INTEGRAZIONE AL FEMMINILE

Integrazione al femminile

Partecipano: Mara Carfagna, Ministro per le Pari Opportunità; Stefano Giorgi, Direttore di In-Presa; Marie Therèse Mitsindo, Responsabile Cooperativa Sociale Karibu a Latina; Luigi Paccosi, Presidente Associazione Progetto Sant’Agostino. Introduce Monica Poletto, Presidente CdO–Opere Sociali.

 

MONICA POLETTO:
Buongiorno a tutti e benvenuti. Ciò che abbiamo in comune con l’altro non è tanto da ricercare nella sua ideologia quanto nella struttura nativa, in quella struttura umana, in quei criteri originali per cui “Egli è uomo come noi”, scriveva don Giussani nel 1964. L’identità che precede e rende possibili le diversità, è il terreno dell’integrazione. L’incontro con l’altro cui siamo chiamati, che è la scintilla dell’integrazione, non è mai una categoria o un’astrazione, ma il rapporto con donne e uomini portatori di una cultura viva. Non ci può essere accoglienza ed integrazione vera, perciò, senza un soggetto vivo che la operi, un soggetto vivo con una propria identità criticamente e consapevolmente assunta, capace, in forza di ciò, di accogliere l’altro. La vera integrazione impone rapporti vivi, implica i rapporti tra persone ed esperienze. Questo incontro vuole raccontare la storia di persone e opere che accolgono donne, spesso provenienti da contesti culturali non rispettosi della loro dignità. Per raccontarci queste esperienze, interverranno tre cari amici: Stefano Giorgi, Direttore Generale di In-Presa, Luigi Paccosi, Presidente dell’associazione Progetto Sant’Agostino, Marie Therèse Mitsindo, responsabile della cooperativa Karibu. Queste esperienze vogliono dialogare con la politica, consapevoli dell’importanza di una politica di integrazione che valorizzi il soggetto che accoglie, ospita e realizza il dialogo. Siamo perciò molto contenti di ospitare anche quest’anno Mara Carfagna, Ministro delle Pari Opportunità e cara amica del Meeting. Inizia Stefano.

