INVESTIRE NELLO SVILUPPO, CREARE LAVORO

Alfio Bardolla, CEO Alfio Bardolla Training Group; Enrico Cereda, presidente Confidi Systema!; Carlo Alberto Giusti, rettore Università degli Studi Link Campus. Modera Bernhard Scholz, presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS

Il mondo del lavoro italiano si trova a un bivio. Dopo le recenti consultazioni referendarie, quali scenari si aprono per imprese, lavoratori e istituzioni? L’incontro riunisce protagonisti del panorama economico e accademico nazionale per delineare le sfide e le opportunità che attendono il Paese. Dalla riforma del mercato del lavoro alle politiche di sviluppo, dall’innovazione tecnologica al ruolo delle università nella formazione delle nuove competenze: un confronto aperto sul futuro dello sviluppo e del lavoro.

Con il sostegno di Autostrade per l’Italia, Snam, FormaTemp

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BERNHARD SCHOLZ

Buonasera. Benvenuti a questo incontro con il titolo Investire nello sviluppo, creare lavoro. Di fatto il tema centrale di questo incontro è creare lavoro. Creare lavoro è un momento storico dove tutto cambia, soprattutto nel mondo del lavoro stesso. E quindi le sfide sono tante. Ne parleremo con Alfio Bardolla, Chief Executive di Alfio Bardolla Training Group, si presume fondato da lei. Poi parliamo con Enrico Cereda, Presidente Confidi Sistema e con Carlo Alberto Giusti, magnifico rettore dell’Università degli Studi Link. Sono alcune sfide che io anticipo, poi le approfondiamo nello studio, che sono molto particolari in questo momento. La prima è che dobbiamo avere competenze che tengono conto del cambiamento tecnologico che stiamo affrontando e che quindi richiedono competenze nuove e competenze che cambiano in continuazione. Quindi vuol dire che ciò che so oggi e domani forse non è neanche più adeguato. La seconda questione è la capacità di possedere le cosiddette competenze personali e sociali, perché più andiamo avanti più sappiamo che è necessario collaborare, ma sappiamo anche che lavorare insieme è molto difficile, non c’è niente di scontato. Da un certo punto di vista è più facile lavorare da solo, da un altro punto di vista bisogna anche sapersi adeguare. Poi abbiamo il tema che chiunque intraprende oggi un’iniziativa ha bisogno di soldi, ogni tanto di tanti soldi, perché la tecnologia costa e quindi abbiamo bisogno di grandi investimenti.

Quindi io inizierei subito con Alfio Bardolla. Si occupa di training, di formazione, ha una società fondata proprio a questo scopo tanti anni fa, con grande successo di chi aderisce, perché sono tanti che aderiscono, poi tornano a volere che la cosa funzioni. Quindi quali sono le sfide più importanti che voi cercate di affrontare oggi?

