GIOVANI OGGI, CITTADINI DOMANI: QUALI CONTENUTI PER LA SCUOLA?

Organizzato da CdO Opere Educative/FOE, Diesse, Di.S.A.L, Associazione Culturale Il Rischio Educativo

Pinella Crimì, vicepresidente nazionale Forum delle Associazioni familiari; Simona Malpezzi, senatrice della Repubblica, Partito Democratico e vicepresidente commissione bicamerale infanzia e adolescenza; Francesco Manfredi, presidente INDIRE; Dario Eugenio Nicoli, professore di Sociologia economica, del lavoro e dell’organizzazione, Università Cattolica del Sacro Cuore; Roberto Nicolucci, professore di Storia dell’arte e membro del CDA di Unimarconi. Modera Maurizio Amoroso, vicedirettore Tgcom24 e collaboratore Tuttoscuola

Il dialogo vuole analizzare le sfide e le opportunità che caratterizzano il mondo giovanile contemporaneo individuando contenuti e competenze che la scuola deve promuovere per prepararli al futuro e per formarli nella loro interezza. In questo contesto, la sinergia tra scuola, famiglia e altre agenzie educative deve trovare spazi nuovi di condivisione e riflessione.

Con il sostegno di Regione Emilia-Romagna

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Maurizio Amoroso

Buonasera, buonasera a tutti, benvenuti a questo incontro organizzato dal Meeting in collaborazione con la CDO Opere Educative, la FOE, le associazioni dei docenti e dei dirigenti di ISAL e DS e l’associazione culturale Il Vischio Educativo. Permettetemi di iniziare riallacciandomi a quello che è il titolo del Meeting, la frase di Eliot: “In luoghi deserti costruiremo con mattoni nuovi”. Perché voglio riallacciarmi a questo titolo? Che cosa c’entra col titolo che è stato scelto per questo incontro: “Giovani oggi, cittadini domani, quali contenuti per la scuola?”. Lascerei a voi decidere se in questo momento la scuola è un luogo deserto nell’accezione che gli dà la frase di Eliot o non lo è, ma certo spesso ce lo fa pensare e qualche volta ce lo fa anche temere, visti i fatti di cronaca che sono accaduti in questi ultimi mesi all’interno degli istituti scolastici. Tempi difficili per tutti, tempi difficili per docenti e dirigenti che finiscono sempre più spesso nel mirino delle polemiche per le loro decisioni, tempi difficili per le famiglie che appaiono disorientate, non sanno cosa fare, a che cosa appigliarsi. Tempi difficili anche per gli studenti che manifestano insofferenza, indifferenza sempre maggiore per la scuola, insofferenza che degrada nell’intolleranza e qualche volta anche nella violenza. Tempi difficili soprattutto anche perché sembra definitivamente crollato quello che era considerato uno dei pilastri del modello scolastico italiano, la scuola come luogo di incontro tra tutte le parti sociali che sono coinvolte: i professori, le famiglie come educatori e appunto gli studenti. Un rapporto che negli ultimi tempi sembra essere veramente imploso – un po’ come le Torri Gemelle – e soprattutto un rapporto condizionato da quella che è stata già chiamata da qualcuno la “catastrofe educativa”, come fa il filosofo Umberto Galimberti che già parla da diverso tempo di una scuola che non educa più. Se le cose stanno così, credo che parlare di costruzione nell’accezione che dà il Meeting a questa parola sia importante, molto importante, non solo per parlare di nuove regole o nuove riforme o anche di maggior rigore, che certe volte è necessario perché ci sono dei casi che vanno oltre. Però questo permette uno sguardo positivo, un nuovo paradigma e anche una sfida per tutte le parti sociali che sono coinvolte in questa vicenda. Ma allora mi domando, se il problema è questa costruzione o ricostruzione della scuola, da che cosa dobbiamo partire? E come dobbiamo costruire? “Con mattoni nuovi”, dice il titolo del Meeting. Ma quali sono questi mattoni nuovi? Dove li andiamo a trovare? Sono forse le nuove tecnologie? È forse l’intelligenza artificiale che dilaga sui banchi degli studenti e un po’ meno sulle cattedre dei professori? O sono nuove tecniche di insegnamento o cos’altro? È proprio di questo che vogliamo parlare questa sera nel nostro incontro e di come affrontare questi nuovi scenari giovanili, delle sfide, delle opportunità che questa situazione comunque ci fa trovare di fronte e di quelli che devono essere i contenuti che la scuola deve promuovere per formare questi ragazzi, questi nostri studenti, nella loro interezza.Faremo questo lavoro grazie ai nostri ospiti che io vi presento. Il professor Dario Nicoli che è docente di Sociologia Economica e del Lavoro dell’Università Cattolica di Brescia, è il primo alla mia sinistra. Il professor Francesco Manfredi, Presidente dell’INDIRE, che voi sapete è l’Istituto Nazionale per l’Innovazione e la Ricerca Educativa. Qui alla mia sinistra la professoressa Pinella Crimì, in rappresentanza delle associazioni delle famiglie. La senatrice del PD, Simona Malpezzi, la conoscete perché è sempre nelle nostre trasmissioni, ex insegnante, una dei firmatari della legge 22 sulle competenze non cognitive nella scuola. E il dottor Roberto Nicolucci, docente di storia dell’arte e membro del CDA di UniMarconi. Grazie degli applausi.Io inizierò dal professor Nicoli, e inizierei da una cosa che magari vi può sorprendere, perché leggendo alcuni dei suoi scritti, a proposito della condizione giovanile oggi, lui parlava e usava una parola che mi aveva colpito: straniamento. Che cos’è questo straniamento e che cosa c’entra adesso con le cose che ci stiamo dicendo?