STEFANO GIORGI:
Buongiorno a tutti. In-Presa, l’opera di cui sono Direttore, ha avuto origine da una donna eccezionale, Emilia Vergani, la quale ha generato un luogo di formazione, un luogo in cui poter imparare un mestiere, un luogo dove donne che avevano poche speranze potessero trovare il proprio posto positivo del mondo. Crediamo che questo sia il senso dell’integrazione. Ragazze che potessero dire: il mondo, attraverso quello che io sono, che ho imparato e so fare, è più bello. Il mondo, attraverso di me, può essere più corrispondente a quanto tutti desideriamo. In-Presa è un’opera di accoglienza per minori che sono a rischio di disagio: attraverso la formazione e l’orientamento, essi sono guidati alla scoperta del valore della propria persona fino al loro limite, che è visto e riconosciuto, ma che non costituisce l’ultima parola sulla loro persona. Proprio quel limite che, invece, lascerebbe le ragazze nella marginalità. Emilia era assistente sociale a Carate Brianza, piccolo paese a nord di Milano. Quindici anni fa circa, vide che per i ragazzi, per gli adolescenti, i contraccolpi duri della vita, come dolori non ancora leniti o incomprensioni familiari veramente gravi, potevano talvolta portarsi dietro una rabbia inconfessata. Vi leggo due temi, dove alcune ragazze che frequentano il primo anno del nostro Centro di Formazione professionale di aiuto-cuochi raccontano di sé. La prima dice: “Ricordo che ero una ragazzina viziata. Quello che volevo, lo ottenevo, vivevo in mezzo ai soldi ma soprattutto alla droga. I miei genitori erano spacciatori, quindi era normalissimo ottenere quello che volevo. Ormai non vivevo più in casa, ero sempre in mezzo alla strada con i miei amici: a casa tornavo solo per dormire. Soffrivo ma non lo facevo vedere. Mi tenevo tutto dentro. Tra me e i miei genitori non c’era alcun tipo di dialogo, a malapena un saluto. In questa situazione non stavo bene, infatti non avevo preso una bella strada. Bevevo, fumavo canne, solo per non pensare ai miei problemi. Sono cresciuta senza un’educazione: sì, alle volte sbagliavo nel modo di ragionare, ma del resto ero sola, stavo male ma non potevo farci niente, i miei genitori erano sempre con la testa sul piatto o pensavano solo a se stessi. A scuola andavo malissimo, non mi importava di niente, trascuravo me stessa, non mi importava di nulla”.
Un’altra sua compagna di classe scrive: “Quando ero più piccola, non ero mai a casa. Perché non era buono per la mia salute. In casa mia nessuno andava d’accordo. Mio fratello più grande era ben sei anni che non parlava con mio padre, ed io mi chiedevo come potevo fare, visto che si viveva sotto lo stesso tetto. Mia madre piangeva e soffriva per colpa loro, anzi, purtroppo quasi ogni giorno mio fratello le metteva le mani addosso per picchiarla, e dentro di me si scatenava la rabbia immensa, c’era la voglia di fargliene di tutti i colori. Grazie a Dio, però, in quei momenti io ero sempre in casa, e per difendere mia madre preferivo che lui mettesse le mani su di me. Sono ormai sette anni che va avanti questa brutta storia e per me sono tracce indelebili. In queste condizioni, lo studio diventa difficile ed il lavoro diventa impossibile perché al fondo quelle domande lasciano ferite: cosa ci faccio io qui? Perché devo impegnarmi?”.
Emilia faceva i conti tutti i giorni con questo bisogno infinito: decise perciò di aprire la sua casa all’esperienza dell’affido, e di coinvolgere i suoi amici, soprattutto le famiglie e gli imprenditori brianzoli, per dare vita ad un centro che si occupasse di questi ragazzi e ragazze. Un luogo dove offrire, attraverso il lavoro, la strada per capire che la vita ha un senso e che la realtà è positiva. Racconto un breve episodio di Emilia. Durante un convegno che organizzammo a San Marino sul disagio giovanile, disse che i ragazzi con i quali abbiamo a che fare hanno situazioni in genere molto pesanti, esperienze in famiglia a cui si aggiungono altre esperienze negative a scuola. Per questo, hanno un sentimento di sé raso terra, e una capacità di rapporto con la realtà, di positività, molto precarie. Ci diceva sempre che la prima condizione necessaria perché una persona faccia un passo, inizi un cammino di integrazione e si tiri fuori dal percorso di esclusione sociale in cui vive, è la presenza di un adulto che dice: “vieni dietro a me”.
Il metodo per cui la nostra opera è possibile è questo. Raccontava di aver avuto dei ragazzi in affido. Il primo era sempre in agitazione e in uno stato di ansia tale per cui l’unica possibilità di aiuto era dirgli: “Stai tranquillo, io sono salda qui, in un terreno più saldo rispetto a quello dove sei tu. Se ti attacchi alla mia mano, ti tiro dalla mia parte”. Da noi, la forma di questo “vieni dietro a me!” è tradotta con l’accoglienza senza condizioni da parte di un adulto che si mette davanti a queste ragazze e dice: “Conosco il tuo limite, che è anche il mio! Coraggio, possiamo ripartire insieme”. Da questo sguardo, nascono una sicurezza e una libertà che permettono l’integrazione. Ho conosciuto subito Loretta, la prima studentessa del Corso per cuochi proveniente dalla Sicilia con la famiglia, in cerca di un lavoro che purtroppo però non arrivava per nessuno. In un tema a fine anno, mi scrive: “Il primo giorno di scuola ero un po’ intimorita. Non conoscevo nessuno e mi sentivo sola. Invece, quando sono arrivata in classe, ho legato subito, e soprattutto le mie amiche e i professori hanno vinto la mia timidezza, tanto da non nascondermi come in passato. Per la prima volta, ero me stessa”.
Un altro esempio è quello di Nancy che, in una lettera ad Emilia – purtroppo nell’ottobre del 2000 è venuta a mancare, ma noi facciamo scrivere ai ragazzi tutti gli anni una lettera a lei, perché ci teniamo al fatto che conoscano la persona che ha fondato la scuola – scrive, per fare un bilancio del proprio cammino: “Cara Emilia, sono entrata ad In-Presa tre anni fa, non sapendo nulla della scuola, ancora meno della persona che l’aveva creata. Con questa lettera voglio in qualche modo dimostrarti la stima che ho verso di te, anche se non ti ho conosciuta. Ma faccio parte anch’io della grande famiglia che hai costruito. Grazie ad In-Presa, ho scoperto valori importanti nella vita. Ed in questo percorso, sono cresciuta grazie a te, che hai donato il tuo tempo a noi, ma soprattutto hai donato il tuo spirito alle persone che ci seguono e che ci aiutano in ogni piccolo giorno. Per me, questa è stata una rinascita. Arrivavo da un mondo dove c’era solo il rapporto scolastico: qui ne ho scoperto un altro, dove c’ero io, la scuola e delle persone pronte a venirmi incontro, sinceramente. Ero, all’inizio, una di quelle che pensava che questa scuola era da sfigati, ma ora posso dire che era il pregiudizio di una bimbetta. Ora vado fiera di avere frequentato questo posto, che tu ci hai donato senza avere nulla in cambio”.
Oppure Nadia, che viene dal Marocco e dice: “Con gli insegnanti mi sono trovata molto bene, perché mi hanno accettata come una di loro, anche se vengo da un Paese come il Marocco. Io prima temevo di essere isolata, come negli altri anni delle medie, perché sono solo una ragazza straniera: qui, invece, no. Io prima sapevo cucinare solo piatti arabi, adesso ho imparato tantissimi altri piatti e sono contentissima di aver fatto questa scuola. Ed è tutto merito suo, cara Emilia”. Diana, che viene da Santo Domingo, dice: “Cara Emilia, volevo ringraziarla per avere fondato questa scuola, perché grazie a lei ho potuto scoprire la mia passione per la cucina. La mia esperienza di quest’anno è stata molto bella perché ho imparato molte cose, dallo studio allo stare insieme ai miei compagni e professori. Poiché sono di un’etnia diversa, pensavo di non riuscire ad integrarmi facilmente”. Saki, dal Pakistan, invece ha scritto a me: «Egregio Direttore, le scrivo questa lettera per raccontarle la mia accoglienza in Italia, un Paese molto diverso dal Pakistan. La nostra accoglienza è stata tutto sommato positiva, sono arrivata che avevo sei anni e i primi anni nell’ambito scolastico li ho trascorsi bene. Ma poi il problema del trasloco, avevo dovuto cambiare casa e scuola. Nella nuova scuola non mi trovavo bene, venivo umiliata, offesa, lasciata sola in un angolo. E le professoresse, era inutile la loro presenza, perché anche se riferivo loro quello che capitava, mi dicevano la stessa frase: “Pazienza, non li possiamo mica rimproverare sempre, ormai sono grandi, lo devono capire da soli”. Venendo a In-Presa, ho capito che non tutte le imprese sono uguali: infatti, vedendo questa scuola, quando sei lasciato solo dai compagni, i professori ti aiutano, ti fanno compagnia, ti aiutano come compagni, facendo capire a loro che io non sono di un altro mondo, ma che faccio parte di tutti voi».
