Chi siamo
ELIOT, LA STRANIERA E NOI
Jared McNeill, attore teatrale, regista e performer statunitense; Claudio Scarabottini, produttore musicale e compositore. Modera Luca Fiore, giornalista e critico d’arte
Chi sono i protagonisti dello spettacolo inaugurale del Meeting 2025, come hanno incontrato il poema dei Cori da “La Rocca” e perché le domande del grande scrittore britannico sono sempre vive.
Guarda l’incontro
LUCA FIORE
Buonasera a tutti. Grazie per essere venuti a questo incontro con Jarred McNeill e Claudio Scarabottini. Un applauso.
Loro sono l’anima del grande spettacolo inaugurale del Meeting di quest’anno. Loro, insieme a Sergio Castellitto, ci hanno regalato questa grande rilettura, questa appassionante rilettura di uno dei testi più cari alla storia di CL e a Don Giussani, uno dei testi su cui ci siamo formati. Io ringrazio il coraggio del Meeting che ha accettato di affidare un testo così importante, così caro a due persone che noi non conoscevamo fino a poco tempo fa eppure con grande coraggio si è fidato. In questo senso, voglio ringraziare una persona che è Stefano Bardelli. Un applauso a Stefano Bardelli che è un grande tecnico delle luci. Lui, come Jarred, ha lavorato con Alessandro Serra, il regista Alessandro Serra, e vanno in giro per tutto il mondo a portare il grande teatro italiano. Mi parlava Stefano di questo suo amico americano che aveva questa fissa dei Cori della Rocca e io mi dicevo: “Ma chi è, da che pianeta viene questo qui? Da cosa?” Ho voluto conoscerlo. Quando è uscito a febbraio il disco che ho ascoltato su Spotify, ho colto l’occasione per contattarlo e subito l’ho indicato a quelli del Meeting. Ho detto: “Ma non potete almeno provare a invitarlo?” Poi Otello ha fatto la magia di riuscire a convincerlo e a convincere Sergio Castellitto a fare questo incontro inaspettato. Devo dire che questa mia curiosità: “Ma chi è questo? Da che pianeta viene?”, conoscendolo e guardando ieri lo spettacolo mi si è rivelata un po’ ottusa, come se non fosse possibile che un testo così potente, così bello come quello di Elliot potesse incontrare chiunque. Mi sono sentito un compagno di strada di Jarred nell’essere colpito da queste parole, da questo testo.
Probabilmente, sicuramente, certamente, senza alcun dubbio, avrete letto l’intervista che ho fatto a Jarred su Tracce di luglio-agosto, però vale la pena qui ripercorrere le cose di cui abbiamo parlato e anche con Claudio. Claudio è stato fondamentale perché è il compositore della musica che avete sentito ieri. Non è scontato avere il coraggio di mettere in musica le parole di un genio come Elliot dal punto di vista artistico confrontarsi con un gigante del genere. Grazie per questo tuo gesto di coraggio.
Però incominciamo dall’origine. Jarred, dice: “Io ho cominciato a fare sui Cori della Rocca un workshop alla Silvio D’Amico di Roma, che è l’Accademia di teatro più importante d’Italia, insieme a quella del Piccolo, un po’ per caso, ma poi questa cosa mi è entrata dentro, è diventata come un’ossessione. Io volevo che ripercorressi questa tua ossessione e ce la descrivessi. Quali sono le cose che ti hanno così colpito, le parole che ti sono entrate dentro? Come mai questa cosa ti è rimasta addosso e hai deciso di impiegare tempo, energie fisiche e anche finanziarie?”
JARED MCNEILL
Grazie a tutti di esserci. Grazie. Sì. Sì, scusa. Come hai detto sono americano e allora il mio italiano è così, così così. Ma meglio quando è memorizzato. Adesso sto improvvisando. Sì, forse 10 anni fa ho incontrato questo testo di Elliot e, ovviamente, quelli più famosi ho conosciuti altri testi, ma questo no. È difficile dire esattamente perché. Io penso che la prima sensazione è qualcosa che è più istintuale. Tu leggi un testo e non sai esattamente perché, ma qualcosa ti chiama da quel testo e il tuo lavoro è capire perché. Capire il perché. C’è veramente in questo testo subito tu puoi dire che la prima parte e io devo dire in inglese perché non mi ricordo esattamente in italiano, ma per chiedere le domande: “Where is the life that we lost in living?”
LUCA FIORE
Dov’è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?
