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IL CIELO È DEI VIOLENTI
Benedetta Centovalli, specialista di narrativa contemporanea in dialogo con Paola Bergamini, giornalista Tracce. Letture a cura di Franco Palmieri, attore e regista
Vita e opere di Flannery O’Connor, la scrittrice statunitense capace come pochi di scendere nelle profondità dell’umano e di esplorare temi come il peccato, la grazia e la redenzione.
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PAOLA BERGAMINI
Buongiorno, benvenuti a tutti. È molto amplificato oggi. Benvenuti a tutti all’Arena di Tracce. Questo è l’ultimo incontro dell’Arena, mi vien da dire. Finiamo, concludiamo col botto. Concludiamo con Benedetta. Concludiamo con il titolo di questo incontro: “Il cielo è dei violenti”, che è il titolo del romanzo di Flannery O’Connor. È un titolo forte, come forte è stata questa scrittrice, di cui in questi tre quarti d’ora proveremo insieme a entrare nel suo territorio, nel suo modo di scrivere, nella sua bellezza, mi verrebbe da dire.
Prima di tutto presento la nostra ospite che è Benedetta Centovalli, editor, critico letterario, docente alla Statale di Milano, insegnante alla scuola di scrittura Flannery O’Connor del Centro Culturale di Milano, autrice, fra le altre cose, di “Nella stanza di Emily” su Emily Dickinson, che presenterà alle 16 al Book Corner, bellissimo libro. Iniziamo questo nostro incontro su Flannery O’Connor.
Mi preme dare due dati biografici, giusto per inquadrare questa scrittrice, perché quest’anno sono i cento anni della nascita. Di fatto è una delle scrittrici statunitensi del dopoguerra più importanti. Flannery O’Connor nasce il 25 agosto del 1925 in Georgia da una famiglia cattolica di origine irlandese. Muore a soli 39 anni a causa del lupus eritematoso, che è la malattia degenerativa che aveva ereditato dal padre. Deve la sua fama a due romanzi: “La saggezza nel sangue” da cui, magari qualcuno di voi ha visto anche il film con la regia di Huston, e “Il cielo dei violenti”, che è il titolo del nostro incontro. In più ha pubblicato due raccolte di racconti tra cui io ricordo, per molti magari l’hanno avuto fra le mani, “La schiena di Parker” che era nella collana dello Spirito Cristiano.
Ma per poter entrare in sintonia, direi, con questa scrittrice, per poterla percepire meglio, io chiedo a Franco Palmieri di leggerci intanto un pezzo tratto da “Il cielo dei violenti”. Dico due cose sul romanzo. Allora, tanto per inquadrarlo.
Il protagonista è Francis, che fino all’età di 4 anni era stato costretto a vivere con il, dall’età di 4 anni vive con il prozio Mason, un fanatico religioso che era convinto di essere un profeta e che aveva sottratto il bambino al suo nipote Rayber, un maestro elementare che vive invece seguendo i dettami della scienza e della ragione. Quando Mason, lo zio, muore, Francis, il ragazzo che ormai ha 14 anni, torna alla casa di Rayber perché ha una missione da compiere: battezzare ad ogni costo Bishop, il figlio del maestro che, a detta del prozio, è nato deficiente per grazia divina. Tra i due inizia una guerra nella quale il maestro cerca di riportare il ragazzo alla ragione e a quella che lui pensa sia la normalità. Mentre nella mente del quattordicenne risuonano gli insegnamenti del prozio e il richiamo ad una fede tanto brutale quanto liberatoria. Poi non vi dico niente di più, è solo due accenni, e poi c’è il romanzo. Lascio la parola a Franco.
FRANCO PALMIERI
Poi arrivò la rivelazione silenziosa, implacabile, diretta come un proiettile. Non guardò negli occhi di una bestia feroce, né vide foreste in fiamme. Capì solo, con una certezza che sprofondava nella disperazione, di dover battezzare il bambino e iniziare a vivere la vita per cui il prozio lo aveva allevato. Sapeva di essere stato chiamato a un’esistenza da profeta e che la strada delle sue profezie non sarebbe stata entusiasmante. Le sue pupille nere, vitree e immobili riflettevano sempre più in profondità l’immagine devastata di se stesso che arrancava in lontananza nell’ombra folle, pestilenziale e sanguinante di Gesù, ricevendo alla fine la sua ricompensa: un pesce spezzato, una pagnotta moltiplicata. Il Signore lo aveva creato dalla polvere, lo aveva fatto di sangue e nervi e mente. Lo aveva creato per sanguinare e piangere e pensare e lo aveva messo al mondo per vivere in un mondo di sconfitte e fuoco, solo per battezzare un bambino idiota che in primo luogo egli stesso non avrebbe dovuto creare. E per predicare a squarciagola un Vangelo altrettanto sciocco, cercò di gridare “no”, ma fu come provare a urlare nel sonno. Il suono si impregnò di silenzio, si spense.
PAOLA BERGAMINI
Ringrazio Franco. Così cominciamo a entrare, Benedetta, nel mondo di Flannery. Scrive Flannery O’Connor: “Argomento della mia narrativa è l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”. Allora, qual è, Benedetta, il territorio di Flannery e cosa è per lei la grazia?
BENEDETTA CENTOVALLI
Allora, dunque, intanto grazie dell’invito, grazie a tutti di essere qua. Proviamo ad avvicinarci al mondo e alla scrittura di Flannery O’Connor, che è una scrittura straordinaria da cui, veramente, se abbiamo la pazienza di inoltrarci, non l’abbandoniamo più. Bisogna avere un filo di pazienza perché la sua è una scrittura anche facile, se vogliamo, ma per niente facile a una comprensione più profonda. Quindi occorre un po’ di impegno e forse a volte anche più letture dello stesso testo. Non che alla prima non arrivi, arriva tutto, ma alla seconda arriva meglio. Quindi io consiglierei sempre di leggere i suoi racconti e rileggerli, tanto è una scoperta continua.
