EUGENIO MONTALE. UN LUNGO CAMMINO DI RICERCA - Meeting di Rimini
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EUGENIO MONTALE. UN LUNGO CAMMINO DI RICERCA

Eugenio Montale. Un lungo cammino di ricerca

Reading su Eugenio Montale con contributo scritto di Bianca Montale. Partecipano: Emilia Guarnieri, Presidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli; Franco Palmieri, Direttore Artistico di Culter/Firenze.

 

FRANCO PALMIERI:

Forse un Mattino
Forse un mattino andando in un’aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto 
alberi case colli per l’inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto 
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

EMILIA GUARNIERI:
Un lungo cammino di ricerca. Così Bianca Montale ha voluto intitolare il contributo che ci ha regalato per questo Meeting e di cui le siamo tutti estremamente grati.
L’avevamo invitata a venire a Rimini, ma ha preferito essere con noi attraverso un suo scritto che costituisce il filo di questo nostro incontro di oggi, dedicato al grande poeta Eugenio Montale. La versione integrale dello scritto verrà distribuita alla fine dell’incontro.
Bianca è l’erede di Montale, la nipote prediletta, l’amica di sempre, dall’infanzia agli anni della maturità in cui insieme trascorrevano giornate intere a ragionare, discutere.
A partire dal testo di Bianca Montale, vi proponiamo oggi un percorso, senza pretese né critiche né esaustive, semplicemente, si parva licet componere magnis, accostando alcune suggestioni montaliane, mie e di Franco, al percorso che lei ha fatto, tutto intessuto sul suo personale rapporto e sulla conoscenza del poeta.
Ringrazio l’amico Franco Palmieri, ora direttore artistico di Culter a Firenze, ma con un importante trascorso di attore, per avere accettato di condividere questo tentativo che prova ad accostare brani dello scritto di Bianca con poesie di Eugenio Montale.
Ma per introdurre i prossimi testi che Franco leggerà, mi permetto una piccola nota di carattere personale.
Montale credo di averlo sempre avuto nel sangue, ligure io come lui, per quella scabra e pudica modalità di esprimere i sentimenti, per quella ritrosia di fronte ad ogni eccesso, per quei fossi erbosi, tante volte calpestati nell’infanzia, quelle viuzze che seguono i ciglioni, quei ciuffi di canne, quell’odore dei limoni, acre e dolce al tempo stesso, quell’odore che ti fa piovere in petto una dolcezza inquieta.
Questi pezzi di realtà, amati con l’ingenuità semplice con cui si amano le cose e gli oggetti dell’infanzia, ritrovati ancora più vivi e palpitanti nella poesia del nostro, sono la sua e la mia Liguria. La Liguria è proprio così, immediata, senza orpelli, travolgentemente bella e aspra al tempo stesso, rovente e palpitante come il suo sole e il suo mare.

FRANCO PALMIERI:

Meriggiare
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

I limoni
Ascoltami, i poeti laureati 
si muovono soltanto fra le piante 
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti. 
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi 
fossi dove in pozzanghere 
mezzo seccate agguantano i ragazzi 
qualche sparuta anguilla: 
le viuzze che seguono i ciglioni, 
discendono tra i ciuffi delle canne 
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni. 

Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall’azzurro: 
più chiaro si ascolta il susurro 
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove, 
e i sensi di quest’odore 
che non sa staccarsi da terra 
e piove in petto una dolcezza inquieta. 
Qui delle divertite passioni 
per miracolo tace la guerra, 
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza 
ed è l’odore dei limoni. 

Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s’abbandonano e sembrano vicine 
a tradire il loro ultimo segreto, 
talora ci si aspetta 
di scoprire uno sbaglio di Natura, 
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, 
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta 
nel mezzo di una verità. 
Lo sguardo fruga d’intorno, 
la mente indaga accorda disunisce 
nel profumo che dilaga 
quando il giorno piú languisce. 
Sono i silenzi in cui si vede 
in ogni ombra umana che si allontana 
qualche disturbata Divinità. 

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra 
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase. 
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta 
il tedio dell’inverno sulle case, 
la luce si fa avara – amara l’anima. 
Quando un giorno da un malchiuso portone 
tra gli alberi di una corte 
ci si mostrano i gialli dei limoni; 
e il gelo del cuore si sfa, 
e in petto ci scrosciano 
le loro canzoni 
le trombe d’oro della solarità.

EMILIA GUARNIERI
Scrive Bianca: «Da molti anni ormai Montale se ne è andato, pur rimanendo vivo nella sua poesia per tutti coloro che lo amano. Il suo carattere chiuso e schivo, tipicamente genovese, non avrebbe certo gradito celebrazioni postume, e tanto meno intrusioni sulla sua vita privata, che desiderava restasse tale. Eugenio ha lasciato scritte in modo inequivocabile le sue ultime volontà:
“Raccomando ai miei posteri – (se ne saranno) in sede letteraria,- il che resta improbabile, di fare un bel falò di tutto che riguardi la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti…”
È stato, come prevedibile, inascoltato e quel che è peggio, nella maggior parte dei casi, con voluta malevolenza, si è tracciata di lui una immagine che non corrisponde a verità. Mi riferisco non alla poesia o alla letteratura, che non conosco abbastanza per parlarne, ma a Montale uomo, con i suoi problemi interiori, i suoi gesti di affetto e di aiuto concreto per gli umili, la sua ricerca assillante di scoprire
“L’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”.
Molti in Italia e all’estero conoscono Eugenio per la sua poesia, ma anche per la sua personalità non facile da penetrare, per i suoi silenzi eloquenti, per la sua riservatezza, il suo senso dell’umorismo e per quella che lui stesso ha definito decenza quotidiana. Per il suo difficile aprirsi a un prossimo spesso indigesto e per il suo individualismo, ha avuto pochissimi amici in grado di comprenderlo.
Descrivendo la sua terra natale, Eugenio dà una sua definizione personale del termine dialettale genovese stundato: un misto di orgoglio, di timidezza, di diffidenza, una pratica quotidiana del mugugnu, un certo complesso di inferiorità bilanciato dal senso di una specifica superiorità nell’ordine dei valori morali. Penso che, conoscendo le proprie radici, si identificasse in qualche modo con questo aggettivo caratteristico della sua gente. La sua garbata ironia non era rivolta soltanto agli altri, ma anche a se stesso».

FRANCO PALMIERI:
Nell’anima dell’uomo si alternano sistole e diastole, turbamento e tranquillità, gioia e angoscia, speranza e disperazione.
Fuori dell’anima dell’uomo (posto che esista un fuori), l’alternarsi delle stagioni.
Il brutto tempo e il sereno, la guerra e la pace, la rivoluzione e la restaurazione, il progresso tecnico e il presunto regresso morale, le belle arti e le brutte arti, l’opulenza e la fama presentano una gamma non meno differenziata.
Che cosa muove l’uomo?
La biologia o la dialettica?
Né l’una né l’altra offrono consolazione.
All’uomo importa mediocremente di sapere che forse un giorno si potrà creare un suo facsimile partendo da procedimenti in vitro; all’uomo dice poco o nulla apprendere che si sono scoperte due nuove galassie; all’uomo è del tutto indifferente la notizia che nel suo spirito funziona un meccanismo di tesi e di antitesi e che il finale non si sa che cosa sia.
Che la storia sia un succedersi di fatti naturali (così come sono naturali la pioggia e il buon tempo) oppure il dispiegamento di uno spirito del quale non si sa come e perché l’uomo stesso sarebbe partecipe o addirittura creatore, ecco un’idea che interessa pochissimo l’uomo.
Tuttavia, si osserva, all’uomo importa assai la propria libertà personale e tutta la sua storia e affrancamento a secolari schiavitù.
La Vita (stavolta con la maiuscola) conterrebbe dunque una freccia, un’indicazione.
Chi segue la freccia cammina nel senso della vita, chi ignora o trascura la freccia si muove in una direzione del tutto diversa o anche opposta (e con questo? Che male ci sarebbe? Obiettano altri).
Se la freccia significa libertà è facile dire che l’indifferenza è la maggiore delle libertà possibili, ma anche la più paurosa.
Mai l’uomo ha deciso qualcosa motu proprio senza un profondo sgomento. Se qualcosa dà pace all’uomo è il sentirsi agito, mosso, necessitato. Lo sanno bene gli storici e particolarmente alcuni filosofi, per i quali tutto quello che accade ha sempre ragione e quello che non accade ha sempre torto.

EMILIA GUARNIERI:
«Il suo intinerarium mentis inizia, nella mia raccolta di documenti, dall’immaginetta della prima Comunione, avvenuta il 5 maggio 1910 nella cappella dell’Istituto Vittorino da Feltre dei padri Barnabiti, dove si trovava allora padre Giovanni Semeria, figura di assoluto rilievo nella storia del cattolicesimo di tendenza modernista e religioso di grande cultura promotore di iniziative caritative importanti e note, ma discusso per le sue aperture accusate di dubbia ortodossia. L’immagine da lui conservata con cura, che Gina mi ha poi affidato, raffigura l’ultima cena, con l’istituzione dell’eucarestia, e con le parole pronunciate allora da Cristo scritte in francese.
La recente pubblicazione dell’epistolario della sorella Marianna, la più vicina a lui per intelligenza, cultura, affetto fraterno ed empatia rivela giorno per giorno le sconfinate comuni letture religiose, filosofiche, letterarie, davvero singolari per un ragazzo costretto, contro voglia, a frequentare una scuola per ragionieri forse in vista di un lavoro nello scagno paterno. Nelle lettere e nel successivo Quaderno genovese, che personalmente sono riuscita a sottrarre alla sua volontà di distruzione di documenti preziosi dello zio, impressiona l’enorme vastità di interessi nei campi più disparati, e la sua conoscenza della maggior parte dei volumi della biblioteca Berio, cosa insolita in un ragazzo appena ventenne che alla passione per la speculazione (si sarebbe definito “amante dell’invisibile”) aggiungeva quella per la musica, studiando canto ed esordiendo come critico di opere liriche.
Negli anni successivi – gli anni del dubbio, da lui definito “la dolorosa nobiltà dell’uomo” – le sue opere poetiche interpretando l’angoscia esistenziale e l’ansia di ricerca sono comunemente considerate, e spesso appaiono tali, come una totale negazione di certezze e di dogmi. Il “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” riflette lo stato d’animo di molti giovani della nuova generazione: un rifiuto della realtà sotto il regime, e insieme l’incapacità di schierarsi dietro nuove certezze».

FRANCO PALMIERI:

Il male di vivere
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
 
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Non chiederci la parola
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Piccolo testamento
Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero,
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato,
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso o nero.
Solo quest’iride posso
lasciarti a testimonianza
d’una fede che fu combattuta,
d’una speranza che bruciò più lenta
di un duro ceppo nel focolare.
Conservane la cipria nello specchietto
quando spenta ogni lampada
la sardana si farà infernale
e un ombroso Lucifero scenderà su una prora
del Tamigi, del Hudson, della Senna
scuotendo l’ali di bitume semi-
mozze dalla fatica, a dirti: è l’ora.
Non è un’eredità, un portafortuna
che può reggere all’urto dei monsoni
sul fil di ragno della memoria,
ma una storia non dura che nella cenere
e persistenza è solo l’estinzione.
Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.

EMILIA GUARNIERI:
Ancora Bianca: «È assolutamente fuor di luogo attribuire a Montale etichette di parte: il suo individualismo e la sua qualità di uomo libero non accettano lo spirito gregario e gli aspetti negativi del collettivismo.
Durante il Ventennio, con la sua presa di distanza, ha un suo modo di non essere fascista per non cadere nell’antifascismo ovvio; sarà, dopo la liberazione, aspramente combattuto e denigrato dalla gran maggioranza degli intellettuali passati in massa, disinvoltamente, dal fascismo al comunismo.
Dopo il trauma della guerra i cuori si aprono alla speranza, in un clima di libertà raggiunta, di voltar pagina: è una sete di rigenerazione morale, di riscoperta di antichi valori. Ma molto presto Eugenio si rende conto che poco o nulla è cambiato, almeno per quello che riguarda i comportamenti e lo stile, rispetto al passato; manca insomma quella “decenza quotidiana” a cui aspira, irriso dai nuovi progressisti con l’accusa di essere “borghese”, o peggio: chi rifiuta, insomma, l’ortodossia marxista è fascista.
Nel 1948, a più di cinquant’anni, ottiene un lavoro stabile al Corriere della sera che gli dà finalmente una certa tranquillità, suscitando l’indignazione degli intellettuali accorsi in difesa del pensiero unico dominante.
È costante la sua insofferenza nei riguardi degli arrivisti ad ogni prezzo, degli arroganti, dei presuntuosi e di coloro che per la loro qualità di uomini di cultura si ritengono esseri superiori.
Ciò che più caratterizza Montale è l’amore per gli umili, la gente semplice che vive con fatica e con dignità, e che sono per lui “interessanti senza saperlo”.
“La Vera storia, quella che conta e non si trova nei libri è proprio questa, fatta dagli uomini semplici; ed è la sola che regge ancora il mondo. L’uomo della strada non produce opinioni, non fonda partiti, non dirige giornali, non frequenta i festival, non conosce la critica del linguaggio, ignora i problemi centrali del cinematografo e non dispone di termini filosofici per definire la sua condizione di povero diavolo che lavora per vivere e suppone che sia cosa degna vivere da uomini ragionevoli in un serraglio di pecore laureate”.
Il suo affetto per la donna barbuta su cui ha scritto pagine commoventi, l’angelo benefico della sua infanzia; per Maria Finollo, fedele custode per una vita della villa di Monterosso che considerava quella dei Montale la sua famiglia, e per la Gina, il suo prezioso e devoto sostegno specie nella solitudine degli anni tardi, che lui ha definito “eroica”, sono tra i sentimenti più autentici e profondi del poeta».

FRANCO PALMIERI:

Portami il girasole
Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.

EMILIA GUARNIERI:
«Amavamo discorrere delle mie esperienze di docente universitaria e del livello non proprio esaltante della cultura generale anche prima del terremoto del 1968.
Nella scuola, affermava con una battuta scherzosa, ma non tanto, dovrebbero insegnare la lingua italiana e la buona educazione: tutto il resto facoltativo.
“La cultura vera non è nozionistica, è quel che rimane nell’uomo quando ha dimenticato tutto quello che ha appreso. Essa comunque presuppone un assorbimento, una profonda incidenza sul carattere”.
Le sue riflessioni amare chiariscono come appare ai suoi occhi la società contemporanea, quella del benessere, che ignora antichi valori ma che non per questo vince l’angoscia e l’infelicità. Quello che riporto in modo forse troppo disordinato è una specie di catechismo laico che risale a mezzo secolo fa, agli inizi degli anni sessanta del Novecento».
E questi sono alcuni stralci di questa sorta di catechismo laico che Bianca riporta.
Testi di Montale:
“L’uomo reale opta cento volte al giorno e quasi sempre non per motivi razionali. La via che egli sceglie non è la migliore ma la più facile; non è la più vera ma quella meno libera”.
“Il pericolo dell’uomo di domani è costituito dallo spirito gregario, che troppo spesso vediamo affiorare dallo spirito scientificamente progressista, accetto il mio tempo. Ma vorrei solo che non andasse del tutto estinta la rara sottospecie degli uomini che tengono gli occhi aperti. Nella nuova civiltà visiva sono i più minacciati”.
“Tra l’uomo migliore e l’uomo efficiente resta e si allarga un vuoto che nessun centro di arricchimento potrà mai colmare”.
“Mentre è sciocco e pericoloso odiare il presente, il passato è odiabile impunemente; non reagisce, non si vendica, non compromette nessuno”.

FRANCO PALMIERI:

Piove
Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c’è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di ermione
se Dio vuole,
piove perché l’assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l’ha ordinato.

Piove sui nuovi epistemi
del primate a due piedi,
sull’uomo indiato, sul cielo
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui work in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

EMILIA GUARNIERI:
Ancora Bianca: «Molti anni più tardi, nella lectio in occasione della consegna del premio Nobel a Stoccolma, di fronte ad un vasto e autorevole pubblico internazionale Montale affermava:
“L’uomo civile ha orrore di se stesso, e il benessere ha i lividi connotati della disperazione”.
Ma il tema più dibattuto, il terreno minato sul quale esistono pareri discordanti, è quello della religiosità di Eugenio, che sia pure in un lungo travaglio interiore e con momenti discussi e contradditori emerge dalla sua lunga esistenza di ricerca. Uomo del dubbio, e con decisa presa di distanza da dogmi e da una gerarchia che pone in molti casi in discussione, contro ogni ipocrisia e ogni forma di fariseismo, l’uomo che dichiara di non accettare chierico rosso o nero ha non solo grande rispetto per la fede altrui e per molti che la traducono in opere con coerenza.
Almeno nei versi dei primi anni, il poeta evita di nominare il nome di Dio, presente con perifrasi (come, ad esempio, l’Altro) con una sorta di rispetto per qualcosa di trascendente a cui non riesce ad arrivare, pur tentandolo. Anche la poesia Come Zaccheo, rivela uno sforzo che non cesserà mai di animarlo».

FRANCO PALMIERI:

Come Zaccheo
Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore se mai passi.
Ahimè, non sono un rampicante ed anche
stando in punta di piedi non l’ho mai visto.

La casa dei doganieri
Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.

Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura
e il calcolo dei dadi più non torna.
Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende… ).
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

EMILIA GUARNIERI:
«Eugenio mostrava, anche nei riguardi di sprovveduti giudicati sempre interessanti, purché non presuntuosi e arrivisti, grande considerazione, ritenendo di avere comunque qualcosa da imparare. E spesso tralasciando temi impegnativi, con il suo umorismo e la sua garbata ironia, suscitava risate liberatrici, sempre con una severa autocritica nei riguardi di se stesso. Quando io lamentavo l’assalto di nugoli di poeti che mi avvicinavano chiedendomi di inoltrare i loro versi al vate, rispondeva che potevo asserire di non essere sua parente, e che l’avere lo stesso cognome era per me “una sciagurata coincidenza”. Ma è difficile spiegare, senza introdurre un discorso che può essere arbitrario, come sia possibile, senza entrare nella sfera interiore rigorosamente chiusa agli estranei, esprimere un giudizio personale e quindi opinabile sul rapporto tra Eugenio e la divinità. Anche perché il lungo cammino ha avuto momenti e stati d’animo diversi, dal male di vivere, al “Amo la terra, amo – Chi me l’ha data – Chi se la riprende”. C’è in proposito uno svolgimento che non si può interpretare come folgorazione, ma che si coglie, specie negli anni tardi, nei suoi versi e nelle sue prose. Significativi, per me, sono i reportages giornalistici dalla Palestina dove Eugenio si era recato insieme ad uno stuolo di inviati speciali al seguito di papa Paolo VI. Nella vecchiaia, mentre la sua ricerca non ha avuto pause, Eugenio ha in qualche modo addolcito il suo carattere non proprio facile, pur senza perdere il suo garbato umorismo, con una maggiore comprensione delle debolezze altrui e proprie».
“Adesso mi accade che qualche volta io debba sforzarmi di correggere una certa inclinazione a sopravvalutare gli altri, forse per eccesso di indulgenza. Lo penso dopo tutto che nessuno può farci del male, nessuno può avercene fatto tanto quanto ce ne siamo fatti noi stessi: riguardiamo la vita, le necessarie scelte ai bivi; fummo noi a decidere, a imboccare sentieri di dolore e di perdizione, a sceglierci i compagni di viaggio, forse a imboccare anche sentieri di salvezza, ma dovemmo sempre scegliere noi, e sempre scegliemmo la via spinosa e contorta… Oggi mi sembra di saper apprezzare ed amare ancor più l’uomo e la sua casa, l’uomo e le opere sue; la vita, come si dice”.

FRANCO PALMIERI:

Cigola la carrucola del pozzo
Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio un’immagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro…
Ah che già stride
la ruota, ti ridona all’atro fondo,
visione, una distanza ci divide.

Xenia (da satura)
Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

EMILIA GUARNIERI:
Avviandosi verso la conclusione del suo testo Bianca ricorda: «Ho notato negli ultimi anni, sul comodino accanto al letto della sua camera un volume, non ricordo di quale autore, sulla vita di Cristo.
Amava ascoltarmi con umiltà e credo che in qualche modo la presenza della Gina, indimenticabile figura umile, semplice, di grande fede, che era forse senza saperlo esempio di decenza quotidiana, abbia suscitato in lui più di una riflessione.
“Ogni giorno di più mi scopro difettivo: manca il totale. Gli addendi sono a posto, ineccepibili, ma la somma?”
Come Zaccheo, si alza in punta di piedi per riuscire a vedere il Signore. Però non gli riesce. Ma lo sforzo, in punta di piedi, la tensione della ricerca rimane. Non si insegue qualcosa che si pensa non esista.
I suoi ultimi giorni, di grande sofferenza fisica, penso abbiano avuto, nel totale, un valore particolare. La sua fragilità è stata sorretta, sempre, dalla Gina che non lo ha abbandonato un solo istante.
Mi è stato detto – relata refero, ma lo credo possibile, che nell’andarsene a scoprire l’anello che non tiene abbia recitato il Pater noster in latino, come ai vecchi tempi.
Il suo funerale in Duomo, di fronte ad una folla commossa e strabocchevole, che stipava la grande piazza, hanno mostrato come sia stato amato e compreso per la sua poesia, da tanti di ogni condizione e di ogni fede e soprattutto dai giovani.
Non è possibile fare congetture, che sarebbero comunque personali e arbitrarie, sul suo incontro con l’Altro. E tuttavia io continuo a riflettere sulle sue parole: “C’è chi cerca perché ha già trovato…”».

FRANCO PALMIERI:

Prima del viaggio
Prima del viaggio si scrutano gli orari,
le coincidenze, le soste, le pernottazioni
e le prenotazioni ( di camere con bagno
o doccia, a un letto o due o addirittura un flat);
si consultano
le guide Hachette e quelle dei musei,
si scambiano valute, si dividono
franchi da escudos, rubli da copechi;
prima del viaggio si informa
qualche amico o parente, si controllano
valigie e passaporti, si completa
il corredo, si acquista un supplemento
di lamette da barba, eventualmente
si dà un’occhiata al testamento, pura
scaramanzia perché i disastri aerei
in percentuale sono nulla;
prima
del viaggio si è tranquilli ma si sospetta che
il saggio non si muova e che il piacere
di ritornare costi uno sproposito.
E poi si parte e tutto è OK e tutto
è per il meglio e inutile.
 
E ora che ne sarà
del mio viaggio?
Troppo accuratamente l’ho studiato
senza saperne nulla. Un imprevisto
è la sola speranza. Ma mi dicono
che è una stoltezza dirselo.

EMILIA GUARNIERI:
Grazie. Il nostro percorso montaliano finisce qui. Grazie. Quando abbiamo incominciato ho pensato: per tanti anni ho insegnato che la poesia ha una forza e ha una capacità di prendere il cuore, adesso vediamo se è vero. Credo che ci siamo aiutati a verificare che la forza della poesia esiste, quindi grazie.

Data

23 Agosto 2015

Ora

19:00

Edizione

2015

Luogo

Sala Poste Italiane C2
Categoria
Incontri