ESSERE AMATI È UN MIRACOLO

Anna Iuliano e Giacomo La Gioia, coniugi con un’esperienza di adozione. Modera Maria Acqua Simi, giornalista Tracce

Storie, fatiche e gioie di una famiglia che decide di accogliere. È nell’esperienza dell’accoglienza che i rapporti tra le persone diventano più profondamente umani.

Guarda l’incontro

 

Maria Acqua Simi

Buon pomeriggio, buon pomeriggio a tutti e benvenuti all’Arena di Tracce, in questa edizione del Meeting 2025. Vi ringrazio di essere qua, così numerosi, è bello per noi vedervi così in tanti. Questo è il primo incontro dell’Arena e si intitola “Essere amati è un miracolo”. Abbiamo con noi due amici, marito e moglie, Anna e Giacomo, che ringraziamo. Io direi anche di fare un bell’applauso per averli qua con noi. Oggi ci racconteranno la loro vita in maniera molto semplice e la loro esperienza di famiglia, di adozione e di accoglienza. Io non perderei troppo tempo nella presentazione, perché penso che la cosa più bella sia poter ascoltare da loro la loro vita, la loro storia, il cammino che li ha portati a essere la famiglia che sono oggi. Sono i genitori di Marco, poi ci racconteranno. Giacomo lavora nell’ambito televisivo e dell’editoria, Anna è un’insegnante dell’Istituto Sacro Cuore di Milano, alla scuola secondaria, le medie. Bando alle ciance, darei il via e partirei da una domanda, la prima che vi farei se vi incontrassi per strada. Come vi siete conosciuti? Cosa vi ha portato alla scelta di stare insieme, di sposarvi anche giovani, soprattutto pensando ai tempi di oggi, a un’età abbastanza giovane, 26-27 anni? Raccontateci il vostro inizio, può partire chi vuole.

Anna Iuliano

Allora inizio io. Noi ci siamo conosciuti in università, abbiamo fatto entrambi la Cattolica a Milano e, dopo qualche anno dall’università, nel 2010 abbiamo deciso di sposarci. Erano anni in cui tanti dei nostri amici in università avevano scelto di entrare in seminario o di diventare Memores Domini e quindi noi all’epoca non capivamo tanto, però ci sembrava che la questione della vocazione fosse una cosa seria e totale, e desideravamo anche noi quello per le nostre vite. Quando ci siamo sposati, la frase che avevamo scelto come invito del matrimonio era una frase notissima di San Paolo ai Filippesi, che dice: «E sono persuaso che colui che ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento». Quello che ci aveva convinto era quel “sono persuaso”, cioè che ciò di cui eravamo certi non era solo l’amore reciproco, ma era che qualcun altro stava iniziando in noi qualcosa. Qualcun altro aveva preso l’iniziativa e ci stava chiedendo di dire di sì. E che cos’è che stava iniziando? Un’opera buona. Ci piace molto quell’espressione di San Paolo, «colui che ha iniziato in voi un’opera buona», quindi una cosa anche molto semplice nella sua verità. Un’altra cosa del matrimonio: avevamo scelto come canto della messa “Il giovane ricco” di Chieffo e tanti ci avevano detto che non era propriamente un canto da messa, però a noi sembrava che c’entrasse tantissimo con quello che stavamo facendo: l’idea di poter dire di sì a Gesù che ti chiama e ti dice: «Vendi tutto e vieni con me». E sentivamo anche una certa simpatia per questo giovane che invece si era tenuto delle cose per sé; lo vedevamo come una preoccupazione, un timore molto più vicino di quanto si pensi.
Poi, qualche anno dopo, è stato bellissimo sentire un prete che raccontava di un’interpretazione del Vangelo in cui qualcuno dice che il giovane ricco è l’evangelista Marco, perché dei tre Vangeli che raccontano l’episodio, Marco è l’unico che dice che Gesù, «fissatolo, lo amò». È come se quel giovane, guardato e amato da Gesù, non riuscisse a togliersi di dosso quello sguardo. E mi è venuto in mente quando quest’estate ho letto “L’incontro che accende la speranza”, quello che dice Giussani sul fatto che noi apparteniamo a uno che ci ama molto di più del nostro rifiuto. Quindi ci aveva colpito questo del giovane ricco.