ALFIO BARDOLLA

Ci sono due sfide che sono completamente diverse. La prima è la sfida da imprenditore e quindi da persona che ha bisogno in continuazione di dipendenti di un’azienda che cresce. Siamo alla costante ricerca di personale, trovare risorse è diventato sempre più complicato, ma non perché non ci siano persone, perché mancano quelle competenze specifiche che servono oggi nell’azienda. Quindi dall’intelligenza artificiale al marketing all’attività commerciale, sono tutte attività che servono. Quindi da una parte il grosso sforzo è trovare persone adeguate con le abilità che servono veramente all’azienda. La nostra statistica è che ogni 60 colloqui riusciamo a trovare una persona che si adegua al posto di lavoro e riusciamo ad assumerla. Dall’altra parte invece è il compito della società di formazione di formare le persone. Nel nostro caso è formazione finanziaria, quindi aiutiamo le persone a o crearsi un loro lavoro o fare in modo di aiutare la loro azienda a crescere, nei tre processi fondamentali: quello di essere creata, nel processo più importante, quello dello scale-up, fare in modo che l’azienda magari da 2, 3, 5 persone possa andare a 30, 40 persone e poi nell’ultimo processo che è quello di automatizzare, cioè fare in modo che l’azienda funzioni con l’imprenditore sull’azienda, ma non nell’azienda operativo completamente. Quindi io mi divido nelle due aree: da una parte c’è sempre più bisogno di formazione specifica. La formazione finanziaria è diventata sempre più importante perché non è solo importante avere capacità di produrre denaro, ma c’è anche la capacità di gestirlo e di proteggerlo, che sono tre abilità completamente diverse. Spesso ci è stato insegnato dai nostri genitori: vai, risparmia, che è una delle cose importanti. Però questo andava bene nel 60, nel 70, quando i BOT erano il 22, il 23, il 27% e bastava mettere i soldi in banca e più o meno il potere rimaneva invariato. Invece no, oggi c’è la necessità sia di risparmiare, ma di investire, quindi diventare attivi. L’investimento a volte può diventare anche più importante del lavoro stesso, quindi la capacità di produrre denaro dai soldi che si sono messi da parte, soprattutto in un Paese che è vecchio, perché l’Italia comunque è un Paese che ha un’economia vecchia, quindi ci sono tanti patrimoni anche tramandati. Quindi questa capacità di imparare a gestire il denaro, imparare a gestire le aziende che magari hanno fatto i genitori, i nonni, diventa un asset fondamentale per l’Italia. Il primo problema è la capacità di adattarsi a quello che sta succedendo, quindi cambiare. Noi lo vediamo, la persona che era venuta a lavorare magari nel marketing, che magari faceva il grafico, ora la parte più importante non è la capacità di fare il grafico, ma diventare un prompt manager, quello che inserisce i dati nell’intelligenza artificiale per creare quella parte grafica che serve. Sono abilità completamente differenti. Quindi la prima cosa che credo l’università o altre realtà debba insegnare è la flessibilità, perché bisogna mantenere un cervello giovane. Io ho passato tutta l’estate sull’intelligenza artificiale per fare in modo che la mia azienda non rimanga indietro o le mie aziende, perché ho un gruppo di aziende, non rimangano indietro in questa tecnologia che permette di cambiare completamente lo scenario del mondo del lavoro. Tanti lavori spariranno completamente, verranno accorpati o verranno automatizzati, però tanti nuovi lavori stanno per arrivare sul mercato che fino a ieri magari non esistevano. Quindi da una parte c’è il terrore, come quando è stata introdotta l’energia elettrica, che le aziende che producevano candele andavano a morire. Venivano prodotti miliardi di candele tutti i giorni, ma poi l’energia elettrica ha creato un mercato completamente diverso e alla fine dell’ottocento si pensava che il fatto che non si producevano più candele avrebbe creato una massiva disoccupazione. Invece questa cosa poi ha creato un nuovo mercato. La stessa cosa sta succedendo con l’intelligenza artificiale, creerà nuovi mercati, però dobbiamo essere veloci noi, veloci anche ad insegnare ai nostri figli che l’unica cosa fissa è il cambiamento. E quindi bisogna essere agili, veloci e cercare di capire che cosa succede e stare al passo nei tempi. Lì la formazione diventa fondamentale perché quello che magari funzionava sei mesi fa, oggi devo continuare a reimparare da zero. Ci sono dei settori che sono un po’ più stabili, altri settori invece che cambiano alla velocità della luce e l’università deve darci una mano a creare persone che siano poi in grado di vivere l’azienda sia nel motivo per cui le assumi, quindi tu assumi uno per le capacità e poi lo licenzi perché non è in grado di interagire con un gruppo. Quindi c’è anche la parte di intelligenza emotiva e dell’intelligenza relazionale che poi quando vai a lavorare in azienda diventa fondamentale. Noi lo vediamo spesso, ne stavamo parlando prima, assumi delle persone perché hanno grandissime capacità tecniche e poi le licenzi perché non sono in grado di lavorare in team, di motivare una squadra, perché vivere e lavorare è diventato un gioco di squadra, non è più un gioco singolo. Se tu sei un giocatore di Serie A, vuoi lavorare con altri giocatori di Serie A e quindi fare in modo che il tuo team sia sempre più con persone che siano di Serie A diventa difficile e appena uno o nelle capacità o nelle relazioni comincia ad essere meno di Serie A, anche mantenere i giocatori validi diventa sempre più complicato. E quindi ecco il ruolo della scuola che deve essere importante e il ruolo anche della società che dia il giusto peso all’imprenditore come persona che possa creare ricchezza per l’Italia e non qualcuno con cui andare a cercare di creare delle complicazioni. Se è possibile creare un ambiente più friendly possibile all’impresa, più velocità di assunzione, più velocità di cambiamento delle persone se non dovessero adattarsi ai nuovi mercati.

BERNHARD SCHOLZ

Magnifico rettore (un po’ mi è difficile dirlo, perché la parola magnifico rettore si associa a una persona di una certa età, con la barba… però lei è rettore, molto giovane, ma rettore di università) e le università in questo mondo stanno cambiando, alcune anche no, però in teoria dovrebbero cambiare perché la sfida per l’università è duplice. Da una parte si chiama università perché dovrebbe dare una cultura generale o almeno inserire le materie specifiche dentro un contesto culturale approfondito. Al contempo l’università è sempre di più quella di preparare le persone al mondo del lavoro e quindi una certa restrizione o più un focus specifico nella formazione universitaria. Voi come state affrontando questa sfida?

