IL PROGRAMMA “WORK IN PROGRESS”: SOSTENERE I GIOVANI IMPRENDITORI DEL LIBANO PER ACCENDERE UNA SCINTILLA DI SPERANZA, SOSTENIBILITÀ SOCIALE E PACE

Daniele Sacco, direttore Risorse umane e Organizzazione Gruppo Mondadori e coordinatore progetto WIP; Stefano Zoia, imprenditore, CEO di Tinext e membro dell’Advisory Board di WIP. Modera Alberto Rivaroli, giornalista e responsabile comunicazione progetto WIP

Aiutare un Paese in difficoltà, unendo spirito imprenditoriale e solidarietà: questo l’obbiettivo di Work In Progress (WIP), il progetto nato nel 2022 sotto il patrocinio dell’Ong Pro Terra Sancta per sostenere il Libano. Come? Selezionando, formando e finanziando giovani imprenditori, sprovvisti di mezzi ed esperienza. Dopo che gli aspiranti project owners hanno presentato a Beirut le loro idee, un team di esperti italiani e libanesi ne valuta le possibilità di sviluppo. Il sogno di WIP è creare una community di nuove aziende e favorirne i rapporti con realtà italiane ed europee. Il tutto per coltivare uno sviluppo etico e sostenibile e creare nuovi posti di lavoro

Guarda l’incontro

 

ALBERTO RIVAROLI

Buon pomeriggio. Io mi chiamo Alberto Rivaroli e mi occupo della comunicazione del programma WIP, una sigla che sta per Work in Progress e indica un programma patrocinato dalla ONG Pro Terra Santa che si propone di aiutare giovani imprenditori del Libano che hanno delle buone idee, ma non la competenza né i fondi per poterle realizzare. Prima di entrare nel merito, vi presento i relatori di questo incontro che sono due persone che sin dal primo momento hanno supportato gli sforzi di WIP: Daniele Sacco, direttore delle risorse umane e organizzazione del gruppo Mondadori e coordinatore di Work in Progress, e Stefano Zoia, un imprenditore digitale, fondatore e presidente del gruppo Tinext che segue vari progetti del programma WIP come membro del board. Prima di entrare nel merito, però, vorrei che a rispondere alla domanda base di tutto ciò che noi abbiamo cercato di fare in questi anni fosse una persona che purtroppo non è con noi oggi, ma che ha dato un contributo enorme alla nascita e allo sviluppo di WIP. Prego la regia di far partire il filmato.

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PAOLO FUMAGALLI

Questo è un progetto che porta una speranza, porta una speranza per questi amici, perché bisogna chiamarli giustamente così, ragazzi e ragazze che sono a Beirut in questo momento, che stanno presentando i progetti online proprio perché purtroppo non abbiamo potuto andare a Beirut, ma non volevamo fermarci perché fermarsi significava dare un messaggio che in questo momento sarebbe stato proprio controproducente. Siamo insieme Milano e Beirut, la cosiddetta giuria, che poi sono degli amici che valutano i progetti, è qui a Milano e sta interloquendo in maniera molto diretta con le persone presenti a Beirut ed è veramente una grande, bella possibilità. Bisogna qui ringraziare per quanto riguarda il progetto Pro Terra Santa che ha avuto l’idea e ci sta aiutando a realizzarlo e poi, chi ci sta ospitando qui in Talent Garden, che è Davide Dattoli, che ringraziamo veramente perché ci hai messo a disposizione la struttura. Grazie Davide.

 

ALBERTO RIVAROLI

La persona che avete ascoltato si chiama Paolo Fumagalli e ha registrato questo intervento. Infatti, avete sentito che si riferiva alle difficoltà della situazione libanese quando negli scorsi mesi erano ripresi furiosamente i bombardamenti. Poi quella fase si è interrotta, ma purtroppo ne è subentrata un’altra in cui le condizioni di salute di Paolo sono cambiate e non in meglio e di lui ci resta un ricordo indelebile e, soprattutto, l’esempio di quello che ha fatto per il programma WIP e per il Libano. Per entrare nel merito di questa cosa, vorrei chiedere a Daniele di supportarmi nel ricordo di Paolo, visto che tu eri accanto a lui anche in questa avventura e, successivamente, di riassumere, anche se non è assolutamente semplice, quale sia la situazione del Libano di questo momento e per quale motivo sia così importante e difficile al tempo stesso dare una mano.

 

DANIELE SACCO

Grazie, grazie mille Alberto. Io, prima di iniziare, volevo ringraziare il Meeting e in particolare Emanuele Forlani e la CDO con Andrea Della Bianca che ci hanno consentito di fare questo incontro, che per noi ha un motivo in più perché, oltre al contenuto di cui discuteremo adesso, è anche una gratitudine nei confronti di un amico, Paolo, un amico di una vita, perché ci conosciamo da una vita e che è quello che, insieme a tantissime altre cose che ha fatto sempre con grandissima umiltà e nella penombra, direi, perché non ha mai messo sui tetti quello che lui faceva, ci ha coinvolti in questa avventura. Io mi ricordo esattamente dov’ero quando lo chiamai perché ero stato invitato da Pro Terra Santa, lui era andato già a Beirut e gli chiesi se questo progetto fosse un progetto che valeva la pena e lui mi disse: “Guarda, facciamolo insieme. Vieni, vieni insieme a me, lo facciamo insieme e ci mettiamo lì”. Fu l’inizio di una bellissima avventura dove ci siamo reincontrati dopo tanti anni, perché poi io ho vissuto all’estero per più di vent’anni, per cui ci siamo frequentati di meno, ma è stato un periodo della vita in cui abbiamo condiviso questa bellissima avventura che tra brevissimo vi andiamo a raccontare. Vorrei fare una premessa, però, perché io, come credo molti di voi, non conosce esattamente qual è la realtà del Libano. Io ne avevo sentito parlare tanto come un paese molto bello, molto interessante. Avevo anche incontrato per lavoro tanti ragazzi giovani e uomini libanesi sempre molto acuti e molto svelti, perché la caratteristica di quel popolo è di essere davvero sul pezzo. Tant’è vero che tra i paesi del mondo arabo hanno un successo incredibile. Sono presenti ovunque: in Africa, in Medio Oriente, negli Stati Uniti. Io ho vissuto tanto a Londra, tantissimo, ma non ero mai andato e non avevo la concezione di quello che stesse accadendo in quel paese. Ora, voi dovete sapere che il Libano è fatto da circa 4 milioni di persone e 3 milioni che sono degli emigrati, quindi che sono fuori dal loro paese, che hanno fatto fortuna altrove. Cosa accade a questo paese? Accadono due fatti, tre fatti, anzi. Un primo fatto, questo credo lo sappiamo tutti, alla fine degli anni ’70 è una guerra civile devastante. Era un paese dove convivevano e hanno convissuto per centinaia di anni cristiani, sciiti, sunniti, drusi e dove invece, per via di fattori esogeni, si è scatenata una guerra civile incredibile. Negli anni ’70, pochi anni fa, accadono altri due fatti che invece riportano il paese in una situazione di grandissima difficoltà. Uno, forse ve lo ricorderete, l’esplosione al porto di Beirut. Non si sa ancora bene da che cosa sia stata causata, ma esplode letteralmente il porto di Beirut dove erano stoccati dei materiali esplosivi e rade al suolo circa un terzo della città di Beirut. È stato uno scenario davvero impressionante. A questo si aggiunge una crisi finanziaria profondissima perché improvvisamente le banche entrano in crisi analogamente a quello che era successo tanti anni prima, vi ricorderete, in Argentina, ma per il Libano se n’è parlato di meno. Chi ha il conto corrente in banca non può più da un giorno all’altro recuperare i propri soldi, vengono bloccati i conti correnti. Parliamo del 2020 e da cinque anni a questa parte tutte le transazioni o la stragrande maggioranza delle transazioni avviene per contanti. Quindi se voi dovete andare in Libano vi dovete portare dei contanti, dovete andare con dei pacchetti grandi o piccoli, a seconda di quello che avete bisogno, di euro, non di dollari, perché del dollaro interessa fino a un certo punto, gli euro vanno benissimo. Però, da un giorno all’altro, gente che rimetteva le rimesse, le cosiddette rimesse degli emigranti, ovvero la ricchezza del paese era in parte fondata da ciò che era il reddito di coloro che avevano fatto fortuna al di fuori del Libano, riportavano i soldi in Libano, questo si blocca perché il sistema bancario non è più efficiente, nessuno versa più dei soldi in banca e quindi c’è una crisi di liquidità accompagnata da un’inflazione incredibile, da un’inflazione di 100 volte, per cui chi aveva $10.000 in banca si trova con $100 in banca due anni dopo. Quindi non si possono prendere i propri soldi e nel frattempo i soldi che si hanno spariscono e, ovviamente, questo spazza via tutta una parte del paese, spazza via la parte di quello che noi chiameremmo ceto medio e che si ritrova a scendere ad un livello molto più basso. Teniamo conto che il Libano era come noi, era fatto da gente che viveva una vita molto simile alla vita occidentale, per cui come se noi ci ritrovassimo improvvisamente ad avere questa sfida enorme. La cosa che mi colpisce andando là è che però io pensavo di trovarmi di fronte a un paese scoraggiato, a un paese che veniva fuori da una presenza molto forte di una parte che è quella di Hezbollah che è, come sapete, teleguidata dall’Iran, sostenuta economicamente dall’Iran, in parte anche dal Qatar e quindi con un paese dove le persone fossero totalmente depresse. Io lo sarei stato sinceramente parlando. Mentre invece ci troviamo di fronte a dei ragazzi che hanno voglia di rimettersi in gioco, hanno voglia di non lasciare il loro paese, punto numero uno, e di rimettersi in gioco. E noi, quello che iniziamo a fare, è aiutare una serie di questi ragazzi con idee imprenditoriali, come lo chiamiamo noi, tra i 18 e 35 anni, che abbiano voglia di o creare delle aziende nuove o sviluppare delle aziende esistenti. Questo è il progetto Work in Progress. Pro Terra Santa, la Custodia di Terra Santa, è la ONG che sta dietro questa idea. Ovviamente i frati sono intelligenti, sanno che non possono farla da soli perché non ne hanno le competenze, allora chiedono a un nucleo, inizialmente Paolo e altri come me, di manager, imprenditori e consulenti di coinvolgersi per aiutare questi ragazzi. Poi faremo una serie di esempi per intendere che cosa facciamo, che cosa abbiamo fatto e l’altra cosa che poi mi piacerebbe raccontarvi è che cosa ci abbiamo guadagnato noi, perché in tutta questa vicenda spesso uno va pensando di essere munifico e di dare un pezzo di sé, ma alla fine, come spesso accade, penso che sia accaduto a tanti di voi, torna indietro molto più arricchito di quanto sia partito. Per esempio, con delle riflessioni sulla vita e anche con dei rapporti umani che ci riempiono e ci danno senso alle cose che facciamo.

 

ALBERTO RIVAROLI

Grazie Daniele. Direi che prima di passare la parola a Stefano vorrei sottolineare ulteriormente il duplice aspetto di questa cosa fondamentale che ha detto adesso Daniele. Io credo che chiunque avesse la fortuna, e non uso a caso questa parola, la fortuna di visitare il Libano e di conoscere le persone che abbiamo conosciuto noi, non si sentirebbe di aver fatto del bene, ma di averlo ricevuto, ma sotto un duplice punto di vista. Prima di tutto, perché nessuna cosa che abbia un intento filantropico può funzionare se tu non parti dall’idea che la persona che hai di fronte ti potrà arricchire. Certo, non ti arricchirà economicamente per evidenti motivi, ma umanamente moltissimo, perché questi ragazzi non hanno nulla di diverso o di meno rispetto ai loro coetanei italiani. È che quello che per noi è scontato, per il Libano è un’utopia: avere €1000, avere un lavoro, avere una pensione, anche se questi sono ancora giovani. Il secondo aspetto è questo: leggo, “nei luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Io non so, sicuramente non sta a noi dire se quello che si sta cercando di fare siano mattoni nuovi, ma quello che è certo è che il Libano non è deserto, anzi è una terra ricchissima di spiritualità, di idee, di competenze e, quindi, l’idea di questo progetto non è di aiutare dei disperati, il che peraltro sarebbe già un intento nobilissimo, ma è di aiutare delle persone brillanti a fare quello che sognano di fare. Detto questo, ti pregherei, Stefano, di entrare nel merito e quindi di spiegare come funziona WIP e per quale motivo questi ragazzi non solo vengono selezionati e aiutati, ma anche supportati e sostenuti nel loro lavoro.

 

STEFANO ZOIA

Sì. Grazie, grazie a tutti. Grazie Alberto e Daniele per l’introduzione. Rispondo alla tua domanda, però vorrei dare un minimo di contesto anch’io, perché vorrei cercare di trasferirvi com’è stato per me entrare in questo progetto e con le aspettative che avevo e quello che realmente ho trovato e in questo modo darvi anche un’idea di quello che realmente è la realtà che vive oggi il Libano, la realtà quotidiana del Libano. Il coinvolgimento è stato fatto con Paolo che avete visto prima, con cui avevo un rapporto speciale che ricordo sempre tantissimo e sono stato io a chiedere a Paolo di coinvolgermi in questo progetto in una delle volte in cui ci capitava di vederci la mattina presto e di condividere qualche momento prima di cominciare la giornata frenetica. Gli ho detto: “Mi piacerebbe andare in Libano con te”. Mi ha detto: “Ho l’occasione per te. C’è un ragazzo che segue un progetto di app e che è tecnologico. Questo è esattamente quello che va bene. Se vuoi entrare in questo progetto, questa è la cosa giusta per te” e così è stato. Quindi io ho cominciato a seguire questo ragazzo, mi ha trasferito le informazioni e l’ho fatto con l’impostazione che avevo da qui in cui dovevo analizzare il piano finanziario, capire quali sono le modalità per supportarlo, come può fare lo sviluppo e avevo questo tipo di approccio ed ero a volte un po’ spazientito dai tempi lunghi, dalle difficoltà, dal fissavamo un appuntamento e poi lui non poteva partecipare e tutto questo non mi è stato chiaro finché non sono stato lì. Allora, come Paolo mi aveva suggerito, tu devi venire per capire come realmente è e questo per rendervi evidenza di come funziona realmente la realtà. Immaginate un paese in cui la banca centrale dichiara bancarotta e in cui il governo non ha i soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. Vuol dire che gli uffici pubblici, a cominciare dalle scuole, la polizia, può darsi che non abbiano lo stipendio per dei mesi in cui lo stipendio medio è $300, ma il costo della vita non è assolutamente adeguato allo stipendio, quindi chiunque fa almeno due o tre lavori. Ogni cosa che per noi è scontata, è del tutto difficile e non è detto che tu riesca a fare quello che quella giornata hai deciso di fare, ma devi comunque confrontarti con questo. In tutto questo c’è lo spirito libanese che è straordinario. Io credo che sia un popolo non è un caso che l’autore del Cigno Nero, Nassim Nicolas Taleb, sia libanese, credo che lo citi anche nel suo libro e che sia anche l’autore della definizione di “antifragile”, perché racchiude l’essenza stessa di questo popolo. Nella difficoltà riescono a sorridere, riescono a trovare l’elemento positivo e riescono a trovare l’energia per andare avanti. Quello che abbiamo cercato di fare era di identificare dei giovani che avessero questa volontà e volessero farlo lì, perché, come giustamente Daniele ha detto, anche a me, nella mia esperienza, soprattutto nell’area del Golfo, è capitato di trovare moltissimi libanesi brillanti. Chiacchierando con Daniele, mi è capitato in Arabia Saudita che di molti presenti l’unico che non fosse vestito di bianco e che fosse vestito all’occidentale come noi era il consigliere dell’amministratore delegato della società che era casualmente un libanese, ma tantissime volte mi è capitato di trovarli brillanti, menti brillanti, persone molto capaci e in tantissimi settori si sono sempre distinte. Ci sono grandi aziende globali piuttosto che grandi professionisti. La cosa interessante è che però questi sono quelli che fanno le rimesse che permettono al paese ancora di stare in piedi, ma non sono lì, lo sostengono da fuori del paese, ma serve qualcuno che voglia far continuare a crescere il Libano in Libano. È esattamente quello che noi abbiamo cercato di fare, offrendo un’opportunità ad alcuni di questi giovani di costruire dei progetti di impresa. Rispondo alla tua domanda: come funziona? Funziona in maniera abbastanza tradizionale, ovvero c’è un momento in cui si fa un’application in cui l’aspirante imprenditore o l’imprenditore che ha già un’impresa descrive il suo progetto, lo descrive nei dettagli, quali bisogni risolve, chiede un finanziamento specifico, specifica se si tratta di un progetto business o piuttosto social come tipo di impatto ed entrambi vengono valutati e quando abbiamo un numero sufficiente di progetti facciamo una selezione, li seguiamo nella preparazione del business plan per un certo numero di settimane. Questo viene fatto localmente da dei coach locali. Alla fine di questo periodo c’è il momento che avete visto prima in cui Paolo parlava, era esattamente quel momento che abbiamo dovuto fare a distanza, normalmente si sarebbe fatto in Libano, in quel momento non era possibile e in cui lo chiamiamo pitching day, in cui questi progetti vengono portati e presentati e si decide quali supportare, non scartando gli altri, ma cercando di tenerli all’interno, magari chiedendogli di fare dei miglioramenti e di svilupparli diversamente. I progetti vengono finanziati in due modalità: come Grant e come Loan. Perché come Loan? Perché un imprenditore deve abituarsi che il denaro è una risorsa come molte altre. Ah, scusate. Come prestito a fondo perduto. Sì, corretto. No, scusate, ho usato l’inglese propriamente come prestito a fondo perduto, quindi non vengono richiesti interessi di nessun tipo, ma è importante che questi soldi possano potenzialmente essere riutilizzati per ulteriori progetti. Questo è il principio. Finora abbiamo circa 30 realtà che sono state supportate e finanziate dal primo WIP che è del 2022 fino all’ultimo che è stato nel 2024, quindi sono diversi round e molto varie, molto diverse tra loro, però questo in sintesi è il processo. La cosa molto importante è che durante un periodo di diversi mesi l’imprenditore viene affiancato da un professionista o da più professionisti, a seconda del settore specifico in cui opera, perché non tutti quelli che fanno parte dell’advisory board hanno le necessarie competenze, ma possono trovare altre persone che le hanno e viene affiancato durante questo periodo nel far partire il suo progetto al meglio e quindi per tutte le necessità che può avere di ogni tipo. Questo rapporto tra il coach che sta in Libano, l’advisor che sta in Italia e l’imprenditore che sta in Libano dura mesi e quindi si costruiscono delle relazioni che vanno naturalmente anche sul piano umano.

 

ALBERTO RIVAROLI

Bene, Daniele, forse sarebbe il caso di entrare nello specifico di qualche progetto tra i 30 di cui ha parlato Stefano. Sicuramente il punto fondamentale, al di là della peculiarità, è che si sta creando un passaparola a Beirut, un piccolo passaparola, in modo che tra i giovani stia girando la voce che c’è un modo per cercare di uscire da uno status quo che è effettivamente molto penalizzante. Però poi è vero che anche i singoli progetti, sin dal primo giorno in cui vengono presentati, sono abbastanza differenti, quindi forse sarebbe il caso che tu parlassi di questo.

 

DANIELE SACCO

Sì, volentieri. Vi parlo di due, tre progetti, perché i progetti sono una trentina, per cui sono tanti. Siccome non abbiamo messo limite al settore in cui noi andiamo ad agire, perché abbiamo a disposizione, attraverso il nostro network, più o meno tutte le competenze che possono essere interessanti, ci sono progetti davvero che sono i più disparati. Ad esempio, attraverso il nostro aiuto, Mohammed, già il nome vi dice che non è esattamente cristiano, che sta nel nord del Libano, ha triplicato il suo raccolto attraverso un sistema di irrigazione innovativo che lui ha messo in atto con l’aiuto di nostri amici in particolare che stanno negli Stati Uniti, ma che l’hanno aiutato, l’hanno accompagnato in questo percorso. Oppure c’è Joel, Joel fa dei cosmetici organici a Beirut e con un packaging molto interessante e lei è una grande appassionata di marketing, per cui ha trovato la modalità giusta. Ma su Joel volevo spendere una parola in più, perché tra l’altro verrà anche in Italia nel prossimo autunno a seguire due convegni interessanti, credo, spero per lei, perché ci dà anche un po’ la cifra di ciò che va un po’ al di là del progetto in sé. Mi spiego meglio. Noi facciamo un lavoro che fanno anche altri, i cosiddetti business angels, piuttosto che tutti quelli che aiutano delle startup, ma ci siamo anche molto interrogati, a partire da Paolo, da Mario Sala, da Stefano, da Marco Piuri e gli altri amici con cui abbiamo lavorato, che cosa noi potessimo fare in più per loro. Su questo poi arrivo tra un secondo, ma Joel in particolare, io, durante la guerra, avrebbe dovuto già venire in Italia lo scorso ottobre, ma è scoppiato nuovamente il conflitto a questo punto tra Hezbollah e Israele, per cui lei non è potuta venire. Allora io l’ho chiamata per sentire come stava. E lei mi ha detto due cose molto interessanti. Prima mi ha detto: “Guarda, Daniele, il business va molto bene, perché nonostante ci sia la guerra c’è un grande desiderio di volersi bene e quindi il cosmetico è un modo per volersi bene. Io questo l’ho capito e quindi sto vendendo tantissimo. Però mi è venuto anche in mente perché ci sono le donne sfollate dal Sud (perché vi ricordo che a ottobre, quando Israele bombardava, c’è stato questo movimento dal sud del Libano verso nord, verso Beirut, dove la gente dormiva per strada, poi hanno aperto le chiese, hanno aperto le scuole per ospitare le famiglie che si erano spostate) e lei mi ha detto: “Guarda, ho trovato uno sponsor e vado a regalare i cosmetici alle donne sfollate”. E io gli ho detto: “Ma scusami, perché ti è venuta in mente questa idea, visto che hanno bisogno di mangiare, di bere, hanno bisogno…”. E lei si è quasi un po’ arrabbiata quando gli ho fatto questa domanda e mi ha detto, si è fermata, c’è stata una pausa nella nostra telefonata e mi fa: “Ma secondo te, Daniele, queste donne non hanno il diritto di essere belle?”. E lì ho capito che noi interpretiamo il bisogno di queste persone con una visione nostra, mentre chi vive in un contesto ha anche la possibilità e la profondità di viverlo in maniera diversa. Mi ha ricordato Giussani quando si arrabbiò con alcuni che erano andati alla caritativa e gli dicevano: “Ma guarda che questa signora ha speso i soldi per prendere il rossetto”. E lui si arrabbiò tantissimo perché disse: “Ma voi cosa ne sapete di che cosa ha bisogno questa signora?”. La stessa cosa mi è capitata, me l’ha ricordata Joel e la quale poi mi ha detto una seconda cosa che mi è rimasta impressa e che credo sia diventato un po’ il motivo per cui noi poi abbiamo discusso assieme nel nostro team e abbiamo cercato di identificare in che cosa noi potessimo essere diversi dagli altri che fanno lo stesso mestiere. Lei mi ha detto: “Daniele, guarda, io vi devo ringraziare, ma non perché m’avete dato i soldi, perché dei $10.000 che mi avete dato, io ne ho spesi 7.000, mentre 3.000 non li ho ancora spesi, ma perché credendo in me avete obbligata a credere in me stessa”. Quindi la forza e la potenza quando noi interloquiamo con questi giovani che hanno delle idee in testa, di incoraggiarli, la parola di incoraggiamento è la cosa più potente che c’è, ma per incoraggiarli tu ti devi mischiare con loro. Devi voler bene al bisogno che sta dietro al bisogno immediato che loro ti esprimono. Su questo tu ti senti compagno perché vai dietro insieme al bisogno più grande che ciascuno di noi ha. Quindi questa forma di incoraggiamento umano ci ha portato, ad esempio, a decidere di non mollare neanche quelli che scartiamo, perché nella selezione che noi facciamo, alcuni li aiutiamo, altri perché non hanno delle idee che noi reputiamo al momento valide, decidiamo di non aiutarli immediatamente. Però l’idea è quella di non mollare neanche loro, di dare anche loro una possibilità di rapporto. Questo è avvenuto, peraltro, perché poi le strade si intersecano. Per esempio, un nostro progetto che noi non abbiamo aiutato è andato negli Stati Uniti, ha incontrato dei nostri amici ed è diventata una consulente, quindi ha cambiato completamente il settore che aveva in mente di fare. Però questa idea di guardare le persone per quello che sono, questo è, secondo me, una cosa molto bella. Chiudo con un ultimo esempio, perché anche questo ci ha colpito molto: incontriamo questa ragazza che ha due lauree alla Sorbona, Paola, una laurea in microbiologia e una laurea in nutrizionismo, la quale si presenta per fare questo progetto, per trasformare prodotti agricoli che vengono coltivati in maniera organica sul Monte Libano, a 1300 metri, nel villaggio dei suoi nonni, dei suoi genitori. Eravamo lì, io, Mario Sala, e le chiediamo una domanda che c’era sembrata ingenua, ma che ingenua invece non era, perché Mario, che ha la faccia più di tolla di me, le dice: “Ma scusa, perché una ragazza come te che ha due lauree alla Sorbona, che potrebbe lavorare ovunque, se n’è tornata qua a mettere in piedi un progetto piccolino, ancora in nuce?”. E lei si commuove e ci commuoviamo anche noi. Poi ci riprendiamo e lei ci dice: “Per due motivi: uno, per gratitudine nei confronti dei miei genitori che hanno speso tanta energia per farmi studiare e adesso che hanno bisogno loro, io devo dare questo indietro a loro e anche per gratitudine a mio nonno che mi ha insegnato l’amore per la montagna del Libano e per tutti i frutti che la montagna del Libano ha. Secondo: ma se tutti i giovani come me lasciassero il Libano, cosa ne sarebbe di questo Paese?”. A me ha colpito molto perché una ragazza di 24-25 anni che abbia una profondità di giudizio di questo genere mi ha spinto a riconsiderare anche quello che faccio io nella vita e inevitabilmente a mettermi a disposizione di quello che fa lei. Questi sono degli esempi non solo di progetti concreti. Poi abbiamo Elias che fa distillati da una vita e che ha cambiato il suo metodo insieme a noi. Adesso fa oli essenziali, fa distillati dalla terra in cui lui è, quindi olio di rose, olio di rosmarino, acqua di rose, acqua di rosmarino, l’arak, che loro adorano, e fa tantissime cose e non voleva farlo perché diceva: “No, la mia tradizione è questa, abbiamo fatto per tanti anni così”. Poi l’abbiamo portato in Italia, ha visto che con dei macchinari più moderni poteva triplicare il suo prodotto, per cui è impazzito totalmente. Adesso ci filma ogni parte del processo produttivo, è diventato uno stalker perché ci manda decine di film anche di quando ha piastrellato la nuova stanza dove mettere i macchinari. È un entusiasta pazzesco, è diventato un entusiasta pazzesco. Oppure Ara, che è un ragazzo di origine armena che vive nella Valle della Beqa, in un villaggio cristiano, che si è messo a disposizione dei piccoli agricoltori creando un’app con il supporto dell’intelligenza artificiale per insegnare loro come ottimizzare il loro raccolto a seconda della geolocalizzazione del loro terreno. Come vedete, sono veramente progetti i più disparati, ma che hanno dietro un desiderio grosso, che è un desiderio di potere rimanere nel loro paese e mettersi al servizio anche dei loro concittadini.

 

ALBERTO RIVAROLI

Grazie Daniele. Volevo approfittarne, ringraziando a mia volta il Meeting per questo invito che evidentemente è importantissimo anche per la visibilità che dà questo tipo di sforzi. Volevo ringraziare tutti coloro che ci hanno aiutato a intraprendere con un minimo di successo una lotta che non era semplice, quella contro l’indifferenza. Nel senso che purtroppo sono tali e tante le situazioni drammatiche che l’attualità propone, che non era semplice riuscire a dare un minimo di riflettori accesi su quello che si è cercato di fare sul Libano in questo periodo, specialmente quando le bombe hanno ripreso a cadere. Vorrei ringraziare in primis le importantissime testate giornalistiche che ci hanno dato una mano a partire da RaiNews, per continuare con Mediaset, con Class CNBC e Il Sole 24 Ore che ci ha dedicato uno spazio e anche agli eventi nei quali alcuni dei ragazzi titolari dei progetti hanno potuto non solo raccontare in prima persona quello che hanno fatto, ma addirittura ricevere anche dei premi importantissimi, uno dalla Fondazione Costruire il Futuro, un altro nell’ambito di una rassegna che si tiene a Milano ogni anno, patrocinata dalla Mondadori, che si chiama Focus Live perché è organizzata dalla rivista Focus. Oggi questa è un po’ la chiusura di un cerchio virtuoso che ci ha permesso di acquisire credibilità, il che non è importante per noi, ma è importante per le persone di cui noi ci occupiamo e alle quali cerchiamo di dare una mano. Vorrei, a questo proposito, visto che ha dato un contributo importantissimo anche in prima persona, pregare Stefano di raccontare la genesi e la nascita del nostro sito che finalmente è online da poche ore e che racconta un po’ tutto quello che vi abbiamo detto oggi e anche quello che abbiamo intenzione di fare domani.

 

STEFANO ZOIA

È più un’informazione per chi vuole avere un po’ più di visione di che cosa è stato fatto finora e quello che vi abbiamo raccontato lo trovate lì e trovate anche, naturalmente, la possibilità di fare un contributo all’iniziativa attraverso Pro Terra Santa, ma dedicato specificamente a questo genere di progetto. È stato interessante il processo perché anche nel realizzare il sito abbiamo dovuto recuperare materiali e scambiare materiali costantemente con i ragazzi. Alcuni sono il frutto degli ultimi viaggi e dei viaggi precedenti che abbiamo fatto. Si chiama, lo trovate, l’indirizzo è wiplebanon.org e potete vedere anche sul mobile tranquillamente. Racconta in sintesi alcune delle cose che vi abbiamo esposto ed è anche possibile vedere alcuni dei progetti e direttamente la testimonianza di alcuni protagonisti di questi progetti che stiamo continuando a portare avanti.

 

ALBERTO RIVAROLI

Daniele ti pregherei, a proposito di ringraziamenti o comunque di ricordo di persone che ci hanno dato sicuramente un grande aiuto significativo, di dire due parole sull’accoglienza che le nostre istanze hanno ottenuto non solo sul piano personale, ma anche su quello istituzionale da parte dell’ambasciatore italiano a Beirut.

 

DANIELE SACCO

Più che volentieri, anche perché mi sono permesso di ringraziare anche poco fa il Ministro degli Esteri Tajani per questo, perché si parla tanto delle istituzioni, a volte anche con una certa diffidenza. Devo dire che Sua Eccellenza Fabrizio Marcelli si è messo a disposizione immediatamente del progetto Work in Progress, ci ha accolto con grandissimo entusiasmo, ci ha dato la sua casa, ci ha dato l’ambasciata, ci ha dato i contatti e ci ha dato, soprattutto, tutto il suo coinvolgimento personale, suo e quello della moglie. Devo dire che Fabrizio Marcelli è davvero una persona splendida che ha vissuto anche una vita complessa sia diplomaticamente che personalmente, ma davvero ci ha dato tutto il suo supporto dal primo giorno in cui noi ci siamo presentati. Ha capito il senso della cosa che noi volevamo fare e ha messo a nostra disposizione l’istituzione, che è una cosa, secondo me, grandissima perché non accade tutti i giorni, ma lui l’ha interpretata nel modo, secondo me, migliore. L’abbiamo visto anche nelle immagini che sono girate, perché alcune di queste sono girate direttamente all’interno dell’ambasciata italiana a Beirut. In ogni momento è a disposizione, in ogni momento è attivo. È lui che ci chiama e ci chiede come stanno andando le cose, che, ripeto, per me è un’esperienza nuova e molto bella, per cui ringrazio davvero Sua Eccellenza Fabrizio Marcelli.

 

ALBERTO RIVAROLI

Prima di chiedere a Stefano di raccontarci in breve l’idea di una community tra quelli che noi chiamiamo “whippers”, i titolari dei progetti di questo programma, volevo raccontare qualcosa che riguarda il filmato che sta scorrendo. Forse avrete visto le immagini di un buffet che ha celebrato la riapertura di un piccolo forno di proprietà di una di queste persone che WIP ha supportato. Io ho avuto la possibilità, nel corso dei due viaggi che ho fatto nella primavera del 2024 e nella primavera del 2025, di vedere il prima e il dopo di questo progetto, perché è uno di quei progetti che si sono concretizzati in questo arco di tempo e ve lo voglio raccontare perché, secondo me, questa è una cosa che risponde indirettamente a una domanda che magari potrebbe aleggiare, “Ma voi fate delle cose piccole, cosa potete pensare di ottenere?”. Io credo che non ci sia niente di meno piccolo che vedere una persona che era disperata vederla felice. Negli occhi di questa persona io ho visto passare questo cambiamento perché questa persona, quando noi siamo stati nel 2024 e gli è stato fatto presente, è una persona titolare di un piccolo forno che aveva uno spazio sterrato davanti, ma sia lo spazio sia il forno erano in condizioni estremamente precarie. Questa persona, che ha preso il testimone dal padre di questa piccola attività di famiglia, gli è stato fatto presente che avrebbe dovuto chiudere l’attività per circa un mese, se non mi ricordo male, o comunque per un periodo di questo genere e che, quindi, avrebbe dovuto quantificare quanto gli serviva per vivere a lui e suo padre per il periodo nel quale questo forno fosse stato chiuso. Lui ci ha pensato un attimo, poi con un filo di voce ha risposto: “$100”. Quindi questa persona aveva bisogno di $100 per vivere un mese lui e suo padre e, con un intervento di WIP che sicuramente non è stato tra i più impegnativi, è stato possibile trasformare questo posto in un luogo veramente accogliente dove non solo si mangia bene, perché lo si faceva anche prima, ma c’è molta più gente, c’è la possibilità di creare posti di lavoro e, quindi, io credo che il bello, la ricompensa più grande che chiunque ha collaborato a questa cosa ha ricevuto in questo periodo, è proprio di toccare con mano che qualcosa, qualche persona su questo pianeta con un piccolissimo aiuto che è stato un piacere, un privilegio dare, adesso è felice e noi siamo convinti che possano essere sempre di più. A questo proposito, Stefano, mi piacerebbe che tu spiegassi l’idea, per ora embrionale ma comunque ottima, di riuscire a mettere anche in contatto i vari ragazzi in modo che non solo la loro singola attività possa funzionare, ma anche arricchirsi dei contributi l’uno dell’altro.

 

STEFANO ZOIA

Sì, grazie Alberto. Riprendo un po’ quello che diceva Daniele poco fa. Nelle diverse application non abbiamo lasciato andare via nessuno, quindi abbiamo cercato il più possibile di tenere questi aspiranti imprenditori vicini e magari di chiedergli di rivedere, di migliorare l’idea, di riproporsi una volta successiva. Ci siamo resi conto che questo principio era esattamente la base della volontà che abbiamo condiviso come advisory board, ovvero di tenere il più possibile persone che potessero fare questo cambiamento, portare questo contributo al loro paese in questo modo, perché non c’è prosperità senza qualcuno che decide di costruire qualcosa e di fare in modo che questa cosa cresca. Così l’idea, per il momento embrionale, è che, abbiamo già fatto un sondaggio tra i ragazzi che sono stati finora supportati e tutti sono ben disponibili, di chiedere a ciascuno di loro di impegnarsi per accompagnare futuri imprenditori che verranno e in qualche modo di portare la propria esperienza, di mettere la propria esperienza a beneficio di altri che verranno. Finora, per quel sondaggio che abbiamo fatto, ha raccolto un ampio consenso da parte della maggior parte di questi ragazzi.

 

DANIELE SACCO

Sì, se posso aggiungere una cosa a questo proposito. Abbiamo anche iniziato quello che noi abbiamo chiamato un tentativo ironico, perché chiaramente non può che essere così, aiutarli ad aiutarsi. Questo gruppo di ragazzi ha cominciato, abbiamo già fatto due video call, ne faremo una terza a ottobre, a condividere i loro bisogni, per cui è una cosa straordinaria, perché ricordiamoci che lì c’è stata una guerra civile, ci sono delle divisioni molto importanti e il fatto di aiutarsi è al di fuori …neanche della propria religione o della propria etnia, ma al di fuori del proprio villaggio. Se tu sei un cristiano di un villaggio e l’altro è un cristiano del villaggio di fronte, già c’è un filo di attenzione, di sospetto. Il fatto di potersi aiutare tra di loro è un tentativo, ripeto, non sappiamo se andrà in porto, ma sta cominciando a succedere qualcosa. Per esempio, Mohammed, che dicevo prima, sta aiutando Ara a testare l’app che lui ha messo in piedi da un punto di vista agricolo. Gli altri stanno aiutando George, che è quello che ha aperto questo punto di ristoro, da un lato mandando dei clienti da lui e dall’altro proponendogli di fare il takeaway o la delivery. Nascono delle piccole grandi cose che chissà dove porteranno. Detto tutto ciò, ne abbiamo discusso tante volte con Paolo, perché noi alcuni ci dicono: “Sì, però voi, nel grande schema delle cose della situazione che c’è in Libano, siete una goccia nel mare, siete lo 0,001%”. Vero, ma due annotazioni importanti. Questo 0,001% è il 100% di ciascuno di quelli coinvolti. Per quelli coinvolti non è lo 0,01%, è il 100%. Questo è già una piccola grande cosa. La seconda grande cosa, la nostra pretesa non è quella di risolvere la situazione del Libano, ma questo sì, di essere, l’abbiamo detto tante volte, una scintilla di speranza. Ci si riempie tanto la bocca di parole come sostenibilità sociale e nell’ultimo periodo di una parola che hanno in mente tutti, la pace. Ma la pace come si costruisce? La pace si costruisce facendo lavorare insieme le persone. Mohammed che lavora con Ara costruisce la pace, la pace di oggi e di domani per il Libano. Perché? Perché lavorando insieme ci si conosce, conoscendosi ci si apprezza, apprezzandosi si fa molta più fatica a entrare in contrasto e a creare delle situazioni che non siano situazioni di pace, perché la gente di lì vuole vivere in pace, non vuole vivere in guerra, non vuole il casino, vuole vivere in pace. Queste piccole speranze, queste piccole scintille di speranza, speriamo che coaugulino attorno a sé qualcosa che piano piano costruisca una cultura che non è una cultura solo del supporto o di un aiuto che poi finisce lì, ma è un aiuto ad aiutarsi. Questa è la grande cosa. Non è “io do la mia carità e poi li saluto”, ma “io mi impasto con loro, io sto con loro e loro stanno tra di loro”. Questa è la nostra visione. Tant’è vero che, parlando con il nuovo custode di Terra Santa, Padre Ielpo, lui vede davvero con grande attenzione quello che stiamo facendo e lo rincontreremo ancora in autunno, ma lui ci ha già fatto capire che questa cosa che c’è già in Libano e c’è in parte già in Siria, potrebbe anche essere utile da altre parti, come Giordania o Israele. Perché Israele su che cosa ricostruirà, quando ricostruirà un tessuto? Inevitabilmente su esperienze di questo genere. È vero, non cambieremo il mondo, ma cambieremo il mondo di ogni singolo che noi andiamo a toccare e abbiamo cominciato anche a cambiare noi stessi, perché anche le relazioni, i rapporti tra di noi. Tanta gente tra di noi non si conosceva. Io e Stefano non lo conoscevo, Stefano non conosceva me e con Alberto condividevamo una storia comune, ma poi non ci siamo visti per tanti anni. Ecco, questa cosa costruisce noi e poi vedremo dove andrà a finire, ma quello non ci è dato di saperlo, però il presente già ci basta da questo punto di vista.

 

ALBERTO RIVAROLI

Volevo condividere in pieno questo e dare un piccolo esempio di una cosa che, proprio parlando di questo punto, un mio amico ha fatto una battuta. Ha detto: “Questi ragazzi libanesi non sono come quei campioni dello sport che hanno il talento, ma, essendo nati in zone sfortunate, non hanno avuto la maniera di svilupparlo come un occidentale”. Questi sono campioni esattamente come, non so, Michael Jordan o Maradona, solo che sono in un paese nel quale non c’è il canestro o non c’è la porta, quindi l’ingiustizia è ancora doppia perché qua non stiamo parlando di possibilità di sviluppare i talenti. I talenti ci sono, perché se queste persone fossero sedute in un ufficio di Milano o in una redazione di Roma o in un’università di Torino, nessuno si accorgerebbe della differenza. Conoscono l’inglese perfettamente, conoscono i social, conoscono tutto. Il problema è che operano in una realtà che noi, principalmente, non solo non conosciamo – è bellissimo l’esempio del rossetto che hai fatto prima – ma non riusciamo proprio ad affrontare la semplicità di questi drammi. Mi è capitato, e forse è stata la cosa, noi a Beirut abbiamo visitato anche delle famiglie che non sono imprenditori, sono purtroppo persone e vi posso assicurare che quando entri in certi appartamenti, chiamiamoli appartamenti, poi le tre, quattro notti successive il sonno non è lo stesso di prima, ma non perché sei sensibile e non sei abituato a quello che puoi vedere, ma il problema non sono questi. Questi li vedi e li capisci, poi li puoi comprendere, puoi non comprenderli, puoi aiutarli, puoi non aiutarli. Il problema è quando tu vai a mangiare un hamburger in una tavolata e dici: “Come mai è venuto anche lui? Di solito non viene mai, con una scusa l’ho invitato, così gli offriamo il pranzo perché so che ha saltato già il pranzo di oggi e la cena di ieri”. Questi non sono mendicanti, sono studenti universitari, persone che poi, grazie a Dio, sono riuscite a completare. Però questo è successo perché Paolo, o comunque chi per lui, persone come Paolo si sono messi in gioco al 100%. Siccome io non c’entro con questo, vi sto raccontando quello che altri hanno fatto. Indegnamente ho cercato di dare loro una mano. Ma perché persone che guadagnano molto e lavorano 18 ore al giorno trovano il tempo di fare questo? Perché sono buone? Forse io penso che siano anche persone che hanno capito cosa nella vita ti può dare un’emozione particolare. Quando tu vedi gli occhi di persone che hanno quell’occasione che dovrebbero avere dallo Stato, dalle istituzioni, dagli ospedali, dagli uffici di collocamento, da un gruppo di amici italiani che li hanno conosciuti per caso, ma poi sono diventati veramente amici, il gioco è fatto. È una cosa molto semplice, perché, secondo me, il segreto è sempre non prendere troppo sul serio e soprattutto capire che tu, quando vai per dare, spesso ottieni molto di più e da questo punto di vista essere preso a bordo di questa cosa, già che siamo in tema di ringraziamenti, è stato un piacere e vi ringrazio. A questo punto, prima di salutare, se qualcuno ha qualche domanda sarebbe molto gradita. Siamo stati molto esaurienti o molto noiosi? Scegliete voi.

 

DANIELE SACCO

Fammi dire solo un’ultima cosa perché vi potreste chiedere cosa ci serve. Non so se vi è venuta questa domanda, se non vi è venuta ve la faccio io. Cosa ci serve? Fondamentalmente ci serve una cosa: il passaparola. Se questa cosa vi ha interessato, raccontatela. Questa è la cosa che ci serve di più, perché poi servono i soldi e se avete voglia di coinvolgervi, chiamateci e troveremo il modo di trovare uno spazio per ciascuno di quelli che hanno voglia di coinvolgersi, però veramente la cosa più importante è il passaparola. Parlatene, parlatene, parlatene. Grazie, grazie infinite per aver partecipato e ancora un ringraziamento al Meeting.

Data

24 Agosto 2025

Ora

17:00

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri