuto la possibilità di sperimentare la presenza di persone che, col loro impegno, hanno consentito alla nostra società di godere anche di una Dichiarazione Universale dei Diritti. Qui devo dire che il rapporto tra l’autrice e il personaggio principale, principale perché forse richiamato nel titolo, perché poi altri soggetti si adoperano perché questa dichiarazione nasca, è un rapporto particolare. Io vengo da una terra in cui Pirandello ci ha detto che i personaggi addirittura a un certo punto vanno in cerca degli autori, quindi sembra che nell’elaborazione del dato storico abbiamo la capacità di descrivere gli eventi per darci un segno, per darci un apporto culturale, e quest’apporto culturale, poi, emerge negli ultimi capitoli, in cui l’autrice richiama la nostra attenzione su alcuni aspetti cruciali. Vi chiedo la pazienza di condividere con me alcune cose che mi hanno colpito nel tratto della “first lady”, della Roosevelt: “Con la maturità diventiamo molto più umili e sappiamo di dover spesso ammettere che le cose non sono perfette. Il fatto di ammetterle non significa che amiamo di meno il nostro paese, significa invece che sappiamo che la natura umana non è perfetta e speriamo che tutti insieme possiamo contribuire a un miglioramento”. Più avanti nel volume, un altro passaggio secondo me importante, che mi colpisce: “Ora, personalmente, io credo che siamo nati liberi, uguali in dignità e diritti, perché esiste un divino creatore e perché nell’uomo è contenuta una scintilla divina”. Altri passi, la vicinanza per il nipote colpito dalla poliomielite, la notizia dell’incarico che l’aspetta all’ONU e il dire: ma sarò in grado di svolgerlo?, ci consegnano un’immagine, una testimonianza significativa, e per chi vuole animare la società contemporanea, riversando sulla stessa il proprio credo religioso, è importante sottolineare questi aspetti. Oggi, forse, dopo il Concilio Vaticano II, dopo il richiamo sull’importanza dei laici, questo ci pare un po’ più facile, ma, negli anni in cui queste parole venivano scritte, non era così. Altro tema con cui bisogna fare i conti: quella sovranità statale, che ritorna come il grande nemico. Ecco, io non ho qui la possibilità di dilungarmi su questo concetto, ma se qualcuno di voi decide di fare una vacanza in Alto Adige e guardare il Falzarego e le Cinque Torri, dove l’esercito austriaco e italiano hanno dato vita ad una aspra battaglia nel primo conflitto mondiale e dove gli essere umani sopportavano dei comandi impensabili oggi, marciare, scavare gallerie sotto la roccia, stare con delle scarpe di cartone a -30 gradi; o se ripensate alle immagini del bellissimo film “La rosa bianca”, in cui un inquisitore nazional-socialista dice: tu, giovane universitaria vuoi dirmi quale sarà il futuro? E la giovane universitaria risponde: io ho una coscienza e una libertà che mi fa capire dove questo futuro andrà; ecco, allora, capirà che la sovranità, a cui Maritain dedica delle pagine crude e aspre ne “L’uomo e lo stato”, è la grande accusata, dopo i conflitti mondiali. Non si può capire questo dramma se non si getta lo sguardo su Auschwitz, se non si comprendono i drammi che si sono vissuti. Questo nobilita l’impegno di coloro che hanno lavorato perché questa Dichiarazione venisse alla luce. Ma non è soltanto un libro di storia, vi dicevo. Allora, l’autrice, cosa ci dice su un tema sul quale dobbiamo riflettere? Attenzione: gli autori della Dichiarazione non erano promotori di omogeneità, ma dei promotori di universalità e qualche pagina prima ci avverte circa il fatto che oggi la crisi deriva anche da un approccio in cui uno guarda i cataloghi dei diritti e sceglie quello che vuole, quello che gli fa più comodo. La Dichiarazione ha una struttura universale, che non consente di sottolineare la dimensione della centralità della persona nel rapporto io-tu, tralasciando la dimensione della socialità, i problemi del lavoro, che qualche problema agli Stati Uniti d’America crearono, in fase di stesura, e questo impone a noi tutti di guardare a questa Dichiarazione nella sua complessità e di avvertirne la valenza non soltanto in termini giuridici, ma in termini morali e culturali, ci dice l’autrice. Questo significa che ciascuno di noi ogni giorno deve essere promotore nella propria vita dei diritti universali. Non possiamo quindi pensare di prendere l’importanza dell’individuo e dimenticarci il problema dell’asilo, difendere la famiglia e negare ad altri di ricongiungersi con i propri cari. Dobbiamo mantenere questa visione universale, e il futuro di questi diritti passa dall’impegno di ciascuno di noi. Probabilmente internet, la creazione di comitati o di soggetti che spendono le loro energie per i diritti, a condizione però di mettere un po’ in guardia coloro che magari fanno un digiuno di sei giorni per tutelare un chihuahua ma poi non gli importa niente, non so, della interruzione alla gravidanza, cioè ci vuole una coerenza complessiva quando noi discutiamo di queste cose. Qual è il futuro di questi diritti? Probabilmente quell’insegnamento di Maritain che è riportato più volte nel volume: attenzione, abbandoniamo il piano concettuale di che cosa sia fondamentale o non fondamentale per il cinese, per il libanese, per l’americano, confrontiamoci su una dimensione pratica di tutela dell’uomo come tale, e incominciamo una discussione. Io spero che nel futuro si possa seguire quell’indicazione che ci proviene dalla Arendt in Vita activa, che c’è una dimensione della violenza che caratterizza la vita familiare ma che quando si esce dalla vita familiare, si occupa l’Agorà e si entra nella città, ecco che la violenza deve cessare e la ragione può essere l’unico argomento che può mettere insieme le persone. E allora mi auguro che nel futuro, insieme all’impegno culturale, all’impegno di ciascuno di noi nel nostro piccolo a favore dei diritti, un impegno delle comunità e dei soggetti in una visione di non omogeneizzazione ma di universalismo, possa da queste stanze, da questo Meeting venire forte questa dimensione del dialogo ragionevole nella pace, affinché ci si possa incontrare e affinché alcune lacerazioni presenti oggi nella società, penso alla Cina, penso i paesi della mezzaluna fertile, l’Iran, l’Iraq, e a tutto il Medioriente, possano un domani essere annoverate tra coloro che sono i veri sostenitori dei diritti umani. Concludo quindi rivolgendo un ringraziamento alla professoressa Glendon per averci dato questa possibilità, di riflettere in questo modo su questo tema e il ringraziamento e i complimenti si estendono ai curatori della traduzione e anche alla casa editrice, coraggiosa e puntuale nel sostenere un impegno culturale così importante, grazie.