CARLO ALBERTO GIUSTI

Grazie Presidente per l’invito e grazie per la domanda, ovviamente è ficcante, perché è chiaro che, come diceva il Dottor Alfio Bardolla, l’università resta il player fondamentale quando si parla di lavoro. È una domanda che tra noi rettori, saluto la collega Mariagrazia dell’Università Internazionale di Roma, ci poniamo spesso, nel momento in cui soprattutto si diventa rettori. La responsabilità è tanta, perché si lascia di fatto la cattedra, in molti casi, si diventa soprattutto dei manager e in quel momento si sente la responsabilità sulle proprie spalle delle classi di studenti, non solo della propria università, del nostro sistema regionale, nel nostro caso quello del Lazio, ma di tutto il sistema universitario italiano. La responsabilità è tanta, abbiamo la fortuna di condividerla con la società civile, con la politica, quindi con il nostro Ministro dell’Università e della Ricerca. Vero è che però la difficoltà più grande la incontriamo nel momento in cui dobbiamo dimostrare che effettivamente il ruolo dell’Università sia palesemente quello di contribuire fattualmente alla formazione al lavoro. Mi spiego meglio: noi siamo abituati, quando ci riferiamo all’università, ad immaginare le missioni dell’università. La prima missione, la più importante, la docenza, la formazione, quindi quando si va in aula un professore universitario deve formare la propria classe. Accanto alla prima missione c’è una seconda missione, altrettanto importante, se non di più, la ricerca, la ricerca scientifica, quella per cui i nostri studenti, i nostri ricercatori sono abitualmente e quotidianamente impegnati nei laboratori di ricerca a fare ricerca. Si presuppone che poi abbia un output, la ricerca che sia a vantaggio della società civile. Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere, perché è stata ben fatta come operazione, la pubblicizzazione della terza missione dell’università. C’è un’università che apre le porte del proprio ateneo e che diffonde sul territorio, in una funzione di spread, la propria conoscenza. Quanto però di queste missioni siano vicine al concetto che l’università debba essere il driver fondamentale per la formazione lavorativa, è ancora da dimostrare. Nel senso che se si chiede ad un professore, io sono un giurista laureato in giurisprudenza, quanto una lezione di diritto privato a giurisprudenza sia fondamentale per la formazione di uno studente, beh, molto poco, per esperienza personale molto poco. Questo perché al primo anno di legge lo studente è ancora acerbo per poter immaginare che quel corso di diritto privato gli faccia poi nascere quel seme da cui poi germoglierà la voglia di diventare un magistrato, un avvocato, un commercialista o quindi anche un giurista o un professore. Quindi c’è molta distanza tra la docenza e il mondo del lavoro, altrettanto c’è un bel po’ di distanza tra il mondo della ricerca e il mondo del lavoro, perché chi fa ricerca nel proprio laboratorio difficilmente forma un collega o uno studente per il lavoro che verrà. Questo cosa vuol dire? Vuol dire che effettivamente l’università deve continuare ad essere il punto di riferimento per la formazione al lavoro, ma incontra delle difficoltà. Chi si occupa quindi di università deve provare a migliorare le chance degli atenei a formare i propri studenti. Negli ultimi anni sicuramente la conferenza dei rettori dell’Università italiana ha fatto molto. La funzione dell’orientamento è una funzione importante negli atenei. Noi rettori abbiamo tutti quanti un delegato all’orientamento, la persona che effettivamente suggerisce poi al rettore quelle che devono essere le politiche per far orientare sempre più i propri studenti verso il mondo del lavoro. Questo fa sì che sia cambiato il paradigma rispetto al passato. Faccio sempre il mio esempio: 20 anni fa l’orientamento era ancora estremamente acerbo, per cui innanzitutto al liceo si decideva di iscriversi alla facoltà che poi veniva prescelta molte volte per un passaparola, per un esempio in famiglia, sicuramente non per una visita che i licei ancora non avevano in animo di organizzare presso le università, cosa che adesso grazie a Dio si fa con una certa frequenza. Ma effettivamente le università adesso stanno iniziando, grazie al dialogo con le imprese, e qui probabilmente il nodo cruciale e il motivo per cui questo panel si chiama Impresa e Lavoro e Università. Grazie alle imprese si riesce a far schiarire le idee agli studenti. Non è una cosa semplice perché io sono un comparatista con una propensione verso gli Stati Uniti d’America perché vivo tra l’Italia e gli Stati Uniti d’America. Effettivamente la dimensione imprenditoriale, il tessuto imprenditoriale italiano è molto distante da quello nordamericano, motivo per cui le imprese in Nord America sono molto più vicine alle università. In Italia negli ultimi anni c’è stato un avvicinamento costante, ancora ben poco rispetto al Nord Europa e al Nord America e al mondo occidentale, per non parlare di quello asiatico in particolar modo. Però anche per colpa del sistema universitario nel suo complesso, senza distinzione tra le università statali o università private o non statali, come meglio dire, è ancora distante. Per quale motivo? Perché effettivamente la piccola e media impresa ancora difficilmente vede nell’università il soggetto a cui rivolgersi per ricerca e sviluppo, cosa che negli Stati Uniti invece è la regola. Dopodiché, anche analizzando ancora di più il tessuto imprenditoriale italiano, lo si vede per esempio nei grandi gruppi industriali. Molte volte il grande imprenditore illuminato, che quindi ha a che fare durante la sua carriera con soggetti molto ben formati, iperspecializzati, alla fine cede nel passaggio generazionale della propria azienda. Quindi abbiamo assistito a multinazionali dove il passaggio generazionale è stato da padre in figlio, da nonno a nipote a discapito del soggetto estremamente preparato e competente. Dopodiché negli Stati Uniti siamo molto abituati al fatto che le grandi imprese o gli imprenditori costituiscano delle chair, quindi delle cattedre, attraverso un lascito, quindi un’opera benefica di filantropia, una cattedra di economia, di diritto, di medicina per far sì che i proventi della propria azienda riescano a portare avanti all’interno dell’università la ricerca in quel campo. In Italia siamo ancora distanti. Il dialogo tra università e territori resta fondamentale. Negli ultimi 15-20 anni questa progressione virtuosa c’è stata e dovrà ancora continuare perché effettivamente soltanto in questo modo la scelta consapevole dello studente costituirà la possibilità di avere un laureato formato sempre, ovviamente, contemporaneamente, non nell’eccessiva ricerca del merito scolastico, ma soprattutto nella formazione personale.