Allora, per rispondere alla domanda di Paola Bergamini, che ancora ringrazio, ho pensato che forse valesse la pena far riferimento a uno dei suoi racconti più famosi che è “A Good Man Is Hard to Find”. Se andate poi in internet trovate la registrazione della sua lettura di questo racconto con la sua parlata strascicata, tipica e anche bellissima, in realtà. Questo racconto che è del 1953, quindi non tra i primissimi, ma comunque abbastanza tra i primi, quello che l’ha resa più famosa, quello che lei andava in giro negli Stati Uniti a leggere divertendosi. In questa registrazione sottolineo che lei più volte si ferma, ride e la platea ride. Quindi ricordiamoci che in questa cosiddetta difficoltà nella lettura di Flannery, in realtà l’aspetto dell’ironico e del comico, del grottesco, è fondamentale e guida poi anche alla lettura e alla comprensione.
Ma di che cosa tratta questo racconto? Leggo le quattro righe che la stessa Flannery diceva per le sue presentazioni e letture. Allora, è la storia di una famiglia di sei persone in viaggio per la Florida. Viene sterminata tutta la famiglia da un evaso che si fa chiamare il Balordo, The Misfit. Si compone la famiglia della nonna e suo figlio Bailey, dei figli di lui John Wesley, June Star e il neonato e ci sono anche il gatto e la madre dei bambini. Il gatto si chiama Pitty Sing, nascosto in una cesta. Quindi, come vedete, una storia tragica, ma in fondo non è che ci sia chissà che, raccontata così apparentemente.
Prima di provare a dirci qualcosa in più e quindi rispondere alla domanda di Paola Bergamini, vedete come in questo riassuntino brevissimo lei, Flannery, si diverte a sottolineare i nomi e a come i nomi siano così particolari. Allora, che cosa fa in tutti i racconti Flannery O’Connor? Cerca di rappresentare, di farci vedere il mistero dell’esistenza. Il mistero dell’esistenza che per lei cattolica naturalmente significa una sorta di riconoscimento intuitivo vivo di Dio, comunque il mistero dell’esistenza. Secondo Flannery O’Connor il mistero dell’esistenza, per poterlo in qualche modo assaporare, non c’è altro che un gesto o un’azione esemplare improvvisa all’interno del racconto che conceda, permetta, di mettere in contatto i personaggi con il mistero stesso.
E in questo racconto, che cos’è? Dopo che il Balordo ha fatto fuori tutta la famiglia, restano solo lui e la nonna, quindi siamo alla fine del racconto. Non è un giallo, possiamo dire cosa succede. E la nonna a un certo punto guarda il Balordo e gli dice: “Ma tu sei mio figlio? Tu sei mio figlio”. E il Balordo resta evidentemente colpito, così colpito che spara subito alla nonna e la uccide. Quindi, che cosa succede? Succede che la nonna è il medium per il passaggio della grazia, quella grazia che consentirà al Balordo forse di cambiare strada o comunque di trovare una vita diversa, una vita nuova per lui. Ovviamente noi non sappiamo cosa succederà fuori dal racconto, ma c’è questa promessa, questa attesa possibile. Quindi la grazia è per la nonna avere capito che The Misfit è uomo, non è semplicemente solo il diavolo. E a The Misfit soprattutto avere capito che la nonna lo introduceva in un piano diverso e forse migliore per lui, dove la cattiveria non necessariamente domina.
Ecco, territorio del diavolo, quindi per Flannery O’Connor il territorio del diavolo è il mondo in cui noi viviamo prevalentemente e di conseguenza è l’unico tessuto narrativo che lei può usare. Il territorio del diavolo è e forse oggi lo capiamo molto bene, credo, cosa sia il territorio del diavolo guardando la televisione, il telegiornale o gli approfondimenti. Mi pare che ne abbiamo degli esempi di una certa pesantezza e di una certa gravità. E quindi quanto mai opportuna la lettura di Flannery O’Connor. Quindi il territorio del diavolo è il territorio dove noi abitiamo e l’unica possibilità che abbiamo è quella che attraverso un gesto, un’azione spesso violenta secondo Flannery O’Connor, questo consenta però in qualche modo di illuminarci e di aprirci appunto a un altro territorio che è quello della grazia e forse aggiungo quello della salvezza o comunque ci piace pensare, mi piace pensare che la salvezza sia un orizzonte possibile.
PAOLA BERGAMINI
Benissimo, Benedetta. Cos’è la grazia di cui ci stavi accennando cosa è per Flannery?
BENEDETTA CENTOVALLI
Per Flannery la grazia è la ragione stessa, io credo, del nostro stare al mondo, la possibilità di incontrarci e di incontrare, nel suo caso, Dio, la fede e anche parteciparla e anche viverla intensamente e internamente. La grazia è una manifestazione epifanica, straordinaria, ma piccola, perché la grazia può essere un punto di luce minuscolo. La grazia è la nonna che dice “Sei mio figlio”. Ma è tanto, dire una cosa del genere a chi ti ha appena sterminata tutta la tua famiglia. Quindi la grazia è la possibilità, direbbe forse Flannery O’Connor, di utilizzare appieno l’occhio profetico che ciascuno di noi dovrebbe avere.
PAOLA BERGAMINI
Lo sguardo. Una volta abbiamo fatto una bellissima intervista qualche mese fa io e Benedetta e a un certo punto tu mi avevi detto: “È lo sguardo sbieco”, giusto? Infatti lei parla di occhio, l’occhio guercio della fede, quello sguardo che consente di vedere il male, di vedere ciò che esula dalla norma e che in realtà ci dà l’indicazione spesso di dove dirigerci per poter far sì che questa scoperta, questa riscoperta, questa epifania possa avvenire. Ed è la scelta, poi ne parleremo meglio dopo, di Flannery sempre di raccontare gli ultimi, i reietti, i più poveri, i malati, gli storpi, i ladri, gli assassini, non mai personaggi positivi. Per cui la madre era incavolata nera perché dice: “Ma per quale motivo mia figlia scrive solo storie di questo genere?”. “Io non voglio leggere queste storie, io voglio leggere Via Col Vento”. Siamo nella Georgia in anni successivi a quelli di Via Col Vento, ma l’atmosfera è ancora non tanto diversa. Siamo in piena segregazione razziale ancora nel sud degli Stati Uniti. La madre voleva una ben altra cosa e lei si ostina invece a raccontare la verità, un’America profonda, ciò che ci sembra un’America profonda, allora periferica, marginale e profonda altrettanto oggi, perché non è cambiata tanto quell’America che racconta Flannery. Lei racconta il White Trash, che è la stessa America che, come sappiamo, ha portato in buona parte, ovviamente non soltanto, all’elezione dell’ultimo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Quindi quello che racconta Flannery O’Connor è un’America degli anni ’50 che ci dice tantissimo, veramente troppo, perché avremmo preferito che quell’America fosse anche in un certo senso superata. È esattamente, credo, purtroppo, l’America che oggi sta in qualche modo tornando a quelle epoche.