Giacomo La Gioia

Ci siamo sposati nel 2010 e abbiamo desiderato fin da subito allargare la famiglia e avere dei figli. Ci tengo solo a rimarcare quello che ha già detto Anna: c’era quell’idea di “opera buona” che era qualcosa che non capivamo bene cosa fosse. Eravamo giovani, avevamo molte intuizioni, eravamo innamorati come adesso, però con tante intuizioni e senza tante risposte. Quindi quell’idea di opera buona senza troppi contorni, ma con la promessa di una pienezza, per noi era chiara. Ricordo anche quando, banalmente, dovevamo aprire il mutuo per la casa: l’idea di aprire il mutuo senza un lavoro fisso, con tante incognite… Però quell’idea di essere fatti per qualcosa di buono arrivava fino alle cose concrete, fino a dire: magari apriamo anche un mutuo e poi vediamo cosa succede, c’è anche la provvidenza. È stata una nota che ci ha accompagnato negli anni. Ci siamo sposati, abbiamo cercato i figli e i figli non arrivavano. Passa un anno, passano due anni, passano tre anni e succedono tante cose intorno a noi. Le più banali sono che i nostri amici cominciano ad avere figli, ad avere il primo figlio, e allora sei felicissimo con loro. È una cosa su cui ci siamo passati un po’ tutti. L’idea di vedere le famiglie dei nostri amici che si allargavano all’inizio era una grande gioia, poi piano piano, magari al secondo o terzo figlio dei nostri amici, comincia a subentrare anche un po’ di tristezza, di normale fatica rispetto a un desiderio che noi avevamo, che pensavamo fosse buono e giusto, ma che non si compiva o a cui il Buon Dio non rispondeva come noi ci immaginavamo, come noi pensavamo: il desiderio di avere dei figli, che è la cosa più normale e bella del mondo. Per cui, fatica.
Dentro questa fatica, dentro questo cercare quale fosse il nostro posto nel mondo, nella città e nella comunità in cui vivevamo, si è inserito il fatto che abbiamo conosciuto delle famiglie più grandi di noi. Tramite il lavoro di Anna, erano genitori dei suoi alunni delle medie, abbiamo conosciuto un gruppo di famiglie che hanno 10-15 anni più di noi e ci siamo attaccati a loro, molto semplicemente, perché vedevamo che erano persone più avanti di noi nel percorso matrimoniale. Abbiamo iniziato ad andare in vacanza con loro pur non avendo figli; andavamo in queste vacanze dove c’erano maree di figli. A me colpiva, per esempio la prima volta che siamo andati in vacanza con loro, una cosa molto semplice che però desideravo per me: li vedevo erano corresponsabili dell’educazione dei figli e questa cosa per me era meravigliosa. Erano così liberi di riprendere i figli degli altri rispetto a delle scemenze, anche le più stupide che possono succedere in vacanza tra bambini delle elementari o delle medie. Avevano una libertà assoluta di correggersi fra loro, di correggere i figli degli altri. Ed era una libertà che io desideravo per me, che mi portavo dietro dagli amici dell’università. L’altra cosa che mi aveva colpito di loro era la maturità. Adesso molti sono qua e mi prendono in giro quando lo dico, però il fatto che fossero così composti nella loro vocazione, che avessero un certo equilibrio nella loro vocazione matrimoniale per me era meraviglioso. Era una testimonianza meravigliosa che ci fossero delle persone con tanti figli, con tanti casini, con tanti drammi che sono successi nelle loro vite, però delle persone liete, delle persone che erano equilibrate, nel senso buono, nella loro vocazione matrimoniale. Quindi ci siamo attaccati a loro.

Maria Acqua Simi

Una domanda che mi viene sentendovi parlare: immagino che sia stato un momento pieno per queste amicizie che nascevano, ma anche di grande attesa. All’inizio, Anna, hai parlato di una grande promessa; desideravate dei figli, i figli non arrivano. Questo tempo, questa attesa, questa pazienza che vi è stata chiesta, come l’avete vissuta? Avete anche due storie diverse di provenienza, di famiglia, di vita. Volevo chiedervi com’è stato e poi cosa è successo.

Giacomo La Gioia

Continuo io un attimo. Piano piano abbiamo imparato a pregare, a chiedere aiuto ad amici preti, in particolare a Don Francesco, che ci ha aiutato tanto in questo periodo anche di discernimento, per capire cosa ci aspettava, cosa voleva dire per noi la vocazione matrimoniale e il desiderio di allargare la famiglia.
Abbiamo iniziato a pregare tanto. Tanti anni fa, ero senza di lei, ero andato a trovare degli amici in provincia di Livorno che erano lì in vacanza e un giorno siamo andati alla Madonna di Montenero di Livorno, che io non conoscevo minimamente, che è una Madonna molto miracolosa. Si dice che le si possono chiedere grazie e risponde entro un anno. Allora io, che ero lì senza Anna, ho pregato la Madonna. Mi sono messo lì a pregare e ho detto: «Facciamo che fra un anno capiamo cosa succede del nostro matrimonio». Sono tornato a casa, gliel’ho detto, e abbiamo iniziato. È stata una forma molto semplice per aiutarci ad avere una preghiera serale da dire insieme prima di andare a letto. È stata una cosa piccola. Poi siamo tornati a ringraziarla.

Anna Iuliano

Gli amici, e questo si lega a quanto si diceva della preghiera, sono stati per noi il luogo in cui tutte le nostre fatiche, un po’ di rabbia, la delusione, la frustrazione, potessero ritornare a essere domanda. Ci piace tantissimo la canzone di Chieffo “Il melograno”: magari quella domanda ogni tanto si trasforma in un grido, però è come se non ti lasciasse mai tranquillo e ti facesse stare in cammino. Don Francesco, sulla preghiera, ci diceva di essere sempre molto precisi, di chiedere esattamente quello che il cuore desidera, però di chiedere anche la disponibilità a capire quello che Dio ti sta chiedendo e che magari non capisci. E l’altra cosa che ci diceva sempre era: «Continuando a pregare, tu approfondisci un rapporto con Cristo che diventa sempre più familiare». E se anche a un certo punto ti accorgi di non aver ottenuto quello che in quel momento desideri, ti ritrovi come regalo questa familiarità, che non è poco.

Maria Acqua Simi

A un certo punto però accade qualcosa. Giacomo, per la tua storia familiare, l’orizzonte della possibilità dell’adozione era qualcosa che avevi già respirato in casa, mentre per Anna all’inizio no. Volevo chiedervi se ci raccontate questo passaggio.

Giacomo La Gioia

Io ho la fortuna di avere una storia di adozione nella mia famiglia: i miei genitori, dopo di me, hanno adottato mia sorella, che adesso ha 32 anni. Io non l’avevo mai giudicata particolarmente: mia sorella era mia sorella, punto. Poi, piano piano, quando i figli non arrivavano, ho iniziato a punzecchiare Anna sull’idea dell’adozione, perché avevo visto che era una storia bella. Nelle fatiche della mia famiglia, perché ci sono state, era una storia fondamentalmente bella. Mia sorella è stato un regalo per la nostra famiglia. Per cui, anche con tanta incoscienza, ho cominciato a proporle l’idea dell’adozione: «Cosa ne penseresti dell’adozione?». E lei rispondeva di no. Poi magari tornavo dopo qualche mese e lei mi rispondeva di no, ma con dei no che erano anche abbastanza ragionati. Se vuoi dirlo…

Anna Iuliano

Io avevo tantissime paure e preoccupazioni, legate forse anche al mio lavoro. A scuola vedevo tanti ragazzi adottati che avevano tante fatiche, non solo scolastiche, ma anche delle ferite enormi, insanabili, e questa cosa mi spaventava. Però poi è successa una cosa, ci ripensavo in questi giorni. C’era un mio alunno adottato, di origini russe, che aveva un sacco di domande sulla sua storia. Alle medie in generale si hanno un sacco di domande su tutto, però lui anche sulla sua storia. Un giorno avevamo letto una poesia bellissima di Caproni che parla del dono e dice: «Tutti riceviamo un dono, poi ci dimentichiamo che cosa sia, da dove venga, però conserviamo pungente e senza condono la spina della nostalgia». E questo ragazzo mi aveva detto: «Io non lo so spiegare, però è questo, mi succede così». Allora è come se avessi iniziato a guardare questa nostalgia della sua storia in un altro modo, quasi con un rispetto sacro, come una cosa da custodire. Quando poi è arrivato Marco, ne stiamo facendo esperienza, però quel momento lì e l’incontro con gli amici di Famiglia per l’Accoglienza ha cambiato qualcosa in noi. Ci siamo trovati con una disponibilità inattesa dopo quell’incontro.

Maria Acqua Simi

In questo passaggio, a un certo punto, avete trovato un’unità. Come sono avvenuti gli incontri che vi hanno portato a Marco?

Giacomo La Gioia

È avvenuto un po’ per caso. Abbiamo cercato Famiglia per l’Accoglienza pur non conoscendola. Sapevamo che esisteva ma non conoscevamo nessuno  che facesse parte di quest’opera, allora abbiamo chiesto e ci hanno dato un numero di telefono. Ma, a riguardarla dopo, anche questo è interessante e fa parte dell’educazione che per fortuna abbiamo ricevuto. L’idea di fondo era che noi sapevamo che Famiglia per l’Accoglienza c’era e che, dentro il movimento, ci fosse un’opera che potesse rispondere a quelle nostre esigenze specifiche era già un punto di salvezza. Sapevamo dove citofonare, molto semplicemente, per una fiducia di fondo. Poi abbiamo tirato su il telefono e abbiamo chiamato questo Luca. Gli abbiamo detto: «Ciao Luca, siamo Anna e Giacomo, vorremmo conoscerti». E lui ha detto: “Venite a fare un aperitivo a casa mia”.

Anna Iuliano

È stato molto bello, perché Luca è il presidente di Famiglia per l’Accoglienza, e noi non lo sapevamo. Ci ha accolto lui e sua moglie Gabriella, ed è stato bellissimo perché era come sentirsi a casa, come succede in quegli incontri in cui, in un attimo, ti senti a casa. A loro abbiamo detto tutto, le nostre preoccupazioni, anche quelle cose di cui un po’ ti vergogni, che non riesci a condividere con nessuno. E io gli avevo detto: «A me sembra che questi figli adottati abbiano una ferita che non riusciamo a sanare».
E loro mi avevano risposto: «Sì, è così. Anzi, sarebbe un crimine cercare di sanare questa ferita. Oltre che impossibile, sarebbe una cosa sbagliata. L’avventura più bella è poter accompagnare questi figli a guardare la ferita che hanno». E quindi noi, invece che rimanere preoccupati da quello che ci stavano dicendo, è come se io mi fossi liberata di fronte a delle persone che mi stavano dicendo: «La ferita che vedi c’è, si può guardare insieme e si può accompagnare». E poi mi avevano detto: «Ma perché, tu non hai questa ferita? Non è solo la ferita che hanno i ragazzi adottati, ma è la ferita della vita».
La cosa bellissima è che, oltre a darci dei suggerimenti e a spiegarci come sarebbe stato il percorso adottivo, non ci hanno nascosto tutte le fatiche, ma ci hanno offerto la loro compagnia, la loro amicizia e un luogo, che era appunto gli amici di Famiglia per l’Accoglienza. Quindi noi ci siamo sentiti subito sollevati, a sapere che c’erano degli amici e un luogo in cui stare.

Giacomo La Gioia

Anche perché poi abbiamo cominciato a frequentare l’associazione, che vuol dire, banalmente, vedersi una volta al mese con tante famiglie. E lì la cosa che ci ha colpito particolarmente era che non sapevamo bene cosa aspettarci, eravamo anche abbastanza a disagio all’inizio, evidentemente, perché se sei lì cominci a dire a quel pezzettino di mondo che c’è qualcosa che stai cercando, che è una cosa molto personale. Però la cosa che ci ha colpito è che c’erano famiglie dalla nostra età di allora, trentenni o poco più, fino ai sessant’anni abbondanti.
Vedere delle persone, delle famiglie, al lavoro e in cammino è stata una cosa decisiva per noi, che ci ha anche liberato. Vedere delle persone di sessant’anni ancora in ballo con i drammi dei loro figli ci ha fatto capire che era una strada su cui, primo, non eravamo da soli; secondo, potevamo farla; e terzo, era una cosa per noi. Perché, come diceva prima Anna, non la risolvi. Il dramma del nostro ipotetico figlio, di Marco che ancora non c’era, è una cosa che ti porti avanti insieme, con una ferita che è la mia ed è la sua, per tutta la vita. Quindi vedere delle persone al lavoro, non persone che hanno risolto un problema e chiudono la finestrella figli, per noi è stato decisivo.

Maria Acqua Simi

Questo percorso quanto è durato?

Giacomo La Gioia

Per noi pochissimo. Noi siamo stati molto fortunati nel percorso. Quando abbiamo deciso di dare la disponibilità al Tribunale dei minori di Milano, c’è tutta la parte dell’indagine conoscitiva con assistenti sociali e psicologi, e quella ha una durata standard di sei mesi. Poi dopo entri in un mare magnum di non si sa. Per noi tutto questo è durato un anno, quindi pochissimo. Abbiamo dato la disponibilità a marzo del 2017 e a marzo del 2018 abbiamo conosciuto Marco. Un anno esatto.

Maria Acqua Simi

Portateci con voi in quel marzo del 2018. Quando l’avete conosciuto, dove l’avete incontrato per la prima volta? Raccontateci un po’ quel giorno.

Anna Iuliano

Se poi piango, va avanti lui. Abbiamo finito il percorso e un giorno ci ha chiamato l’assistente sociale. Ci ha detto: «Vengo a casa vostra che vi devo dire una cosa». È venuta a casa nostra, si è seduta e ci ha detto: «C’è un bambino che vi aspetta. Lunedì lo conoscerete». Era giovedì, e quindi abbiamo avuto un weekend per raccattare lettini, passeggini, culle e così. Non ci aveva detto niente, neanche il nome. Noi già lo amavamo tantissimo. Non ci avevano detto il nome, ci aveva detto solo che era piccolo e all’inizio ci aveva detto: «Tenetevela per voi, non ditelo a nessuno. Fate un periodo in cui state solo voi tre». Noi in realtà non ce l’abbiamo fatta. Appena è andata via, abbiamo iniziato a scrivere a tutti, a chiamare tutti. Ed era bello perché noi scrivevamo: «Lunedì conosceremo nostro figlio, c’è un bambino che ci aspetta». Di solito quando una mamma è incinta dice: «Io aspetto un bambino». E questo ci sembrava molto bello come capovolgimento, perché era un po’ un’eco di quello che avevamo già sperimentato nel matrimonio: che un altro stava facendo e che noi dovevamo dire di sì. E questo sì è stato anche proprio concreto, perché quando siamo andati in tribunale ci hanno detto: «Volete diventare i genitori di Marco?». E noi abbiamo detto: «Sì». Quindi è un sì che noi abbiamo detto alla giudice e un sì che ci stava chiedendo Dio, ci stava chiedendo di partecipare al suo disegno. E quando siamo andati in tribunale ci hanno detto che si chiamava Marco, che aveva 35 giorni e che era nato l’8 febbraio del 2018. Poi Giacomo è andato subito a vedere che santo fosse l’8 febbraio e abbiamo scoperto che la Chiesa festeggia San Girolamo Emiliani, del ‘500, che ha dedicato tutta la sua vita a opere educative e di carità ed è il protettore degli orfanelli e della gioventù abbandonata. Quando l’abbiamo scoperto, è come se fosse apparsa una scritta luminosa nel cielo. Come dire: «Anche se una donna si dimenticasse, io non mi dimenticherò». Come dire: «Sei nato e sei mio». È come se Dio ci stesse dicendo quello. Poi siamo andati a conoscerlo. Lui è nato a Como e siamo andati in ospedale a conoscerlo. L’abbiamo conosciuto. Lui era lì da quando era nato e quindi ci aspettava lì.

Giacomo La Gioia

Era in un ospedale molto piccolo, per cui è stato molto strano perché eravamo in centro a Como. Noi abbiamo fatto avanti e indietro per cinque giorni da casa nostra, a Milano. Arrivavamo lì la mattina, l’abbiamo conosciuto, siamo stati lì tutto il giorno e poi, è abbastanza normale, però l’idea di doverlo lasciare lì la sera era una cosa particolarmente strana. Era un misto di emozioni che venivano fuori. Eravamo in questo ospedale in cui lui era lì da 35 giorni, un ospedale piccolo, quindi era un po’ la mascotte, lo conoscevano tutti. Da una parte c’era una grandissima discrezione, ci avevano dato la nostra stanza dove stavamo lì tutto il giorno, però pian piano cominciavano a entrare con qualche scusa: prima un’infermiera, poi «io sono quella che l’ha fatto nascere», «io sono quella che l’ha curato», «quella che gli dava da mangiare». Sono stati cinque giorni in cui, facendo avanti e indietro, abbiamo capito piano piano che c’erano delle persone… A me questa cosa ha liberato tantissimo, perché avevo quest’idea di questo bambino che era lì da 35 giorni da solo, e invece c’era già una comunità che lo aveva tirato su, che gli dava da mangiare.
Queste persone non le abbiamo mai più riviste. Abbiamo fatto le foto a tutti, così Marco potrà vederle quando sarà più grande, in modo da averle lì. Sono un pezzo della sua storia, di quel pezzettino di storia di Marco che noi non sappiamo, però ci sono dei volti. Anche lì è stato veramente stranissimo, perché poi l’ultimo giorno, quando hanno capito che andavamo a casa, è stato un continuo di foto. È stato bellissimo.

Maria Acqua Simi

In questi sei, quasi sette anni di vita insieme, quelle paure che soprattutto tu, Anna, avevi detto all’inizio sulle ferite, eccetera… Immagino che Marco vi farà anche tante domande o arriverà il momento in cui ve le farà. Come vi siete preparati per accompagnarlo in questo? E chi sta accompagnando voi?

Anna Iuliano

Marco ha iniziato a fare domande da subito. Non abbiamo detto che lui è di origini africane, nigeriane, quindi è scurissimo. Fin da quando era piccolo, appena ha iniziato a parlare, ci chiedeva: «Ma perché io sono scuretto e voi no?», «Ma io sono stato nella tua pancia?». Stiamo parlando di complessità e drammaticità, e poi sappiamo che siamo solo all’inizio, però le domande si fanno sempre più complesse. Noi, per quello che sappiamo, rispondiamo, anche stando spesso di fronte a dei «non lo so», perché ci fa delle domande a cui non sappiamo rispondere, aiutati anche dagli amici che ci accompagnano. Per questo l’amicizia con Famiglia per l’Accoglienza è meravigliosa, perché capita che tu stia sul telefono e dici: «Mi ha fatto questa domanda, come posso rispondergli? Come posso stare di fronte?». Una cosa che è successa l’altro giorno: eravamo in Sicilia con un sacco di amici, stavamo mangiando un gelato. I figli di alcuni amici conoscono la sua storia. Il figlio di una coppia di amici, eravamo seduti con lui e ci ha detto: «Ma mi hanno detto che voi non siete i suoi veri genitori». Allora io mi sono ghiacciata, perché c’è sempre la tentazione di togliergli tutte le fatiche: «Adesso ti spiego cosa vuol dire ‘vero’…». Pensavo di fare chissà quale discorso, con Marco presente. Marco ha detto: «Spiego io». E ha detto: «Allora, io sono nato da una mamma e un papà scuretti, però loro non sapevano gestirmi e poi sono arrivati la mamma e il babbo». Fine della storia.E per lui, anche questo bambino ha accolto questa risposta che sembrava più che esaustiva. Poi, quando eravamo in macchina, gli ho chiesto: «Ma Marco, ti dà fastidio?». E lui mi ha detto: «No, fastidio no, però mi viene un po’ di tristezza». Allora ho ripensato a quella spina di nostalgia, che è pungente e senza condono. Pungente nel senso che ti fa male, però che va custodita. Non lo so, a me sembra ogni volta di essere senza parole di fronte a questa nostalgia che lui prova e che va guardata come se fosse una cosa sacra. L’altro giorno, sempre sulle domande… L’altro ieri è nata la nostra nipote, la figlia di sua sorella, e lui è felicissimo. Però ogni volta che c’è un’amica incinta, ritornano un po’ di domande. Lui mi ha detto: «Ma mamma, tu hai mai partorito qualcuno?». «No, amore». E lui: «Ma ti sarebbe piaciuto?». E io gli ho detto: «Sì». Però mi ha detto: «Però se io fossi nato dalla tua pancia, non sarei così». E io gli ho detto: «È vero. Che orrore! Io voglio che tu sia così». Perché ovviamente per lui tutta la questione del colore della pelle è una cosa che ogni tanto è un vanto per lui ma ogni tanto è  un peso, com’è normale. Quello su cui noi siamo tanto aiutati è anche fare in modo che lui possa tirar fuori le domande che ha. Sappiamo che saranno sempre più impegnative e per noi è importantissimo avere un luogo in cui tornare.

Giacomo La Gioia

Aggiungo due cose, e le sottolineo. Una è quella delle domande. Quando ci si approccia all’idea dell’adozione o quando ci si è dentro, si ha sempre un po’ paura del momento in cui arriverà quella domanda, la domanda in cui verrà giù il mondo, tutto il castello che hai cercato di costruire. La verità è che, per fortuna, almeno nella nostra storia, portando avanti il percorso con Marco e con la sua età, le domande che lui fa sono calibrate rispetto alla sua età. Per cui cresciamo insieme, anche nella profondità delle risposte che siamo chiamati a dargli. È chiaro che quando aveva due anni gli rispondevamo in un certo modo, quando ne aveva cinque in un altro modo, adesso che ne ha sette cominciamo a entrare un po’ più nello specifico. È un cammino che facciamo insieme e, da una parte, è liberante, perché ti toglie un po’ dall’idea del macigno. L’altra cosa che volevo sottolineare, e ne parlavamo l’altro giorno, è quella del «non lo so». A noi colpisce tanto questo, e ci educa tanto. Ci sono delle domande sulla sua storia a cui non sappiamo rispondere. Ma, in fondo, stare di fronte a un «non lo so», imparare a dire «non lo so» a Marco, educa anche noi. Perché nella nostra vita ci sono dei grandissimi «non lo so»: perché non abbiamo potuto avere figli naturali? Non lo sappiamo. Perché ci sono dei nostri amici che soffrono? Non lo sappiamo. Ci sono dei «non lo so». E stare insieme di fronte a quelle cose che non puoi spiegare, in fondo, cementa anche il rapporto con lui e la nostra vita. Non so se mi sono spiegato bene.

Maria Acqua Simi

No, no, anzi, molto. E penso che sia anche consolante poter dire con grande libertà che certe cose non le sappiamo, anche perché il mondo cerca sempre di dare risposte a tutto. La risposta al fatto che Marco ha la sua storia, in fondo, è: lo scopriremo insieme in paradiso, come la nostra tra l’altro.
Mi colpiva, ripensando alla frase che avete scelto per il vostro matrimonio… C’è anche Don Luigi Giussani che a un certo punto dice: «Chi ha fatto l’uomo, l’ha fatto promessa». Allora, alla luce di tutto questo cammino che voi avete fatto e che state ancora facendo, perché non si è concluso con l’arrivo di Marco, ma ci state dicendo che è una cosa che continua e continuerà… Questa promessa, potete dire che si sta compiendo? Che quel desiderio che avevate il giorno del vostro matrimonio si sta compiendo?

Anna Iuliano

L’arrivo di Marco sicuramente è stato per noi un segno grande che Dio non si dimentica delle nostre promesse. Quello che dicevo prima su San Girolamo – poi noi l’abbiamo battezzato Marco Girolamo – è stato per noi un segno enorme. Però potrebbe esserci il rischio di pensare che quella promessa si sia chiusa con l’arrivo di Marco, invece no, non è così.
Stiamo facendo con Famiglie per l’Accoglienza un lavoro con alcune coppie che hanno figli piccoli, di ripresa del miracolo dell’ospitalità. Ci vediamo tre volte all’anno e lavoriamo sulle conversazioni che Don Giussani ha avuto con le prime famiglie da cui è nata l’associazione. C’è un passaggio bellissimo in cui Giussani, nel capitolo sulla gratuità, dice: «Egli è venuto gratis. Egli è amore». E poi dice: «Perché mi hai creato?». «Perché ti ho amato». «E perché mi hai amato?». «Perché ti ho amato». “E perché  nella confusione sei venuto sul mio cammino?». «Perché ti ho amato». «E perché mi hai amato?». «Perché ti ho amato». Quando l’avevo letto, mi aveva colpito tantissimo, perché mi sembrava che la promessa, in fondo, fosse la promessa del suo amore. Certo, per noi Marco è stata una cosa incredibile, ma in questo dialogo, «perché ti ho amato?», «perché mi hai voluto?», è come se io mi potessi dire: «Ma perché mi hai fatto questo regalo che è Marco?». «Perché ti ho amato». «E perché mi hai amato?». «Perché ti ho amato». È come se il contenuto di quella promessa fosse l’amore di Dio, e questa è una cosa che pian piano stiamo scoprendo.

Maria Acqua Simi

Prima di tutto ci avete mostrato oggi, a tutti quelli che sono qua con noi, che c’è una strada e che c’è un cammino che si può fare non da soli. Che le cose non accadono perché si schioccano le dita, ma perché c’è una disponibilità al cammino. E questo è già un punto bello anche di fiducia e di coraggio, ascoltando la vostra storia. L’altro giorno ho incontrato un amico che per tanti anni ha fatto missione come medico in Africa, e ancora oggi. Raccontando della sua vita, a un certo punto ha detto, perché tutti gli facevano domande sulla missione: «Ma alla fine, adesso che ho passato i 70 anni, è stato un rendermi conto che in realtà io sono andato in missione, ma è stato Dio, è stata la vita a essere missionaria nei miei confronti». E a me sembra che voi ci stiate dicendo esattamente la stessa cosa. Ci avete raccontato di aver accolto Marco e di essere i suoi genitori, ma che Dio e la vita hanno accolto e amato voi per primi. Per questo avevamo scelto anche questo titolo per l’incontro di oggi: “Essere amati è un miracolo”, perché si è amati per primi. E ce l’avete raccontato in maniera meravigliosa, quindi vi ringrazio.

Mi scuserete se devo dare qualche avviso tecnico, ma ci tocca. Innanzitutto, qui siamo nella bellissima Arena di Tracce e questo era il primo incontro, quindi abbiamo aperto alla grande. Vi ricordo che, come la storia di Anna e Giacomo, ma come tante altre, le potete leggere sulla nostra rivista, alla quale ci si può abbonare o riabbonare. Per chi si abbona abbiamo anche un regalo, lo chiamano gadget, ma io preferisco la parola regalo, perché è bellissimo. VI abbiamo lavorato con tanto amore e impegno e quindi qui dietro, chi vuole, può abbonarsi o riabbonarsi alla nostra rivista. Questa è una pubblicazione in edizione limitata, non fatevela scappare.
Vi ricordo anche che Tracce non è solo la rivista mensile alla quale potete abbonarvi, ma abbiamo anche un sito bellissimo, nuovo, che viene aggiornato tutti i giorni da noi, da tutti i miei colleghi, dal quale potete attingere per scoprire la vita del movimento. Quello che accade è veramente bello.
Così come Tracce per vivere ha bisogno degli abbonamenti, anche il Meeting ha bisogno di essere sostenuto.

Data

22 Agosto 2025

Ora

14:30

Edizione

2025

Luogo

Arena Tracce A3
Categoria
Incontri