FRAGILITÀ E LAVORO. SCOMMETTERE SUI NOSTRI RAGAZZI

Organizzato da Famiglie per l’Accoglienza e Cdo Opere Sociali

Carlo Carabelli, direttore cooperativa ASLAM; Cristiana Poggio, vicepresidente Fondazione Piazza dei Mestieri ETS; Alessia Toia, Head of Partnership Istituzionali e-Work Spa. Modera Rossano Santuari, vicepresidente di Famiglie per l’Accoglienza. Testimonianza di un ragazzo accolto, inserito nel mondo del lavoro

L’esperienza lavorativa segna un momento importante della vita adulta. Essa è verifica e manifestazione del proprio valore oltre che occasione di socializzazione e crescita. Come scriveva san Giovanni Paolo II «il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone». Nel nostro paese ci sono esperienze di accoglienza che accompagnano tanti giovani con storie di ferite e fragilità, di sofferenza e solitudine, ad entrare in una prospettiva di maturazione e responsabilità. A volte è una tappa lenta e sofferta, con tanto timore e senso di inadeguatezza; altre volte proprio la fatica vissuta è divenuta strada di sensibilità e di rinnovata motivazione. L’intreccio tra fragilità e lavoro, tra l’esperienza di una mancanza e il desiderio di un riscatto, tra la paura della misura e la capacità di condividere è spesso sorprendente. Desideriamo raccontarlo anche attraverso testimonianze dirette di giovani che lo hanno vissuto in prima persona.

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ROSSANO SANTUARI

Buongiorno e benvenuti a tutti a questo incontro promosso da Famiglie per l’Accoglienza e CDO Opere Sociali qui al Meeting 2025. Il titolo, “Fragilità e lavoro: scommettere sui nostri ragazzi”, è un incontro desiderato che nasce dal desiderio di confrontarci con diversi soggetti che dopo presenterò, rispetto a un tema molto caro a tante famiglie e tante storie incontrate in associazione in questi anni.

L’esperienza lavorativa segna un momento importante nella vita adulta. Essa spesso verifica e manifestazione del proprio valore, oltre che occasione di socializzazione e crescita. Nel nostro paese ci sono esperienze di accoglienza che accompagnano tanti giovani con storie di ferita e fragilità, di sofferenza e solitudine, ad entrare in una prospettiva di maturazione e responsabilità. A volte è una tappa lenta e sofferta, con tanto timore, a volte senso di inadeguatezza. Altre volte proprio la fatica vissuta è divenuta strada di una maggior sensibilità e una rinnovata motivazione. Ecco l’intreccio tra la fragilità e il lavoro, tra l’esperienza a volte di una mancanza e il desiderio di un riscatto, tra la paura di essere misurati e di misurarsi e la capacità di condividere è spesso sorprendente.

Per questo ringrazio oggi gli ospiti e le ospiti che abbiamo e che sono intervenute per questo dialogo a cui poi lancerò una o, se abbiamo tempo, più spunti di domande.

Benvenuto a Carlo Carabelli, direttore della cooperativa ASLAM, Cristiana Poggio, vicepresidente della Fondazione Piazza dei Mestieri, Alessia Toia, Head Partnership Istituzionale per E-Work e poi avremo il prezioso contributo e testimonianza di Asia Magagnin.

Ecco, allora lo spunto e la domanda di oggi è proprio quella di chiedervi l’arricchimento di un contributo a partire dal vostro personale osservatorio e dall’esperienza che avete maturato, provando a rispondere a che cosa possa rendere possibile scommettere sui nostri ragazzi, sui giovani comunque segnati da difficoltà o fatiche di vario genere e quale sguardo occorre esercitare con loro perché ne possa valere veramente la pena, come da tante esperienze è emerso. Carlo, a te la parola.

 

CARLO CARABELLI

Grazie, Rossano. Io sono direttore di Aslam, che è un ente di formazione professionale, una scuola, e per rispondere a questa domanda, intanto racconto e dico che è parte della mia storia, di quello che io ho incontrato. Intanto perché quello spunto che ho visto anni fa, quando ho iniziato a lavorare in Aslam, è lo stesso che c’è ora e che c’era all’origine, che nasce nel 1996 e lo spunto era partire da un bisogno che c’era, un bisogno che era innanzitutto del territorio, delle aziende che avevano bisogno di personale, di figure professionali da inserire e da far crescere all’interno delle proprie aziende.

Partire da questo bisogno fa scoprire un’avventura insieme ai ragazzi incredibile. Io ho deciso di cambiare lavoro perché mi sono realmente innamorato di quello che ho incontrato per caso, tra l’altro abbastanza per caso, quando ho sentito parlare Candiani, che ha dato origine a questa realtà. Partire dal bisogno voleva dire già allora partire da quello che c’era nel territorio dell’Alto Milanese, quindi la meccanica. Si partiva dalla meccanica e da una professione che era il manifatturiero, un manifatturiero sia industriale che artigianale, qualcosa che permettesse ai ragazzi di fare, di mettere le mani in pasta, di provare, di mettersi in gioco. Questo metodo ha permesso di crescere a noi con una particolarità, che trovassimo sempre la possibilità di far crescere i ragazzi che iniziavano questo percorso, per cui sono nati anche successivamente, oltre ad altri settori, la termoidraulica. Poi ve le racconto velocemente, ma quello che dava spunto era il coinvolgimento dell’azienda, l’azienda che si coinvolge.

Provate a immaginare una dinamica che succede tutte le volte, che un’azienda abbia bisogno e possa dire a un ragazzo: “Perché non ci sono più ragazzi che fanno quel mestiere e quindi da un certo punto di vista gli va bene chiunque? È un’ottima selezione questa”. E possono dirgli: “Ho bisogno di te”. Per me la possibilità che qualcuno dica a me “Ho bisogno di te” è qualcosa che mi mette in moto questa dinamica e a scuola va resa evidente, perché noi siamo parte di un percorso del genere. È iniziato un percorso anche di capire come uno che iniziava un percorso potesse crescere. Quindi le nostre scuole, che ora sono cinque perché nel tempo le aziende ci venivano a cercare per fare nuovi settori, aprire nuove scuole, sono nate e abbiamo accettato la sfida di fare gli ITS, che sono le scuole dopo il diploma a livello dell’università, per capirci, dopo la maturità uno può specializzarsi.

Perché questo? Perché dentro un’azienda, negli ambiti che noi facciamo quantomeno, ci sono diversi livelli. C’è il livello più operativo e poi c’è il livello più tecnico, c’è sempre la possibilità di crescere. Questo l’abbiamo scoperto insieme alle aziende. Per cui dentro a questa dinamica c’è una prospettiva per il ragazzo che inizia, e dopo parlo dei ragazzi, che ha dentro una promessa molto più lunga di quello che puoi immaginare, magari perché non la conosce neanche, ma è un percorso che continua, ma se lui volesse potrebbe fermarsi dopo tre anni. Vuoi andare a lavorare subito? Inizia e poi troverai il tuo posto. Ognuno trova il suo posto.