MARY ANN GLENDON:
Grazie a tutti voi per essere venuti; per la vostra comprensione parlerò in inglese, con l’aiuto di questa buona traduttrice. Le osservazioni che sono state fatte fino adesso al libro mi hanno veramente riscaldato il cuore. Questo dimostra ciò che ho sempre pensato, ossia che gli europei capiscono a fondo lo spirito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo ed è per questo che sono così lieta e soddisfatta del fatto che il mio libro sia stato tradotto in italiano. Quando mi reco a incontri come questo, dove si presentano libri di scrittori o di scrittrici, mi chiedo sempre: chissà perché hanno deciso di dissertare su questo specifico argomento; nel mio caso la risposta a questa domanda è molto semplice; non avrei mai pensato di scrivere un libro sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, però la mia scelta è derivata dal fatto che non ho mai trovato un testo simile nelle biblioteche. Nel 1995 ho avuto l’onore e la fortuna di presiedere una commissione della Santa Sede che si è recata in visita alla Conferenza Universale di Pechino sulla Donna e, come ricorderanno, c’è stato un feroce dibattito sul ruolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la donna in quella sede. Quindi quando sono tornata negli Stati Uniti, all’università nella quale sono docente, ho deciso di andare in biblioteca per consultare il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, per vedere che cosa diceva in merito e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che in biblioteca non c’era praticamente nessuna letteratura sull’argomento, a parte tre tesi di dottorato. Innanzitutto una prima domanda: che cosa intendevano gli estensori di quel documento relativamente al concetto di universalità? Si trattava di universalità vera e propria dei diritti o non era forse un’interpretazione “occidentale” di questo concetto? Un altro quesito era questo: i diritti umani di tipo sociale e di tipo economico, come taluni autori ritengono in occidente, erano stati inclusi a pieno titolo o erano soltanto un modo di compiacere i paesi socialisti e l’Unione Sovietica? Un altra domanda era questa: la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo si configurava come un mero elenco di diritti tra i quali scegliere o aveva una sua struttura interna più coesa? Quindi ho iniziato a consultare tutta la documentazione dell’ONU per sapere cosa stava succedendo e, come sapete, la ricerca dà sempre origine a grandi sorprese, e così è stato anche nel mio caso. Prima di rispondere ai tre quesiti che ho posto, vorrei sottolineare che una cosa mi ha colpito moltissimo nelle lettere di Eleanor Roosevelt, ovvero la continua menzione di Gesù Cristo. Questo mi ha sorpresa, perché nelle dozzine di biografie di Eleanor Roosevelt, mai si menziona il fatto che fosse una profonda cristiana. Un’altra cosa che mi ha sorpreso moltissimo è che, nonostante sia abbondante la letteratura sulla politica estera, sui diritti umani, scarsissima menzione si fa del ruolo di Eleanor Roosevelt come persona che ha portato, veramente grazie al suo operato, alla costituzione della prima commissione che si è occupata della Dichiarazione Universale. Un’altra cosa che mi ha stupito è che praticamente le biografie su Eleanor Roosevelt si concludono con il mancare di suo marito, ovvero nel momento in cui lei lasciò la Casa Bianca e, stranamente, perché in quel periodo iniziò quello che lei stessa definì la parte più interessante della sua vita politica. Quindi fu in quel momento che decisi di combinare nel mio lavoro un’opera che descrivesse la storia della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la biografia di Eleanor Roosevelt da quel momento in poi. Un’altra cosa che ho scoperto con grande sorpresa è che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è stato il risultato di un’intensa e brillantissima collaborazione tra persone molto diverse, tutte della stessa levatura della Roosevelt. Ora vorrei parlare di tre personaggi fra i 18 che sono