Nell’accoglienza, la scoperta del valore infinito della propria persona. Un altro episodio: l’esame di qualifica, al terzo anno, è composto da una prova professionale. I ragazzi allestiscono un pranzo, poi c’è una prova scritta e una prova orale che prende avvio dalla presentazione di sé che fa il candidato. Questo è il racconto di Kathy, compagna di classe di Loretta: “Buongiorno, sono nata in Ecuador, e sono in questa scuola perché voglio diventare una brava cuoca. In questa scuola ti insegnano come risalire dopo una caduta, i professori sono molto gentili, comprensivi, vogliono conoscerti, sapere di te, e se hai problemi di scuola o personali ti aiutano senza chiedere niente in cambio. Come è successo a me, che per nove mesi sono stata aiutata ad andare avanti con la gravidanza”. All’inizio del suo secondo anno di scuola, infatti, la mamma di Kathy entra nel mio ufficio, si siede a scoppia a piangere: “Professore, sono scappata dal mio Paese per preservare la mia Kathy da certi pericoli, ed ecco, è incinta!”. La mia prima reazione è stata pensare: “Bellissimo! È una cosa bella, una nuova vita, questo non può essere contro di lei, contro Kathy, perché non siete da sole”. Abbiamo perciò aiutato Kathy a portare avanti la sua gravidanza, compatibilmente con la scuola.
Si è diplomata, e il 7 luglio scrive: “È nata Michelle”. Torna in classe e scrive delle sue vacanze che definisce strepitose: “Le mie vacanze sono state partorire, cambiare pannolini, fare il latte, fare il bagnetto, cambiarla e curarla, insomma fare la mamma. Insomma, è stato strano, non sono abituata ad aiutare un’altra persona, ma con l’aiuto della nonna un po’ ci sono riuscita. Bisogna essere attenti e responsabili per fare la mamma, non è facile, soprattutto se hai avuto poche esperienze e sei ancora giovane come me. Adesso non so come farò a fare tutto insieme, meno male che ho l’aiuto del mio compagno, ma sono felice di fare questa vita. È una cosa meravigliosa vedere una bambina che ti riconosce e ti sorride, parlare e giocare con lei, che poi ti guarda con quegli occhi dolci e teneri e pian piano cresce con il tuo aiuto, e’ una cosa bellissima per me vederla crescere, e questo vuol dire che sto diventano una brava mamma. Purtroppo quest’anno sono andata solo in piscina, ma lei mi da’ quell’allegria di cui ho avuto bisogno per tutta l’estate”. È arrivato l’esame, il lavoro, e per preparare l’esame ha scritto queste tre righe: “Durante il terzo stage sono stata molto bene, ma mi sono resa conto che non posso lavorare in quel tipo di ristorante perché ho una bambina piccola che ha bisogno di me. Durante quel periodo, la vedevo poco e per questo, appena finisco la scuola, cerco un lavoro leggero. Anche questo mi ha fatto capire la scuola”. Ora Kathy lavora in un’azienda gastronomica che le permette di realizzarsi come lavoratrice e al contempo come mamma, perché ha il tempo di fare bene entrambe le cose.
Sempre Emilia, ci diceva che le condizioni del cammino educativo – perché la formazione e l’educazione sono ciò che permette l’integrazione – sono tre: la presenza di una persona adulta da seguire, una proposta nel presente, che i ragazzi facciano esperienza continua di quello che fanno. In altre parole, non c’è esperienza critica senza giudizio. Per questo la formazione è uno strumento formidabile nell’educazione, perché permette l’esperienza, cioè fa imparare a giudicare ciò che si prova. L’ultimo racconto è quello di Giovanna, che esplicita questo principio del giudizio: imparare ad imparare. Nel suo lavoro di approfondimento per l’esame di quarta – anno in cui sua madre, dopo una breve ma devastante malattia, muore – decide di intitolare l’introduzione: La bellezza dell’imparare.
“Non si finisce mai di imparare. È un’evidenza. Più si cresce, più si intravede che la strada da percorrere per arrivare alla realizzazione dei propri sogni è lunga. Tutto questo non mi scoraggia, anzi, mi spinge ad andare aventi, a sperimentare la bellezza dell’imparare, perché se non si finisce mai di imparare, allora non bisogna mai smettere di farlo, di desiderarlo. Lo pensavo per tutti gli aspetti della vita, ma per quello professionale ne ho già fatto esperienza. Nessuno, nel proprio lavoro, si deve sentire arrivato, perché, dal momento che lo pensa, vuol dire che è ancora al punto di partenza, è già fermo. Deve sempre esserci quella voglia di imparare da tutto ciò che si ha intorno, e soprattutto da tutto ciò che è bello, che ci attrae e ci affascina. Nella mia futura professione, grazie ad alcune esperienze, ho capito che l’aspetto estetico della sala è di fondamentale importanza. Ci vuole fantasia, per comporre un tavolo. A me, tutto ciò che è bello, piace. E come in tutto, anche in questo lavoro, la bellezza è da perseguire. In questi quattro anni di scuola, è nata lentamente la mia passione per la sala. Nelle mie esperienze di stage nei vari ristoranti, sono sempre rimasta colpita dalla bellezza, anche nei diversi tipi di servizio. Li definisco un’arte, perché ci vogliono differenti qualità per fare il cameriere, bisogna avere carattere, determinazione, ambizione. Questo mio approfondimento, l’ho intitolato: Tutto ciò che è bello. Perché a me, caratterialmente, piace metterci sempre un po’ del mio, in tutto quello che faccio e che dico, per renderlo mio e quindi più bello. Mettere in gioco se stessi è un passo davvero grande. Tutto questo lo dedico alla mia mamma: lei è nata in Sardegna. La vita purtroppo non le ha permesso di restare al mondo con me e di potermi raccontare molto della sua esistenza e delle sue origini, e quindi ho voluto sapere di più sulla donna che mi ha dato la vita. Tutte le circostanze della mia vita sono legate all’esperienza della bellezza. Tutto il mio percorso è per imparare: la mia mamma, la sua splendida terra d’origine, la mia attrazione per questa professione ed il mio desiderio per fare un cammino per la realizzazione dei miei sogni”.
Chiudo con una citazione di Emilia: nel suo Diario, che stato pubblicato insieme a Tracce di Ottobre 2001, fa un unico accenno ad In-Presa: “Quello che io sono, il mio valore per gli altri, la mia grandezza, non è una elargizione di qualcuno che come me è creatura finita, piena di limiti e di cattiveria, ma è il mio Dio, la sede incondizionata dell’amore che cerco per riempire il mio vaso. Questi ragazzi di In-Presa meritano di più. C’è da fargli provare di più la bellezza della vita. E non è che mi metto ad amare, è che il mio bisogno è di essere amata di più”. Ecco, questo amore, che è ciò che risveglia questa natura che ci spinge a desiderare grandi cose, che ci fa scoprire compagni di cammino, è quell’amore che ci fa scoprire che non sono più solo. E’ questo l’impegno di Emilia: ricercare con tenacia e coraggio il volto buono del Mistero che fa e sostiene tutte le cose. E’ questo impegno quel terreno saldo su cui vogliamo portare le nostre ragazze. Grazie.