JARED MCNEILL
Io penso che queste tre domande già, anche 10 anni fa, ho letto questo, ho detto: “Ma quando era scritto?” Poi di vedere che è stato scritto nel 1934, 90 anni fa. Sembra che è stato scritto la settimana scorsa, parlando di oggi. Già questo. Ho detto: “Ok”. Poi ho capito come lui intendeva di fare questo lavoro che non era solo una poesia, ma anche un progetto teatrale. Ho pensato che è molto interessante perché ho detto: “Se proviamo di ricreare questo come un progetto teatrale e abbiamo fatto questo laboratorio alla Silvio D’Amico, ma internazionale, allora c’erano allievi dalla Corea, da Germania, Italia, Francia, Russia e io ho scelto questo testo e abbiamo fatto 20 minuti di questo testo, di interpretare in qualche modo fisicamente o interpretare nei loro linguaggi”. Proprio da lì c’era qualcosa perché questi giovani, da diverse culture, comunque hanno trovato qualcosa in questi temi. Da lì ho detto: “Ok, sicuramente c’è qualcosa”. È sempre interessante qualcosa che funziona in due strade diverse: uno universale e uno personale. In questo testo la prima cosa che ho visto è quello. La seconda cosa che ho visto era nel mezzo quando lui dice e questo è più personale forse per me, perché ovviamente non scegli un progetto perché deve essere qualcosa personale per seguire qualcosa per 10 anni, con tutti i problemi, deve essere proprio un’ossessione personale.
In questo c’era la domanda nel centro. Elliot scrive: “per la prima volta noi abbiamo abbandonato, siamo abbandonati Dio, non per un altro Dio, ma per nessun Dio”. È questa la prima volta che ha successo. È questa idea di non parlare di Dio, ma di parlare del fatto di cercare. Io penso in questo testo c’è qualcosa che praticamente ci sono domande difficili, ci sono delle cose che non ha una risposta facile nel mondo. Nel mondo ci sono delle cose che sono difficili capire: “Se devo andare qui, se devo andare qui, cosa devo fare, cosa devo pensare, cosa?” Ma la risposta a una domanda difficile non è dire: “Allora non c’è motivo neanche di chiedere”. Anche se una domanda è difficile, non significa che non c’è motivo di seguire questa domanda. Allora in questo se c’è questa cosa che è difficile capire se io dico la parola Dio, è difficile, tutto questo. Ma non significa che dobbiamo abbandonare la domanda, abbandonare la ricerca. Perché la ricerca, come abbiamo visto in questi 10 anni, la ricerca è la destinazione alla fine, la ricerca, il processo è la cosa.
LUCA FIORE
Magari su questo torniamo. Sì, torniamo dopo. Claudio, ti sei imbattuto nella sua ossessione e che cosa ti ha spinto a farla tua?
CLAUDIO SCARABOTTINI
Innanzitutto, Jarred ormai è un amico fraterno, quindi c’è già una sintonia che dura da diversi anni. Abbiamo sempre fatto alcune collaborazioni prima e tutti i progetti che abbiamo fatto erano uno più folle dell’altro.
Questo sembrava proprio il giusto passo successivo. In realtà, nemmeno io conoscevo questo testo quando lui ha cominciato a lavorarci in una residenza artistica qualche anno fa, mi ha coinvolto per sviluppare la parte musicale. Sono entrato dentro questa dimensione di questo testo che è allucinante, ma non sono io. Adesso non ne parlerò io, ma è stato subito di grande ispirazione. Poi lui ha usato una parola chiave, perché lui voleva fare una cosa, diceva una cosa tipo sagra. Ho detto: “Ma in che senso?” Dice: “Ma per coinvolgere, fare una cosa tradizionale, coinvolgere la gente”. Questo è stato probabilmente la chiave che ha fatto scattare il click nella mia testa, perché io vengo da una grande esperienza di 25 anni con un’associazione che è l’associazione sulla quale poi si è appoggiato tutto il progetto, che è l’associazione Bis di Spoleto, un’associazione che è nata 25 anni fa proprio dall’esperienza di una parrocchia. Dalle sale di una parrocchia siamo cresciuti e abbiamo abitato e animato le sale parrocchiali per tanti anni. Dopo l’associazione, chiaramente, ha preso una sua via, non è un’associazione religiosa, ma è sempre legata ed è sempre stata vicino a tutte le tematiche spirituali, alle proposte culturali di questo ambito e quindi è sembrato veramente il progetto perfetto da proporre all’associazione e poi è stato tutto un proseguimento naturale. È stato quasi un viaggio e ogni tappa ci ha portato a una successiva. Lo sviluppo prima di una prima parte sperimentale della musica che, a onore del vero, l’abbiamo scritta insieme tutti i temi musicali, tutte le idee, tutte le metriche, le atmosfere. È il prodotto di una sintonia perfetta che c’è fra me e Jarred, perché anche se a distanza, perché è cominciato sotto il Covid, quindi lo facevamo al telefono, ma siamo riusciti a trovare proprio la chiave giusta attraverso un dialogo, attraverso uno scambio di messaggi vocali. Lui camminava in giro e mi mandava delle metriche e della lettura in inglese, io gli rimandavo dietro una parte musicale e così è nato. Quindi la composizione musicale in realtà è fatta davvero a quattro mani e quindi questo è tutto il pentolone nel quale poi io sono caduto per forza e per fortuna.