appunto i protagonisti del libro, tutte persone eccezionali. Il primo è un cinese confuciano, filosofo, educatore, cantante d’opera, una persona che veramente rappresenta il rinascimento cinese Peng-Chun Chang; la seconda persona, René Cassin, se lo conoscono, era un consulente del generale De Gaulle; il terzo era Malik, libanese, prete ortodosso. All’epoca Charles Malik era il portavoce presso le Nazioni Unite della Lega Araba. Quindi immaginiamo questa scena: Eleanor Roosevelt che siede a un tavolo con 18 persone, tra gli altri ci sono quattro sovietici che sono contrari a qualsiasi proposta che ella faccia, René Cassin, che è ebreo e che ha perso 29 parenti nei campi di concentramento e Charles Malik, che è il rappresentante della Lega Araba presso le Nazioni Unite. La cosa che trovo commovente in assoluto, è immaginare di avere seduti vicino Charles Malik e René Cassin, rispettivamente un arabo e un ebreo, che lavorano insieme alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Non dimentichiamo che era il 1948 e la questione israelo-palestinese era appena scoppiata. A questo punto vorrei rispondere ai tre quesiti che ho lanciato all’inizio. Quindi il primo quesito era: la Dichiarazione è veramente universale o è solo occidentale? Diciamo in modo impressionante ma impreciso, che è una dichiarazione multi-culturale; quindi impressionante, nel senso di sorprendente, perché ha visto la partecipazione di paesi asiatici, medio-orientali, tra i quali in particolare nove paesi di religione musulmana. Ho detto che è stata multi-culturale, ma in modo imperfetto, in quanto in quel consesso non erano rappresentati paesi dell’Africa Sub-Sahariana. Tuttavia non appena le ex colonie dell’Africa e dell’Asia si resero indipendenti, la prima cosa che fecero fu di adottare degli statuti ispirati dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Questo è un segno dell’ampia applicabilità dei principi che la Dichiarazione sancisce. Qui troviamo un’altra sorpresa nel rispondere alla seconda domanda: qual era la base dei diritti sociali ed economici sanciti dalla Dichiarazione? Il blocco sovietico si opponeva a questi principi, perché fondamentalmente questi diritti erano formulati in modo tale che lo stato non avesse competenza nel controllo del rispetto di questi diritti. Quindi da dove derivano questi diritti? Questi principi derivano dal pensiero sociale cattolico. Come è stato possibile questo? Principalmente perché il gruppo di nazioni più numeroso in quel consesso era quello dell’America Latina, paesi quindi di fede cattolica, che insistette affinché venissero applicati i principi della Rerum Novarum e di altre encicliche. I paesi dell’America Latina erano quindi sostenuti dal giurista francese ebraico René Cassin e soprattutto grazie al fatto che Charles Malik tenesse le encicliche che abbiamo citato prima costantemente visibili sulla sua scrivania. Ora rispondiamo al terzo quesito: se è una vera Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo o piuttosto se non è un elenco da cui scegliere alla bisogna. Tutti i giuristi europei sanno benissimo che Cassin ha concepito questo documento come un tutt’uno integrato. In questo modo ogni elemento della Dichiarazione Universale è interdipendente e nessun elemento può sussiStere, tolto dalla stessa, senza comprometterne la natura e lo spirito; sanno anche i giuristi che all’inizio del documento vi sono dei principi interpretativi applicabili all’intero testo. Invece questo documento è un problema per i giuristi americani, perché da noi il Bill of Rights è un elenco di diritti dal quale scegliere e diversi principi non ricevono lo stesso grado di apprezzamento da parte di tutti. Con questo credo di aver già rubato abbastanza del vostro tempo, quindi vi ringrazio della vostra attenzione; è veramente un piacere per me sapere che il mio documento è stato tradotto in italiano e spero che la saggezza europea possa ispirare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo per l’America. Grazie.

CAMILLO FORNASIERI:
Grazie prof.ssa Glendon. Grazie ancora. Passiamo adesso al libro di Antonio Socci.
Antonio Socci arriva a questo libro sui segreti di Karol Wojtyla dopo aver scritto Uno strano cristiano, e prima I nuovi perseguitati. Con questo libro ci guida alla conoscenza di Giovanni Paolo II, alla sua spiritualità e umanità, a un papa che ha segnato il secolo scorso. La parola ad Antonio. Grazie.

ANTONIO SOCCI:
Grazie. Allora, non vi voglio parlare innanzitutto del libro ma di quello che è stato per me, penso per tanti di voi, questo padre e voglio partire da un biglietto drammatico che don Luigi Giussani scriveva intorno al ’76 al cardinale Benelli e che è riportato nella storia di Comunione e Liberazione scritta da don Camisasca. Non so se qualcuno di voi ha avuto mai occasione di leggerlo, a me ha colpito tantissimo, perché conoscendo don Giussani, si capisce da che mare di dolore doveva venir fuori. Don Giussani chiedeva al cardinale Benelli, che era uno dei pochi vescovi che ci era amico, lo scongiurava di aiutarci, perché diceva don Giussani, i nostri ragazzi sono massacrati nelle scuole e nelle università e, traduco in prosa, lui lo diceva in termini più eleganti, sono presi a calci dentro la chiesa. Ed è un momento veramente drammatico, è un momento drammatico per la chiesa in sé, perché, se vi ricordate, era come dire lo smarrimento totale, gli ultimi anni del pontificato di Paolo VI hanno questo senso desolante, distruzione, sfarinamento, colonizzazione, dispersione. E la risposta a quel biglietto di don Giussani, che era anche credo il suo grido, la sua preghiera, è arrivato un pomeriggio di ottobre, quando appunto dalla terrazza di S. Pietro si è affacciato questo Papa, questo giovane cardinale, sorprendente, che ha fatto irruzione nella storia della chiesa in maniera inattesa e che a tutti noi, che avevamo incontrato Gesù attraverso don Giussani, ma a tanti altri figli che lo Spirito Santo si era conquistato, ha spalancato le porte della chiesa. E quindi, come dire, innanzitutto c’è un elemento, secondo me, di gratitudine che io mi sento di avere nei suoi confronti, perché è stato veramente un padre. In secondo luogo, è stato per me, per tutti noi, è stato come vedere, diciamo toccare con mano in tutto il mondo, quello che don Giussani ci aveva sempre insegnato, cioè che il cristianesimo significa essere più uomini, essere uomini più grandi, più belli, un’umanità più bella. Questa cosa qua, con lui l’ha potuta vedere tutto il mondo, perché ha affascinato, ha conquistato il cuore di tutti. Vi posso testimoniare perfino i cuori dei giornalisti e dei vaticanisti, che è un’impresa difficilissima, i quali hanno incominciato il loro lavoro sparando a palle incatenate contro il papa polacco e si sono alla fine convertiti tutti, sono crollati tutti. Crollati come si crolla davanti a una bellezza.
E allora io mi sono trovato a scrivere questo libro, non per averlo voluto, ma perché sono stato inseguito da questa specie di notizia, che da due tre anni veniva sussurrata da varie persone, vescovi e altri, sulle esperienza mistica di Karol Wojtyla, di cui nulla si sapeva. Diciamo, mi sono anche abbastanza rifiutato per un po’ di tempo di indagare su questa cosa qua, perché mi sembrava un terreno che mi metteva un po’ a disagio, anche molto difficile da indagare, poi io non faccio il vaticanista quindi … Se non che, diciamo, ho obbedito di fronte al fatto che, per puro caso, ho avuto la possibilità, l’occasione di incontrare il cardinale Andrej Deskur, che è il suo grande amico di giovinezza. Andrej Deskur è stato in seminario con lui, e con lui ha fatto la consacrazione alla Madonna, ha avuto un ruolo importantissimo proprio nella storia di Wojtyla dentro la chiesa, è stato il primo prete polacco che è