Non so se ti ho risposto.
PAOLA BERGAMINI
Come sempre benissimo e mi hai dato lo spunto per un’altra domanda. Proviamo a inquadrare di più Flannery: dove vive e com’è la sua vita, perché, secondo me, ma penso che Benedetta su questo sia d’accordo, si capisce molto di più anche la sua scrittura. Benedetta durante l’intervista, ma ne avevamo parlato anche prima, è andata due volte in America, giusto? A farti un giro di Flannery, ha visto i posti dove ha vissuto Flannery. Allora, proviamo a inquadrarla, a dire chi era, forse a partire dall’esempio della gallina.
BENEDETTA CENTOVALLI
La gallina. È vero che viene sempre raccontato questo episodio, ma effettivamente dice già molto di quello che sarà tutta l’esperienza artistica di Flannery O’Connor. Lei ha la passione per i volatili che ha ereditato dalla zia Katy e quindi a Savannah, perché la sua infanzia è a Savannah in Georgia, città bellissima e città di fantasmi, non a caso. Lei alleva polli e da piccola si diverte a vestirli. Confeziona degli abitini, gli dà dei nomi particolari: Churchill, Hitler, senza troppi riferimenti storico-politici, ma perché le piaceva evidentemente usare e forse anche prendere in giro i potenti della terra, ma era molto giovane. A un certo punto un pollo le viene così dietro, che comincia ad allenarlo a camminare all’indietro e questa cosa diventa così nota a Savannah che la zia ricchissima, questa zia Katy, chiama, si mette in contatto con una troupe televisiva da New York che viene a riprendere il pollo che cammina all’indietro. Ma la vita è strana, come ben sappiamo per tutti, quel giorno il pollo col cavolo che cammina all’indietro, se ne guarda bene. E quindi l’operatore, intelligentissimo, riprende il pollo che cammina normalmente, riprende tutti gli altri animali che trova intorno e monta, anche questo lo trovate in rete, un filmato con tutti gli animali che camminano all’indietro, ma perché lui va all’indietro con la sua cinepresa dicendo, ironizzando su questo, ma non mettendo in dubbio che quella cosa effettivamente avvenisse, ma che semplicemente il pollo quel giorno non aveva nessuna voglia di obbedire a Flannery.
Allora, lei ha sempre detto che da quel momento in poi la sua notorietà è stata tale, che poi è stato tutto un anticlimax. Ma a parte la battuta bellissima che non si può non ricordare, in realtà questo pollo che cammina all’indietro, anche se non l’ha fatto lì, rappresenta esattamente quello che lei fin da molto piccola era la sua attitudine di sguardo, la sua postura anche di bambina. Era introversa, poco socievole. Amava leggere, disegnare. La madre si ostinava a fare di lei una bella ragazzina, scarpe ortopediche, probabilmente denti da sistemare, eccetera. Quindi lei odiava tutto questo e stava molto tra il cortile di casa e la sua stanza. Le amiche che andavano a trovarle, era divertente perché le metteva tutte in fila e diceva: “Beh, chi ha una storia da raccontare? Chi ha scritto una storia?”. Nessuna delle sue amiche aveva scritto niente e quindi lei si metteva in cattedra, che poi era tipo il buco o la vasca da bagno del bagno dove avvenivano queste riunioni e cominciava a leggere le storie che lei aveva inventato. Quindi, effettivamente c’è già tanta Flannery. Il pollo all’indietro è appunto quell’anomalo, il diverso, il problema, la devianza, lo strano e che lei ha poi sempre indagato e raccontato.
PAOLA BERGAMINI
Bene, dopo magari sulla sua biografia ritorniamo. Volevi? Oddio, sì, se vuoi dico, ok, scusatemi, mi vengono i dettagli alla Flannery. Si fa così ed è il bello delle interviste con lei. Quel che accade, accade. Facciamo un passo, tra virgolette, indietro come il pollo di Flannery, perché quello che ha cominciato a spiegare molto bene Benedetta è questo sguardo della grazia che per lei era la sua cattolicità, la sua fede cattolica.
Lei a un certo punto, oltre ai racconti, c’è anche il suo diario e due conferenze che lei tiene. Lei a un certo punto scrive questo: “Scrivo come scrivo perché sono, non sebbene sia, cattolica”. Benedetta accennava in questo senso alla sua scrittura. La sua scrittura è secca, asciutta. Io dico mette con le spalle al muro, non ti lascia tranquillo. Non è una scrittura morbida, non c’è niente di tutto questo in Flannery. Ma perché questa è la sua fede? Ha una fede dove non c’è nessun accenno di moralismo. È una fede forte. Poi ne riparleremo ancora con Benedetta, ma lei tutti i giorni, Benedetta, correggimi se io ricordo male, ma la sua giornata quando rientra in Georgia, dopo essere stata a New York per vari studi, master e via discorrendo, la sua giornata era messa mattutina, accudiva tutti i suoi volatili, soprattutto i suoi pavoni, lei è famosissima per questi pavoni, due ore di lavoro secco, anche perché nel frattempo si era ammalata, la malattia è stata per lei molto pesante. Ma torniamo indietro appunto su questa fede che non ha nessun aspetto moralistico.
Vi cito questo episodio. Durante una discussione sull’Eucaristia, una signora a un certo punto le dice: “Vabbè, dai, in fondo l’Eucaristia è un simbolo”. Lei si arrabbia e le risponde: “Se è un simbolo che vada pure all’inferno”. Questa era Flannery, eppure tutta la sua partita la si gioca lì, contare il mistero insondabile della verità. A te la parola.
BENEDETTA CENTOVALLI
Grazie. Allora, sì, l’episodio dell’Eucaristia, della battuta è anche questo, emblematico. Flannery O’Connor è una scrittrice cattolica assoluta, totale, non c’è metafora per lei da questo punto di vista, non c’è simbolo, ma c’è realtà. Ora, ovviamente la realtà, anche a livello dogmatico, diventa per lei la realizzazione, attraverso la parola di un racconto, di quel dogma, di quella fede così radicale che lei ha. Radicale che non concede nessuna indulgenza e che non conduce mai a un finale chiaro. Il finale è non tanto aperto quanto la conclusione spetta al lettore. È il lettore che deve portarsi a casa la grazia dopo che in qualche modo ha toccato qualcuno degli altri personaggi.
Quindi, tanto come il personaggio principale può scegliere o meno se accettare la grazia che gli viene offerta attraverso la storia che viene raccontata, il lettore è messo nella stessa situazione. Per quello i racconti in qualche modo chiudono senza veramente chiudere e questa è una grandezza assoluta perché non c’è mai retorica, non c’è messaggio, non c’è ideologia. È una macchina del pensiero, ma del pensiero totalmente immerso dentro la sua fede cattolica e questo indubbiamente per una lettura laica di Flannery O’Connor può essere un problema. Intendo dire che per capire a fondo Flannery O’Connor bisogna entrare dentro questo suo pensiero assoluto e verticale dentro la fede cattolica, ma è una fede vissuta con una tale radicalità da trovare i cattolici lettori medi del tutto in disaccordo, nel senso che un lettore medio non la capisce o non capisce perché la violenza sia uno strumento della grazia. Per quale motivo la cattiveria può essere la strada anche per arrivare alla grazia. Il Balordo uccide tutti e lei dice: “Sei mio figlio”. Questo non è il perdono, non è solo il perdono, è proprio il riconoscimento, che è diverso.
Quindi è molto complicato, direi, per tutti noi, molto complicato, ma questi vari livelli di lettura possibili, più o meno interni, sono possibili, e quindi rendono Flannery O’Connor un’autrice, io direi necessaria. Mi sembra sempre più contemporanea, importante, ci obbliga a pensare, se vogliamo, dal punto di vista della fede, se non, se siamo laici, a pensare lo stesso che cos’è il male. Il male è laico o meno o cattolico, c’è, c’è per tutti. Quindi direi che ognuno può trarne quello che meglio riesce a trarne sulla fede.
L’altra questione, e così torniamo in Georgia, l’altra questione molto singolare è che lei è una scrittrice cattolica e infatti, come tu leggevi, scrive: “Scrivo perché sono cattolica” e poi aggiunge poco dopo: “Proprio perché sono cattolica non posso permettermi di essere di meno di un artista”, come se l’arte fosse addirittura un’ulteriore realizzazione della sua fede. E per lei lo è stato pienamente. Però lei ha il sud degli Stati Uniti, sta in Georgia. Georgia vuol dire la cintura della Bibbia, The Bible Belt, ma vuol dire soprattutto maggioranza protestante. Quindi lei è una minoranza, appartiene alla minoranza irlandese e cattolica dentro un paese, una serie di paesi che sono a totale maggioranza protestante. Quindi anche questo crea una specie di disallineamento.
Lei racconta nei suoi testi, in tutti i suoi testi, mai un cattolico, ma sempre un personaggio che in qualche modo rappresenta appieno un predicatore protestante o qualcuno che comunque ha a che fare con quel tipo di quella parte di religione. E lo racconta perché è l’unico strumento che lei ha, credo, per essere compresa nella sua terra e non solo nella sua terra, quindi in tutti gli Stati Uniti possibilmente. E allo stesso tempo perché i protestanti delle varie chiese che esistevano allora e che esistono tutt’ora, gli evangelici, lo stesso Trump, sono protestanti abbastanza particolari, con delle accensioni molto forti e quindi dal punto di vista narrativo erano materiale perfetto per quello che lei voleva raccontare. Quindi alla fine lei non è una scrittrice del Sud perché è cattolica e non è una scrittrice cattolica perché è del Sud.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Adesso chiederei a Franco di leggerci due pezzetti dai due racconti. Uno è “Il Geranio”, che so che Benedetta ama molto e che non a caso, perché dà alcune indicazioni precise. E poi da “La schiena di Parker”. Sono due pezzi. A te la parola.
FRANCO PALMIERI
Il vecchio Dadley si rannicchiò nella poltrona che poco a poco stava prendendo la sua forma e guardò fuori dalla finestra. A circa 5 metri di distanza, in un’altra finestra incorniciata da mattoni rossi e anneriti, stava aspettando il geranio. Lo mettevano fuori ogni mattina verso le 10:00 e lo ritiravano alle 5:30. La signora Carson giù a casa aveva un geranio alla finestra. C’erano un sacco di gerani a casa, gerani più belli. “I nostri sì che sono gerani” pensò il vecchio Dadley. “Non questi affari rosa pallido con i fiocchi di carta verde. Il geranio che mettevano alla finestra gli ricordava il piccolo Grisby giù a casa che aveva avuto la polio e che doveva essere portato fuori ogni giorno sulla sedia a rotelle e lasciato sotto il sole a sbattere le palpebre. Luticia avrebbe potuto prendere quel geranio, piantarlo nel terreno e nel giro di qualche settimana avrebbero avuto un fiore degno di essere guardato. Quella gente lì di fronte, nello stesso vicolo, non aveva neanche la più pallida idea di cosa fosse un geranio. Lo mettevano fuori e lo lasciavano a cuocere sotto il sole infuocato per tutto il giorno, appoggiandolo così vicino all’orlo che il vento poteva rovesciarlo e buttarlo giù. Non avevano la più pallida idea di cosa fosse un geranio. Niente affatto. Non doveva stare lì. Il vecchio Dadley sentì un nodo stringergli la gola. Luticia sapeva far crescere qualsiasi cosa. Anche Rabby, la gola gli si serrò, appoggiò la testa all’indietro e cercò di schiarirsi le idee. Non c’erano molte cose a cui poteva pensare senza che la gola gli si serrasse in quel modo.
PAOLA BERGAMINI
E su questo è tratto invece da “La schiena di Parker”.