LUCA FIORE
Ma chi ieri sul palco non c’eravate solo voi due, chi altro c’era? Puoi spiegarlo?
CLAUDIO SCARABOTTINI
Sì. L’idea della sagra di Jarred è quella che abbiamo portato poi ieri per la prima volta in scena al Teatro Galli. C’era il coro dell’associazione Bis, quindi erano 30 persone, coro non professionista, ma che si impegna a manetta. Abbiamo una grande nutrita rappresentanza alla quale vorrei fare un applauso io perché hanno una dedizione e colgo l’occasione per salutare veramente tutti.
Al coro si è unito anche un gruppo di ragazzi che abbiamo formato in questi mesi, negli ultimi 6 mesi, attraverso una progettazione dei laboratori che con l’associazione, insieme ad altre associazioni di Spoleto, ha offerto gratuitamente ai ragazzi fino a 17 anni su tutti i mestieri delle arti. Abbiamo sviluppato dei laboratori di danza, di teatro, di musica e anche dei mestieri tecnici dell’arte, il videomaking, sound design e illuminotecnica e la risultante di tutti questi laboratori l’abbiamo fatta confluire in un grande show laboratorio che abbiamo portato in scena a maggio a Spoleto in maniera sperimentale.
A questo spettacolo è venuto anche un altro pazzo che è Otello Cenci, che ha visto tutto questo circo e ha detto: “Dobbiamo portare tutto questo”, perché all’inizio dovevamo fare soltanto una parte musicale con le letture di Sergio Castellitto. Quando è venuto e ha visto tutta questa comunità ha detto: “Dobbiamo trovare il modo di far venire tutti sul palco”, ed è stata un’esperienza veramente incredibile per tutti, davvero.
C’erano delle chat nelle quali siamo in contatto e sapere che c’era un appuntamento e una carovana di 20 macchine partiva dall’Umbria per arrivare qui a Rimini è stato veramente un’immagine molto bella e significativa per la quale mi sento di ringraziare veramente il Meeting e Otello per questa opportunità. C’è Otello qui, io vedo.
LUCA FIORE
Grazie Otello, grazie. Jarred, perché la sagra? Perché la sagra? C’è una sotto-domanda perché, parlandone negli scorsi giorni, voi mi dicevate: “Perché il modo in cui l’abbiamo fatto è stato il motivo per cui è importante questo testo” Farlo in questo modo era e corrisponde al fatto che questo testo è importante oggi. Puoi spiegare questo aspetto?
JARED MCNEILL
Sì. Io ho sentito questa cosa, ma poi non è che io sono più creativo di Elliot. Quando Elliot ha fatto questo testo nel 1934, lui intendeva questo testo come un dramma medievale. Lui intendeva questa cosa come un dramma che va in giro, che è un po’ anche kitsch, con scenografie o costumi fatti a mano. Ha messo in scena tipo 150 persone, ma non 150 professionisti, 150. È andato al bar e ha chiesto due uomini lì. Lui veramente c’è una lettera dove lui ha scritto: “Ha chiesto questi due al bar se loro vogliono fare parte dello spettacolo” e loro hanno accettato. C’erano 150 persone dalla comunità in scena per recitare questi personaggi e quando ho capito questo, e già è questo che stavo dicendo all’inizio di qualcosa istintuale, perché è pazzesco che qualche volta tu leggi qualcosa e senti qualcosa dentro e poi fai una ricerca e trovi le cose per cui tu dici: “Ah, ok, infatti è giusto continuare così”. È questo. Io dico, io dico anche quando dico la sagra io dico qualcosa molto semplice e anche basso. Io dico la sagra, nel senso di andare in una sagra in cui c’è una comunità che sta facendo un piatto per la vostra comunità. Ci sono i giovani che stanno con i piatti che stanno portando. Poi c’è musica, forse lip-sync, karaoke, forse. Poi tutto questo line dance. In un certo modo tu puoi dire sì, che è molto kitsch, ma è anche molto popolare, è molto fun. È molto… È questo. Lui intendeva questo testo di presentare qualcosa che forse potrebbe essere una conversazione difficile da avere, ma di presentare nel modo che è più accessibile, che è più. Anche nel modo in cui abbiamo fatto questo c’è una drammaturgia di poesia che se io faccio l’interprete di questo testo e poi io metto la mia visione solo sul palco, diventa difficile perché non è ancora poesia. Anche questo è stato difficile, creare qualcosa abbastanza concreta che possiamo mettere sul palco, ma anche lasciare abbastanza aperto per l’interpretazione che va con la poesia.