venuto a lavorare in Vaticano, per dire, è stato quello che faceva il trait d’union con Padre Pio e tante altre cose, il cardinal Deskur che da 40 anni è inchiodato su una seggiola, su una sedia a rotelle, per un mistero, diciamo, che Wojtyla leggeva riferito al suo pontificato. Oggi Deskur difficilmente può parlare, penso che il nostro sia stato l’ultimo incontro che ha potuto fare con un giornalista, e lui quasi senza che io glielo avessi chiesto mi ha raccontato per filo e per segno questa dimensione di questo uomo, di cui pensavamo di saper tutto, perché è così tanto è così grande quello che sappiamo: ha sconvolto la nostra generazione, ha cambiato la storia del mondo, non solo della Polonia, del mondo, Più di questo cosa c’è? Ecco, più di questo c’è qualcosa di molto, molto più grande. Quello che sappiamo di Wojtyla è come la punta dell’iceberg, sotto c’è l’iceberg, sotto c’è quell’iceberg da cui veniva quell’umanità, da dove veniva un uomo così, da dove veniva un uomo che avendo fatto una storia così, avendo vissuto in un paese così lontano, con una storia così lontana si è trovato, come dire, con immediatezza a riconoscersi con don Giussani, con la storia di CL, da dove veniva un uomo il cui volto in tutti i suoi gesti, in tutti gli angoli della terra ha affascinato chiunque, tutti. Da dove viene un’umanità così, una bellezza umana così?
Questo è il continente sconosciuto della sua intimità con Gesù, col Signore, in cui uno entra in punta di piedi, perché, come dire, è misterioso. Io ho cercato di coglierlo, perché ce ne ha dato lui la possibilità con delle poesie che scriveva negli anni del seminario, di cogliere come dire questo, di fotografarlo in quel suo momento della giovinezza, in cui tutto stava per accadere. Torno agli anni della guerra, perché la storia di quest’uomo che esprime così tanta forza e vita, è fin dall’inizio una storia di dolore, perché perde la madre a 9 anni, a 18-19 anni perde il fratello maggiore, 20 anni perde il padre, si trova a 20 anni completamente solo al mondo, nel momento in cui la sua terra viene stritolata dalla morsa del nazismo e comunismo. La terra invasa, le università chiuse, i preti che lui seguiva deportati in campo di concentramento, i suoi professori ammazzati, i suoi amici continuamente minacciati, lui stesso che non può più frequentare l’università deve andare a lavorare come operaio nella cava della Solvay, perché è l’unico modo per sfuggire alla deportazione, deportazione che poi rischia quasi ogni notte perché partecipa a quel movimento clandestino, legato ai movimenti cattolici, che è il teatro rapsodico e a quell’associazione che clandestinamente porta via le famiglie ebree minacciate di massacro, quindi ogni giorno quasi sfiora la tragedia. A me ha colpito, diciamo, cogliere, nelle sue poesie, questo momento in cui, come dire, sarebbe stato facile puntare il dito accusatore sul destino, su Dio: insomma mi ha tolto tutto, le persone che amavo, mi ha tolto anche la mia patria, mi ha tolto i miei amici. E’ impressionante come lui abbia vissuto questo momento così tragico come una specie di corpo a corpo col Signore. Ed è in questa poesia, che lui scrive nel ’44… perché poi la cosa pazzesca è che nel ’44 non fanno in tempo a festeggiare la partenza dei carri armati nazisti che arrivano quelli sovietici: quindi si passa da un incubo all’altro. Io vorrei leggervi alcuni versi che lui scrive nel ’44, ma tenendo presente il contesto, cioè qui, quello che scrive, è un giovane di 24 anni, che sta vivendo queste cose qua ed è a un passo dall’inizio dell’esperienza di cui parla il cardinal Deskur: questa esperienza di intimità con Cristo, questa esperienza mistica è del ’46, quindi di due anni dopo, proprio l’anno dell’ordinazione sacerdotale. Dunque nel ’44 scrive:

“Lontane rive di silenzio cominciano appena al di là della soglia, devi fermarti a guardare sempre più in profondità, finché non riuscirai a distogliere l’anima dal fondo. Ma da questa corrente sappi non c’è ritorno, avvolto dalla misteriosa bellezza dell’eternità. Intanto sempre indietreggi davanti a Qualcuno che viene di là, chiudendo piano dietro di sé la porta della piccola stanza. Qualcuno si chinò lungamente su di me. Questo dolce chinarsi pieno di freschezza e insieme di arsura”.

E’ impressionante come vive le circostanze di una vita che uno potrebbe sentire quasi colpita da una maledizione – perché più di questo cosa altro mi vuoi togliere, ogni giorno rischio anche che mi venga tolta la vita – la vive come il segno di una predilezione del cielo.

“Questo dolce chinarsi pieno di freschezza e insieme di arsura cha cala dentro di me eppure mi resta sogno.
Questo dolce chinarsi pieno di freschezza e silenziosa reciprocità, chiuso in quella stretta come ad una carezza sul volto, dopo la quale vi è stupore e silenzio. Silenzio senza parola, senza nulla comprendere o bilanciare. In quel silenzio sento sopra di me il chinarsi di Dio. Il Signore quando attecchisce nell’intimo è come un fiore assetato di caldo sole”.

E poi questa immagine bellissima della campagna polacca:

“Ti amo fieno odoroso, perché non trovo in te la superbia delle spighe mature.
Ti amo fieno odoroso, perché hai cullato in te lo scalzo fanciullo.
Ti amo albero severo, perché non odo lamento delle tue foglie cadute.
Ti amo albero severo, che le sue spalle nascondesti sotto grappoli di sangue.
Ti amo pallida luce del pane di frumento, in cui l’Eterno dimora un istante,
la nostra riva raggiungendo per occulti sentieri.
Dio venne fin qui, si fermò a un passo dal nulla.
Ai nostri occhi vicinissimi e parve ai cuori aperti
e parve ai cuori semplici sparito all’ombra delle spighe.
E quando per i bramosi discepoli si sgranarono le spighe,
Egli nel campo ancora più si immerse.
Imparate o diletti, vi prego, questo mio nascondiglio,
dove mi sono nascosto lì perduro”.

Questo è un flash di questa sua esperienza di preghiera, che ci dicono gli amici e poi testimoni, dalla giovinezza fino alla maturità abbracciava gran parte della giornata, 6-7 ore. Questa adorazione, questa percezione della presenza viva di Gesù.
Concludo questa poesia del ’44, che è come la sensazione, la percezione che solo un velo ci separa da ciò che è definitivo, dal regno che nessuno, come dire, che niente spazza via dall’eterno, dal paradiso.

“Penso spesso a quel giorno di visione, che sarà pieno di stupore per la Tua semplicità che tieni in pugno il mondo”.