FRANCO PALMIERI
Tremando, Parker armeggiò per accendere la lampada a petrolio. “Cosa ti viene in mente? Perché sprechi il petrolio che è quasi giorno?” volle sapere lei. “Non ho bisogno di vederti”. Un bagliore giallo li avvolse. Parker mise giù il fiammifero e cominciò a slacciarsi la camicia. “Stamattina non sognarti di prendermi”, l’avvisò Sarah Ruth. “Chiudi il becco”, disse Parker tranquillo. “Guarda questo e poi non voglio più sentire una parola da te”. Si tolse la camicia e le voltò le spalle. “Un altro disegno”, ringhiò Sarah Ruth. “Avrei dovuto immaginarlo che eri andato a farti disegnare altre porcherie sulla pelle”. Parker si sentì svuotare le ginocchia. Si girò di scatto e urlò: “Guardalo, non stare lì a parlare e basta, guardalo. Ho guardato e non sai chi è?” gridò lui tra mille tormenti. “No, chi è?” si informò Sarah Ruth. “Non è nessuno che conosco, è lui”. “Lui chi?” “Dio”, gridò Parker. “Dio, ma Dio non è così”. “E come fai tu a sapere che faccia ha?” gemette Parker. “Mica l’hai visto?” “Dio non ha la faccia”, spiegò Sarah Ruth. “È uno spirito. Nessun uomo vedrà mai il suo volto”. “Ascolta”, si lamentò Parker. “Questo è proprio il suo ritratto”. “Idolatria!” tuonò Sarah Ruth. “Idolatria! Ti scaldi la testa con gli idoli a ogni passo che fai. Io posso sopportare le bugie e la vanità, ma non voglio idolatri in questa casa”. E afferrando la scopa cominciò a picchiarlo sodo sulla schiena. Parker era troppo sbalordito per resistere. Restò seduto e lasciò che lei lo picchiasse finché fu sull’orlo dello svenimento. E sul viso del Cristo si formarono grossi cordoni di gonfiore. Poi si alzò e si diresse alla porta barcollando. Sarah Ruth batté due o tre volte la scopa sul pavimento, poi andò alla finestra e la scosse fuori per liberarla del contagio di Parker. Sempre con la scopa in mano, guardò verso il noce americano e gli occhi le si fecero ancora più duri. L’uomo che si chiamava Obadiah era là appoggiato all’albero e piangeva come un bambino.
PAOLA BERGAMINI
Grazie Franco. Risentirlo mette ancora i brividi. Benedetta, soprattutto per me forse più “La schiena di Parker”. Come avete potuto iniziare a percepire, vedete che non c’è un filo di sentimentalismo. È di una durezza e di una, direi realismo, no, non è giusto, non è il termine. Il termine è realtà, è molto meglio, secondo me, ed è una proprio delle cifre di Flannery O’Connor, come diceva prima Benedetta.
BENEDETTA CENTOVALLI
Ascolta, posso solo dire una cosa in coda ai due racconti che mi è venuta in mente adesso. Forse non era un caso. “Il geranio” è il primo racconto che Flannery O’Connor scrive, lo scrive mentre fa un master nella tesi di laurea. Anche questo fa molto riflettere, una tesi di laurea che è fatta da una raccolta di racconti. Quindi è il primo racconto e come avete ascoltato il geranio può essere ovviamente quello che noi vorremmo leggendo, ma credo che per il protagonista, per Dadley, rappresenti in qualche modo di nuovo il mezzo, l’accesso possibile alla grazia. Non è ancora così definita la storia come avverrà negli anni successivi. È più sfumata, tanto che infatti su questo racconto lei tornerà fino alla fine riscrivendolo più e più volte, ma è un racconto incredibile e non è un caso che il titolo “Il geranio”, che poi lei in realtà rimuoverà, è, secondo me, stupendo e mette l’accento proprio su questo fiore, su questa possibilità.
Ora “La schiena di Parker” è l’ultimo racconto che Flannery O’Connor scrive, perché lo scrive proprio in ospedale, lo scrive, lo riscrive, lo aggiusta fino alla morte, fino proprio quello che viene trovato sul tavolino dell’ospedale dove lei è ricoverata. E anche qua, come avete sentito, la figura di Cristo che lui si fa tatuare, l’immagine, il volto di Cristo che si fa tatuare sulle spalle, sono di nuovo la simbologia piena dell’incarnazione. Quindi torniamo al discorso dell’Eucaristia di prima. Simbolo non è simbolo perché si fa carne, si fa carne e sangue, come sentiamo dalla lettura quando la moglie lo prende a scopate sulla schiena. E allo stesso tempo però, di nuovo, è la possibilità per il protagonista, per Parker, di nuovo di accedere alla grazia. Quindi il geranio si è trasformato nella… nella schiena, no, ma nella figura di Gesù Cristo Sì
PAOLA BERGAMINI
Bene. Allora, come accennava prima, come abbiamo cominciato a sentire adesso, i protagonisti dei racconti e dei due romanzi sono tutti balordi, assassini, storpi, idioti quattordicenni fuori di testa. È un’umanità al limite. Se ne parlava con Benedetta quando abbiamo fatto la nostra intervista, per cui è impossibile immedesimarsi, non ti puoi immedesimare, ma lei non vuole. Non è questo, giusto Benedetta? Non è questo a cui lei punta, per cui siamo ancora dentro la realtà. Eppure quando lo si legge la lettura suscita sempre delle domande per quello che ha detto prima, accettare o rifiutare la grazia, cioè più che questo, accettare o rifiutare che dentro la realtà che ti si pone l’incontro con il mistero della, che il senso ultimo della vita ti si sveli, ce l’hai lì. Accettare o rifiutare è sempre qualcosa di molto forte.
Parlandone con una mia amica, soprattutto de “Il cielo dei violenti”, lei mi diceva: “Vedi, quando leggi Flannery O’Connor, la misericordia non è un soffio leggero, non è qualcosa, è un fuoco che ti brucia, che ti brucia dentro”. Allora, chiedevo a Benedetta di provare a immergerci di più dentro questo dato della lettura di Flannery e soprattutto a te, Benedetta, che cosa suscita?
BENEDETTA CENTOVALLI
A proposito dei personaggi, vuoi dire? Ok, e anche in genere. Allora, la questione dei personaggi, sì, è una scelta proprio di mondo che lei fa e un po’ abbiamo cercato di dirla prima. Se l’uomo abita prevalentemente un territorio tenuto in gran parte dal diavolo, i personaggi che si muovono in questo territorio, a maggior ragione sono quel tipo di personaggi. C’è anche una ragione però non solo legata alla fede o legata alla lettura cattolica della realtà che Flannery O’Connor fa, c’è alla fine anche una ragione più narrativa, ma dire questo è leggermente sbagliato perché in Flannery O’Connor le ragioni stilistiche e tecniche della scrittura narrativa equivalgono in qualche modo a quelle della religione. Vale a dire che per lei un racconto ben scritto che porti il lettore a fare quel tipo di esame di coscienza, accettare, arrivare alla fine del racconto, accettare o meno di incontrare la grazia, deve essere fatto in maniera così precisa, puntuale e attenta con oggetti, dettagli, colori, animali, persone che popolano i suoi racconti, che quello è un atto di fede religiosa allo stesso modo quanto quello che lei può fare tutte le mattine quando va alla messa. Quindi scelta tecnica e stilistica quella dei balordi, che però equivale, come abbiamo detto, anche a una scelta più religiosa.
Tecnica stilistica in che senso? Nel senso che ovviamente sentirsi raccontare la storia di un brav’uomo e basta, non crea in genere un’aspettativa, non può creare dal punto di vista narrativo un’aspettativa nel lettore. Chi legge ha per necessità bisogno che una storia si svolga e quindi parta da un punto, abbia un suo apice, poi bene o male una sua conclusione, una sua non conclusione effettiva, chiusa. Quindi il cattivo si legge più volentieri, si racconta meglio e si legge più volentieri.
In un testo bellissimo che se non vi è capitato di leggerlo, leggetelo, è un’introduzione che Flannery O’Connor scrive al memoir di Mary Ann. Cerco di essere rapida perché si capisce molto bene quello che lei pensa, credo. Mary Ann è una ragazzina afflitta da un cancro, un tumore terribile che le prende metà del volto e glielo deforma. Dall’età di 3 anni ai 12 è ospitata da un istituto di suore che si chiama Hawthorne. È stato fondato da Rose Hawthorne che era la figlia di Nathaniel Hawthorne, del grande scrittore. Questa scuola, questa casa di cura per malati terminali, praticamente un vero e proprio hospice, ospita la ragazzina fino alla fine e poi queste suore chiedono a Flannery di raccontare la storia di Mary Ann e Flannery O’Connor si rifiuta di farlo. Ovviamente non in modo così netto, dice che non ha tempo, non può, eccetera, sperando che non se ne faccia di niente.
Pochi mesi dopo, siamo nel 1960, le arriva il tomazzo scritto dalle suore su Mary Ann che lei legge, un po’ infastidita, però a quel punto non poteva più sottrarsi e scrive la nota introduttiva. Nella nota introduttiva racconta due cose fondamentali. Uno, la potenza e l’importanza dell’incompiuto, il bene non è ciò che è perfetto, ma ciò che è perfettibile. Il bene è la possibilità, il bene è un cammino, è un cambiamento costante. Il male, il diavolo, è la perfezione. E io credo quanto anche questo possa essere utile anche nelle nostre quotidianità. E quindi il volto incompiuto di Mary Ann può essere raccontato e compiuto attraverso la scrittura e attraverso il racconto della sua vicenda e questo è l’aspetto più teorico di pensiero.
Poi lei si sofferma su un ragazzino che questa suora aveva raccontato, Willy. Era stato ospitato nella casa ed era un ragazzino che all’inizio sembrava simpatico, in realtà un delinquente, un discolo, uno che faceva danni e Flannery dice: “Beh, io non potevo raccontare Mary Ann, ma avrei potuto raccontare Willy. Anzi, io posso raccontare solo quel tipo di personaggio, quel tipo di persona”. Ed è quello che effettivamente fino alla fine poi ha fatto.
PAOLA BERGAMINI
Benissimo. Andando avanti nel nostro cammino, camminando nel territorio di Flannery, continuiamo a camminare dentro. Proviamo anche, lei è stata importante per tutti i suoi rapporti anche a livello culturale, Benedetta. Allora ricordo anche un’altra cosa fondamentale che mi sono dimenticata di dire all’inizio. Non a caso la scuola di scrittura creativa del Centro Culturale di Milano si titola Flannery O’Connor perché lei per tutti gli scrittori è una maestra di scrittura, giusto Benedetta? Avete provato già a sentirla adesso, io vi invito a leggere i suoi racconti e i suoi due romanzi perché è quasi cinematografica la sua scrittura, tu vedi davanti quello che accade, ma questo lo spiega meglio Benedetta. E soprattutto proviamo a inquadrarla per i pochi anni che lei si è allontanata dalla Georgia, perché poi spiegaci tu, Benedetta, cosa succede.
BENEDETTA CENTOVALLI
Dunque per fare rapidamente il tragitto esistenziale di Flannery O’Connor, la sua educazione è prevalentemente nella sua città, dove poi vive dopo Savannah lei vive a Milledgeville che è una cittadina nel cuore della Georgia, dove c’era un ottimo college che lei fa fino all’università, college femminile rigorosamente. Dopodiché si reca nello Iowa che abbiamo citato prima, dove farà questo master di giornalismo, ma poi passerà alla scrittura e la tesi di laurea meravigliosa con sei racconti, tra cui “Il tacchino”, “La lince”, racconto splendido, e il primo “Il geranio”.
E poi avrà pochissimo tempo per fare delle vere e proprie esperienze più personali e culturali tra New York, il Connecticut e Yaddo, dove comincia ad avere una rete di amicizie importanti che saranno poi quelle che l’aiuteranno anche in qualche modo a trovare gli editori, a capire che ci vuole un agente letterario per potere piazzare meglio i propri testi. Quindi è un momento di socialità. Io sono stata a New York, nel posto dove in buona parte ha abitato, che era vicino alla Columbia University e lei abitava un palazzo dove racconta poi lei stessa, usciva per andare alla mensa dell’università o in una caffetteria lì vicino e nella chiesa, anche lì tutte le mattine era una chiesa a pochissimi metri da questo specie di dormitorio dove lei stava. Quindi faceva una vita estremamente ritirata, ma naturalmente scriveva, stava scrivendo allora “La saggezza nel sangue”.
In quegli anni lì, però sono anche gli anni di maggior apertura mentale, evidentemente è fuori dalla Georgia, quindi vede un mondo che non aveva mai visto. Entra nel ’50 in un viaggio di rientro dal Connecticut dove era ospite dei Fitzgerald, grandissimi, una coppia molto cattolica, scrittori, traduttori e molto amici di Flannery O’Connor. Tornando sta male e la portano subito in ospedale ad Atlanta e da lì a poco ci sarà la terribile diagnosi di lupus. Lei ha 25 anni, quindi capiamo che sa già bene cosa vuole fare. Vuole fare la scrittrice e sta facendo la scrittrice.
Forse dobbiamo ricordare un’altra cosa. C’è un altro turning point, momento fondamentale della sua vita, che è quando muore il padre nel 1941. Il padre è stata una figura fondamentale per lei. È quello che l’ha spinta a scrivere, a disegnare, l’espressione artistica. Quando muore è un taglio, un dolore grandissimo. Ed è lì che lei cementa, probabilmente, la sua voglia di, attraverso questo talento che lei ha, la forza di scrivere, di scrivere in modo impegnato, importante, di lasciare un segno, una traccia di quello che è anche il suo pensiero. Quindi la morte del padre è molto legata, credo, alla sua, a quello che lei poi farà. Però a 25 anni lei ha una diagnosi di lupus che voleva dire comunque una morte più o meno ravvicinata e questo significa anche un tempo di vita limitato, che si sa essere limitato sempre per ciascuno di noi, ma che in quel caso ha un termine abbastanza visibile.
Lei a quel punto non sprecherà più una goccia sola del suo tempo e lo passerà, per quanto le sarà possibile con la malattia, a scrivere, nonostante quel ritmo giornaliero che prima Paola benissimo diceva. E abiterà perché non potrà più fare le scale, dovrà quasi subito usare le stampelle e sono delle stampelle in acciaio molto moderne per l’epoca, ma siamo in America. E quindi abiterà il piano terra di una fattoria che si chiama Andalusia, dove lei potrà perlomeno sbizzarrirsi nella sua passione per i volatili e in particolare per i pavoni. Arriverà ad averne 40, il che voleva dire che affacciandosi dalla finestra del suo studio ce n’era sempre almeno uno che stava facendo la ruota. Anche quello ha a che fare in qualche modo con la grazia.
Tutto questo ci dice, credo, di un talento sicuramente straordinario, di una volontà straordinaria, della capacità di mettere insieme le due cose, che non è banale, volontà e talento, e avere sentito proprio di avere questa missione a cui ciascuno di noi può poi aggiungere l’aggettivo che meglio crede, ma una missione a cui lei non poteva assolutamente mancare e non è mancata. Avrebbe potuto scrivere molto di più indubbiamente, ma ci lascia un patrimonio di testi piuttosto importante. Due romanzi, mi pare 32 racconti e poi un sacco di conferenze e lettere. Tantissime lettere non sono state ancora se non parzialmente tradotte in Italia. Ora dovrebbe uscire una nuova edizione che sono anche quelle meravigliose, hanno mille destinatari diversi, sono tantissime, quindi sicuramente ne vedremo solo una parte. Quindi lei è tutto questo e molto altro, molto molto altro.
PAOLA BERGAMINI
Flannery è tutta nei suoi scritti ed è continuamente una scoperta, Benedetta, però lei una volta varca l’oceano, l’unico viaggio che lei fa. E perché?
BENEDETTA CENTOVALLI
E perché la costringono in qualche modo, le spiegano che andare a Lourdes chissà, non si sa mai e potrebbe anche funzionare. Lei ci crede poco perché, come abbiamo capito, la sua religione radicale, assoluta, quindi il miracolo e soprattutto luoghi di una certa sacralità e forse a volte anche di una certa ambiguità, non le sono così familiari. Però va, si fa convincere, va in realtà diventa anche un viaggio in Europa, ma il cui centro è poi Lourdes e fa anche il bagno, si immerge nelle vasche e lei pare, dice di avere chiesto a Lourdes, alla Madonna, di farle finire di scrivere quello che stava scrivendo, di farla scrivere così come le lettere a Dio aveva fatto quando era ragazzina, e non le chiede di guarire, le chiede di scrivere, di dargli ancora tempo per scrivere. Tornando a casa, il miracolo, tra virgolette, sarà quello che effettivamente per un po’ di tempo starà meglio. Quindi la madre dice: “Vedi che valeva la pena, bisognava andare a Lourdes”. E quindi questo è l’unico viaggio che lei fa. Va, anche se non erro, in Portogallo, visitano vari altri santuari mariani, ma lei non uscirà dalla stanza, solo a Lourdes veramente va e agisce.
PAOLA BERGAMINI
Ho chiesto a Benedetta di raccontarlo non per fare l’aneddoto, ma per far capire ancora di più chi era Flannery O’Connor. Lei cosa chiede a Lourdes? Non chiede la guarigione, chiede a Dio di poter scrivere, perché questa era la sua missione.
Un’ultima domanda, così dopo volevo chiedere ancora alla fine a Franco, faccio un’ultima domanda, Benedetta e poi vedo che forse ce la facciamo, di leggere ancora un pezzo da “Il cielo dei violenti”. Prima Benedetta, l’attualità di Flannery per i giovani. So che non è facile per i giovani leggere perché Benedetta insegnando sia in università che nei corsi di scrittura creativa so che ha a che fare. Ma perché è così importante? Lo dico anche per gli insegnanti che qua ci sono.
BENEDETTA CENTOVALLI
Allora la prima cosa, la più facile, quella che abbiamo già detto, è facile per modo di dire, è la qualità della scrittura. Quindi indubbiamente i racconti e i romanzi di Flannery O’Connor sono insegnamento allo stato puro di cosa significhi o cosa possa significare scrivere veramente narrativa. Non a caso alcuni degli scrittori forse più importanti della seconda metà del ‘900 americani che sono Raymond Carver e Cormac McCarthy sono partiti anche loro da Flannery O’Connor e hanno cominciato da lì, quella è stata la loro palestra. Quindi da Flannery O’Connor si può veramente attingere a un intero universo.
Chi ha letto “Il cielo dei violenti”, pensiamo soltanto, per esempio, ai due oggetti che ricorrono nel romanzo che sono uno, l’apparecchio acustico che usa Rayber e l’altro il cavatappi, che sono due oggetti d’uso, che rappresentano la razionalità. Sono entrambi, Rayber regala il cavatappi a Tarwater e l’apparecchio acustico serve a Rayber per sentire quello che non vuole sentire, che non riesce, perché è sordo, è sordo alla chiamata. Quindi sono due oggetti che ricorrono lungo il romanzo e sono fortemente attrattivi, sono proprio dei talismani, funzionano perfettamente. Ecco, lei qui è proprio il cappello e i cappelli che indossano quasi tutti i suoi personaggi che hanno un colore, possono avere una piuma, possono essere decorati o meno. Un universo sempre da scoprire con in continua evoluzione, perché l’altra cosa era quella che stavamo dicendo prima, il lettore si trova davanti a qualcosa che lo obbliga non solo a fare fatica per cercare di capire cosa sta succedendo nel racconto, ma anche a completarla quella storia e quindi questa fatica richiesta, questo impegno alla lettura è talmente estraneo ai giorni nostri, che si dice sempre che i libri sono belli quando si leggono tutto d’un fiato. Ecco, io bandirei tutti i libri che si leggono tutto d’un fiato. I libri devono fare e opporre resistenza, così come noi dobbiamo opporre resistenza a quello che ci sta intorno per potere filtrare quello che ci circonda e capirlo. Quindi tutto ciò che si legge tutto ad un fiato più o meno direi che può andare nel cestino, che va bene lo stesso.
Forse però la cosa che mi si è aperta di più rileggendo per questa occasione “Il cielo è dei violenti” è che molti dei personaggi di Flannery O’Connor e non sempre ce ne sono ragazzi, sono giovani. “Il cielo è dei violenti” ha come protagonista un quattordicenne, sì, sbandato, particolare, ma è un quattordicenne che attraverso delle vicende in cui la violenza, la difficoltà lo obbliga a sterzare da una parte o dall’altra senza a volte capire dove si sta dirigendo, finché alla fine in qualche modo quella strada a lui si palesa. Quindi vuol dire che in qualche modo quei ragazzi che Flannery O’Connor racconta e non è solo Tarwater, ci sono in tanti altri racconti, sono ragazzi full of promise, pieni di promessa, pieni di futuro. E questo mi sembra la cosa più bella che noi possiamo portare con noi, la lettura di Flannery O’Connor ci dice che possiamo guardare, nonostante il territorio del diavolo che abitiamo, siamo costretti, dobbiamo guardare lontano, guardare al futuro e aggiungerei in questo caso anche con speranza, perché se no, siamo veramente messi molto male.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Perfetto. Chiedo a Franco di leggerci un ultimo pezzo.
FRANCO PALMIERI
Lui e suo figlio avevano iniziato a vivere insieme una vita calma, automatica, come due scapoli, le cui abitudini erano così facilmente sincronizzate che non facevano nemmeno caso l’uno all’altro. D’inverno lo mandava a una scuola per bambini dove Bishop aveva fatto grandi progressi. Si lavava da solo, si vestiva da solo, mangiava da solo, andava in bagno da solo e sapeva prepararsi pane e burro, anche se a volte il burro prendeva il posto del pane e viceversa. Per la maggior parte del tempo Rayber viveva con lui senza essere dolorosamente consapevole della sua presenza, ma c’erano ancora dei momenti in cui, in un punto imprecisato della sua anima, veniva travolto dall’amore che provava per il figlio, un amore violento da lasciarlo sgomento e depresso per giorni e preoccupato per la sua stessa sanità mentale. Era solo un aspetto della maledizione che gli scorreva nel sangue.
Di norma guardava Bishop come una variabile alla crudeltà del destino. Lui non credeva di essere stato creato a immagine e somiglianza di Dio, ma non aveva dubbi sul conto di Bishop. Il ragazzino faceva parte di una equazione semplice che non necessitava di ulteriore soluzione, tranne nel momento in cui, con un breve preavviso o anche senza, si sentiva sopraffatto da quell’amore spaventoso. Qualsiasi cosa gli capitava a tiro poteva scatenarlo. Non era necessario che Bishop gli stesse accanto. A volte era un rametto o un sasso, la sagoma di un’ombra, l’assurda andatura da vecchio di uno storno che attraversava il marciapiede. Se sovrappensiero si abbandonava, veniva travolto da un’improvvisa, quanto morbosa ondata d’amore che lo terrorizzava, talmente potente da buttarlo a terra come in uno stupido atto di idolatria. Era del tutto irrazionale e anomalo. Non aveva paura dell’amore in generale, né conosceva il valore e l’utilizzo, lo aveva visto in azione in casi in cui null’altro aveva funzionato come con la sua povera sorella. Niente di tutto questo aveva la benché minima rilevanza nella sua situazione. L’amore che travolgeva lui era di ordine completamente diverso. Non era il tipo d’amore che si potesse adoperare per migliorare la condizione di suo figlio o la sua. Era un amore immotivato, l’amore per qualcosa che non aveva futuro, un amore che esisteva solo per sé stesso, imperioso ed esigente. Il genere d’amore che lo avrebbe fatto impazzire in un attimo ed ebbe inizio con Bishop, iniziò con Bishop e poi come una valanga travolse tutto ciò che il suo raziocinio odiava. Insieme a quell’amore avvertiva sempre una fitta di nostalgia per gli occhi del vecchio, insani, color pesce, violenti per l’impossibilità di realizzare la sua visione di un mondo trasfigurato, puntati di nuovo su di lui. La nostalgia era come una risacca nel suo sangue che lo trascinava indietro verso quella che Rayber sapeva essere follia.
PAOLA BERGAMINI
Grazie mille. Grazie Franco. Siamo alla conclusione di questo nostro incontro. Guardate solo in questo breve pezzetto che ci ha letto, quante volte ritorna la parola amore e dove non c’è neanche un filo di sentimentalismo, dove c’è la profondità di un rapporto e dove tutto, appunto, lo sguardo della grazia è questo sguardo sbieco è buttato lì. Mi sembra che qui emerga tantissimo. Io ringrazio Benedetta Centovalli tantissimo di essere venuta con noi, Franco Palmieri per aver letto in modo così stupefacente Flannery.
Allora, ricordo a tutti che questo incontro fa parte, è l’ultimo, abbiamo finito appunto col botto, ho detto all’inizio, fa parte del dell’Arena di Tracce, è possibile abbonarsi, rinnovare l’abbonamento ancora per oggi allo stand qui di fianco, solo per il Meeting ci sarà in regalo questo libretto dove sono raccolte le storie di cui vedete i volti che su tutte le pareti. Vi ricordo anche che non c’è solo la rivista cartacea, ma c’è il sito di CL da vedere, da leggere, pieno di ricchezze, di storie, di giudizi. Infine, un’ultima cosa, qui siamo al Meeting. Ognuno sappiamo benissimo che è dato dai tanti volontari, da chi ci mette tutta la passione, ma ognuno di noi può dare un contributo anche piccolo al Dona Ora. Lo vedete lì davanti a me, sono in giro i ragazzi con i loro birocci per poter sostenere questa grande opera. A tutti buonasera.