MONICA POLETTO:
Grazie. Luigi.

LUIGI PACCOSI:
Innanzitutto ringrazio il Meeting di Rimini, perché mi offre l’occasione di raccontare la nostra esperienza, che ci ha permesso di riguardare alla nostra storia e a quella delle tante persone che abbiamo incontrato in questi anni, soprattutto mamme con bambini, provenienti da tanti posti disparati e disperati. Somalia, Eritrea, Albania, Romania, Perù, sono Paesi che sono diventati facce reali per noi, incontri che hanno segnato la nostra vita, come per esempio la storia di Jackie – userò dei nomi di fantasia -, una ragazza nigeriana diciottenne, una delle prime ospiti delle nostre case di accoglienza. Jackie arriva in Italia per raggiungere la sorella e completare gli studi. Durante i corsi, incontra un laureando nigeriano del quale subito si innamora. Si sposano dopo pochi mesi, anche se lui ha trovato un lavoro diverso da quello previsto dalla sua laurea in architettura. Nei primi mesi di gravidanza, il marito si ammala di un grave tumore e per la ragazza inizia una storia amarissima. Avendo lui perso il lavoro, non possono più pagare l’affitto: il suo primo bimbo nasce da noi, che da pochi mesi avevamo aperto Casa Santa Lucia. Subito dopo la nascita, il papà muore, lasciando Jackie sola ad affrontare non solo questo dolore. Arriva infatti, dalla Nigeria, il fratello di lui che, secondo la loro tradizione, ha diritto a sposare la vedova. Jackie rifiuta, sconvolta dal dolore per la perdita del marito. Il cognato insiste e infine un giorno la violenta. Jackie non vuole denunciarlo per pudore e così decidono di vivere insieme. Poco dopo nasce un secondo bambino, ma il cognato non riesce a reggere il dolore di Jackie e decide di tornare in Nigeria. Lascia la donna sola con i due bimbi, nella nostra Casa San Felice, aperta nel frattempo. Qui si mette in moto un lavoro importante da parte dei nostri operatori e di una famiglia molto accogliente. Grazie al nido della casa, Jackie può riprendere gli studi interrotti e, dopo un anno, la famiglia accoglie lei e i suoi figli. I due bambini frequentano il nido all’Aquilone. La vita della famiglia di Jackie riprende. La ragazza dimostra doti non comuni e molta capacità educativa e professionale. Oggi ha sposato un italiano e i suoi figli grandi sono all’Università. La sua storia è un po’ il simbolo delle nostre case, perché dimostra come il dolore e la diversità culturale possano trasformarsi in amicizia, accoglienza e novità di vita.
Un altro esempio è la storia di Cheryl, una donna cinese arrivata dal suo Paese incinta, dopo avere lasciato il marito ad una modestissimo lavoro che non consentiva una vita dignitosa alla famiglia. Messa subito a lavorare nei capannoni, che in Toscana abbondano, ha chiesto di lasciare questo ambiente e di essere accolta in una struttura della zona. Nasce un bellissimo figlio maschio, che però ha un grave incidente: a quattro mesi rimane ustionato al volto e alle mani. Dopo due mesi di ricovero ospedaliero, Cheryl chiede aiuto alla nostra Casa di Accoglienza per mamme San Felice. Abbiamo affrontato con lei un lungo periodo di ricostruzione del volto del bimbo e di fisioterapia, accompagnando per due anni di permanenza il suo difficile percorso di dolore e di integrazione. Le abbiamo insegnato la lingua italiana e quanto le occorreva per l’assistenza del bimbo e per le sue cure. Dopo due anni, guarito il bimbo, Cheryl è stata aiutata a trovare un lavoro e una casa; ora è anche arrivato suo marito dalla Cina e la famiglia è perfettamente integrata. Entrambi lavorano ed il loro bambino frequenta già la prima media, dove è il vero leader della sua classe, per la sua ironica e brillante intelligenza.
Questi sono solo due esempi delle centinaia di incontri che hanno modellato l’esperienza che oggi si chiama Progetto Sant’Agostino, un’associazione nata a metà degli anni ’80 nell’ambito dell’esperienza di Famiglie per l’accoglienza: un gruppo di persone hanno iniziato a prendersi a cuore e a curare persone immigrate, incontrate durante gli anni – in particolare, madri e donne in attesa di un figlio -, che vivevano una situazione di disagio, dovuta anche all’assenza di un contesto familiare che le potesse sostenere. Abbiamo sentito, in queste due testimonianze, come sia potente l’aiuto a una persona in difficoltà, e come integrazione significhi innanzitutto accoglienza. Tempo fa, ma anche adesso, era normale che i servizi sociosanitari consigliassero a queste donne di abortire, perché questa era la via più breve per ridurre le loro problematiche e per togliere loro il fardello di una maternità che avrebbe acuito le difficoltà. Nella nostra esperienza, consideravamo questa una via ingiusta e non rispettosa della dignità di queste donne: perché non poteva essere data loro la possibilità di veder nascere e crescere il proprio bambino, pur essendo in un momento di difficoltà? Fu così che alcune persone, intorno ad Irene La Piccirella, anche oggi il vero motore di questa esperienza, si organizzarono per accogliere queste donne.
L’esperienza dell’associazione è descritta bene in un bel libro curato da Paola Cigarini e dalla prof.ssa Lia Sanicola, intitolato La dimora ritrovata. “La dimora”, perché crediamo che, come ognuno di noi, le persone che ospitiamo abbiano bisogno innanzitutto di un luogo per trovarsi e sentirsi come a casa; “ritrovata”, perché il nostro cuore vive la nostalgia di un luogo così, dove essere presi per quello che siamo. Progetto Sant’Agostino oggi è una realtà significativa per l’ambiente di Firenze, composto da varie strutture di accoglienza e da una rete di servizi per la prima infanzia. Per rispondere ai vari bisogni delle madri con figli, nel tempo si è strutturata un’organizzazione composita, dalle Case di Accoglienza, dove vengono ospitati nuclei famigliari con un decreto del Tribunale alle spalle che richiede all’associazione un’osservazione delle capacità genitoriali delle madri, provenienti da esperienze varie di disagio, a case dove vengono ospitate madri con figli che vivono un problema di emergenza abitativa.
All’interno di queste case – ci piace chiamarle così, e non strutture – il compito che ci è richiesto è principalmente educativo: accompagnare queste donne, infatti, non è diverso dal trattare i propri figli, perché tutti, in un certo senso, siamo da integrare, cioè abbiamo bisogno di trovare il nostro posto. E lo si trova solo se si scopre un senso per la propria vita, un modo per amare il proprio figlio che, in un momento di difficoltà, può essere considerato un impiccio e non una ricchezza. Abbiamo fatto compagnia a queste donne attraverso aiuti concreti, per esempio, cercando di trovare una risposta al problema abitativo. Le madri che arrivano nelle nostre case, infatti, hanno difficoltà a reinserirsi, soprattutto perché a Firenze il problema della casa è esplosivo, e il costo degli affitti per una donna sola è proibitivo. Pensando alle difficoltà delle nostre amiche negli ultimi anni, abbiamo cercato di sperimentare nuove forme di risposta a questo problema: per quelle che hanno un lavoro stabile, abbiamo creato due nuove strutture composte da minialloggi dove, completamente autonome con i loro bambini, possono usufruire per un periodo determinato di un alloggio a costo zero, in attesa di sistemarsi in una casa popolare o di mettere da parte le risorse necessarie per trovarsi una soluzione indipendente.
Emblematica, in questo senso, è la storia di Ala, una donna eritrea arrivata a Firenze nel 1995 per sfuggire alla difficilissima situazione economica del proprio Paese, reduce da 30 anni di guerra. Ala ha vissuto anni di difficoltà sul lavoro, poiché è molto giovane e molto sola. Con grande difficoltà, prende un diploma che le permette di trovare un lavoro, ma l’incontro con un ragazzo del suo Paese le fa vivere un momento di esclusione dal lavoro. Rimasta incinta e sola, negli ultimi giorni di gravidanza chiede il nostro aiuto. Nasce una bellissima bambina: a questo punto, la rete di amici di Famiglie per l’accoglienza condivide con noi il lavoro di reintegrazione di Ala nel mondo del lavoro e dei rapporti umani. Crescendo, la bimba è spesso ospite di amici nel fine settimana, oppure viene lasciata con gli operatori di Casa San Felice, in modo che la mamma non perda il lavoro. Ala ha vissuto nella nostre case di accoglienza per diversi anni e, avendo messo da parte le risorse personali per vivere indipendentemente, è stata una delle donne che ci ha aiutato a sperimentare la nuova Casa, chiamata Casa Marisa. Ala è stata la prima mamma ad abitare in questa nuova casa. Questa opportunità le ha permesso di riprendere in mano la propria vita, così che ha potuto avere la gioia di avere un ambiente proprio. Fa impressione vedere come tratta le cose e come tiene ordinata la sua piccola dimora. Tra due o tre mesi, Ala avrà la casa popolare dal Comune, e l’esperienza di Casa Marisa, che l’ha già aiutata a vivere l’indipendenza con la sua bimba di 6 anni, l’aiuterà anche in futuro.
Accogliere queste madri per noi ha voluto dire soprattutto accogliere i loro bambini, che sono divenuti i nostri bambini. Su questo, l’esperienza di Famiglie per l’accoglienza non ci ha mai abbandonato. Alcune giovani coppie di questa associazione fanno compagnia alle mamme, offrendo un’amicizia semplice, per esempio, attraverso l’ospitalità dei bambini nel fine settimana – per dare loro qualche ora di libertà -, oppure ospitando entrambi per una vacanza. L’associazione, a contatto con queste mamme, ha dato vita anche a forme flessibili di sostegno alla maternità, per esempio, attraverso la creazione di un piccolo servizio di nido all’interno di una delle nostre case, oppure attraverso l’asilo nido L’aquilone, che oggi accoglie decine di bambini delle nostre madri e anche decine di bambini fiorentini. Questo luogo ha permesso ai bambini delle mamme immigrate e italiane di vivere un’esperienza significativa di integrazione.
Sulla questione del lavoro, oltre ad avere messo in atto da subito piccoli percorsi ed una rete di relazioni con datori di lavoro, dallo scorso anno abbiamo messo in piedi un servizio di lavanderia, dove alcune delle madri accolte possono lavorare alcune ore, in orari flessibili, e crearsi un minimo di reddito nel periodo dell’accoglienza. E’ stata creata per questo una Cooperativa Sociale di tipo B per l’inserimento lavorativo che, in collegamento con una lavanderia professionale, sta gradualmente strutturando un servizio di lavaggio e stiratura per famiglie. La lavanderia “Lava comodo”, così si chiama, si propone, attraverso il lavoro delle donne, di soddisfare il bisogno delle famiglie a cui manca il tempo di provvedere al guardaroba delle proprie case.
Questa è, molto sinteticamente, la nostra storia. Crediamo che un’esperienza come questa vada sostenuta e seguita secondo uno sviluppo naturale, perché, per le istituzioni, può essere un campo di sperimentazione utile anche ad individuare forme organizzative nuove a vantaggio delle singole persone che serviamo. Crediamo che un sostegno significativo all’integrazione delle donne possa venire da strumenti flessibili che ne favoriscano la responsabilizzazione, come per esempio l’utilizzo di voucher attraverso cui accedere a servizi per l’infanzia flessibili. Questi permettono alle mamme di lavorare e di ricominciare una vita dignitosa; potrebbero essere di grande aiuto, cosi come l’utilizzo di borsa-lavoro o simili, al fine di permettere il loro inserimento nel mercato del lavoro e l’apprendimento di un mestiere.
Nonostante tutti questi strumenti, la storia di questi anni ci insegna anche che nessuno è adeguato senza qualcuno che accolga ed accompagni queste donne ed i loro bambini. Penso alle nostre operatrici, che mettono il cuore nel rapporto con queste donne e che sono il volto della nostra associazione. Innanzitutto Irene, vera mamma, in questi anni, di tutte queste donne giovani, e poi molte altre ed altri che condividono la nostra esperienza nell’alveo di tutta una storia che ci ha preceduto e che a Firenze ha dato vita alla realtà delle Misericordie o a quella dell’ Istituto degli Innocenti. Noi sentiamo la responsabilità della ricostruzione di un tessuto sociale in cui l’accoglienza dell’altro sia di casa, senza la quale nessuno strumento può essere efficace. Grazie.