E poi questa immagine, questa nostalgia, questa affezione alla figura di Gesù:

“Portami con te a Efrem. Maestro e lascia che io rimanga con te
Là dove rive lontane discendono su ali d’uccelli
Come il verde, come onda gonfia non sfiorata,
Come un grande cerchio sull’acqua, non turbata da un’onda di sgomento.
Ti ringrazio perché hai posto la Tua dimora dell’anima lontano da ogni fragore
E come amico vi soggiorni, circondato della tua sorprendente povertà.
O immenso, occupi solo una minuscola cella e ami luoghi vuoti e solitari, poiché tu sei il silenzio stesso, questo grande tacere.
Da ogni suono di voce fammi libero, ed entra in me, tu solo, col tuo fremente essere e col vento che trema fra le spighe mature”.

E il vento l’ha accompagnato, fino all’ultimo, sulla terra e questo aspetto di un padre, di un testimone che ha per noi, per la mia generazione, per me, ha testimoniato in maniera così evidente quello che don Giussani ci ha sempre insegnato, cioè che l’esperienza cristiana è il più grande gusto della vita, è la cosa più bella, è il modo più bello di vivere la vita, è il modo più grande, più vero, più autentico di essere uomini. E’ impressionante come la scoperta di questa sua esperienza spalanchi immediatamente a una felicità che è ancora più grande e definitiva.
Mi ha colpito tantissimo andare a rileggere le poesie, le pagine di santa Teresa d’Avila, che lui leggeva, magari nei giorni in cui lavorava alla cava di Solvay, durante le ore di pausa. Una volta ci racconta che ebbe una secchiata di soda nel libro e glielo rovinò. I suoi compagni avevano una sorta di tenerezza per questo giovane studente, che trascorreva l’ora di pausa da quel lavoro così duro e così massacrante anziché a giocare a carte o fare quattro chiacchiere, a coltivare la sua vocazione, perché lui era già in seminario clandestino. Mi ha colpito di questa pagina di Teresa d’Avila, un’immagine che lei, una donna così ben piantata sulla terra, così anche appunto umanamente affascinante, suggestiva, un’immagine che descrive, seppure si può descrivere, il mistero di questa grazia, che ad alcuni è data, alcuni come Teresa d’Avila, come santa Caterina, appunto come Karol Wojtyla, di una intimità col Signore senza più quel velo, che noi nella nostra esperienza terrena abbiamo. Teresa d’Avila appunto in questa pagina, che riporto nel libro, dice che:
“E’ tale la misura del piacere e della felicità, che anche raggruppando tutti i piaceri di questa terra che uno potesse possedere, per sempre apparirebbero come immondizia”.
Questa è la prima cosa che volevo dire, anche perché oggi venendo qua, a Rimini, leggevo sul venerdì di Repubblica la pagina delle lettere di Michele Serra – scusate se passo dalle stelle alle stalle – e Serra, che è uno che la sa lunga sulla vita, insomma dopo aver creduto come tanti altri al paradiso in terra, che come sapete bene ha regalato un bel inferno planetario, ironizza su una lettrice che gli ricorda questa cosa qua e col disincanto e cinismo del borghese reazionario che se ne sta in una bella amaca sulle colline bolognesi, dice che chi sogna il paradiso in genere è contrario al controllo delle nascite, perché giustamente il borghese reazionario pensa “meno siamo meglio stiamo” e quindi giustamente non vuole rotture di scatole nelle sue vicinanze, se la vuole godere da solo la vita. Siccome invece il paradiso esiste davvero ed è una esperienza che è possibile incominciare a gustare dalla terra, allora mi è venuto in mente che forse potevamo incominciare da questa cosa qua.
Le altre due cose che volevo dire sono queste. Come dire, ho cercato di capire il motivo per cui, tempo fa, il cardinale Ratzinger, quando era ancora cardinale, è andato alla presentazione di un libro su S. Agostino, organizzato a quel tempo da 30 Giorni, e ha detto: “noi normalmente riteniamo di essere cristiani ma in realtà siamo deisti, perché riteniamo che Dio non possa entrare nella nostra realtà bella, tutta squadrata, e dominata dalle leggi della fisica”. Ecco, se sentiamo questa cosa qua, ci illudiamo di essere cristiani in realtà siamo deisti e la nostra fede è finita. Invece, questa percezione della presenza del Signore, che entra nella nostra storia individuale, secondo me dovrebbe anche sollecitare in noi un’intelligenza degli avvenimenti che riguardano il mondo, perché comunque Lui è il Signore della storia e, come dice in questa poesia il papa, è colui che tiene in pugno la storia. Adesso non riesco a ritrovarla ma l’ho letta poco fa, quindi me la ricordo, è molto bella; l’espressione è più o meno quella che tiene in pugno il mondo. Ecco, secondo me dovremmo imparare, non so, o ripristinare quello che una volta era la teologia della storia, cioè lo sguardo sulla nostra storia che tenesse conto che c’è un fattore, un quid misterioso che entra nella storia degli uomini e che la guida e la determina in maniera potente, più potente di quanto non possano fare le potenze umane. Ecco, secondo me in questi 30 anni, gli anni del pontificato di Giovanni Paolo II, con tutto quello che è successo, di cui noi siamo stati testimoni, quello che è successo nella chiesa, portano le tracce particolarmente evidenti di chi conduce la storia degli uomini e di chi, in un periodo drammatico come questo, in cui gli uomini hanno questo straordinario potere di autodistruzione, di chi in fondo non permette che questa autodistruzione venga consumata fino in fondo. Questo è uno dei temi che mi hanno colpito del pontificato del papa, soprattutto per la sua attenzione, per l’attenzione che ha sempre avuto anche a questi soccorsi soprannaturali, che il Cielo ha dato alla sua chiesa e all’umanità, che soprattutto nel nostro tempo portano il segno, il volto, il nome di Maria. Ci ha abituato a percepire, -questo lo ha notato il cardinale Ratzinger, commentando la Redemptoris Mater, diceva che il pontificato di Wojtyla ha insegnato al popolo cristiano una diversa percezione di Maria, rispetto anche a movimenti mariani degli inizi del secolo – che Maria non è più questa figura del centro dell’incarnazione o la regina della gloria, da contemplare nei misteri eterni che ci ricordiamo nel rosario, ma, dice Ratzinger, il Papa ce la indica come una madre e una guida, che adesso ci è davanti e ci indica il cammino e chiede alla chiesa di essere seguita. E penso che questo fattore, questo elemento sia…. non so se ricordate quella pagina di don Giussani quando solleva questa domanda: “come sarebbe stata la nostra storia, se il nostro popolo per tanti anni, attraverso la preghiera semplice del rosario, non si fosse affidato a Maria?”.
Ecco, S. Paolino da Nola diceva: “niente è più disastroso per le sorti dell’umanità come il rifiuto di Cristo”. Ecco, il ’900 mi pare sia un secolo che esemplifica questa tragedia sempre incombente, per cui a me piace ricordare un verso della mia conterranea Gianna Nannini, la quale, essendo nata a 5 metri da casa di Santa Caterina, forse risente di qualcosa della sua presenza, e in una delle sue ultime canzoni ha questa illuminazione geniale e dice “questi muri appesi ai crocefissi”, perché diversamente da quello che noi pensiamo, non siamo noi sulle mura delle nostre scuole, delle nostre case che diamo ospitalità al crocefisso, ma è la croce che tiene insieme il mondo, che tiene insieme la storia e che tiene insieme anche i brandelli e i frammenti delle nostre singole vite, che ogni giorno rischiano di sfarinarsi e di andare a ramengo.
Concludo con un sms che mi è arrivato questa mattina, poi vi dico da chi; mi ha colpito, perché, come dire, veramente tutto serve per arrivare ai cuori. Questa mattina mi è arrivato questo sms: “questo tuo libro su Wojtyla mi sta ridando la vita in un momento in cui della sofferenza sentivo solo il peso. Ti ringrazio”. E’ una mia amica che fa il deputato del partito democratico. Sono stato contento perché il cuore di tutti aspetta la stessa cosa.

CAMILLO FORNASIERI:
Grande, grazie a Antonio Socci per il suo lavoro, per questo libro ma anche per questo tempo passato insieme in questa bellissima testimonianza. Grazie Antonio.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

28 Agosto 2009

Ora

15:00

Edizione

2009

Luogo

eni Caffè Letterario D5