In questo il fatto di creare il pezzo, il fatto di creare attraverso condivisioni, laboratori, con ragazzi, con adulti, con professionisti, con non professionisti. La musica abbiamo creato, abbiamo, non lo so, 300 vocal message record. Abbiamo fatto in laboratori di registrare improvvisazioni di gruppi che fanno 20 minuti di improvvisazione per rubare 30 secondi. Il fatto di creare attraverso un processo condiviso è sì, non lo so se è sicuro, ma almeno è stato il mio modo di provare a mantenere il DNA di poesia che alla fine quello che c’è non è solo la mia interpretazione, ma è l’interpretazione di una comunità e tutti quelli che entrano per intervenire, interagire con la strada.
Perché adesso abbiamo fatto due volte in due modi diversi e noi siamo contenti di andare avanti così, di cambiare e trovare la strada in diversi contesti, diversi. Sì, noi siamo contenti di lasciare abbastanza aperto così. Bardelli no, perché lui fa la luce, vuole fare. Lui dice: “Per favore non cambiare ogni cosa ogni volta”.
LUCA FIORE
Ma Claudio, questa dinamica per un posto come Spoleto che cosa ha significato?
CLAUDIO SCARABOTTINI
Penso, ogni volta che c’è la possibilità, che c’è questa grazia di far parte di un’, alla fine diventa un’epopea perché si parte in due e si finisce in 50 sul palco in un’altra regione. Penso che sia veramente una grazia e una grande opportunità per una comunità che .., è di provincia, è piccola. Penso che sia un grande modo per agganciare e creare comunità, creare veramente un gruppo di persone intorno a una tematica che poi rimane in testa e quindi è sia a livello sociale, a livello culturale, a livello spirituale, sono, secondo me, esperienze che poi rimangono in un modo o nell’altro. Come succede per i grandi poemi, per tutte le cose, tutte le grandi opere d’arte, c’è una parola che rimane sempre e ognuno ha la sua. C’è una visione, c’è un’immagine. Io credo che tutti i ragazzi, anche il più piccolino che alla fine, Michele, ha fatto l’inchino insieme a Sergio Castellitto, credo che tutti, mi sembra non c’è stato nemmeno bisogno di spiegare che cosa sia. Penso che tutti l’abbiano capito a proprio modo. Quindi credo che siano veramente esperienze che cambiano veramente la vita, soprattutto in comunità piccole come quella della nostra città.
LUCA FIORE
Io trovo questo molto interessante come metodo, perché il tema, il grande tema scandaloso di questo pezzo, è il tema della Chiesa. Oggi è facile parlare di spiritualità, anche religiosità, soprattutto spiritualità. È una parola che si usa molto nella cultura contemporanea, ma nel momento in cui si parla di Chiesa tanti muri si levano. È proprio la dimensione della ricerca del significato in una dimensione comunitaria. Poi è chiaro che la Chiesa, come la intendeva Elliot, e la Chiesa come la intendiamo almeno noi qui al Meeting, è la garanzia di poter continuare a vivere la contemporaneità di Cristo. Però c’è questo aspetto scandaloso dell’esperienza comunitaria e la condivisione del significato della vita. Per voi che cosa ha significato lavorare su questo, lavorare, ma anche che cosa significa per voi nella vostra vita?
LUCA FIORE
Jared, tocca a te.
JARED MCNEILL
Ma il significato del testo, il significato anche nel contesto di perché con la Chiesa.
LUCA FIORE
Sì, sì. Che cosa, il fatto che parli della Chiesa, che parli della Chiesa in questo modo, per te che cosa dice? A te che cosa dice e tu come la vivi nella tua vita?
JARED MCNEILL
Sì, sì. Guarda, io. Perché io sì, ovviamente c’ho come tutti. Come scrive Elliot: “We speak to you as individuals alone with God”. Ti parliamo come individui da soli con Dio. Ognuno ha la propria relazione con questo. Infatti è stato interessante perché quando abbiamo cominciato il testo, qualcuno mi ha chiesto di togliere la parola Dio dal testo quando ho fatto. Ha detto: “Fai il testo, ma togli la parola Dio perché Dio è troppo”. Poi è questo di più lascia in vago, che è più sicuro. Io ho detto: “Se facciamo così, meglio non farlo perché è praticamente non fare niente”. La mia relazione con.. il mio nonno era un prete. Io sono cresciuto nella chiesa, ovviamente una chiesa nel sud, African Methodist Episcopal, con tutte le signore vecchie, con grandi capelli così. E i capelli e loro ballano e prendono lo spirito e cadono per terra. Io sono cresciuto con quello, proprio uno spettacolo ogni domenica, proprio uno spettacolo. Mi è piaciuto, ma non è successo mai a me. Io mi ricordo perché ho vissuto qualche momenti con la mia biszia in Kentucky e lei era forte, credente. Io non ho mai preso questo spirito dentro ogni domenica, non ho mai preso. Allora una serata, una domenica sera, stavo aiutando la mia biszia a letto e gliel’ho chiesto, io ero giovane. Ho chiesto a lei: “Io vedo ogni domenica queste persone toccate da uno spirito, da qualcosa. Io mai. C’è qualcosa di sbagliato con me? Perché non mi piacciono gli spiriti?” Lei ha detto a me, e questo è rimasto con me per sempre, ha detto: “God is whatever makes you feel God”.
LUCA FIORE
Dio è qualsiasi cosa che ti fa sentire, percepire Dio.
JARED MCNEILL
Sì. Non qualsiasi cosa. Sì. “God is the thing that makes you feel God”.
LUCA FIORE
Questo è ciò che ti fa sentire Dio. Dio, è ciò che ti fa sentire Dio.
JARED MCNEILL
Significa per me in quel momento. Lei stava dicendo: “Non so se tu puoi sentire Dio dentro questa struttura, dentro questa cosa, ma c’è una cosa, dove puoi sentire Dio e forse non sai cos’è finché il momento arriva lì”. Ancora oggi io penso a queste parole. Io non so esattamente cosa significa, ma lo so che è stato un grande regalo perché era un’apertura. Un’apertura senza andare in un posto vago. Era un’apertura, ma senza andare in un posto vago, e questo è stato un grande regalo per me. Anche in questo testo è interessante per me che c’è il dubbio. È interessante questo perché non c’è la fede senza il dubbio. Loro esistono insieme. Fede senza dubbio non è fede. Se io vedo questo muro, io vedo queste telecamere, io vedo questa acqua, non mi serve fede, è lì. È solo il.
LUCA FIORE
Il dubbio o la domanda? La domanda. Possiamo dire anche la domanda?
JARED MCNEILL
Possiamo dire anche la domanda, sì, sì.
LUCA FIORE
In quel senso.
JARED MCNEILL
Certo, certo.
LUCA FIORE
Claudio, cosa dici per te? Che cosa questo incontro con questa grande provocazione sulla Chiesa? Che cosa ti ha fatto pensare?
CLAUDIO SCARABOTTINI
Beh, molti aspetti in realtà. Uno sicuramente più pratico. Io ho rivisto, in tante delle immagini, in tante delle parti, ho visto una grande modernità e soprattutto riesco a rivedere, almeno per quello che noi viviamo dalle nostre parti, che chiaramente c’è un momento di cambio, sta cambiando molto l’approccio della comunità con la Chiesa. Noi siamo, io sono cresciuto chiaramente in parrocchia, ma la partecipazione in questo momento è in una maniera per forza differente. Questo dubbio, questa domanda sulla costruzione delle chiese che è collegata alla costruzione della comunità. Le cose vanno avanti. Nel poema, almeno io ho ritrovato tantissimo della situazione attuale, dove ci sono tanti tipi di personaggi, quelli i delatori, quelli invece che sono fondamentalisti. C’è chi parla male, chi parla bene, nel senso e tutto questo mood che crea, che si legge benissimo, si percepisce benissimo nel poema, io lo rivivo, lo rivedo proprio giorno per giorno, vedendo come sta cambiando. C’è un interrogativo che, secondo me, tutti quelli che in qualche maniera tengono a questa esperienza devono farsi. In che modo io oggi posso essere utile, posso fare qualcosa per favorire questo tipo di attività? A me, personalmente, ha cambiato la vita e non rinnego niente. Sono felicissimo delle esperienze che sono riuscito a fare. Sarebbe bello poter far vivere un giorno a mio figlio anche quello che ho visto io. Sono sicuro che mio figlio in qualche maniera non farà le stesse esperienze perché è giusto anche che si vada avanti, però sarebbe bello che alcuni pilastri, quelli con i quali siamo cresciuti, in qualche modo rimangano. Per fare questo credo che tutti dobbiamo porci delle domande sul come, sul in che modo, come costruire questa Chiesa. Credo che tutte queste domande che rimangono aperte forse stanno tutte dentro questo poema. Se uno le cerca stanno tutte in ogni singolo canto del poema e almeno questo è quello che di sicuro ha lasciato un eco nella mia testa perché sono quelle domande che lasciano nemmeno una risposta probabilmente, però.
LUCA FIORE
Invece un’altra cosa molto semplice, molto anche un po’ divertente, ieri lo spettacolo ha creato scompiglio.
JARED MCNEILL
Tu dici questa intervista è stata semplice fino adesso. Stiamo parlando.
LUCA FIORE
No, questa volta è veramente semplice. C’è stato un po’ di scompiglio perché dovete sapere che nell’ultima intervista video fatta a Don Giussani che è il fondatore di Comunione e Liberazione, lui cita I Cori della Rocca in quella frase che dice: “È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?”
LUCA FIORE
E ieri nello spettacolo si è sentito chiaramente che voi avete cantato, recitato, non mi ricordo se una parte in inglese, una frase diversa. Invece di “Chiesa” avete usato la parola “faith”, fede. La domanda che tutti si sono fatti è: “Avete cambiato voi o il traduttore ufficiale di Elliot ha tradito Elliot?” È letterale o no la domanda, quella “faith failed, failed mankind, mankind failed”? È letterale di Elliot? Sì o no?
JARED MCNEILL
No
LUCA FIORE
Ma quindi perché avete cambiato allora questo verso?
JARED MCNEILL
Sì, questo l’abbiamo cambiato perché non è la stessa cosa come dire Dio. Abbiamo cambiato questo perché sembrava in questo, in tutto questo testo e in tutto il testo, perché c’è anche un testo di prosa di Elliot.
LUCA FIORE
È stato accantonato.
JARED MCNEILL
Sì. Ma in questo noi avevamo il lavoro di mantenere il senso, anche se dobbiamo ridurre il testo, ridurre i personaggi, ridurre. È per questo che in tutto questo processo eravamo in conversazione con Elliot Estate a Londra, perché ogni volta che abbiamo fatto il testo, abbiamo mandato il testo per essere sicuro che fosse ancora con il senso di Elliot, il senso del testo ed è stato un grande lavoro per capire. In quel caso lì dire “church” in un certo modo è più vicino al senso della domanda di Elliot perché lui stava parlando della Chiesa, ma lui stava anche chiedendo una domanda più ampia. La domanda non è la Chiesa come rappresentativa.
LUCA FIORE
Gerarchia della fede.
JARED MCNEILL
No, allora se tu dici: “La Chiesa ha abbandonato l’umanità o l’umanità ha abbandonato la Chiesa?”, la domanda più ampia, la domanda vera che lui sta chiedendo in questo è di “faith”, “Has humanity abandoned faith?”. E lui sta parlando della Chiesa come il popolo, non…
LUCA FIORE
Di fede, di fede. La Chiesa come esperienza di fede.
LUCA FIORE
Questo è interessante. Molto. Grazie. Molto interessante perché ci chiarisce.
JARED MCNEILL
Sì, questo è molto facile, è stato.
LUCA FIORE
Ah, puoi dire che hai avuto il timbro dell’Elliot Estate, quindi.
JARED MCNEILL
Non lo so. Penso di sì.
LUCA FIORE
No, secondo me possiamo provare a fare qualche domanda dal pubblico. Innanzitutto, Bardelli se ha una domanda. Bardelli non ha nessuna domanda. Chiedo se c’è il microfono a disposizione. Qui c’è una domanda. Potete portare il microfono qua. Grazie.
DOMANDA DAL PUBBLICO
Lo faccio per una nostra cara amica, la Marina Maffrei, che a Rapallo in Liguria, dopo un anno di lavoro con dei dilettanti, peggio ancora di quelli che trovati al bar da Elliot, ha messo in scena I Cori della Rocca e ha lavorato molto. Tu che sei americano, lei la prima cosa che ha contestato è che la parola “rock” è traducibile solo con roccia. Non esiste la parola rocca, castello messo lì su in cima, isolato e su questo ha lanciato una grande sfida. Vorrei consegnarvela…
LUCA FIORE
Quando tu leggi “the rock” a cosa pensi? Che immagine hai in mente? Perché rocca, in italiano è castello arroccato sulla…
JARED MCNEILL
Sì, questo è stata una conversazione proprio dall’inizio. Sì, perché ovviamente sì, per noi è diverso che c’è questa parola. Non c’è roccia e rocca, ma questo dall’inizio è stato. Ma io devo dire che per me sì, io sono team del “roccia” per il titolo, perché per me, quando ho letto in inglese, prima di capire la differenza in italiano, io ho sempre capito come nel senso di qualcosa senza tempo, nel senso di qualcosa che è stato lì e sarà qui, ma non nel senso di sito, e questo non è per dire che questo è, ma nella mia testa io ho visto dall’inizio io ho visto una come la terra si forma attraverso il tempo, come una montagna che cresce e cade attraverso tempo, poi cresce ancora. Poi come la terra si muove per tutta la storia. Io ho sempre letto così.
DOMANDA DAL PUBBLICO
Scusate, anche perché la Marina ha fatto una ricerca con un professore di letteratura inglese molto famoso il quale è agnostico e l’ha rimproverata dicendo: “Ma perché avete tradotto con rocca, castello? La roccia è Pietro, perché la Chiesa è sulla roccia di Pietro. Perché avete dato quest’altra interpretazione?”
LUCA FIORE
Purtroppo non possiamo più chiedere a Roberto Sanesi, che è il traduttore che ormai è morto diversi anni fa.
JARED MCNEILL
Però è anche questo, era anche questo istintivamente abbiamo detto roccia. Adesso non lo so quanti anni fa c’è qualcuno che dice che c’erano anche persone intelligenti che sono con noi, persone educate che sono d’accordo.
LUCA FIORE
Grande, grande. È anche uno sprone a leggerlo in lingua originale. C’è qualche altra domanda? C’è qualcuno lì?
DOMANDA DAL PUBBLICO
Si sente? L’interpretazione di Castellitto. Volevo chiedere, questo è un dramma, il tono è alto e mentre Castellitto mi sembra che abbia volutamente usato un tono basso.
Questo “The Rock” è un dramma, un dramma dell’uomo. Il tema è molto alto, profondo e Castellitto ha usato, invece, secondo me, un tema, una volutamente probabilmente un livello basso nella sua interpretazione. È voluto, è richiesto da qualcosa, una sua idea oppure è legato all’idea della sagra, che deve essere per tutti. Mi sono spiegato?
JAREDMCNEILL
Sì, sì, sì, sì. Io direi la prima cosa. Io direi la prima cosa che ovviamente, per dire alto, basso. Sì, perché ci sono mille interpretazioni, mille significati a quelle parole e anche da ogni angolo c’è un’esperienza differente. Ma ovviamente in questo esperimento c’è qualcosa, c’è una lettura. In questo esperimento posso dire questo: che abbiamo pensato a un momento di come includere, come far interagire il nostro lavoro con il lavoro di Sergio Castellitto, e lui era molto generoso di venire, passare tempo con noi e lavorare, ma alla fine ho pensato che la cosa che più manca in tutto quanto, è forse la cosa più potente è qualcosa.., una figura fissa, una figura fissa. Non qualcuno che partecipa come tutti noi in tutto questo movimento, ma una figura come la roccia, che è lì dall’inizio ed è lì alla fine, e resta. Sì, forse c’è qualcosa, non lo so, nel testo… Per me, almeno come esperimento, c’è sempre una possibilità di lavorare contro il testo, se il testo è alto di provare di non spingere in quella direzione, ma di tirare nell’altra direzione. Allora sì, poi per quanto funziona l’esperimento, sì, è così, ma sicuramente questa differenza è stata una scelta di avere una figura presente e fissa lì. Spero che ho risposto.
LUCA FIORE
Purtroppo non possiamo avere la versione di Castellitto a cui sarebbe bello chiederglielo. Una bellissima domanda e magari in un’altra occasione si potrà. C’è qualcun altro che gira dai teatri?
JARED MCNEILL
Guarda se ci sono programmatori nel pubblico qui… Ovviamente stiamo cercando di muovere con questo pezzo. Quando abbiamo fatto a Spoleto e adesso qui abbiamo capito che veramente il cuore del pezzo era il processo di creare comunità attraverso il lavoro. Non vogliamo andare avanti solo con lo spettacolo, ma vogliamo andare avanti come abbiamo fatto adesso, facendo diversi laboratori in diversi posti e poi di finire con uno spettacolo creato con quella comunità, con questa musica. Questo è una grande sfida, ma non penso che possiamo andare indietro dopo aver vissuto questa esperienza. Per noi è pazzesco essere qui perché per me sì, 10 anni fa con quel laboratorio, ma per noi e quasi tutti loro sul palco, anche avevamo due attrici con noi, Alessandra Arcangeli, Alex, che è qui dietro, che è cantante.
LUCA FIORE
Bravissima. Grazie ancora.
JARED MCNEILL
E anche Irene Minelli che sfortunatamente non è qui. Lei doveva partire, ma è pazzesca questa esperienza perché 3 anni fa abbiamo cominciato una strada insieme con questi laboratori e abbiamo cominciato in una palestra in Campello, attaccati al muro con la tastiera, con che noi dobbiamo andare in angolo per fare musica perché…. Io mi ricordo in quella palestra abbiamo fatto un’improvvisazione, abbiamo chiesto ad Alex, ad Alessandra, c’era questo testo nel poema e ho detto: “Facciamo un’improvvisazione di creare qualcosa”, lei ha preso la chitarra, ukulele, ha preso queste cose, in tipo 2 minuti ha fatto un’improvvisazione di “in his lands” che lei canta da sola alla fine del pezzo e questo è avvenuto .. anche “Shouting She”, tutte queste canzoni sono venute da queste diverse esperienze, ma essere qui dopo 3 anni, lottando. Tutti dicono: “Facciamo The Rock di Elliot”. E tutti chiedono: “Ma perché? Ma perché questo?” Poi a mano a mano di arrivare e di arrivare allo stesso momento, l’anno dopo 3 anni che lavoriamo per fare questo album, fare questo pezzo, di trovare i soldi, di trovare gli spazi, di trovare persone e non sappiamo dove stiamo andando… Per arrivare lo stesso anno in cui il tema del Meeting è una battuta. E poi sì. Poi di conoscere Bardelli per conoscere te, per portare qui, per conoscere tutti voi e far conoscere il lavoro e speriamo, speriamo che questo è solo un inizio. Ogni volta tutte queste cose, anche di scenografia, tutto questo processo è stato fatto a mano, proprio artigianale tutto questo e speriamo di andare avanti. Abbiamo detto sempre tutti questi miracoli e ogni volta che qualcosa ha successo per vedere un po’ più di strada davanti. Un regalo che è arrivato dal nulla e abbiamo detto: “Dobbiamo continuare a lavorare per i nostri miracoli”. Dobbiamo continuare a lavorare per i nostri miracoli.
LUCA FIORE
Claudio, hai voglia di continuare a lavorarci o no?
CLAUDIO SCARABOTTINI
Certo, forza.
LUCA FIORE
L’ultimissima.
DOMANDA DAL PUBBLICO
Allora, una cosa che non avevo in mente, ma mi è venuta adesso. Io ho letto l’intervista che ha fatto Luca, una settimana fa, e tu sei stato, sei ancora comunque un attore molto famoso, se non ricordo male, a livello proprio internazionale di teatro. Poi correggetemi tu, Luca.
JARED MCNEILL
Se posso correggere non molto.
DOMANDA DAL PUBBLICO
Beh, allora ha scritto male, ma non ci credo. Lui scrive bene. Ma sai perché lo dico? Perché adesso vedo in te un entusiasmo, una felicità, racconti questa esperienza, come fosse una cosa nuova e mi son detto: “Ma cavolo, questo ha fatto i teatri, con i registi più famosi. È come se però adesso fosse una cosa di un bambino che ritorna e sta vivendo una cosa che prima non fosse bella, ma come una cosa nuova che è tutta da scoprire e che è bellissima”.
Questo processo di imprevisto, di come sarà esattamente, dentro questa novità che sta insieme con tutto quello prima, solo che era una roba che aveva anche una vastità e delle persone.
Allora dico: “Cavolo, è come se tu stessi scoprendo adesso qualcosa di nuovo”.
JARED MCNEILL
Nuovi mattoni. Mattoni.
DOMANDA DAL PUBBLICO
È bellissimo.
LUCA FIORE
Grande! Su questo chiudiamo. Non c’era chiusa migliore, non è stata scritta da nessun drammaturgo. Io ringrazio ancora Claudio, ringrazio ancora Jarred e ringrazio a tutti quelli che hanno reso possibile lo spettacolo di ieri e l’incontro di oggi. Ringrazio soprattutto Tracce che ha reso possibile l’intervista, ha reso possibile questo incontro, questa arena. Per fare queste cose occorre sostenere Tracce. Come si sostiene Tracce? Ci si abbona. Quindi abbonatevi e se vi abbonate qui, al bancone lì vi sarà dato un gadget che è un librettino bellissimo con delle storie incredibili, e perché Tracce non è solo la rivista, anche il sito, sono anche i social, sono anche la newsletter. C’è dietro un team incredibile. Vale la pena sostenerlo, far abbonare amici e davvero bisogna stare vicino a questa rivista meravigliosa. Quindi mi raccomando 30 abbonamenti perché poi io ho la percentuale.
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