BERNHARD SCHOLZ

Grazie mille. Dopo torniamo su tutti e due sugli aspetti ancora più specifici. Enrico Cereda, per tanti anni presidente e amministratore delegato di IBM, in questa veste è stato diverse volte qua al Meeting, ha fatto diversi incontri, adesso presiede una società che si occupa di investimenti. Lei conosce molto bene le dinamiche dello sviluppo tecnologico con tutte le opportunità, ma anche con tutte le criticità. Come fate voi a scegliere, di fronte anche a tante incognite dello sviluppo tecnologico, se conviene investire, quanto è alto il rischio, quali sono le idee che valuta positive? Anche voi, non solo le imprese, siete di fronte a un mondo non del tutto scrutabile, come vi muovete?

ENRICO CEREDA

Grazie Presidente per l’invito, grazie anche naturalmente al Meeting e faccio i complimenti per l’organizzazione, come sempre a livello di eccellenza. Due parole su Confidi Sistema. Confidi Sistema è un’istituzione finanziaria regolata da Banca d’Italia. Siamo nati ormai nel lontano 1959, abbiamo più di 100.000 soci, siamo una realtà molto solida, abbiamo un’utilità finanziaria di 600 milioni e dei numeri veramente importanti. Tra l’altro, nel corso degli ultimi anni abbiamo espanso anche la nostra attività a livello geografico. Siamo nati nel Nord Italia, ma poi dal Nord Italia siamo passati anche alla Romagna, quindi proprio qui nella zona di Rimini e poi anche nel Centro Italia, quindi Lazio, Abruzzo, Molise e Umbria. Quindi abbiamo una conoscenza del territorio abbastanza significativa. Un aspetto fondamentale a mio avviso, e naturalmente faccio anche, Presidente, i complimenti per il titolo di questa tavola rotonda, perché stiamo parlando di Investire nello sviluppo e creare lavoro. Tendenzialmente si tengono questi due aspetti distanti. A mio avviso, invece, sono due facce della stessa medaglia: lo sviluppo non c’è sviluppo senza un’occupazione dignitosa e non c’è un lavoro senza un’economia sostenibile e a mio avviso questo dobbiamo ricordarcelo sempre bene. Tornando alla sua domanda, Presidente, l’attività finanziaria. Tendenzialmente uno pensa che l’attività finanziaria sia fatta solamente di numeri, algoritmi con l’intelligenza artificiale, rating e quindi si dà solamente il credito a quelli buoni, non si dà il credito a quelli cattivi. Quello che stiamo cercando di fare come Confidi Sistema, noi ci occupiamo di finanza diretta, garanzia e facciamo anche attività di advisor, è di occupare sempre più il territorio. Questo perché nel corso degli ultimi anni le banche, come sappiamo benissimo, sono un po’ scappate dal territorio. Quindi sto parlando non delle grandi città, ma nel territorio dove ci sono veramente le piccole e medie imprese, che sono una parte fondamentale del nostro tessuto economico industriale. Una volta si diceva che in ogni paese c’è un campanile, c’è un parroco e c’è un’agenzia bancaria e c’è oltre l’ufficio postale. Ecco, forse questo, quando parliamo di istituzione finanziaria e quando parliamo di banca, è venuto un po’ a mancare negli ultimi anni e quello che faceva ai tempi il direttore della banca era quello di assistere l’imprenditore non solamente quando chiedeva il credito, ma alla finanza a 360 gradi. Oggi, nonostante tutte le tecnologie che ci sono a disposizione, a nostro avviso, manca quello che gli americani direbbero l’human touch e quindi il contatto umano che è importante. Noi stiamo sempre di più spostando la nostra attività dalla garanzia alla finanza diretta e quello che vogliamo fare è occupare questo vuoto che a nostro avviso c’è sul territorio e naturalmente dobbiamo farlo con delle persone sul territorio e capire anche il business di ogni singola azienda e quindi vengo al secondo punto che è un po’ l’invito anche dell’evoluzione tecnologica che c’è in questo periodo. Noi abbiamo fatto partire ad inizio anno un progetto digital sales dove abbiamo portato al nostro interno dei giovani ragazzi che naturalmente utilizzano le nuove tecnologie decisamente meglio magari di persone come il sottoscritto e abbiamo digitalizzato tutti i processi. Crediamo fortemente, come dicevo prima, che la tecnologia sicuramente può essere di aiuto in una fase istruttoria, di processo, di erogazione del credito, ma di nuovo serve anche poi il contatto umano e serve avere anche un contatto diretto con l’impresa. E quindi da questo punto di vista abbiamo sviluppato un modello di business che è veramente ibrido dove abbiamo tutta la tecnologia e utilizziamo veramente tutti i giorni ChatGPT, Grok e tutti questi strumenti che la tecnologia mette a disposizione, ma di nuovo poi abbiamo anche quando concediamo il credito e settimanalmente vediamo decine di pratiche di concessione del credito, utilizziamo anche il feeling delle persone, quindi la conoscenza diretta delle persone. Questo è un fattore importante, abilitante per lo sviluppo poi del paese, perché la tecnologia deve essere sicuramente di supporto, l’intelligenza artificiale deve essere sicuramente di supporto a un processo fondamentale come l’erogazione del credito, ma poi serve anche la persona, il territorio che dia la differenza. Stiamo sviluppando sempre di più un progetto che coinvolga il territorio, le persone e i progetti. Noi abbiamo un finanziamento medio che è su 100-150 mila euro, questa è un po’ la media del nostro settore e naturalmente, di nuovo, serve la tecnologia ma servono anche le persone che danno anche consulenza alle imprese.

BERNHARD SCHOLZ

Grazie. Una seconda domanda ad Alfio Badolla. La cosa più importante sono persone con capacità di assumersi responsabilità, di leadership, di prendere iniziativa, di lavorare insieme. Sono capacità innate o capacità che si possono imparare?

ALFIO BARDOLLA

No, secondo me tutto si può imparare e tutto si può insegnare. Quindi da Sinner in giù, abbiamo un grande giocatore di tennis perché è andato da grandi maestri e poi ci vuole anche la sua parte mentale. Per chi fa formazione, tutto si può insegnare, tutto si può imparare. Ci vuole anche la volontà di chi deve ricevere la formazione. Quindi la domanda è: se in questo momento le nuove generazioni sono anche pronte a pagare il prezzo, perché il cambio della tecnologia, la sollecitazione dei social media e via dicendo, creano una distorsione tra la realtà reale e poi la realtà percepita che è abbastanza distonica. Quindi tanti aspirano a un certo modello di vita che poi non è quello della realtà. Quando poi ti trovi un ragazzo che finisce l’università e deve entrare nel mondo del lavoro con un emolumento adeguato alla situazione, spesso l’impresa fa fatica perché combatte con modelli che in questo momento sono distonici e non sono quasi mai realizzabili. Se parliamo prettamente sul mondo del lavoro, una delle fatiche dell’impresa è proprio dire: guardate che c’è un mondo là fuori che ha bisogno di certe risorse, caratteristiche, capacità che non possono essere pagate cifre che poi magari vengono fraintese sui social media. Questa cosa crea abbastanza frustrazione soprattutto nei super giovani che sono nati già con la tecnologia e vedono in un modo diverso la formazione di chi, come ad esempio del mio mondo, dove laurearsi era una cosa super importante. Adesso questa cosa spesso diventa più complicata. C’è tanta formazione, la scuola deve aiutare a far ragionare le persone se quella cosa lì è corretta o non è corretta, perché su internet si dice tutto e il contrario di tutto. Tanti si laureano su ChatGPT, soprattutto i medici nuovi, quindi questo sarà un problema. L’intelligenza artificiale non deve sostituire il raziocinio dell’essere umano in alcune professioni, anche la visione del paziente o della situazione del contesto. Quindi è molto complicato per un imprenditore selezionare, formare, mantenere le persone perché la competizione delle altre aziende e la competizione anche città, paese, stile di vita sta diventando sempre più complicata. Milano è una città complessa dal punto di vista degli emolumenti perché paghi le persone due o tre volte in più di quello che le paghi magari al Sud Italia, però hai il problema che quelle persone non vivono una vita di qualità simile a quella che potrebbero vivere con lo stesso stipendio da un’altra parte. Ci sono tanti aspetti e tante complessità e una parte di queste chiaramente devono essere risolte anche dal governo e da chi ci guida per fare in modo di velocizzare l’impresa, togliere burocrazia il più possibile e fare in modo che l’impresa sia al centro, cosa che invece secondo me ci si è spostati molto dal mettere l’imprenditore al centro. In questo momento secondo me ci sono altre cose al centro dell’idea del governo e questo è un peccato perché poi alla fine la ricchezza e il lavoro la crea l’imprenditore. Però l’imprenditore lo può creare se c’è un’infrastruttura sociale adeguata. L’altra cosa è che è aumentata la mobilità, quindi io posso fare la mia impresa a Milano, ma la posso fare anche a Dubai e quindi la competizione internazionale, soprattutto anche delle tasse, incide parecchio. Questo credo che sia uno dei temi da poter affrontare, oltre all’accesso del credito che da imprenditore vi devo dire è sempre una cosa complessa, macchinosa e poco americana. In America l’accesso è molto più facile, molto più veloce e anche il recupero del credito è più facile, più veloce, cosa che invece in Italia per le banche e per le società finanziarie è parecchio complesso. Quindi bisognerebbe migliorare la velocità di accesso al credito, la quantità di accesso al credito con tutta una serie di norme che permettono, ad esempio, ho un’azienda quotata che in Inghilterra avrebbe un credito di imposta importante e in Italia chi investe nella mia azienda in borsa ha zero credito di imposta. Quindi il permettere a una PMI di poter scalare e di avere accesso a dei capitali importanti ci potrebbe permettere di andare a una competizione più internazionale. Invece spesso non lo fai per mancanza di risorse.