MONICA POLETTO:
Grazie a te, Gigi. E adesso Marie Therèse.

MARIE THERÈSE MITSINDO:
Ringrazio chi ha organizzato il Meeting perché un momento come questo ci permette di parlare delle nostre esperienze, quindi di presentare le nostre necessità. L’integrazione è un obiettivo che ha bisogno di tanti strumenti. I colleghi hanno parlato della loro esperienza, io non racconterò le storie delle donne, che sono molto dure, parlerò dell’approccio di Karibu, che nella lingua swahili vuole dire benvenuti. Noi, come donne rifugiate, lo abbiamo voluto dire alle altre donne rifugiate, in fuga. La fuga, che significa? Significa perdita, perdita qualche volta di tutto, dell’identità, tante volte della dignità. Quindi, parliamo di queste donne che vengono dalle guerre, dalla Somalia, dall’Eritrea, le donne curde, ecc., che, per motivi che non dipendono da loro, sono scappate. Le chiamiamo “donne in fuga”. Io posso affermare che l’80% di queste donne sono frutto delle violenze, le violenze nel loro Paese, nella guerra, nella fuga, quando stanno per arrivare qua e anche quando arrivano qua. Quindi, le donne che sono mamme, le donne che danno la vita, che crescono i loro figli, sono donne che hanno la forza di crescere, la forza del sacrificio, ma anche un bisogno particolare, diverso da quello degli uomini. Sono contenta che qua ci sia il Ministro delle Pari Opportunità: ho visto la sua sensibilità, ho visto la sua dolcezza con i bambini, questi bambini che hanno vissuto la violenza delle mamme, e oggi le voglio presentare un’altra volta la situazione di questi bambini che si annullano quando vedono le lacrime delle mamme. Le voglio dire anche che, magari, e sono sicura di questo, nel futuro, nei suoi progetti, potrebbe pensare a queste donne. La ringrazio.
Qual è l’approccio di Karibu? L’approccio di Karibu non è nient’altro che il perfezionamento della mia esperienza di donna in fuga: non mi vergogno di dirlo, perché penso che possa servire. Quando sono arrivata in Italia, non c’era nessuno ad accogliermi. Non parlavo l’italiano e ho vissuto la difficoltà di una mamma che non ha niente da dare ai suoi bambini, obbligata ad andare alla Caritas a chiedere il cibo, a chiedere un vestito, a chiedere. Però mi è sempre stato insegnato che, se decido di essere madre, devo anche essere capace da sola di crescere i miei figli, quindi di lavorare. Quando giravo nei diversi servizi di assistenza per gli immigrati, mi dicevano: “Senti, ti conviene fare così”. La reazione è una rabbia che dice: “Ma che cosa ne sai, tu, di cosa mi conviene? Se non mi conosci, se non conosci il mio problema, che ne sai tu di cosa mi conviene?”.
Quando nel 2001 c’è stato un bando del Ministero dell’Interno per accogliere i richiedenti asilo, i rifugiati, ho pensato di rispondere a questo bando, pensando alle donne sole e con bambini, ho aperto un Centro per le donne sole con bambini e mi sono chiesta: “Ma qual è la strategia, come posso aiutare queste donne?”. La prima cosa è il recupero dell’identità. Quando una persona entra in contatto con un’altra, entra in relazione con un’altra, deve per forza presentarsi. Ho pensato che, per una donna che stava davanti a me, il primo strumento per l’integrazione poteva essere l’accoglienza. Accoglienza: cosa significa? Permettere a una persona di esprimersi: “io sono”. Questo è il primo approccio: io sono. Come il rifugiato si presenta, cerchiamo insieme di dire chi è questa persona, perché non è scontato che questa persona si ricordi chi è, perché nella fuga ha perso anche la sua identità. Una donna che è stata violentata, che ha le macchie, i segni della violenza sul corpo, perde anche la nozione del suo corpo, quindi perde anche la sua identità. Bisogna, quindi, per prima cosa chiedere: “chi sei tu?”. Dall’altra parte, io, operatore che mi devo occupare di questa persona, mi devo presentare e presentare anche il territorio: dire che siamo in un certo luogo, composto dalla cittadinanza, dall’amministrazione, da tutti gli strumenti che possono aiutare al riconoscimento della persona, al ricupero della sua dignità, della sua libertà, della sua scelta.
Qui vi posso dare un esempio: ad una donna che arriva qua, magari di corsa, perché i famigliari l’hanno messa sull’aereo o sulla nave, e vede il mondo e dice: “No, io mi voglio suicidare”, dici: “No, non ti conviene, perché potevi morire anche nel tuo Paese”. Questa non è la metodologia giusta, secondo me, secondo Karibu. La metodologia giusta è dire: “Vuoi morire, è la tua scelta? Come ti possiamo aiutare a morire?”, in modo da far decidere questa persona, farle tornare la voglia di vivere! Qui mi viene in mente una donna che era sempre abbracciata al WC per vomitare tutte quelle cose che le erano successe, e anche per nascondersi, per non incontrare gli aggressori. Un giorno è venuta in ufficio e mi ha detto: “Marie Therèse, ho deciso”. Dopo tante cure, tanti ricoveri in psichiatria, un percorso psicologico, è venuta e mi ha detto: “Oggi mi va di aprire la finestra. Per favore, puoi farlo insieme a me e dire buongiorno al mondo?”. Questo è avvenuto dopo un percorso molto, molto lungo. Purtroppo, essendo che il Ministero dell’Interno ha un budget limitato, ci permette solo sei mesi di accoglienza. In sei mesi di accoglienza, non puoi fare nulla. Ci permette di chiedere una proroga di tre mesi, ma anche in nove mesi non puoi fare nulla. Il fatto è che io parto dal principio cristiano – mi dispiace per qualcuno, per i preti che sono qua – per cui penso che il Signore ci abbia dato due comandamenti, aprire il nostro cuore a noi stessi e al prossimo. Gesù Cristo è stato un esempio di amicizia, era presente ovunque ci fosse necessità, guariva le persone, dava il vino, dava il pane. Non gli è mai mancato il rispetto della persona.
Quindi, la prima condizione per l’accoglienza, per l’integrazione, è: rispetto, fiducia e libertà. Se mancano queste tre cose, manca tutto, è inutile che offriamo su un piatto d’argento le cose che servono. Se però le persone sono messe in grado di dire: “Io ho deciso di rimanere in Italia, di tornare a casa, di vivere”, questo è importante. Quindi, l’approccio di Karibu è permettere a ognuno di noi di conoscere la persona, la sua capacità di vivere. Gli strumenti che abbiamo, ce li inventiamo, per i pochi mesi che abbiamo. Per esempio, se una persona è molto delicata, ad un gruppo di persone delicate, diciamo: “Senti, ci raccontiamo i sogni?”. In generale, queste donne, cosa sognano? Incubi riguardo alla fuga, alle violenze che hanno subito. Poi noi raccontiamo i nostri sogni, e così le portiamo ad avere voglia di parlare di cose di cui magari non hanno mai parlato.
Il senso di colpa delle mamme che sono state violentate davanti ai figli: mi ricordo una bambina di due anni e mezzo che, la prima volta che ho visto sua mamma, che le ho parlato dei suoi problemi, si è addormentata. Neanche il Valium fa così, si è messa per terra e ha dormito subito, proprio come se qualcuno le avesse dato una manata sulla testa. Il senso di colpa di questa mamma non è causato dalla nascita della figlia, ma dal fatto che la figlia soffrirà sempre per colpa sua. Questa mamma ha bisogno di tempo, ha bisogno di uno strumento adatto a lei, che può essere l’espressione teatrale, che può essere musica, che può essere cucina. Allora, un’altra cosa che abbiamo pensato è di non mettere tutte le donne insieme in un grande centro di accoglienza, ma negli appartamenti, dove ogni donna, ogni settimana, accoglie gli altri come ospiti, fa la spesa, cucina, pulisce. Questo è il lavoro quotidiano di una donna, però tentiamo anche di vedere le espressioni: sono sicura che quando si cucina o quando si pulisce, non c’è un unico modo di esprimersi. Ognuno esprime se stesso in modo diverso.
Queste donne che arrivano stressate, sofferenti, qualche volte sono anche molto difficili da seguire: questo richiede una formazione continua per gli operatori, perché il nostro lavoro va al dì là del lavoro normale, è una vocazione, e per lavorare con queste donne bisogna essere aiutati da una motivazione. Una donna può arrivare nervosa, ovviamente: non sa che cosa fare, è incinta di sei mesi, non conosce il padre perché magari l’hanno legata e l’hanno violentata in quattro e non sa chi sia il padre che, probabilmente, la ostacolerà nel trovare lavoro. A sei mesi, una mamma non può andare a fare l’assistente famigliare, che è un lavoro a tempo pieno: non sa a chi lasciare questo bambino che non è desiderato, che non sa dove mettere. In un attimo di nervosismo, questa mamma rompe il computer. Magari rompere il computer è una contraddizione con quello che ho detto prima sulla libertà di ognuno, perché lei è libera di fare una scelta per la sua vita, però non ha il diritto di rompere il computer. Ma lo rompe perché ha i suoi traumi, perché i suoi problemi sono predominanti. Allora, uno magari può anche arrabbiarsi con questa donna, ma la misericordia, il perdono sono fondamentali. Magari, un gesto di disperazione fa sì che una persona commetta azioni che meritano anche il carcere.
Invece, queste persone che sembrano le più antipatiche, hanno più bisogno di aiuto: e lo psicologo spesso identifica chi le aiuta con l’aggressore. Ci vuole perciò una forza di contenimento, per dire: “Io sono qua a tua disposizione. Hai rotto il computer, ma…”. Ricordo una ragazza che l’ha fatto davvero. Mentre andava in ufficio, ha parcheggiato la macchina, è venuta e mi ha chiesto scusa in piazza. Io ho detto: “Senti, non facciamo una scenata”, perché anche io sono un essere umano e posso essere arrabbiata. Così le ho detto: “Senti, non ti voglio neanche vedere, domani fai le valigie e te ne vai”. Quando sono arrivata a casa, come faccio di solito, ho fatto un esame di coscienza e mi sono detta: “Oddio, questa poverina l’ho trattata male”. La mattina alle 7.30, quando mi sono alzata, l’ho chiamata e le ho detto che mi dispiaceva per il giorno prima. È crollata, è diventata un modello per gli altri, non si aspettava che, sbagliando, fossi io a chiedere scusa, non perché sono una santa ma per dirvi la necessità di essere a disposizione di queste persone e di riconoscere questo disagio.
Non possiamo mai arrivare a fare in modo che il loro cuore incominci a desiderare, se non abbiamo gli strumenti necessari. Una donna che ha perso la nozione del corpo, che va in un laboratorio di parrucchiera e comincia a fare i capelli, vede che, anche se è una piccola cosa, può dire: “Allora, sono capace di fare, di ricominciare a fare una cosa”. Noi abbiamo la fortuna di lavorare con l’Università La Sapienza, con la cattedra del professor Ruggeri, che fa psicofisica, e possiamo riconoscere direttamente la persona che sta in difficoltà, per esempio una donna che è stata violentata. Se entro in ufficio e vedo che c’è una donna che si nasconde, mette avanti le mani e cerca di andare indietro, è un segnale che questa donna è stata violentata. Abbiamo due psicologi che vengono dalla cattedra del professor Ruggeri. Abbiamo provato tutto, abbiamo provato l’etnopsicologia, abbiamo fatto la psicanalisi normale, però abbiamo poco tempo, sei mesi: è difficile riuscire a far dire ad una persona che ha veramente sofferto, come quella signora, “buongiorno al mondo”.
È l’inizio del desiderio, della progettazione: spesso, di questi rifugiati, cosa sappiamo? Tu fai un servizio legale, lo devi portare alla Questura, lo devi preparare alla Commissione per il riconoscimento dello status, ecc. Magari, quella persona che hai davanti conosce la legge italiana meglio di te, perché è qualcuno che lavora, un laureato in diritto internazionale, oppure può essere una signora che, senza fare politica, senza fare niente, è stata obbligata come me in cinque minuti a lasciare la sua casa. Quando ho lasciato la mia casa in Rwanda, mi ha protetto un generale che era vicino di casa. Mi ha chiamato e mi ha detto: “Senti, Marie Therèse, hai cinque minuti per uscire dal Rwanda? Quello che posso fare è darti i militari che ti accompagnano alla frontiera”. Ti dicono che in cinque minuti devi uscire dalla casa. Esci con i tuoi figli senza nulla, non hai avuto neanche il tempo di andare in banca a prendere i soldi.
In tutta questa situazione, la prima cosa che si deve fare quando incontri un rifugiato è fermarlo, perché un rifugiato è qualcuno che sta sempre in fuga, avere gli strumenti per fermarlo, per dirgli che adesso è in un Paese dove nessuno gli corre dietro, nessuno lo ammazza. Ma fermare, che significa? Fermare le bugie, perché per salire sulla nave ha raccontato una bugia, per potere uscire ha raccontato una bugia, se entra qua, racconta una bugia. Allora, per fare un percorso che gli faccia imparare a dire la verità, ci vuole abbastanza tempo. Non è che uno racconta una bugia perché deve raccontarla, la racconta perché la sua verità è talmente dolorosa che non l’accetta più. Per farlo tornare alla sua realtà, dolorosa, che psicologicamente non riesce ad accettare, ci vuole un percorso e tanta, tanta pazienza. Mi fermo qua e ringrazio ancora chi ha organizzato questo Meeting.

MONICA POLETTO:
Mi spiace fermare l’applauso, dopo lo rifacciamo. Adesso do la parola al Ministro Mara Carfagna, a cui vorrei fare una piccola domanda. Vorrei chiederle qual è la situazione dell’integrazione femminile qui in Italia, e se può dirci, secondo la sua esperienza, qual è il ruolo della politica, anche di fronte a tante realtà che, come abbiamo visto, dal basso, con tenacia e creatività, non smettono di tessere la trama del tessuto sociale nel nostro Paese.

MARA CARFAGNA:
Grazie, Monica. Cercherò con il mio intervento di rispondere a queste due domande, ma prima di tutto vorrei rivolgere il mio saluto a tutti i presenti e ringraziarvi per l’accoglienza che mi avete riservato. Vengo sempre molto volentieri al Meeting, e ringrazio gli organizzatori che quest’anno mi hanno dato l’opportunità per la seconda volta di partecipare a questa manifestazione, che non solo è un’esperienza umana unica e straordinaria, ma è una manifestazione che consente di imparare molte cose e di imparare che non bisogna mai stancarsi. È un’esperienza che consente di conoscere molte storie, di ascoltare interventi molto toccanti, come quelli che abbiamo appena sentito, che non sono chiacchiere ma storie, analisi, esperienze di vita vissuta, che possono fornire spunti utili e mai banali, sempre molto intelligenti per chi, come me, ha l’onore e l’onere di guidare e rappresentare le istituzioni.
Quando si parla di integrazione, quando si parla di accoglienza – e credo che gli interventi abbiano sottolineato questi aspetti -, prima di tutto non bisogna mai dimenticare – qualche volta la politica l’ha fatto e continua a farlo – che si parla di vite umane, la cosa più preziosa che ci sia su questo mondo. L’asprezza del dibattito politico, la muscolarità del dibattito politico, spesso ci hanno costretto a dare una visione semplificata di questo fenomeno, in realtà molto complesso, a dare una visione semplificata della società e di come la società si approcci a questo fenomeno: da una parte, i fanatici dei respingimenti, contrari all’immigrazione, coloro che vengono etichettati come razzisti e xenofobi. Dall’altra parte, invece, coloro che possono essere definiti “ideologi dell’immigrazionismo”, coloro che considerano l’immigrazione buona ad ogni costo e in qualunque modo essa possa avvenire.
Lasciatemi dire che la realtà non è così semplice: credo che ce ne siamo accorti anche dalle testimonianze che abbiamo ascoltato. Io invito tutti a rendersi conto della complessità di questo fenomeno, a toccare con mano quello che accade, ad esempio, nei Centri di Accoglienza come quello che ho avuto il privilegio di visitare, guidato da Marie Therèse con tanto amore. Perché invito tutti a fare un’esperienza in questi Centri? Perché in questi Centri ci si accorge che si ha a che fare con persone, con volti, magari volti dalla pelle scura, dagli occhi a mandorla, dai tratti dell’est. Volti che appartengono a persone che non chiedono altro che vivere una vita dignitosa nel nostro Paese, perché viene impedito loro di vivere una vita dignitosa e normale nel loro Paese di provenienza. Sono persone che non rubano nulla a nessuno, sono persone che non delinquono, sono persone che non commettono reati, sono persone che chiedono semplicemente di essere accolte. Accogliere queste persone, credo sia un nostro dovere, un dovere di tutti; accogliere queste persone, riuscendo a rispettare gli italiani, la loro sicurezza, l’identità, la cultura, i valori, i principi del nostro Paese. Queste sono due esigenze che devono essere contemperate, e che possono essere contemperate perché non sono affatto incompatibili.
Ancora una volta, e scusate se rischio di essere banale, l’analisi più lucida e più puntuale di un fenomeno così complesso come l’immigrazione, e quindi dell’accoglienza e dell’integrazione, l’ho trovata nelle parole di Benedetto XVI. Nella Caritas in veritate, dopo aver sottolineato che l’immigrazione è un fenomeno di gestione complessa, che comporta delle sfide, drammatiche, che non ammette soluzioni sbrigative, il Papa delinea e indica tre principi fondamentali per affrontare la materia. Sono tre principi dai quali chi ha responsabilità politiche non può prescindere, quando si trova ad affrontare questa materia così delicata.
Prima fra tutti, l’affermazione dei diritti degli immigrati, che non possono e non debbono essere considerati merce ma persone umane, con la loro dignità e i loro diritti da rispettare. Secondo principio, la salvaguardia dei diritti e dei principi delle società che accolgono gli immigrati: non solo dover difendere la sicurezza del nostro Paese, ma anche l’identità e l’integrità della nostra nazione. Terzo principio, la salvaguardia, la promozione e la tutela dei diritti delle società di partenza degli emigrati, per evitare che queste persone si imbattano nei cosiddetti viaggi della speranza e per evitare anche di sottrarre capitale umano prezioso a quei Paesi che sono in via di sviluppo. Nel contesto europeo, e quindi spesso anche in Italia, questi principi basilari purtroppo vengono messi in discussione, anche se in maniera differente da quell’eccesso di tifoseria a cui ho accennato prima: da un lato, gli ideologi dell’immigrazionismo, dall’altro, invece, coloro che si lasciano spesso andare ad un atteggiamento xenofobo e razzista. Io credo che, anche in questo, la strada giusta da percorrere sia quella che consente di avviare un cammino di integrazione per uscire dall’esclusione sociale e per trovare il proprio posto nel mondo.
Fatta questa premessa, voglio raccogliere gli stimoli che mi sono stati dati da chi mi ha preceduto, e visto che faccio parte del Governo in carica, voglio rispondere alla tua domanda, Monica, e quindi raccontarvi – molto sinteticamente per non annoiarvi, ma anche perché so che non è questo il luogo per fare propaganda – cosa questo Governo, di cui mi onoro di far parte, abbia fatto e stia facendo per favorire l’integrazione, in particolare l’integrazione femminile, che è il tema di cui si parla oggi. Lo faccio, consapevole, tra l’altro, che questo è il momento migliore per affrontare il tema dell’accoglienza e dell’integrazione, perché il nostro Paese, l’Italia, a differenza di altri Paesi europei come l’Inghilterra e la Francia, è un Paese che ha conosciuto relativamente di recente il fenomeno dell’immigrazione. Dopo aver affrontato vicende drammatiche – da ultima, per esempio, quella tragica e triste degli sbarchi ¬- può finalmente preoccuparsi di predisporre un modello di integrazione che faccia tesoro delle esperienze degli altri Paesi, rispettoso della propria identità. Un’identità che conosce benissimo il fenomeno dell’immigrazione, un’identità, lasciatemelo dire, di cui dobbiamo essere fieri e orgogliosi, un’identità che non dobbiamo avere paura di condividere con chi viene nel nostro Paese con l’intenzione di contribuire allo sviluppo sociale, economico e culturale del nostro Paese, con chi viene nel nostro Paese e dimostra di amarlo, di condividere i suoi principi e valori, un’identità che abbiamo il dovere di difendere da quelle aggressioni che la mettono in discussione.
E allora, dove si può muovere l’identità, e in particolare l’identità femminile? Innanzitutto, nelle scuole: le scuole sono realtà dove convivono studenti italiani e studenti di origine straniera, sono laboratori all’interno dei quali si può e si deve promuovere la cultura dell’accoglienza e del rispetto della diversità. Gli studenti stranieri sono moltissimi nel nostro Paese, e questo numero è ancora destinato a crescere, se si pensa che solo nell’anno scolastico 2008/2009 la percentuale degli studenti stranieri in Italia è aumentata di circa il 9,6% rispetto all’anno precedente. Per questo, l’Unione Europea, sin dal 2001, ha invitato tutti gli Stati membri a predisporre un piano di azione comune, proprio per stimolare, sensibilizzare soprattutto i giovani, gli adulti di domani, a impegnarsi contro il razzismo, contro la xenofobia, contro l’antisemitismo, ad impegnarsi a contrastare ogni forma di discriminazione.
Allora, è proprio su questa scia che ho voluto istituire e mettere a regime, grazie all’aiuto della amica e collega Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, la prima Settimana Italiana contro la Violenza in ogni scuola italiana di ogni ordine e grado. Una settimana durante la quale le istituzioni scolastiche, naturalmente nel pieno rispetto della loro autonomia, sono state invitate, sollecitate a organizzare eventi di sensibilizzazione, di formazione, di informazione, anche con l’aiuto di appartenenti alle forze dell’ordine, alle associazioni, al volontariato sociale, dirette non solo agli studenti ma anche agli insegnanti e ai docenti, proprio per prevenire la violenza fisica e psicologica, soprattutto quella fondata sull’intolleranza razziale. Questa iniziativa, che verrà ripetuta ad ottobre, ci ha consentito di agire su due fronti: quello del cambiamento, perché agendo sugli studenti si agisce proprio sugli adulti di domani, e quello della prevenzione, perché rivolgendoci agli studenti, ai docenti e ai genitori si può analizzare il presente, si possono contrastare degenerazioni, pregiudizi e intolleranze. Oltre a questa iniziativa, l’UNAR, che è l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, che ha sede presso il mio Ministero, ha promosso sotto il mio impulso una campagna di sensibilizzazione nelle quattro regioni “Obiettivo Convergenza”, che sono Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, con l’obiettivo di costituire e sviluppare un network giovanile contro le discriminazioni razziali. Abbiamo realizzato una campagna di sensibilizzazione proprio per abbattere i pregiudizi, dal titolo molto semplice ma significativo: Diversità come valore. Una campagna di sensibilizzazione che ha avuto luogo in tutte le più grandi città italiane.
Per quanto riguarda il lavoro e l’istruzione come strumenti per favorire l’integrazione degli immigrati, vorrei ricordare intanto che gli immigrati in Italia sono più di 4,5 milioni, con una crescita del 13,4 % solo nell’anno 2008. Questo vuol dire che, nonostante lo scenario di crisi economica ed occupazionale, il fenomeno dell’immigrazione non ha arrestato la sua crescita, soprattutto nel nostro Paese, perché per la prima volta negli ultimi due anni l’Italia ha superato la media europea della presenza di stranieri in rapporto ai residenti italiani. E allora, lasciatemi dire che sono fiera di appartenere a un Parlamento e a un Governo che hanno promosso e realizzato la regolarizzazione delle badanti. Anche in questo, il mondo cattolico, se mi consentite la semplificazione, ci è stato di grande stimolo, ha posto al mondo politico e alle istituzioni una domanda giusta che credo le istituzioni abbiano dimostrato di accogliere con grande tempestività, con grande rapidità e anche con grande efficacia.
Questa regolarizzazione si è realizzata al settembre del 2009 e ha permesso l’accoglienza di quasi 300.000 domande di assunzione di lavoratori non comunitari come collaboratori famigliari e badanti, evidenziando ancora una volta la complementarietà tra le esigenze della popolazione italiana e la disponibilità della popolazione immigrata. Pensate che sono un milione, secondo le stima ISTAT, le donne immigrate che si prendono cura delle nostre famiglie, che si prendono cura dei nostri bambini, che si prendono cura dei nostri anziani. Sono lavori delicatissimi che hanno una forte valenza sociale. Ma questo non deve significare che le donne immigrate debbano occuparsi soltanto di mansioni domestiche e di cura, anzi. Proprio per valorizzare il potenziale delle donne immigrate, ho voluto, attraverso il Ministero delle Pari Opportunità, finanziare e promuovere un Bando per lo sviluppo di micro imprese e di auto-imprenditorialità da parte delle donne immigrate. Non avevamo grandi risorse, di questi tempi, ma siamo comunque riusciti a finanziare ben otto Progetti che si sono distinti per il carattere innovativi degli interventi.
Ho ascoltato prima con molta attenzione il racconto, la testimonianza di Luigi Paccosi riguardo alla situazione delle donne immigrate con figli, che vengono accolte nelle loro case, nelle loro strutture, come in quella diretta da Marie Therèse. Vorrei riflettere su un fatto, su un dato: in Italia, le persone immigrate di sesso femminile rientrano soprattutto nella fascia d’età che va dai 19 anni ai 40 anni. Questo dato, estrapolato dal Rapporto Caritas del 2009, ci lascia capire quanto siano diffusi e quanto siano delicati i casi di mamme straniere con figli minori al seguito. A questo proposito, vorrei dire una cosa molto chiara: per formazione personale, per cultura, sono per il rispetto delle regole, per la severità, per il rigore, per la legalità. Ma non posso accettare che un bambino, piccolo o grande che sia, si veda rifiutato un posto a scuola, un posto all’asilo, per difficoltà burocratiche o amministrative di uno dei genitori. Non posso accettare, ma credo che l’intera società non debba farlo, che un permesso di soggiorno scaduto impedisca a un bimbo straniero di avviare un percorso di formazione, che vuol dire un percorso di integrazione nella nostra società. Non possiamo permettere che si creino dei bambini invisibili, non possiamo permettere che si creino dei bambini senza diritti, soltanto perché dobbiamo fare la faccia dura contro l’immigrazione clandestina.
Cerchiamo allora di scindere le due cose, applichiamo la massima severità e il massimo rigore nei confronti di coloro che vengono nel nostro Paese soltanto per delinquere e che non hanno nessuna intenzione di rispettare le nostre leggi e le nostre regole, ma facciamo tutti gli sforzi possibili e immaginabili per integrare nel nostro Paese coloro che conducono una vita fatta di grandissimi sacrifici, che lavorano, che seguono le regole, che hanno dei figli minori, che non possono pagare in nessun modo, e non debbono pagare in nessun modo, la situazione di eventuale irregolarità dei propri genitori. Lasciamo i bambini fuori da questo dibattito e riconosciamo immediatamente loro il diritto di vivere nel nostro Paese in piena e totale dignità. Su questo tornerò dopo.
Vorrei prima brevemente affrontare un’altra questione molto delicata. Mi ha colpito molto, quando ho avuto modo di visitarlo durante la Giornata Internazionale del Rifugiato, il centro San Gallicano di Roma. Questo istituto accoglie moltissime donne immigrate in stato e in condizioni di gravi difficoltà. Mi riferisco alla pratica troppo diffusa degli aborti tra le giovani immigrate. Con il Ministero delle Pari Opportunità, ho voluto promuovere una ricerca a tal proposito, che ha evidenziato come gli aborti tra le giovani immigrate siano dieci volte superiori rispetto a quelli che si verificano tra le donne italiane, tra la popolazione femminile italiana. Sono aborti che potrebbero essere evitati se soltanto le donne immigrate conoscessero i diritti di cui possono godere nel nostro Paese, primo fra tutti quello a conservare il posto di lavoro in caso di gravidanza. Ecco perché stiamo lavorando per promuovere una grande campagna di sensibilizzazione che possa migliorare il percorso informativo, che possa potenziare la presenza dei mediatori culturali, che possa combattere questa battaglia giusta per salvare vite umane. Per quello che riguarda la testimonianza di Marie Therèse, voglio ancora ringraziarla per l’opportunità che mi ha dato, sempre nella Giornata Internazionale del Rifugiato, di visitare il Centro Karibu. Sono stata qualche ora in compagnia di Marie Therese e delle donne ospiti di questo Centro. È stata un’esperienza di vita incredibile, che non dimenticherò mai, una visita che è stata anche rallegrata da una sfilata di moda di abiti tradizionali fatti a mano dalle donne presenti e accolte in quel Centro, una visita durante la quale ho avuto modo di apprezzare la grande esperienza e la grandissima professionalità nell’accogliere, nell’integrare, nell’assistere donne richiedenti asilo, donne rifugiate, donne beneficiarie di protezione umanitaria. Ho avuto modo di ascoltare i racconti di donne lontane dalla loro casa, lontane dalla loro famiglia, lontane dalla protezione dei loro cari, donne particolarmente vulnerabili, donne che hanno dovuto affrontare, come prima ricordava Marie Therèse, le difficoltà di viaggi molto lunghi, donne che hanno dovuto affrontare spesso l’indifferenza nei confronti della loro situazione. Donne che hanno rischiato di subire, o che hanno subito, la violenza da parte di soldati, di appartenenti alle forze di sicurezza, di gruppi armati, di banditi, di pirati o di altri sfollati, che ci hanno raccontato di come a volte i contrabbandieri le abbiano aiutate a superare i confini del loro Paese in cambio di soldi o, peggio, di prestazioni sessuali. Donne che sono e saranno segnate nel profondo delle loro anime per sempre, che però in questi Centri di Accoglienza, grazie all’amore, alla generosità, alla disponibilità di persone straordinarie come Marie Therèse, tentano di ricostruire la loro vita, avendo magari anche figli minori, figli piccoli accanto, dovendosi occupare necessariamente di loro, proprio in una fase della loro vita in cui magari sono meno in grado di sopportare questo peso.
Intanto, vorrei dire a Marie Therése che, dopo aver ascoltato il suo intervento, mi sono convinta della necessità del mio impegno, non solo a sostenere Centri come quello da lei diretto, ma anche della necessità che io parli con il Ministro Maroni, di cui conosco la sensibilità umana, per capire se è possibile, quando serve, allungare il periodo di permanenza all’interno dei Centri di Accoglienza. Su questo, Marie Therèse, ti posso garantire tutto il mio impegno. Lasciatemi dire, però, a questo proposito, che sono orgogliosa di vivere in un Paese che in Europa accoglie il maggior numero di rifugiati. Solo per dare qualche dato, dal 1998 al 2008 le richieste sono state 173.000. Le richieste sono raddoppiate, da 14.053 nel 2007 a 30.324 nel 2008, e la percentuale di richiedenti che ottiene lo status di rifugiato nel nostro Paese è attualmente di oltre il 50% delle richieste esaminate. Questo naturalmente ci deve spingere a fare di più per le persone che fuggono da situazioni di conflitti, da teatri di guerra, da condizioni grandemente lesive dei loro diritti e della loro dignità, e ad evitare che, di questo diritto, si abusi, da parte di chi invece non ha alcun diritto di richiederlo.
Vorrei ritornare brevemente alla questione dei bambini, degli adolescenti, perché, quando si parla di integrazione, non si può e non si deve prescindere da quelle che sono le seconde generazioni. Io credo che per poter realizzare il modello a cui facevo riferimento prima, un modello di integrazione ragionevole, un modello di integrazione giusto, si debba necessariamente investire sulle seconde generazioni. E allora, se vogliamo investire sulle seconde generazioni, non possiamo trascurare quei tanti bambini che nascono da genitori immigrati, ma che sono magari cittadini italiani, e che sono pronti a cominciare il loro percorso all’interno del nostro Paese. Sullo ius soli, il cosiddetto ius soli, in questo momento credo sia difficile trovare una convergenza da parte delle forze politiche parlamentari, ma penso che su questo punto in particolare si possa e si debba fare uno sforzo per trovare una maggioranza parlamentare ampia. Mi riferisco a un passo in più verso quei ragazzi che sono venuti in Italia molto piccoli, che sono nati nel nostro Paese da genitori immigrati ma che sono cittadini italiani e che devono aspettare il compimento dei 18 anni di età per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana. Credo che si potrebbe fare uno sforzo in più: ammettere, per esempio, che portare a termine un ciclo di studi con quella funzione di inclusione sociale e di condivisione di valori che la scuola necessariamente e naturalmente comporta, possa essere ragione sufficiente per riconoscere a questi bambini la cittadinanza italiana. Solo così potremo avere nuovi italiani e non giovani immigrati.
Concludo, rivolgendo un altro appello, perché so che questo è il luogo migliore per condividere le esigenze che nascono da un’esperienza straordinaria come quella che ho avuto la possibilità di vivere guidando il Ministero delle Pari Opportunità. Vorrei trattare un tema che, molto brevemente, taglia tutti gli argomenti di cui abbiamo parlato oggi, che riguarda tutte le situazioni che abbiamo descritto oggi, e mi riguarda molto da vicino perché me ne sono occupata personalmente all’inizio del mio mandato. Mi riferisco alla situazione di quelle tante donne immigrate che, per disperazione, finiscono per alimentare il mercato della tratta degli esseri umani. Quelle donne che, per disperazione, finiscono per alimentare il mercato della prostituzione che, come ci raccontano anche recenti indagini della Polizia di Stato, coinvolge purtroppo anche tanti, tantissimi minori. Il Consiglio dei Ministri aveva approvato due anni fa una mia proposta, un mio Disegno di Legge che si proponeva come obiettivo quello di combattere severamente il traffico degli esseri umani. Mi rendo conto che le vicissitudini degli ultimi anni, degli ultimi mesi, ci hanno spinto e spronato a dare priorità ad altre questioni, ma credo che sia ritornato il momento di parlare di contrasto alla prostituzione, che sia arrivato il momento per mettere fine allo scempio che quotidianamente siamo costretti a vivere nelle nostre città. Perché dietro i volti di quelle ragazze che vediamo nelle strade, ci sono storie di ragazze torturate, schiavizzate, seviziate, che abbiamo il dovere di liberare. Ecco perché faccio un appello da questo palco, sicura che voi possiate condividere questa esigenza col Parlamento, con la maggioranza a cui appartengo, affinché si riprenda velocemente l’esame di quel Disegno di Legge e, attraverso la sua approvazione, si possa finalmente restituire dignità e libertà alle tante donne che oggi, purtroppo, sono schiave dei trafficanti di esseri umani. Concludo ringraziando ancora gli organizzatori del Meeting e tutti voi, per la possibilità che ci date di vivere questa esperienza unica e con un augurio: che l’amore, a cui faceva riferimento anche Marie Therèse, e tutti nei nostri interventi, possa veramente spingerci a desiderare e a realizzare cose grandi, così come recita il tema dell’incontro di questo Meeting. Soltanto l’amore, quell’amore che sgorga dal cuore, può, anche e soprattutto nel rapporto con chi viene nel nostro Paese da terre lontane, aiutare queste persone a desiderare di vivere una vita dignitosa. Noi abbiamo il dovere di accogliere e di assistere queste persone nel loro difficilissimo percorso di integrazione. Vi ringrazio per l’attenzione.

MONICA POLETTO:
Grazie. Mi dispiace interrompere l’applauso, ma lo faccio esclusivamente per l’ora tarda. Mi permetto solo una osservazione finale. La prima volta che ho avuto il piacere di conoscere il Ministro Carfagna, mi ha colpito perché ha chiesto a me e a alle altre persone presenti di poter andare a vedere le nostre opere. Poi mi ha chiesto di andare a vedere l’opera di Marie Therèse e oggi, mentre parlava Gigi, mi ha toccato il braccio e mi detto: “Devo andarla a vedere”. Dico questa cosa perché sembra un particolare, ma è la differenza fra la politica e l’ideologia. Questo metodo del voler andare a vedere, è quello che permette di non appiattirsi sugli schematismi del tutti contro o tutti a favore. La politica che piace a noi è quella che ha negli occhi i fatti, le persone: per questo, la ringrazio moltissimo e a questo punto vi chiedo un applauso. Ringrazio poi i tre amici che hanno dato questa testimonianza, perché mentre parlavano io mi chiedevo, come faccio sempre quando vedo le nostre opere, soprattutto quelle che si occupano di situazioni come quelle descritte: ma in fondo, su cosa scommettiamo? Cioè, come fa Marie Therèse, quando vede donne così? Perché le guarda in quel modo? Poi ho scritto qua davanti la frase del Meeting. Mi ha colpito il fatto che noi siamo educati a scommettere su una cosa che non perde mai, che è il cuore. Per questo vinciamo. Grazie.

(Trascrizione non rivista dai relatori)

Data

27 Agosto 2010

Ora

11:15

Edizione

2010

Luogo

Sala A1
Categoria
Incontri