Adesso farei partire questo video, se è possibile, perché così faccio prima e mi do i tempi e non vado lungo. Innanzitutto perché non posso raccontare dei nostri ragazzi senza farveli vedere. Qui potrete vedere sia i ragazzi piccoli che dopo le medie iniziano il percorso, sia i ragazzi più grandi. Questo è un aspetto che per i nostri ragazzi c’è bisogno di far vedere. I miei figli, se non vedono, non sanno di che cosa stiamo parlando. La possibilità di capire fin dove possono arrivare. Magari non son capaci di fare niente, meglio, inizieranno il percorso con più entusiasmo. Allora, per noi abbiamo dei laboratori sui quali abbiamo investito tantissimo. E per investire tantissimo c’è bisogno dell’azienda, perché ti deve spiegare che cosa devi comprare, devi capire come farlo. Allora Leonardo, per esempio, nella manutenzione d’aereo, perché c’è una scuola di manutenzione d’aereo, quelli nella quale consegniamo le nostre vite quando prendiamo l’aereo. È una sfida lunghissima, sono otto anni, ma i ragazzi iniziano magari da dopo le medie oppure in dispersione scolastica. È un ricominciare, ma di un percorso magari lungo, breve, dove vuoi, quando vuoi fermarti, fermati, c’è posto anche per te.

Leonardo che ci aiuta ed è partner di questa fondazione ITS, ci dà un centinaio di suoi dipendenti durante l’orario di lavoro per insegnare, perché noi siamo ignoranti. Noi abbiamo bisogno dell’azienda per insegnare ai nostri ragazzi e allora sfruttiamo le loro competenze, più ancora che i soldi, le loro competenze, ma dentro un unico scopo.

Noi abbiamo il compito di tenere insieme tutto: l’aspetto educativo, l’aspetto tecnico e il percorso di crescita continua. Se c’è una sfida è la prospettiva non solo di trovare un lavoro, che pure è indispensabile, il punto di partenza, ma un continuare a crescere.

E l’altra questione che per noi è cruciale, perché, per esempio, c’è un’altra scuola del legno nell’ambito del legno arredo, fatta con Federlegno, dove i macchinari che abbiamo messo lì sono sproporzionati. C’è un centro di lavoro a sei assi che poche aziende hanno, eppure dato in mano ai ragazzi ci sta permettendo di costruire delle cose che quella macchina non è progettata per fare quello. Quello che fa i mobili, loro hanno costruito delle teste. Lì avrete al nostro stand una testa di Grut, ma si possono costruire delle cose di più di quello per cui è progettata la macchina. Ma l’ottica è: che cosa vogliamo consegnare nelle mani dei nostri ragazzi? La scommessa che facciamo sui nostri ragazzi è duplice. Una che nell’educazione non basto solo io per educare i miei figli, figurati, ma anche i ragazzi che vengono nella scuola. Dobbiamo essere in tanti. C’è l’azienda, c’è il territorio, ci sono le famiglie, ognuno dà il suo contributo dentro una prospettiva, però, perché se noi non facciamo vedere la prospettiva, ma rispondiamo a quello che i ragazzi sanno già fare, siccome non sanno fare niente, allora io abbasso il livello.

Una delle cose che ci succede di continuo è che i genitori ci portano il ragazzo dopo magari diversi fallimenti, un po’ di medaglie di espulsioni o quant’altro, e la mamma normalmente viene avanti, la mamma, non il papà, nelle retrovie, dice: “Guarda, questa è l’ultima possibilità”. La sorpresa è sempre di dire: “Chissà che cos’è, cosa succede dopo”, è “Dopo lo mando a lavorare”. Benissimo, noi faremo di tutto per mandarlo a lavorare. Uno, il giudizio che abbiamo noi adulti del lavoro molto spesso, ci chiediamo perché i ragazzi non si entusiasmano quando noi abbiamo questo giudizio, il lavoro come condanna, e invece è il punto di partenza per noi. Insegneremo un mestiere, inizieremo da lì, proprio da lì, da quello che non sa fare. Perché io non accetto l’idea che un quattordicenne possa essere già senza prospettiva, ha già fallito la sua vita. Io non ci sto, neanche un ventenne dopo il diploma. È vergognoso se noi adulti pensiamo che non abbiano già più speranza, perché è solo l’inizio, perché ha fallito un po’ di volte. Forse non ha mai potuto, non è vero che non ha voglia, forse non ha incontrato qualcosa che gli abbia tirato fuori una proposta che gli abbia tirato fuori la voglia che c’è dentro. Allora, quello che è il nostro compito è proporgli qualcosa per il quale il suo desiderio venga fuori e soprattutto gli permetta di camminare, di imparare. Che cos’è che muove la nostra capacità di imparare se non una proposta che ci intriga?

L’ultimo punto che ci tengo a dire, che per noi nella nostra esperienza permette di guardare anche alla fragilità dell’altro che poi è la nostra, perché noi vediamo solo una piccola parte dei ragazzi che vengono da noi, vediamo magari la parte brutta, quindi il limite piuttosto è nostro. Ecco, io dico questa cosa: la possibilità di dargli le condizioni, magari con dei luoghi, con dei laboratori, ma soprattutto con un bisogno reale che c’è. Ognuno contribuisce su una cosa, la possibilità che si generi un senso di appartenenza.

Un ragazzo, se avesse la possibilità di sentirsi parte di un’opera più grande di quella che ha in mente, provate a immaginare il Meeting come viene su, ma che ogni volontario, voi potete pensare che uno qualsiasi dei volontari sia inutile o non sia protagonista di un’opera del genere? Ecco, ognuno ha bisogno di vedere se dare l’uno per cento, il novanta, il settanta, il cinquanta per cento, ma contribuirà all’intero, sarà una parte integrante di un’opera più grande. Allora, vi faccio questo esempio che avevo già fatto a Rossano una volta, perché per me Samuele mi è rimasto nel cuore per questo esempio molto piccolo. Noi abbiamo un percorso di saldatura. Intanto, vi sfido se riuscite a convincere un quattordicenne a fare il saldatore, la mamma del quattordicenne a fare il saldatore. C’è un bisogno enorme di saldatori e vi assicuro che quando imparano a saldare i ragazzi non si fermano più ed è la possibilità di inserirsi al lavoro perché c’è un bisogno enorme. Allora questo ragazzo, che non era tra i migliori, anzi un fenomeno un po’ particolare, molto difficile, viene mandato in una grande azienda di saldatura. Questa grande azienda, dopo tre giorni o pochissimo tempo, ha un’ispezione da parte del loro organismo che controlla le varie saldature e quando ci sono questi controlli sulla produzione, viene bloccata l’azienda, viene fermata tutta e quindi tutti gli operai sono fermi. Siccome sono sotto contratto devono andare al lavoro ma non possono fare niente, anche i nostri ragazzi che erano tre, di cui uno Samuele. Lui aveva iniziato questo lavoro e aveva cominciato a operare. Solo che si era fermato subito. Allora la titolare, a un certo punto, siccome io sono il direttore generale, di solito vengo chiamato quando ci sono i problemi grossi, quelli interessanti, telefona e vuole incontrarci. Quindi scatta il panico perché dicevano: “Allora mi chiamano, devi venire assolutamente perché viene la titolare in sede nostra”.

Vado in sede e c’è questa titolare che mi dice: “Vi devo raccontare questo fatto. C’è un’ispezione in corso e siccome era tutta bloccata la produzione, a un certo punto Samuele si è fatto vicino a me e mi ha detto: ‘Come sta andando?'” E la titolare dice: “Tranquillo Samuele, vai pure al tuo posto, non ti preoccupare che è tutto a posto”. Dopo qualche ora si rifà di fianco, ripassa di linea, approfitta, va vicino. “Il mio lavoro com’è? Cosa hanno detto?” “Non ti preoccupare, non è che stanno guardando il tuo, vai, vai tranquillo”. Alla terza volta che gli va a chiedere come stava andando, lei ha chiesto di parlarmi e mi ha detto: “Non mi è mai capitato in tanti anni, in decine d’anni del mio lavoro, che un mio dipendente mi chiedesse come stava andando e che fosse così immedesimato e partecipe dell’opera”. Volevo ringraziarvi, e a me ha colpito. Uno perché non c’era bisogno di dircelo, non c’era bisogno, ma c’era bisogno perché quando io mi sono sentito parte della sua azienda, pur conoscendola a malapena, e questo ragazzo non diventerà il miglior saldatore perché è rimasto una testa di quiz, ma si è sentito parte di qualcosa di più grande. Se l’educazione non è un contributo a un’opera più grande che ti viene consegnata a te nelle tue mani, ma tu sei un piccolo pezzo di un’opera più grande, quando percepisci che l’opera è molto più grande della dimensione che tu gli puoi dare, questo ti rende capace di imparare e di essere magari di esempio per l’altro, perché io credo che sia un grande contributo anche Samuele ai suoi colleghi nel guardare così quello che stava accadendo, un pezzo, un piccolo pezzo di realtà.

E quindi può essere anche che una delle domande che le varie aziende da noi ci fanno, perché ne incontriamo centinaia e migliaia, abbiamo 2000 aziende con cui lavoriamo sui vari settori manifatturieri, hanno anche la preoccupazione: “Cos’è che li tiene attaccati in azienda? Perché quando gli insegno il mestiere poi cambia, vuole cambiare” Il meccanismo per cui chi è più ricco e chi offre di più manda via. Vi racconto un piccolo esempio, poi chiudo, ho finito. In ambito elettrico, dove anche qua c’è un bisogno enorme, per cui non ve lo sto a dire.

Questo ragazzo, dopo il diploma, fa un corso post-diploma e trova lavoro in apprendistato da questo nostro partner. Gli insegna tutto, gli dedica tutto e siccome aveva l’ansia di perderlo, gli abbiamo detto: “Ma senti, fagli capire che è parte della tua azienda, prova a lavorarci anche tu”. Quindi aveva questa attenzione: ogni mattina la prima preoccupazione era di accogliere i ragazzi all’ingresso. Ne aveva quattro. Lui però era il più bravo e tutte le mattine lo salutava, andava a chiedergli come andava tutto il tempo. Finito il periodo di apprendistato, un’azienda svizzera gli ha offerto, primo lavoro, questo era il secondo, €4.000 al mese netti per andare a lavorare in Svizzera. Lui va in ansia totale, ci chiama preoccupato e dice: “Cosa faccio? Cosa faccio? Questo qui credeva veramente in me. Io cosa faccio? Cambio lavoro?” Dice: “Tu sei libero”. Se noi non investiamo nella libertà dell’altro, non scopriremo neanche chi è quello che abbiamo davanti, perché lo sfidarlo sulla libertà viene fuori il meglio di noi. Questo qui ha deciso di rimanere, però dicendoglielo: “Mi hanno offerto questa cosa. Tu cosa dici all’imprenditore?” E quando ha deciso di rimanere, provate a immaginare, è lui che ha convinto il ragazzo a rimanere? No, è lui che ha deciso di rimanere. E secondo te, secondo voi, l’imprenditore come ha iniziato a guardarlo, questo ragazzo, da quel giorno? Anche per l’azienda era una novità, un nuovo modo di lavorare, un nuovo modo di guardare ai ragazzi. Adesso è capo, mi hanno riferito che è capo reparto di quell’azienda. Probabilmente a quei €4.000 ci è arrivato lo stesso. Non lo so, glielo auguro. Però questo è l’orizzonte, la prospettiva, e se veramente scommettiamo nella libertà dei nostri ragazzi, da lì avremo una grande sorpresa.

 

ROSSANO SANTUARI

Grazie Carlo.

 

CRISTIANA POGGIO

Buon pomeriggio a tutti. Innanzitutto devo dire che io, al di là dell’essere vicepresidente di Piazza dei Mestieri, mi sento una prof. Nasco come professoressa di lettere, ho insegnato qualche anno e poi da subito mi sono posta il problema: dove andassero a finire tutti quei ragazzi che la scuola lasciava a casa, quei ragazzi che disperdevano? E così con alcuni amici abbiamo iniziato a fare un percorso. Inizialmente ci occupavamo di domande e offerte di lavoro, quando ancora questo non era così normato, fino ad arrivare ad aprire centri di formazione. Poi vent’anni fa, Piazza dei Mestieri, che adesso ha tre sedi: Torino, Milano e Catania. L’anno scorso abbiamo accolto 14.000 giovani, ma non racconterò troppe cose di Piazza dei Mestieri, altrimenti perdo tutti i dieci minuti. Però questa sottolineatura sul fatto di essere una prof ci tenevo a farla.

Parto da una storia. Non ci siamo messi d’accordo, ma parto agganciandomi a quello che diceva Carlo, alla questione della libertà dei ragazzi. Evans, siamo nel 2005, Piazza dei Mestieri viene aperta nel 2004, quindi eravamo aperti da poco. Decidiamo di venire al Meeting di Rimini con i nostri ragazzi. Portiamo una decina di ragazzotti tutti belli tamarri, tra cui c’era Evans. Evans cosa aveva fatto? Era inciampato mille volte, aveva perso, un carattere terribile. Sua mamma ce lo porta dicendo: “È l’ultima possibilità”, perché quell’estate lì.., e gli aveva detto: “Basta, non so più cosa fare con te, ti mando a lavorare” e lo manda a fare il pasticcere. Solo che succede una cosa clamorosa. Evans scopre che gli piace tantissimo fare il panettiere, non il pasticcere, gli piace, ma si accorge di non avere le competenze per farlo. Sottolineo questo aspetto che riprenderò dopo: si accorge di una mancanza e quindi dice: “Devo imparare a fare. Dove vado? Vado in Piazza dei Mestieri”. Sua mamma ci porta questo ragazzo, oramai senza speranza. “Non so più cosa fare con lui”. Queste frasi definitorie che ogni tanto noi mamme e noi professoresse amiamo fare: “Non cambierai mai”. E lui si presenta. Siamo vent’anni fa, c’era la break dance, quindi lui ballerino di break dance, catenazze, canottiere e noi proviamo a non farci intimidire da Evans. Ogni tanto non farsi intimidire da questi ragazzi sembra difficile, perché loro fanno di tutto per nascondersi dietro fallimenti, dietro a delle immagini che si fanno, che loro si creano. E così iniziamo ad accompagnare Evans in questa scoperta di come si fa a fare il pane. Lui conquista le ragazzine, balla, si sente molto figo. Arriviamo al Meeting, era l’anno, il titolo era quello, l’anno di Don Chisciotte, “La libertà”. La libertà, il bene più grande che è stato dato agli uomini. Lui mi dice a un certo punto: “Prof, posso raccontarle quando mi sento libero?” E io non ero tranquillissima, sapendo tutti i percorsi di Evans, mi dice: “Mi sento libero quando ballo e quando faccio il pane”. “Come, quando fai il pane?” “Sì, sì, quando lavoro”. Allora, la frase mi sembra assolutamente clamorosa, soprattutto detto da lui. Mi sono immaginata questa frase detta davanti a una platea di sindacalisti, con tutto il rispetto per i sindacalisti in sala o in collegamento. Ma è clamoroso dire: “Mi sento libero quando lavoro”. “Ma come, quando lavori?” “Sì, come ci ha insegnato Tino”. Tino era il suo professore, il suo maestro panettiere. Come dice Tino: “Stare davanti al pane è come star davanti a una persona. Noi lo vediamo crescere e lo vediamo svilupparsi come davanti a una persona. Io mi sento libero”. Questa frase io non l’ho più dimenticata, perché lì ho visto la chiave di volta di tante cose che noi abbiamo fatto. Ma chi è Tino? Tino era questo professore semplicissimo, che parlava pochissimo, quindi non gliel’ha spiegato a parole, gliel’ha fatto vedere cosa voleva dire essere libero lavorando, che faceva il panettiere, faceva bene il suo lavoro e gli ha insegnato questo. Dopodiché Evans lo perdiamo, diventa tossicodipendente. Resta un filo rosso. Due anni dopo, Tino muore. Al funerale vedo uno, oramai sono passati diciotto anni, quindi decisamente cambiato, ma riconosco gli occhi e gli vado incontro. Dico: “Ma tu sei Evans?” Lui sobbalza: “Ma lei si ricorda di me?”

Questo è un fattore che sempre ci dicono i ragazzi, l’essere riconosciuto, rimanere nella nostra storia. “Certo, non posso dimenticare i tuoi occhi, non posso dimenticare quella frase.” Lui scoppia a piangere e dice: “Non potevo mancare al funerale di Tino perché è stato un padre, mi ha insegnato tutto nella vita. A rivedere voi mi è tornato voglia di lavorare”. Allora, lo dico anche perché nel nostro lavoro ci sono spesso anche dei fallimenti, li abbiamo persi, come abbiamo perso Evans, perché a volte l’educazione è veramente un filo sottile, ma mi sembra che la sua storia abbia dentro tutte le caratteristiche che mi preme sottolineare. Innanzitutto la questione della fragilità da cui siamo partiti. La fragilità non ci deve spaventare, perché in fondo io non so voi, magari vi sentite perfetti, ma io, anche se metto su sempre un po’ di energia, mi sento assolutamente fragile come i nostri ragazzi, sento una mancanza di qualcosa. Evans ha sentito la mancanza di competenze. Uno sente la mancanza di adulti, di amici, di soldi. Oramai tantissimo ci dicono questo, ma è sempre una mancanza quella che ci spinge a rimetterci in moto, noi come i nostri ragazzi che accompagniamo. E allora noi non possiamo far altro che essere compagni di cammino, per rifarci al titolo del Meeting in questo deserto, questa terra piatta, dove sembra che non accada niente, che non ci sia niente, dove ci percepiamo tutti fragili, ma metterci in cammino con i nostri ragazzi che incontriamo tutti i giorni, senza fare i saputelli, ma la scoperta della realtà tutti i giorni è scommettere.

L’altra parola che è stata usata, cos’è la scommessa? Non è un azzardo, ma la scommessa, e qui l’ha già detto anche Carlo, è soprattutto quella sull’educazione, è sempre un fatto collettivo, non è mai un fatto solitario. Credo che su questo anche le Famiglie per l’Accoglienza abbiano molto da dire. La scommessa sui ragazzi è vertiginosa e quindi non ce la posso fare da sola. Devo essere con un altro, devo essere con un altro che mi dà una mano a guardare quel ragazzo nella purezza di Evans. Non il ballerino di break dance, il conquistatore, il tossico, ma in quella sua fragilità che è esattamente uguale alla mia e su cui si può costruire qualcosa.

E poi bisogna provare a fare un altro passaggio, perché va bene la scommessa, va bene accompagnarle al lavoro, ma il mondo del lavoro non è più come quando io ho iniziato a lavorare, quando noi finivamo l’università, non avevamo voglia di buttarci nel mondo del lavoro, di costruire, è un’altra questione.

Allora, dobbiamo darci una mano, capire cosa cercano i giovani nel mondo del lavoro, perché altrimenti non capiamo le grandi dimissioni di massa, il fatto che nel campo della ristorazione i ragazzi non vogliano più lavorare e questa è una domanda a noi adulti. Non possiamo liquidarla: “Non hanno voglia di fare niente”. Dobbiamo interrogarci profondamente per capire come sta cambiando il mondo del lavoro, ma come stiamo cambiando noi.

È uscita, come tutti gli anni, una ricerca sulla situazione giovanile da parte dell’Istituto Tognolo e mi ha molto interrogato, perché c’è un capitolo dedicato al mondo del lavoro e alla domanda: “Che cosa ti fa venire in mente pensare al lavoro?” Il ventiquattro per cento dei ragazzi risponde: “Responsabilità”. Oh, ma questa è una figata! Molto molto più sotto, l’undici per cento solo risponde “guadagnare”, i ragazzi oggi è vero che sono fragili, come siamo fragili noi, ma questa idea della responsabilità, dove nel lavoro viene fuori tantissimo, perché nel lavoro io rispondo a qualcosa, rispondo all’ispezione che viene fatta, rispondo al fatto che qualcuno mi chiede di fare bene un piatto, di fare bene una piega. Allora, in questa idea che nel lavoro si deve rispondere a qualcosa, a qualcuno, credo che sia una delle chiavi di volta straordinarie per cui si può ricominciare lì con i giovani. Però ci vogliono dei tutor, ci vogliono dei maestri che accompagnano questi ragazzi. Non è che così il mondo del lavoro di per sé sia una soluzione di tutti i problemi.

Ci vogliono dei maestri che si fanno carico, che li accompagnano, ma ci vogliono dei luoghi capaci di accogliere, dei luoghi da cui un ragazzo possa tornare e dire: “Mi hanno offerto €4.000, cosa faccio?” Dei luoghi che si prendano cura e che diventino un posto in cui i ragazzi possono dire: “È casa mia”, perché andare a lavorare deve poter essere dire: “Vado a casa”, non perché uno non ha la sua casa, ma perché quel luogo lì che ci accompagna sei-otto ore al giorno deve essere il posto dove io mi posso esprimere.

Allora, tutte queste caratteristiche non è così detto che ci siano sul mondo del lavoro e bisogna darsi una mano, bisogna costruire, bisogna fare una formazione anche durante il percorso di lavoro. Per questo Piazza dei Mestieri segue, ad esempio, i ragazzi per due anni dopo che hanno finito, e dopo la terza media possono venire da noi e mentre studiano mettono le mani in pasta, come diceva Carlo, provano a lavorare, provano a trasformare quel pezzetto di realtà che hanno tra le mani per renderlo più bello.

Allora, io credo che i nostri ragazzi ce la faranno, fragili, non fragili, ma poi sono tutti fragili. Il problema è una domanda a noi, se noi adulti avremo il coraggio di fare questa scommessa insieme a loro. Siamo messi in gioco tutti: imprenditori, non imprenditori, genitori, educatori. Siamo capaci noi di farci compagni in questo deserto del cammino dei nostri ragazzi per accompagnarli a scoprire cosa vuol dire per noi il lavoro? Se noi ogni giorno scopriamo un pezzetto nuovo e, come diceva Martina, un ultimo colpo di spazzola e di colpo questa signora che ho davanti diventa bella. Questa scoperta della bellezza nel mondo del lavoro è possibile per noi a trenta, quaranta, cinquanta, sessanta anni, perché se non rispondiamo a questo, noi non riusciremo a rispondere neanche ai nostri giovani.

Allora, come Evans ce ne sono stati tanti e potrei andare a raccontare, ma è finito il tempo, è finita la voce, e quindi dico il lavoro sì, con queste caratteristiche, che ci sia noi, che ci sia un luogo, che ci siano dei maestri in cui veramente i ragazzi possano fiorire, perché di questo si sta parlando, possano dire: “Io valgo”, perché il lavoro, anche nella brutalità ogni tanto di quello che è, mette in evidenza il fatto che io valgo, io ho fatto quel pezzo lì e io valgo, ho un valore che all’inizio mi sembra coincidere col lavoro bello che ho fatto, ma poi col tempo scopro che è molto di più, e quindi per dire: “Io valgo”, ho bisogno che qualcuno di fianco a me mi aiuti a riconoscerlo.

 

ROSSANO SANTUARI

Non rubo tempo a questa staffetta preziosissima, quindi Alessia, se vuoi darci un riscontro di osservatorio di una parte più, se vogliamo, business di quella che abbiamo toccato, non appena diversa dalle caratteristiche che hanno descritto gli amici e le amiche prima di te. Prego.

 

ALESSIA TOIA

Buon pomeriggio a tutti. Io sono Alessia Toia, rappresento E-Work, Agenzia per il lavoro.

Inizio con una battuta. Le mamme, dopo che hanno passato loro due, arrivano da noi perché noi siamo quelli che devono fare qualcosa per questi ragazzi. Noi ci occupiamo principalmente di quella che è l’intermediazione tra domanda e offerta, quindi noi vediamo questi giovani accompagnati spesso che arrivano da noi chiedendoci: “Bene, ma io cosa devo fare e cosa so fare?”. Apro con questa battuta e vi racconto un po’ quello che è il nostro punto di osservazione. Noi siamo un’azienda business, quindi noi lavoriamo al servizio delle nostre aziende, ma siamo nati con l’idea che per noi il nostro primo cliente è il nostro lavoratore, è il nostro giovane, è la persona che viene da noi chiedendoci di trovargli un’occupazione. Ci ha mosso in questi 25 anni di attività questo fulcro che ci porta a pensare che noi dobbiamo per forza di cose aiutare qualcuno a trovare, chi si rivolge a noi ci chiede di trovare lavoro.

Il nostro osservatorio traccia di nuovo tutte le fragilità che abbiamo già citato, quindi vediamo davvero una fragilità che dilaga sia per una questione economica, familiare. Il tema della fragilità è un tema oggi molto presente. Noi sentiamo di poter dare un contributo avendo strutturato un percorso che ci consente, attraverso un metodo che per forza di cose dobbiamo mettere in pratica, di iniziare dall’analisi di quella che è la persona e quindi dal suo curriculum, dal suo curriculum scolastico, dal capire questa persona che cosa vuole fare, ma questo ci consente di arrivare a un ascolto molto più profondo, perché a noi interessa l’ascolto della persona. Partiamo da tutto quello che la persona ci vuole esprimere e che ci vuole raccontare di sé, da cosa sa fare, da quali sono le sue passioni, quali sono i suoi hobby, dove vive, con chi vive, come passa il suo tempo libero. Questo per noi è il punto di partenza per instaurare un dialogo, un dialogo profondo che ci consente poi di essere di aiuto a capire come poter passare alla fase due.

La fase due è quella in cui noi dobbiamo aiutare questa persona, questo candidato, come noi lo chiamiamo in gergo, a formarsi, a crescere e a imparare quello che poi servirà per cogliere le opportunità che il mercato ci chiede. Noi abbiamo uno sguardo e un’attenzione, nel senso che abbiamo un ruolo di ponte tra quelle che sono le richieste espresse dal mercato e le richieste invece di chi si offre sul mercato. Questo ci dà l’opportunità di avere un punto di osservazione molto interessante, molto delicato, perché noi siamo in grado di comprendere la lingua dei giovani, perché chiaramente li ascoltiamo, come vi ho raccontato poco fa, e d’altro canto abbiamo la capacità di ascoltare e capire il linguaggio delle aziende, perché ovviamente quelle sono le nostre aziende clienti, quindi partiamo anche dal punto di ascolto dell’imprenditore, dell’impresa, e la capacità di avere questi due linguaggi ci consente di essere proprio l’intermediario che consente di creare un ponte tra questi due mondi. Ecco, questa è un po’ la nostra mission.

Quindi, come vi raccontavo prima, dalla fase di ascolto e di analisi passiamo alla fase in cui ci occupiamo di costruire dei percorsi di formazione mirata per i nostri giovani o per le persone che si rivolgono a noi, avendo in mente quello che ci chiede il mercato. Costruiamo dei percorsi che possono essere professionalizzanti, di crescita e che possano far crescere anche la persona per come dovrà poi proporsi al mondo del lavoro. In ultima fase abbiamo la fortuna di avere il contesto giuridico nel quale noi operiamo, che è il contratto di somministrazione, che è proprio pensato per essere l’accompagnamento al lavoro, nel senso che giuridicamente la persona è assunta da noi e quindi questo ci dà il punto di contatto diretto. Quindi noi l’inserimento lavorativo lo pensiamo proprio con un doppio tutoraggio. Il giovane ha noi come tutor aziendale, noi come tutor di E-Work che lo accompagniamo in tutta la sua missione lavorativa e questo punto di osservazione per noi è molto importante, perché a noi il giovane esprime ciò che magari in azienda non può dire. Quindi raccogliamo tutte le sensazioni, le emozioni. “Ho visto che c’è questa persona che mi dà un po’ fastidio, che mi dà, che mi osserva in un modo un po’ diverso”. Quindi, ecco, questi commenti il giovane a noi li esprime perché ci vede proprio come il suo datore di lavoro, quindi ha la possibilità di entrare in costante contatto con noi perché chiaramente ha un contatto diretto e dall’altra parte poi abbiamo l’imprenditore che ci comunica cosa sta succedendo rispetto alla missione, rispetto comunque al contratto. Ecco, questo ruolo di ponte tra questo dialogo complesso che oggi è sempre più difficile tra il giovane che inizia un’attività lavorativa e l’impresa, lo sentiamo molto, molto nostro e quindi in questo davvero noi accompagniamo proprio la missione lavorativa cercando di creare questa sinergia anche di comunicazione, perché effettivamente le nostre aziende clienti oggi ci rendiamo conto che hanno dei bisogni che difficilmente il mercato propone con delle soluzioni. Noi cerchiamo di mitigare proprio questa questo dialogo, quindi nell’accompagnare l’imprenditore a comprendere che dobbiamo costruire insieme la professionalità che lui ha bisogno per continuare a produrre e accompagniamo il giovane nel comprendere che è necessario un percorso insieme per poter essere efficaci, efficienti e per poter poi essere aiutati nella propria missione lavorativa.

Abbiamo anche una nostra fondazione, quindi abbiamo anche noi un’attenzione particolare a quello che è il cammino di inserimento lavorativo. Sicuramente l’esperienza che vi porto è che c’è un estremo bisogno di interlocutori che riescano a creare questo dialogo tra il giovane e l’impresa e noi sicuramente questo è un cammino che stiamo facendo, che vogliamo continuare a proseguire. Grazie.

 

ROSSANO SANTUARI

Grazie Alessia. Asia, hai dato una paziente disponibilità per condividere la tua esperienza, di cui volevamo arricchire la panoramica di vari osservatori, ma anche esperienze oggi. La parola chiave penso sia esperienza. La tua è particolarmente preziosa per noi perché descrive quello che i ragazzi a volte vivono, pur essendo la tua specifica esperienza, e quindi ti ringrazio e ti do la parola.

 

ASIA MAGAGNIN

Buon pomeriggio a tutti. Io sono Asia, ho 26 anni e sono mamma di un bimbo di quattro anni. Allora, premettendo che per me è un po’ complicato parlare della situazione della mia situazione lavorativa. Io per farvi un breve quadro generale della mia storia, io vengo da una famiglia con una mamma e un papà che hanno avuto delle difficoltà abbastanza importanti prima della mia nascita, che poi si sono acuite durante la mia crescita. Per questo, da quando ero piccolina, ho fatto vari percorsi in comunità e l’ultimo percorso che ho fatto è stato circa dieci anni in una casa famiglia. Quello di cui volevo parlare e dare un po’ il mio punto di vista oggi, intanto è la mia esperienza.

Io sono uscita da scuola con il massimo dei voti e quindi con cento, con la lode, e ho fatto un corso per diventare operatrice sociosanitaria, quindi sono specializzata come OSS. Una volta uscita da scuola sono andata a finire in Puglia a fare la fotografa. Non so esattamente il come, ma mi piaceva poter provare a fare questa esperienza e sono voluta un po’ scappare dalla mia città, forse, un po’ uscire da quello che era stato il luogo dove avevo vissuto delle esperienze abbastanza pesanti e particolari. Quello che volevo dire è: mi sono ritrovata spesso e volentieri in aziende o comunque in realtà dove non mi sono mai sentita accolta come persona, ma piuttosto come un numero. Io, venendo da una situazione un po’ difficile e cercando di ricostruire un po’ quella che è la mia vita, di mettere un po’ insieme i pezzi, mi sono ritrovata a fare i conti con dei datori di lavoro o comunque delle aziende che pretendevano una persona alquanto performante, con le spalle larghe, tosta. E per quanto posso cercare di esserlo, non lo sono perché non è colpa mia, nel senso non lo faccio apposta. Io emotivamente sono fragile e ho fatto spesso i conti con persone che mi hanno screditata sul posto di lavoro. Mi sono sentita non abbastanza, non in grado, non mi è stata data neanche la possibilità di avere una tempistica per diventare qualcosa. Subito è stato preteso che già facessi quello per cui ero lì e no, perché ci vuole del tempo, con persone emotivamente stabili, ma anche in persone come me che hanno un passato, un’emotività più fragile. Quindi questo volevo dire che ho fatto diverse esperienze lavorative tanto differenti tra di loro, tra cui la barista, la cameriera, la cameriera ai piani in un albergo, poi ho fatto la fotografa. Ho lavorato in casa di riposo, in ospedale, come OSS. L’unico ambiente dove mi sono sentita accolta come persona, ma soprattutto e che accogliessero anche quelle che sono le mie fragilità, è stato quando sono andata a fare la fotografa in Puglia, perché questa era un’azienda di fotografia che prendeva questi ragazzi che ancora non sapevano fare il mestiere e che hanno seguito un piccolo corso e poi sono stati mandati in questi hotel, in questi resort a fare i fotografi. E io lì mi sono sentita apprezzata perché avevo la possibilità di parlare con le persone, quindi stavo in spiaggia, dovevo far mettere le famiglie in posa per fargli le foto e quindi ho avuto la possibilità di parlare, di sentire esperienze diverse, di capire come funziona il mondo un po’, attraverso queste nuove persone che incontravo tutti i giorni.

Mentre dall’altro canto l’ultima esperienza che ho fatto è stata un’esperienza abbastanza complicata per me. Mi sono trovata a lavorare in vivaio, un lavoro che mi piace molto e quindi curavo le piante, la potatura delle rose, degli ulivi, eccetera. Però, era, se posso dirlo, era un’azienda che cercava il classico lavoratore che entra, lavora, si fa i cavoli propri, torna a casa, è finita lì. E io non sono quel tipo di persona, io ho tanto da offrire, sento di avere tanto da dare, sento di avere una ricchezza dentro che mi ha portato ad avere questa che è la mia storia molto complicata. Sento di avere questa ricchezza che non so esattamente dove farla uscire perché non ho ancora, sto ancora facendo i conti con la situazione lavorativa di adesso. Io adesso sono mamma, sono a casa perché ho il bambino a casa, ma a settembre mi preoccupa, perché io a settembre non so cosa andrò a fare.

Potrei fare qualsiasi cosa come ho fatto fino adesso, ma quello che mi fa desistere, quello che un po’ mi butta giù è il fatto di ritrovarmi ancora un’altra volta a combattere con le mie emozioni e la mia fragilità all’interno di una realtà lavorativa che non mi permette di essere quella che sono, ma che l’unica cosa che vuole è che io lavori, faccia quello e vada a casa. Lavori, faccia quello e vada a casa. Io ho voglia, ho bisogno di dare di più, però non so ancora dove incanalare questa cosa che mi sento dentro. E niente, questo è un po’ la pesantezza che mi porto attualmente dentro per la ricerca lavorativa. Perché io so e comprendo di essere una persona che comunque ha le sue fragilità, ma nonostante quelle ha anche tantissime cose da offrire. E il fatto di entrare in una qualsiasi azienda come quella che è stata l’ultimo anno per me e sentirsi screditati, “Ah, ma non sei capace. Ah, ma dopo due settimane che sono entrata, posso dire, ragazzi, io non ho mai fatto la viva, non ho mai lavorato in un vivaio. Mi devi lasciare il tempo. Ah, ma no, lascia fare a me”. Ma chissà, magari pensa che io non sono capace, magari pensa che e si forma, mattone su mattone su mattone, e a una certa io non riesco più a reggerli perché emotivamente vengo screditata, non mi sento più in grado di poter dare qualcosa, e io ho qualcosa da dare perché so, però.

Quello che volevo dire è: bisognerebbe avere un po’ più di umanità a livello di chi sta in alto, chi ci accoglie in azienda, chi vede questa persona: “Mi servi, mi puoi servire e potresti essere bravo. Impara”. Penso che ci sia bisogno di quello. Io avrei bisogno di un’azienda, di un datore di lavoro che mi dica: “Sei brava a fare questo, vieni che ti insegno a fare il resto. Facciamolo insieme, costruiamo qualcosa insieme, diventerai brava”. Ancora non l’ho trovato questo, anzi ho dovuto perlopiù imparare da quello che facevano i miei colleghi, perché io ho trovato anche nelle realtà dove ho lavorato quelli che non ti vogliono insegnare. Che è abbastanza assurdo. Io lo vedo una cosa assurda. Io vengo in un’azienda, mi devi insegnare. Non che io debba guardare cosa fanno, imparare. Questo un po’ manca nella situazione lavorativa di oggi.

E volevo portare un po’ questa mia visione del “noi ragazzi fragili”. Noi ce ne sono tantissimi, non sono la prima né l’ultima, però noi ragazzi che usciamo da realtà incasinate e usciamo che la parola futuro per noi è un grande punto di domanda, perché non …pensiamo di non essere in grado sempre, ma non sono capace, non so se ci arriverò. E in più si viene in qualche modo screditati oppure non presi sul serio dalle aziende, dal datore di lavoro, e si va sempre più giù. E poi il desiderio ultimo di voler uscire e dire: “Ma io ho tanto da dare. Io ho voglia di mettermi in gioco, di lavorare, di fare, di imparare”. Non siamo noi a doverci sempre adattare al mondo, è un po’ il mondo che deve per una volta adattarsi a noi. Questo volevo portare.

 

ROSSANO SANTUARI

Grazie Asia del contributo. È interessante perché quello che ci proponi dice di un’esperienza che è quella tua, è quella di tanti altri, ma anche di quello che tante volte come genitori viviamo con sentimenti diversi a fianco dei figli che per molti casi vivono una fragilità trasversale a molte condizioni, a volte anche che non spiegano perché oggi si possano sentire così poco performanti e molto inadeguati rispetto a un mondo degli adulti. Ma tanto più, e vorrei chiedervi in una battuta finale breve a ciascuno, tanto più esempi come quelli che queste tre realtà di oggi, così come molte altre conosciute e speriamo anche quelle meno conosciute, possono fare, è quello di fare quella parte, di non azzardare, come diceva prima Cristiana, ma scommettere in un percorso insieme: adulti, formatori, imprenditori, colleghi per essere toccati da un aspetto non appena di sensibilità personale che può avvicinarsi alla domanda che Asia ci raccontava adesso, ma perché questo determina un win-win, si direbbe, un vinciamo tutti, una possibilità che una convenienza per chi entra in un mondo adulto del lavoro si trovi ad essere accompagnato, così come chi accompagna scopre in sé una novità che magari accade e che si era un po’ sopita. Questo a volte ce lo diciamo anche proprio tra adulti e professionisti che lavorano.

Quindi per chiudere la domanda che mi veniva da fare a voi era: quali piste di lavoro potete suggerire o vedete possibili rispetto alla possibilità che questo atteggiamento, questo sguardo, questa scommessa possa diventare un po’ più contagiosa e quindi in qualche modo anche per le famiglie diventi una parte più incoraggiante a lasciare che altri adulti si prendano cura dei figli che si trovano in questa tappa di vita? Carlo.

 

CARLO CARABELLI

Questa cosa bisogna andare in punta di sedia per dirla, perché io credo, Asia, che il problema, come si fa ad arrivare in alto da quelli che decidono, è impossibile se non si parte dal basso, se non siamo noi in prima persona a cambiare questo sguardo. Sono d’accordissimo e tu sei preziosa con questo sguardo che hai. Io parto da me, chiedo ad ognuno di voi: come guardate voi questa cosa? Faccio un esempio.

Avevo un altro video, ma per un’altra ragione, ma faccio vedere questo video, non so se è possibile, perché c’è arrivata un’azienda che aveva un progetto che io ho limitato e ridotto tantissimo, avevano bisogno di fare delle maschere perché erano un’azienda che fa teatro, che fa scenografie teatrali. Non so se hanno capito che c’è un video, ma dovrebbero farmelo partire. Queste maschere teatrali avevano bisogno da noi della dima per poterla fare perché venivano costruiti dei calchi sulla quale fare il materiale plastico e l’abbiamo dato in mano ai ragazzi. Io ho un po’ perso, ho detto: “Va bene, via, si parte”. Loro hanno cominciato a usare tutti gli strumenti che avevano, tutti dall’intelligenza artificiale per prendere le misure, al fatto di farlo al meglio e poterlo fare con i centri di lavoro, non scolpiti, ma con centro di lavoro, ha fatto una dima che significa un calco per mettere poi dopo dentro a una macchina che scalda la plastica e che potesse formare questo.

Dare in mano ai ragazzi, come hai raccontato tu: “Io ho bisogno di trovare il posto dove posso esprimermi al meglio”. Perché un’azienda dovrebbe farlo? Intanto perché non ha consapevolezza che veramente c’è un contributo che può dare. Dipende da noi. Dipende da noi se glielo diciamo, se glielo raccontiamo. Che noi innanzitutto abbiamo questo sguardo. Noi possiamo raccontare della formazione professionale, che cosa pensiamo della formazione professionale, ma evito di farlo. Iniziano a uscire dei capolavori sulla quale fare queste maschere. Questi sono le armature. Intuiamo che era qualcosa di molto articolato perché sono sette maschere. Poi a un certo punto, per una questione di tempo, siccome c’erano delle parti difficili da scolpire, le hanno fatte in stampanti 3D, le orecchie le hanno fatte e le hanno fatte di più colori perché tanto non importava, perché dovevano solo essere calco. Io avevo questa dimensione minuscola di fare una cosa bella. Niente a confronto di quello che stava per capitare. Le due ragazze che nel post diploma fanno questo corso di design del legno e vanno in stage da loro a completare il lavoro perché non ce la facevano, dicevano: “Adesso le abbiamo fatte noi, vogliamo vedere come finisce il lavoro”. Allora sono in stage e per noi era uno stage qualunque. Comincia questo lavoro molto complesso. Le ragazze hanno fatto qualche mese lì… erano un certo numero. Io questa parte non la vedevo.

Come alcuni di voi sanno, io sono appassionato di musica. Una sera accendo la televisione e assisto alla prima dell’Aida di Verona. Bene, io non avevo capito. Ho preso il telefono immediatamente, ho detto: “Ma scusate, ma quelle maschere io le ho già viste?” Erano le maschere della prima dell’Aida. Noi non vediamo spesso nel nostro lavoro l’esito di quello che è il nostro compito. Quando ci capita di vederne una su un milione ci muoviamo, ma la possibilità che un’azienda percepisca questo lo deve vedere da noi. Se non lo vede da noi, se noi siamo i primi che nei nostri figli o fanno esattamente quello che ho in mente io, perché è una cosa, è una carriera bellissima, meravigliosa, ma non è la sua. Se non è questo, si perde la possibilità che la persona compia il proprio compito. Questo penso che sia il compito di tutti, di ognuno di noi.

 

CRISTIANA POGGIO

Asia, non si può che partire da ciò che hai detto. La prima questione, che ci siamo conosciuti poco fa, ma io da subito ti ho sentita molto compagna. Quando tu dici: “Il mio futuro è un grande punto di domanda”, anche il mio, anche se ho più di sessanta anni, perché ciò che accade domani è sempre una scoperta ed è un punto di domanda, anche drammatico, molto drammatico. Ma qui sta proprio la sfida anche per le aziende, perché anche per le aziende il domani è un punto di domanda, il futuro è un punto di domanda. Però io so che le aziende oggi hanno bisogno di tante Asia, per stare in piedi hanno bisogno di personale formato perché sennò non riescono ad andare avanti. Tutto sta in qualcuno, lei prima diceva che possiede i due linguaggi che facciano parlare questo mondo delle imprese con le tante Asie di cui hanno bisogno. Tu dici: “Il mondo deve adattarsi a me”. Se tu sei capace a farlo, brava. Io non saprei da che parte dire al mondo: “Adattati a me”, però so che posso fare bene al meglio quel pezzettino di mondo che mi hai dato di cambiare, quella cura della pianta. Tu hai fatto degli esempi bellissimi. Questo sta nella mia responsabilità.

L’azienda cosa deve fare? Deve rispondere a quello che deve fare lei, stare in piedi, avere personale formato. E quindi ci vogliono, come dico, dei mediatori culturali che questi anni l’hanno fatto le agenzie formative, l’hanno fatto le agenzie per il lavoro, che sappiano far andare insieme questi due mondi e che accompagnino le aziende. Il fatto che noi come enti di formazione già insegniamo ai ragazzi già prima a essere contenti di ciò che fanno nel loro piccolo, ma poi accompagnano i ragazzi in stage e insegnano e poco per volta all’azienda come sfruttare, passatemi la parola, tutto il bene che tu hai espresso.

Questo è quello che tu dici “piste di lavoro”. Credo che sia essenziale per l’Italia dare più spazio a tutti i percorsi della filiera 4+2, i percorsi ITS sono stati citati prima, tutti quei percorsi di formazione professionale dove le aziende sono tirate dentro in un’alleanza forte col mondo della formazione dall’inizio. Questo credo che sia un bene per l’azienda e per i tanti ragazzi, fragili, non fragili, per i ragazzi, perché possono trovare il loro percorso. Quindi aspettiamo che ci sia continuamente questa sottolineatura e questi strumenti perché questi mondi possano lavorare insieme, ma per il bene delle imprese, di Asia e di tutti noi.

 

ALESSIA TOIA

Io riprendo semplicemente qualche tema, poi Asia è uno degli esempi che mi è piaciuto tantissimo, ma che noi viviamo nel quotidiano. Ritorno al dialogo, secondo me il dialogo e l’ascolto profondo di quello che i giovani esprimono ci deve consentire di portare il valore all’impresa, all’azienda. Questa comunicazione è quella che in questo momento storico è quella più delicata e più complessa, ma credo che con qualche buona prassi e soprattutto qualche buon metodo, in cui esprimersi, in cui accogliere quelle che sono le vostre emozioni, sia sicuramente un ottimo veicolo da tradurre per chi ha bisogno di voi in impresa.

 

ROSSANO SANTUARI

Grazie. E davvero ogni volta che si parla a partire dall’esperienza c’è un’autenticità che diventa anche reciprocità, per cui ci si porta via sempre qualcosa. La ricchezza è una ricchezza che arriva a ciascuno nel proprio ruolo. Questo è proprio una gratitudine anche per incontri come questi, pensandolo nell’anno del Giubileo per la speranza. Speriamo, anzi siamo certi che incontri come questi possano servire come incoraggiamento, ma anche come volano.

Ciascuno nel proprio ruolo e nella propria situazione personale a ricordarsi che il tema è sempre l’incontro tra due persone. Nell’incontro non c’è mai l’impossibilità che uno non mi permetta di crescere.

Quindi oggi è emerso tanto anche qual è il passo per gli adulti, passo per chi incontra i nostri figli, i nostri giovani, ma il passo anche per i genitori, insegnanti, eccetera. E che questa scommessa possa essere l’invito a continuare, a iniziare o a continuare per chi l’ha già intrapreso, un percorso in cui vinca la curiosità nel vedere cosa succede, perché la realtà, per grazia di Dio, è molto più grande di quello che abbiamo in mente noi e di non fermarci né allo stereotipo che abbiamo o l’immagine né su quello che è il mondo del lavoro né su come sono i ragazzi oggi.

Questo penso che possa permettere una crescita personale e professionale, ricordandosi che comunque chi non fa non sbaglia e comunque si riparte sempre da un. Quindi grazie ancora a voi che avete partecipato. Devo ricordare in conclusione il contributo decisivo che ciascuno di noi può dare al Meeting e attraverso il nostro contributo ogni dono è un mattone per continuare a costruire luoghi come questo di incontro, bellezza e speranza, sperando che aumentino sempre di più anche modelli e ambiti che possano intercettare quello che è il desiderio. Quindi lungo tutta la fiera, per tornare al sostegno al Meeting, si possono trovare le postazioni “dona ora” caratterizzate dal cuore rosso. Grazie a tutti ancora e buon pomeriggio.

Data

22 Agosto 2025

Ora

15:00

Edizione

2025

Luogo

Arena cdo C1
Categoria
Incontri