BERNHARD SCHOLZ

Con grande sincerità e franchezza lei ha parlato delle distorsioni che crea la tecnologia o può creare. Torniamo un attimo sull’impatto della tecnologia. Lei è giurista, magnifico rettore. Lei sa benissimo, meglio di me, che gli studi professionali oggi hanno la possibilità di inserire intelligenza artificiale, che io dico il caso e mi dà già la risposta. I medici hanno dei robot che fanno analisi, le radiografie di qualsiasi analisi per immagine in modo molto più preciso di quanto lo possa fare una persona umana. Per l’università che cosa vuol dire? Da una parte direbbe che le persone che si formano a livello professionale alto, accademico, dovrebbero avere proprio la capacità di entrare poi in un modo globale, quindi più università. Dall’altra sappiamo bene che per usare le macchine devo essere molto capace anche di applicare. Quindi la tensione di cui abbiamo parlato prima si moltiplica, anzi si potenzia.

CARLO ALBERTO GIUSTI

Si potenzia decisamente e questa è un’ulteriore difficoltà nell’accostamento tra università come unico soggetto privilegiato per la formazione al lavoro. Perché? D’altronde si assiste anche in questi ultimi anni, si parla sempre di intelligenza artificiale. Allora fioccano i corsi di studi in intelligenza artificiale, che non vuol dire niente detto così, perché effettivamente dovrebbe essere poi declinato alle scienze sanitarie, quelle mediche, quelle ingegneristiche, quelle di economia, di legge. Però che cosa vuol dire? Che in una sorta di attività concorrenziale, ovviamente lecita, perché ci mancherebbe altro che dovesse essere vietata, però tutti gli atenei statali e privati stanno tentando di offrire dei corsi, come dire, prêt-à-porter piuttosto che all’avanguardia o comunque quotidiani. C’è soltanto un problema fondamentale in questa intuizione, il fatto che chi si iscrive oggi all’università, mal che vada o ben che vada, si laurea tra tre anni, quando invece di intelligenza artificiale parleremo magari di intelligenza super artificiale o iper artificiale, nel senso che ci sarà un’evoluzione altrettanto rapida di questi concetti e quindi probabilmente quei corsi di studi che hanno attirato tanti studenti in tante Università italiane tra tre anni non saranno più necessari per una valutazione ai fini curriculari o professionali. Ma forse non è nemmeno questo il problema, perché la ricerca spasmodica di una iper formazione è quella che mette in difficoltà le università. Quindi le università, se da un lato tentano di attrarre studenti con dei corsi estremamente aggiornati e concreti, dall’altra però si rendono conto che effettivamente il tempo non è dalla loro parte, perché di nuovo il tempo per laurearsi ci vuole. Ci fu un tentativo qualche anno fa con la riforma Berlinguer con la laurea 3 più 2, la cosiddetta laurea professionalizzante, quella che dopo i tre anni avrebbe dato accesso immediatamente al lavoro e lasciando poi ad una parte, ad una nicchia di studenti la necessità di specializzarsi negli altri due anni. Non ha avuto molto successo. Forse perché non è necessario, a mio modo di vedere, questa iperspecializzazione, non è necessario stare dietro, perché tanto non ce la si fa, alle novità tecnologiche del momento. Certo, l’intelligenza artificiale viene utilizzata negli studi legali, negli studi medici, ma viene utilizzata da chi è già laureato in realtà. Difficilmente può essere un argomento di studio o di formazione all’interno dell’università. Mi verrebbe anche da ricordare su questa linea di pensiero un dibattito di una decina di anni fa, tra l’allora capo del personale della human resource Laszlo Bock di Google e uno dei giornalisti più autorevoli del New York Times, si chiama Thomas Friedman, tre volte premio Pulitzer per il giornalismo. La domanda era: nella Silicon Valley, quindi il contesto è il massimo dell’impresa super ispirata, elevata, innovativa, ma soprattutto dell’impresa vincente, cioè di un imprenditore che ha azzeccato la sua scommessa, dall’altra parte alcune delle università Stanford-Berkeley più rinomate al mondo, sicuramente all’interno delle Ivy League, le 8-10 università più importanti del Paese, del Nord America. La domanda era: vale ancora la pena spendere tanti soldi per la propria formazione, ovvero se signor Bock, capo del personale di Google, si presenta un laureato di Stanford col massimo dei voti, lei come lo valuta? La risposta fu molto efficace, ricordò che nei dieci anni in cui era stato capo del personale aveva selezionato sessantamila candidati. Di quei sessantamila, una buona parte che furono accettati per lo stage e poi anche per il lavoro effettivo non erano laureati. Perché? Perché l’azienda tendeva a privilegiare due skill fondamentali: la capacità cognitiva, quindi saper stare socialmente in un ufficio, in mezzo alla gente, capire l’importanza e il valore sociale del lavoro, rapportarsi al proprio superiore e ai propri colleghi, dall’altra parte la capacità di leadership. Capacità cognitive e leadership non si insegnano all’università, ma si possono imparare frequentando l’università, come ha detto Alfio.