Dario Eugenio Nicoli 

Lo straniamento è una condizione esistenziale per cui la persona non ha punti di riferimento né esterni né interni, galleggia, si lascia trascinare. Si lascia trascinare nel nostro caso da una sorta di tensione verso la comodità, verso ciò che stimola però con una breve tenuta sullo stimolo per passare a quello successivo. Praticamente è come se fosse un utente di un’esperienza comunicativa che gli passa davanti continuamente e si lascia attrarre. L’essere umano senza punti di riferimento non riesce a muoversi, si piega su se stesso. Io ho fatto una scuola autoritaria, l’ultima stagione della scuola autoritaria. Devo dire che sono contento perché ho avuto un contrasto, ho potuto vivere un contrasto. La mia generazione è maturata nel contrasto, poi abbiamo trovato un punto di equilibrio, però avere un’autorità ti consente di esserci come figura che cerca di trovare un elemento nuovo, che cerca di affermare la propria identità. La questione che io vorrei porre è questa: c’è in questo momento una sconnessione tra le domande che vengono rivolte alla scuola, ciò che è chiesto alla scuola di fare e l’apparato con cui è stato costruito soprattutto negli ultimi 20 anni il sistema della scuola, che porta a delle mosse inutili. C’è chi parla di burocrazia perché si tratta di carta. Però io conosco abbastanza bene il mondo delle scuole e dico che su cinque mosse, tre sono inutili. La maggioranza degli sforzi che fanno gli insegnanti sono inutili perché non sono sforzi sui ragazzi, non sono sforzi sul luogo, sul legame coi colleghi, ma sono sforzi su dei mediatori. La didattica per competenze l’ho portata avanti per tanti anni con un approccio piuttosto umano. Però come l’ho vista realizzata, ho visto che ruota a vuoto su se stessa e crea un gruppetto di adepti, ma la gran parte degli insegnanti la mal sopportano. Quando io rilevo che i documenti delle competenze vengono scritti nel mese di giugno, ho detto tutto. La didattica per competenze ha uno scopo buono, che è mettere lo studente, la studentessa nel reale e metterla di fronte all’esperienza della cultura, non soltanto assorbirla e ripeterla, ma fare esperienza di cultura, avere il gusto e il piacere. È quello che chiamiamo universitas. L’esperienza dell’universitas è dentro nel flusso della cultura, ci metti del tuo, sono cose che ti ricordi per la vita. Se la questione è fare in modo che ci siano delle esperienze di realtà, entro cui i ragazzi scoprono ciò che noi intendiamo che apprendano, ciò che abbiamo deciso essere fondamentale che apprendano, penso che occorrerebbe sollecitare gli insegnanti a farlo, a dire come lo fanno e a verificarlo, punto, non con degli elenchi sterminati di documenti con indicatori che non finiscono mai. Io chiamo questa operazione tecno-didattica. La svolta tecnicistica o tecnocratica non è soltanto nelle tecnologie collegate alla comunicazione, alla produzione, a tutto. La svolta è anche nelle educazioni. Ora chiamiamo questa stagione finita. Più che fare riforme, qui bisogna liberare la scuola da ciò che impegna senza un nesso immediato, senza un guadagno immediato sui ragazzi e sulla comunità, e renderla invece un ambiente. Secondo me il Covid è stato anche provvidenziale perché ha richiamato l’importanza della relazione. La relazione è la condizione dentro la quale avviene tutto. Io avevo insegnanti, solo metà si relazionavano con noi, agli altri non importava tanto. Facevano la loro lezione, la verificavano, erano molto preparati. Ma in questo momento, da tanti anni, i ragazzi li conquisti soltanto dentro una relazione. Perché gli adulti non si fidano di nessuno e i ragazzi non si fidano neanche loro. Non c’è un’autorità di cui fidarsi e non possiamo appoggiarci a un’etica della responsabilità, del dovere. Non c’è più neanche nel lavoro; caso mai nel lavoro c’è l’etica minimale, faccio quello che è inattaccabile, e per una minoranza l’etica della realizzazione. Così anche nel mondo della scuola. I ragazzi li conquisti con la simpatia. Io ho una preparazione di sociologia economica, ma penso di conoscerlo bene. Adam Smith sostiene che l’economia e la vita sociale si basano sulla simpatia, che sarebbe la capacità di mettersi nei panni dell’altro. Il macellaio al mattino pensa ai suoi clienti e compra dei pezzi di carne in modo tale che soddisfino le esigenze e propone anche qualcosa di nuovo. Simpatia è una virtù morale. Le energie della scuola sono, la prima fondamentale, la passione della propria disciplina e la passione per i ragazzi, l’amore per i ragazzi. Ma la passione, l’amore per i ragazzi scaturiscono da un’altra dimensione che è stata dimenticata per tanto tempo e si chiama vocazione. La vocazione unita alla professionalità è la professionalità plus, è di più di una professionalità, è di più di fare bene il proprio compito, quindi che uno sia preparato è indispensabile. Però uno è tanto più capace di proporre ai ragazzi un’esperienza culturale, quanto più padroneggia la sua disciplina. Anche tante esperienze che sono state fatte, che io chiamo “novismo”, sono finite. Per esempio quello delle classi in giro per l’Istituto, un caos terribile. Se la classe è un’istituzione italiana, ha del buono. Io non posso contrastare la classe perché devo immaginare un modello scandinavo. Non ha senso, tu non rispetti il genius loci e la storia di una nazione. Ogni nazione ha la sua storia di scuola. Se c’è una cosa su cui le nazioni dimostrano la loro personalità è il modo in cui fanno scuola. Ora, questo è il tempo di oggi: liberare le energie degli insegnanti, dei dirigenti, togliere, fare un lavoro, togliere i tre quinti delle cose, togliere soprattutto gli schemi, le griglie, le tabelle, perché l’esperienza dell’insegnamento è qualcosa che scaturisce dall’anima, e non puoi dire agli insegnanti come devono fare. Ci sono due interventi del ministero che voglio segnalare. La riforma 4+2 è una vera e propria riforma. Io sono esperto della parte dell’insegnamento al lavoro. Per me 4+2 è la soluzione. Creare un sistema per filiere verticali, coerenti, non per istituti, titoli di studio. Questa cosa, il 4+2, la vedo male, però io ci credo. La vedo male nel senso che nella scuola devo sempre essere un po’ pessimista. Invece l’intervento, la riforma dell’orientamento non è una riforma per nulla, perché sono state dette tutte cose, io ho trovato delle frasi esattamente riprese dai documenti degli anni ’80. Tu non puoi dire adesso facciamo l’orientamento in modo nuovo, quando tu hai degli insegnanti che sanno fare bene gli orientatori? Ci sono scuole, conosco molto bene la provincia di Reggio Emilia, fanno benissimo l’orientamento, non gli si può insegnare nient’altro, tu non puoi dirgli adesso facciamo una riforma per fare bene l’orientamento, è offensivo. Io costruirei un sistema leggero, fatto di valori, di mete e di sollecitazioni e lascerei libere le scuole di organizzarsi secondo i piani di miglioramento. L’unica cosa che io salverei è il piano dell’autovalutazione del miglioramento, che sono le cose che ho trovato più interessanti, perché lì si va sullo specifico. Piano di miglioramento, tre obiettivi, non più di tre. E poi dargli tre anni di tempo, offrirgli collaborazioni, magari meglio se le scuole si associano e allo stesso tempo riuscire ad accompagnarli, monitorare ma non con la vetrina delle buone pratiche. Basta con le buone pratiche, perché sennò diventa un’esibizione. E ha dato una curvatura sbagliata alle scuole, perché finisce che la fama della scuola è data dall’homepage del loro sito. Concludo sulla cultura. Ci sono tre cose, secondo me, su cui puntare tanto. La prima cosa è la persona, il valore della persona, perché l’etica che hanno assorbito i genitori di questi ragazzi, e quindi i ragazzi, è l’etica dell’autosufficienza emotiva, del “ho diritto”, del “oddio sto male, quindi non lo faccio”. La seconda questione è la comunità. Loro non hanno esperienza di comunità, la gran parte di loro non ha fratelli. Abbiamo tanti casi in cui la prima uscita con degli altri ragazzi della loro età la fanno a scuola, magari in terza scuola secondaria di primo grado. La comunità però è un’esperienza, non si può parlare di comunità, è quella l’esperienza che fanno. E la terza condizione è la verità. Bisogna mettere nel cuore dei ragazzi il desiderio della verità. Perché senza la possibilità di raggiungere una verità, quella fattuale, quella morale, quella trascendente – io sono dell’Università Cattolica, non è un caso che creda in Dio, anche se vengo dalla statale – io penso che il tabù sulla religione vada tolto nelle scuole. Non si deve sostituire la religione con quelle cosucce tiepide, la spiritualità. Cos’è quella cosa lì? E poi metterei in gioco un metodo di ricerca, di scoperta, del gusto. Quello che viene chiamato in alcune parti della letteratura, la risonanza. Uno deve sentire dentro qualcosa che vibra. E così abbiamo risolto anche il tema dell’orientamento.

Maurizio Amoroso

Grazie, professore. Professor Manfredi, abbiamo sentito il professor Nicoli che ci ha detto che cosa dobbiamo togliere. Voi siete deputati all’innovazione e alla ricerca, che cosa dobbiamo mettere e cosa dicono anche le vostre ricerche in questo senso?

Francesco Manfredi

Buonasera, grazie dell’invito. Io temo che nel nostro Paese un sistema burocratico, qualunque sistema di tipo pubblico, difficilmente affronterà la sfida di togliere o di essere più snello e flessibile, anche se poi possiamo insegnarglielo (?). Bisogna mettere delle cose, togliere delle cose e metterne altre che siano coerenti con quel concetto di “tempi difficili” che ci ha introdotto. I tempi sono difficili, non catastrofici. Immagino altre catastrofi che si vedono in giro per il mondo anche in questi anni oltre che nei secoli che ci hanno preceduti. I tempi sono difficili e quindi ci chiedono di affrontare in modo consapevole, responsabile, razionale la sfida. Tutti quanti la dobbiamo accettare. Con prospettive e sensibilità diverse, ma questa sfida per tutti contiene una pluralità di sfide. La prima, la sfida più complessa, quella che poi porta a tutte le crisi che abbiamo visto e anche a quella di tipo economico, è la sfida del cambiamento valoriale e culturale che permea le nostre comunità e le nostre società. Dopo di questa c’è la sfida delle transizioni. La transizione che impatta maggiormente sul sistema scuola, in generale sul sistema paese, è la transizione demografica. Certo, poi c’è la transizione ecologica, la transizione digitale, la transizione economica, i nuovi modelli di economia, la transizione sociale, però la transizione demografica è quella che poi in modo indiretto influenza tutte le altre, le potenziali crisi di cui parlavo prima. Influenza i divari. Stiamo lavorando da anni per cercare anche attraverso il sistema educativo di ricomporre i divari e la transizione demografica rischia di ampliare i divari territoriali che poi generano i divari di competenze e che generano i divari digitali, i divari di genere. Dobbiamo affrontare le sfide delle transizioni per cercare di evitare di ampliare ulteriormente i divari che nel nostro Paese storicamente oggi ancora ci sono. Non è un caso che si sia partiti con l’agenda Sud e poi però si sia passati all’agenda Nord perché si è capito che i divari territoriali non riguardano solo il Nord e il Sud, ma riguardano il centro delle città e le periferie, le grandi città e le aree interne. Questa sfida il ministro Valditara l’ha messa a fuoco parlando della “scuola costituzionale”. Secondo me è stata una bella intuizione che credo possa mettere d’accordo tutti almeno nei punti di partenza. La scuola costituzionale mette al centro lo studente come persona, mette al centro il rapporto con le famiglie, mette al centro il concetto di lavoro e sono piste di riflessione e anche di innovazione molto significative. Non per niente, negli ultimi anni abbiamo visto una forte tensione, un forte lavoro che deve continuare perché siamo ben al di là dall’averlo concluso, sul tema della personalizzazione della didattica. Io credo anche che il tema della personalizzazione dell’orientamento, laddove non solo si riconoscono le figure dei tutor e degli orientatori ma anche li si remunera per questo lavoro in più che loro fanno, sia un cambiamento significativo che è stato introdotto. Faccio degli esempi, penso alla battaglia che qualcuno pur ha avversato della continuità tra lo studente con disabilità e gli insegnanti di sostegno. Oggi più del 50% degli insegnanti di sostegno non di ruolo sono stati confermati nel rapporto con lo studente diversamente abile che hanno preso in carico e questo è un bel cambiamento anche culturale perché richiama l’attenzione alla persona, alle persone più deboli e più fragili. Penso a tutta la battaglia sulla valorizzazione dei talenti che non significa essere il primo, vincere, essere il più forte, il più bravo, ma quello che, stanti i suoi mezzi e i suoi punti di partenza, si sforza seriamente e riesce a raggiungere i migliori obiettivi possibili, e quindi il tema del merito. Le innovazioni devono agire su tre piani: quello delle strategie, ne ho iniziato a delineare alcune, quello dei modelli organizzativi e anche quello dei contenuti e delle pedagogie, oso dire non da pedagogista. Cosa la scuola deve fare? Deve agire come ha sempre fatto ma in modo diverso sui tre grandi ambiti: l’educazione, il saper essere; l’istruzione, i saperi; la formazione, il saper fare. Sull’educazione, li vedo rapidamente con qualche esempio di che cosa si sta facendo, si vuole fare e credo anche si debba fare. Educazioni, qui dobbiamo essere molto chiari e facciamo sempre riferimento alla Costituzione. La scuola non può bypassare la famiglia o sostituirsi alla famiglia nel processo educativo. La prima agenzia educativa è la famiglia. La scuola può supportare nel rapporto tra famiglia e studente il processo di crescita di cui parliamo, di cittadinanza, del giovane, dello studente in quanto tale. Educazione alle relazioni, educazione al rispetto, educazione alla parità, ce n’è tanto bisogno. Questo è vero, la scuola può essere parte in causa, può giocare una parte importante e noi come istituto affiancheremo le istituzioni scolastiche proprio in questo, ma affiancheremo anche le famiglie e soprattutto lavoreremo per motivare gli studenti ad essere protagonisti di queste dinamiche, a interrogarsi, a manifestare la loro creatività anche con i loro linguaggi, con i loro comportamenti, con la loro gestualità, in un processo relazionale diverso all’interno della classe ma non solo. C’è tutto il tema dell’inclusione ad esempio. Il progetto che il ministro Valditara ha voluto e che ha costruito e che partirà a settembre ha proprio questa finalità, quella di evitare le macchie di leopardo, le differenze territoriali o tra istituti o all’interno degli istituti tra classi che hanno docenti impegnati su questo che ne capiscono l’importanza e altre che invece preferiscono concentrarsi su altro. Perché il tema dell’educazione entra nella pedagogia, entra nei programmi, entra nelle materie, negli insegnamenti, deve entrare nell’attenzione dei docenti. Noi accompagneremo le scuole in questo e accompagneremo le famiglie, accompagneremo i giovani con un progetto che ci sta particolarmente a cuore, che anticipo. Qui c’è il mio direttore che saluto, il dottor Flaminio Galli, ed è stato lui il primo a immaginare diversi mesi fa il “portale delle educazioni” che verrà presentato insieme al ministero. Il portale delle educazioni sarà uno degli strumenti che metteremo in campo proprio per andare su questa strada, la strada della crescita dei giovani per farli diventare cittadini con un po’ di aggettivi che metterò alla fine. Secondo grande tema: l’istruzione. Anche qui ci sono delle operazioni importanti che abbiamo avviato, che sono state avviate e che devono concretizzarsi sempre di più nelle nostre scuole. Ne cito tre: la nuova educazione civica, le linee guida firmate dal ministro Valditara a settembre 2024 che mettono al centro un metodo, prima ancora che dei contenuti. Il metodo è quello che richiamavo prima, un approccio trasversale interdisciplinare che motivi e coinvolga tutti i docenti a inserire nelle loro materie i temi della costituzione, della legalità e della solidarietà. Primo grande ambito delle nuove linee guida per l’educazione civica. Il secondo tema è quello dello sviluppo sostenibile e della tutela del territorio, e in entrambi ci sono forti i temi dei diritti, dei doveri, del rapporto con la comunità, dell’attenzione al territorio, delle dinamiche di relazione. Infine il tema della cittadinanza digitale. Torno al tema della comunità che è stato giustamente sottolineato perché nelle pedagogie deve entrare quella attenzione alla pedagogia di comunità, di prossimità potremmo dire, che è una delle carte vincenti. Noi da tempo, ed entra nel nuovo piano triennale delle attività di ricerca di INDIRE e quindi diventa ambito strategico di ricerca per noi, stiamo lavorando su due strumenti molto importanti: il service learning, cioè l’apprendimento scolastico dentro la comunità, a servizio della comunità. Una scuola plurifunzionale che integra generazioni, culture, abilità, conoscenze e che fa sperimentare in quest’ottica di relazione continua e stretta con tutte le componenti della comunità la voglia di protagonismo e la creatività dei giovani, che si confrontano non solo dentro la propria classe con delle discipline, con delle materie, con degli insegnanti, ma all’esterno con la realtà vera. Legato a questo, terzo esempio, la scuola estesa. Da anni stiamo lavorando, in Italia iniziamo ad avere belle esperienze portate anche all’estero come casi studio. La scuola che viene portata nella comunità, che esce dai propri muri, che esce dai propri recinti – direbbe qualcuno – e che utilizza i beni storico-architettonici, i beni culturali, le biblioteche, le sale civiche e quant’altro. È la valorizzazione di quella didattica informale e non formale che sviluppa competenze non formali e informali. È un concetto di scuola che va nella direzione che ci è stata indicata, va nella direzione del non essere troppo burocratica, non essere troppo vecchia, permettere ai giovani di confrontarsi, in modo mirato però, con realtà, con contesti, con valori, con culture, con saperi diversi, motivarli ad apprendere qualcosa di diverso rispetto a quello che si può apprendere in una scuola o attraverso le tecnologie, parola che, come vedete, ho usato poco per non rischiare di confondere i fini con gli strumenti. Ultimo tema, quello della formazione. C’è quella bellissima parola che è la parola lavoro. A me dispiace per coloro che hanno un rapporto problematico con il lavoro, ma la parola lavoro appare molte volte nella nostra carta costituzionale, addirittura l’articolo 1. E l’enfasi sul lavoro significa che non si può avere piena cittadinanza, non ci si può sentire pienamente cittadini, uomini e donne libere se non si ha un lavoro anche coerente con i propri talenti, con le proprie aspirazioni, con le proprie possibilità. Il lavoro è uno stimolo a riconoscersi in una comunità in modo responsabile e creativo. Abbiamo la sfida di integrare i cittadini stranieri, i nuovi cittadini, sia le prime che le seconde generazioni. Abbiamo la sfida di integrare 1.340.000 NEET. Abbiamo la sfida di una vera parità di genere che richiede che le donne, le ragazze possano pienamente e paritariamente accedere a certi posti di lavoro. E quindi alcune azioni che stiamo implementando: la nuova filiera tecnico professionale il 4+2, la grande sfida sulla quale invece sono fortemente ottimista perché abbiamo un forte sistema consapevole e responsabile grazie a dirigenti e docenti che hanno capito l’importanza di affrontare una sfida che è una sfida europea peraltro, un modello che è europeo e quindi hanno aderito alla sperimentazione. Nel secondo anno hanno aderito più del doppio degli istituti rispetto al primo anno e sta crescendo. E al contempo abbiamo il “+2” degli Istituti Tecnologici Superiori, la formazione terziaria tecnico-professionale che si sta sviluppando con altrettanta rapidità. Dentro queste sfide c’è ancora la sfida, prima parlavo della scuola estesa, di una scuola che sta dentro il proprio recinto ma in modo diverso. I campus di filiera, cioè quei Future Learning Lab che possono essere campus di filiera, multifiliera, campus ITS, chiamiamoli come vogliamo, che rappresentano un nuovo modo di fare didattica a contatto con il mondo del lavoro che permettono di collocare nello stesso luogo attività formativa, trasferimento di conoscenze e di competenze, ricerca e anche innovazione. Quanto di meglio può essere messo a disposizione per sviluppare la creatività dei giovani e motivarli a essere bravi professionisti e quindi, per quello che dicevo prima, bravi cittadini. C’è infine un’altra grande sfida, l’altra cosa che dobbiamo fare, alla quale stiamo mettendo mano con un processo di monitoraggio che il Ministero ha affidato a INDIRE, quella dell’istruzione degli adulti. E quindi quella del ripensamento di tutto il sistema dell’istruzione degli adulti e del potenziamento dei centri provinciali per l’istruzione degli adulti. Secondo il rapporto Unioncamere al 2027 mancherà il 43% delle figure professionali che serviranno alle nostre imprese per mantenere il proprio livello di produzione e per sviluppare le proprie produzioni. Io sono aziendalista e declino il concetto di azienda non solo nei confronti delle imprese ma anche nei confronti delle aziende pubbliche, delle aziende non profit e delle imprese sociali. Lo stesso ragionamento vale per il potenziamento del sistema pubblico e del sistema del terzo settore. Concludo. Ho dato alcuni spunti di riflessione, spero, per capire che si sta procedendo in una logica sistemica di revisione mirata del sistema in quanto tale, non di singole parti un po’ come è stato fatto spesso in passato: oggi faccio questo perché mi sembra più interessante. Ma di analisi, studio e rivisitazione normativa, e mi serve anche solo per sburocratizzare un po’ e per togliere un po’ di laccioli. Normativa, organizzativa e strategica. Quindi riprendendo il vostro titolo sono portato a dire che oggi noi potremmo chiederci, anzi indicare, contenuti per la scuola affinché giovani e adulti oggi siano cittadini consapevoli e responsabili domani.

Maurizio Amoroso

Grazie professore, anche per la completezza delle risposte che ci ha dato. Ma io vorrei riprendere, visto che ci avviciniamo alla professoressa Crimì, che è anche rappresentante delle famiglie, la sua prima affermazione quando lei ha detto che non può essere la scuola a sostituire le famiglie. Io ho detto prima che le famiglie sembrano un po’ disorientate, non sanno cosa fare. Volevo essere anche più cattivo, nel senso che ho l’impressione spesso che le famiglie prendano adesso la scuola come una specie di fastidio, un vero e proprio fastidio, e che gli interessi soltanto portare a casa un bel voto e una bella promozione e poi abbiamo chiuso tutto. C’è un problema.

Pinella Crimì

Vorrei partire da un vecchio proverbio che però ha un’attualità credo straordinaria: “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. Perché in effetti quello che ci arriva come narrazione, come racconto del rapporto scuola-famiglia è di un rapporto quasi di due avversari, l’uno contro l’altro armato, che non riescono più a dialogare. È innegabile che in alcuni casi sia così, ma in proporzione la maggior parte delle famiglie italiane, dei docenti italiani, dei dirigenti italiani riescono a collaborare per il bene di quei figli, di quei ragazzi che sono loro affidati. Perché ricordiamoci che anche i figli sono affidati alla famiglia sempre, i nostri figli sono lì per prendere il volo, per trovare la propria strada, per lasciare il nido. Quindi nella maggior parte dei casi in realtà ci sono esempi virtuosi di collaborazione scuola-famiglia per il bene dei ragazzi che si hanno davanti. Però è anche vero che c’è la questione del voto, che qualche volta sembra prioritaria. Allora forse abbiamo un problema e il problema che da insegnante e da mamma credo di poter rilevare è quello della valutazione, del nostro sistema di valutazione. È vero, la nostra scuola sta affrontando tante sfide. Molte si stanno affrontando adesso perché siamo in un tempo complesso, il Covid ci ha lasciato un’eredità da gestire non indifferente. Però è anche vero che queste sfide hanno già trovato un primo tentativo di soluzione nel 2015. Io insegno ormai da tanti anni, sento parlare di personalizzazione degli apprendimenti già dalla legge 107, sento parlare di scuola aperta al territorio già dalla legge 107, che in quel momento sembrava una rivoluzione. In quel momento ci sembrava e molte scuole l’hanno accolta quasi come una sfida, sembrava quasi che si volesse chiedere alle scuole di fare delle cose impossibili che poi invece si sono rivelate non solo possibili ma anche identitarie della scuola stessa. E lì, in quella legge, c’era scritto che non si può prescindere dalla collaborazione con la famiglia e nacque lì il patto di corresponsabilità scuola-famiglia che sicuramente è uno strumento da migliorare, da rivedere, da riconsiderare, tutto quello che vogliamo. Ma per la prima volta la famiglia è entrata nella scuola con un titolo diverso che non era solo quello dei decreti delegati, perché oggi a 51 anni dei decreti delegati, che allora furono visionari, oggi possiamo dircelo che i genitori scappano dagli organi collegiali. Quindi è necessario trovare nuove forme di partecipazione alla vita della scuola. Perché se io insegnante non trovo un genitore che voglia fare parte del consiglio di classe o del consiglio di istituto e poi al momento del ricevimento antimeridiano ho la fila fuori dalla porta, evidentemente la volontà di partecipazione dei genitori bisogna trovarla in forme diverse, forse più attuali e rispondenti ai tempi. Torno al tema della valutazione, perché se è vero che la didattica per competenze è il modo più opportuno e necessario per affrontare le sfide del nostro tempo, se è vero che al centro dell’azione didattica ed educativa è la persona, allora noi, parlo da insegnante in questo caso, non possiamo continuare a centrare e puntare tutto sul voto numerico. Perché oggi noi sappiamo che il voto numerico altro non è che un indicatore di una prestazione che ci sta, che ci vuole, che serve, ma non dice qual è il processo di apprendimento di quel ragazzo, non mi dice come un ragazzo è arrivato da un punto A ad un punto B, non mi dice quali sfide ha dovuto affrontare, quali difficoltà e quali risorse ha dovuto mettere in campo. Ecco che allora il sistema di valutazione va ripensato. E se noi ripensiamo il sistema di valutazione, cioè ciò a cui noi diamo valore, ecco che famiglia e scuola si troveranno necessariamente nella condizione di dare importanza e valore ad altro rispetto al 6, al 4 o all’8. Questa è la prima questione. La seconda è quella che mi sta più a cuore, quella della corresponsabilità educativa. Noi parliamo, ormai credo che il nostro sia il tempo della complessità ma allo stesso tempo della semplificazione. Parliamo per slogan, per parole spot, e “corresponsabilità” è diventato purtroppo uno di questi. Cos’è la corresponsabilità educativa? È rendersi conto che scuola e famiglia hanno ruoli diversi nella crescita di un ragazzo, che è quel ragazzo che a casa è figlio e che a casa impara i principi della condivisione, della solidarietà, della pazienza, anche della frustrazione quando serve. Il Papa ci ricordava l’importanza per un educatore di saper dire di no. A scuola poi da studente, nel ruolo di studente, deve trovare quell’ambiente in grado di fargli vivere gli stessi valori in ottica di cittadinanza perché poi è a scuola che si impara a diventare cittadini. Io ai miei alunni dico sempre: “Dovete imparare a memoria il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione”. Il primo lo conoscono tutti, il secondo purtroppo un po’ meno. La mia prima lezione è quella e la mia prima verifica è accertarmi che lo abbiano inciso nel cervello in modo da non dimenticarlo più. Perché è fondamentale capire che questi ragazzi hanno bisogno di sentirsi protagonisti in un mondo che cambia. Protagonisti di un mondo che cambia perché poi questo mondo che cambia è il loro mondo. È il nostro da educatori ma è il loro da protagonisti. Sono loro che dovranno affrontare e che devono affrontare le sfide di un mondo complesso. Il mondo in cui vivono questi ragazzi non è il nostro. Il mondo in cui vivono questi ragazzi è un mondo di una complessità tale e con sfide tali che noi non abbiamo dovuto affrontare. Io penso ai temi della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, ma non è solo quello. Il tema della globalizzazione è un tema enorme. Io sapevo a 16 anni, a 18 anni, cosa accadeva tra Israele e Palestina, ma mi sembrava una cosa lontanissima. Oggi i ragazzi lo vivono come se accadesse dietro la porta di casa loro ed è diverso. Quando noi affrontiamo il tema educativo credo che dobbiamo cambiare anche il termine, non più “corresponsabilità”. Noi come Forum delle Associazioni Familiari stiamo puntando sull’alleanza educativa, stiamo puntando sulla formazione dei genitori nella scuola, sul modo corretto di stare nella scuola. Perché il modo corretto di stare nella scuola non è sostituirsi ai docenti. Come la scuola non può sostituirsi alle famiglie, la famiglia non può sostituirsi alla scuola e noi questo da famiglie ce l’abbiamo chiarissimo. Mi piace in conclusione citare un mio amico sacerdote che è Don Pietro Antonio Ruggiero che ha appena scritto un libro che dice che l’educazione è l’arte delle arti. E spiegando cos’è l’arte rispetto alla conoscenza, che pur è imprescindibile perché se non si conosce non si può avere arte, l’arte è la capacità di fare sintesi attraverso due elementi fondamentali che sono la passione, imprescindibile, e lo studio, di cui non si può fare a meno. Pensare di poter fare a meno di passione e studio è inevitabilmente un derogare e delegare ad altri, che non sono la famiglia e la scuola, l’azione educativa.

Maurizio Amoroso

Grazie. E allora Simona Malpezzi, lei conosce dal di dentro la scuola. Una delle nuove frontiere, dei nuovi contenuti che dovrebbero essere utilizzati dalla scuola è questa legge 22 sulle competenze non cognitive. C’è però credo ancora un po’ di nebbia attorno a queste competenze non cognitive, non si capisce bene come potrebbero essere applicate, se verranno applicate e non si capisce bene davvero se possono essere utili. Lei che ci dice, che ha firmato questa legge?

Simona Malpezzi

Io sono orgogliosa di aver firmato questa legge. Orgogliosa che questa legge sia nata nell’ambito dell’intergruppo per la sussidiarietà e quindi ha visto lavorare forze politiche diverse insieme con un unico obiettivo che era quello di provare a creare uno strumento che potesse migliorare la vita dei nostri ragazzi all’interno della scuola in prospettiva futura. Perché i veri protagonisti poi sono loro, sono le ragazze e i ragazzi che tutti i giorni affrontano la vita per diventare grandi. E a volte, ed è una domanda che soprattutto da insegnante e da mamma mi faccio, è quella di dire: “Ma la scuola con tutta la buona volontà è messa nella condizione oggi per vederli e riconoscerli quelle ragazze e quei ragazzi?”. Ce l’ha questa possibilità di capire davvero chi ha davanti? Non perché gli insegnanti non siano bravi ma per tutto quello che chi lavora a scuola si trova a fare, tutta l’organizzazione o anche la disorganizzazione per una serie di mancanze e di carenze che sono croniche, strutturali, che nessun governo riesce a risolvere, tutto si scarica sulla scuola. E anche la politica, così faccio il primo mea culpa. Quante volte sentite la politica dire: “Eh, ma ci deve pensare la scuola”? “Quel problema lì, eh, ma si deve partire dalla scuola”. Un attimo, perché non è che tutto possa andare sulla scuola. Allora noi abbiamo provato con questa legge, a dare uno strumento in più per aiutare gli insegnanti a guardare i ragazzi, a scoprire le ragazze e i ragazzi, le studentesse e gli studenti e soprattutto a garantire alle studentesse e agli studenti di essere visti. Perché uno dei veri problemi che oggi noi abbiamo, e lo dico da vicepresidente della commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, è che spesso le nostre bambine e i nostri bambini non riescono più a essere visti. Perché se è vero che ci sono tante famiglie che provano a costruirla questa alleanza con la scuola, che si affidano e nello stesso tempo provano a rendersi protagonisti in quell’equilibrio che Pinella ci raccontava così bene, è anche vero che abbiamo tantissime altre famiglie che si trovano in una condizione di grande difficoltà e di solitudine, perché gli strumenti non ce li hanno. Perché esiste una povertà anche familiare che porta anche a quell’alzata di imperio delle famiglie di voler prendere il posto della scuola nel non riconoscere il ruolo della scuola e che quindi crea un cortocircuito. Che cosa abbiamo fatto allora con questa legge condivisa? Ce lo potrà dire poi il presidente dell’INDIRE, ma noi sappiamo oggi che c’è già la possibilità dei decreti attuativi, partiranno e ci sono anche quelle risorse che noi chiedevamo sempre insieme collegialmente, perché non si fa niente se non ci sono risorse e se non si aiutano gli insegnanti in quel percorso. Anche INDIRE sarà protagonista perché alla legge dà la responsabilità di attuare la formazione affinché venga data la possibilità ai bambini, alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze di scoprirsi ciò che sono anche da un punto di vista emozionale, di scoprire l’empatia, la resilienza, di scoprire quello che dovrebbe essere dato in alcuni casi anche dalle famiglie ma non tutte sono in grado di poterlo fare. Di poter avere quell’opportunità di sapere, di regolare, di comprendere i sentimenti e le emozioni. Non si parla mai di educazione all’empatia all’interno delle scuole e non per mancanza di volontà dei docenti. Io vengo dal mondo della scuola e conosco tantissimi insegnanti con quella grande buona volontà che anche a corto di risorse li porta a rimboccarsi le maniche e magari a fare, ma c’è bisogno di preparazione anche in questo. In alcuni casi noi abbiamo studenti che queste competenze ce le hanno innate, ma non è detto che quelli che innate non ce le hanno non siano in grado, se messi nella condizione di farlo, di tirarle fuori. E cosa c’è di più bello del lavoro dell’insegnante se non quello di riscoprirsi davvero educatore e di essere capace di aiutare il bambino e la bambina a scoprirsi per quello che sono, a tirar fuori? Allora quella sollecitazione che ci dava il professore prima sull’orientamento, io mi sento di accoglierla perché non è che sia andato tutto bene. Non è una questione di colore politico, perché io vorrei affrontare questi temi rimanendo un po’ in alto, riuscendo a capire che cosa serve e se c’è una volontà per lavorarci insieme. Quella sull’orientamento era una delle riforme del PNRR che per disgrazia è arrivata per ultima ed è arrivata con un governo nuovo che ha preso un pezzo del lavoro che stava facendo, che aveva fatto il governo vecchio, ma è rimasta proprio una riforma che è finita quasi dentro uno dei tanti decreti all’ultimo. È stata varata nel dicembre del 2022, quindi potete capire che forse qualche pezzettino è mancato. Il fatto è che se una riforma dell’orientamento doveva nascere per garantire, come questa legge che noi abbiamo fatto, di limitare il numero dei NEET e quindi di limitare la dispersione scolastica – perché più tu fai una scuola a misura di studentessa e di studente, meno quella studentessa o quello studente avrà voglia di andarsene – più quella scuola sarà come la casa per lo studente, meno ci sarà quella voglia di abbandonarla. Allora forse quella riforma dell’orientamento doveva partire laddove noi abbiamo il tasso di dispersione che è tra i 15 e i 16 anni, e non era una dispersione universitaria (che c’è perché noi abbiamo un problema anche sull’orientamento universitario e va benissimo il fatto che si siano creati docenti tutor e che si parta anche da lì), ma abbiamo bisogno di coprire l’altro segmento perché noi il tasto più alto di abbandono lo abbiamo tra i 15 e 16 anni, quando la scelta fatta nella cosiddetta scuola media, semplifico, secondaria di primo grado, viene fatta magari con poca consapevolezza perché non da tutte le parti funziona come a Reggio Emilia, come in tante scuole d’eccellenza. Perché in alcuni mondi queste cose non si fanno, perché noi non ce l’abbiamo quella continuità didattica così importante – ce lo ricordava il presidente dell’INDIRE – perché abbiamo trasferimenti legittimi, perché rientra nell’opzione contrattuale, non è che possiamo bloccare il dipendente della pubblica amministrazione. Però la continuità didattica spesso è una continuità progettuale e la continuità progettuale è quella che serve in quella capacità di orientare la cosiddetta uscita dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze per una scelta che sia davvero consapevole. Perché poi le opzioni ci sono, noi abbiamo una scuola che offre un vastissimo panorama di offerta formativa nella cosiddetta scuola superiore, la secondaria di secondo grado, ma quella scuola è a misura di ragazzo, di ragazza, risponde a quelle esigenze? Perché spesso la scelta viene fatta nell’inconsapevolezza, perché se sei figlio di un laureato, i genitori stai sicuro che ti dicono che tu devi andare al liceo. Ma chi l’ha detto? Perché dobbiamo essere noi genitori a svilire quelle che possono essere le formazioni di altri livelli che i nostri ragazzi vogliono perseguire? Guardate, io ve lo dico: una delle mie figlie ha fatto il classico, l’altra ci ha detto “io il liceo non lo voglio fare, voglio fare un’altra scuola”. Ha fatto un quadriennale, ha avuto le sue fatiche, è un quadriennale di indirizzo tecnico, si è diplomata, l’hanno selezionata per un’università ad Atene e farà un percorso internazionale. Ci avremmo scommesso? No, ma lei ci ha detto che cosa voleva fare. Allora anche qui le offerte ci sono ma la scuola è in grado di indirizzarle? Io penso che questo sia il lavoro. E questa legge, per la quale adesso partiranno i decreti e per la quale sono state trovate e attivate le risorse, può aiutare in quella squadra, aiutare i ragazzi a scoprirsi per quello che sono, a non considerarli di serie B o di serie C se fanno il tecnico o se fanno il professionale perché hanno una maggiore consapevolezza di loro stessi. Perché i numeri, INDIRE ce lo può dire, non sono rassicuranti quando noi scopriamo che all’Istituto professionale ci sono ragazzi con background migratorio per la maggior parte. Perché significa che noi stiamo dicendo che in quella scuola ci possono andare quei ragazzi che hanno avuto solo un percorso tortuoso, per poi stare a investire sull’educazione degli adulti perché poi non abbiamo figure professionali formate. Allora vuol dire che dobbiamo provare a restituire tutti insieme la dignità a tutti i percorsi, ma quella dignità gliela danno i nostri ragazzi e le nostre ragazze se aiutiamo loro a scoprire quello che veramente sono. È questa la scommessa educativa, la scommessa bella di aiutare i nostri ragazzi a dire “io sono questa cosa qua, mi hai visto e ti ringrazio. E adesso che tu mi hai aiutato a capire chi sono, io ti dico che cosa voglio fare”. Ecco, io vorrei che nelle sfide educative, e qui al Meeting fortunatamente se ne parla sempre con una grande laicità, con un grande pluralismo di idee, e fatemelo dire, perché c’è una matrice di Giorgio Vittadini che a queste cose ci crede e ha fatto in modo sempre di stimolare il confronto su questi temi. Io spero, mi auguro, ma non ho dubbi che questo confronto proprio da qui possa essere sempre così vivo e aiuti noi legislatori e quindi noi che facciamo politica, a lavorare insieme. Perché sul tema della scuola e dell’educazione non può esserci il lavoro di parte, perché riguarda tutti. La scuola non è della parte politica che governa al momento, la scuola è di tutti. E io spero davvero che questa collaborazione, che se vogliamo possiamo portare avanti, perché questa legge ne è un esempio, diventi il metodo, che sul tema dell’educazione sia la prassi. Grazie.

Maurizio Amoroso

Grazie alla senatrice Malpezzi. Adesso facciamo un salto dalla scuola di cui abbiamo parlato finora all’università. C’è il dottor Nicolucci che fa parte del CDA di UniMarconi al quale chiedo: voi avete fatto una scelta diversa dal punto di vista della didattica, una scelta che però poi si è rivelata, non solo per voi ma anche in molte altre università, di successo.

Roberto Nicolucci

Cari amiche e cari amici, buon pomeriggio. Non sto a dirvi il piacere di ritrovarmi e ritrovarvi qui. Ho già avuto il privilegio di parlare qui al Meeting di Rimini, città che amo e dove ogni volta che ritorno non manco di rendere omaggio al crocifisso di Giotto e all’affresco di Piero della Francesca al Tempio Malatestiano, per non parlare del Giovanni Bellini, della Pietà del Museo Civico che adesso per qualche mese è a Venezia per un importante restauro. Ma tranquilli, non sono qui per fare una lezione di storia dell’arte che in un contesto con ben altre urgenze risulterebbe fuori traccia. Se mai provavo a rompere il ghiaccio, perdonate la metafora poco adatta a questa calda fine di agosto, prima di affrontare uno dei temi capitali della crescita del nostro Paese, ovvero l’offerta formativa tra scuola e università, dove in qualche modo il futuro è già presente. Come potrebbe raccontarci molto meglio di me Alessio Acomanni, che è qui in sala, presidente dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, nonché uno dei principali promotori della nascita del comparto delle telematiche in Italia nell’ormai lontano 2004. Mentre chi come me si occupa principalmente di materie umanistiche forse lo agguanta con leggero ritardo, non me ne voglia un esperto conoscitore del mondo della scuola come Maurizio Amoroso. Però alcuni segnali mi invitano a una dimensione più ottimistica e allargata delle cose. Per cominciare, la dottoressa De Cunto, responsabile della comunicazione della nostra università, anche lei qui in sala, l’anno scorso ci presentò un giovane amico che non esiste, ma che, come si diceva un tempo, è più realista del re. È un chatbot, si chiama Marconio e da qualche mese incarna – ma il verbo è il meno adatto –  la mascotte della Marconi. Avete bisogno di informazioni varie? Chiedete a Marconio. Volete un suggerimento bibliografico? Rivolgetevi a Marconio. Ignorate di quante pagine debba essere una tesi triennale o magistrale? Interpellate Marconio. Lui è a disposizione come una sorta di numero verde, solo che a differenza del numero verde non ti lascia in attesa e seppur in maniera virtuale ci mette la faccia. Marconio niente altro è che la pronta risposta dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi al dilagare dell’intelligenza artificiale nel nostro quotidiano. Infatti, grazie a uno studio della società Noplagio, scopriamo che il 97% degli studenti da loro intervistati utilizza ChatGPT come supporto, se non sostituto, allo studio. E il 65% di questi rientra nella fascia di età tra i 16 e i 18 anni, mentre il 35% in quella tra i 18 e i 24 anni. Ma torniamo per un secondo al nostro Marconio. Probabilmente qualcuno di voi ricorderà il libro del 1977 di Umberto Eco dal titolo “Come si fa una tesi di laurea?”. Io lo ricordo molto bene, mi fu regalato quando dovevo laurearmi e lo trovai molto utile, perché se da un lato ero consapevole dell’argomento che volevo approfondire, dall’altro ignoravo quale fosse la corretta impostazione tecnica del lavoro di tesi: dove inserire l’indice, la bibliografia, le note e così via. Possiamo dire che Marconio è l’evoluzione del libro di Eco e sono sicuro che Eco stesso, fautore delle nuove tecnologie applicate ai campi del sapere, ne sarebbe contento. Vediamo un dato molto interessante. Prendo una notizia che lei sicuramente conosce meglio di me, una cosa che sta succedendo alla Camera dei Deputati dove si sta lavorando a un chatbot che sarà destinato agli elettori, che potranno verificare in tempo reale l’attività degli eletti. Inoltre, grazie all’intelligenza artificiale, la redazione dei dossier avrà una svolta. Ho una minima esperienza del lavoro parlamentare, mi è capitato spesso di ascoltare malumori e difficoltà da parte di chi deve scrivere una legge o degli atti. Per non parlare, lei lo diceva prima, di quegli emendamenti che richiedono una lunga e approfondita ricerca d’archivio. Ecco, grazie all’intelligenza artificiale anche questo tipo di lavoro verrà sveltito. Probabilmente molti di voi storceranno il naso, ma l’intelligenza artificiale, o come anch’io preferisco chiamarla intelligenza aumentata, non sostituisce ipso facto l’intelligenza naturale, semmai la integra. Per questo sono tornato a rivedere l’intervista fatta a Giorgio Parisi, Premio Nobel per la Fisica nel 2022, il quale diceva, e lo leggo insieme a voi: “L’IA è stata addestrata come un pappagallo stocastico, ma sta imparando a non esserlo. Essa combina tutto quanto fatto dall’umanità, ma non ha un’idea di mondo”. Quindi, come sempre, è un’integrazione smisurata, ma non un’alternativa. Staremo a vedere. Intanto, però, ci auguriamo, per rispondere alla sua domanda, che questi nuovi apporti nell’offerta e nella fruizione del sapere contribuiscano a ridurre il gap persistente tra Nord e Sud. Dati alla mano, le Università del Sud e delle Isole negli ultimi 10 anni, in particolar modo dopo l’emergenza da Covid-19, hanno registrato un sensibile calo degli iscritti. Secondo l’ANVUR, nell’ultimo rapporto del 2023, questo viene sintetizzato così, lo leggo: “Se è vero che in questi 10 anni gli iscritti sono aumentati del 10%, è altrettanto vero che il sistema universitario settentrionale e del centro sta assorbendo gli studenti meridionali”. Questo dato ovviamente riguarda le università tradizionali pubbliche o private, non riguarda le telematiche, in quanto esse non erogano corsi in presenza. I dati parlano da sé e vanno saputi interpretare. Ma volendo approfondire, scopriamo, grazie a uno studio di AlmaDiploma riferito al 2022, che il 69,6% degli studenti diplomati si iscrive all’università. Di questi il 49,6% lo fa da studente full time, mentre il 20% sono studenti lavoratori. L’ANVUR inoltre ci dice che si iscrive all’università il 77% dei diplomati al liceo, il 46% di quelli diplomati all’Istituto Tecnico e il 25% di quelli diplomati all’Istituto Professionale. Inoltre, sempre AlmaDiploma ci dice che già dal primo anno da matricola, circa il 10% di questi cambia università rispetto a quella di partenza, mentre il 7% abbandona gli studi. Il dato più clamoroso che viene fuori dal rapporto dell’ANVUR non è solo il gap tra due o tre Italie anche a livello accademico. Il dato a mio avviso più interessante è il decollo dell’insegnamento a distanza. L’ANVUR ci dice che negli ultimi 10 anni gli iscritti alle università digitali si sono quintuplicati, oggi rappresentano il 13,1% del totale, quindi sono numeri importanti, 250.000-260.000 studenti. Secondo il rapporto ANVUR questa crescita dipenderebbe dalla percezione di una minore severità negli esami nelle telematiche, più flessibilità nella gestione dei tempi e delle frequenze, assenza di costi di trasferimento per chi non abita in una città sede di università in parte compensata da tasse universitarie più elevate, maggiore abitudine agli insegnamenti a distanza dopo l’esperienza della pandemia, minori requisiti di docenza per organizzare offerte formative e quindi capacità di creare aule numerose. Riprendiamo un attimo fiato. Io ho studiato in un’università tradizionale e insegno in un’università telematica e vi garantisco che nell’università dove insegno gli esami sono altrettanto complessi. Poi è vero si risparmia sui trasporti, si risparmia sugli alloggi e Dio solo sa quanto sia complessa e costosa la vita dello studente fuorisede o pendolare. Però bisogna ammettere che con l’emergenza della Covid-19 c’è stato uno sbalzo in avanti nell’efficacia dell’insegnamento a distanza e non a caso le università tradizionali hanno fatto di necessità virtù, provando a competere con le digitali sullo stesso terreno. Di qualche giorno fa, proprio qui al Meeting, la dichiarazione della rettrice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, la bravissima professoressa Beccalli, ha dichiarato: “Credo che sia giunto il momento di superare la distinzione tra didattica tradizionale e didattica innovativa, tra lezioni in presenza e lezioni online”. E aggiunge: “Una didattica a distanza ben progettata può essere un modo per aprire l’università”. Poi è vero, e qui non conta più il confronto tra università pubblica o privata, tra insegnamento in presenza o insegnamento a distanza, in Italia si spende ancora troppo poco in istruzione. I francesi e i tedeschi ci battono alla grande, ma forse anche per puro spirito di emulazione il nostro Paese sta tornando a correre. Il PNRR con la missione 4 ci sta consentendo, come leggo nel piano, di migliorare le performance del Paese in termini di risorse investite e risultati della formazione con 30,88 miliardi di euro, di cui 19,44 per il potenziamento dell’offerta di servizi di istruzione dagli asili nido all’università e 11,44 per la ricerca e l’impresa. Me lo auguro di cuore e insieme auspico che anche sul piano del sistema universitario il nostro Paese sia finalmente unito e tutto alla luce del sole, proprio come promettono quelle centinaia di modellini in sughero a pochi chilometri da qui che nel 1970 Ivo Rambaldi volle chiamare “Italia in miniatura”. Grazie.

Maurizio Amoroso

Grazie al professor Roberto Nicolucci. Io non credo di dover tirare delle conclusioni particolari, ringrazio tutti i nostri relatori, ringrazio voi che avete avuto la pazienza. Mi sento solo di sottolineare una cosa: l’impressione che ho avuto io è di una grande passione da parte di tutti i nostri relatori nei confronti della scuola e questa è una cosa bella per tutti, perché finché ci sono persone che riescono a portare nella scuola questo tipo di passione, per la scuola si può essere non dico ottimisti, ma si può continuare a sperare. Giusto? Con questo direi che possiamo congedarci. Ringrazio di nuovo tutti voi e ringrazio.

Data

26 Agosto 2025

Ora

19:00

Edizione

2025
Categoria
Incontri