ENRICO CEREDA

Se posso, faccio anche un commento a quello detto dal rettore, anche in base alla mia esperienza in una multinazionale. Quando io ho frequentato il percorso scolastico, il percorso universitario, ormai tantissimi anni fa, naturalmente il cambiamento tecnologico era un cambiamento tecnologico che avveniva ogni 10, 15, 20 anni. Oggi stiamo assistendo a qualcosa che è quasi dell’incredibile, perché diceva prima anche il rettore, quello che oggi pensiamo sia il livello di eccellenza dal punto di vista tecnologico, magari tra sei mesi viene superato. Oggi c’è l’intelligenza artificiale, domani sicuramente ci sarà ad esempio il quantum computing piuttosto che altre tecnologie. Forse dobbiamo anche abituarci a parlare di formazione continua. Quindi non solo il percorso scolastico, percorso universitario, finito lì entro in azienda e mi dimentico la formazione, tranne quella che mi fa l’azienda, ma avere una formazione continua. Quindi anche le università, da questo punto di vista, devono pensare che non finisce solamente quando termino il mio ciclo universitario, ma avere comunque una formazione che va negli anni.

BERNHARD SCHOLZ

Un po’ anticipata la domanda che voglio fare, ma adesso non parliamo di credito, parliamo in generale dell’osservatorio privilegiato che è uno che conosce tantissime aziende oggi. Quali sono le attenzioni che deve avere oggi, perché qua ne vedo parecchi, un piccolo imprenditore, una piccola e media impresa in Italia?

ENRICO CEREDA

È una bellissima domanda. Io ho fatto un’esperienza in IBM, in una multinazionale americana, per quasi 30 anni. Dopo 30 anni penso che lavorare in una multinazionale, soprattutto americana, ti dà anche una struttura a livello organizzativo sistemico che probabilmente in Italia manca. In Italia abbiamo dei bravissimi imprenditori creativi, flessibili, lavorano 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, Natale, Pasqua, eccetera, e ne conosco tantissimi, soprattutto nell’attività che adesso sto facendo. Cosa manca? A mio avviso manca l’organizzazione e quindi la capacità poi di creare un’organizzazione, di saper delegare e quindi anche di avere un team a disposizione. Si dice sempre che si perde da soli e si vince in squadra e questo sicuramente è vero anche in una piccola, in una media o in una grandissima azienda. Questo perché? Perché abbiamo un mercato globale. Mentre fino a qualche anno fa probabilmente la tecnologia non ci permetteva di raggiungere qualsiasi luogo, qualsiasi territorio nel mondo, oggi lo può fare e naturalmente una piccola startup che nasce oggi magari nei prossimi 5-6 anni ha la possibilità di scalare e di raggiungere un fatturato di decine se non di centinaia di milioni. Però per fare questo serve da una parte quello che dicevo prima, quello che quasi tutti gli imprenditori hanno, la creatività, la flessibilità, il genio italiano, insieme alla capacità di far crescere l’azienda e quindi crearsi un team, l’organizzazione, avere comunque una struttura di supporto e avere una visione. Secondo me questo probabilmente è quello che manca un po’ agli imprenditori italiani. Sono molti dedicati alla loro azienda, la considerano, lo sa benissimo il Presidente, quasi come un loro bambino sotto certi punti di vista. Avendo vissuto negli Stati Uniti non c’è lo stesso feeling. Negli Stati Uniti si parte con una startup, se va bene, bene, se non va bene dopo un anno la si butta via e si parte con qualcosa di diverso. In Italia ho parlato con dei ragazzi che si dicono startupari e hanno una startup da dieci anni, forse questo è qualcosa che non va e che è da sistemare. Penso anche un’altra cosa, Presidente, che quello che ci manca e che dovremmo a mio avviso migliorare è un po’ il rapporto pubblico-privato, lavorare con i territori, finanza, territori, scuola e università. E da questo punto di vista ho sentito poche settimane fa il mio ex-capo in IBM che oggi è il CEO di Dallara, Andrea Pontremoli, e parlava di muoverci come italiani, come imprenditori italiani, da “ego- sistema” a “eco-sistema”, prima con la G e poi con la C. “Ego sistema” perché gli imprenditori sono soli, creativi, eccetera, però non fanno sistema con la comunità e invece passare a un concetto di “ecosistema” che è quello di mettere insieme magari anche aziende e concorrenti, i famosi anni fa, adesso non so se ci sono ancora, i distretti industriali, fare ecosistema tra la parte pubblica, privata, scuola, università, finanze e territori. A mio avviso solo così in un Paese come il nostro che è fatto da 4 milioni di partite IVA, che è un Paese per il 92-94 per cento composto da piccole e medie imprese può far crescere poi tutto il paese.

ALFIO BARDOLLA

Abbiamo una visione privilegiata su questo, abbiamo un’azienda che si chiama Smart Business Lab che fa proprio questo: aiuta l’imprenditore a concentrarsi su tutto quello che non è prodotto. Perché di solito le imprese nascono perché c’è l’imprenditore che pensa di essere più bravo o del suo capo o di quell’altro nel fare la sedia, nel fare il tavolo, nel produrre la pasta e via dicendo. Quindi, perché sono più bravo, faccio nascere l’azienda, è il motivo per cui abbiamo 4 milioni di partite IVA. In realtà l’imprenditore deve essere bravo con i numeri, quindi la parte cash planning, budgeting, la parte marketing, come comunica verso l’esterno, la parte lead generation, come genera il nome, il cognome, il numero di telefono, il potenziale cliente, come fa arrivare la gente dentro il punto vendita e poi sulla parte vendita. Poi deve essere bravo nella leadership, creare un team, una mission, una vision.

Il problema è che invece noi siamo bravi nel fare il prodotto e quando tu parli con un imprenditore ti parla solo del suo prodotto e non ti parla di tutto il resto del processo, mentre se tu vai negli Stati Uniti e i miei colleghi americani sono completamente diversi, loro fanno il minimum lovable product, anche se fa un po’ schifo lo lancio alla Microsoft, poi dopo lo correggo strada facendo. Sono molto concentrati invece su tutto il resto, soprattutto vendite e marketing. Quindi invece noi dovremmo imparare un po’ di più a vendere e marketing e cercare un mercato globale, perché poi alla fine noi siamo solo 60 milioni che parlano italiano, mentre gli americani sono 2 miliardi che parlano a un mercato English speaking, perché anche qualche cinese, qualche giapponese parla inglese, sicuramente una parte dell’Africa parla inglese, quasi tutta l’Europa un po’ parla inglese, soprattutto poi per chi deve decidere di comprare cose. Credo che questo tema del lavorare non sul prodotto ma su tutto l’insieme debba essere un tema culturale da affrontare un po’ di più nell’università dove il prodotto non deve essere più così importante, ma deve essere tutto quello che c’è intorno all’azienda.

BERNHARD SCHOLZ

L’ultima domanda al magnifico rettore. Tanti di noi hanno figli, la maggior parte cercherà di laurearsi, alcuni sono già laureati, ma poniamo un giovane che frequenta il liceo, vede un’infinità di lauree, iperspecializzate da un certo turismo territoriale fino a, non so… sono cose sensate, le classiche facoltà non fanno più senso, con la massima libertà.

CARLO ALBERTO GIUSTI

Risposta non da rettore. I corsi classici continuano ad essere, a mio avviso, il punto di riferimento perché per specializzarsi ci sarà sempre tempo. Parlavamo di formazione continua, un laureato in giurisprudenza, un laureato in medicina, che è il più classico ma il più importante come esempio, può specializzarsi sempre di più fino a quando continuerà a lavorare, nel senso che fino a quando andrà in pensione il medico come l’avvocato potrà continuare a lavorare. Dopodiché, esempio americano molto calzante, quello che dovremmo sviluppare ancora di più nel nostro sistema universitario è la formazione post laurea, non soltanto il PhD e il dottorato per chi vuole magari iniziare la carriera accademica, ma tutti i corsi di specializzazione e tutti i master. Allora sì che quelli possono diventare la chiave di volta per iniziare con un corso, un po’ vintage, faccio il mio esempio, quello di giurisprudenza o come lo chiamo io legge, per poi specializzarsi magari in una nicchia di quel settore giurisprudenziale e professionale che può diventare poi la propria professione nel corso del tempo. Però la formazione continua a mio avviso resta qualcosa che deve essere implementato, deve essere affidato ancora di più all’università, perché in questo senso fanno poco, con delle buone partnership tra pubblico e privato.

BERNHARD SCHOLZ

Quindi questo avvicinerebbe anche il mondo del lavoro e l’università. Bene, vi ringrazio tantissimo, penso che gli spunti e riflessioni siano stati tanti, anche per la chiarezza con la quale avete detto le vostre convinzioni. Siete stati diretti e schietti e questo ci aiuta tutti. E quindi grazie mille per questo incontro che approfondisce la conoscenza e sostiene la fiducia.

Data

22 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri